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L'ARCHEOLOGIA CONFERMA LA BIBBIA (testi)

Last Update: 2/25/2023 5:40 PM
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10/2/2018 5:53 PM
 
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Copia della stele di Mesha, re di Moab, nel museo di Al-Kerak, rinvenuta nel 1868


 



Traduzione della stele in basalto nero di Mesha, re di Moab

Sono Mesha, figlio di Kemoshyat, re di Moab, il Dibonita. Mio padre regnò su Moab per trent'anni e io regnai dopo mio padre. Io feci quest'altura per Kemosh in Qeriho, altura (?) di salvezza, poiché egli mi salva da tutti gli assalti e mi fa trionfare su tutti i miei avversari. Omri era re d'Israele e oppresse Moab per molti giorni poiché Kemosh era in collera contro il suo paese. Gli successe suo figlio che disse: "Opprimerò Moab". Al mio tempo egli aveva parlato così, ma io trionfai su di lui e sulla sua casa. E Israele fu rovinato per sempre. Ora Omri aveva preso possesso di tutto il paese di Madeba e vi aveva abitato durante i suoi giorni e la metà dei giorni dei suoi figli, quarant'anni. Ma, al mio tempo, Kemosh l'ha restituito. E io ho costruito Baal Meon, facendovi il deposito, e ho costruito Qiryaton. La gente di Gad aveva abitato nel paese di Atarot da sempre e il re d'Israele aveva costruito Atarot per sé. Io combattei contro la città e la presi. Uccisi tutto il popolo...; la città fu offerta in sacrificio per Kemosh e per Moab. Di là m'impadronii dell'altare del suo Prediletto (?) e lo trascinai davanti a Kemosh a Qeriyot. Vi feci abitare la gente di Saron e la gente di Maharot...
Kemosh mi disse: "Và, prendi Nebo da Israele": Andai di notte e combattei contro di essa dallo spuntare dell'aurora fino a mezzogiorno. La presi e ammazzai tutti, settemila uomini con stranieri, donne, straniere e concubine, infatti li avevo votati all'anatema per Ashtar-Kemosh. Presi da lì i vasi (?) di Yahvé e li portai davanti a Kemosh. Il re d'Israele aveva costruito Yahaz e vi dimorava mentre mi faceva guerra, ma Kemosh lo cacciò davanti a me. Presi da Moab duecento uomini, tutta la sua élite; li guidai contro Yahaz e la presi per annetterla a Dibon. Fui io a costruire Qeriho: il muro del parco e il muro dell'acropoli. Io ho costruito le sue porte, io ho costruito le sue torri; io ho costruito la casa del re; io feci le due vasche per l'acqua in mezzo alla città. Non c'era cisterna in mezzo alla città a Qeriho e io dissi a tutto il popolo: "Costruitevi ciascuno una cisterna nella vostra casa": Io feci scavare le fosse (?) per Qeriho dai prigionieri d'Israele.
Io ho costruito Aroer e ho fatto la strada dell'Arnon. Io ho costruito Bet-Bamoth poiché era stata distrutta. Io ho costruito Bezer poiché era in rovina, con cinquanta uomini di Dibon, essendo tutti gli uomini di Dibon miei sudditi. Ho regnato con capi di centinaia nelle città che avevo annesso al paese. Io ho costruito... Madeba, Bet-Diblathon e Bet-Baal-Maon e vi ho stabilito i... del bestiame piccolo del paese. E Horonan dove abitava... E Kamosh mi disse: "Scendi e combatti contro Horonan": Io sono disceso... e Kemosh l'ha restituita durante i miei giorni...

L'iscrizione ci da la versione moabita dei combattimenti descritti, nella versione ebraica in 2 Re 3, 6-27.




[Edited by Credente 8/4/2020 11:25 PM]
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11/30/2018 11:27 AM
 
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L'ANELLO DI PILATO

Il nome Pilato è stato decifrato su un anello di bronzo ritrovato in scavi effettuati circa 50 anni fa nel complesso archeologico dell'Herodion vicino Betlemme in Cisgiordania.
La decifrazione del nome - subito legato a quello del governatore romano che secondo il Vangelo guidò il processo a Gesù e ne ordinò la crocefissione - è stata resa possibile da un'accurata pulizia dell'oggetto e dopo che l'iscrizione è stata fotografata con una speciale macchina messa a disposizione dei laboratori delle Antichità israeliane.
Sull'anello è stata scoperta l'effigie di un un vaso di vino sovrastata da una scritta in greco tradotto con Pilato. "Quel nome - ha detto il professor Danny Schwartz, citato da Haaretz - era raro nell'Israele di quei tempi. Non conosco nessun altro Pilato di quel periodo e l'anello mostra che era una persona di rango e benestante".



[Edited by Credente 11/30/2018 11:34 AM]
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9/3/2019 5:42 PM
 
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LA STORICITÀ DI GESÙ NEI DOCUMENTI ARCHEOLOGICI


di Pier Luigi Guiducci, docente di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. 1 novembre 2015

Sono numerose le tracce e i ritrovamenti che conducono, in modo diretto o indiretto, alla persona di Gesù di Nazareth. Focalizzarne meglio i riferimenti storici espliciti diventa, allora, una conseguenza logica.

Per un lungo periodo di tempo la storicità di Cristo è stata oggetto di un ampio dibattito. Sul piano ufficiale, il tema del confronto ha sempre avuto al centro Gesù di Nazareth. Però, dietro a molti rilievi inerenti la sua reale presenza nella Palestina del I secolo, sono emerse anche delle spinte legate a dottrine di pensiero diverse, influsso di correnti gnostiche, posizioni di religioni non cristiane, orientamenti politici avversi all’autorità ecclesiastica cattolica (nelle sue diverse espressioni), risentimenti legati a conflitti di potere, personalismi sottesi a dure polemiche. Sono poi da aggiungere le molte distruzioni del patrimonio cristiano (edifici di culto, monasteri, biblioteche, opere iconografiche) in diversi Paesi, già dal I secolo.
Questo contesto storico, qui solo accennato, non ha facilitato la comprensione delle reciproche ragioni, e non ha permesso di effettuare ricerche in zone di elevato interesse archeologico, e in determinati luoghi di conservazione di reperti di notevole valore storico. Con il mutare di molti contesti internazionali, e con lo sviluppo di indagini moderne impostate con metodo interdisciplinare (con valorizzazione della stessa archeologia), è stato possibile recuperare molto tempo perduto, e far conoscere alla comunità internazionale i risultati di faticose ricerche.[1] Il presente studio, senza alcuna presunzione di esaustività, cerca di focalizzare l’attuale stato della ricerca, e rivolge una particolare attenzione ad alcune fonti non cristiane e ai contributi offerti da specialisti anche non cattolici.

Ritrovamenti archeologici: 1857

 
Il graffito rinvenuto sul Palatino

Nel 1857 venne trovata sul colle Palatino (Roma) un’insolita rappresentazione figurativa. Si trattava di un graffito con la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino. Ai suoi piedi, un altro uomo in atto di adorazione. Sul reperto si legge la scritta: “Alexamenoj sebete theon” (“Alessameno venera [il suo] dio”).[2] La raffigurazione proviene dal Paedagogium, un edificio che ospitava coloro che dovevano svolgere compiti di assistenza all’imperatore. Tali persone provenivano, verosimilmente, da classi sociali medio-alte. La struttura venne eretta negli anni di Domiziano (Tito Flavio; 81-96 d.C.), ma il graffito è ritenuto di età severiana (200 d.C. circa).[3] Il fatto di rappresentare Cristo Crocifisso con una “testa d’asino” conduce a ritenere di essere in presenza di un’espressione ingiuriosa, abituale in quel periodo. Configurandosi una bestemmia, diversi autori non utilizzarono questo reperto tra le fonti non cristiane che si riferiscono a Gesù.[4]

Ritrovamenti archeologici: 1941-1990

Nel 1941, nella valle del Cedron (Gerusalemme), il professor Eleazar Lipa Sukenik (1889- 1953)[5] ritrovò un ossario del I secolo d.C.[6] Conteneva le spoglie di una famiglia originaria di Cirene. Fu individuato, in particolare, il nome di “Alessandro di Cirene, figlio di Simone”. Tenuto conto del fatto che Cirene è una località molto distante da Gerusalemme, e che Alessandro era un nome relativamente poco diffuso nella comunità ebraica del tempo, gli studiosi ritennero plausibile l’ipotesi che l’ossario racchiudeva i resti della famiglia di Simone il Cireneo, che il Vangelo di Marco identifica appunto come il “padre di Alessandro e Rufo”.[7]
Trascorsero una quindicina di anni. Nel periodo intercorrente tra il 1955 e il 1962, un francescano, il padre Bellarmino Bagatti (1905-1990), scoprì a Nazareth tre diversi graffiti dove si leggono chiaramente invocazioni in greco alla Vergine Maria, la madre di Gesù.[8]
Nel 1961 venne ritrovata una lapide (82×65 cm) con un’iscrizione che menziona Ponzio Pilato[9], Praefectus Iudaeae, colui che condannò a morte Cristo.[10] Il reperto era collocato su un edificio dedicato all’imperatore Tiberio.[11] Una missione archeologica dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano, guidata da Antonio Frova (1914-2007), scoprì l’iscrizione ribaltando il gradino di una scala, in un’ala aggiunta tardivamente all’anfiteatro di Cesarea Marittima.[12] La lapide è datata 31 d.C. L’iscrizione è attualmente conservata nel Museo di Israele (Gerusalemme).[13]
Nel dicembre del 1990, nella Peace Forest, vicino North Talpiyyot (quartiere di Gerusalemme), durante la costruzione di un parco fu scoperta una grotta funeraria del periodo del Secondo Tempio. In tale luogo fu rinvenuta una tomba di famiglia al cui interno si trovava un’urna sepolcrale con l’iscrizione “Yehosef bar Kayafa” (“Giuseppe figlio di Caifa”). Nell’ossario, come sostenuto dall’archeologo ed epigrafista Ronny Reich (nato nel 1947), erano racchiuse le ossa di Caifa. Si ricorda, al riguardo, che Giuseppe figlio di Caifa (noto come Caifa), fu sommo sacerdote e capo del sinedrio ebraico dal 18 al 36. Ricoprì tale carica ai tempi di Gesù che fece arrestare, e di cui sollecitò in modo energico la morte (cfr. Lc e Gv).
Dalla fine del 1991 fino a tutto il 1992, due studiosi, gli archeologi ed architetti greci George Lavas e Saki Mitropoulos, lavorarono nell’area del Golgota (basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme).

Le ricerche presso la roccia del Golgota

 
La nave con l’incisioneDomine ivimus

Presso la roccia del Golgota hanno lavorato, nel tempo, più specialisti.[14]Come è noto agli storici, la parte centrale del sito fu parzialmente asportata da Adriano (imperatore dal 76 al 138)[15], e ricoperta da un tempio. Ma l’area del Golgota è comunque vasta. Si pensi che alcune sue parti si trovano, ad esempio, sotto la chiesa evangelica del Redentore (quartiere Muristan). In tale contesto, in uno dei versanti posti all’interno dell’area del Santo Sepolcro (nella cosiddetta cappella di san Vartan), degli archeologi armeni hanno scoperto l’epigrafe in latino di un pellegrino cristiano.
Inciso nella pietra c’è il disegno di una nave con l’albero rovesciato e la scritta sottostante: “Domine ivimus” (Signore, siamo arrivati).[16] Qui, dunque, erano giunti dei pellegrini. Questi ultimi non poterono raggiungere la parte centrale della roccia, poiché su di essa c’era il tempio di Adriano. Così realizzarono un disegno e un’iscrizione un poco distante, restando comunque nell’area della roccia del Golgota. Ciò può essere avvenuto tra il 135 ed il 326, negli anni in cui il vero luogo della crocifissione era inaccessibile. Ed anche questo ritrovamento conferma a sua volta quanto la tradizione del luogo sia stata conservata con tenacia e precisione nei secoli.
Ma la scoperta più recente è legata al lavoro dei già citati Lavas e Mitropoulos. Furono loro a occuparsi del dissotterramento dell’intera parte superiore della roccia nella cappella greco-ortodossa del Golgota. Essi constatarono che, sotto le lastre di marmo del luogo di culto, si trovava uno strato di malta di calce rotondo, dello spessore di 50 cm, rimasto intatto da secoli. Fu asportato con cautela. Si scoprì, nel mezzo, una cavità rotonda, ove si trovava un anello di pietra di quasi 11 cm di diametro. Non c’era alcun dubbio che l’anello serviva al fissaggio di una croce. Si infilava la croce nell’incavo, attraverso l’anello, fino ad incastrarvela, per poterla poi innalzare. Era questo l’anello della croce di Cristo?

L’anello della croce di Cristo?

Gli archeologi si astennero da conclusioni affrettate. Mitropoulos fornì solo due possibili interpretazioni del ritrovamento.
1) Poteva trattarsi di un anello sistemato nel 326. In quell’anno, la madre dell’imperatore Costantino (Elena, 248 circa-329), volle preservare il luogo della crocifissione di Cristo, e quello della sua sepoltura. Per tale motivo suo figlio autorizzò l’edificazione – sopra quell’area – della basilica del Santo Sepolcro.
Si tratterebbe, allora, di un anello costruito in memoria della crocifissione. Se anche fosse “solo” questo, “quell’anello” fornirebbe notevoli indicazioni. Perché? Perché la pratica del fissaggio della croce attraverso un anello (allora sconosciuta agli archeologi), doveva basarsi su precise conoscenze, su salde informazioni tramandate. Chi, altrimenti, si sarebbe inventato un anello di 11 cm di diametro?
Quest’ultimo è un dato-chiave. “Quel” diametro significa che la croce non poteva essere più alta di 2,40 metri. E questa modesta altezza contraddice le aspettative di vari autori. Non conferma neanche quanto si è voluto rappresentare fino ad oggi – ad esempio nelle arti figurative – al di sotto del corpo del Signore crocifisso.
Sull’altezza della croce anche gli evangelisti non forniscono dati. Emerge, così, una situazione ove l’archeologia non è sostenuta da altre scienze.
2) Esiste, poi, un’altra possibilità. L’effettiva appartenenza di “questo” anello alla croce di Gesù.
Di fronte a tale ipotesi, qualcuno potrebbe obiettare che Adriano fece distruggere Gerusalemme nel 135 (fu una seconda distruzione) ed edificare sopra i luoghi del Golgota e del Sepolcro vuoto dei templi. In tal modo si impediva l’accesso ai cristiani (molti erano pellegrini).
Però, proprio questa disposizione dell’imperatore potrebbe aver contribuito alla conservazione della cavità e dell’anello. Adriano, infatti, fece asportare ampie parti della roccia e lasciò stare solo la parte centrale, che spianò. E infatti è stata ritrovata solo una cavità e non anche le due degli altri che furono crocifissi con Gesù. Inoltre, per il compimento di tale azione non serviva distruggere l’interno della cavità di centro. Bastava riempirla e spianarla in modo da potervi costruire sopra. Proprio questo accadde, come indicano con chiarezza i reperti archeologici.
Cavità e anello possono, dunque, essere autentici. Nel frattempo, a Salonicco, sono stati analizzati l’anello e la malta di calce per arrivare a una datazione.
Nel corso dei lavori dei due archeologi greci si è pure arrivati a un’ulteriore conferma dell’autenticità della roccia del Golgota. Sotto la malta di calce (ora rimossa), è emersa per tutta la roccia (fin sotto alla cappella di Adamo) una frattura.
Gli scettici, sulla base della parte inferiore della roccia (l’unica prima visibile), avevano ritenuto – fino a quel momento – che si trattasse di un difetto naturale della roccia. Ora, invece, è sicuro che la frattura è stata causata da un evento naturale di particolare impatto. Per Lavas e Mitropoulos si tratta della conseguenza del terremoto menzionato dall’evangelista Matteo: “La terra tremò, le rocce si spezzarono”.[17]

Ritrovamenti archeologici: 2004-2011

Nel 2004, a Bet Gemal[18], il padre Émile Puech (nato nel 1941), un esperto di epigrafia antica presso l’École Biblique et Archéologique di Gerusalemme, decifrò su una tabula ansata su un architrave, la scritta scolpita nella pietra: “Diakonikon” (cioè un luogo per conservare reliquie) Stephanou Protomartyros”. Era la prova definitiva che in questa località (l’antica Kfargamla) il primo martire cristiano Stefano ebbe la sua prima sepoltura.
Tre anni dopo, il professor Ehud Netzer (1934-2010), dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ritrovò la tomba di Erode il Grande, re della Giudea durante il protettorato romano.[19] L’evangelista Matteo lo indica come colui che tentò di far uccidere Gesù.[20] Altri scavi hanno confermato i dati dell’evangelista Giovanni con riferimento alla piscina di Siloe.[21] Secondo Ronny Reich (nato nel 1947), dell’Università di Haifa, la presenza di Gesù nei pressi della piscina potrebbe essere legata alle abluzioni rituali che precedevano l’entrata nel tempio di Gerusalemme.
Il 21 dicembre del 2009, sul sito dell’Israel Ministry of Foreign Affairs apparve questo titolo: “Residential building from the time of Jesus exposed in Nazareth”. In pratica, l’archeologa israeliana Yardenna Alexandre, dell’Israel Antiquieties Authority, aveva scoperto a Nazareth una casa dei tempi di Gesù (I secolo) nei pressi della “casa di Maria”.[22]
Si può, ancora, ricordare il ritrovamento (estate 2011), effettuato nel sito di Hierapolis (oggi Pamukkale, Turchia) della tomba dell’Apostolo Filippo. In questo caso, a dirigere i lavori, è stato l’archeologo Francesco D’Andria, direttore dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali (IBAM), presso il CNR di Lecce.[23]
Ma è utile una sosta. Per un motivo. Tutti i dati segnano delle tracce orientate – in modo diretto o indiretto – alla persona di Gesù di Nazareth. Focalizzarne meglio i riferimenti storici espliciti diventa, allora, una conseguenza logica.

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9/3/2019 5:46 PM
 
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Il cimitero dei Filistei


Scoperte ad Ascalona, in Israele, le sepolture potrebbero fornire elementi decisivi per chiarire le origini di questi misteriosi "cattivi" della Bibbia

di Kristin Romey

 

 

Resti millenari
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

La scoperta senza precedenti di un cimitero lungo la costa meridionale di Israele (nella foto, il cranio di uno degli individui ritrovati) potrebbe finalmente consentire agli archeologi di ricostruire la storia di uno dei popoli più enigmatici e famigerati della Bibbia: i Filistei. Il sito si trova fuori le mura dell'antichissima città di Ascalona, uno dei cinque principali centri di questa civiltà, abitato tra il XII e il VII secolo a.C.

Benché l'esistenza di queste cinque città (Ashdod, Ascalona, Gaza, Ekron e Gath) e una notevole mole di manufatti appartenenti alla cultura dei Filistei siano stati scoperti da oltre un secolo, finora erano state identificate a malapena una manciata di sepolture. La scoperta di un cimitero che ospita i resti di 211 individui, risalenti tra l'XI e l'VIII secolo a.C., consentirà agli archeologi di rispondere and interrogativi cruciali sull'origine dei Filistei e su come si assimilarono nella cultura locale.

 

 

Appunti da un mistero
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

Nella foto: Adam Aja, assistente alla direzione degli scavi, prende appunti sulle caratteristiche di una sepoltura nel cimitero filisteo scoperto ad Ascalona.

Fino ad oggi, gli archeologi non avevano nessuna idea sulla cultura funeraria dei Filistei, afferma l'archeologo di Harvard Lawrence Stager, che guida la missione Leon Levy ad Ascalona fin dal 1985. "Qualcuno, per scherzo, è arrivato perfino a ipotizzare che questo popolo seppellisse i propri defunti in mare come i Vichinghi", aggiunge l'archeologo Assaf Yasur-Landau, condirettore del progetto Tel Kabri.

 

 

Cattivi biblici
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

I Filistei sono tra i più celebri "cattivi" della Bibbia (nella foto, la sepoltura di un individuo adulto). Questo gruppo di "non circoncisi" controllava la regione costiera che attualmente appartiene a Israele e Striscia di Gaza, entrando spesso in conflitto con i vicini Israeliti, tanto da giungere perfino una volta a rubare loro l'Arca dell'Alleanza. Era filistea l'ingannatrice Dalila, che privò Sansone della sua forza tagliandogli i capelli, e lo era anche gigante il Golia, che faceva tremare l'esercito di Saul prima di essere abbattutto con la fionda da Davide.

La comparsa dei Filistei viene fatta risalire al XII secolo a.C. grazie al ritrovamento di alcuni manufatti appartenenti "a una cultura estremamente diversa", come la definisce Stager, rispetto a quella di altri popoli del tempo. Tra questi vi sono ceramiche che richiamano il mondo greco, l'uso di una scrittura simile a quelle egee piuttosto che a quelle semitiche e il consumo di maiale (e a volte di qualche cane). Alcuni passaggi della Bibbia li descrivono come provenienti dalla "Terra di Caphtor", forse corrispondente alle attuali Cipro e Creta.
 

 

I "popoli del mare"
Fotografia di Glasshouse Images, Alamy

Molti ricercatori legano la presenza dei Filistei all'esplosione dei cosiddetti "Popoli del Mare", una misteriosa confederazione di tribù che imperversarono nel Mediterraneo orientale alla fine dell'Età del Bronzo, tra il XIII e il XII secolo a.C.

Un rilievo nel tempio funerario del faraone Ramses III (nella foto) raffigura la sua battaglia contro questi popoli attorno al 1180 a.C. e riporta i nomi di alcune tribù come quella dei Peleset, che sfoggiano copricapi e gonnellini caratteristici.

Attorno a questo periodo, i Peleset potrebbero essersi stabiliti ad Ascalona, che era già stata per secoli un importante porto canaanita sul Mediterraneo, e nelle altre quattro città. Nella Bibbia la regione venne detta "terra dei Palestu", da cui l'origine del moderno termine "Palestina".

Anche dei Popoli del Mare non si conosce l'origine: il cimitero potrebbe fornire elementi per capire se i saccheggiatori Peleset non siano altro che i Filistei.

 

 

Sepolture uniche
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

Altri esperti ritengono invece che l'origine dei Filistei sia più complessa. Aren Maeir, archeologo dell'Università di Bar-Ilan che ha diretto gli scavi di Gath per vent'anni, ritiene che fossero espressione di più gruppi - tra cui anche pirati - provenienti da regioni diverse che si stabilirono tra i locali Cananei nel corso del tempo.

"Scoprire questo cimitero filisteo è fantastico perché ci sono numerosissime questioni riguardanti le loro origini genetiche e i loro rapporti con altre culture", concorda comunque Assaf Yasur-Landau.

Lo scavo ha rivelato pratiche funerarie molto diverse rispetto a quelle dei Cananei o dei vicini Giudei. Anziché deporre il corpo nella camera e poi esumarlo un anno dopo per deporlo nella sepoltura secondaria, i defunti di Ascalona vennero sepolti individualmente in fosse individuali o tombe comuni e poi non più toccati. Inoltre sono stati individuate anche sepolture di individui cremati.

A differenza degli egizi, i Filistei avevano un corredo funerario molto limitato. Alcuni erano stati adornati con gioielli, mentre altri con piccoli set di ceramiche o anforette contenenti profumi.

 

 

Piccoli resti
Fotografia di Melissa Aja per la Missione Leon Levy ad Ascalona

I resti dei pochi bambini ritrovati nel cimitero (nella foto) sono stati sepolti sotto una coltre di frammenti di ceramica. Gli archeologi affermano che è ancora troppo presto per affermare se queste pratiche funerarie abbiano legami con le culture dell'Egeo.

Un team internazionale di ricercatori al momento sta conducendo analisi sul DNA, sugli isotopi e altri test per determinare le origini della popolazione sepolta nel cimitero di Ascalona e le loro relazioni con i popoli della zona. Poiché la maggior parte delle sepolture risale ad almeno due secoli dopo l'arrivo dei primi Filistei, trovare il loro esatto punto d'origine potrebbe rivelarsi complicato.

"Dal nostro punto di vista, lo scavo è solo il primo capitolo di questa storia", dice Daniel Master, archeologo del Wheaton College e condirettore della missione Leon Levy. "Sono ad Ascalona da 25 anni, ma mi sa che siamo solo all'inizio".

www.nationalgeographic.it/…/1

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11/14/2019 5:25 PM
 
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I NEFILIM (menzionati in Genesi 6,4)

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12/7/2019 3:38 PM
 
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Turchia, ritrovata la chiesa di Laodicea, una della 7 citate nell'Apocalisse di Giovanni






 


È stata ritrovata in Turchia la chiesa cristiana di Laodicea, una delle sette citate nell'Apocalisse di Giovanni, l'ultimo libro del Nuovo Testamento.

Il professor Celal Simsek, capo della missione archeologica turca che ha diretto lo scavo, ha annunciato di aver rinvenuto con un radar sotterraneo i resti dell'edificio sacro nell'antica città di Laodicea nella provincia di Denizli.

Datata all'epoca romana e edificata su una superficie di circa 2000 metri quadri, la chiesa è ancora in un buono stato di conservazione. Il ministero della Cultura Ertugrul Gunay, ha riferito la stampa turca, ha visitato il sito accompagnato dall'archeologo Simsek, che ha illustrato l'eccezionalità della scoperta. Il ministro si è felicitato per il ritrovamento, aggiungendo che l'archeologia in Turchia in tempi recenti ha portato alla luce significative scoperte oltre a quelle già note del sito cristiano di Efeso.

Gunay ha poi annunciato che sosterrà il completamento dello scavo, in modo che i resti dell'intera chiesa possano essere visitabili ai turisti. Nell'area sacra di Laodicea è riemersa anche la piscina battesimale, che secondo Gunay è ancora più bella di quella che si trova a Santa Sofia ad Istanbul.

Le ricerche della missione archeologica diretta da Simsek hanno confermato che la città di Laodicea esisteva già intorno al IV secolo a.C. e divenne uno dei principali centri del cristianesimo primitivo verso il 40/50 d.C e ben presto anche sede di un vescovo.

La chiesa di Laodicea compare nella Lettera ai Colossesi di San Paolo e poi viene menzionata come una delle sette chiese dell'Asia minore di cui parla il libro dell'Apocalisse.

Gli studiosi hanno ipotizzato che la chiesa di Laodicea sia stata fondata da Epafra, un colossese che si era convertito al cristianesimo dopo aver ascoltato la predicazione degli apostoli di Gesù giunti in Turchia.

da
 www.avvenire.it/…/turchia-chiesa-…
............................................................................................................................................................

LAODICEA:



 


 


Il cosiddetto Tempio A di Laodicea, identificato con il Sebasteion (luogo di culto imperiale).

Sorge sul fiume Lico, affluente del Meandro, in Frigia (nell’attuale Turchia). Nel 2011 ritornò alla luce l’antica basilica di Laodicea.

Laodicea colpisce per il biancore delle sue colonne, molte delle quali riemerse intatte da una campagna di scavo condotta prima dall’Università del Québec, poi da Gustavo Traversari dell’Università di Venezia (1994-2000) e infine dall’Università turca di Pamukkale.

Città della Frigia, deve il suo nome al sovrano seleucide Antioco II, che la rifondò dandole il nome della moglie Laodice. In precedenza era nota con il nome di Diospolis e poi Rhoas. Situata nella valle del fiume Lico (Lykos, oggi Çürüksu), un affluente del Meandro, era rinomata in epoca romana per le sue vesti di lana e per essere un centro di scambi commerciali e finanziari. L’imperatore Adriano la visitò forse una prima volta nel 123-124, certamente nel 129-130.

L’importanza di Laodicea oggi è duplice. Per l’archeologia è un importante campo di studio e di ricerca, con i suoi templi, teatri e ninfei, e con un impianto urbanistico di grande rilevanza.

Per il cristianesimo, Laodicea offre la possibilità di un ritorno alle radici. La città ricevette il cristianesimo sin dai tempi apostolici ed è una delle sette chiese citate nell’Apocalisse di san Giovanni, sede di una fiorente comunità cristiana.

Qui si tenne un sinodo, i cui canoni hanno notevole importanza per la storia della Chiesa, e che si svolse probabilmente nel 364. Il testo dei sessanta canoni greci che noi possediamo è, secondo gli studiosi, un sunto dei canoni originali. In almeno cinque canoni è chiaro che sono riprodotte disposizioni disciplinari già sancite a Nicea.

Le norme non vertono su questioni di fede e di dottrina, ma unicamente su questioni disciplinari e liturgiche. Ci si occupa di matrimoni, battesimi, confessioni, digiuni, eresie, rapporti con giudei e non cristiani.

Alcuni canoni intendono reprimere pratiche idolatriche e magiche. Si prescrive che in chiesa si debbano proclamare solo i libri della Sacra Scrittura e se ne fissa il canone.

La città soffrì molto a causa dalle incursioni musulmane a partire dalla fine del VII secolo. Fu occupata poi dai turchi selgiuchidi nel XII secolo e in seguito dagli ottomani. Nel 1402 fu praticamente rasa al suolo dai mongoli.

Del 2011 è la scoperta più eclatante per il mondo cristiano.

Fu ritrovata dal professor Celal Simsek, capo della missione archeologica turca, la grande basilica dell’antica Laodicea, che risale all’epoca bizantina.

La comunità cristiana di Laodicea è citata nella Lettera ai Colossesi di san Paolo e poi viene menzionata come una delle sette chiese dell’Asia minore di cui parla il libro dell’Apocalisse.

Gli esegeti ipotizzano che la chiesa di Laodicea sia nata da Epafra, un colossese convertitosi al cristianesimo forse dopo aver ascoltato la predicazione di Paolo a Efeso.

 
[Edited by Credente 12/7/2019 3:44 PM]
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5/11/2020 8:43 PM
 
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REPERTI  INTERESSANTI CHE CONFERMANO VARIE NARRAZIONI BIBLICHE

Una scoperta archeologica molto importante è quella fatta una missione archeologica italiana, guidata da Paolo Matthiae e Paolo Pettinato, la quale ha riportato alla luce le rovine dell’antica città-stato di Ebla, sorta in Mesopotamia intorno al 3000 a.C. Qui gli archeologi hanno ritrovato l’edificio che ospitava l’archivio di stato della città, il quale era formato da oltre 15000 tavolette di argilla scritte con caratteri cuneiformi, delle quali molte erano completamente intatte. Alcune delle informazioni ritrovate scritte su queste tavolette, dimostrano che il racconto biblico che riguarda i Patriarchi biblici è totalmente verosimile, perché questi documenti confermano che diversi nomi di persone e di luoghi usati nella narrativa biblica della Genesi sono autentici.

Su una delle tavolette di questo archivio gli archeologi trovarono scritto il nome delle cinque città della valle vicino al mar Morto: Sodoma, Gomorra, Adma (o Adama), Zboìm (o Seboim o Tseboim) e Bela, che la Bibbia nomina in Genesi 14,2. Esse erano riportate addirittura nello stesso ordine in cui sono scritte in Genesi. Nelle tavolette era menzionato anche il re Birsha, lo stesso nome che il re di Gomorra aveva al tempo di Abrahamo (Genesi 14,2). Inoltre lo scienziato americano Jack Finegan afferma che la distruzione catastrofica di Sodoma e Gomorra, descritta in Genesi cap. 19,  avvenne verosimilmente intorno al 1900 a.C., proprio come si desume dalla cronologia biblica.

Intorno agli anni 1925 - 1930  furono ritrovano in Iraq le antiche città Mesopotamiche Nuzi e Mari; la prima risalente all’incirca al 3000 a.C. e la seconda al 600 a.C. Fra i loro resti furono trovate tavolette che confermavano gli antichi costumi dei patriarchi descritti nella Bibbia.

Un’altra spedizione archeologica ha ritrovato i resti del palazzo del re assiro Sargon II, a Khorsabad, nell'Iraq settentrionale, ed ha scoperto che sulle pareti di questo palazzo era descritto la conquista di Asdod da parte di questo re. Esattamente lo stesso evento menzionato in Isaia cap. 20. Inoltre, furono rinvenuti anche frammenti di una stele di pietra che commemorava questa vittoria. (Ashdod è una città e porto di Israele che si trova sul mediterraneo. La parte antica di questa città è vicino a quella odierna, e la sua importanza storica risale al tempo degli Assiri, dei Filistei, degli antichi Ebrei e dei Romani).

Nella Bibbia si afferma che il re di Assiria di nome Salmanassar (o Salmaneser), assedio la città Samaria, capitale dell’omonimo regno di Israele e la conquistò dopo tre anni deportandone parte della popolazione. Ebbene, la descrizione della conquista delle città di Samaria, descritta in 2 Re 17,3-6, 24 e 2 Re 18,9-11, è stata ritrovata anch’essa descritta sulle mura del palazzo di re Sargon II sopra menzionato. (I storici hanno accertato che il re Sargon II fu il successore di Salmanassar, e regnò in Assiria all’incirca tra il 721 e il 705 a.C.).

La Bibbia, nel libro di Giudici cap. 9, afferma che il re Abimelec, il figlio del giudeo Gedeone detto anche Ierub-Baal (Giudici 6,32 e Giudici 8,31), distrusse il tempio di El-Berit nella città di Sichem (Giudici 9,46). Evento anch’esso confermato dal ritrovamento dei resti di questa città. In questi scavi hanno ritrovato sia i resti del tempio di El-Berit e sia le testimonianze della sua distruzione fatta da Abimelec. La datazione di quei resti risultò in perfetto accordo con quella del breve regno di tre anni di Abimelec a Sichem.

Altra conferma biblica proveniente da questi scavi è il ritrovamento del famoso “pozzo di Giacobbe” menzionato nella Bibbia in Giovanni 4,6-12.

Un’altra conferma importante all’attendibilità della Bibbia viene dalla scoperta archeologica fatta nel secolo scorso dal Professor Robert Koldewey, il quale ritrovò i resti della Torre di Babele nominata dalla Bibbia in Genesi 11,1-9 e i resti della famosa città di Babilonia, anch’essa menzionata nella Bibbia innumerevoli volte in diversi libri biblici, come ad esempio in  2 Re capitoli 20, 24 e 25. Inoltre, in altro luogo, è stata ritrovata anche una tavoletta sumera che descrive la confusione delle lingue risultante dall'evento della Torre di Babele, attribuendola al “dio della sapienza”.

La distruzione di Ninive, capitale del regno Assiro, profetizzata dal profeta Sofonia (Sofonia 2,12-15) è confermata dalla descrizione dello stesso evento riportata su un reperto archeologico chiamato “tavoletta di Nabopolasar”. Inoltre, attendibili ricostruzioni storiche hanno stabilito che Ninive fu distrutta dai Medi e dai Babilonesi nel 612 a.C., così come era profetizzato nella Bibbia.

La prigionia di Ioiachin, re di Giuda in Babilonia, descritta in 2 Re 24,15-16, è riportata in alcune tavolette scritte in cuneiforme contenenti la cronaca dei primi anni di regno di Nabucodonosor, re di Babilonia.

La dinastia del re Davide riportata nella Bibbia è confermata dalle iscrizioni in aramaico trovate su una tavoletta commemorativa rinvenuta a Tel Dan (cittadina a nord di Israele) datata IX secolo a.C. La tavoletta, che probabilmente faceva parte di un monumento eretto in onore di Hazael, re di Aram, cita diversi eventi che troviamo menzionati nel primo libro dei Re.

La campagna del faraone Sisach (o Shishak) contro Israele, citata in 1 Re 14,25-26, è stato confermata da un ritrovamento archeologico avvenuto a Tebe, in Egitto, dove lo stesso evento è stato ritrovato scritto sulle mura del Tempio di Amun, risalente a quell’epoca.

La Bibbia nel libro di 2 Re cap.3 afferma che il popolo dei Moabiti, che abitavano in una regione vicino al Mar Morto chiamata Moab, erano sotto il dominio di Israele e si ribellarono ad esso. Ebbene, questo passo è confermato dal rinvenimento avvenuto nel 1868 di una tavoletta Moabita che riportava iscrizioni che confermano il contenuto del capitolo 3 del secondo libro dei Re. Essa cita anche il nome Yahweh, che è il nome con cui Dio si presentò a Mosè.

La campagna di conquista del re assiro Sennacherib contro Giuda, che la Bibbia riporta in 2 Re cap. 18 e 19, in 2 Cronache 32 e in Isaia cap. 37, è riportata scritta in cuneiforme su di un reperto archeologico formato da un prisma di argilla cotta chiamato “Prisma Taylor”; e su diverse stele biografiche di Tirhaka, ritrovate dagli archeologi in Egitto nella regione della Nubia.

L'assedio della città di Lachish avvenuto ad opera di Sennacherib re d’Assiria, che la Bibbia riferisce in 2 Re 18,14-17, è descritto anche nelle raffigurazioni fatte in bassorilievo che gli archeologi hanno ritrovato tra le rovine di questa città.

L'assassinio del re assiro Sennacherib, avvenuto per mano dei suoi stessi figli, citato dalla Bibbia in 2 Re 19,37, è confermato dalla descrizione dello stesso evento che è stata trovata nelle memorie lasciate da suo figlio Asarhaddon (o Esarhaddon) che gli succedette al trono di Assiria e ritrovate da archeologi.

Anche gli avvenimenti della conquista e distruzione di Gerusalemme per mano di Nabucodonosor re di Babilonia, che la Bibbia riferisce dettagliatamente nei libri di 2 Re capitoli 24 e 25, 2 Cronache cap. 36 e Geremia cap. 39, sono tutti ampiamente confermati da documenti storici risalenti a quell’epoca. Infatti gli archeologi hanno ritrovato un gran numero di tavolette di creta Babilonesi scritte con caratteri cuneiforme, dove questi stessi fatti sono descritti altrettanto dettagliatamente.

Le prove storiche che testimoniano quest’evento sono tutte concordi e inconfutabili, tant’è vero che esse hanno permesso di datare con precisione l’anno in cui è avvenuta la caduta definitiva e la distruzione di Gerusalemme, cioè il 587 a.C. Questo avvenimento e questa data sono delle certezze storiche che nessun studioso mette in dubbio.

In Daniele 5,30-31 la Bibbia riferisce in modo sintetico la cronaca della caduta della città di Babilonia ad opera di Ciro (Ciro il Grande) re dei Medi e dei Persiani, affermando che questi conquisto questa città nel 539 a.C. deviando le acque del fiume Eufrate. La conferma della veridicità di questo passo biblico proviene sia dai studi storici e sia dal ritrovamento di un importante reperto archeologico denominato “Cilindro di Ciro” sul quale è riportato la conquista di Babilonia da parte di Ciro.

Sul Cilindro di Ciro è riportata anche la liberazione degli schiavi in Babilonia avvenuta per mano di Ciro il Grande. Lo stesso evento la Bibbia lo descrive in modo simile nel libro di Esdra (Esdra 1,1-4 e Esdra 6,3-4).

Altra conferma importante per l’attendibilità storica della Bibbia proviene dal tunnel di Siloe, che corre per mezzo chilometro sotto le mura di Gerusalemme collegando le sorgenti di Ghihon  alla cosiddetta "piscina" (o cisterna) di Siloe, che si trova nella cittadella di Davide, la parte più antica della città di Gerusalemme. Esso e' uno dei più importanti reperti archeologici della capitale d'Israele. La Bibbia afferma che fu il re Ezechia a costruire una “piscina e un acquedotto per portare l’acqua in città” quando Gerusalemme era assediata dagli assiri, (2 Re20,20). Secondo il testo di 2Cronache 32,30, il re Ezechia "chiuse il corso superiore delle acque di Ghihon, convogliandole in basso verso il lato occidentale della città di Davide".

Questi passi biblici ebbero una prima conferma dalla scoperta avvenuta nel 1880, di un'iscrizione all'interno del tunnel che descrive la sua costruzione con parole che corrispondono a quelle riportate nella Bibbia. E una seconda dalla datazione eseguita dagli esperti sulle stalattiti al suo interno, che conferma in modo definitivo che il tunnel di Siloe risale esattamente all'epoca di Ezechia.
 

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8/4/2020 11:23 PM
 
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SCAVI ARCHEOLOGICI A NAZARETH POTREBBERO AVERE RISCONTRI EVANGELICI


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La città di Nazareth, nell’odierna Israele, è immersa nella mistica religiosa cristiana poiché si ritiene che sia il luogo in cui sia cresciuto Gesù Cristo. Un nuovo studio ha messo in luce diversi aspetti, a partire da quello che mostra come la popolazione della città abbia respinto la cultura romana culminata con la rivolta del 70 d.C.


Il ricercatore dello studio, Ken Dark, direttore del Nazareth Archaeological Project, nel suo libro recentemente pubblicato (Roman-period and Byzantine Nazareth and its hinterland. Palestine Exploration Fund Annual, 15. Routledge, London and New York 2020), ha scoperto che Nazareth era probabilmente più grande di quanto immaginato, durante il I secolo d.C., e questo potrebbe aiutare a spiegare alcuni eventi descritti nei Vangeli.



La valle tra Nazareth e Sèpphoris
La valle tra Nazareth e Sèpphoris


Dark ha anche scoperto che la popolazione di Nazareth avrebbe resistito ai romani, durante la rivolta che avrebbe portato alle distruzioni del 70 d.C., scavando grotte di rifugio per proteggersi dai soldati romani. A Sèpphoris, invece, monete coniate durente i periodi della rivolta confermano la pacificazione della città in cui gli abitanti non si ribellavano.


La minuzia dello studio di Dark ha rivelato che gli abitanti di Sèpphoris utilizzavano ceramica romana di importazione, mentre quelli di Nazareth adoperavano la ceramica locale, in modo particolare i contenitori calcare, un materiale considerato puro ai sensi delle leggi religiose ebraiche dell’epoca.


E ancora: Dark ha osservato che i contadini vicino a Sèpphoris usavano i rifiuti organici come letame per concimare, nonostante questa pratica fosse vietata sulla base ad alcune interpretazioni dell’antica legge religiosa ebraica; invece, gli agricoltori di Nazareth hanno evitato questa pratica.


Dal punto di vista funerario, le tombe di Nazareth sono prevalentemente del tipo denominate dagli archeologi biblici “kokhim“, le tombe tagliate nella roccia, che hanno un ingresso chiuso da una pietra rotolante, simile a quella citata nel Nuovo Testamento, con una camera centrale comune da cui si irradiavano altri ambienti funerari laterali). Questa tipologia di tomba, conosciuta nel territorio della moderna Israele, potrebbero aver identificato un’identità fortemente ebraica.


Dark ha condotto diversi scavi a Nazareth per molti anni sotto l’egida della University of Reading e, nel preparare il suo studio, ha anche rivisto i precedenti lavori archeologici svolti a Nazareth. Dark ritiene che il suo studio non ha lo scopo di far luce sulla veridicità di Bibbia e Vangeli, ma i risultati potrebbero aiutare a spiegare alcune storie narrate nei libri sacri.


Ad esempio, dai Vangeli si riscontra che, nonostante sia cresciuto a Nazareth, Gesù sia stato scarsamente accolto quando ha visitato la città natale durante il suo ministero. Perfino alcuni membri della sua stessa famiglia non erano contenti di lui. Secondo il Vangelo di Marco, Gesù avrebbe detto: «Nessun profeta è disonorato, se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua» (Marco 6, 4).


Secondo Dark, dunque, l’archeologia di Nazareth, che mostra quanto gli abitanti della città rigettavano fortemente gli oggetti, i valori e le pratiche romani considerati impuri, potrebbe essere in contrasto con alcuni insegnamenti di Gesù il cui messaggio di salvezza, presentato da Gesù, potrebbe essere stato non compreso dalla popolazione locale che avrebbe cercato di creare una barriera culturale tra loro e i romani, non considerando gli insegnamenti del Cristo vicino alle proprie percezioni di ciò che era puro e impuro.


Le ricerche archeologiche interpretate da Dark confermerebbero, quindi, che a Nazareth fosse praticata un’interpretazione rigorosa della purezza. Una purezza da difendere dal paganesimo imperante e i riscontri archeologici dell’ultimo secolo che dimostrano l’esistenza di strutture domestiche, strutture di deposito e nascondigli nel centro di Nazareth risalenti al periodo romano, confermerebbero questa ipotesi!

fonte:
https://www.danielemancini-archeologia.it/scavi-archeologici-a-nazareth-potrebbero-avere-riscontri-evangelici/?fbclid=IwAR13zs7rnWETSOMoGqL3Matr2suVkdUUpabMtuCHljMAubAugAPgdoIzEcg


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5/12/2021 4:26 PM
 
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MAR ROSSO: ARCHEOLOGI–SUB SCOPRONO I RESTI DELL’ESERCITO EGIZIANO DELL’ESODO BIBLICO






Il Ministero per le Antichità egiziano ha annunciato in questi giorni che un team di archeologi subacquei ha scoperto ciò che rimane di un grande esercito egiziano del 14 ° secolo aC, nella parte inferiore del Golfo di Suez, a 1,5 km al largo dalla città di Ras Gharib. Il team era alla ricerca di resti di navi e manufatti antichi legati alla pietra ed al commercio del bronzo nella zona del Mar Rosso, quando sono incappati in una gigantesca massa di ossa umane, seminascoste dall’oscurità e dalla vegetazione marina cresciuta per la grande età dei reperti.


 


Gli scienziati, coadiuvati dal professor Abdel Muhammad Badia della Facoltà di Archeologia dell’Università del Cairo, hanno già recuperato un totale di più di 400 scheletri diversi, così come centinaia di armi e pezzi di armatura ed i resti di due carri da guerra, il tutto sparso su una superficie di circa 200 metri quadrati. Si stima che più di 5000 altri corpi potrebbero essere dispersi su un’area più vasta, il che suggerisce che un esercito di grandi dimensioni ha trovato la sua fine in questo sito.


Tra i ritrovamenti anche armi di materiali e lavorazioni pregiate, sicuramente quindi appartenute a personaggi importanti, nonché i resti di un carro da guerra riccamente decorato, aspetto che ne riconduce l’appartenenza ad un principe o ad un nobile.


Molti indizi presenti sul sito hanno portato il professor Badia ed il suo team a concludere che i corpi potrebbero essere collegati al famoso episodio dell’Esodo dall’Egitto: anzitutto, gli antichi soldati sembrano essere morti all’asciutto, poiché nessuna traccia di imbarcazioni o navi è stata trovata nella zona, inoltre, la posizione dei corpi ed il fatto che siano stati trovati bloccati in grosse masse di argilla e roccia, suggerisce che sarebbero potuti morire a causa di una colata di fango o di un maremoto.


 


Il numero di ferite e fratture sui corpi indica inoltre che l’antico esercito perì su questo sito in modo drammatico e brutale, corroborando così la versione biblica della traversata del Mar Rosso, secondo cui l’esercito del faraone egiziano venne travolto dal ritorno delle acque che Mosè separò. Rimane comunque un dato di fatto certo: questa nuova scoperta indica che un esercito egiziano di grandi dimensioni è stato distrutto dalle acque del Mar Rosso durante il regno del re Akhenaton.


Sub al lavoro tra i repertiPer secoli, il famoso racconto biblico della traversata del Mar Rosso è stato interpretato dagli studiosi e dagli storici più come simbolico che storico, ma questa sorprendente scoperta obbliga quantomeno a considerare l’ipotesi che uno dei più famosi episodi del Vecchio Testamento sia, in effetti, basato su un evento storico.


Le operazioni di ricerca ovviamente continueranno nei prossimi anni, come il professor Badia e il suo team hanno già annunciato, con il desiderio di recuperare il resto dei corpi e dei manufatti da un sito subacqueo che già si è dimostrato come il più ricco ed interessante degli ultimi decenni.

fonte http://www.lanotizia2.it/mar-rosso-archeologi-sub-scoprono-i-resti-dellesercito-egiziano-dellesodo-biblico/


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6/4/2021 5:20 PM
 
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Uno dei più antichi e importanti autori greci che citi gli Ebrei è Teofrasto,
che, pur criticandone gli olocausti animali, li presenta favorevolmente come
“una stirpe di filosofi”6 , osservatori delle stelle e dediti al culto divino con le
preghiere, senza per altro fare alcun cenno di Mosè. Contemporaneo di Teofrasto è il primo storico che trattò ampiamente degli Ebrei, vale a dire Ecateo di Abdera. Questi all’epoca di Tolomeo I, di cui fu forse alla corte, visitòl’Egitto e compose una Storia dell’Egitto dove descrisse la cultura, la storia el’organizzazione politica dell’Egitto con toni encomiastici in linea con la
tradizionale ammirazione greca. Nella sua opera, che costituì una fonte primaria per gli storici successivi e che a noi è nota attraverso gli estratti che ne fece Diodoro Siculo (I a.C.), egli trattò degli Ebrei come popolo espulso dall’Egitto e che dall’Egitto avrebbe derivato molte sue istituzioni.
Ecateo,
che utilizza una fonte orale favorevole agli Ebrei7 , ne conosce il monoteismo e il rifiuto della rappresentazione antropomorfica della divinità ed esprime stima per Mosè, uomo saggio e valoroso, alla cui opera legislativa è ricondotta l’organizzazione sociale, religiosa e militare degli Ebrei. Già in questo testo troviamo due motivi che entreranno a far parte fissa dell’armamentario
antisemita, cioè il rifiuto di contatti con altri popoli (apanthropía) e l’avversione per gli stranieri (misoxenía) da parte degli Ebrei, caratteristiche che però lo storico più che rimproverare giustifica, collegandole alla loro dura esperienza di esiliati8 . Da notare che Ecateo ‘cita’ la fine della Torà9 , che attribuisce a Mosè secondo una tradizione ebraica che sarà ripresa dal Nuovo
Testamento e poi dai cristiani10; di contro invece alla tradizione biblica attribuisce a Mosè la colonizzazione della Giudea e la costruzione di Gerusalemme.

------------------------------------------------
NOTE

6 Theophr. De pietate fr. 584A, p. 422 Fortenbaugh (citato da Porph. De abstin. 2.26; n° 4
Stern) filovsofoi to; gevno" o[nte". Su Teofrasto e la sua posizione cf. Gabba 1989 614-620,
Bar-Kochva 2010, 15-39, con le riserve di J. Wyrick in “Bryn Mawr Classical Review”
2011.03.51 e la replica di Bar-Kochva nel numero 2011.06.29 della stessa rivista. Bar-Kochva
intende zwoqutei'n con cui Teofrasto indica il sacrificio fatto dagli Ebrei, col valore di ‘sacrificare bruciando animali ancora vivi’, verbo e significato altrimenti non attestati, col rischio
oltretutto, se si vuole evidenziare nel composto non l’animale (zw'/on) ma l’essere vivo (zwov"),
di rendere il verbo così ambiguo da poter indicare sacrifici di esseri viventi e quindi anche
umani; il passo teofrasteo mi pare voglia dire invece che “noi Greci di oggi, abituati a sacrificare per mangiare e godere delle carni, ci asterremmo (ajpostaivhmen a[n) dai sacrifici se dovessimo farlo al modo arcaico ancora in uso presso gli Ebrei (tou'ton to;n trovpon) di un
olocausto senza toccare le carni (ojlokautou'nte" ... ajnhvliskon th;n qusivan)”, come indica
anche la corrispondenza con pavnta (gli animali sacri) de; quvein kai; ajnalou'n del passo di
Manetone che cito a n. 15. Anche un altro discepolo di Aristotele, Clearco di Soli (fr. 7, p. 11,
1 Wehrli citato da Ios. Fl. Contra Apion. 1.179; n° 15 Stern; cf. Konzelmann 1981, 56; Gabba
1989, 620; Bar-Kochva 2010, 40-89) collega gli Ebrei alla sapienza orientale, chiamandoli
“discendenti dei filosofi dell’India” e attribuendo la notizia e un aneddoto ad Aristotele, una
“poetical liberty” come la definisce Jaeger 1938, 130 (= 1960, 173). 7
 Su Ecateo in Diodoro cf. da ultimo Bar-Kochva 1996, aggiornato in Bar-Kochva 2010,
90-135; cf. anche Sforza 2012. Per l’opera Sui Giudei, su cui già Filone di Biblo citato da
Origene Contra Cels. 1.15 espresse dubbi di autenticità e di cui ci sono tramandati frammenti
da Giuseppe Flavio, Contra Ap. 1.183-204 (n° 12 Stern), gli studiosi sono oggi generalmente
concordi sull’origine psedepigrafa in un milieu ellenistico ebraico: cf. Bar-Kochva 1996, 44-
252; Barclay 2007, 338. L’ampio estratto diodoreo riportato da Fozio (vedi sotto, nota 12) è 
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6/4/2021 5:35 PM
 
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MOSE' NELLE TESTIMONIANZE DELLA STORIA

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6/4/2021 5:39 PM
 
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2/27/2022 12:49 PM
 
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Il Libro di Geremia datato vicino agli eventi,
studio conferma tradizione

Storicità biblica e datazione del Libro di Geremia. Lo studio della prof.ssa Mitka R. Golub dell’Università Ebraica di Gerusalemme conferma la datazione da sempre sostenuta dalla tradizione: il testo fu composto vicino agli eventi descritti, tra il VI ed il VII secolo a.C.

Geremia è considerato da ebrei e cristiani uno dei Profeti maggiori ed il suo libro è parte dell’Antico Testamento.

Si tratta di 52 capitoli molto intesi e drammatici, nei quali si narra la vocazione di Geremia e le sue “lamentazioni” in forma di salmi con i quali il profeta denuncia l’idolatria di Israele, la distruzione di Gerusalemme ed il dubbio che Dio abbia abbandonato il suo popolo.

La tradizione ebraico-cristiana ha sempre ritenuto che il Libro di Geremia fosse stato composto tra il 586 e il 538 a.C. , quando effettivamente i babilonesi distrussero Gerusalemme ed il Tempio e molti ebrei rientrarono in Giudea dopo essere stati deportati a seguito all’editto di Ciro il Grande, imperatore persiano. E’ arrivata la conferma da uno studio recente.

Lo studio: nomi confrontati con l’archeologia.

Nel numero estivo di Biblical Archaeology Review (accesso riservato agli abbonati), la prof.ssa Mitka R. Golub dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha voluto verificare se la datazione della tradizione fosse attendibile storicamente.

Ha così confrontato i nomi di persona presenti nel Libro con quelli incisi su materiale archeologico risalente al VII e al VI secolo a.C., il periodo che viene descritto da Geremia. Perché concentrarsi proprio sui nomi? Lo ha spiegato la stessa ricercatrice, sottolineando che gli autori biblici avevano meno probabilità di modificare i nomi personali rispetto agli eventi di importanza teologica, il che rende i nomi personali un buon barometro per la storicità.

I 92 nomi contenuti nel Libro di Geremia sono così stati messi a confronto con i 367 presenti su materiale archeologico dello stesso periodo storico, scoprendo che la distribuzione dei diversi gruppi di nomi biblici era perfettamente allineata.

Allo stesso tempo, si è scoperta una coincidenza anche nella distribuzione del prefisso yhw e del suffisso con il nome personale, mentre è risultata discordante la distribuzione degli elementi giudaici yahwisti (come yhw, yh e yw) all’interno dei nomi personali (sollevando l’ipotesi di un piccolo intervento di un redattore in un secondo momento).

Confermata la tradizione, ma perché è importante?

La studiosa ha quindi potuto concludere che tali somiglianze danno ragione alla tradizione e suggeriscono che il Libro di Geremia fu scritto realmente vicino agli eventi che descrive, quindi tra il VII e VI secolo a.C. E’ probabile che l’autore fosse anche testimone oculare degli eventi.

Ma qual è l’importanza di tali conferme? Lo ha spiegato Werner Keller, celebre autore del best seller La Bibbia aveva ragione:

«Queste scoperte, così sorprendenti, segnano una svolta nello studio della Bibbia. Avvenimenti già considerati in gran parte “pie leggende” assurgono a dignità storica. Molto spesso i risultati concordano fin nei particolari con le relazioni bibliche. Non solo “confermano”, ma anche illuminano le situazioni storiche che sono alla base dell’Antico Testamento e dei Vangeli. La Bibbia non è solo la storia della salvezza, è anche un libro di fatti realmente avvenuti, annotati con precisione addirittura sbalorditiva. Esistono invero correnti teologiche per le quali conta soltanto la parola. Ma come si deve intendere la parola se non la s’inquadra nella sua precisa cornice cronologica, storica e geografica?»1

FONTE UCCR


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4/10/2022 3:43 PM
 
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Una scoperta conferma l’età antica della Bibbia:
si legge il nome di Dio

Un amuleto datato al X secolo potrebbe riscrivere la storia dell’Antico Testamento. Oltre ad essere il primo uso del nome di Dio in Israele (“YHWH”), anticipa di diversi secoli l’alfabetizzazione degli israeliti e quindi conferma l’età antica della Bibbia.
 

Una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni.

Se venisse confermata, si tratterebbe del più antico testo ebraico (contenente il nome di Dio, “YHWH“) e anticiperebbe di molti secoli la datazione dell’Antico Testamento.

«Questo è un testo che si trova una volta ogni 1.000 anni», ha spiegato Gershon Galil, studioso dell’Università di Haifa.

L’annuncio è stato fatto giovedì scorso a Houston (Texas) da parte dell’archeologo Scott Stripling ed il ritrovamento è avvenuto sul monte Ebal, noto dal testo biblico del Deuteronomio (Dt 11,29).

Si tratta di un amuleto a forma di tavoletta di piombo (2x2cm) che è stata datato al 1400 a.C.

Il più antico uso del nome di Dio: “YHWH”

Il sito archeologico era stato aperto 30 anni fa quando venne alla luce un altare circolare che l’archeologo Adam Zertal ritiene costruito dal condottiero biblico Giosuè una volta entrato nella terra d’Israele.

Si tratta infatti di un evento descritto così nella Bibbia: «In quel tempo, Giosuè costruì un altare al Signore, Dio di Israele, sul monte Ebal, secondo quanto aveva ordinato Mosè, servo del Signore, agli Israeliti» (Giosuè 8, 30-35).

Il prof. Galil, già presidente del dipartimento di Storia ebraica all’Università di Haifa, ha affermato che «l’amuleto è stato lasciato intenzionalmente vicino a questo luogo di culto. La mia conclusione è che la storia biblica dell’altare di Giosuè è un fatto storico».

La tavoletta (o amuleto) sarebbe quindi il primo uso attestato del nome di Dio in Terra d’Israele e riporterebbe indietro di diversi secoli l’orologio dell’alfabetizzazione israelita, dimostrando che gli ebrei erano già alfabetizzati quando entrarono in Terra Santa.

La scoperta prova l’alfabetizzazione degli israeliti.

Questo proverebbe, di conseguenza, che i loro profeti avrebbero potuto scrivere la Bibbia.

«Alcuni hanno scritto in modo denigratorio che non sarebbe stato possibile scrivere la Bibbia in un’età così antica perché non c’era una scrittura alfabetica», ha detto Stripling. «Con la scoperta di questo amuleto non si può più sostenere che il testo biblico non sia stato scritto fino al periodo persiano o ellenistico».

«Questo ritrovamento cambia anche la cronologia per l’Esodo dall’Egitto ed il successivo ingresso in Israele», ha aggiunto l’archeologo. Gli studiosi, infatti, concordano che questi eventi avvennero durante il XIII secolo a.C. Ma ora si può sostenere che «siano avvenuti precedentemente».

«Il testo coincide con gli eventi biblici».

Secondo la Bibbia, sul monte Ebal vennero invocate alcune maledizioni verso coloro che violarono la legge di Dio, un patto siglato tra gli ebrei i Dio prima di entrare nella terra d’Israele.

Sulla tavoletta, ritrovata grazie a scansioni tomografiche, sono emerse proprio alcune di queste maledizioni.

«Non si tratta di un’iscrizione antecedente alla Bibbia», ha dichiarato l’archeologo Stripling. «Crediamo che coincida con gli eventi biblici, c’è verosimiglianza e coerenza tra ciò che si legge nel testo biblico e ciò che abbiamo scoperto. Se il testo dicesse il vero, questo è ciò che ci aspetteremmo di trovare e, in effetti, è ciò che abbiamo trovato».

Occorre avvertire però che i ricercatori non hanno ancora pubblicato la scoperta su una rivista accademica sottoposta a revisione paritaria.

Tuttavia, l’Associates for Biblical Research afferma che un articolo accademico verrà pubblicato entro la fine dell’anno e sarà firmato da Stripling, Galil, Ivana Kumpova, Jaroslav Valach, Pieter Gert van der Veen, Daniel Vavrik e Michal Vopalensky.

fonte UCCR


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6/4/2022 10:29 AM
 
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L’Esodo biblico degli ebrei, conferme dall’archeologia




Il più importante archeologo austriaco, Manfred Bietak, riconosce sul Biblical Archaeology Review la storicità del racconto biblico sulla fuga degli ebrei dall’Egitto. Ecco riassunti gli argomenti a favore dell’Esodo biblico.


 
 
 

L’Esodo biblico, realtà o finzione?

Recentemente abbiamo analizzato le origini della Pasqua cristiana, smentendo il legame con il paganesimo e affermando invece un forte legame con la Peasch ebraica.

Questa festa, infatti, celebrava l’Esodo, la fuga degli ebrei dall’Egitto, dov’erano sottoposti alla schiavitù, verso la Palestina e sotto la guida di Mosè.

Da più parti si sostiene tuttavia che l’Esodo sarebbe un racconto leggendario e mitologico, mai provato dall’archeologia.

Pur avendo più volte sostenuto la necessità di interpretazione dell’Antico Testamento, senza ritenerlo un libro di storia o di scienza, abbiamo anche sottolineato che ciò non esclude tratti di storicità.

 

 

L’Esodo biblico e le prove storiche: nessuna leggenda.

 

Sul numero di maggio/giugno 2016 della rivista Biblical Archaeology Review è apparsa infatti una dettagliata analisi delle prove a favore della storicità dell’esodo biblico, firmata dal più importante archeologo austriaco Manfred Bietak, professore emerito di Egittologia all’Università di Vienna e fondatore dell’Austrian Archaeological Institute.

Esaminando testi egizi, manufatti e siti archeologici, Bietak conclude sostenendo che il testo biblico riporta eventi storicamente accurati risalenti al XIII secolo a.C.

Un primo esempio sono i nomi di tre luoghi che compaiono nel Libro dell’Esodo, i quali corrispondono precisamente ai toponimi egizi del periodo Ramesside (XIII-XI secolo a.C.).

Si tratta di Pithom, Ramses e Yam Suph corrispondenti ai toponimi egizi Pi-Ramesse, Pi-Atum e (Pa-)Tjuf, i quali compaiono nel periodo Ramesside e cessarono di essere utilizzati all’inizio del Terzo periodo intermedio dell’Egitto (iniziato nel 1085 a.C.).

Questi luoghi specifici registrati nel testo biblico dimostrano che la memoria dei profeti, autori dei brani, è anteriore al Terzo Periodo Intermedio, supportando l’avvenimento dell’Esodo nel XIII secolo a.C. durante il periodo Ramesside (come d’altra parte sostiene gran parte degli studiosi biblici).

Una seconda prova archeologica citata nell’articolo è relativa alle scoperte avvenute a Tebe.

Negli anni ’30, in occasione dello scavo del tempio funerario degli ultimi faraoni della XVIII dinastia egizia (Aya e Horemheb) da parte degli archeologi dell’Università di Chicago, venne alla luce una casa (e parte di un’altra) appartenente agli operai che avevano l’incarico di demolire il tempio su ordine del faraone Horemheb (morto nel 1292 a.C.).

La pianta della casa è caratteristica delle abitazioni israelite durante l’età del ferro pur essendo costruita in canniccio e fango. Risulta significativo che questa casa sia stata costruita in Egitto nello stesso periodo in cui gli israeliti stavano costruendo case simili in Cananea e le forti somiglianze inducono a ipotizzare che i costruttori della casa tebana fossero o proto-israeliti o un gruppo strettamente imparentato con gli israeliti.

Una terza prova a favore dell’Esodo biblico è l’Onomasticon Amenope, un elenco di parole classificate del Terzo Periodo Intermedio dell’Egitto.

Scritto in ieratico, il papiro include il toponimo semitico b-r-k.t, che si riferisce ai laghi di Pithom.

Ciò dimostra che nelle fonti egiziane, al posto del nome egiziano originale, veniva usato un nome semitico inducendo a considerare che una popolazione di lingua semitica abbia vissuto nella regione abbastanza a lungo per far sì che i loro termini soppiantassero gli originali.

Un quarto argomento convincente dell’Esodo deriva dalla stessa analisi del testo biblico in cui si parla della storia della schiavitù. È probabile che una storia di schiavitù sia vera.

L’archeologo Manfred Bietak scrive, infatti:

«La trama dell’Esodo, di un popolo in fuga da un’umiliante schiavitù, suggerisce elementi storicamente credibili. Normalmente, sono solo le storie di gloria e di vittoria che vengono conservate nelle narrazioni da una generazione all’altra. È probabile che una storia di schiavi contenga elementi di verità».


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7/11/2022 3:19 PM
 
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Il diluvio biblico trova conferma archeologica
tempo di lettura previsto 17 min. circa
Alla fine degli anni ´80 ed all´inizio dei ´90, il Dr. Walter Pitman, professore aggiunto di geologia alla Columbia University ed il Dr. Bill Ryan, scienziato anziano all´Osservatorio Terrestre di Lamont-Doherty, stavano lavorando ad un´emozionante nuova scoperta relativa ad un ben noto evento del passato � il Diluvio Universale. Il gruppo di ricerca aveva esaminato il racconto del diluvio riportato nell´epopea Sumera di Gilgamesh e determinato che esisteva, nei fatti, una spiegazione plausibile agli antichi racconti. Basandosi sui loro studi e su indicazioni fornite dagli studiosi dell´epica di Gilgamesh, avevano determinato che un´inondazione di tale portata si sarebbe potuta verificare ancora prima di quanto indicato nei racconti, e perfino prima del famoso diluvio di Ur (5000 a.C.). Sulla base delle datazioni al radiocarbonio delle conchiglie di un fronte sabbioso sommerso, erano infatti giunti alla conclusione che tali eventi si fossero verificati attorno al 7000 a.C., e pertanto che l´epica di Gilgamesh potesse essere stata derivata dalle storie di questo remoto evento. Questo avrebbe significato che esso si verificò non appena le lastre di ghiaccio dell´ultima era glaciale iniziarono a ritrarsi, ed il livello globale del mare iniziò a risalire.



Continuando su questa logica e basandosi sul racconto di Gilgamesh, determinarono che quel che avevano letto, altro non era che la descrizione offerta da un popolo primitivo di un evento verosimile, che fu adattato dai Sumeri e volto in forma di racconto mitico.

Ritenevano che gli antichi narratori volessero tramandare la memoria dell´inondazione di una vasta zona di terra che si troverebbe attualmente sotto il livello del mare (un bacino), verificatasi a causa dell´innalzarsi del livello globale della acque. Il risultato del catastrofico evento sarebbe un po´ come se la Death Valley in California e l´Arizona si trovassero improvvisamente al di sotto del livello del Pacifico, e ne subissero l´inondazione, con la conseguenza del formarsi di un nuovo mare che travolgerebbe qualsiasi cosa incontrasse sulla sua strada.

Armati di queste argomentazioni, cominciarono a cercare nell´area circostante il Mediterraneo Orientale un corpo di acque che riuscisse ad attagliarsi ai parametri più affidabili ricavati dallo studio. Il Golfo Persico, il Mar Rosso, ed il Mar Caspio furono scartati. Rimaneva allora il Mar Nero con il suo sbocco nel Mediterraneo, lo stretto del Bosforo.

Sulla base delle più recenti stime sul Diluvio fornite dagli studiosi biblici, il racconto di Gilgamesh ha acquisito grande credibilità, ed si è a lungo creduto che la storia di Noè sia stata presa in prestito in misura non irrilevante proprio dalle leggende Sumere. Ora comunque, elementi tratti da altre culture preistoriche, come anche la prossimità delle colline che circondano il Monte Ararat, portano a favorire il bacino del Mar Nero, e con esso, il racconto di Noè come storia di maggiore antichità.

Con l´emozionante scoperta delle sabbie eoliche (accumulate dal vento) individuate da una videocamera subacquea ad una profondità di 140 (+) piedi, la teoria che il Mar Nero sia stato scenario di un´inondazione catastrofica nel corso della preistoria dell´umanità, ha acquisito credito. La presenza delle dune indicherebbe, infatti, che la teoria potrebbe essere corretta, perché, nonostante gli accumuli di migliaia di anni di sedimenti marini, sono ancora individuabili tracce riconoscibili di strutture terrestri sul fondo del mare. Incoraggiati da questa scoperta, Pitman e Ryan si sono uniti ad un team d´esplorazione marina russa, munita di alcune avanzate tecnologie d´indagine occidentali. Sofisticate apparecchiature di rilevazione sismica hanno segnalato uno strato uniforme di sedimenti marini orizzontali che si sovrappongono bruscamente a strati orientati e molto ben erosi. Un tale orizzonte in geologia e geofisica è indicato con il termine di difformità, che in questo caso individua la transizione da una superficie terrestre esposta all´erosione di pioggia, vento e acqua corrente ad un ambiente marino che si accresce lentamente e gradualmente per stratificazione di sedimenti. Quel che il team ha scoperto è l´incontestabile prova di una recente (in termini di tempi geologici), inondazione del Mar Nero e del Bacino Eusino.

Per riuscire a determinare quando le acque del Mediterraneo si riversarono nel Mar Nero, sono stati estratti campioni sia nel senso della lunghezza che della profondità. Esami dei materiali prelevati subito sopra e subito sotto l´orizzonte discontinuo, hanno confermato le teorie del gruppo. Subito sopra, i sedimenti erano morbidi e contenevano gusci di conchiglie ed organismi marini. Subito sotto, i sedimenti erano duri. L´argilla nei campioni conteneva sabbia soffiata in essa dall´azione del vento. In molta parte del materiale si sono stati trovati resti di piante lignee, erbe, ed altre piante di terra subito sotto l´orizzonte difforme. Questo materiale è stato accuratamente impacchettato e spedito ad un laboratorio per la datazione al radiocarbonio. I risultati di questi test sono sorprendenti, perché la data risultante ha rivelato un´età non di 9000 anni, come il team aveva postulato, ma di 7540 anni. Il fatto che tutti i campioni avessero la stessa età significa che l´evento dell´orizzonte difforme non rappresenta una transizione graduale com´è normale per tutte le difformità, ma indica invece un brusco passaggio (inondazione) nella zona in considerazione. Questo sta anche a significare che un dato sufficientemente attendibile ha finalmente stabilito che uno degli eventi più significativi nella nostra tabella cronologica, come registrato nel libro della Genesi � il Diluvio - accadde realmente, attorno al 5550 a.C.

Il Diluvio Sumero in Gilgamesh

La cultura Sumera era ricca di leggende e miti. Molti dei racconti rinvenuti nei testi antichi non sono lontani da quelli contenuti nel testo biblico. Alcune di questi sono anzi chiaramente paralleli alle storie di Giobbe e di Noè. Le prime leggi che precedettero quelle del Codice di Hammurabi, erano molto simili, se non identiche, a quelle che furono date agli ebrei da Mosè (non i Dieci Comandamenti). Armati dunque della convinzione che la Torah e la sua tribù rimasero in territori sottoposti all´influenza degli Assiri fino ai giorni di Giacobbe, e convinti dagli studiosi biblici che le storie dell´Eden e di Noè fossero di molto posteriori a quelle dei testi sumeri, gli archeologi hanno ritenuto per un lungo periodo che la Bibbia prese più di un prestito dalle leggi e dalle leggende sumere.

Chiunque abbia una rudimentale conoscenza della storia di Noè riconoscerà il parallelismo con il seguente passaggio tratto dall´Epopea di Gilgamesh:

"Cercavo la terra con lo sguardo, ma quattordici leghe distante mi apparve una montagna, e là la mia barca attraccò; la barca arrivò in fretta alla montagna di Nisir, si avvicinò in fretta alla montagna e non si spostò. Un terzo giorno ed un quarto giorno arrivò in fretta alla montagna e non si spostò; un quinto giorno ed un sesto giorno arrivò in fretta alla montagna. Quando anche il settimo giorno trascorse, presi una colomba e la lasciai andare. Volò via, ma non trovando posto ove posarsi, tornò. Quindi presi una rondine. Volò via, ma non trovando luogo ove posarsi, tornò. Presi un corvo, che vide che le acque si stavano ritirando, mangiò, volò intorno, gracchiò, ma non tornò indietro. Quindi lasciai ogni cosa aperta ai quattro venti, feci un sacrificio e versai una libagione sulla cima della montagna."

Questo è un racconto del re sumero Utnapishtim, che regnò nel Shurrapak, 70 miglia a nord di Ur, alla fine del terzo millennio avanti Cristo. Il diluvio descritto durò sei giorni secondo le tavole sumere, ed è stato confermato dagli archeologi. La montagna menzionata è Zagros, ad est tra l´Iran e l´Iraq dei giorni nostri.

Un altro diluvio risulta dalle prove archeologiche in Mesopotamia. In uno scavo ad Ur, sono stati trovati strati e strati di artefatti risalenti all´antica cultura Ubaidian, fino a che gli operai non si sono imbattuti in un livello che conteneva solo sedimenti fluviali. Questo livello si è provato essere spesso 8 piedi, e sotto di esso gli operai hanno iniziato a trovare molti più artefatti. I sedimenti del fiume sono stati interpretati dai ricercatori come prove di un´inondazione che fece probabilmente migliaia di vittime umane nella valle, e che si verificò in un periodo di molto precedente di quello che ha dato origine al racconto dell´Epica di Gilgamesh.

La cultura sumera si sviluppò dagli Ubaidian, o fu originata successivamente da immigranti provenienti da Ubaidian. Questi giunsero nel sud della Mesopotamia in un periodo compreso tra il 5500 a.C. ed il 5000 a.C. In coincidenza con l´arrivo della cultura di Ubaidian, apparve quella che fu, per quei tempi, una tecnologia avanzata. All´interno dei primi strati di Ubaidian, gli archeologi hanno recuperato oggetti di rame battuto, ceramiche e realizzazioni tecniche molto più avanzate di quelle incontrate precedentemente; prove dell´esistenza di moderni metodi di irrigazione, e in un´occasione, quel che rimane di alcuni tessuti finemente intrecciati. Le ceramiche sono notevoli perché implicano un avanzato livello di abilità tecnologica. In aggiunta, vi sono molte prove circostanziali del fatto che questi stessi uomini, o immigranti a loro contemporanei, diffusero la conoscenza della costruzione di imbarcazioni.

Nell´esaminare le prove archeologiche dobbiamo sempre ricordare che i primi dati stabiliti per l´uso di un determinato espediente o principio, sono quelli per i quali gli archeologi dispongono di prove concrete. Il fatto che sia stato trovato ad Ur un modello di ceramica di una barca con le vele, datato attorno al 4000 a.C., non significa che le barche non fossero usate fino ad allora da quella cultura. Significa semplicemente che questa è la più antica prova finora trovata del loro utilizzo. Altre prove potranno sempre essere ritrovate, o potrebbero invece non essersi mantenute nel tempo.

Per il bene dell´argomento noi daremo per assunto che gli Ubaidian arrivarono nel sud della Mesopotamia con la conoscenza di queste tecniche più avanzate, e nuove tecnologie. Da dove provenivano però?

Il meccanismo fisico del Diluvio

Il Mar Nero copre un´area di 162, 280 metri quadrati e raggiunge una profondità massima di 7250 piedi. E´ delimitato ad est dalle montagne del Caucaso e a sud dal Ponto. Non esiste un vero e proprio litorale lungo tutto il suo bacino, anche se la costa ad ovest è la meno ripida, salvo dove si assiste all´incontro tra i corsi dell´Istranca e del Balkan ed il mare. Le montagne di Crimea sono le uniche colline sull´altopiano della costa nord.

Il Bosforo (bahs´-pur-uhs) è uno stretto di limitata estensione tra l´Europa e l´Asia, e collega il Mar Nero ed il Mar di Marmara, che a sua volta è collegato dai Dardanelli all´Egeo, parte del Mar Mediterraneo. Lo stretto ha un´ampiezza massima di 2.3 miglia ed è lungo 19 miglia. E´ facile immaginare quanto facilmente questo angusto canale si sia riempito di sedimenti. Il drenaggio dell´area avveniva probabilmente in senso bilaterale. Alcune aree avrebbero drenato nel Mar di Marmara, ed altre nel Bacino dei Mar Nero.

Gli strati di ghiaccio dell´ultima Era Glaciale si ritirarono lentamente nel corso di migliaia di anni, sollevando il livello dei mari e degli oceani del mondo. Del resto, vi sono ancora centinaia di residui di depositi di ghiaccio nelle valli superiori delle Montagne del Caucaso, le cui fiancate provocano un deflusso in direzione del Mar Nero.

Il Mar Nero si è formato nel corso delle ere geologiche, per separazione dal Bacino del Mare di Tethys, che si formò a sua volta da una divisione del Mediterraneo circa 40 milioni di anni fa. Al giorno d´oggi potrebbe essere diviso in tre zone concentriche di rilievi sottomarini. L´anello più esterno, circa il 25 per cento dell´area, si trova in una zona di acque poco profonde, a circa 100-110 metri. La seconda zona comprende un declivio che conduce alla terza, la profondità centrale. Quest´area centrale è una piana senza forma che copre circa un terzo dell´area totale. Una catena di montagne subacquea giace a largo delle coste della Turchia tra Sinop e Samsun.

La salinità del mare, la cui media è di 22 parti su 1000, è circa la metà di quella degli oceani ed è molto ridotta dove i principali affluenti � il Danubio, Dnestr Bug ed i fiumi del Dnepr entrano nel nordest. Correnti sospinte dal vento corrono in senso orario.

Pittman e Ryan ora postulano un modello secondo il quale il Bacino del Mar Nero una volta era abitato da una popolazione agricola che diede vita a numerosi villaggi. Il Mediterraneo si era innalzato solo pochi millenni di anni prima al punto di stendere uno strato sedimentario su quello che è adesso lo Stretto del Bosforo. In un lungo periodo di tempo, le correnti che confluirono dall´ostruzione verso il Mediterraneo ed il Bacino del Mar Nero, si unirono a creare un condotto per le acque del Mediterraneo verso il molto inferiore Bacino del Mar Nero. Ad un certo punto, proprio come una diga di terra viene a crollare una volta che vi si apre una breccia, così avvenne alla diga naturale nello Stretto del Bosforo. E naturalmente tutto questo fu improvviso e catastrofico. Il dirompere delle acque disperse rapidamente tutta la terra, i sedimenti e le rocce smosse giù dal letto del fiume, per creare quello che si stima sia stata una cataratta la cui portata avrebbe ecceduto di un migliaio di volte la più grande ondata di piena delle Cascate del Niagara. Approssimativamente dodici bilioni (12.000.000.000) di piedi cubici il minuto.

Per sfuggire all´invasione delle acque ci si sarebbe dovuti muovere ad una velocità superiore ad un chilometro al giorno sulle alture, per riuscire a sottrarsi all´annegamento. Pittman e Ryan postulano che il Bacino del Mar Nero fosse il luogo d´origine di una società agricola, presso la quale ebbe luogo la transizione dallo stato di cacciatori-nomadi a quello di agricoltori stanziali. Se questo è corretto, data la topografia ed estensione geografica dell´area, molte migliaia di persone morirono nel disastro. La popolazione dovette lasciarsi indietro tutte le ricchezze e le risorse alimentari, arrampicarsi sulle alture attorno al bacino, per trovare rifugio; e molti si trovarono isolati sulle cime delle colline che avevano scalato quando il livello delle acque nelle valli circostanti cresceva.

Avendo appurato la realtà dell´evento-diluvio, Pittman e Ryan ora tentano di attribuire l´improvvisa comparsa delle tecniche di irrigazione in Anatolia e Mesopotamia agli abitanti sopravvissuti al disastro del Mar Nero, che riuscirono a trovare rifugio altrove. Questa è l´opinione degli autori, comunque molto rimane da completare del loro lavoro originale.

E´ stato stimato che la quantità d´acqua che fu necessaria a riempire il Bacino del Mar Nero, tenuto conto dell´abbassamento degli oceani del mondo, si aggirava attorno ad un piede! In termini di tettonica, l´area circostante è una regione altamente attiva. Crepacci, faglie, e vulcani abbondano dall´Italia fino alle coste dell´Egitto. La crosta Terrestre sotto tutti i maggiori bacini del mondo mostra segni di deformazione dovuti alle enormi masse che essi contengono, alla loro profondità, e alla plasticità della roccia della crosta inferiore. E´ inconcepibile che un´area di 162, 280 miglia quadrate, profonda circa 7.250 piedi possa improvvisamente essere soggetta ad un carico di bilioni di tonnellate di acqua senza che si generino deformazioni della crosta che conducono a significative conseguenze tettoniche. Gli studi dovrebbero pertanto iniziare dall´esame delle deformazioni del modello regionale della crosta sottoposta ad un improvviso ed ingente carico, per determinare le possibili conseguenze reattive.

In più, una cataratta di tale portata potrebbe aver provocato conseguenze disastrose sulle generali condizioni meteorologiche ed ecologiche della regione. L´accresciuta umidità dell´aria, dovuta all´evaporazione della cataratta e della lastra che inondò il bacino asciutto, potrebbe aver prodotto come risultato ultimo, vere e proprie piogge torrenziali in una regione che non aveva sperimentato niente di simile per milioni di anni (quando cioè il Mediterraneo fu esso stesso inondato). E´ del resto interessante notare che gli studi sul Mar Morto evidenziano come l´inondazione del Mar Nero si verificò durante un´età storica piovosa, e poco tempo dopo il tempo nella regione assunse una conformazione del tutto simile a quella attuale.

E´ stato recentemente messo in risalto che basandosi esclusivamente sul tasso di inondazione di 12 milioni di galloni al minuto, sarebbero stati necessari approssimativamente 40 giorni per riempire il bacino. Sarebbe stato naturale per gli abitanti ricercare rifugio sulle terre in alto per tentare di scampare all´inondazione. I rifugiati cercarono salvezza su quella che è ora la catena montuosa del mare, ove si sarebbero sentiti al sicuro dal rombare delle acque di sotto. Sembra alquanto improbabile che anche tali rilievi siano stati sommersi.

Se Pittman e Ryan stanno cercando gli effetti della migrazione degli abitanti del Bacino del Mar Nero in conseguenza al diluvio, perché non esaminare altre possibilità? Pur considerando le istruzioni date da Dio, è improbabile che, una popolazione non familiare con le acque aperte potesse avere l´esperienza ingegneristica sufficiente per costruire una nave delle dimensioni dell´Arca.

La storia dell´Arca di Noè è stata a lungo considerata dalla comunità scientifica come una favola presa in prestito dai miti Sumeri dagli autori della Genesi, e quindi, a sua volta, un mito. Alcuni delle più grandi scoperte archeologiche, comunque, incluse quelle di Pittman e Ryan, hanno tratto spunto proprio da quelli che erano una volta considerati miti. Questi includono, (ma non sono limitati a) le storie di: Troia, Sodoma e Gomorra, Gerico e naturalmente quella di Pittman e Ryan. Nella Genesi si legge:

"10, 1 Questa è la discendenza dei figli di Noè: Sem, Cam e Iafet, ai quali nacquero dei figli, dopo il diluvio.

10, 2 I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras.10, 3 I figli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma.10, 4 I figli di Iavan: Elisa, Tarsis, quelli di Cipro e quelli di Rodi. 10, 5 Da costoro si suddivisero le popolazioni delle isole delle genti. Questi furono i figli di Iafet nei loro territori, ciascuno secondo la sua lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro diverse nazioni."

Notiamo che il passaggio recita "isole" e non "terre". Potrebbe allora darsi che la tribù di Noè includesse alcuni navigatori già prima del diluvio? E se così non fosse, come avrebbero potuto avere la sufficiente abilità per costruire l´Arca? Ci sono prove che esistessero rotte commerciali tra le città dell´Anatolia e altre città lungo le coste del Mediterraneo. Potrebbero queste città essere stati avamposti di una più grande civiltà situata in qualche regione del Bacino del Mar Nero? Lo studioso della Bibbia Michael Sanders ha recentemente rilevato che l´insediamento delle prime città sumere nella pianura a nord del Tigri e dell´Eufrate avvenne poco tempo dopo la data dell´Inondazione del Mar Nero. Sembra ovvio che una causa ed un effetto possano essere rintracciati in questo disegno.

Potrebbe provarsi saggio riconsiderare molta parte della Genesi come fonte di informazioni riguardanti le origini, l´ambiente, la geografia e la tecnologia delle civiltà del tardo Paleolitico e dell´inizio dell´Età del Bronzo, alla luce dell´importanza che i cronachisti del racconto hanno posto su di essa. Attraverso le registrazioni orali, si credeva di poter stabilire la legittimazione della terra e della proprietà, e queste, a loro volta, venivano cronologicamente fissate nella memoria mediante la loro associazione con i maggiori eventi del passato, come un diluvio, un´invasione, una guerra o il regno di un capitano o di un re. Attraverso questi racconti, i discendenti di un particolare patriarca potevano legittimare la sua posizione di leader di una tribù, lasciando prova dell´autorità di questo potere in antichi trattati e accordi.

La più antica storia egiziana è stata registrata esattamente nello stesso modo, mediante dati collegati ai maggiori eventi. I documenti egizi contengono annotazioni riguardanti le loro conoscenze in materia di ingegneria, medicina, agricoltura, astronomia, maree, inondazioni, eclissi solari e lunari, etnologia e relativi alle loro conquiste.

I popoli nomadi preferivano invece la tecnica di trasmissione orale, in mancanza di un luogo stabile al quale affidare la loro storia e tecnologia. In questo contesto, sarebbe stata giustificata l´assunzione di precauzioni per assicurare l´accuratezza dei racconti, come ad esempio, l´adozione della forma litanica. Ma mentre gli egiziani avevano un metodo per registrare importanti informazioni relative alla sopravvivenza e ad al benessere della nazione, gli ebrei non adottarono un metodo scritto per registrare gli eventi fondamentali, fino al 1000 d.C. Una forma litanica di registrazione sembrava apparentemente sufficiente fino ad allora. Se intendiamo dare credito all´accuratezza del racconto della Genesi, dobbiamo allora considerare le sue informazioni come derivate da fonti preesistenti, tra le quali alcune di tradizione orale.

Questo per dire che le narrazioni dovevano essere per la maggior parte letterali nell´intendimento dei cronachisti, e pertanto si sarebbero prestate alle singolari, seppur agevolmente identificabili, discrepanze dovute ad interpretazione erronee in caso della perdita di dati. Se questo fosse il caso, potremmo prontamente accettare molte di queste informazioni, e sottoporle ad attente speculazioni.

E tali speculazioni, inizialmente considerate fantasiose, solleverebbero probabilmente alcuni problemi interessanti che meritano adeguate investigazioni.

Riferimenti

L´Epica di Gilgamesh, N.K. Saunders

William B. F. Ryan et al, "An Abrupt Drowning of the Black Sea Shelf, " Marine Geology, 138(1997), 119-

126, p.124
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8/20/2022 8:02 PM
 
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Ritrovato il sito della casa degli apostoli Pietro e Andrea?




 
Un mosaico ritrovato a El-Araj farebbe parte della basilica tardoantica costruita sull'abitazione dell'apostolo. Questo consentirebbe di confermare la vera posizione della città di Betsaida
Il mosaico con l'iscrizione greca che attesterebbe il luogo della casa di Pietro a Betsaida

Il mosaico con l'iscrizione greca che attesterebbe il luogo della casa di Pietro

 


È stata ritrovata la città di Betsaida, dove, secondo il vangelo di Giovanni, nacquero gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo? Gli archeologi del Kinneret College (Galilea, Israele) e del Nyack College (New York, USA) ne sono convinti, dopo avere ritrovato un'iscrizione a mosaico databile al VI secolo nel sito di El-Araj, nel nord d'Israele.

IIl medaglione con un'iscrizione greca, scoperto dai ricercatori durante gli scavi di una basilica bizantina, fa riferimento al donatore "Costantino, servo di Cristo" e prosegue con una petizione a san Pietro "capo e comandante degli apostoli celesti". Questo mosaico si aggiunge a una lunga lista di altri reperti del sito, che secondo l'équipe fornisce la prova definitiva che il sito sarebbe effettivamente la città di Betsaida, citata nei Vangeli, a nord del Lago di Tiberiade.

Il medaglione è statao trovato scavando a pochi metri dalla riva settentrionale del Mar di Galilea, ad El-Araj, riferisce il notiziario online della Biblical Archaeology Society. Non è la prima iscrizione a mosaico che il team, guidato dai professori Mordechai Aviam e Steven Notley, ha scoperto nella basilica bizantina. Tuttavia, potrebbe essere la più importante. L'iscrizione fa parte di un più ampio pavimento a mosaico nel diaconion della chiesa (una sorta di sacrestia), in parte decorato con motivi floreali.

Secondo Notley, "questa scoperta è il nostro più forte indicatore del fatto che Pietro era particolarmente associato con la basilica, che probabilmente era dedicata a lui, poiché la tradizione cristiana bizantina identificava abitualmente la casa di Pietro a Betsaida, e non a Cafarnao come accade oggi".

Questa identificazione è supportata da molti diari di viaggio di epoca bizantina, tra cui quello dell'VIII secolo di Willibald, vescovo di Eichstätt, che si fermò a Betsaida per visitare la chiesa degli Apostoli, costruita sopra la casa di Pietro e del fratello Andrea. "Ora possiamo dire con certezza che questa è la chiesa visitata da Willibald, che per lui è Betsaida, quindi lo è anche per noi", ha detto Aviam. Allo stesso modo, in precedenti interviste, Notley aveva affermato: "Non ci sono altre chiese nelle vicinanze menzionate dai visitatori bizantini in Terra Santa, e non c'è motivo di dubitare che questa sia la chiesa degli Apostoli".

Tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 una equipe archeologica aveva individuato nella vicina Et-Tell sia il luogo della biblica Betsaida. Il team che sta scavando a El-Araj ritiene che la scoperta della basilica bizantina e dei reperti ad essa associati spinga la bilancia delle prove decisamente nella loro direzione. Il team archeologico e i traduttori dell'iscrizione, Leah Di Segni e Yaakov Ashkenazi, pubblicheranno a breve un articolo scientifico sul mosaico.

Betsaida è citata più volta nel Nuovo Testamento. Il Vangelo di Marco narra il miracolo della guarigione di un cieco, il Vangelo di Luca colloca nelle sue vicinanze il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel Vangelo di Matteo Gesù rimprovera Betsaida poiché non s'è convertita nonostante abbia assistito a numerosi miracoli.

"Uno degli obiettivi di questo scavo - ha spiegato Aviam, direttore archeologico dello scavo - era quello di verificare se nel sito fosse presente uno strato del I secolo, che ci permettesse di suggerire un candidato migliore per l'identificazione della Betsaida biblica. Non solo abbiamo trovato resti significativi di questo periodo, ma abbiamo anche trovato questa importante chiesa e il monastero che la circondava". I resti romani che sono stati scavati confermano la testimonianza di Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche 18:28) secondo cui il villaggio divenne una piccola polis chiamata Julias (Giulia). La città sarebbe stata distrutta da un terremoto nell’anno 749 mentre l'arrivo dell'islam nella regione ne avrebbe accelerato la decadenza.

Gli scavi riprenderanno in ottobre, quando sarà completata la pulizia dell'intera chiesa con l'obiettivo di rispondere alla domanda sulle sue diverse fasi e forse di scoprire ulteriori iscrizioni

Il sito di el Araj/Beit haBek si trova nella riserva naturale di Beteiha. Il progetto di scavo di El Araj è un progetto congiunto del Kinneret Institute for Galilee Archeology del Kinneret College e del Nyack College. Lo scavo è sostenuto dal Center for the Study of Ancient Judaism and Christian Origins (CSAJCO), dal Museum of the Bible, dalla Lanier Theological Library Foundation e dalla HaDavar Yeshiva (HK).


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2/25/2023 5:40 PM
 
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Archeologia: scoperta la prova dell’esistenza della città biblica di Betlemme




Nel 2009 archeologi israeliani dell’Autorità per le Antichità di Israele hanno rinvenuto a Nazareth i resti di una piccola casa ad uso privato, databili al periodo in cui visse Gesù. Questa abitazione sorge di fronte alla Basilica dell’Annunciazione (luogo in l’angelo Gabriele annunciò alla Madonna che avrebbe dato alla luce il figlio di Dio), costruita nel 1969 sopra i resti di tre chiese precedenti, la più antica delle quali risale al periodo bizantino (IV secolo).


Yardenna Alexandre, responsabile di questi scavi archeologici, disse: «Secondo le rare fonti scritte esistenti (tra cui anche i Vangeli), sappiamo che nel primo secolo della nostra era Nazareth era un piccolo villaggio ebraico, situato in una valle. Finora era stato trovato anche un certo numero di tombe dell’epoca di Gesù, ma non si era mai scoperto alcun resto che potesse essere attribuito a questo periodo». La scoperta portò con sé una domanda: perché i primi cristiani hanno conservato questa casa, mentre non si sono curati delle case attorno ad essa? Resta il fatto, comunque, che venne dimostrato che Nazareth non solo esisteva al tempo di Gesù, ma era anche abitata.


In queste ore un’altra notizia ha fatto il giro del mondo: è stato infatti rinvenuto a Gerusalemme un sigillo che riporta la più antica menzione di Betlemme mai trovata, risalente a 2700 annni fa, nel periodo del periodo del I° tempio (1006 – 586 aC.  a.C.). Betlemme è stato il luogo di nascita di Gesù. «La Bibbia parla di Betlemme, ora vi è la prova che questa città allora esisteva, e si dimostra che era una città del Regno di Giuda, e forse anche esistente in periodi precedenti», ha dichiarato Eli Shukron, archeologo dell’Autorità israeliaina per le antichità.


La scoperta è significativa perché è la prima volta che il nome “Betlemme” appare al di fuori di un testo biblico (dove è citato 41 volte). Il sigillo è stato probabilmente utilizzato per marcare documenti di amministrazione fiscale, inviati poi a Gerusalemme, sede del potere di allora. E’ stato scoperto diversi mesi fa, dicono gli archeologi, ma ci è voluto del tempo per confermarne l’identità. Questa è la prima prova extrabiblica dell’esistenza della città di Betlemme al tempo di Gesù.

fonte UCCR


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