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L'ARCHEOLOGIA CONFERMA LA BIBBIA (testi)

Last Update: 9/3/2019 5:46 PM
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10/2/2018 5:53 PM
 
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Copia della stele di Mesha, re di Moab, nel museo di Al-Kerak, rinvenuta nel 1868
 


 



Traduzione della stele in basalto nero di Mesha, re di Moab

Sono Mesha, figlio di Kemoshyat, re di Moab, il Dibonita. Mio padre regnò su Moab per trent'anni e io regnai dopo mio padre. Io feci quest'altura per Kemosh in Qeriho, altura (?) di salvezza, poiché egli mi salva da tutti gli assalti e mi fa trionfare su tutti i miei avversari. Omri era re d'Israele e oppresse Moab per molti giorni poiché Kemosh era in collera contro il suo paese. Gli successe suo figlio che disse: "Opprimerò Moab". Al mio tempo egli aveva parlato così, ma io trionfai su di lui e sulla sua casa. E Israele fu rovinato per sempre. Ora Omri aveva preso possesso di tutto il paese di Madeba e vi aveva abitato durante i suoi giorni e la metà dei giorni dei suoi figli, quarant'anni. Ma, al mio tempo, Kemosh l'ha restituito. E io ho costruito Baal Meon, facendovi il deposito, e ho costruito Qiryaton. La gente di Gad aveva abitato nel paese di Atarot da sempre e il re d'Israele aveva costruito Atarot per sé. Io combattei contro la città e la presi. Uccisi tutto il popolo...; la città fu offerta in sacrificio per Kemosh e per Moab. Di là m'impadronii dell'altare del suo Prediletto (?) e lo trascinai davanti a Kemosh a Qeriyot. Vi feci abitare la gente di Saron e la gente di Maharot...
Kemosh mi disse: "Và, prendi Nebo da Israele": Andai di notte e combattei contro di essa dallo spuntare dell'aurora fino a mezzogiorno. La presi e ammazzai tutti, settemila uomini con stranieri, donne, straniere e concubine, infatti li avevo votati all'anatema per Ashtar-Kemosh. Presi da lì i vasi (?) di Yahvé e li portai davanti a Kemosh. Il re d'Israele aveva costruito Yahaz e vi dimorava mentre mi faceva guerra, ma Kemosh lo cacciò davanti a me. Presi da Moab duecento uomini, tutta la sua élite; li guidai contro Yahaz e la presi per annetterla a Dibon. Fui io a costruire Qeriho: il muro del parco e il muro dell'acropoli. Io ho costruito le sue porte, io ho costruito le sue torri; io ho costruito la casa del re; io feci le due vasche per l'acqua in mezzo alla città. Non c'era cisterna in mezzo alla città a Qeriho e io dissi a tutto il popolo: "Costruitevi ciascuno una cisterna nella vostra casa": Io feci scavare le fosse (?) per Qeriho dai prigionieri d'Israele.
Io ho costruito Aroer e ho fatto la strada dell'Arnon. Io ho costruito Bet-Bamoth poiché era stata distrutta. Io ho costruito Bezer poiché era in rovina, con cinquanta uomini di Dibon, essendo tutti gli uomini di Dibon miei sudditi. Ho regnato con capi di centinaia nelle città che avevo annesso al paese. Io ho costruito... Madeba, Bet-Diblathon e Bet-Baal-Maon e vi ho stabilito i... del bestiame piccolo del paese. E Horonan dove abitava... E Kamosh mi disse: "Scendi e combatti contro Horonan": Io sono disceso... e Kemosh l'ha restituita durante i miei giorni...

L'iscrizione ci da la versione moabita dei combattimenti descritti, nella versione ebraica in 2 Re 3, 6-27.





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11/30/2018 11:27 AM
 
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L'ANELLO DI PILATO

Il nome Pilato è stato decifrato su un anello di bronzo ritrovato in scavi effettuati circa 50 anni fa nel complesso archeologico dell'Herodion vicino Betlemme in Cisgiordania.
La decifrazione del nome - subito legato a quello del governatore romano che secondo il Vangelo guidò il processo a Gesù e ne ordinò la crocefissione - è stata resa possibile da un'accurata pulizia dell'oggetto e dopo che l'iscrizione è stata fotografata con una speciale macchina messa a disposizione dei laboratori delle Antichità israeliane.
Sull'anello è stata scoperta l'effigie di un un vaso di vino sovrastata da una scritta in greco tradotto con Pilato. "Quel nome - ha detto il professor Danny Schwartz, citato da Haaretz - era raro nell'Israele di quei tempi. Non conosco nessun altro Pilato di quel periodo e l'anello mostra che era una persona di rango e benestante".



[Edited by Credente. 11/30/2018 11:34 AM]
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9/3/2019 5:42 PM
 
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LA STORICITÀ DI GESÙ NEI DOCUMENTI ARCHEOLOGICI


di Pier Luigi Guiducci, docente di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. 1 novembre 2015

Sono numerose le tracce e i ritrovamenti che conducono, in modo diretto o indiretto, alla persona di Gesù di Nazareth. Focalizzarne meglio i riferimenti storici espliciti diventa, allora, una conseguenza logica.

Per un lungo periodo di tempo la storicità di Cristo è stata oggetto di un ampio dibattito. Sul piano ufficiale, il tema del confronto ha sempre avuto al centro Gesù di Nazareth. Però, dietro a molti rilievi inerenti la sua reale presenza nella Palestina del I secolo, sono emerse anche delle spinte legate a dottrine di pensiero diverse, influsso di correnti gnostiche, posizioni di religioni non cristiane, orientamenti politici avversi all’autorità ecclesiastica cattolica (nelle sue diverse espressioni), risentimenti legati a conflitti di potere, personalismi sottesi a dure polemiche. Sono poi da aggiungere le molte distruzioni del patrimonio cristiano (edifici di culto, monasteri, biblioteche, opere iconografiche) in diversi Paesi, già dal I secolo.
Questo contesto storico, qui solo accennato, non ha facilitato la comprensione delle reciproche ragioni, e non ha permesso di effettuare ricerche in zone di elevato interesse archeologico, e in determinati luoghi di conservazione di reperti di notevole valore storico. Con il mutare di molti contesti internazionali, e con lo sviluppo di indagini moderne impostate con metodo interdisciplinare (con valorizzazione della stessa archeologia), è stato possibile recuperare molto tempo perduto, e far conoscere alla comunità internazionale i risultati di faticose ricerche.[1] Il presente studio, senza alcuna presunzione di esaustività, cerca di focalizzare l’attuale stato della ricerca, e rivolge una particolare attenzione ad alcune fonti non cristiane e ai contributi offerti da specialisti anche non cattolici.

Ritrovamenti archeologici: 1857

 
Il graffito rinvenuto sul Palatino

Nel 1857 venne trovata sul colle Palatino (Roma) un’insolita rappresentazione figurativa. Si trattava di un graffito con la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino. Ai suoi piedi, un altro uomo in atto di adorazione. Sul reperto si legge la scritta: “Alexamenoj sebete theon” (“Alessameno venera [il suo] dio”).[2] La raffigurazione proviene dal Paedagogium, un edificio che ospitava coloro che dovevano svolgere compiti di assistenza all’imperatore. Tali persone provenivano, verosimilmente, da classi sociali medio-alte. La struttura venne eretta negli anni di Domiziano (Tito Flavio; 81-96 d.C.), ma il graffito è ritenuto di età severiana (200 d.C. circa).[3] Il fatto di rappresentare Cristo Crocifisso con una “testa d’asino” conduce a ritenere di essere in presenza di un’espressione ingiuriosa, abituale in quel periodo. Configurandosi una bestemmia, diversi autori non utilizzarono questo reperto tra le fonti non cristiane che si riferiscono a Gesù.[4]

Ritrovamenti archeologici: 1941-1990

Nel 1941, nella valle del Cedron (Gerusalemme), il professor Eleazar Lipa Sukenik (1889- 1953)[5] ritrovò un ossario del I secolo d.C.[6] Conteneva le spoglie di una famiglia originaria di Cirene. Fu individuato, in particolare, il nome di “Alessandro di Cirene, figlio di Simone”. Tenuto conto del fatto che Cirene è una località molto distante da Gerusalemme, e che Alessandro era un nome relativamente poco diffuso nella comunità ebraica del tempo, gli studiosi ritennero plausibile l’ipotesi che l’ossario racchiudeva i resti della famiglia di Simone il Cireneo, che il Vangelo di Marco identifica appunto come il “padre di Alessandro e Rufo”.[7]
Trascorsero una quindicina di anni. Nel periodo intercorrente tra il 1955 e il 1962, un francescano, il padre Bellarmino Bagatti (1905-1990), scoprì a Nazareth tre diversi graffiti dove si leggono chiaramente invocazioni in greco alla Vergine Maria, la madre di Gesù.[8]
Nel 1961 venne ritrovata una lapide (82×65 cm) con un’iscrizione che menziona Ponzio Pilato[9], Praefectus Iudaeae, colui che condannò a morte Cristo.[10] Il reperto era collocato su un edificio dedicato all’imperatore Tiberio.[11] Una missione archeologica dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano, guidata da Antonio Frova (1914-2007), scoprì l’iscrizione ribaltando il gradino di una scala, in un’ala aggiunta tardivamente all’anfiteatro di Cesarea Marittima.[12] La lapide è datata 31 d.C. L’iscrizione è attualmente conservata nel Museo di Israele (Gerusalemme).[13]
Nel dicembre del 1990, nella Peace Forest, vicino North Talpiyyot (quartiere di Gerusalemme), durante la costruzione di un parco fu scoperta una grotta funeraria del periodo del Secondo Tempio. In tale luogo fu rinvenuta una tomba di famiglia al cui interno si trovava un’urna sepolcrale con l’iscrizione “Yehosef bar Kayafa” (“Giuseppe figlio di Caifa”). Nell’ossario, come sostenuto dall’archeologo ed epigrafista Ronny Reich (nato nel 1947), erano racchiuse le ossa di Caifa. Si ricorda, al riguardo, che Giuseppe figlio di Caifa (noto come Caifa), fu sommo sacerdote e capo del sinedrio ebraico dal 18 al 36. Ricoprì tale carica ai tempi di Gesù che fece arrestare, e di cui sollecitò in modo energico la morte (cfr. Lc e Gv).
Dalla fine del 1991 fino a tutto il 1992, due studiosi, gli archeologi ed architetti greci George Lavas e Saki Mitropoulos, lavorarono nell’area del Golgota (basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme).

Le ricerche presso la roccia del Golgota

 
La nave con l’incisioneDomine ivimus

Presso la roccia del Golgota hanno lavorato, nel tempo, più specialisti.[14]Come è noto agli storici, la parte centrale del sito fu parzialmente asportata da Adriano (imperatore dal 76 al 138)[15], e ricoperta da un tempio. Ma l’area del Golgota è comunque vasta. Si pensi che alcune sue parti si trovano, ad esempio, sotto la chiesa evangelica del Redentore (quartiere Muristan). In tale contesto, in uno dei versanti posti all’interno dell’area del Santo Sepolcro (nella cosiddetta cappella di san Vartan), degli archeologi armeni hanno scoperto l’epigrafe in latino di un pellegrino cristiano.
Inciso nella pietra c’è il disegno di una nave con l’albero rovesciato e la scritta sottostante: “Domine ivimus” (Signore, siamo arrivati).[16] Qui, dunque, erano giunti dei pellegrini. Questi ultimi non poterono raggiungere la parte centrale della roccia, poiché su di essa c’era il tempio di Adriano. Così realizzarono un disegno e un’iscrizione un poco distante, restando comunque nell’area della roccia del Golgota. Ciò può essere avvenuto tra il 135 ed il 326, negli anni in cui il vero luogo della crocifissione era inaccessibile. Ed anche questo ritrovamento conferma a sua volta quanto la tradizione del luogo sia stata conservata con tenacia e precisione nei secoli.
Ma la scoperta più recente è legata al lavoro dei già citati Lavas e Mitropoulos. Furono loro a occuparsi del dissotterramento dell’intera parte superiore della roccia nella cappella greco-ortodossa del Golgota. Essi constatarono che, sotto le lastre di marmo del luogo di culto, si trovava uno strato di malta di calce rotondo, dello spessore di 50 cm, rimasto intatto da secoli. Fu asportato con cautela. Si scoprì, nel mezzo, una cavità rotonda, ove si trovava un anello di pietra di quasi 11 cm di diametro. Non c’era alcun dubbio che l’anello serviva al fissaggio di una croce. Si infilava la croce nell’incavo, attraverso l’anello, fino ad incastrarvela, per poterla poi innalzare. Era questo l’anello della croce di Cristo?

L’anello della croce di Cristo?

Gli archeologi si astennero da conclusioni affrettate. Mitropoulos fornì solo due possibili interpretazioni del ritrovamento.
1) Poteva trattarsi di un anello sistemato nel 326. In quell’anno, la madre dell’imperatore Costantino (Elena, 248 circa-329), volle preservare il luogo della crocifissione di Cristo, e quello della sua sepoltura. Per tale motivo suo figlio autorizzò l’edificazione – sopra quell’area – della basilica del Santo Sepolcro.
Si tratterebbe, allora, di un anello costruito in memoria della crocifissione. Se anche fosse “solo” questo, “quell’anello” fornirebbe notevoli indicazioni. Perché? Perché la pratica del fissaggio della croce attraverso un anello (allora sconosciuta agli archeologi), doveva basarsi su precise conoscenze, su salde informazioni tramandate. Chi, altrimenti, si sarebbe inventato un anello di 11 cm di diametro?
Quest’ultimo è un dato-chiave. “Quel” diametro significa che la croce non poteva essere più alta di 2,40 metri. E questa modesta altezza contraddice le aspettative di vari autori. Non conferma neanche quanto si è voluto rappresentare fino ad oggi – ad esempio nelle arti figurative – al di sotto del corpo del Signore crocifisso.
Sull’altezza della croce anche gli evangelisti non forniscono dati. Emerge, così, una situazione ove l’archeologia non è sostenuta da altre scienze.
2) Esiste, poi, un’altra possibilità. L’effettiva appartenenza di “questo” anello alla croce di Gesù.
Di fronte a tale ipotesi, qualcuno potrebbe obiettare che Adriano fece distruggere Gerusalemme nel 135 (fu una seconda distruzione) ed edificare sopra i luoghi del Golgota e del Sepolcro vuoto dei templi. In tal modo si impediva l’accesso ai cristiani (molti erano pellegrini).
Però, proprio questa disposizione dell’imperatore potrebbe aver contribuito alla conservazione della cavità e dell’anello. Adriano, infatti, fece asportare ampie parti della roccia e lasciò stare solo la parte centrale, che spianò. E infatti è stata ritrovata solo una cavità e non anche le due degli altri che furono crocifissi con Gesù. Inoltre, per il compimento di tale azione non serviva distruggere l’interno della cavità di centro. Bastava riempirla e spianarla in modo da potervi costruire sopra. Proprio questo accadde, come indicano con chiarezza i reperti archeologici.
Cavità e anello possono, dunque, essere autentici. Nel frattempo, a Salonicco, sono stati analizzati l’anello e la malta di calce per arrivare a una datazione.
Nel corso dei lavori dei due archeologi greci si è pure arrivati a un’ulteriore conferma dell’autenticità della roccia del Golgota. Sotto la malta di calce (ora rimossa), è emersa per tutta la roccia (fin sotto alla cappella di Adamo) una frattura.
Gli scettici, sulla base della parte inferiore della roccia (l’unica prima visibile), avevano ritenuto – fino a quel momento – che si trattasse di un difetto naturale della roccia. Ora, invece, è sicuro che la frattura è stata causata da un evento naturale di particolare impatto. Per Lavas e Mitropoulos si tratta della conseguenza del terremoto menzionato dall’evangelista Matteo: “La terra tremò, le rocce si spezzarono”.[17]

Ritrovamenti archeologici: 2004-2011

Nel 2004, a Bet Gemal[18], il padre Émile Puech (nato nel 1941), un esperto di epigrafia antica presso l’École Biblique et Archéologique di Gerusalemme, decifrò su una tabula ansata su un architrave, la scritta scolpita nella pietra: “Diakonikon” (cioè un luogo per conservare reliquie) Stephanou Protomartyros”. Era la prova definitiva che in questa località (l’antica Kfargamla) il primo martire cristiano Stefano ebbe la sua prima sepoltura.
Tre anni dopo, il professor Ehud Netzer (1934-2010), dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ritrovò la tomba di Erode il Grande, re della Giudea durante il protettorato romano.[19] L’evangelista Matteo lo indica come colui che tentò di far uccidere Gesù.[20] Altri scavi hanno confermato i dati dell’evangelista Giovanni con riferimento alla piscina di Siloe.[21] Secondo Ronny Reich (nato nel 1947), dell’Università di Haifa, la presenza di Gesù nei pressi della piscina potrebbe essere legata alle abluzioni rituali che precedevano l’entrata nel tempio di Gerusalemme.
Il 21 dicembre del 2009, sul sito dell’Israel Ministry of Foreign Affairs apparve questo titolo: “Residential building from the time of Jesus exposed in Nazareth”. In pratica, l’archeologa israeliana Yardenna Alexandre, dell’Israel Antiquieties Authority, aveva scoperto a Nazareth una casa dei tempi di Gesù (I secolo) nei pressi della “casa di Maria”.[22]
Si può, ancora, ricordare il ritrovamento (estate 2011), effettuato nel sito di Hierapolis (oggi Pamukkale, Turchia) della tomba dell’Apostolo Filippo. In questo caso, a dirigere i lavori, è stato l’archeologo Francesco D’Andria, direttore dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali (IBAM), presso il CNR di Lecce.[23]
Ma è utile una sosta. Per un motivo. Tutti i dati segnano delle tracce orientate – in modo diretto o indiretto – alla persona di Gesù di Nazareth. Focalizzarne meglio i riferimenti storici espliciti diventa, allora, una conseguenza logica.

9/3/2019 5:46 PM
 
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Il cimitero dei Filistei


Scoperte ad Ascalona, in Israele, le sepolture potrebbero fornire elementi decisivi per chiarire le origini di questi misteriosi "cattivi" della Bibbia

di Kristin Romey

 

 

Resti millenari
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

La scoperta senza precedenti di un cimitero lungo la costa meridionale di Israele (nella foto, il cranio di uno degli individui ritrovati) potrebbe finalmente consentire agli archeologi di ricostruire la storia di uno dei popoli più enigmatici e famigerati della Bibbia: i Filistei. Il sito si trova fuori le mura dell'antichissima città di Ascalona, uno dei cinque principali centri di questa civiltà, abitato tra il XII e il VII secolo a.C.

Benché l'esistenza di queste cinque città (Ashdod, Ascalona, Gaza, Ekron e Gath) e una notevole mole di manufatti appartenenti alla cultura dei Filistei siano stati scoperti da oltre un secolo, finora erano state identificate a malapena una manciata di sepolture. La scoperta di un cimitero che ospita i resti di 211 individui, risalenti tra l'XI e l'VIII secolo a.C., consentirà agli archeologi di rispondere and interrogativi cruciali sull'origine dei Filistei e su come si assimilarono nella cultura locale.

 

 

Appunti da un mistero
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

Nella foto: Adam Aja, assistente alla direzione degli scavi, prende appunti sulle caratteristiche di una sepoltura nel cimitero filisteo scoperto ad Ascalona.

Fino ad oggi, gli archeologi non avevano nessuna idea sulla cultura funeraria dei Filistei, afferma l'archeologo di Harvard Lawrence Stager, che guida la missione Leon Levy ad Ascalona fin dal 1985. "Qualcuno, per scherzo, è arrivato perfino a ipotizzare che questo popolo seppellisse i propri defunti in mare come i Vichinghi", aggiunge l'archeologo Assaf Yasur-Landau, condirettore del progetto Tel Kabri.

 

 

Cattivi biblici
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

I Filistei sono tra i più celebri "cattivi" della Bibbia (nella foto, la sepoltura di un individuo adulto). Questo gruppo di "non circoncisi" controllava la regione costiera che attualmente appartiene a Israele e Striscia di Gaza, entrando spesso in conflitto con i vicini Israeliti, tanto da giungere perfino una volta a rubare loro l'Arca dell'Alleanza. Era filistea l'ingannatrice Dalila, che privò Sansone della sua forza tagliandogli i capelli, e lo era anche gigante il Golia, che faceva tremare l'esercito di Saul prima di essere abbattutto con la fionda da Davide.

La comparsa dei Filistei viene fatta risalire al XII secolo a.C. grazie al ritrovamento di alcuni manufatti appartenenti "a una cultura estremamente diversa", come la definisce Stager, rispetto a quella di altri popoli del tempo. Tra questi vi sono ceramiche che richiamano il mondo greco, l'uso di una scrittura simile a quelle egee piuttosto che a quelle semitiche e il consumo di maiale (e a volte di qualche cane). Alcuni passaggi della Bibbia li descrivono come provenienti dalla "Terra di Caphtor", forse corrispondente alle attuali Cipro e Creta.
 

 

I "popoli del mare"
Fotografia di Glasshouse Images, Alamy

Molti ricercatori legano la presenza dei Filistei all'esplosione dei cosiddetti "Popoli del Mare", una misteriosa confederazione di tribù che imperversarono nel Mediterraneo orientale alla fine dell'Età del Bronzo, tra il XIII e il XII secolo a.C.

Un rilievo nel tempio funerario del faraone Ramses III (nella foto) raffigura la sua battaglia contro questi popoli attorno al 1180 a.C. e riporta i nomi di alcune tribù come quella dei Peleset, che sfoggiano copricapi e gonnellini caratteristici.

Attorno a questo periodo, i Peleset potrebbero essersi stabiliti ad Ascalona, che era già stata per secoli un importante porto canaanita sul Mediterraneo, e nelle altre quattro città. Nella Bibbia la regione venne detta "terra dei Palestu", da cui l'origine del moderno termine "Palestina".

Anche dei Popoli del Mare non si conosce l'origine: il cimitero potrebbe fornire elementi per capire se i saccheggiatori Peleset non siano altro che i Filistei.

 

 

Sepolture uniche
Fotografia di Tsafrir Abayov per la Missione Leon Levy ad Ascalona

Altri esperti ritengono invece che l'origine dei Filistei sia più complessa. Aren Maeir, archeologo dell'Università di Bar-Ilan che ha diretto gli scavi di Gath per vent'anni, ritiene che fossero espressione di più gruppi - tra cui anche pirati - provenienti da regioni diverse che si stabilirono tra i locali Cananei nel corso del tempo.

"Scoprire questo cimitero filisteo è fantastico perché ci sono numerosissime questioni riguardanti le loro origini genetiche e i loro rapporti con altre culture", concorda comunque Assaf Yasur-Landau.

Lo scavo ha rivelato pratiche funerarie molto diverse rispetto a quelle dei Cananei o dei vicini Giudei. Anziché deporre il corpo nella camera e poi esumarlo un anno dopo per deporlo nella sepoltura secondaria, i defunti di Ascalona vennero sepolti individualmente in fosse individuali o tombe comuni e poi non più toccati. Inoltre sono stati individuate anche sepolture di individui cremati.

A differenza degli egizi, i Filistei avevano un corredo funerario molto limitato. Alcuni erano stati adornati con gioielli, mentre altri con piccoli set di ceramiche o anforette contenenti profumi.

 

 

Piccoli resti
Fotografia di Melissa Aja per la Missione Leon Levy ad Ascalona

I resti dei pochi bambini ritrovati nel cimitero (nella foto) sono stati sepolti sotto una coltre di frammenti di ceramica. Gli archeologi affermano che è ancora troppo presto per affermare se queste pratiche funerarie abbiano legami con le culture dell'Egeo.

Un team internazionale di ricercatori al momento sta conducendo analisi sul DNA, sugli isotopi e altri test per determinare le origini della popolazione sepolta nel cimitero di Ascalona e le loro relazioni con i popoli della zona. Poiché la maggior parte delle sepolture risale ad almeno due secoli dopo l'arrivo dei primi Filistei, trovare il loro esatto punto d'origine potrebbe rivelarsi complicato.

"Dal nostro punto di vista, lo scavo è solo il primo capitolo di questa storia", dice Daniel Master, archeologo del Wheaton College e condirettore della missione Leon Levy. "Sono ad Ascalona da 25 anni, ma mi sa che siamo solo all'inizio".

www.nationalgeographic.it/…/1

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