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LA MARIOLOGIA nella Chiesa fino al sec. VI

Last Update: 11/15/2013 10:27 PM
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11/15/2013 9:34 PM
 
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LECTIONES MONOGRAPHICAE
 
LA MARIOLOGIA NELLA TRADIZIONE ECCLESIALE FINO AL SEC. VI
[B.AMATA sdb: Marianum 1996]

 

Lettura funzionale della tradizione ecclesiale e del pensiero cristiano antico

La lettura funzionale mariana dei Padri deve comprendere non solo le loro testimonianze verbali e scritte, ma anche quelle non verbali e monumentali. Tra le prime sono significative: Ignati Antiocheni Epistuale, Tertulliani De carne Christi, Athanasi De incarnatione Verbi, Gregori Nysseni Oratio catechetica magna, Ambrosi De incarnationis dominicae mysterio [sacramento], Hieronymi Adversus Helvidium, Epistulae, Augustini Contra sermonem Arianorum, In Ioannis evangelium, Leonis I Tractatus, Cassiani De incarnatione Domini contra Nestorium; Gregori I,XL Homiliarum in evangelia. Tra le seconde ricordiamo almeno le pitture delle catacombe e le sculture dei sarcofagi. E' indispensabile ridimensionare quanto oggi si dice autorevolmente sullo sforzo culturale del cristianesimo all'interno per sculturalizzarsi dall'ebraismo, all'esterno per inculturarsi nel mondo ellenistico e romano.

LA NASCITA E LO SVILUPPO DELLA MARIOLOGIA
[sintesi scolastica]

I testi e i monumenti disponibili - greci, orientali e latini - che fanno riferimento alla presenza della 'vergine' Maria nel mistero della salvezza e nella vita cristiana, si possono e si debbono inquadrare nei relativi generi letterari e nelle espressioni dei loro maggiori rappresentanti.(1)

Una grande confusione e altrettanta incoerenza si avverte nell'uso e nell'abuso di tali fonti se si si rapportano al mistero di Cristo, che di esse accetta solo quanto è conforme ad una certa esegesi, rigettando inesorabilmente quanto la contraddice.

Si pensa che per la mariologia i secoli I e II siano stati decisivi e si colloca il pullurare di scritti autentici e apocrifi nel bisogno di soddisfare il bisogno popolare di conoscere qualcosa di più della vita e dell'attività di Cristo. In realtà La nascita di Maria (fine del s.II), detto anche Protovangelo di Giacomo, e quant'altro lo segue non è lontano dal genere letterario del romanzo greco, che proprio nello stesso tempo conobbe il più grande successo. Le leggende-romanzo passate nella tradizione cristiana, dal punto di vista storico, non differiscono dalle mirabolanti concezioni e nascite degli eroi pagani, dalle loro avventure e disavventure, fino al ricomporsi di sentimenti e diritti, violati e calpestati o semplicemente rivendicati. Antistorico quindi e antiscientifico risulta la pretesa di ordinare tali testi a livello teologico, o tematico, per ricavarne affermazioni e ruoli di Maria o su Maria nella fede della Chiesa delle origini.

L'esegesi biblica dei Padri ed Elementi di mariologia nel primo kerygma: ex Virgine natus

In generale si può affermare che i modi di accostarsi alla Scrittura dei Padri (leggi dei filologi ellenistici ed alessandrini) si possono ridurre a tre categorie interpretative (o ermeneutiche): la prima si può definire esegesi filologica (letterale e storica), in quanto tende a spiegare il contenuto del testo sacro e ad inquadrarlo nel suo contesto storico; la seconda si può chiamare esegesi retorica (parafrasi espositiva e dimostrativa secondo i canoni dell'oratoria); la terza si potrebbe definire esegesi aberrante (tipologica, allegorica, morale).

I padri della Chiesa, fra la fine del s.I e la prima metà del s.II, per il contatto più o meno diretto con gli apostoli, vengono chiamati padri apostolici, e costituiscono una insostituibile testimonianza della vita della prima e della seconda generazione cristiana, eco dell'insegnamento apostolico e primi passi della teologia. La denominazione convenzionale «Padri Apostolici» quindi designa un gruppo di autori cristiani antichi, che si presentano come diretti continuatori dell'opera degli apostoli. Essi offrono un quadro autentico ed immediato della vita e delle idee delle prime comunità cristiane sparse nel bacino orientale del Mediterraneo tra il primo e il secondo secolo d.C.

La Didaché, o Insegnamento (dei dodici apostoli), scoperta per caso poco piú di un secolo fa dal Metropolita Filoteo Bryennios in un codice greco di Costantinopoli (ora a Gerusalemme), fu composta tra l'80 e il 120, forse ad Antiochia, e raccoglie talune istruzioni morali degli apostoli in un piccolo e anonimo manuale di insegnamento cristiano. Essa può essere definita un vero e proprio abbozzo di manuale di diritto canonico e di istruzioni liturgiche, che non a caso verrà inglobato, nel corso dei secoli seguenti, in collezioni sempre piú vaste di Costituzioni ecclesiastiche.

La lettera di Clemente Romano, terzo successore di Pietro (92-100), è inviata ai Corinzi «per esortarli alla pace e ravvivare la loro fede e la tradizione ricevuta dagli apostoli » [Ireneo, «Contro le eresie» III 3,3]. Sotto il nome di Clemente è stata tramandata anche un'omelia, da attribuire a un autore di area siriaca, risalente al 150 d.C., da ritenere la piú antica omelia cristiana pervenutaci. E' un'esortazione all'esercizio della castità, rivolta ai neo-convertiti nel quadro della liturgia battesimale.

Le sette lettere di Ignazio, vescovo di Antiochia (70-107), scritte durante le tappe del suo viaggio da Antiochia a Roma, è l'epistolario cristiano più antico dopo quello degli apostoli. L'unità perfetta ed eterna tra le divine Persone, l'unità della natura umana e della natura divina nella persona del Verbo, la realtà dell'incarnazione e della sofferenza sulla croce - vera carne - contro gli gnostici «docetisti», per i quali Gesù si era incarnato soltanto a apparentemente» [«Ai Magnesii» VII e «Agli Smirnesi» III e IV], sono i capisaldi della dottrina ignaziana. Sul piano ecclesiale afferma vigorosamente il ruolo insostituibile del vescovo, segno dell'unità della chiesa locale e promotore della santità dei suoi membri: è il primo teorico dell'episcopato «monarchico». Sul piano ascetico raccomanda ai cristiani di Roma di non far nulla per impedire che egli affronti il supplizio finale, per diventare vero «discepolo» e vero «imitatore» del Signore, offrendo se stesso come «frumento di Dio» alle fauci delle belve: Teoforo, «portatore di Dio» , messaggero di Gesù Cristo, principio e centro della vita del cristiano.

La lettera di Policarpo, discepolo di Giovanni e vescovo di Smirne, fu indirizzata ai Filippesi nel 108, come risposta alle loro richieste di avere ulteriori notizie di Ignazio e dei suoi compagni prigionieri, che erano passati per Filippi, diretti a Roma.

La «Lettera a Diogneto» (anonima) è un'apologia del cristianesimo, del 160 circa, e fa da anello di congiunzione con gli apologeti.

L'iscrizione di Abercio (Asia Minore, fine s.II, conservata nei Musei vaticani), testimonia, tra l'altro, la fede nell'eucarestia e la verginità di Maria, adombrata dalla casta vergine che ha pescato distribuisce il pesce.

Il centro essenziale dell'annuncio cristiano di tali Padri è costituito dalla fede in Cristo, Figlio di Dio, divenuto kyrios «Signore» attraverso la morte e la resurrezione. Cristo ha portato la salvezza ed è morto per noi, pro nobis, per ciascuno di noi, per ogni uomo. Risale a quest'epoca subapostolica l'aggiunta nel credo cristologico del Nuovo Testamento del ricordo della nascita di Cristo da Maria vergine. Tale convinzione di fede rimase fissata per sempre nelle successive catechesi e formulazioni per i fedeli, i catecumeni, gli esorcismi, la polemica contro gli eretici (O. CULLMANN La fede e il culto della Chiesa primitiva, trad. dal francese, Roma 1974, 77-92).

Ignazio Agli Smirnesi (1-4) scrive: "Ho visto che siete fondati su una fede incrollabile, come se foste inchiodati, carne e spirito, alla croce del Signore Gesù Cristo, e che siete pieni di carità nel sangue di Cristo. Voi credete fermamente nel Signore nostro Gesù, credete che egli discende veramente «dalla stirpe di David secondo la carne» (Rm 1,3) ed è figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio; che nacque veramente da una vergine; che fu battezzato da Giovanni per adempiere ogni giustizia (Mt 3, 15); che fu veramente inchiodato in croce per noi nella carne sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode. Noi siamo infatti il frutto della sua croce e della sua beata passione. Avete ferma fede inoltre che con la sua risurrezione ha innalzato nei secoli il suo vessillo per riunire i suoi santi e i suoi fedeli, sia Giudei che Gentili, nell'unico corpo della sua Chiesa. Egli ha sofferto la sua passione per noi, perché fossimo salvi; ed ha sofferto realmente, come realmente ha risuscitato se stesso. Io so e credo fermamente che anche dopo la risurrezione egli è nella sua carne. E quando si mostrò a Pietro e ai suoi compagni, disse loro: Toccatemi, palpatemi e vedete che non sono uno spirito senza corpo (Lc 24, 39). E subito lo toccarono e credettero alla realtà della sua care e del suo spirito. Per questo disprezzarono la morte e trionfarono di essa. Dopo la sua risurrezione, poi, Cristo mangiò e bevve con loro proprio come un uomo in carne ed ossa, sebbene spiritualmente fosse unito al Padre. Vi ricordo queste cose, o carissimi, sebbene sappia che voi vi gloriate della stessa fede mia". E nella lettera ai Romani ancora: "Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c'è piú in me nessuna aspirazione per le realtà materiali, ma un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: «Vieni al Padre». Non mi diletto piú di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David; voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile".

[Edited by Credente. 11/15/2013 9:35 PM]
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11/15/2013 9:37 PM
 
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Prime forme di apologia e dottrina mariana


Contro gli Ebrei - Clemente, Ignazio, Policarpo, e altri anonimi predicatori scrivevano per i fedeli. Ma, dopo la metà del s.II, si scrive per giustificare davanti alla classe colta pagana la nuova religione cristiana e insegnare il culto del vero Dio, fatto uomo per salvarci.


La lettera di Barnaba è un'aspra polemica antigiudaica, che raggiunge toni molto aspri non lontani da quelli di certi passi dei vangeli. Si tratta di uno scritto anonimo della fine del s.I o inizi del s.II, forse di ambiente siriaco, come laDidache, con la quale condivide la «catechesi delle due vie». Non sembra potersi attribuire a Barnaba compagno di Paolo. La lettera è una lunga omelia sull'uso cristiano dell'Antico Testamento, con cui l'autore rimprovera ai Giudei l'incapacità di intenderlo correttamente soprattutto in relazione alla venuta del Messia, e il rifiuto totale della predicazione di Cristo.


L'unico modo esatto di leggerlo, secondo Barnaba, consiste nell'individuazione del significato spirituale, non semplicemente carnale, del testo mediante l'appropriata utilizzazione dell'esegesi allegorica, che ricerca i sensi nascosti delle parole, che solo lo Spirito può rivelare al credente.


La catechesi delle due vie era d'obbligo nella preparazione al battesimo (catecumenato): la via della vita (della luce, della libertà) era contrapposta alla via della morte (delle tenebre, della schiavitú), la via dell'amore di Dio e del prossimo, alla via dei mali che rovinano l'uomo nella sua dignità, libertà e verità.


Rilevante è l'esigenza della carità radicale nella condivisione dei beni: "Metterai in comune con il tuo prossimo tutto quello che hai e nulla chiamerai tua proprietà; infatti se siete compartecipi dei beni incorruttibili, quanto piú dovete esserlo in ciò che si corrompe?".


Contro i cattivi cristiani - Uno spaccato dei problemi della prima metà del s.II è offerto nel Pastore di Erma. Nella corrotta capitale dell'Impero i cristiani che compongono la piccola comunità del luogo non sempre vivono con coerenza, e anche dopo aver ricevuto la remissione dei peccati nel Battesimo, cadono in peccato. I rigoristi affermano che chi ha tradito le promesse battesimali non ha più via di scampo ed è destinato alla dannazione eterna. Erma nella comunità lacerata porta la rivelazione comunicatagli dall'angelo della penitenza, il Pastore appunto, il quale annuncia per coloro che hanno peccato dopo il battesimo un'ultima possibilità di fare penitenza prima della fine del mondo che è ormai prossima. La soluzione di Erma, a quanto pare fratello del vescovo di Roma, si impose: il sacramento della penitenza diverrà prassi stabile della Chiesa nei secoli seguenti per offrire la salvezza ai peccatori pentiti, e non una volta sola nella vita, ma tutte le volle che il desiderio della riconciliazione lo richiederà.


Contro i pagani - Gli Atti dei martiri si possono considerare una forma indiretta di apologia del Cristianesimo, in quanto non si esibiscono discorsi ma fatti. Il Martirio di Policarpo, tramandato dalla comunità cristiana di Smirne, costituisce un esempio di ricostruzione storica dell'ambiente pagano e di esortazione alla conversione cristiana: «Tutto il popolo di pagani ed ebrei abitanti in Smirne, con rabbia incontenibile e con furore, proruppe nelle grida: E' lui il maestro dell'Asia, il padre dei cristiani, è lui il distruttore dei nostri dèi, che insegna a tutti di non venerarli e di non fare sacrifici!». Gli autori di questi scritti parlano con l'autorità che essi sentono loro conferita direttamente dallo Spirito, e proprio perché prendono la parola non in nome della propria persona, non provano il bisogno di «firmare» le loro opere. Solo Ignazio trabocca ad ogni rigo delle sue lettere, gli altri Padri Apostolici, nascondono in un certo modo la loro individualità dietro l'autorità della Tradizione Apostolica, della Chiesa o dello Spirito rivelatore. Per questo a volte sono entrati nel Canone delle Sacre Scritture.


Con le lettere di Barnaba e di Ignazio, tuttavia, emergono anche altre due dimensioni dell'esperienza cristiana delle prime generazioni, relative a difficoltà provenienti dall'esterno: Barnaba si confronta con le resistenze del giudaismo, attivo e aggressivo, in piena espansione missionaria e, quindi, pericoloso concorrente del cristianesimo nascente; Ignazio, invece, si scontra con la persecuzione scatenata dal potere politico contro le giovani comunità cristiane dell'Asia Minore e della Siria. Sono chiari i tre fronti sui quali il cristianesimo dovette combattere per raggiungere la sua autonomia ideologica e la sua libertà politica: la polemica con il giudaismo, che contribuirà in maniera determinante ad affinare gli strumenti dell'interpretazione delle Scritture; il confronto, spesso sanguinoso, con l'autorità imperiale di Roma, che tiene desta la coscienza dell'alterità del Regno di Dio e costringe i cristiani a confrontarsi con la tradizione politica e culturale dell'antichità classica greca e romana; le controversie contro le eresie, il fronte interno e il piú pericoloso, che stimola l'elaborazione di un pensiero teologico sempre piú raffinato e consapevole delle insondabili profondità del dato rivelato.


Giustino, l'uomo del dialogo


Il piú grande e il piú famoso apologista di questo periodo è il filosofo Giustino. Originario di Sichem (oggi Naplus), in Palestina, trascorre gran parte della vita in una lunga, febbrile ricerca della verità. Passato attraverso numerose esperienze filosofiche, che lo lasciarono insoddisfatto, approdò al cristianesimo, che un misterioso vegliardo gli rivela essere l'unica, vera e definitiva filosofia che salva l'uomo, la filosofia totale incarnatasi in Gesù di Nazareth.


A Roma, divenuto cristiano, apre una scuola di filosofia dove intrattiene persone desiderose di approfondire la comprensione del cristianesimo. In quegli anni di intensa attività speculativa (verso il 155) rivolge all'imperatore Antonino Pio la sua esemplare Apologia: con essa presenta la nuova religione in termini filosofici, che avrebbero certamente attirato l'attenzione e la simpatia di un imperatore che si vantava di essere un cultore della filosofia, ed un invito rivolto in termini perentori all'autorità imperiale perché si comporti in maniera giuridicamente piú corretta verso i cristiani. Non mancano informazioni importanti sullo svolgimento della vita interna della comunità cristiana, specialmente per quanto concerne l'iniziazione liturgica e le polemiche contro l'eresia gnostica. Giustino, per l'invidia del filosofo pagano Crescente, finì con il martirio la sua esistenza di fedeltà al cristianesimo (a.167). Egli si dimostra nel complesso abbastanza comprensivo nei confronti dei valori piú alti espressi dalla civiltà greca: per lui, se l'incarnazione di Cristo ha rivelato tutta la verità nella sua definitiva globalità, resta pur sempre vero che gli spiriti piú grandi del paganesimo antico, come Socrate e Platone, hanno intravisto almeno delle verità parziali, dei «semi» del Verbo. Tra filosofia antica e cristianesimo, dunque, esiste secondo Giustino un rapporto di parziale a totale, nella sostanziale continuità della rivelazione della verità da parte del medesimo Verbo divino.


Con l'Apologia, Giustino cerca di gettare un ponte tra il cristianesimo e la civiltà antica nelle sue forme piú accettabili, ma nello stesso tempo ha l'audacia di avanzare precise proposte di carattere pratico: all'imperatore pagano Giustino fa balenare la possibilità, e in un certo senso la necessità, che i cristiani, lungi dal costituire un elemento di turbamento nella vita sociale della compagine romana, diventino i piú sicuri e fidati alleati del potere, nella misura in cui la loro morale rigida e severa costituisce il cemento spirituale di cui la società pagana dimostra di avere assolutamente bisogno. I cristiani si presentano, cosí, come i veri garanti dell'ordine stabilito, i sudditi migliori dell'Impero, all'unica condizione che l'imperatore, a sua volta, rinunci all'assurda pretesa di sostituirsi alla divinità e di esigere onori divini.


La stessa fermezza, accompagnata dal medesimo senso di rispetto, Giustino rivela nell'altra grande opera che di lui ci è pervenuta, il Dialogo con il giudeo Trifone, nel quale è sviluppata una serrata discussione sull'interpretazione dei testi messianici dell'Antico Testamento. L'imperatore era il «sacerdote supremo» e con questa realtà dovettero misurarsi i cristiani. Lo Stato, nella persona del suo capo, l'imperatore, si arrogava il diritto di regolare la vita religiosa dei cittadini. A ciò si aggiunse il cuIto dell'imperatore, l'adorazione del capo dello Stato come salvatore. I cristiani sono leali verso lo Stato romano, ma rifiutano si adorare l'imperatore come un dio e di giurare sul suo «genio», cioè sulla sua capacità di regnare. Dio solo è l'Assoluto e a lui solo è dovuta l'adesione totale del cuore. L'autorità politica è riconosciuta, ma ridimensionata. ll riconoscimento di Dio Padre è il fondamento dell'uguaglianza e della libertà di tutti gli uomini.


Giustino nella I Apologia: "Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l'intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Cosí crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo. Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro".


In un contesto di esorcismo Giustino attesta: «Ogni demonio è esorcizzato, vinto e sottomesso nel nome di colui che è il Figlio di Dio e primogenito di ogni creatura, nato per mezzo di una vergine e divenuto uomo soggetto a patire, crocifisso sotto Ponzio Pilato dal vostro popolo, morto e risorto dai morti e salito al cielo» (Dialogo con Trifone 85,2).


Di tono radicalmente diverso è il Discorso ai Greci di Taziano, discepolo di Giustino a Roma e originario anch'egli della Siria. Ma Taziano è un'eccezione nel panorama dell'apologetica greca del s.II, eccezione che conferma la regola di un atteggiamento apologetico sempre rigido ed intransingente nei principi, ma anche pronto a tentare le vie della pacificazione e della collaborazione con l'Impero. In tale direzione si muovono unanimemente autori come Aristide, Atenagora, Teofilo di Antiochia, che hanno composto opere di propaganda in favore del riconoscimento del cristianesimo

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11/15/2013 9:39 PM
 
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L'iscrizione di Abercio (Asia Minore, fine sec. Il) testimonia la fede nell'eucarestia, la funzione eminente del vescovo di Roma, la verginità di Maria, l'efficacia delle preghiere per i defunti: «La fede mi guidava ovunque, e ovunque essa mi forniva in cibo un pesce di sorgente, grandissimo, puro, che casta Vergine ha pescato, e lo distribuiva agli amici da cibarsene in perpetuo; essa possiede un vino delizioso e lo da misto con il pane...».


Anche nell'iscrizione di Teodoro, a Roma, nella catacomba di Priscilla, è presente il simbolo del pesce, e si legge: «Viviamo in Dio».


Il pesce era un simholo convenzionale tra i primi cristiani, perché le lettere della parola greca IXQUS = I-Ch-Th-Y-S erano le iniziali della loro professione di fede IHSOUS XRISTOS QEOU UIOS SWTHR = «Gesù-Cristo-Figlio di Dio-Salvatore».


Apologisti sono tutti i Padri della Chiesa che hanno composto opere di difesa del cristianesimo dagli assalti del paganesimo, e di polemica e di critica contro le credenze e le istituzioni del paganesimo stesso, per parecchi secoli, da Origene ad Agostino. Controversisti sono invece i Padri della Chiesa che hanno combattuto dottrine e interpretazioni errate di eretici. L'eresia implica frattura, lacerazione nel corpo stesso della Chiesa, e costituisce pertanto un elemento di particolare pericolo per la sua vita. Un tipo di eresia, il docetismo, appare già nell'epistolario ignaziano, ma nel corso del sec. II tendenze eretiche si diffondono e richiedono adeguate risposte da parte degli autori ortodossi.


Lo gnosticismo


La crisi gnostica segna in profondità tutto il pensiero cristiano dei secoli II e III, producendo una ricca letteratura eresiologica, nella quale si riversa il meglio della tradizione ecclesiastica. Ancora oggi questa letteratura costituisce la fonte principale per conoscere le antiche lotte religiose e per comprendere il travaglio di azione e di pensiero attraverso il quale si è arricchita la coscienza cristiana dell'antichità.


Lo gnosticismo si rivela infatti una delle piú gravi crisi del cristianesimo antico. Il suo nome viene dal greco gnosis che vuol dire «conoscenza». Esso fu un movimento spirituale che ebbe vasta diffusione in tutto il bacino del Mediterraneo nei sec. II e III. Le sue origini sono forse da ricercare in alcuni ambienti periferici del giudaismo, ma fu soprattutto nell'ambito del cristianesimo nascente che esercitò una profonda influenza.


I connotati specifici dello gnosticismo non sono complessi e sfuggenti, benché notevolmente arricchiti dopo la fortunata scoperta a Nag-Hammadi (Alto Egitto, località che domina la valle del Nilo), di una intera biblioteca di testi gnostici originali in lingua copta, che ha modificato sostanzialmente le opinioni scientifiche precedenti.


Il mondo spirituale dello gnosticismo riguarda la vicenda dell'anima divina decaduta, per un misterioso fallo commesso in un tempo precedente la storia, nel mondo di quaggiú e nella materia cattiva del corpo, e si presenta come rivelazione di mezzi e di modi attraverso cui il Redentore consente all'anima di ritornare nel suo primitivo stato d'integrità, libera dai legami del corpo e del mondo materiale. Le correnti all'interno dello gnosticismo cristiano possiedono in comune alcuni capisaldi dottrinali sulla concezione dell'uomo e della sua salvezza (antropologia religiosa), la missione del Salvatore e della sua opera di redenzione (cristologia), la struttura e la funzione della Chiesa (ecclesiologia).


Secondo gli gnostici esistono tre diverse categorie di uomini. La prima è quella degli spirituali (pneumatici): costoro, in quanto possiedono lo spirito divino e quindi la gnosi o conoscenza dei misteri che è superiore alla fede dei comuni cristiani, sono predestinati alla salvezza; la seconda categoria, all'opposto, è costituita dagli uomini materiali (ilici o coici) che sono destinati alla dannazione; infine, la categoria intermedia di coloro che, dotati di anima razionale (psichici), hanno la possibilità di scegliere il bene e il male in base all'autonomo esercizio del libero arbitrio.


Il Salvatore, a sua volta, viene al mondo non tanto per redimere con lo spargimento del suo sangue sulla croce l'intera umanità peccatrice, e per creare quindi le condizioni della resurrezione dei corpi, quanto piuttosto per rivelare ai predestinati la conoscenza salvifica che risveglia le loro coscienze addormentate nella materia. Per questo fine, non è assolutamente necessario che egli assuma una carne vera e propria: la sua incarnazione sarà perciò solamente apparente (docetismo).


La verità della rivelazione cosí iniziata viene garantita attraverso la trasmissione esoterica, cioè privata, all'interno dei gruppi dei predestinati, e non già dal magistero pubblico della gerarchia ecdesiastica guidata dai vescovi presso i quali è depositata l'autorità della Tradizione apostolica stessa. A tali argomenti, terreno di scontro preferito tra lo gnosticismo e l'ortodossia, se ne aggiunge ancora un altro, relativo all'uso dell'Antico Testamento, le Scritture del popolo ebraico.


L'Antico Testamento secondo alcuni gnostici, soprattutto Marcione di Sinope (in Asia Minore), che su questo punto assunse posizioni piú radicali ed estremistiche di altri maestri gnostici, come ad esempio gli egiziani Basilide e Valentino, doveva essere integralmente ripudiato dai cristiani per l'evidente ragione che in esso si sarebbe rivelato non il Dio Padre di Gesù Cristo, che è venuto ad annunciare la buona novella della grazia e della misericordia divina, ma solamente il dio inferiore, giusto e vendicativo, del popolo ebraico, da Marcione identificato con il Demiurgo creatore di questo mondo malvagio e corrotto. Ma sia Giustino, apologista e martire, che Melitone di Sardi non tardarono ad avvertire il pericolo e a combattere gli gnostici, specialmente Marcione, la cui setta si presentava con la forza organizzativa e missionaria di una vera e propria chiesa alternativa. Le loro opere, come tante altre di quel periodo, sono andate perdute. La prima grande opera antignostica a noi pervenuta, sia pure in traduzione latina, è quella di Ireneo, vescovo di Lione in Gallia (140-200 circa). E' la prima «teologia della storia». Ireneo ribaltava completamente la logica delle dottrine gnostiche, elaborando a sua volta un imponente sistema teologico che tentava di spiegare in una sintesi completa tutta la storia della salvezza, dalle origini della creazione fino alla fine dei tempi. La storia umana è divisa in due grandi momenti: dopo il peccato originale e la caduta dei primi uomini, Adamo ed Eva, tutta la storia umana è stata guidata provvidenzialmente da Dio fino al compimento dei tempi che si sono realizzati con la venuta di Cristo. Egli è il nuovo Adamo che ricapitola la storia precedente e sottomette a sé la creazione. Veramente centrale, in tale ordine di considerazioni, è il concetto di «ricapitolazione» che funge da chiave di lettura di questo primo abbozzo di «teologia della storia».


Ireneo espone la dottrina cristiana più sinteticamente nell'operetta Dimostrazione della predicazione apostolica. E' necessario riconoscere il piano universale di salvezza rivelatosi nella storia umana con l'opera di Gesù Cristo e trasmesso all'umanità dalla missione degli apostoli guidati dallo Spirito Santo. Questa è l'unica fede che accomuna tutte le comunità cristiane sparse per il mondo, e tutte ugualmente custodi della predicazione degli apostoli, al di là di possibili diversità registrabili nella prassi liturgica. Questo spiega l'ammirazione nutrita da Ireneo verso la chiesa di Roma, fondata sull'autorità degli apostoli Pietro e Paolo, e rende anche ragione del fatto che egli sia intervenuto da pacificatore (Ireneo significa «uomo di pace») nella controversia sulla data della pasqua, tra gli asiatici, sostenitori della celebrazione quartodecimana nella ricorrenza fissa del 14 Nisan, e la chiesa di Roma, dove ormai aveva preso piede la celebrazione della pasqua mobile domenicale (a.190).


Ireneo è l'ultimo grande rappresentante della tradizione teologica dell'Asia Minore; di essa condivide ancora la dottrina del «millenarismo», secondo la quale la fine del mondo sarà preceduta dal regno di mille anni che Cristo instaurerà sulla terra insieme ai giusti resuscitati. Il suo mondo spirituale, i suoi interessi veri e vitali, sono tutti concentrati sulla difesa della Chiesa, del suo gregge, dalle tentazioni dell'eresia, del gioco sottile delle speculazioni dottrinarie degli gnostici. Per questa ragione, Ireneo incarna le qualità tipiche del pastore d'anime, sollecito innanzitutto del benessere spirituale dei fedeli affidati alle sue cure, e la sua teologia profonda resta tenacemente attaccata alle radici bibliche del pensiero cristiano. Non è certo che sia morto martire, ma la sua lezione ha lasciato un segno profondo sulla teologia dei pensatori successivi, in primo luogo su coloro che si sono impegnati nella lotta contro l'eresia gnostica.


ll primo grande teologo del cristianesimo di fronte alla «gnosi»


Contemporaneamente alla difesa del cristianesimo dagli attacchi del mondo pagano viene elaborata una presentazione sistematica della dottrina del cristianesimo.


Il grande vescovo e martire di Lione (115-202 ca. ), discepolo di Policarpo di Smirne e amico di papa Eleuterio, scrisse «Contro le eresie» e « Dirnostrazione della predicazione apostolica».


Con la sua esperienza e la sua intelligenza riuscl ad armonizzare la morbidezza del misticismo orientale e il rigore del pensiero occidentale. Contro la a gnosi » Ireneo difende l'unità del piano divino nella creazione e nella redenzione. C'è un solo Dio, egli scrive, un solo Cristo, una sola Chiesa fondata sull'unica fede tramandata dagli apostoli, la cui missione è di rtunire tutta l'umanità in Cristo. Difende in particolare le verità dell'incarnazione, dell'eucarestia e della risurrezione dei corpi [Ireneo, « Contro le eresie » III 16,6; 1,9].


In sintesi i1 discorso di Ireneo contro le eresie si sviluppa con semplicità e chiarezza: il disegno di Dio sull'umanità viene rivelato dalle Scritture che sono perfette « perché dettate dal Verbo di Dio e dal suo Spirito »; i quattro vangeli, in particolare, sono la norma della fede e della verità.


Tuttavia, in ultima analisi, più che alla Scrittura è alla regola di fede che bisogna riferirsi per controbattere gli eretici, e ciò per due motivi: perché essi hanno diffuso una massa di opere apocrife che dicono ispirate e perché interpretano le Scritture secondo la loro fantasia. Qual è dunque la regola della fede? t il simbolo degli apostoli, cioè il « credo » che ciascuno ha ricevuto con il battesimo e che può essere spiegato e capito più o meno bene, ma non cambiato.


Ireneo, Contro le eresie V, 19, 1; 20, 2, 21, 1: Adamo e Cristo, Eva e Maria


La salvezza portata da Cristo è un evento universale che riguarda tutta la storia. Paolo aveva fatto ricorso al parallelismo tra Cristo e Adamo (Rm 5, 12-19, 1Cor 15, 21-22. 45-49): se Adamo è il capo dell'umanità che va verso la morte, Cristo rompe la solidarietà col peccato e inaugura la nuova umanità incamminata verso la vita definitiva di libertà e di amore. I Padri prolungano questo pensiero applicando lo stesso parallelismo ad Eva e a Maria: «Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori; così l'obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti» (Paolo); «Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» (Ireneo).


Il Signore abbracciò la condizione umana e si manifestò nel mondo che era suo. La natura umana portava il Verbo di Dio, ma era il Verbo che sosteneva la natura umana. Nel Cristo c'era quell'umanità che aveva disubbidito presso l'albero del paradiso terrestre, ma in lui la stessa umanità con l'ubbidienza, compiuta sull'albero della croce, distrusse l'antica ribellione Nel medesimo tempo annullò la seduzione con la quale era stata maledettamente sedotta Eva, la vergine destinata al primo uomo. Ma tutto ciò fu in grazia di quel messaggio di benedizione che l'angelo portò a Maria, la vergine già sottomessa a un uomo. Infatti mentre Eva, sviata dal messaggio del diavolo, disobbedí alla parola divina e si alienò da Dio, Maria invece, guidata dall'annuncio dell'angelo, obbedí alla parola divina e meritò di portare Dio nel suo grembo.


Quella dunque si lasciò sedurre e disobbedí, questa si lasciò persuadere e ubbidí. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.


Cristo ricapitolò tutto in se stesso e cosí tutto venne a far capo a lui. Dichiarò guerra al nostro nemico e sconfisse colui che al principio, per mezzo di Adamo, ci aveva fatti tutti suoi prigionieri. Schiacciò il capo del serpente secondo la parola di Dio riferita nella Genesi: «Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; egli ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo calcagno» (Gn 3, 15). Con queste parole si proclama in anticipo che colui che sarebbe nato da una vergine, quale nuovo Adamo, avrebbe schiacciato il capo del serpente. Questo è quel discendente di Adamo, di cui parla l'apostolo nella sua lettera ai Galati: la legge delle opere fu posta finché venisse nel mondo il seme per cui era stata fatta la promessa.


Ancor piú chiaramente indica questa realtà nella stessa lettera, nel passo in cui dice: «Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4, 4). Il nemico infatti non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall'inizio della storia il demonio ha dominato sull'uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere.


Per questo si proclama Figlio dell'uomo, egli che ricapitola in sé l'uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l'umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte a causa dell'uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell'uomo vittorioso.


Ippolito di Roma, La confutazione di tutte le eresie 10, 33-34: Il Verbo che s'è fatto carne ci rende simili a Dio


Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio. Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l'uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile.


Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo poiché non voleva piú che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata, in forma oscura e solo intravvista attraverso vaghi rifíessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Cosí il mondo contemplandola avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo avendola sotto il suo sguardo non avrebbe piú sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un'immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla.


Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l'uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa perché comanda a me nato nella debolezza la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto?


In verità per non esser giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte, e si è svelato nella risurrezione. Ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d'uomo, perché non ti perda d'animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui.


Quando tu avrai conosciuto il Dio vero, avrai insieme all'anima un corpo immortale e incorruttibile; otterrai il regno dei cieli, perché nella vita di questo mondo hai riconosciuto il re e il Signore del cielo. Tu vivrai in intimità con Dio, sarai erede insieme con Cristo, non piú schiavo dei desideri, delle passioni, nemmeno della sofferenza e dei mali fisici, perché sarai diventato dio.Infatti le sofferenze che hai dovuto sopportare per il fatto di essere uomo, Dio te le dava perché eri uomo. Però Dio ha promesso anche di concederti le sue stesse prerogative una volta che fossi stato divinizzato e reso immortale.


Cristo, il Dio superiore a tutte le cose, colui che aveva stabilito di annullare il peccato degli uomini rifece nuovo l'uomo vecchio e lo chiamò sua propria immagine fin dall'inizio. Ecco come ha mostrato l'amore che aveva verso di te. Se tu ti farai docile ai suoi santi comandi, e diventerai buono come lui, che è buono sarai simile a lui e da lui riceverai gloria. Dio non lesina i suoi beni, lui che per la sua gloria ha fatto di te un dio.

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11/15/2013 9:40 PM
 
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Origene: il tormento della perfezione


Un uomo dall'ingegno brillante


Più celebre di Clemente è il suo discepolo Origene (185-252/253), il cui padre mori martire quando egli aveva 17 anni. Era poco più che trentenne e laico, quando, durante un soggiorno in Palestina, fu invitato a parlare in chiesa dai vescovi. Qualche anno dopo fu ordinato sacerdote per i suoi grandi meriti. Dovette soffrire per le sue interpretazioni spirituali della Scrittura, ma il suo amore alla croce, imparato dai martiri, ci permette di capire la sua geniale penetrazione teologica, che è anche l'elemento equilibratore del suo stesso genio, incline alla rottura di ogni argine dogmatico. Origene rimase fedele fino alla fine e la persecuzione di I)ecio, durante la quale subì la tortura, non riusci a scalfire la sua fede.


A1 centro della vita e della teologia di Origene, è l'amore e l'imitazione di Gesù e di Maria. Gesù - egli scrive - è la Volontà viva del Padre; quando si eclissa, l'anima è un deserto; in lui ci sono tutti i beni che l'uomo può sperare e che Dio può dare. E se Gesù è nato dalla Vergine, la maternità di Maria è il tipo di maternità che deve avere ogni cristiano per generare Gesù in se stesso e negli altri. « Ogni anima vergine e non corrotta, dal momento che ha concepito dallo Spirito Santo - per generare la volontà del Padre - è madre del Cristo » [Origene, «In Giovanni» l,9-10].


Discepoli di Origene furono Gregorio Taumaturgo, vescovo di Neocesarea nel Ponto, grande missionario e Dionigi il Grande, amico di papa Dionigi e vescovo di Alessandria. Costui è famoso per la sua dottrina trinitaria, prima tappa delle precisazioni future del concilio di Nicea. Si schierò contro il « sabellianismo » dei vescovi di Cirenaica e affermò la distinzione personale del Padre e del Figlio, pur essendo unico il loro eterno e infinito atto di essere. Il sabellianismo, dal nome di Sabellio, iniziatore di questa eresia, predicava che il Figlio è solo un altro «modo» di essere dell'unico Padre, perciò si chiama anche «modalismo».


Tertulliano, maestro di letteratura e di dottrina


Nonostante le posizioni estremistiche, espresse in diversi trattati del periodo montanista--Tertulliano finirà per staccarsi anche dal montanismo e fonderà una setta ancora piú rigorista quella dei «tertullianisti» che sopravviverà fino ai tempi di Agostino, egli ha lasciato molte opere ricche di dottrina e di autentica fede cristiana come il piú antico commento latino al «Padre Nostro», uno scritto sul battesimo e uno sulla penitenza.


L'attività di Tertulliano non si esaurisce nei suoi interessi morali, liturgici e disciplinari; egli dispiega un grande sforzo teologico anche nella lotta antieretica e nella elaborazione dottrinale vera e propria, ispirandosi soprattutto, lui, buon conoscitore della letteratura cristiana in lingua greca, alle opere di Melitone e di Teofilo, di Ireneo e di Ippolito.


Scrive contro i valentiniani e contro Marcione: l'opera Contro Marcione è praticamente l'unica fonte, o almeno la piú preziosa in nostro possesso, che ci consenta di formarci un'idea abbastanza precisa della dottrina dell'eretico. Contro il docetismo gnostico ribadisce il valore e la forza salvifica dell'incarnazione reale di Cristo, e spende un trattato specifico per difendere la dottrina ortodossa della resurrezione finale della carne.


Tertulliano - ed è forse l'aspetto piú importante della sua attività dottrinale - getta le fondamenta della teologia trinitaria della chiesa latina. I concetti e la terminologia tecnica che egli espone nei trattati teologici eserciteranno una grande influenza sul pensiero degli autori posteriori. La formula che definisce la Trinità come «una natura in tre persone» rappresenta un'acquisizione definitiva. Tertulliano fu condotto ad approfondire le questioni concernenti la divinità dalla polemica contro un certo Prassea, il quale sosteneva che in Dio vi è solamente la monarchia, cioè l'unicità senza la distinzione delle singole persone. La parola greca indica l'unicità del principio che governa; nel linguaggio teologico indica l'unicità di Dio. Il suo contrario, in questo contesto, è oikonomìa, cioè piano salvifico nel quale ognuna delle persone della Trinità svolge il suo ruolo specifico. Questa eresia prenderà appunto il nome di «monarchianesimo», ma sarà conosciuta anche come «modalismo», in quanto sostiene che il Padre, il Figlio e lo Spirito in realtà sono soltanto dei «modi» dell'unica divinità; di conseguenza la si potrà chiamare anche «patripassianesimo», in quanto sostiene che il Padre, identico al Figlio, ha patito sulla croce...


Malgrado l'uscita dall'ortodossia, Tertulliano, grazie agli apporti fondamentali del suo pensiero alla costruzione della teologia e della morale cristiana, godette ancora di grande considerazione nella chiesa africana del sec.III e oltre. Cipriano, vescovo di Cartagine di lí a qualche tempo, si nutrirà della lettura delle sue opere: quando le cercherà se le farà dare chiedendo «il maestro», semplicemente.


Tertulliano, Alla moglie 2, 6-9: Ricchezze spirituali del matrimonio cristiano


Il trattato Alla moglie è una specie di testamento spirituale per la sposa, dove esprime la sua stima per il matrimonio cristiano e il suo valore, prima di essere influenzato da tendenze montaniste, che esaltavano la verginità a scapito del matrimonio.


Come descrivere la felicità del matrimonio celebrato davanti alla Chiesa, confermato dal sacrificio eucaristico e sigillato dalla benedizione, al quale assistono gli angeli e il Padre celeste accorda la sua grazia? Che bella coppia formano due credenti che condividono la stessa speranza, lo stesso ideale, lo stesso modo di vivere, lo stesso spirito di servizio! Ambedue fratelli, ambedue al servizio del Signore, senza alcuna divisione nella carne e nello spirito. Sono, infatti, due in una sola carne. Essendo una sola carne, sono altresí un solo spirito: insieme pregano, insieme si prostrano, insieme fanno penitenza; a vicenda si istruiscono e si esortano, a vicenda si sostengono. Ambedue intervengono alla santa assemblea e insieme partecipano alla mensa divina. Sono uniti nella prova e nella gioia. Uno non si nasconde all'altro, non sfugge all'altro, non è di peso all'altro.


Volentieri visitano chi è malato, aiutano chi ha bisogno. Donano con generosità, si prodigano con sincerità, attendono agli impegni quotidiani con serietà, non sono muti quando si tratta di lodare il Signore. Cristo, che tutto vede e ascolta, gioisce; e invia la sua pace. Dove sono loro due, ivi è Cristo; e dov'è lui, non c'è posto per il maligno.


Cipriano campione dell'unità della Chiesa


A differenza di Tertulliano, piú che teologo o polemista, è figura soave di pastore della comunità, di vescovo sollecito dei problemi pratici, della vita morale e religiosa dei credenti, con una forte tensione pedagogica. Quando si scatenò la persecuzione di Decio, si produssero numerose e profonde lacerazioni nella comunità cristiana. Molti abiurarono, cedendo all'imposizione di sacrificare alla statua dell'imperatore per paura di dover affrontare il martirio. Questi sono noti con l'appellativo di lapsi [coloro che sono scivolati, apostati]. Altri tentarono di aggirare l'ostacolo comprando di nascosto dalla polizia imperiale falsi certificati, biglietti che attestassero l'avvenuta prestazione del sacrificio richiesto. A questi fu dato il nome di libellatici [possessori del libello o certificato di aver sacrificato].


Passata la tempesta, si pose in tutta la sua gravità il problema della riammissione di tutte queste persone nella Chiesa: i rigoristi volevano impedire la reintegrazione degli apostati nella comunione ecclesiale, i moderati parteggiavano per una sanatoria generale, facendo ricorso all'intercessione dei confessori della fede, che avevano affrontato coraggiosamente i tormenti del martirio, e, sopravissuti, godevano nella comunità di grande prestigio morale e spirituale, che poteva talora rivaleggiare con quello del vescovo, i lassisti ricorrevano anche a manovre poco chiare e a tentativi di corruzione.


Anche Cipriano fu accusato di essere fuggito di fronte al pericolo, anziché affrontare il martirio. Il suo intervento fu decisivo per ristabilire l'autorità gerarchica del vescovo, messa in discussione, e per indicare la soluzione giusta: la penitenza avrebbe consentito agli apostati di rientrare nell'unità della Chiesa, «fuori della quale non si dà salvezza per nessuno».


Lattanzio, il «Cicerone cristiano»


Noto come ii «Cicerone cristiano» per la purezza della sua prosa latina, Lattanzio, originario dell'Africa romana, dove fu discepolo di Arnobio, insegnò retorica nella capitale imperiale di Nicomedia (in Asia Minore: a.290-305). Lo scoppio dell'ultima persecuzione anticristiana, ordinata dall'imperatore Diocleziano nel 303, lo costrinse a fuggire e a perdere posto e stipendio. Qualche anno piú tardi, passato l'uragano durato una decina d'anni, è a Treviri (a.317), in Gallia, alla corte dell'imperatore Costantino, come precettore del principe Crispo, reinserito definitivamente nel suo posto ufficiale di professore di corte.


Cristo è il maestro di giustizia


Lattanzio è autore del primo tentativo di comporre una summa teologica della dottrina cristiana a carattere apologetico:Divine Istituzioni in sette libri. Con quest'opera Lattanzio si inserisce d'autorità nel momento dello scontro decisivo tra cristianesimo e paganesimo, che egli conoscere forse meglio del cristianesimo stesso. Il suo discorso, di natura eminentemente apologetica, è finalizzato a presentare la nuova religione alle classi colte della società imperiale, tra le quali vuole aprire una breccia instaurando un dialogo e un confronto in termini culturali accessibili alla mentalità e alla preparazione del pubblico pagano: cristianesimo come la vera sapienza che opera la salvezza mediante la rivelazione della via della misericordia e della giustizia. Cristo è il rivelatore e il maestro che comunica all'umanità errante nelle tenebre dell'errore il modo per praticare quella giustizia che è a fondamento dei corretti rapporti dell'uomo con Dio e con il prossimo e che quindi, unica, può costituire la premessa necessaria per formare una società veramente umana, dove non ci sia piú l'ignoranza delle verità divine e la violenza che ne scaturisce.


Lattanzio, Epitome [edizione abbreviata, composta dopo il 315] delle divine istituzioni 36-37:


Il mondo è stato creato da Dio perché nascesse l'uomo


Si edifica una casa, non solo perché semplicemente vi sia una casa, ma perché essa accolga e protegga chi la abita. Si costruisce una nave, non con l'intenzione che si possa vedere una nave, ma perché gli uomini su di essa attraversino il mare. Cosí non si producono vasi perché semplicemente vi siano dei vasi, ma per riporre in essi il necessario ai nostri usi. Anche Dio ha creato il mondo per qualche scopo...


Il mondo è stato creato da Dio, perché nascesse l'uomo. Gli uomini sono stati creati, perché riconoscessero Dio come padre: in ciò consiste la sapienza. Essi riconoscono Dio per onorarlo: in ciò consiste la giustizia. Essi lo onorano, per riceverne il premio dell'immortalità. Ricevono poi il premio dell'immortalità, per servire Dio in eterno. Vedi dunque come tutto è concatenato: il principio con il mezzo, e il mezzo con il fine?


Consideriamo dunque le singole asserzioni, e vediamo se le prove reggono. Dio ha creato il mondo per l'uomo. Chi non vede ciò, non si distingue molto dagli animali. Chi guarda su in cielo, fuori che l'uomo? Chi ammira il sole, le stelle e tutte le altre opere di Dio, fuori che l'uomo? Chi coltiva la terra? Chi ne raccoglie i frutti? Chi naviga sul mare? Chi ha in suo potere i pesci, gli uccelli e i quadrupedi, se non l'uomo? Dunque Dio ha fatto tutto in vista dell'uomo, perché tutto è stato lasciato in uso all'uomo. Ciò hanno riconosciuto rettamente anche i filosofi pagani; ma la conseguenza che ne risulta, non l'hanno vista: che cioè Dio ha creato l'uomo stesso per Dio. Eppure questa sarebbe stata la conclusione ovvia, doverosa e necessaria.


Dopo che Dio ha fatto cosí grandi opere per l'uomo, dopo che gli ha concesso tanto onore e potenza da dominare il mondo, l'uomo deve ravvisare in lui l'autore di tanti benefici, deve riconoscerlo come creatore, che ha fatto il mondo per l'uomo, e deve degnamente adorarlo e onorarlo...


E' necessario dunque adorare Dio, perché cosí l'uomo, per la religiosità che è insieme giustizia, riceva da lui l'immortalità. E non vi è anche nessun'altra ricompensa possibile per lo spirito religioso: esso è invisibile, perciò solo da Dio invisibile può essere ricompensato, e solo con un premio invisibile.

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11/15/2013 9:41 PM
 
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Ilario durante e dopo l'esilio (356-360)


La vicenda dell'esilio segnò una svolta significativa nel pensiero di Ilario che, proprio grazie ad essa, fu il primo padre latino ad entrare in diretto contatto con i protagonisti e con il linguaggio teologico della controversia ariana orientale. Riuscí in tal modo a comprendere per primo come veramente stessero le cose, con una sicurezza fino ad allora ignota al cristianesimo occidentale.


Il mutamento intervenuto nella mente e nel cuore di Ilario si delinea chiaramente anche nella produzione letteraria: alCommento a Matteo scritto prima dell'esilio, nelle lontane contrade della Gallia, fa ora riscontro il poderoso trattatoSulla Trinità, in 12 libri, la prima grande opera sistematica scritta sull'argomento in Occidente (dopo il tentativo di Novaziano nel sec. III); per valore speculativo cede solo all'opera omonima di Agostino. Ilario dimostra piena padronanza della terminologia greca e, quindi, dei reali problemi ad essa sottesi. La sua sintesi trinitaria è un modello di chiarezza e di profondità che supera le incertezze della teologia latina precedente e apre la via alle ulteriori acquisizioni di Agostino.


Tornato in Gallia dall'esilio, dopo aver lottato contro gli ariani, Ilario si dedica intensamente alla attività di vescovo lottando sempre contro le resistenze ariane in Gallia e nell'Italia Settentrionale. Si distingue anche per la protezione data a Martino, il primo grande asceta della Gallia romana, che poi sarà vescovo di Tours, inaugurando in Occidente la serie dei vescovi-monaci. Sulpicio Severo, un aristocratico convertito agli ideali della vita monastica, ne scrive nel 397 una biografia, la Vita di san Martino, che entra in concorrenza addirittura con la Vita di Antonio scritta quarant'anni prima da Atanasio.


Ricordando dall'Oriente l'importanza che nelle liturgie locali possiede il canto del popolo Ilario commenta anche i salmi ai fedeli e compone inni per introdurli nella liturgia della sua chiesa, che però non ebbero fortuna. Probabilmente Ilario, uomo di pensiero innanzitutto, e secondo le necessità uomo d'azione e pastore attento alle esigenze della cura d'anime e della disciplina ecclesiastica, non possedeva una felice vena poetica e gli inni composti da lui erano troppo elaborati per riuscire accessibili all'orecchio e al cuore dei fedeli. Forse in questo volle seguire l'esempio di Ario in esilio, autore di Thalia, prosa ritmica. Restano solo tre inni autentici, di cui il I e il II sono alfabetici, ma il linguaggio teologico è complesso e poco perspicuo, motivo per cui non potevano avere successo.


Molto piú celebri e giustamente importanti sono gli inni che compose Ambrogio, vescovo di Milano, altro grande campione della lotta ariana in Occidente.


Secondo la testimonianza di Girolamo scrisse numerose lettere, delle quali resta solo quella scritta alla figlia Abram.


De Trinitate o De Fide L.XII


Aprici dunque l'autentico significato delle parole, e donaci luce per comprendere, efficacia di parola, vera fede. Fà che possiamo esprimere ciò che crediamo, che proclamiamo te, unico Dio Padre, e l'unico Signore Gesù Cristo, secondo quanto ci è stato trasmesso dai profeti e dagli apostoli. Fà che contro gli eretici, che lo negano, sappiamo affermare che tu, o Padre, sei Dio insieme al Figlio, e sappiamo predicarne la divinità senza errori.


1. Luci e ombre del secolo quarto


La libertà conferita da Costantino nel 313 alla Chiesa rappresentava una novità assoluta gravida di conseguenze per la vita e l'organizzazione delle comunità, e anche per la produzione letteraria.


La gerarchia ecclesiastica stringe con le strutture dell'Impero una serie di legami molto intensi che non sempre giovano alla chiarezza e alla correttezza dei rapporti reciproci. Se i vescovi ottengono agevolazioni e donazioni da parte dell'imperatore, questi si sente investito di una particolare autorità ecclesiastica che gli consente addirittura di convocare concili ecumenici e di intervenire fattivamente nelle questioni teologiche condizionando personalmente l'evolversi delle discussione e le decisioni finali.


Cresce il numero dei neoconvertiti, attirati dal messaggio evangelico della salvezza, ormai liberamente proclamato, ma non mancano le ombre di conversioni immature, superficiali, e talora opportuniste. La creazione di una corte cristiana nella nuova capitale Costantinopoli, lontana dall'antica capitale del paganesimo sconfitto, dava all'imperatore maggiore libertà nei confronti del vescovo di Roma e creava le premesse per la mondanizzazione di una parte del clero, sensibile ai richiami del potere, e per una spaccatura sempre piú profonda tra le due Rome anche sul piano della comunione ecclesiale.


Le energie sane della Chiesa reagiscono vivacemente di fronte ai rischi e ai pericoli che potrebbero compromettere i frutti luminosi di una libertà faticosamente conquistata. Si intensifica la preparazione dei catecumeni, i vescovi declamano le loro istruzioni teologiche e liturgiche e le loro «catechesi» nelle basiliche che ormai ornano da Oriente a Occidente il mondo cristiano. Molti preferiscono prendere la via del deserto, che in quest'epoca si popola «come una città».


Il monachesimo nascente si esprime in diverse e suggestive forme letterarie, dai «detti dei padri del deserto» e dalle «vite» dei santi eremiti, fino alle «regole»; la lotta contro il paganesimo, che ancora resiste, malgrado tutto, dà luogo a scritti di tono apologetico sempre piú aggressivo. Ma il sec. IV vide soprattutto svolgersi una lunga e dolorosa controversia che prese origine negli anni di Costantino e che impegnò le migliori energie intellettuali del tempo: la crisi ariana.


La crisi ariana e il concilio di Nicea


Prende nome dal prete Ario di Alessandria d'Egitto il movimento teologico noto come «arianesimo»: esso affermava che il Figlio non partecipa della divinità del Padre, ma è subordinato al Padre; è soltanto la prima e piú grande creatura del Padre, poiché «vi fu un tempo in cui non esistette».


La predicazione di Ario suscitò vaste reazioni contrarie ma anche prese di posizione favorevoli all'interno dell'episcopato orientale. Occorreva ricomporre l'unità della fede e, per Costantino, l'unità religiosa dell'Impero, bisognoso dell'unità del mondo cristiano. Pertanto l'imperatore convoca a Nicea, in Asia Minore, nel 325, il primo concilio ecumenico per risolvere definitivamente la questione.


A Nicea, Alessandro di Alessandria, vescovo e acerrimo nemico di Ario, sostenuto dall'autorità indiscussa dell'imperatore, fa approvare la formula secondo la quale il Figlio è consostanziale (homoousios), cioè della stessa sostanza divina del Padre, generato, non creato dal Padre. Ancora oggi, nel Credo, usiamo questa terminologia!


Tuttavia, chiuso il concilio con l'unanimità almeno apparente dei Padri che vi avevano partecipato, seguirono, per parecchi decenni, interminabili lotte tra i difensori del credo niceno e gli ariani, lotte complicate da avversioni personali, incomprensioni, scomuniche ed esili. In tutta la vicenda campeggia la figura di Atanasio, che da semplice diacono di Alessandro al concilio di Nicea, tre anni dopo, nel 328, divenne vescovo della metropoli egiziana, erigendosi a campione nella lotta in difesa dell'ortodossia «nicena».


Atanasio, il lottatore della fede


Atanasio s'era già dimostrato buon teologo e apologista nell'operetta giovanile Discorso contro i pagani - Sull'incarnazione del Verbo. In essa utilizza i noti argomenti tradizionali sul monoteismo contro l'idolatria pagana e si sofferma sul concetto, centrale per tutti gli sviluppi posteriori della sua cristologia e della sua spiritualità, che soltanto l'incarnazione del Verbo divino avrebbe potuto redimere l'umanità decaduta a causa del peccato delle origini.


Atanasio dedicò quasi tutta la sua attività letteraria a combattere, con intento eminentemente pastorale, l'eresia ariana, da lui sentita come un pericolo mortale per la fede cristiana. La negazione della divinità del Figlio, infatti, comprometteva ai suoi occhi in maniera radicale il vero significato salvifico dell'incarnazione e, di conseguenza, la realtà, anzi la possibiltà stessa della redenzione dell'umanità peccatrice. La sua meditazione teologica, in termini sempre piú polemici e duri, fino all'invettiva e allo scherno, è contenuta in opere come i Discorsi contro gli ariani o laStoria degli ariani.


In realtà egli è autentico «padre della vera fede cristiana», come lo chiama Pacomio, uno dei grandi fondatori del monachesimo antico, ma non è impegnato ad approfondire concettualmente il dato rivelato, quanto piuttosto a difendere i punti fermi della dottrina ricevuta. Piú che teologo egli è pastore e uomo di Chiesa, coinvolto, fino alla polemica violenta e aspra, in una esistenza che fu tutta una professione di fede, rude, travolgente, totale. Nessun rovescio, nessun fallimento, temporaneo, per quanto grave e pericoloso, riuscì a fermarlo o a farlo deviare dal cammino intrapreso.


La fermezza nella difesa del credo di Nicea, aliena da qualsiasi cedimento o compromesso, rispecchiava esattamente il carattere indomito dell'uomo, ma gli costò prezzi molto alti. Dei 46 anni di episcopato, fu costretto a passarne 20 in esilio, e per ben cinque volte prese la via che lo condusse lontano da Alessandria, in un tempo in cui gli eredi di Costantino non nascondevano le loro aperte simpatie e non lesinavano il loro appoggio al partito ariano.


Le origini del monachesimo


In uno di questi forzati esili, Atanasio, sulla via dell'Occidente, passò anche per l'Italia Settentrionale, ad Aquileia e a Padova. Ma piú spesso trovò rifugio nel deserto egiziano dove venne accolto da quella strana popolazione residente che era composta di monaci avvezzi alle lunghe solitudini della separazione dal mondo: «monachòs» significa «solitario, celibe, persona slegata dai rapporti sociali e familiari». Chi erano costoro?


Già dalla fine del sec. IlI, le desolate lande del deserto egiziano, abitacolo di belve, scorpioni e serpenti, avevano incominciato a popolarsi di uomini e di donne che fuggivano dalle città alla ricerca della via della salvezza da un mondo nel quale la vita era particolarmente difficile e violenta. Si chiamano «eremiti»: «èremos» è il deserto ed Eremita è colui che conduce vita solitaria nel deserto. Gli eremiti affrontano la dura lotta della vita solitaria, lontano dal consorzio umano, in preda agli assalti delle tentazioni. Alcuni, chiamati «stiliti» [stylos=colonna], trascorrono anche la vita intera in cima ad alte colonne, altri incominciano ad organizzarsi in forme di vita comune, dette «cenobitiche» [koinòs bìos = vita in comune]. Il creatore del cenobitismo fu l'egiziano Pacomio, che per primo stese anche una Regola per la sua comunità. Ma l'attenzione di Atanasio fu rivolta al campione della vita eremitica, che indubbiamente dovette esercitare su di lui un fascino particolare: Antonio, del quale compose la Vita immediatamente dopo la morte (357).


Questa Vita di Antonio è un'opera di importanza straordinaria, sia per la rapida diffusione, sia perché fu presto tradotta anche in latino e influì notevolmente su Agostino al momento della conversione definitiva! La Vita di Antonio scritta da Atanasio, può essere considerata l'inizio di un genere letterario del tutto nuovo, preceduta solo in ambito cristiano dallaVita di Cipriano, scritta dal diacono Ponzio nel 258. Essa divenne il modello per innumerevoli agiografie che hanno arricchito la letteratura cristiana antica e la storia della spiritualità ascetica e monastica.


Atanasio si dimostra sensibile anche verso le incipienti forme di ascetismo femminile: famosa è la sua Lettera alle vergini di cui si ricorderà Ambrogio qualche decennio piú tardi.

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11/15/2013 9:44 PM
 
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2. Si fece uomo per amore verso di noi (Atanasio)


Cristo si fece uomo e prese un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o sembrare un uomo. «Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» [GS 22]. Atanasio parla in modo particolare della vittoria di Cristo sulla morte. «Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ha fatto dono della vita, perché anche noi diventando figli col Figlio possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre».


Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilí tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell'universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza.


Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto e che l'opera creatrice del Padre nei confronti dell'umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro.


Egli stesso si costruí nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrí al Padre accettando la morte. Cosí annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui nel suo sforzo si esaurí completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtú del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e, mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrí alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte suoi simili.


Il Verbo di Dio a tutti superiore offrí e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto. In tal modo l'immortale Figlio di Dio con tutti solidale per il comune corpo di morte con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha piú nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro. (Discorso sull'incarnazione del Verbo8-9)


I Padri Cappàdoci tra umanesimo e ascetismo


Tre colonne dell'ortodossia


Da non piú di un secolo la Cappadocia, aspra regione interna dell'Asia Minore, aveva ricevuto la luce della predicazione evangelica ad opera di un discepolo di Origene, Gregorio il Taumaturgo, quando vi fiorirono i tre grandi Padri della Chiesa greca, noti appunto come «i Cappàdoci»: Basilio [Magno] di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa [fratello di Basilio]. Essi costituiscono un trio di intellettuali e di uomini di Chiesa, profondamente imbevuti di cultura greca e di aspirazioni ascetiche, che hanno segnato la storia della teologia e della spiritualità cristiana, non solo in Oriente.


Basilio e Gregorio di Nazianzo furono legati da intensi rapporti di amicizia e di studio fin dalla giovinezza quando frequentavano le migliori scuole dell'Oriente ellenizzato, e poi condussero insieme una intensa esperienza monastica che li accostò al pensiero e alla spiritualità di Origene. Essi ne divennero entusiasti ammiratori e curarono una antologia dei suoi scritti nota come Filocalia, che per secoli costituì la delizia degli asceti e dei mistici della chiesa d'Oriente.


2. Basilio il Grande, vescovo, monaco e teologo


Ma i Cappàdoci furono diversissimi per carattere e temperamento.


Basilio (330-379), il piú famoso, è uomo di carattere solido ed anche autoritario. Divenne vescovo di Cesarea di Cappadocia nel 370 e sviluppò la sua poliedrica attività sostanzialmente in tre direzioni.


1. La sorte dei poveri, numerosi a causa dell'usura, delle tasse esose e dell'endemica crisi economica che travagliava le regioni orientali, orientò l'attività sociale di Basilio, facendone una delle caratteristiche salienti del suo apostolato. Per far fronte allo stato di indigenza di masse di proletari oppressi dall'arroganza dei latifondisti, che non mancavano di fare indecente ostentazione delle loro ricchezze, Basilio ideò la costruzione di una specie di città-rifugio nota con il nome di «Basiliade». Si può pensare che queste iniziative non riscuotessero certo la simpatia dei ceti elevati: il vescovo attaccava senza mezzi termini i loro ingiusti privilegi con l'opera e con la predicazione. Al prefetto Modesto che tentava di metterlo in soggezione, Basilio risponde con l'atteggiamento intrepido di un martire dei primi tempi: Tu, di certo, non hai mai incontrato un vescovo!


2. Non meno importante fu l'attività volta ad organizzare la vita monastica. Avendo scritto due Regole monastiche molto rigide e severe, Basilio è ritenuto il vero fondatore del monachesimo greco, che ancora oggi si chiama «basiliano», come per sottolineare la fondamentale continuità di ideali e di motivi ascetici. Naturalmente, il modello di monachesimo preferito e perciò curato da Basilio, uomo dagli intensi e profondi interessi per la vita sociale e organizzata, fu il monachesimo «cenobitico», forma nella quale maggiormente si possono esercitare le virtú della pazienza, del servizio e dell'amore scambievole. Lontano dai suoi ideali era il monachesimo eremitico di tipo egiziano, o il monachesimo degli stiliti!


3. In terzo ma non ultimo luogo Basilio non manca di manifestare la sua alta intelligenza speculativa anche nella teologia e nella politica ecclesiastica. Convinto avversario dell'arianesimo, che nella seconda metà del sec. IV aveva ricevuto una sistemazione nuova e piú radicale ad opera di due formidabili dialettici come Aezio ed Eunomio, Basilio si impegnò nella lotta con scritti teorici come il Contro Eunomio e il trattato Sullo Spirito Santo, e si adoperò per piazzare sulle sedi episcopali del vicino Oriente gli amici suoi, fedeli osservanti dell'ortodossia nicena. La morte sopravvenuta nel 379, quando non aveva ancora raggiunto i 50 anni, gli impedí di assistere al trionfo della sua politica e della sua dottrina decretato ufficialmente al secondo concilio ecumenico che ebbe luogo a Costantinopoli nel 381.


Presenti al concilio furono invece gli altri due Cappàdoci che condussero a maturazione l'opera di Basilio. Ad essi si deve la formulazione definitiva del dogma trinitario che descrive la natura di Dio nei termini dell'unicità della sostanza, come aveva detto Nicea, con la precisazione aggiunta della distinzione delle tre Persone divine. Ora, anche lo Spirito Santo veniva definito Persona divina, superando in tal modo tutte le incertezze della teologia precedente.


3. Basilio, uomo di Chiesa e di cultura


L'importanza attribuita da Basilio alla distinzione delle Persone divine all'interno dell'unica sostanza, e il riconoscimento della divinità dello Spirito Santo trovano un preciso riscontro nell'immagine che Basilio si fa della Chiesa come comunità dell'amore e del servizio scambievole il cui legame, come in Dio, è dato dall'azione dello Spirito. La Chiesa, e la piccola chiesa che è la comunità monastica, rispecchiano in sé il dinamismo trinitario dell'amore personificato dallo Spirito, quello Spirito che scende sui credenti con il battesimo, per distribuire a ciascuno i suoi carismi.


Una tale visione della Chiesa pose Basilio in un rapporto di amara incomprensione con l'altero papa Damaso, che invano Basilio cercò di coinvolgere nell'azione di risanamento della vita della Chiesa.


Scrisse numerosi commenti biblici, autorevoli e destinati ad esercitare una grande influenza anche in Occidente (Ambrogio ne sarà lettore attento e imitatore entusiasta), ma ha lasciato un'impronta anche nella storia della cultura profana con un opuscolo, piccolo di mole ma molto importante: Ai giovani sul modo di trarre vantaggio dai classici. E' un'esortazione rivolta ai nipoti che si accingevano a frequentare la scuola: sui grandi autori del passato, poeti e filosofi pagani della grecità, espone i criteri ai quali attenersi per trarre vantaggio dalla letteratura, che è spesso, contraria alle Sacre Scritture. Basilio, dimostrandosi molto piú aperto di altri pastori del tempo, sostiene che lo studio dei classici, adeguatamente selezionato, può offrire una buona base per l'educazione morale e intellettuale dell'uomo, anche del cristiano. Con tale giudizio, nell'insieme tollerante, contribuì in maniera determinante alla sopravvivenza almeno di parte del patrimonio culturale dell'antichità pagana nella civiltà bizantina.


Non si può chiudere il discorso su Basilio senza accennare anche alla sua azione di riformatore liturgico. A lui la tradizione bizantina attribuisce la creazione di molti testi liturgici e la cosiddetta «liturgia di San Basilio». Questo lo pone accanto ad altri Padri del suo secolo come Ilario di Poitiers e Ambrogio di Milano in Occidente, e Giovanni Crisostomo in Oriente, tutti ugualmente impegnati a conservare, modificare e produrre testi liturgici per le piú svariate necessità della vita della Chiesa.


Basilio, Lo Spirito Santo 26, 61: Abbiamo doni diversi secondo la grazia di Dio comunicata a noi


Lo Spirito Santo è l'anima della Chiesa e l'anima del singolo cristiano. Egli guida la Chiesa, la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e la dirige con diversi doni. Ogni cristiano deve considerarsi come un membro dello stesso corpo, diverso dalle altre membra, ma in armonia con esse nell'unità dell'intero organismo. La diversità equivale a ricchezza e a complementarietà: ciascuno porta il suo contributo e ha bisogno di quello degli altri.


Colui che ormai non vive piú secondo la carne ma è guidato dallo Spirito di Dio, poiché prende il nome di figlio di Dio e diviene conforme all'immagine del Figlio unigenito, viene detto spirituale.


Come in un occhio sano vi è la capacità di vedere, cosí nell'anima che ha questa purezza vi è la forza operante dello Spirito. Come il pensiero della nostra mente ora resta inespresso nell'intimo del cuore, ora invece si esprime con la parola, cosí lo Spirito Santo ora attesta nell'intimo al nostro spirito e grida nei nostri cuori: «Abbà, Padre» (Gal 4, 6), ora invece parla per noi, come dice la Scrittura: «Non siete voi che parlate, ma parla in voi lo Spirito del Padre» (Mt 10, 20). Inoltre lo Spirito distribuendo a tutti i suoi carismi è il Tutto che si trova in tutte le parti. Tutti infatti siamo membra gli uni degli altri, e abbiamo doni diversi secondo la grazia di Dio comunicata a noi. Per questo «non può l'occhio dire alla mano: Non ho bisogno di te, oppure la testa ai piedi: Non ho bisogno di voi» (1Cor 12, 21). Tutte le membra insieme completano il corpo di Cristo nell'unità dello Spirito e secondo i carismi si rendono, come è necessario, utili le une alle altre.


Dio infatti ha disposto le membra nel corpo, ciascuna di esse secondo il suo volere. Le parti dunque sono piene di sollecitudine vicendevole, secondo la spirituale comunione dell'amore. Perciò «se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con esso; se viceversa un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor 12, 26). E come le parti sono nel tutto, cosí noi siamo ognuno nello Spirito, poiché tutti in un solo corpo siamo stati battezzati nell'unico Spirito.

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11/15/2013 9:45 PM
 
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4. Gregorio di Nazianzo: la teologia diventa poesia


Gregorio di Nazianzo (329-390), per la tradizione posteriore Gregorio «il Teologo», si impone per la forza speculativa delle giustamente famose cinque Orazioni teologiche, pronunciate contro l'arianesimo a Costantinopoli, ove era ancora molto forte.


A Costantinopoli Gregorio arriva dopo lunghe traversie. Brillante studente di letteratura negli anni della giovinezza spensierata, suo padre, vescovo di Nazianzo, lo consacra prete contro voglia. Fugge, poi ritorna. Per la sua indole debole e indecisa, subí il fascino dell'amico Basilio che rappresentava un punto di riferimento stabile e sicuro, ma quando questi lo volle eleggere vescovo di Sasima, lamentò di essere stato tradito nel sentimento dell'amicizia e della fiducia, e rifiutò di raggiungere la località impervia destinatagli da Basilio.


Sensibile e delicato fino alla morbosità, incline all'introversione e ad un certo pessimismo nei confronti del mondo, degli uomini e del corpo, Gregorio si ripiegò lamentevolmente sulle sventure e i malanni della sua vita, dando luogo negli ultimi anni del ritiro dall'attività ecclesiastica, ad una intensa produzione di lettere, piccoli gioielli di purezza linguistica, e di poemi, di argomento dogmatico e morale. La sua attività di scrittore, infatti, emerge soprattutto come invenzione poetica, per cui è il piú grande poeta cristiano di lingua greca. Qui i valori estetici della tradizione classica si fondono armonicamente con i temi e i motivi della meditazione cristiana. Tra i suoi componimenti in versi particolare fama gode il poema autobiografico Sulla sua vita, nel quale Gregorio anticipa toni e aspetti dell'altra piú importante autobiografia cristiana, le Confessioni di Agostino.


Il suo epistolario testimonia una vita profondamente sofferta, ma spesa anche a servizio della fede e dell'amore del prossimo. Le lettere fanno rivivere gli intensi rapporti di amicizia stretti da Gregorio con molti uomini del suo tempo, quell'amicizia che era, per sua esplicita ammissione, il suo punto debole.


Come vescovo di Costantinopoli (380-381), negli anni decisivi dello scontro finale con l'arianesimo, Gregorio ebbe il merito di riuscire a polarizzare intorno all'ortodossia, grazie anche alle ammirevoli doti di oratore, l'attenzione degli abitanti di Costantinopoli che sempre piú numerosi accorrevano ad ascoltarlo. Presiedette il concilio del 381, dove trionfò il suo amico Basilio, da poco defunto. Ma nemmeno lì non mancarono per Gregorio incomprensioni e ostilità di vario genere che lo amareggiarono al punto da costringerlo a ritirarsi nella sua città di Nazianzo. Di lí passò ad Arianzo dove chiuse i suoi tormentati giorni terreni.


Grande predicatore, luminare dell'ortodossia come teologo, Gregorio è un'anima tendenzialmente mistica che scioglie con consumata sapienza letteraria il discorso dottrinale nel fluido scorrere dei versi poetici: in lui la teologia si fa esperienza personale e trova giusti accenti espressivi nel canto lirico e autobiografico. Amante della solitudine e della meditazione, Gregorio fu coinvolto nei grandi avvenimenti religiosi del suo tempo che cercò di dominare con gli strumenti della sua cultura; la realtà ebbe tuttavia il sopravvento e nulla egli poté contro la faziosità degli avversari: «Addio, augusta basilica - con queste famose parole Gregorio si congeda dal concilio di Costantinopoli -, addio, Santi Apostoli... Addio, cattedra pontificale. Addio celebre città, eccelsa per l'ardore della fede e l'amore verso Gesù Cristo. Addio, Oriente e Occidente, per i quali ho tanto combattuto, e che mi avete esposto a tante battaglie. Addio, miei figli, conservate l'eredità che vi è affidata. Ricordatevi delle mie sofferenze e che la grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia sempre presso di voi».


Solo nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Gesù, rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua vocazione. I Padri, guardando al mistero di Cristo, hanno visto illuminato e risolto il mistero dell'uomo.


Gregorio di Nazianzo, Discorsi 45, 9, 22-28:


Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina


Il Verbo stesso di Dio, colui che è prima del tempo, l'invisibile, l'incomprensibile, colui che è al di fuori della materia, il Principio che ha origine dal Principio, la Luce che nasce dalla Luce, la fonte della vita e della immortalità, l'espressione dell'archetipo divino, il sigillo che non conosce mutamenti, l'immagine invariata e autentica di Dio, colui che è termine del Padre e sua Parola, viene in aiuto alla sua propria immagine e si fa uomo per amore dell'uomo. Assume un corpo per salvare il corpo e per amore della mia anima accetta di unirsi ad un'anima dotata di umana intelligenza. Così purifica colui al quale si è fatto simile. Ecco perché è divenuto uomo in tutto come noi, tranne che nel peccato. Fu concepito dalla Vergine, già santificata dallo Spirito Santo nell'anima e nel corpo per l'onore del suo Figlio e la gloria della verginità.


Dio, in un certo senso, assumendo l'umanità, la completò quando riuní nella sua persona due realtà distanti fra loro, cioè la natura umana e la natura divina. Questa conferí la divinità e quella la ricevette.


Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. E colui che è la totalità, si spoglia di sé fino all'annullamento. Si priva, infatti, anche se per breve tempo, della sua gloria, perché io partecipi della sua pienezza.


Oh sovrabbondante ricchezza della divina bontà!


Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l'immagine di Dio, ma non l'ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine e per dare a me, mortale, la sua immortalità.


Era certo conveniente che la natura umana fosse santificata mediante la natura umana assunta da Dio. Cosí egli con la sua forza vinse la potenza demoniaca, ci ridonò la libertà e ci ricondusse alla casa paterna per la mediazione del Figlio suo. Fu Cristo che ci meritò tutti questi beni e tutto operò per la gloria del Padre.


Il buon Pastore, che ha dato la sua vita per le sue pecore, cerca la pecora smarrita sui monti e sui colli sui quali si offrivano sacrifici agli idoli. Trovatala se la pone su quelle medesime spalle, che avrebbero portato il legno della croce, e la riporta alla vita dell'eternità.


Dopo la prima incerta luce del Precursore, viene la Luoe stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l'amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso.


Gregorio di Nazianzo, Discorsi, 7 per il fratello Cesare 23-24:


La fisionomia e l'impronta che ci caratterizza è quella di Dio


«Cos'è l'uomo perché ti ricordi di lui?» (Sal 8, 5). Qual nuovo e grande mistero avvolge la mia esistenza? Perché sono piccolo e insieme grande, umile eppure eccelso, mortale e immortale, terreno ma insieme celeste? La prima condizione viene dal mondo inferiore, l'altra da Dio, quella dalla sfera materiale, questa dallo spirito.


E necessario che io sia sepolto con Cristo, che risorga con Cristo, che sia coerede di Cristo, che diventi figlio di Dio, anzi che diventi come lo stesso Dio.


Ecco la profonda realtà che è racchiusa in questo nuovo e grande mistero. Dio ha assunto in pieno la nostra umanità ed è stato povero per far risorgere la carne, salvarne l'immagine primitiva e restaurare cosí l'uomo perché diventiamo una cosa sola con Cristo. Egli si è comunicato interamente a noi. Tutto ciò che egli è, è diventato completamente nostro. Sotto ogni aspetto noi siamo lui. Per lui portiamo in noi l'immagine di Dio dal quale e per il quale siamo stati creati. La fisionomia e l'impronta che ci caratterizza è quella di Dio. Perciò solo lui può riconoscerci per quel che siamo...


Dio voglia che anche nel futuro riusciamo a diventare quello che speriamo di essere e che l'amore di Dio ci ha preparato! Egli esige poco da noi, però ora e sempre fa grandi doni a coloro che lo amano. E allora, pieni di speranza in lui, soffriamo tutto e sopportiamo tutto lietamente. Abbiamo il coraggio di rendergli grazie sempre e dappertutto, nella gioia e nel dolore. Convinciamoci che le tribolazioni sono strumento di salvezza...


O Signore, sei tu che hai creato tutte le cose, tu che hai plasmato il mio essere. Tu sei Dio, Padre e guida di tutti gli uomini. Sei il sovrano della vita e della morte. Sei la difesa e la salvezza delle nostre anime. Sei tu che fai tutto. Sei tu che dirigi il progresso di tutte le cose, scegliendo le scadenze piú opportune e ubbidendo alla tua infinita sapienza e provvidenza e sempre attraverso la tua parola...

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11/15/2013 9:47 PM
 
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5. Gregorio di Nissa: fondatore della teologia mistica


Il cervello del gruppo, il vero e proprio teologo e filosofo tra i Cappàdoci, fu Gregorio di Nissa (335-394), fratello minore di Basilio. Non eccelse nella politica ecclesiastica, o come il Nazianzeno nella retorica e nella poesia, ma occupa tuttavia un posto importante nella storia della teologia speculativa e di quella mistica in particolare.


Il Nisseno mantenne sempre particolari legami spirituali con la sorella Macrina, di cui scrisse una biografia, ma rimase all'ombra del piú celebre fratello (che lo aveva nominato vescovo di Nissa nel 371) per diversi anni, finché, morto questi, ne raccolse l'eredità teologica e monastica, impegnandosi chiaramente con opere di controversia antiariana e di esegesi biblica.


Affascinato, forse anche piú di Basilio, dalla lezione di Origene, Gregorio ne condivise alcune dottrine audaci come l'apocatastasi; tuttavia non esitò a prendere le debite distanze dalle piú contestate affermazioni del maestro alessandrino. Aderendo, infatti, al dettato biblico, Gregorio afferma che la creazione dell'uomo non è dovuta alla caduta delle anime nei corpi, ma che l'uomo intero è stato creato fin dall'inizio da Dio, cosí com'è raccontato nelle Scritture (Sulla creazione dell'uomo Grande discorso catechetico). Egli afferma decisamente l'immortalità dell'anima, della quale discute in uno splendido dialogo d'ispirazione platonica che si immagina tenuto fra Gregorio e la sorella Macrina sul suo letto di morte: Sull'anima e la resurrezione, che è alla base di tutta una teologia mistica che vede l'anima impegnata in una tensione di continua purificazione e di superamento degli ostacoli derivanti dalle passioni materiali sulla via della perfezione e dell'unione mistica con Dio.


Così, rigettando taluni estremismi dottrinali di Origene, Gregorio diviene il primo grande teologo mistico del cristianesimo, l'iniziatore della teologia mistica che avrà altri cultori in Oriente nello Pseudo-Dionigi o in Massimo il Confessore, tutti debitori della lezione del Nisseno. Nella teologia mistica, la meditazione sulla conformazione dell'uomo, meditazione che si nutre della migliore tradizione filosofica greca, sfocia in una dottrina spirituale che si confronta con l'esperienza cristiana basilare del monachesimo e della vita ascetica.


Dallo scritto giovanile Sulla verginità fino alle opere ascetiche della maturità sul fine e la perfezione del cristiano, Gregorio non cessa di meditare sul mistero cristiano della vita monastica e sulle implicazioni mistiche e cristologiche dell'unione dell'anima purificata con il Verbo divino: la figura di Mosè e il Cantico dei Cantici offrono il modello biblico del discorso spirituale attraverso l'esegesi allegorica ereditata da Origene. Tale dottrina ha tanto piú valore per il fatto che Gregorio di Nissa era sposato (allora i vescovi potevano essere scelti anche tra gli sposati) con la santa donna Teosebia, e svolse gran parte dell'approfondimento sul valore della verginità e sui fastidi del matrimonio ancor prima di restare vedovo!


Uomo di carattere ombroso e schivo, tutto compreso della sua alta missione di teologo e di predicatore, non poteva non provare un incontenibile fastidio ed esprimere critiche mordenti su certe forme di devozione popolare molto in voga ai suoi giorni, come ad esempio i pellegrinaggi in Terra Santa, che gli dovevano apparire come rumorose e futili kermesses.


D'altra parte, la sua propensione verso la solitudine monastica, trovava giustificazione nell'indole proclive al pessimismo e nelle interpretazioni ideologiche della sua vasta cultura di derivazione eminentemente platonica, ma ancor più alla luce delle sue meditazioni sul mistero del male e della libertà dell'uomo che può decidere di rifiutare la salvezza come in principio accadde nel Paradiso terrestre. La centralità di questa tematica nello sviluppo del suo pensiero ne esalta la grandezza di teologo e lo avvicina singolarmente al piú grande Padre della Chiesa latina, Agostino, con il quale rivela notevoli impressionanti somiglianze di carattere e di fisionomia interiore. Non è un caso che Gregorio di Nissa sla al nostri giorni uno dei personaggi preferiti nello studio dei Padri della Chiesa, un'autentica riscoperta di grandezze forse per troppo tempo ignorate o sottovalutate.


Gregorio di Nissa, Sull'ideale perfetto del cristianoIl cristiano è un altro Cristo


Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto piú a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. Lo ha imitato con tanta accuratezza da mostrare chiaramente in se stesso i lineamenti di Cristo e trasformare i sentimenti del proprio cuore in quelli del cuore di Cristo, tanto da non sembrare piú lui a parlare. Paolo parlava, ma era Cristo che parlava in lui. Sentiamo dalla sua stessa bocca come avesse chiara coscienza di questa sua prerogativa: «Voi volete una prova di colui che parla in me, Cristo» (2 Cor 13,3) e ancora: Non sono piú io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).


Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine...


La bontà del Signore nostro, dunque, ci ha resi partecipi di questo nome che è il primo e piú grande e piú divino fra tutti, e noi, fregiati del nome di Cristo, ci diciamo «cristiani». Ne consegue necessariamente che tutti i concetti compresi in questo vocabolo, si possono ugualmente vedere espressi in qualche modo nel nome che portiamo noi. E perché allora non sembri che ci chiamiamo falsamente «cristiani» è necessario che la nostra vita ne offra conferma e testimonianza.


Eusebio e la «teologia politica»


L'entusiasmo per il primo imperatore cristiano raggiunge in Eusebio (vescovo di Cesarea di Palestina dal 313 al 340) toni mai piú superati di celebrazione senza riserve, che prende forma letteraria nella Vita di Costantino, una biografia vicina in piú d'un punto alla narrazione agiografica [«vita di un santo»: la biografia di Costantino scritta da Eusebio assomiglia a una vita di san Costantino!]. Con quest'opera Eusebio esalta in maniera encomiastica, come si usava nei panegirici imperiali dell'epoca, i meriti acquisiti da Costantino non tanto nelle imprese politiche e militari, quanto piuttosto nell'opera di difesa e di propagazione della religione cristiana.


La figura e l'opera di Costantino sono in effetti al centro della speculazione teologica e politica di Eusebio che in lui vede compiersi la realizzazione di un sogno lungamente coltivato dalle precedenti generazioni cristiane e apertamente prefigurato da apologisti come Melitone di Sardi, già nel sec. II, e Origene: la creazione di un Impero romano-cristiano nel quale la coincidenza della nascita di Cristo con il regno di Augusto ricevesse pieno riconoscimento e adeguata valorizzazione, come segno della profonda identità di interessi che lega la Chiesa e l'Impero nella creazione e nel mantenimento di un nuovo ordine di pace universale in qualche modo anticipatore su questa terra del regno escatologico di Dio.


La prima «Storia della Chiesa»


Eusebio aveva vissuto di persona l'esperienza drammatica della lunga persecuzione di Diocleziano, e ne aveva visto tutti gli inenarrabili orrori, dei quali dà un saggio nell'opuscolo sui Martiri della Palestina, per cui non era forse in grado di rendersi completamente conto dei rischi inevitabili insiti nella nuova situazione di abbraccio troppo stretto tra Chiesa e Impero, un abbraccio che spesso sarebbe divenuto soffocante. Di fatto, nella sua opera di teologo, storico e apologista, Eusebio si rende l'interprete e l'ideologo ufficiale della nuova collocazione nella quale si è venuto a trovare il cristianesimo.


La sua Storia della Chiesa intende appunto descrivere il cammino percorso dalla comunità dei credenti sparsa per il mondo dalle origini, attraverso le persecuzioni e le lotte interne, verso l'immancabile trionfo finale dovuto proprio al provvidenziale e salvifico intervento di Costantino. Ed è di importanza enorme almeno per due ragioni:


- innanzitutto perché è la prima Storia della Chiesa in senso assoluto, se si prescinde dagli Atti degli Apostoli, e inaugura un genere letterario completamente originale e radicalmente diverso, pur nell'analogia dell'impianto narrativo, dalle opere della storiografia classica greca e latina; ad essa si ispireranno tutti gli storici ecclesiastici della Tarda Antichità e dell'Alto Medioevo: la traduzione latina dell'opera fu eseguita da Rufino di Aquileia, che ne assicurò il successo anche presso gli occidentali;


- in secondo luogo, perché introduce la grande innovazione di citare direttamente stralci piú o meno estesi di documenti antichi originali: ciò consente ancora oggi di conoscere aspetti, figure e avvenimenti del cristianesimo orientale dei primi tre secoli altrimenti ignoti.


La Storia ecclesiastica di Eusebio è come un grande mosaico di materiali preziosi; c'è soltanto da rimpiangere che non sia stato ancora piú generoso nel trascrivere documenti, e il fatto che le citazioni siano parziali e selezionate in base all'ottica teologica e apologetica che ispira la stesura della Storia nella sua unità, che rende talora problematica la stessa interpretazione dei documenti riportati.

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11/15/2013 9:49 PM
 
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Girolamo: l'apostolo del patriziato romano


L'opera esegetica di Ambrogio, cosí rilevante da parecchi punti di vista, non incontrò il favore di Girolamo (347-420), che lo accusò di essere soltanto un cattivo imitatore dei Padri greci. Non sorprende che anche Ambrogio sia finito sotto gli strali appuntiti della polemica di Girolamo, un uomo dal carattere aggressivo e facilmente irascibile, che spese gran parte della sua tormentata esistenza e delle sue eccellenti doti intellettuali in innumerevoli polemiche anche violente, spinte fino al sarcasmo e alla demolizione morale dell'avversario, e gli avversari furono parecchi!


La vita di Girolamo fu tutta costellata di controversie, contro i detrattori della verginità e degli ideali monastici, contro i pelagiani, contro gli origenisti... Egli stesso, da giovane fervente ammiratore di Origene insieme con l'amico Rufino di Aquileia, ad un certo punto, coinvolto nell'aspra contesa scatenatasi intomo alla memoria del maestro alessandrino, passò dalla parte dei denigratori e ruppe clamorosamente con il vecchio compagno Rufino, aggredendolo in una maniera talmente spietata che la cristianità ne fu scandalizzata e addolorò perfino Agostino!


Rufino non trovò di meglio che chiudersi in un rassegnato e sdegnoso silenzio.


Girolamo proveniva da Stridone in Dalmazia, aveva studiato a Roma, dove si era impadronito dei tesori della letteratura latina e aveva riportato quella passione per i classici che non lo abbandonò mai, malgrado che, come racconta egli stesso, il Signore in persona lo rimproverasse aspramente durante un sogno, che fu un incubo, di essere «ciceroniano, ma non cristiano». Le dure prove del deserto siriano, dove trascorse un periodo di tirocinio monastico, non lo allontanano dallo studio delle Scritture. Impadronitosi anche dell'uso del greco e dell'ebraico, oltre che del latino, al punto di considerarsi giustamente l'unico individuo trilingue in tutto l'Impero, ebbe contatti con importanti personalità del suo tempo, ad Antiochia e a Costantinopoli, dove restò ammaliato dall'eloquenza di Gregorio Nazianzeno.


A Roma, diventa la guida spirituale dell'aristocrazia femminile ed entra come segretario nelle grazie di papa Damaso (a.382) raccogliendone l'invito a iniziare la revisione della traduzione della Bibbia che lo impegnerà per tutto il resto dei suoi giorni.


Ma il carattere difficile gli impedì un rapido successo nella vecchia capitale. La parte del clero romano, che era stato pesantemente accusato di mondanità e insultato come «asini bipedi», lo costrinse ad andarsene da Roma dopo la morte del suo protettore Damaso.


L'erudito e il polemista


Stabilitosi a Betlemme (a.386), dove per trent'anni condusse una vita rigidamente monastica, Girolamo diventa l'autorità incontestata nel campo degli studi biblici, pur tra polemiche teologiche e personali: "Non mihi conceditur unus angulus heremi. Cotidie exposcor fidem, quasi sine renatus sim. Confiteor ut volunt: non placet. Subscribo: non credunt. Unum tantum placet ut hinc recedam. Iam iam cedo. Abruperunt a me partem animae meae, carissimos fratres. Ecce discedere cupiunt, immo discedunt melius esse dicentes inter feras habitare quam cum talibus Christianis; et ego ipse, nisi me et corporis inbecillitas et hiemis retineret asperitas, modo fugerem" (Ep.17, ad Marcum).


La sua attività infaticabile si esercita non solo in numerosi commenti esegetici, ma soprattutto nella revisione e traduzione della Bibbia, che diverrà la Volgata, e sostituirà le precedenti versioni al punto di imporsi come l'unica traduzione autorizzata nella Chiesa latina. I suoi interessi prevalentemente eruditi e filologici lo inducono a tradurre anche la Cronaca di Eusebio che resterà la base per tutte le speculazioni cronografiche e storiche del Medioevo latino, e a comporre un'opera Sugli uomini illustri, una galleria di medaglioni contenenti ritratti e notizie sugli antichi scrittori cristiani, da Pietro, fino a se stesso! Si tratta del primo tentativo di scrivere una «patrologia», una storia letteraria del cristianesimo antico, prendendo a modello analoghe opere pagane note alla cultura umanistica di Girolamo.


La lotta in difesa dell'ortodossia, la lezione di spiritualità, la cultura biblica riscattano ampiamente gli aspetti meno attraenti della personalità di Girolamo. A lui, come al maestro riconosciuto della scienza biblica, della quale, dopo Origene, è stato il vero fondatore, si rivolse anche Agostino, il piú grande rappresentante della patristica latina e uno dei geni piú elevati, in assoluto, nella storia dell'umanità.


Ambrogio di Milano, maestro di spiritualità e di vita liturgica


Ambrogio, rampollo di una delle famiglie piú ricche e potenti dell'Impero, nacque a Treviri in Gallia verso il 339-340. Avviato alla carriera amministrativa, dopo gli studi richiesti dal suo alto rango sociale, nel 370 è già governatore dell'Alta Italia, con sede a Milano. In questa città, a seguito della morte del locale vescovo ariano Aussenzio, Ambrogio viene eletto vescovo a furor di popolo il 7 dicembre 374, senza neppure essere ancora battezzato (in quel tempo era cosa bbastanza normale rimandare il battesimo all'età adulta). Messosi immediatamente a studiare la Sacra Scrittura e i Padri alla scuola del prete Simpliciano, per darsi una cultura religiosa di cui era stato fino ad allora digiuno, attese tre anni prima di pubblicare la sua prima opera intitolata Le vergini. La verginità fu uno dei temi preferiti da Ambrogio. Già in quest'opera (377) rivela i tratti dominanti del suo carattere e della sua personalità, la sua sensibilità e la sua cultura teologica e spirituale.


Non meno impegnativa fu la fatica spesa per organizzare la liturgia e la disciplina della chiesa milanese. Ricordiamo le opere sui doveri del clero, sulla spiegazione dei sacramenti ai neofiti [cristiani appena battezzati, e quindi appena nati alla nuova vita dello Spirito], sul sacramento della penitenza. Queste catechesi venivano pronunciate in genere nella settimana dopo pasqua, e servivano ad illustrare il significato dei riti dell'iniziazione (battesimo - unzione - eucarestia) che si erano svolti nella notte di pasqua. Per tale ragione, vengono anche chiamate «mistagogiche», cioè di «introduzione ai misteri». Oltre ad Ambrogio, hanno lasciato catechesi mistagogiche, molto importanti per conoscere le antiche liturgie cristiane, Cirillo di Gerusalemme, Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia.


Ambrogio è all'origine di quella che ancora oggi, dopo tante modificazioni, è nota come la «liturgia ambrosiana». Per far partecipare piú intensamente il popolo alla liturgia e alla lotta teologica antiariana compose inni suggestivi, facilmente orecchiabili.


La sua attività di predicatore fu però rivolta prevalentemente al commento e alla spiegazione dell'Antico Testamento ai catecumeni che durante la quaresima si preparavano a ricevere il battesimo nella notte di pasqua. Ne è nata una lunga serie di commenti esegetici, dalla Genesi ai Salmi, nei quali Ambrogio dimostra una spiccata preferenza per l'interpretazione allegorica e mistica del testo sacro appresa alla scuola di Ippolito, Origene, Basilio. Questo tipo di lettura dell'Antico Testamento doveva introdurre gli ascoltatori a comprendere il mistero di Cristo e della Chiesa e alle gioie mistiche dell'unione nuziale dell'anima con il Verbo. La predicazione audace di Ambrogio convinse Agostino della possibilità di recuperare il valore dell'Antico Testamento in senso autenticamente cristiano; egli infatti, per l'adesione al manicheismo, l'aveva rigettato come contrario al messaggio evangelico. Ambrogio commentò anche per esteso il vangelo di Luca, forse perché vi riscontrava, in particolare, i temi della misericordia e del perdono cosí congeniali alla sua indole forte ma delicata.


1. Le conversioni di Agostino


L'opera e la personalità di Agostino non possono essere spiegate in breve, neanche a coglierne gli aspetti salienti. Nato nel 354 a Tagaste in Numidia (Algeria), da madre fervente cattolica, santa Monica, a 19 anni aderí al manicheismo, nella ricerca di una verità religiosa che lo soddisfacesse completamente. Il fondatore è Mani, profeta persiano vissuto nel sec. III: divenuta una delle grandi religioni universalistiche, arrivò ad estendersi dall'Africa settentrionale fino alla Cina!


Per nove anni fu uditore della setta, finché, entrato in crisi, cadde in un acuto scetticismo, nel quale non avevano piú niente da dirgli né gli amori disordinati della giovinezza (aveva avuto un figlio, Adeodato, da una relazione con una donna che sua madre fece di tutto per impedire che diventasse sua moglie!), né i primi entusiasmi per la filosofia suscitati dalla lettura di Cicerone.


Non restava che l'ambizione per la carriera e per i pubblici onori a dare un senso alla sua vita di provinciale africano cui l'intelligenza sveglia e la vasta cultura umanistica promettevano facili successi mondani. Da Cartagine, a Roma, a Milano, insegue i meritati riconoscimenti. Nella capitale dell'Impero, sede della corte, incontra il vescovo aristocratico Ambrogio che con la sua predicazione riuscì ad ammaliare il professore di retorica e ad illuminargli la via verso la definitiva conversione al cattolicesimo.


Proprio la predicazione di Ambrogio fece comprendere ad Agostino come l'Antico Testamento, la cui lingua, poco curata in confronto al latino classico di Cicerone, aveva suscitato in lui un invincibile senso di ripugnanza, fosse in realtà una miniera di insegnamenti spirituali, ascetici e mistici, se interpretato allegoricamente, e che pertanto non era da rifiutare come voleva la dottrina manichea.


Un'altra difficoltà, tipica del manicheismo, riuscí a superare a Milano grazie soprattutto all'apporto della filosofia neoplatonica (Plotino, Porfirio) che gli chiarí come il male, diversamente da quanto sostenevano i manichei, non è da concepire come una sostanza autonoma, un principio contrario al principio del Bene che è Dio, ma è soltanto una mancanza, una deficienza del Bene che è l'unica realtà esistente.


Superate le ultime resistenze psicologiche, in seguito al racconto della Vita di Antonio che lo attirò verso gli ideali di vita monastica, e alla lettura della lettera ai Romani che gli svelò i segreti della grazia divina, Agostino, dopo un periodo di meditazione e di ritiro, ricevette il battesimo dalle mani di Ambrogio nella notte di Pasqua del 387.


Ritornato in Africa (la madre Monica era morta a Ostia sulla via del ritorno) Agostino abbraccia la vita comune insieme ad alcuni amici con i quali crea un cenacolo religioso e intellettuale. La fama è tale che il vescovo di Ippona, Valerio, lo consacra prete e gli affida il ministero di predicare. Dopo cinque anni, nel 396, Agostino gli succede sulla cattedra episcopale, dove resterà fino alla morte avvenuta nel 430, mentre i Vandali assediavano la città.


4. Il mistero della TrinitàDe trinitate L. XV (a.399-419)


Dell'enorme produzione letteraria di Agostino, costituita da dialoghi filosofici, trattati teologici, sermoni sulla Bibbia, opere ascetiche e morali, controversie con gli eretici manichei, donatisti, pelagiani, eccellono due opere, importanti come le Confessioni, ma di genere completamente diverso.


La prima è l'opera Sulla Trinità: essa rappresenta il frutto piú maturo del pensiero cristiano dell'antichità sul problema che aveva lacerato tutto il sec. IV. Dopo Ilario, che aveva tracciato la strada per la teologia occidentale, Agostino esprime nella forma praticamente definitiva il pensiero ortodosso sull'argomento, tentando di far luce sul mistero abissale della Trinità. Ricorre al paragone delle funzioni dell'anima umana, afferma che come nell'anima esistono le tre facoltà distime, eppure integrantisi, della memoria, dell'intelletto e della volontà, cosí in Dio esistono le tre persone distinte, ma della stessa natura, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ciascuno omologabile analogicamente alle funzioni dell'anima che in tal modo rispecchierebbe la struttura intima della Trinità.


Gli interventi autorevoli di Agostino in tutte le questioni di teologia e di disciplina lo avevano reso la guida incontestata dell'intero episcopato africano che nelle sue formulazioni finirà sempre per riconoscere l'autentica tradizione della Chiesa; ma il raggio d'influenza di Agostino si estese ben presto oltre il mare per raggiungere i grandi centri della cristianità occidentale, Roma, in primo luogo, e poi la nuova corte imperiale di Ravenna. Agostino assume la statura del consigliere dell'Occidente cristiano, di coscienza teologica della Chiesa, al di là delle polemiche e delle controversie che pure contraddistinsero specialmente i suoi ultimi anni.


Confessioni 9, 9: Mia madre


... A cosí devota tua serva, nel cui seno mi creasti, Dio mio, misericordia mia, avevi fatto un altro grande dono. Tra due anime di ogni condizione, che fossero in urto e discordia, ella, se appena poteva, cercava di mettere pace. Delle molte invettive che udiva dall'una contro l'altra, quali di solito vomita l'inimicizia turgida e indigesta, allorché l'odio mal digerito si diffondenegli acidi colloqui con un'amica presente sul conto di un'amica assente, non riferiva all'interessata, se non quanto poteva servire a riconciliarle. Giudicherei questa una bontà da poco, se una triste esperienza non mi avesse mostrato turbe innumerevoli di persone, che per l'inesplicabile, orrendo contagio di un peccato molto diffuso riferiscono ai nemici adirati le parole dei nemici adirati, non solo, ma aggiungono anche parole che non furono pronunciate. Invece per un uomo davvero umano dovrebbe essere poca cosa, se si astiene dal suscitare e rinfocolare con discorsi maliziosi le inimicizie fra gli altri uomini, senza studiarsi, anche, di estinguerle con discorsi buoni. Mia madre faceva proprio questo, istruita da te, il maestro interiore nella scuola del cuore.


Finalmente ti guadagnò anche il marito, negli ultimi giorni ormai della sua vita temporale, e dopo la conversione non ebbe a lamentare da parte sua gli oltraggi, che prima della conversione ebbe a tollerare. Era, poi, la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, trovava in lei motivo per lodarti, onorarti e amarti grandemente, avvertendo la tua presenza nel suo cuore dalla testimonianza dei frutti di una condotta santa. Era stata «sposa di un solo uomo», aveva ripagato «il suo debito ai genitori», aveva governato «santamente la sua casa», aveva «la testimonianza delle buone opere» [ 1Tim 5, 4.9.10]; aveva allevato i suoi figli partorendoli tante volte, quante li vedeva allontanarsi da te. Infine, poiché la tua munificienza, o Signore, permette ai tuoi servi di parlare di tutti noi, che, ricevuta la grazia del tuo battesimo, vivevamo già uniti in te prima del suo sonno, ebbe cura come se di tutti fosse stata la madre e ci serví come se di tutti fosse stata la figlia.


Giovanni Crisostomo: un monaco vescovo di Costantinopoli


Dopo i tre grandi Cappàdoci, l'Oriente ebbe due personalità molto forti, anche se diversissime tra loro: Giovanni Crisostomo e di Cirillo di Alessandria, ambedue coinvolte negli eventi decisivi della storia cristiana dei decenni tra i secoli IV e V.


Giovanni (345-407), soprannominato «Crisostomo», cioè bocca d'oro, a motivo della sua eccelsa arte oratoria che ha fatto delle sue opere e dei suoi discorsi gli ultimi capolavori della letteratura greca antica, nacque da famiglia cristiana e benestante di Antiochia, terza metropoli dell'Impero dopo Roma e Alessandria. Fu breve ma intensa l'esperienza monastica prima di essere ordinato prete ad Antiochia (386-397), dove il vescovo Flaviano gli conferí l'incarico di predicatore, cosa allora del tutto eccezionale, se si pensa che il ministero della predicazione era normalmente di competenza del vescovo (un privilegio simile toccò solo ad Origene e Agostino!).


La sua predicazione, ricca di profonde meditazioni bibliche e quanto mai lontana dai richiami della cultura classica, che pure Giovanni aveva da giovane assorbito alla scuola del maestro Libanio, lo mise in contatto diretto con il popolo, al quale rivolge appassioante esortazioni alla vita cristiana, per distoglierlo dalle tentazioni molteplici della vita quotidiana, del circo e degli spettacoli pagani, del lusso e dell'eresia. In un momento drammatico per le sorti degli abitanti di Antiochia, che temono la rappresaglia dell'imperatore, perché colpevoli di aver abbattuto le statue della famiglia imperiale durante una sommossa, Giovanni intrattiene e incoraggia la popolazione con le Omelie sulle statue.


La sua fama di predicatore si era frattanto talmente estesa che, con un sotterfugio, si riuscí a farlo venire a Costantinopoli, dove fu intronizzato sulla cattedra episcopale che era stata di Gregorio Nazianzeno. Però ben presto il suo rigore ascetico e alieno dai compromessi, assieme all'alta concezione della missione sacerdotale, che gli aveva dettato le pagine memorabili del dialogo Sul sacerdozio, lo misero in aperta opposizione tanto con parte del clero (vescovi e preti), quanto con la corte, specialmente il gran ciambellano, l'eunuco Eutropio e l'imperatrice Eudossia. Le iniziative di riforma ecclesiastica e le infuocate invettive ascetiche contro il lusso e la sete insaziabile di potere, in una capitale solo superficialmente cristiana, suonavano come sfida aperta al malcostume consolidato.


Crisostomo, Omelie sulla 1Corinzi 4, 3.4: Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso


La parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza diDio (I Cor 1, 18).


La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto non servendosi di mezzi umanamente imponenti, ma dell'apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell'ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti.


Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia piú saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia piú forte della fortezza umana. In che senso piú forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l'universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l'effetto contrario. Questo nome rifiorí sempre di piú e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l'hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dioe a un cristiano che è fuori della vita, dice una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rende persuaso che sono mille volte piú saggio di lui che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui. I filosofi, i re e, per cosí dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori 3 poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esdamava: «Ciò che è debolezza di Dio è piú forte degli uomini» (1 Cor 1, 25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di piú ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l'afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti, ciò che costituisoe la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.


Costui, dunque, racconta che quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi Giudei, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino solo pensarla?


E evidente perciò che se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile delia sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio.

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11/15/2013 9:50 PM
 
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Il conflitto tra Alessandria e Antiocbia


L'artefice della rovina di Giovanni fu Teofilo vescovo di Alessandria, ove si era da tempo imposto un orientamento generale nella teologia che insisteva sulla divinità del Figlio di Dio e sull'esigenza di leggere la Bibbia per mezzo dell'esegesi allegorico-spirituale. A ciò si aggiunga che i vescovi di Alessandria, consapevoli dell'importanza anche politica della loro posizione (l'Egitto era il granaio dell'Impero), non avevano mancato di far valere la loro superiorità su tutto l'Oriente, entrando inevitabilmente in collisione con quanti, anche inavvertitamente, avessero tagliato loro la strada.


Ad Antiochia, invece, dove gli studi filologici avevano una lunga tradizione, la lettura della Bibbia venne preferibilmete svolta secondo i canoni del senso letterale, prestando cioè maggiore attenzione al dettato del testo. A questa esegesi letterale, aliena dagli svolazzi allegorici, corrispondeva una cristologia piú sensibile alla comprensenza dell'umanità del Figlio accanto alla divinità. Giovanni Crisostomo stesso è, a buon diritto, considerato un rappresentante significativo di questo orientamento. Nelle omelie egli è sempre aderente al senso letterale del testo biblico commentato; diffida delle ardite speculazioni teologiche e delle controversie che ne scaturiscono. Non è un caso se le sue preferenze vanno alle lettere di Paolo, maestro di vita spirituale e morale per il popolo cristiano.


Si comprende, dunque, facilmente, l'atteggiamento di Teofilo nei confronti di Giovanni, che alla fine, fu travolto. Ma poco tempo dopo lo stesso atteggiamento lo ritroviamo in Cirillo di Alessandria, nipote di Teofilo e suo successore (412-444), in una situazione per molti versi analoga.


Cirillo di Alessandria: un «faraone» cristiano


Lo stile di governo dato da Cirillo alla chiesa egiziana (a.412-444) richiama quello degli antichi faraoni: con lui, ancor piú che con Teofilo, la chiesa alessandrina rivendica con ogni mezzo il mantenimento del suo primato sulle cristianità orientali. Il modo con cui Cirillo si rese responsabile della fine della bella e dotta Ipazia, maestra rinomata di filosofia e di matematica tra i pagani di Alessandria, o l'arroganza con la quale fece distruggere la colonia ebraica di Alessandria dicono abbastanza chiaramente la tempra dell'uomo, che non arretrava davanti a nulla pur di raggiungere il suo scopo.


Carattere forte, fino alla prepotenza, Cirillo era dotato di una buona cultura teologica che gli consentiva di distinguere l'eresia al primo apparire. Si impegnò a fondo ancora contro gli ariani e non mancò di commentare abbondantemente le Scritture, dimostrando di possedere un'ottima preparazione teologica e patristica. Compose anche una grossa opera in cui confutava, punto per punto, quella che oltre settant'anni prima aveva scritto l'imperatore Giuliano l'ApostataContro i Galilei, cioè i cristiani. Giuliano aveva ripreso, approfondendole e amplificandole, le accuse di Celso e di Porfirio contro la religione cristiana, e la sua opera girava ancora negli ambienti pagani dell'Egitto senza aver ricevuto adeguata confutazione. All'impresa si accinse Cirillo, riprendendo la tecnica della confutazione per citazione diretta inaugurata da Origene, cosa che ci permette ancora oggi di leggere un buon numero di frammenti dell'opera altrimenti perduta di Giuliano.


4. La Madre di Dio


Cirillo è passato alla storia soprattutto come il vincitore del concilio di Efeso del 431, il terzo ecumenico, e come l'avversario accanito di Nestorio. Questi proveniva da Antiochia, come Crisostomo, ma a differenza del suo illustre predecessore sulla cattedra episcopale di Costantinopoli, nel corso delle sue orazioni non si trattenne dall'esprimere audaci novità che turbarono il mondo cristiano. Secondo Nestorio, in Cristo esistono due nature, l'umana e la divina, che sono talmente distinte da essere totalmente incomunicabili tra loro e, di conseguenza, la Madonna non poteva a rigor di termini essere chiamata «Madre di Dio», secondo l'antica e affettuosa espressione della fede popolare, ma solamente «Madre dell'uomo Gesù».


Questi concett scivolavano verso errori cristologici veri e propri, e diedero a Cirillo motivo per intervenire contro Nestorio, lanciando 12 Anatematismi di condanna che innescarono una dolorosa controversia finita in una tragica spaccatura delle chiese orientali.


Al concilio di Efeso, le tesi di Cirillo prevalsero e venne solennemente riconosciuta, fra il tripudio popolare, la divina maternità di Maria, la Theotòkos (= madre di Dio). I seguaci di Nestorio, esclusi dalla comunione ecclesiale, diedero vita ad una chiesa autonoma, quella nestoriana, che si diffuse verso l'Oriente siriaco ed ebbe lunga vita spingendosi fin dentro il remoto universo cinese: i nestoriani furono i primi cristiani ad arrivare in Cina, parecchi secoli prima di Marco Polo!


5. Verso il monofisismo


Ottenuta la destituzione di Nestorio, Cirillo scese a piú ragionevoli consigli con il partito antiocheno e si ritirò in un lungo silenzio fino alla morte avvenuta nel 444. Ma nella cristologia stessa di Cirillo si annidava un equivoco che di lí a poco avrebbe fatto scoppiare una nuova crisi.


Nel pensiero di Cirillo, che pure distingueva le due nature nell'unica persona di Cristo, la natura divina del Verbo era talmente predominante che finiva quasi per assorbire in sé quella umana. Cirillo si mantenne entro i confini dell'ortodossia, ma i suoi successori e seguaci alessandrini, portati verso questo tipo di cristologia per l'antica tradizione di pensiero spiritualistico caratteristica dell'ambiente, finirono col ricorrere a formulazioni troppo rigide nelle quali la natura umana scompariva, completamente assunta da quella divina, che veniva in tal modo considerata come l'unica natura di Cristo: di qui l'accusa di «monofisismo» che si attirarono gli eredi di Cirillo.


Lo scontro divampò nuovamente tra i monofisiti, particolarmente forti anche negli ambienti monastici e presso la corte imperiale di Costantinopoli, e i difensori delle due nature. In un primo momento i monofisiti ebbero la meglio nel famoso «brigantaggio di Efeso» del 449, ma ben presto, grazie soprattutto all'intervento decisivo di papa Leone Magno, le sorti si rovesciarono e al concilio di Calcedonia del 451 prevalse la formula ortodossa definitiva delle due nature di Cristo, quella divina e quella umana, intercomunicanti, ma distinte, nell'unica sua persona.


Omelia tenuta nel concilio di Efeso, 4: Lode a Maria, Madre di Dio


Ad Efeso nella Pentecoste del 431 il III Concilio ecumenico proclamò la reale unione deile due nature umana e divina in Gesú Cristo e, di conseguenza, la maternità divina di Maria, che può legittimamente essere chiamata Madre di Dio, Theotòkos, ciòè madre, secondo l'umanità, di Uno che è Dio.


Vedo qui la lieta e alacre assemblea dei santi, che, invitati dalla beata e sempre Vergine Madre di Dio, sono accorsi con prontezza. Perciò, quantunque oppresso da grave tristezza, tuttavia il vedere qui questi santi padri mi ha recato grande letizia. Ora si è adempiuta presso di noi quella dolce parola del salmista Davide: «Ecco quant'è bello e giocondo che i fratelli vivano insieme» (Sal 132, 1).


Ti salutiamo, perciò, o santa mistica Trinità, che ci hai riuniti tutti in questa chiesa della santa Madre di Dio, Maria.


Ti salutiamo, o Maria, Madre di Dio, venerabile tesoro di tutta la terra, lampada inestinguibile, corona della verginità, scettro della retta dottrina, tempio Lndistruttibile, abitacolo di colui che non può essere circoscritto da nessun luogo, madre e vergine insieme-per la quale nei santi vangeli è chiamato «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).


Salve, o tu che hai accolto nel tuo grembo verginale colui che è immenso e infinito. Per te la santa Trinità è glorificata e adorata. Per te la croce preziosa è celebrata e adorata in ogni angolo della terra. Per te i cieli esultano. Per te gli angeli e gli arcangeli si allietano. Per te i demoni sono messi in fuga. Per te il diavolo tentatore è precipitato dal cielo. Per te la creatura decaduta è innalzata al cielo. Per te tutto il genere umano, schiavo dell'idolatria, è giunto alla conoscenza della verità. Per te i credenti arrivano alla grazia del santo battesimo. Per te viene l'olio della letizia. Per te sono state fondate le chiese in tutto l'universo. Per te le genti sono condotte alla penitenza.


E che dire di piú? Per te l'unigenito Figlio di Dio risplendette quale luce «a coloro che giacevano nelle tenebre e nell'ombra della morte» (Lc 1, 79). Per te i profeti hanno vaticinato. Per te gli apostoli hanno predicato al mondo la salvezza. Per te i morti sono risuscitati. Per te i re regnano nel nome della santa Trinità.


E qual uomo potrebbe celebrare in modo adeguato Maria, degna di ogni lode? Ella è madre e vergine. O meraviglia! Questo miracolo mi porta allo stupore. Chi ha mai sentito che al costruttore sia stato proibito di abitare nel tempio, che egli stesso ha edificato? Chi può essere biasimato per il fatto che chiama la propria serva ad essergli madre?


Ecco dunque che ogni cosa è nella gioia. Possa toccare a noi di venerare e adorare la divina Unità, di temere e servire l'indivisa Trinità, celebrando con lodi la sempre Vergine Maria, che è il santo tempio di Dio, e il suo Figlio e sposo senza macchia poiché a lui va la gloria nei secoli dei secoli. Amen.


Conclusione


Con la morte di Agostino (430) e con il concilio di Calcedonia (451) ha termine l'età dell'oro della letteratura patristica. Dopo il pensiero e la spiritualità cristiana tomeranno alla scuola dei Padri per approfondire continuamente la propria coscienza, ma le basi erano gettate. Dalla metà del sec. V inizia un periodo di sistematizzazione della tradizione, caratterizzato da scarsa originalità, e raramente interrotto dalla presenza luminosa di grandi scrittori spirituali. Ai Padri guarderanno sempre, sia in Oriente sia in Occidente, le generazioni successive come ai fondatori e alle guide insostituibili della vita e del pensiero cristiano, nonostante l'approfondimento della spaccatura tra la parte latina e quella greca dell'antico Impero romano, che ha portato un inevitabile impoverimento all'economia dell'esperienza cristiana.


Il ritorno ai Padri è la condizione irrinunciabile per l'incontro ecumenico tra l'Oriente e l'Occidente, ed è significativo il riconoscimento di un teologo protestante che non esita a parlare dell'«attualità dei Padri della Chiesa».

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11/15/2013 10:26 PM
 
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LA MARIOLOGIA NEI PADRI [sintesi sinottica]


Elementi di mariologia nel primo kerygma


Nel I sec. il centro dell' annuncio cristiano è costituito dalla fede in Cristo, Figlio di Dio, divenuto kyrios «Signore» a seguito della sua morte e resurrezione. E' un annuncio concentrato sull'essenziale: gli eventi con cui Cristo ha portato la salvezza e il rapporto con la vita di ciascun uomo («pro nobis»).


In epoca subapostolica al credo cristologico del Nuovo Testamento si aggiunse il ricordo della nascita di Cristo da Maria vergine, che rimase fissato per sempre nelle professioni di fede, necessario sussidio per le diverse circostanze e situazioni di catecumenato, esorcismi, polemica contro gli eretici (O. CULLMANN La fede e il culto della Chiesa primitiva, trad. dal francese, Roma 1974, 77-92). [copiato]


In un contesto di esorcismo Giustino attesta: «Ogni demonio è esorcizzato, vinto e sottomesso nel nome di colui che è il Figlio di Dio e primogenito di ogni creatura, nato per mezzo di una vergine e divenuto uomo soggetto a patire, crocifisso sotto Ponzio Pilato dal vostro popolo, morto e risorto dai morti e salito al cielo» (Dialogo con Trifone 85,2). [copiato]


Legato al catecumenato è il Simbolo della Traditio apostolica (215ca.) di Ippolito: «Credi in Cristo Gesù, figlio di Dio, che è nato per mezzo dello Spirito Santo dalla vergine Maria?» (21).


In quasi tutti i simboli Maria è ricordata nella sua relazione a Gesù sia per l'aspetto della reale maternità (natus ex Maria), sia per la sua verginità (virgine).


Sono in realtà le affermazioni bibliche di Luca e Matteo, taciuti da altri scritti neotestamentari: Marco inizia con il battesimo di Gesù e Giovanni preferisce contemplare la nascita eterna del Verbo; Paolo in Gal 4,4 (nato da donna) rileva la «kenosi» di Cristo, come partecipazione al loro destino. Su tali affermazioni lucane e matteane si costruisce la primitiva dottrina mariologica che si affermerà nella lotta su due fronti contrapposti: il giudeo cristianesimo eterodosso e lo gnosticismo.


Origene nel Contro Celso V, 61 a proposito dei giudaizzanti, riferisce che «costoro formano le due sette di Ebioniti, cioè di quelli che ammettono, come noi, che Gesù è nato da una vergine, e di quelli che invece credono che non è nato in tal modo, ma come tutti gli altri uomini». Per questi ultimi quindi Gesù è nato da Maria e da Giuseppe o da un certo Pantera. E proprio riferendosi a questa diceria, Celso presenta Maria come una donna adultera, resa madre da un certo soldato di nome Pantera, e scacciata a motivo dell'adulterio dall'artigiano Giuseppe. Essa, per Celso, «non era né una donna nobile, né di stirpe regale, perché nessuno la conosceva, neanche i vicini. Scacciata dal marito ed errando in modo miserevole, diede alla luce di nascosto Gesù. Fu lui che in seguito inventò tutta la storia della nascita da una vergine che era tutto l'opposto» (Contro Celso I, 28). Non c'è posto qui per la verginità di Maria.


Lo gnosticismo concorda con la fede della Chiesa nel riconoscere la concezione e il parto verginale, ma affermando che Gesù ebbe un corpo fantasmale o comunque non materiale compromette irrimediabilmente la reale maternità di Maria (A. ORBE, Cristologia gnostica I, BAC 1976, 425-432). Gli autori cristiani cercano di salvaguardare le due prerogative del kerygma primitivo contro lo gnosticismo e contro il paganesimo, ponendo a fondamento del dogma e dell'apologetica la nascita verginale di Gesù e la figura di Maria nel mistero della salvezza.


Per il mondo pagano infatti, come affermava Celso, era inaccettabile l'idea di una nascita di Dio da una donna: «Se Dio voleva far discendere uno spirito da lui, che bisogno c'era di alitarlo nel grembo di una donna. Egli infatti aveva il potere di plasmare gli uomini, di forgiare un corpo senza buttare il proprio spirito in una simile cloaca. In tal caso egli avrebbe anche evitato l'incredulità degli uomini se fosse stato generato direttamente dall'alto» (Contro Celso VI 73).


A partire dalla fine del II sec., per influsso di nuove tendenze ascetiche anche entro la Chiesa, la nascita verginale di Gesù, nel contesto della santità di Maria, viene considerata come la controfigura della naturale attività sessuale e Maria, madre vergine, appare come l'immagine primordiale di purezza.


Il Protovangelo di Giacomo è il primo documento che considera così la nascita verginale e la figura di Maria. Il suo ignoto autore non appare mosso da orientamenti teologici o polemici, ma vuole solto glorificare Maria sottolineando l'ideale ascetico della verginità [Campenhausen H. von, Die Jungfrauengeburt in der Theologie der alten Kirche, Heidelberg 1962, 40-41].


I movimenti encratiti accentuano a tal punto l'ascetismo da leggere la nascita verginale di Gesù come il superamento della generazione, intesa peraltro come qualcosa di cattivo. Così lo ps.-Giustino e l'Opus imperfectum in Matthaeum, I: "Haec ipsa coniunctio maritalis malum est ante Deum; non dico peccatum, sed malum. Nam quantum ad naturam rei ipsius, peccatum est, concessione autem Dei factum est, ut non sit peccatum... Licentia, dico, facta est, non iustitia. Nam etsi propter necessitatem rei peccatum esse desiit, tamen iustitia esse non meruit (incipit)".


La comunità cristiana non accolse questa «lettura» della nascita verginale, ma opponendosi allo gnosticismo, al montanismo e ad altre tendenze ascetiche radicali, forse la conservò in forma latente.


La maternità reale di Maria negli autori cristiani del II secolo


Tra i «Padri Apostolici» solo Ignazio d'Antiochia ha un riferimento alla maternità verginale di Maria. Contro le tendenze docetiste vive in Asia Minore, sottolinea la maternità vera di Maria: per essa Gesù appartiene alla stirpe di Davide (Lettera ai Trallesi 9; Smirnesi 1). Generato da lei (Efesini 7), Gesù è portato nel suo seno «come Dio aveva stabilito» (Efesini 18). Il contesto apologetico fa risaltare la nascita vera di Gesù, che costituisce per Ignazio l'aspetto più importante. La fede in tale vera nascita appartiene alla tradizione della Chiesa e comporta due verità paradossali: - Dio prende carne da una donna vergine, - Dio soffre la passione e muore in croce. Nelle Lettera agli Efesini 19 scrive: «Al principe di questo mondo rimase nascosta la verginità di Maria, e anche il suo parto; e così pure la morte del Signore. Sono questi i tre misteri strepitosi che si compirono nel silenzio diDio».


Giustino non si riferisce a Maria in chiave antidoceta, ma solo per salvaguardare il carattere divino di Gesù contro pagani e giudaizzanti che lo ritenevano frutto di un normale matrimonio. Da qui l'insistenza sull'avveramento delle profezie («la vergine concepirà»: Is 7,14). Nel Dialogo con Trifone 66-67 preferisce la traduzione della Bibbia dei LXX su Is 7,14 («la vergine concepirà»), anziché quella più letterale di Aquila («la giovane concepirà»). Il carattere di «segno» profetico secondo Giustino scomparirebbe se non si trattasse di qualcosa d'eccezionale: «Se al pari di tutti i primogeniti anche questo doveva nascere da un rapporto carnale, perché mai Dio avrebbe detto di voler porre un «segno», che non è cosa da tutti i primogeniti?» (Ivi, 84,1; 84,2-3).


Per avvalorare la sua argomentazione Giustino richiama addirittura episodi di partenogenesi mitologici: «Nel dire che il Verbo... nato senza rapporto umano è stato crocifisso non diciamo nulla di nuovo rispetto a coloro che presso di voi parlano dei figli di Zeus» (Apologia I, 21,1). I richiami mitologici facilmente comprensibili dal mondo pagano furono invece usati in ambito ebraico per diffamare la nascita verginale. Nel Dialogo con Trifone 67,2 si legge: «Del resto nelle favole dei Greci si narra che Perseo è nato da Danae, che era vergine... Dovreste vergognarvi di andar raccontando le stesse cose dei Greci! Per voi sarebbe meglio riconoscere che questo Gesù è un uomo nato da uomini e... non avere la sfrontatezza di inventare prodigi. Se non volete passare per dementi come i Greci!» [pure Tertulliano,Contro Marcione IV, 10].


Ireneo si oppone al docetismo di matrice gnostica e accentua la realtà umana della maternità di Maria, rilevando il ruolo «volontario» che ella ebbe nella nascita di Gesù e inserendolo nell'idea di «ricapitolazione» (Contro le eresie V, 14,2): «Ciò che era perduto (Adamo) aveva carne e sangue, perché Dio plasmò l'uomo prendendo fango dalla terra, e per lui fu stabilita tutta l'economia della venuta del Signore. Ebbe dunque anch'egli carne e sangue per ricapitolare in sé non un'altra opera, ma l'opera plasmata inizialmente dal Padre, per cercare ciò che era perduto». L'accostamento paolino tra Adamo e Cristo, si allarga ad Eva e Maria. All'errore dei progenitori è contrapposto il nuovo comportamento della coppia Cristo-Maria. Nel parallelismo Maria è contrapposta alla «prima femina» Eva per l'obbedienza, che non si limita all'annunciazione, ma da esse prende inizio: «Mediante la sua obbedienza, fu causa di salute per sé stessa e per tutto il genere umano... Il nodo della disobbedienza di Eva trovò soluzione grazie all'obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato per la sua incredulità, Maria ha sciolto per la sua fede» (Contro le eresie III, 22,4). Eva e Maria sono in totoresponsabili della loro scelta, e appunto perché scelta libera gravida di conseguenze per sé e per gli altri meritevole di condanna o di lode [A. DE ALDAMA, Maria en la patristica de los siglos I y II, BAC, Madrid 1970, 284].


Per Ireneo il peccato ha origine dalla libera volontà dell'uomo ed i progenitori hanno liberamente rifiutato il loro assenso a Dio: la redenzione dovrà per questo configurarsi come un ritorno alla perfetta obbedienza della quale Cristo offre un esempio. E' il cuore che conta ed è questo che Cristo ricerca tanto dai suoi discepoli che da sua madre in maniera particolare (cf. Lc 11,28).


La riflessione tipologica ed i1 parallelismo non fanno di Maria un essere soprastorico, né la allontanano dalla realtà umane. Anzi, proprio a motivo della sua obbedienza, Maria fa da cerniera tra Cristo e la Chiesa, divenendo figura e modello tanto per la comunità dei credenti che per i singoli. Il suo significato religioso «femminile ed inaugurale» sta nell'essere la madre eletta di Gesù e anche la nuova madre dell'umanità. E' così abbozzata l'idea della maternità universale di Maria. Tuttavia manca nella Chiesa antica un'interpretazione mariologica della «donna vestita di sole» (Apoc 12) e lo stesso deve dirsi per la profezia di Genesi 3,15 sul seme della donna che schiaccerà il capo al serpente, sempre riferita a Cristo, mai a Maria [H.VON CAMPENHAUSEN, Die Jungfrauengeburt 33].


Nei secoli III-V la riflessione mariologica si concentra sugli aspetti del riconoscimento di Maria «madre di Dio», della sua verginità «in partu» e «post partum», e della sua santità.

11/15/2013 10:27 PM
 
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Maria, madre di Dio


Il riconoscimento di Maria «theotokos» è attestato abbondantemente a partire dal Concilio di Nicea. La prima testimonianza sicura è offerta dal vescovo Alessandro d'Alessandria (+ 325) in una lettera indirizzata ad Alessandro di Costantinopoli, dove precisa che il Signore Gesù «non ebbe soltanto l'apparenza, ma portò una vera carne assunta dalla Theotokos Maria [Epistula ad Alex. XII: PG, 18,568]. Verosimilmente l'espressione non è stata coniata da Alessandro. Se la preghiera Sub tuum praesidium attestata dal papiro 470 della John Rylands è della fine del III secolo, sarebbe una testimonianza ancor più antica dell'uso della theotòkos, comunque appartenente alla stessa area culturale.


E' però certo che dal III sec. le testimonianze sulla «deipara» si riscontrano presso autori appartenenti a diversi orientamenti dottrinali: Eusebio di Cesarea, Atanasio, Didimo il Cieco, ma anche Efrem il Siro, i Cappadoci, Cirillo di Gerusalemme, Apollinare di Laodicea, Teodoro di Mopsuestia, Giovanni Crisostomo e presso autori latini dalla metà del IV sec. (Cf Enchiridion marianum, a cura di D.Casagrande, Roma 1974). La controversia suscitata al Concilio di Efeso (431) intorno alla qualifica di theotòkos contestata da Nestorio, che preferiva «madre di Cristo» o «madre dell'Uomo», è stata preceduta da un secolo in cui questo titolo s'era pacificamente imposto. Ecco perché i Padri conciliari si appellarono ai «Padri» anteriori. Il concilio del resto è più cristologico che mariologico. La Lettera di Giovanni d'Antiochia a Nestorio 4, precisa che theotòkos è un nome che «è stato concepito e detto e scritto da molti Padri... Non v'è alcun pericolo nel dire e pensare le stesse cose di quei dottori che nella Chiesa hanno avuto una buona fama (doc. 14, Schwartz I, 1, 95).


La verginità di Maria


L'affermazione della verginità di Maria in partu e post partum trova nella Chiesa dei primi secoli voci discordanti. La riconoscono autori come Ireneo e Origene, ma si oppongono altri, come Tertulliano ed Elvidio, che dovevano fronteggiare la strumentalizzazione di queste prerogative. In effetti la verginità «in partu» trovava favorevole il docetismo gnostico che attribuiva a Cristo una nascita apparente. La verginità «post partum» era sostenuta dal manicheismo che trovava in essa un appoggio al disprezzo per le realtà matenali e, nella fattispecie, per il matrimonio. Occorreva svincolare la verginità «in partu» e «post partum» dai falsi principi ai quali erano state vincolate, ma si dovevano conciliare pure in ambito cristiano due esigenze della fede inconciliabili: la maternità fisica e reale di Maria con la sua verginità fisica e reale. La risposta dei Padri muove dalla cristologia e non rappresenta un panegirico dei «privilegi» di Maria. E' piuttosto legata all'idea della nascita di Dio, il quale non abolisce o rinnega la carne, ma le comunica il pegno del suo rinnovamento escatologico. Come Ambrogio dichiara: «Nello stesso (Cristo) troverai molte cose secondo natura e ai di sopra di essa... ma soprattutto il fatto che la vergine concepì e generò perché tu credessi che era Dio a rinnovare la natura ed era uomo lui che, secondo la natura, nasceva dall'uomo» (De Incarnatione 54).


Ad offrire un supporto alla verginità «in partu» e «post partum» ha concorso l'idea, presente nei Padri, delle tre nascite del Verbo: nascita dal Padre, nascita dalla vergine, nascita nel cristiano. La seconda nascita dalla vergine partecipa tanto della prima che attesta e replica temporalmente, quanto della terza per la quale diviene pegno ed esemplare. Maternità e verginità divengono così l'ideale del cristiano.


La santità di Maria


Superando l'idea quasi magica di una santità per contatto, taluni Padri, come il Crisostomo, rilevano che a Maria la sola maternità divina non sarebbe servita molto, dal momento che Dio aspetta una risposta libera e responsabile: «Se a Maria non avrebbe valso a niente l'aver partorito il Cristo qualora non fosse stata interiormente ricca di virtù, tanto meno gioverà a noi» (Commento in Gv. - Discorso XXI, 3; Agostino, De virginitate 3,3].


In questa prospettiva di risposta libera e responsabile a Dio, le parole di Gesù «chiunque fa la volontà del Padre mio... è mio fratello, sorella e madre» (Mt 12,50) si riferiscono principalmente a Maria e rilevano quel che conta per Cristo: la parentela spirituale che si costituisce nella comunione delle volontà. «Essa (Maria) - commenta Agostino - fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo» (Sermone LXXII A 7; De virginitate 5,5). Questo adeguamento, se a livello di disponibilità appare totale sin dall'annunciazione, con l'andar del tempo si rivela sempre più consapevole e segue un cammino di progressività che, secondo alcuni Padri comporta la presenza e il superamento di imperfezioni umane quali la vanagloria, il dubbio, la presunzione. Basilio presenta Maria presa dal dubbio e scandalizzata al momento della passione [Lettera CCLX, 9]. Giovanni Crisostomo osserva: «Se Cristo si preoccupava degli altri e non trascurava niente perché avessero di lui un opinione adeguata, a maggior ragione doveva comportarsi così con sua madre» (Commento in Gv - Discorso XXI, 2).


La «santità» di Maria divenne oggetto di polemica nel V secolo, quando il monaco irlandese Pelagio, reagendo al pessimismo manicheo, prese ad affermare la bontà naturale dell'uomo non compromessa dal peccato originale. Contro Pelagio intervenne Agostino, il quale pur non negando la santità di Maria, ne riconobbe però il carattere eccezionale (De natura et gratia 42). La posizione di Pelagio venne ulteriormente approfondita dal vescovo Giuliano d'Eclano, che contestava la dottrina agostiniana secondo cui l'atto generativo non è mai esente da peccato a causa dellaconcupiscentia che l'accompagna. Cristo dunque non poteva nascere che da una «vergine». In questa visuale i motivi cristologici a base della mariologia primitiva si fondono con quelli ascetici, prima distinti e per i quali la verginità di Maria non appare tanto una prova della «eccezionalità» di Gesù quanto espressione di una latente disistima della realtà sessuale.


Giuliano, vescovo coniugato, reagì sostenendo la bontà naturale del matrimonio e della concupiscenza e negando l'esistenza del peccato originale. In questo contesto Maria è assunta ad esempio di creatura non macchiata dal peccato d'origine. Tale affermazione dell'«immacolata concezione» sostenuta da Giuliano contro Agostino, il quale insisteva piuttosto sul dominio universale del peccato originale, rende ragione delle difficoltà che questa dottrina ha trovato ad affermarsi entro la Chiesa medievale d Occidente fortemente improntata dal pensiero dell ipponense.


Questo «excursus» fa rilevare come le attribuzioni mariane, per la loro risonanza dottrinale, ebbero un cammino laborioso nella riflessione teologica. Anche la mariologia è stata costretta ad un notevole approfondimento dalla polemica, che ha fissate delle piste non certo uniche, come dimostra l'Enciclica Redemptoris Mater, sempre feconde (L. PADOVESE, Prospettive della tradizione patristica nella Redemptoris materin Redemptoris mater - contenuti e prospettive dottrinali e pastorali (Atti) a cura della Pont. Acc. Mariana Intern., Roma 1988, 89-103).


1. Ottima guida è l'opera, in quattro volumi, a cura di G.Gharib, E. Toniolo, L.Gambero, G. Di Nola, Testi mariani del primo millennio, edita da Città Nuova, Roma 1988; cf L. MORALDI, Introduzione Apocrifi del Nuovo Testamento,TEA, Milano 1991.

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