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La casualità delle mutazioni portano all'evoluzione?

Last Update: 4/11/2015 1:48 PM
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10/5/2013 11:49 AM
 
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La Sintesi Moderna si basa sul verificarsi casuale di una serie di mutazioni che conducono all’evoluzione.

 

Si tratta di un’affermazione che dovrebbe essere sottoposta a verifica da parte del CICAP

 

 

Il punto debole della teoria dell’evoluzione neodarwiniana è noto a tutti gli addetti ai lavori, esso è negli smisurati tempi necessari affinché essa possa essere, anche solo teoricamente, efficace. Un calcolo a prova di smentite è stato pubblicato dal prof. Giorgio Masiero su Critica Scientifica con il titolo “I 3 salti dell’essere“.

Tale improbabilità statistica era ben chiara a Jacques Monod quando scriveva ne “Il caso e la necessità“:

 L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?

[Edited by Credente. 10/5/2013 11:51 AM]
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10/5/2013 11:51 AM
 
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Ma una vincita alla roulette non rende per niente bene l’idea, infatti come evidenziato sempre da Giorgio Masiero in un articolo scritto insieme a Michele Forastiere intitolato “L’insostenibile leggerezza del neodarwinismo“, per vincere alla lotteria dell’esistenza un semplice organismo unicellulare avrebbe dovuto avere una fortuna pari a quella di chi vincesse per ben 25.000 volte di seguito alla roulette. Una cifra tale da rendere inutile ogni tentativo, anche se si avesse a disposizione tutta l’età dell’Universo o di milioni di volte la sua lunghezza.

 Consapevole di questa insormontabile difficoltà, ecco che allora Richard Dawkins si propone di superarla ideando un esempio che dovrebbe avvalersi dell’efficacia della selezione naturale. Dawkins ricorre al concetto di selezione cumulativa, il suo ragionamento è il seguente:

“Nella selezione cumulativa, invece, esse (le entità selezionate) «si riproducono» , o in qualche altro modo i risultati di un processo di cernita vengono sottoposti ad un altro processo di cernita…”

Il concetto di selezione cumulativa, che poi sarebbe realizzata dalla selezione naturale, viene chiarito con il seguente esempio:

Se una scimmia dovesse battere casualmente a macchina la frase diShakespeare “Methinks it is like a weasel” (“O forse somiglia a una donnola”), essendo la frase composta da 28 caratteri, ed essendo l’alfabeto inglese composto da 27 lettere, le possibili combinazioni di 27 lettere in una frase di 28 lettere (compresi gli spazi) sarebbero espresse da: 2728.
A questo punto Dawkins inserisce un computer che “seleziona” frasi mutanti che più si avvicinino alla frase originale:

“Il computer esamina le frasi mutanti nonsense, la “progenie” della frase originaria, e sceglie quella che, per quanto poco, assomiglia di più alla frase bersaglio…”

Per poter completare la frase in un numero ragionevole di tentativi lo scienziato inglese introduce quella che definisce una “frase bersaglio e un computer che conosce in anticipo la frase che deve essere composta, il che inserisce il finalismo nella teoria.

L’unico modo per evitare il finalismo è quello di ammettere che le frasi debbano essere scelte mediante la selezione naturale, ma il fatto che le frasi intermedie siano dallo stesso Dawkins definite “nonsense” esclude che esse possano essere premiate dalla selezione naturale.

Ecco la contraddizione di Dawkins: si parte da un “il processo cieco, inconscio, automatico” e per renderlo possibile nei 13,7 miliardi di anni trascorsi dall’origine dell’universo si finisce per postulare un “computer” e una “frase bersaglio” che negano il processo cieco da cui si era partiti.

 Ed è partendo da questa consapevolezza che è stato proposto il confuso concetto di evolvibilità, la cui definizione di “termine che indica l’abilità di un organismo di evolvere attraverso meccanismi il cui fine è creare la variabilità genetica necessaria alla sopravvivenza di ogni specie” sta proprio ad indicare la difficoltà di ammettere una semplice successione di mutazioni che si verifichino nei tempi dell’età dell’Universo.

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10/5/2013 11:52 AM
 
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Per fare un po’ di chiarezza si può ridurre la natura dell’evolvibilità a due ipotesi di base:

1- Si tratta di un acceleratore di mutazioni che aumenta la probabilità che se ne verifichi una utile (tesi presumibilmente preferita dai sostenitori del neodarwinismo)

2-  Si tratta di un meccanismo che, come quello di Dawkins, premia le mutazioni giuste prima che esse possano esplicare una loro funzione.

Come già detto in precedenza, citando il Fisico Erwin Schrodinger, un semplice acceleratore di mutazioni sarebbe insostenibile perché porterebbe ad un’instabilità genica deleteria e anche letale:

“…siamo arrivati precedentemente alla conclusione che mutazioni frequenti sono dannose all’evoluzione.
Individui che, per mutazione, acquistano una configurazione genica di insufficiente stabilità avranno poca probabilità di vedere la loro discendenza, “ultraradicale” e rapidamente mutante, sopravvivere a lungo.
La specie si libererà di essi e presceglierà così, per selezione naturale, dei geni stabili.

Che cos’è la vita? edizione Adelphi 1995, pag. 110″

 .

Una recente conferma a quanto detto da Schrodinger si è avuta da uno studio condotto sulle rondini di Chernobyl a 27 anni dall’incidente nucleare. In un articolo pubblicato sulla rivista di scienze per i licei  Linx, si riferisce che l’accelerato tasso di mutazioni indotto dalla radioattività ha portato ad una diminuzione della popolazione di rondini per aumento di mortalità e per infecondità e malformazioni di vario tipo. ma in fondo questo si è sempre saputo, fin da quei primi esperimenti di inizio ’900  effettuati da T.H Morgan sui moscerini di Drosophila melanogaster.

E allora per salvare la Sintesi Moderna, a meno di non volerlo fare con il rimedio di Dawkins, peggiore del problema, non resta che optare per il “gran colpo di fortuna”. Ma è scientifico questo colpo di fortuna oppure è da considerarsi un fenomeno paranormale?

Ed ecco che qui entra in campo il CICAP.

Se paragoniamo la capacità di “indovinare” la serie di scelte operata dall’evoluzione neodarwiniana, con la capacità di indovinare una successione di carte in un mazzo, possiamo applicare lo stesso metodo impiegato dal CICAP per determinare se si è in presenza di facoltà paranormali. Il metodo impiegato in questo caso è quello delle carte di Zener (link attivo per chi volesse provare direttamente):

Zener ideò un mazzo composto da 25 carte che riproducevano 5 simboli (cerchio, quadrato, stella, croce, onda), ripetuti per 5 volte. Lo scopo era quello di verificare l’esistenza di percezioni extra sensoriali nei soggetti sottopposti ad un test che consisteva nell’indovinare le carte che sarebbero state estratte.

Da un punto di vista aritmetico, le possibilità di individuare il simbolo esatto erano del 20% (una su cinque). Qualora il soggetto avesse ottenuto percentuali superiori, si poteva dedurre di essere in presenza di un possibile caso di preveggenza e quindi di facoltà paranormali, che la scienza comune non era in grado di spiegare.

 .

Ecco allora la proposta: se con il test delle carte di Zener uno scostamento dalla percentuale attesa del 20% fa classificare l’evento come possibile caso paranormale, lo stesso principio si potrebbe applicare alla teoria neodarwiniana.

E’ possibile, secondo il CICAP, che gli organismi si siano evoluti con il meccanismo per “caso e necessità” proposto dalla Sintesi Moderna, cioè “indovinando” semplicemente una successione di passi altamente improbabili senza l’intervento di nessun meccanismo?

Controllino la teoria con una specie di test di Zener opportunamente adattato, lo facciano più volte per diverse proteine, se dovessero infine riscontrare che nella storia evolutiva c’è stato un tasso di successi che si discosta significativamente dalle probabilità matematicamente attese, avranno il dovere di dichiarare che o esiste un meccanismo sconosciuto, oppure che l’evoluzione neodarwiniana è un fenomeno paranormale..

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10/24/2013 10:54 PM
 
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Un credente di fronte all’evoluzione




Forastiere MicheleLa pausa estiva crea talvolta occasioni d’incontro e di discussione che gli impegni di lavoro quotidiani rendono di norma difficili, se non impossibili. Grazie all’impegno di un gruppo di giovani volenterosi e all’ospitalità di un parroco curioso di cose di scienza, quest’estate Michele Forastiere ha avuto modo di parlare in pubblico della teoria dell’evoluzione, inquadrandola correttamente nel contesto di un dialogo rispettoso tra scienza, filosofia e fede. Qui di seguito riportiamo una sintesi del suo intervento.


 
 
di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica
 

Il mio libro è il frutto di diversi anni di riflessione personale su quelle domande fondamentaliche ognuno di noi si pone almeno una volta nella vita: chi siamo, da dove veniamo, perché esiste il mondo – insomma, le questioni dell’origine e dell’evoluzione dell’Uomo e dell’Universo. Per una sorta di deformazione professionale (sono un fisico) non ho potuto fare altro che affrontarle da una prospettiva rigorosamente galileiana. Ora, chiunque si ponga l’obiettivo di scandagliare scientificamente il problema dell’origine si imbatte inevitabilmente nella teoria evolutiva attualmente più diffusa e accreditata: la Sintesi Moderna dell’evoluzione, discendente diretta e aggiornata della celebre teoria della selezione naturale di Charles Darwin (“L’origine delle specie mediante selezione naturale, ovvero la conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita”, 1859).

È nota più o meno a tutti – nelle sue forme più varie, da quelle serie a quelle scherzose – l’immagine della marcia del progresso umano che scaturì dall’opera successiva di Darwin relativa alla comparsa dell’Uomo sulla Terra (“L’origine dell’Uomo e la selezione sessuale”, 1871): immagine che suggerisce, in modo schematico ma efficace, l’idea della discendenza dell’Uomo da un antenato scimmiesco (sebbene si dovrebbe dire più correttamente, secondo i biologi evolutivi, che l’Uomo e le scimmie moderne discendono da un antenato comune ormai estinto).

Credo sia altrettanto noto il fatto che la teoria di Darwin suscitò fin da subito aspre polemiche, in parte perché si pensò che infliggesse un duro colpo all’immagine dell’Uomo come signore e padrone della Natura, ma soprattutto perché negava apertamente l’immagine della Creazione biblica dell’Uomo dal fango. In realtà, il fastidio fu provato principalmente da parte delle varie confessioni protestanti legate a un’interpretazione letterale della Bibbia, mentre va sottolineato il fatto che la Chiesa Cattolica non si pronunciò mai ufficialmente né sulla teoria di Darwin (di cui non mise mai all’Indice le opere) né sull’evoluzione in genere (fino al famosodiscorso di Giovanni Paolo II del 1996, che “apriva” alla teoria scientifica dell’evoluzione).

Tuttavia, nel corso degli anni non ho potuto fare a meno di notare che molti continuano a usare la teoria di Darwin come argomento anti-teista. A questo punto io, da scienziato e credente, ho sentito la necessità di provare a capirci qualcosa di più rispetto a quanto imparato a scuola, sentito in TV e letto nelle riviste e nei libri di divulgazione scientifica. È d’obbligo un’importante precisazione a quest’ultimo proposito. Quando si parla di “darwinismo”, si tende in genere a fare confusione tra il livello scientifico e quello filosofico. Diciamo subito che il darwinismo filosofico è un principio esplicativo della Realtà che è basato sul materialismo (nega quindi l’esistenza di Dio e di ogni forma di trascendenza); in quanto tale, dunque, è una rispettabile posizione metafisica – che però, in sé e per sé, non può ritenersi migliore o preferibile a qualunque altra posizione metafisica. Viceversa, il darwinismo scientifico (vale a dire, ogni teoria scientifica che si ispiri direttamente all’opera di Darwin) è uno schema interpretativo della porzione fisica della Realtà, che perciò deve rientrare nell’ambito della scienza galileiana.

Ora, è risaputo da secoli in filosofia che nessuna teoria scientifica (anche ammesso che sia stata verificata al di là di ogni possibile dubbio), è in grado di dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di una parte di Realtà trascendente quella naturale (di cui la porzione fisica, quella esplorabile dalla scienza, è un sottoinsieme). Dunque, sbaglia gravemente chi pensa che ildarwinismo scientifico possa portare acqua al mulino delle basi metafisiche di quellofilosofico. Da scienziato, non da credente, atteggiamenti di questo genere mi sono sempre stati antipatici. Ho cercato allora di evidenziare, nel portare a termine il libro, a quali conclusioni filosofiche si possa lecitamente giungere a partire dallo “stato di fatto” delle attuali conoscenze sull’evoluzione biologica.

Vediamo innanzitutto quali sono le conoscenze oggi “scientificamente accertate” (in senso galileiano) sull’evoluzione biologica: la Terra si formò all’incirca quattro miliardi e seicento milioni di anni fa, in un angolo non particolarmente interessante della Galassia. Appena nato il nostro pianeta era un posto molto sgradevole, del tutto inadatto a ospitare la vita. Per dirne una, era sottoposto a un incessante bombardamento di meteoriti e comete, che ne rendeva la crosta incandescente. Gli oceani primitivi apparvero subito dopo che la temperatura scese abbastanza da permettere la condensazione dell’acqua. Questo succedeva più o meno tre miliardi e seicento milioni di anni fa; solo cento milioni di anni dopo proliferavano già i primi organismi unicellulari. È fuori di dubbio che qualcosa sia cambiato, da allora a oggi: forme viventi diversissime si sono avvicendate sulla scena nelle successive ere geologiche; hanno prosperato per un po’, recitando il loro ruolo nel dramma della vita; poi hanno finito per cedere il passo a nuovi attori. Le prove scientifiche di questa vicenda inesauribile sono assolutamente schiaccianti e provengono da varie aree di ricerca, che spaziano dalla biologia alla paleontologia, dalla chimica alla fisica delle particelle. [da “Evoluzionismo e cosmologia”, pag. 11]

Vi sarebbe poi da aggiungere l’innegabile constatazione che questa lunghissima vicenda ha portato, infine, alla comparsa sulla scena di un’unica specie animale dotata di intelletto, di linguaggio simbolico, di progettualità: l’Homo sapiens sapiens. In questo video si può vedere come viene normalmente divulgata la teoria dell’evoluzione darwiniana (N.B.: il  video è stato pubblicato nella sezione “A ragion veduta” del sito UAAR). Questo, si può dire, è con buona approssimazione il modello evolutivo rappresentato dalla Sintesi Moderna a partire all’incirca dagli anni ‘50. Raccontata così, la storia appare assolutamente pacifica e assodata – sembrerebbe che nulla vi sia da aggiungere o modificare. Comunque, tale e tanta fu considerata la forza esplicativa di questo schema, da spingere il filosofo Jacques Monod a scrivere (nel suo testo fondamentale “Il Caso e la Necessità”, del 1971): «[Le alterazioni nel DNA] sono accidentali, avvengono a caso. E poiché esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dell’organismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione [...]. Possiamo affermare, in definitiva, che la teoria darwiniana ha i suoi capisaldi nel Caso e nella Necessità: la variazione casuale lenta e graduale dei caratteri attraverso la modificazione del patrimonio genetico (Caso) e la selezione naturale nelle sue varie forme, compresa quella sessuale (Necessità)».

Va detto che molti biologi evolutivi e filosofi della scienza sostenitori del materialismo hanno avuto gioco facile a sconfinare nella metafisica, ispirandosi alle concezioni di Monod. Il loro ragionamento si può riassumere più o meno come segue: “Se il vero motore dell’innovazione biologica è la variazione lenta e casuale dei caratteri, così come emergono dagli errori di copiatura e mutazioni del DNA, allora non è possibile rintracciare nella Natura un Disegno di cui l’Uomo sia l’oggetto, e dunque Dio o non esiste o non si interessa a noi. L’Uomo è solo il risultato di un cieco meccanismo generatore dei cambiamenti, giunto per puro caso a superare in intelligenza e capacità ogni altro essere vivente”. Già a questo livello basilare si può tuttavia comprendere che, se anche lo schema di Monod fosse vero, non sarebbe lecito trarre una simile conclusione metafisica. In altre parole, non è possibile escludere l’esistenza di un Creatore – in particolare, di un Creatore onnisciente e provvidente che agisce nel mondo in modo misterioso per “cause seconde” (conformemente alla concezione filosofica di san Tommaso d’Aquino) – tirando in ballo semplicisticamente il “Caso”. Quella del Caso, infatti, è una categoria “filosofica” dietro cui è sempre possibile nascondere la semplice ignoranza di una serie di concause sconosciute. Si tratta, in effetti, di una verità arcinota a chi si occupa seriamente di evoluzione e che – se vogliamo – è testimoniata dal fatto che esistono molti biologi darwinisti cattolici (per citarne solo qualcuno, ricordiamo Francisco Ayala, Fiorenzo Facchini, Stanley Miller). D’altro canto, lo stesso Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, il premio Nobel Werner Arber, è un convinto darwinista.

Per capire meglio questo concetto, proviamo a fare una semplicissima considerazione (in pratica, si tratta di una rivisitazione, al rovescio, di un argomento usato dallo stesso Darwin). Immaginiamo di studiare su un lunghissimo periodo una popolazione di pecore selvatiche che vivono in Scozia. È chiaro che si adatteranno meglio al freddo ambiente nordico quelle che si trovano ad avere per caso, fin dalla nascita, il vello più folto e lungo; dunque, è logico pensare che saranno più protette dal freddo e dunque si riprodurranno meglio queste ultime rispetto al resto del gregge, e le pecore a pelo più corto saranno eliminate da una lunga serie di inverni particolarmente rigidi. Si tratta, qui, di un caso di microevoluzione naturale: vale a dire, la comparsa di una nuova varietà all’interno di una specie. Ora: se a selezionare volontariamente le pecore, tramite incroci, ci fosse stato un pastore scozzese allo scopo di ottenere una maggiore produzione di lana (microevoluzione guidata), in che modo si potrebbe distinguere il risultato finale del processo naturale da quello guidato? Insomma, supponiamo di imbatterci, passeggiando in una fredda brughiera del nord, in una bella pecora lanosissima; ebbene, credo che senza maggiori informazioni non riusciremmo a capire se essa appartiene a una razza ottenuta tramite allevamento o ad una adattatasi all’ambiente nel corso di molte generazioni.

Ora, il darwinismo considera la macroevoluzione, cioè la comparsa di VERE innovazioni – nuovi organi (per es. l’occhio), nuove funzioni (per es. la respirazione aerea), nuovi piani corporei (per es. lo scheletro interno) – soltanto come la somma di una lunghissima catena di diversificazioni microevolutive analoghe a quella appena descritta. Chi può dire, allora, se tutto questo immenso processo sia stato effettivamente spontaneo e casuale, e non invece voluto e misteriosamente guidato da un Creatore onnipotente, in un Universo dotato di una certa dose di “libertà” di fondo? Qui si possono fare – e, credetemi, sono state fatte! – tante ulteriori considerazioni, sottilissime e profonde; tutte, però, portano alla stessa identica conclusione: in nessun caso, nemmeno se la validità scientifica della teoria darwiniana dell’evoluzione fosse provata al di là di ogni possibile dubbio, sarebbe possibile escludere a priori l’esistenza di un Creatore provvidente.

Vediamo perché. Intanto, la variazione casuale e la selezione naturale devono pur agire su degli esseri viventi già “funzionanti” e capaci di riprodursi; dunque, procedendo all’indietro nel tempo verso antenati comuni via via più semplici (secondo lo schema darwiniano dell’albero della vita che si arricchisce di rami col passare del tempo, per differenziazioni successive delle specie viventi) si deve giungere per forza ad un Primo Antenato semplicissimo, ovvero ad un primo meccanismo riproduttivo biochimico distinto dalla materia inanimata: e di quest’ultimo, a tutt’oggi, la scienza non sa dire assolutamente nulla. In altre parole, la scienza non può escludere a priori l’intervento di una Volontà creatrice che abbia portato all’esistenza il più antico antenato comune di tutti i viventi. 

Ancora, se pure un domani la scienza dovesse arrivare a confermare che tale “Primo Antenato” possa essere comparso spontaneamente dalla materia inanimata (vale a dire, solo per effetto di processi fisico-chimici spontanei – che so, fulmini scatenati nel brodo primordiale per milioni di anni), si dovrebbe comunque riconoscere che le cause che ne hanno determinato la comparsa dipendono a loro volta da una catena di eventi che, andando all’indietro nel tempo (dalla formazione del Sistema solare, all’esplosione della supernova vicina che ha inseminato di elementi pesanti la nube primordiale da cui esso è derivato, alla condensazione della materia in galassie, alla separazione della luce dalla materia), conducono dritto dritto a quel primo eventoche è noto come Big Bang e del quale la scienza non è in grado di individuare una causa immanente. La scienza moderna, perciò, non può in nessun modo escludere la possibilità che un Creatore onnisciente abbia liberamente voluto e posto in essere un Universo le cui stesse leggi fisiche avrebbero portato, a tempo debito, alla comparsa di una prima forma vivente, dalla quale alla lunga sarebbe poi scaturito un essere pensante “fatto a Sua immagine e somiglianza”.

In realtà si scopre che, al di là di queste semplici considerazioni, c’è molto di più da dire sul rapporto tra scienza e fede (più in generale tra ragione e fede): ed è quello che ho cercato di fare nel mio libro. Il fatto è che lo schema darwinista, per quanto apparentemente monolitico e inattaccabile, mostra con tutta evidenze crepe che si estendono dalla versione scientifica a quella filosofica. In primo luogo, bisogna osservare che, quando si parla di evoluzione biologica darwiniana – soprattutto di quella dell’Uomo – più che di CASO si dovrebbe parlare diCONTINGENZA. Risulta infatti empiricamente evidente che non è possibile spiegare l’intero complesso della macroevoluzione come una successione lenta e graduale di moltissimi passi elementari di microevoluzione (l’effetto, realmente osservato in pratica, del puro caso unito alla selezione naturale), dal momento che un gran numero di eventi macroevolutivi assolutamente cruciali nella storia della vita sono stati determinati da una serie di straordinari e irripetibili colpi di fortuna, non necessitati in alcun modo dalle condizioni precedenti. Tale constatazione, si badi bene, non è affatto di matrice creazionista, ma è ampiamente e “laicamente” accettata dalla maggior parte dei biologi evolutivi (a partire dal grande paleontologo Stephen Jay Gould).

Vediamo dunque qualcuno dei colpi di fortuna che hanno portato alla comparsa dell’Uomo – inteso come essere vivente capace di osservare il mondo e di porsi domande su di esso (lasciando per il momento da parte la straordinaria “fortuna” che ha portato alla nascita del primo meccanismo di riproduzione biologica dalla materia inanimata, la cosiddettaabiogenesi):

a)  Comparsa della fotosintesi, quindi separazione dei viventi in autotrofi ed eterotrofi. In mancanza di ciò, non si sarebbe mai potuto instaurare una catena alimentare completa (carnivori-erbivori-vegetali-detritivori; ovvero: produttori-consumatori-decompositori), né del resto si sarebbe mai potuto produrre l’ossigeno destinato a fornire energia agli animali superiori: tutto sarebbe finito miliardi di anni fa.
b) Comparsa delle cellule con nucleo e degli organelli cellulari, secondo la teoria dellaendosimbiosi di Lynn Margulis. In mancanza di ciò, non sarebbero mai potute esistere cellule abbastanza efficienti (dal punto di vista energetico, ma non solo) da poter dare origine agli organismi superiori.
c)  Differenziazione “esplosiva” di organismi viventi complessi all’inizio del Cambriano.
d) Evoluzione dell’occhio, avvenuta diverse volte nel corso delle ere in gruppi di animali imparentati solo alla lontana.
e) Estinzione, a causa di eventi catastrofici irripetibili, di interi gruppi (come i dinosauri) che, con ogni probabilità, non avrebbero mai potuto raggiungere un elevato livello di intelligenza individuale, e in particolare sviluppare un’intelligenza simbolica.

Nessuno degli eventi citati può essere spiegato mediante variazioni lente e graduali da qualcosa di preesistente, ma è stato unico e irripetibile, cioè contingente. Ora, se si prova a stimare la probabilità che la serie di tali eventi possa essere avvenuta per puro caso – ovvero, tramite le normali interazioni chimico-fisiche spontanee e rimescolamento casuale della materia dell’intero Universo nel corso di 14 miliardi di anni – si scopre che questa è talmente bassa, che il fatto che noi ci troviamo qui a riflettervi sopra è da considerarsi di per sé miracoloso (nel senso che comunemente si dà al termine). In altre parole, è come se l’Universo stesso avesse costantemente “cospirato”, “truccando le carte” fin dal Big Bang per far emergere l’Uomo dalla materia inanimata.

Dal punto di vista strettamente scientifico, questa osservazione ci porta a ritenere che, quasi certamente, o siamo i soli esseri pensanti nell’Universo (e in tal caso abbiamo il dovere dicontinuare a chiederci come mai esistiamo, visto che la probabilità della nostra esistenza sfiora – anzi, tocca decisamente – l’impossibilità matematica), oppure devono esistere leggi specifiche della complessità biologica (non ancora scoperte) che regolano e guidano l’evoluzione ma che in qualche modo, necessariamente, trascendono la fisica e la chimica oggi conosciute.

Passando al piano filosofico, a cosa ci conducono queste considerazioni? A ben vedere, secondo me vi sono poche alternative:
a) se si dà per scontato il materialismo si deve necessariamente credere nell’Universo caotico, infinito ed eterno di Democrito, Epicuro e Giordano Bruno – naturalmente nella versione moderna di questo concetto, vale a dire il Multiverso. La credenza in tale Assoluto immanente, tuttavia, è in totale contrasto con la scienza e la ragione: ha lo stesso valore logico di una superstizione – indimostrata,  indimostrabile e priva di senso.

b) se non si dà per scontato il materialismo vi sono due ulteriori possibilità:
1) Si può credere che l’evoluzione apparentemente “casuale” sia in realtà provvidenzialmente e misteriosamente guidata attraverso una successione di eventi contingenti – le “cause seconde” di San Tommaso – da un Creatore eterno (ed è quello   che fanno i darwinisti credenti);
2) si continua ad andare alla ricerca di una teoria scientifica dell’evoluzione che non dipenda in modo tanto cruciale dal Caso come agente di innovazione biologica, così come fanno le teorie darwiniane.

Questo è quanto dicono la scienza e la filosofia. Come si vede, alla luce delle attuali conoscenze umane, non resta molto spazio per credere ragionevolmente in un Assoluto immanente, che per forza di cose dovrebbe essere eterno e infinito, e perciò stesso in contraddizione con la ragione umana. Credervi è certamente possibile: ma è bene essere consapevoli del fatto che si tratta di una credenza di valore equiparabile a quello di una superstizione.

[Edited by Credente. 10/24/2013 10:55 PM]
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2/19/2014 9:34 PM
 
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Gli evoluzionisti affermano che il prerequisito dell'evoluzione Darwiniana è semplicemente un sistema auto-replicante capace di variazioni ereditabili. Da esso l'evoluzione avrebbe prodotto tutte le forme viventi, dall'ameba alle balene, per mezzo di piccole variazioni casuali e della selezione naturale.


Per rendersi conto dell'assurdità intrinseca di tutto ciò, può essere utile ricorrere ad un'analogia basata sul gioco di carte chiamato "poker", che tutti conoscono. Possiamo pensare l'evoluzione Darwiniana come un particolare gioco di poker, stabilendo le seguenti correlazioni:


 


(1) Il mazziere mischia le carte e le da ai giocatori. Questa operazione è analoga alle variazioni casuali sul genotipo.


(2) I giocatori attivi (che hanno rilanciato) mostrano le loro carte, e il possessore della migliore "mano" (la combinazione di carte di maggiore valore) vince. Questi giocatori sono analoghi ai fenotipi, cioè agli organismi che lottano per sopravvivere.


(3) I giocatori che abbandonano la mano e rilasciano le loro carte sono analoghi agli effetti distruttivi della selezione naturale, per la quale tratti che non conferiscono un vantaggio sono scartati, mentre tratti vantaggiosi sono mantenuti.


(4) Gli organismi superiori hanno un numero di cellule variante fra 10^12 e 10^16. All'incirca una mano di 5 carte da gioco ha un numero di molecole di quell'ordine. Ogni carta da gioco ha una configurazione di disegno che identifica il valore della carta. Nella nostra analogia poker/evoluzione queste configurazioni di disegno delle 5 carte sono simbolicamente analoghe, a grandi linee s'intende, alle specificazioni dei principali apparati degli organismi.


(5) Ora, per rendere maggiormente calzante la nostra analogia dobbiamo ricordare i due "pilastri" dell'evoluzione: il sistema auto-replicante primitivo e le piccole mutazioni casuali che avvengono in esso e nei suoi discendenti, e che verranno poi filtrate dalla selezione naturale. Le piccole mutazioni casuali sono a livello di molecole. Sarebbe quindi del tutto inappropriato considerare il nostro mazziere come un vero distributore di carte nella loro interezza. Infatti nell'analogia le carte complete sono simboli di interi apparati con miliardi di cellule. Di conseguenza, nella nostra analogia il mazziere non distribuisce ai giocatori carte intere, bensì solamente molecole di carte da gioco.


Conclusione


E` chiaro che poche molecole di carte da gioco, non sono in grado di specificare il valore delle carte, men che meno di far vincere una mano ai giocatori di poker. Analogamente, sistemi biologici irriducibilmente complessi mancanti della maggior parte dei componenti e quindi non funzionanti, non conferiscono nessun vantaggio ad un organismo. Esempio: un frammento di carta da gioco con solo un puntino nero nell'angolo non è una carta riconoscibile valida e giocabile; similarmente, una variazione molecolare minima in un organismo non può dar conto della creazione ex abrupto di un intero grande sistema fisiologico, diciamo per esempio il sistema cardiovascolare o nervoso. Tali apporti molecolari insignificanti non sono di alcuno aiuto ne ai giocatori di poker ne agli organismi, e vengono inesorabilmente scartati in entrambi i casi.


Di conseguenza i giocatori non avranno mai mani vincenti. In tutte le tornate di gioco essi saranno sempre forzati ad abbandonare, non avendo niente in mano di giocabile. Nessuna partita di poker potrà iniziare. Questo significa che, seguendo l'analogia, il "poker" Darwiniano è un gioco che non funziona per niente. Non solo l'evoluzione Darwiniana non è in grado di produrre complessi sistemi biologici, men che meno organismi interi, ma essa non riesce neanche ad iniziare minimamente il processo.


Rimane infine un importante concetto del poker da far rientrare nella metafora: il bluff. Immaginate un giocatore che ci vuole far credere di avere addirittura una scala reale (la combinazione più alta e improbabile) mentre ha in mano solo molecole di carte. Questo è il bluff di Darwin - il più grande bluff della storia - la pretesa di aver creato tutte le forme viventi per caso, mentre non è in grado di produrre la minima parte del più piccolo organismo.


Tratto da:


Progetto Cosmo 




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2/22/2014 11:27 PM
 
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Su Le Scienze un articolo di Carl Zimmer sull’evoluzione senza selezione, molta teoria ma gli esperimenti mostrano la degenerazione del genoma.


E così, anziché quella del neodarwinismo, viene confermata la teoria di Sanford.


“Le sorprendenti origini della complessità della vita” è il titolo di un articolo pubblicato il mese scorso su Le Scienze, l’articolo è firmato da Carl Zimmer, uno dei divulgatori scientifici di maggior successo.


L’argomento è la “Constructive Neutral Evolution” (Teoria neutrale dell’evoluzione molecolare) che fu elaborata tra gli anni ’60 e ’70 da Motoo Kimura e proposta per la prima volta nell’articolo “Not Darwinian evolution” nel quale viene posto il problema dell’impossibilità che le singole mutazioni possano essere selezionate e che quindi siano le mutazioni neutre fissate nel genoma che possano alla fine determinare un cambiamento evolutivo.


La prima considerazione che è possibile fare è come con un meccanismo di neolingua orwelliana quella che nasce come ‘evoluzione non darwiniana’ sia poi stata inglobata all’interno della onnicomprensiva teoria neodarwiniana. Nell’articolo di Zimmer vengono riportati alcuni casi che potrebbero far pensare ad un meccanismo del tipo della CNE, in tal senso il riferimento è lo sviluppo delle pompe molecolari dette “complessi delle ATPasi vacuolari” e al meccanismo detto “editing” del DNA.


Come vediamo si tratta di una teoria dell’evoluzione che comunque si basa sul meccanismo delle mutazioni casuali proprio della Sintesi Moderna ma privato dell’azione della selezione naturale almeno fino a quando l’azione complessiva delle mutazioni sul fenotipo non venga manifestata. Questo tipo di meccanismo potrebbe rendere ragione di un’evoluzione del tipo di quella indicata nella teoria degli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge, le mutazioni infatti si accumulerebbero in modo continuo ma senza manifestarsi, per poi dare luogo in modo apparentemente repentino ad un nuovo fenotipo.


L’assunto implicito di questa teoria della CNE è che le diverse singole mutazioni che sono necessarie all’evoluzione non sono selezionabili e che quindi la selezione naturale non può fissarle prima che tutte insieme agiscano per il nuovo carattere, quindi la Sintesi Moderna nella quale il gradualismo e la costante azione del caso e della selezione naturale sono aspetti fondamentali, risulta superato come affermato con toni decisi in uno studio pubblicato da Arlin Stoltzfus del Center for Advanced Research in Biotechnologypresso  l’Università dell’Iowa su Bio Med circa un anno fa (CS-Il neodarwinismo è morto, ma non si può dire 2):


Rattoppando la Sintesi Moderna con i limiti, la possibilità e la contingenza, espandiamo la copertura di un largo raggio di casi fuori del paradigma centrale, tuttavia questa espansione comporta un’enorme perdita di rigore e chiarezza tanto che il risultato non merita il nome di “teoria”.


C’è qualcosa (evoluzione, la politica, i movimenti planetari, costruzione di ponti), che non può essere spiegato con la teoria delle forze della genetica e popolazione, quando è combinata con i tre principi “acchiappa tutto” per cui i risultati sono contingenti nelle condizioni iniziali, limitati da vari fattori, e soggetti alla possibilità?


Ma ogni teoria che aspiri ad essere classificata come scientifica deve essere corroborata e falsificabile, la corroborazione deve passare attraverso un esperimento nel quale le previsioni ricavate dalla teoria vengono verificate, ed ecco intervenire lo studio a cui fa riferimento Carl Zimmer, uno studio che si sviluppa sulle mutazioni accumulate dalla Drosophila melanogaster (moscerino della frutta) in decenni in cui gli individui non sono stati sottoposti a selezione naturale perché i soggetti erano mantenuti in condizioni protette nei laboratori.


E qui accade qualcosa che lascia davvero increduli. Per confermare l’azione evolutiva della CNE vengono proposti casi di drosophla tratti dagli esperimenti, ma quella che viene chiamata “complessità” è una costante e ripetuta degenerazione delle strutture:



L’immagine scelta per illustrare l’articolo è quella di una drosophila divisa lungo la linea sagittale e composta  per metà da un esemplare senza mutazioni e per l’altra metà da un generico esemplare sottoposto a mutazioni casuali. La mancanza di selezione non ha evidentemente generato nulla che si possa definire “complessità”, come invece sostenuto nell’articolo:



“Liberati dalla selezione” gli insetti avrebbero “goduto” della complessità, ma evidentemente come affermato dal paleontologo Douglas Erwin (le cose migliori in campo evolutivo sono sempre giunte dai paleontologi) semplicemente questa “complessità”  in natura sarebbe stata eliminata in quanto non funzionale.


Ed ecco che quindi il tentativo di ricondurre nell’ambito della teoria neodarwiniana tutto e il contrario di tutto finisce col generare delle contraddizioni che mostrano come si tratti di un espediente per conservare solo nominalmente una teoria ritenuta valida. Alla fine di questo articolo tutti possono convenire sul fatto che le conclusioni da trarre sono altre rispetto quelle di Zimmer, e precisamente:


1) la selezione non può generare complessità selezionando ogni singola mutazione perché molto spesso  non mostra alcun fenotipo vantaggioso ma risulta neutra (ciò presupporrebbe tra l’altro avere un bersaglio a cui tendere).


2) se in alternativa la complessità dovesse accumularsi per mutazioni neutre, queste sarebbero statisticamente accompagnate da una tale quantità di mutazioni svantaggiose che la specie non potrebbe sopravvivere e si estinguerebbe.


Tutto lascia quindi pensare che i meccanismi neodarwiniani anziché condurre all’evoluzione conducano all’entropia genetica di cui parla John Sanford.


I meccanismi neodarwiniani sottoposti a prova sperimentale dunque falliscono perché spiegano l’estinzione non l’evoluzione. In tale contesto emerge che la selezione naturale serve solo a limitare questo processo eliminando gli individui difettosi, esattamente come pensava colui che la propose per primo E. Bliyth.


La teoria dell’evoluzione neodarwiniana non è ancora corroborata e basandosi sul caso non è neanche faksificabile. Una vera teoria scientifica dell’evoluzione




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10/21/2014 6:33 PM
 
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“Le Scienze” e la fine dell’evoluzione umana


Un articolo a firma del direttore di Le Scienze, Marco Cattaneo, mostra involontariamente le contraddizioni della teoria neodarwiniana.


Più che della fine dell’evoluzione umana sembra che si parli della fine della teoria stessa.


L’articolo a firma di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, intitolato “La fine dell’evoluzione umana?” è stato pubblicato il 23 settembre sul sito della rivista ma il giorno prima era stato proposto ai lettori del quotidiano Repubblica.


 


 Lo spunto dell’articolo è stata un’affermazione del noto giornalista scientifico Sir David Attenborough, che ha affermato di ritenere che l’evoluzione umana sia finita. Un’affermazione che oggettivamente è solo una constatazione visto che da circa 200.000 anni è presente Homo sapiens e nessuno ha mai detto che il sapiens di oggi sia da ritenere una specie diversa da quello più antico. Eppure questa semplice constatazione è bastata a lasciare basiti i sostenitori della teoria neodarwiniana, che Cattaneo autorevolmente rappresenta, tanto che nel suo articolo si esprime nel seguente modo:


«Penso che gli esseri umani abbiano smesso di evolversi».


Buttata lì così, sembra una provocazione da non prendere troppo sul serio. Ma se la provocazione arriva per bocca del naturalista e decano della divulgazione scientifica in materia di biologia evoluzionistica, Sir David Attenborough, ha tutto un altro sapore.


E, come è prevedibile, solleva un vespaio.


Addirittura un vespaio si solleva su una banalità, cioè sul fatto che Homo sapiens sia rimasto Homo sapiens per duecentomila anni e che nulla lascia intravedere che stia per diventare qualcos’altro.


Ma, sempre su Le Scienze, continuiamo a seguire il ragionamento di Attenborough:


«Se la selezione naturale – ha dichiarato Attenborough in un’intervista a «Radio Times» – è il principale meccanismo dell’evoluzione, allora noi abbiamo fermato la selezione naturale.


Lo abbiamo fatto da quando siamo in grado di crescere il 95-99 per cento dei nostri figli fino all’età riproduttiva. Siamo la sola specie che abbia messo un freno alla selezione naturale, di propria volontà».


 Quello che emerge dalle dichiarazioni del divulgatore inglese è più che altro il fatto che egli faccia coincidere la specie umana con il mondo industrializzato, quando parla del 95/99% di figli sopravvissuti e del “freno alla selezione naturale” sembra proprio non tenere conto delle realtà dei paesi sottosviluppati. Ma andiamo oltre e limitiamo il discorso alla mancanza di selezione naturale nei paesi occidentali dove la mortalità infantile è molto bassa (cosa che ad Attenborough sembra quasi dispiacere). Quello che Cattaneo rileva al riguardo è che l’argomento non è nuovo, ma che finora era rimasto confinato agli esperti, una specie di segreto che Attenborough ha rivelato ai profani e sul quale adesso non può più essere evitata la discussione pubblica.


L’articolo su Le Scienze afferma che già qualche anno fa qualcuno aveva fatto notare che con la diffusione delle popolazioni umane ai quattro angoli della Terra erano venute a mancare le condizioni di isolamento necessarie per la speciazione secondo la teoria neodarwinana. Bene, discorso chiuso verrebbe da dire. E invece no, l’evoluzione neodarwinaina può fare a meno anche delle sue stesse regole, basta cambiare le definizioni e il gioco è fatto, come spiegato di seguito:


Ma l’evoluzione non è solo speciazione, per usare un termine tecnico.


Tanto che Henry Harpending e John Hawks, dell’Università del Wisconsin, hanno rilevato che da 5.000 anni a questa parte si è modificato almeno il 7 per cento dei nostri geni.


Mentre Parvis Sabeti, ad Harvard, ha scoperto prove di cambiamenti recenti del nostro patrimonio genetico, che hanno aumentato le possibilità di sopravvivenza e riproduzione degli individui.


L’evoluzione non è solo speciazione, la neolingua evoluzionista ha stabilito che si possa essere in presenza di evoluzione anche senza produzione di nuove specie. Si tratta di quella che comunemente si indica come “microevoluzione”, cioè quella comparsa di levi cambiamenti che aumentano la variabilità all’interno della specie senza che però si sia minimamente in presenza di cambiamenti che preludono alla comparsa di una nuova specie.


Ecco allora la notizia: negli ultimi 5.000 anni si è modificato almeno il 7% dei nostri geni, quindi siamo evoluti!


Che emozione sarebbe poter incontrare un antico egizio o un antico babilonese e pensare che rispetto a lui siamo evoluti. Perché allora non scriverlo sui libri scolastici? Forse per non essere sepolti da una risata avrebbe detto Bakunin.


A questo punto viene introdotta la versione di Peter Ward, paleontologo e astrobiologo dell’Università di Washington a Seattle, che invece sostiene che la velocità di evoluzione umana abbia subito un’accelerazione negli ultimi 10.000 anni a causa delle variazioni introdotte da noi negli ecosistemi. Ovviamente questo non è dimostrabile con un esperimento, ma si tratta di dettagli… Poi Ward ribalta totalmente la teoria neodarwiniana nel punto in cui per avere una speciazione è richiesto l’isolamento riproduttivo e afferma l’esatto contrario:


Nell’ultimo secolo, poi, c’è stato un ulteriore cambiamento: con l’aumento dei flussi migratori, molte popolazioni che vivevano relativamente isolate sono entrate in contatto con gli altri gruppi. «Mai prima d’ora – sostiene Ward – il pool genico umano ha affrontato un rimescolamento tanto vasto tra popolazioni locali che erano rimaste separate».


Ecco che quindi il rimescolamento del pool genico diventa fattore di evoluzione mentre invece, come tutti gli allevatori sanno, e lo stesso Darwin sapeva bene, il rimescolamento di razze selezionate porta al ritorno alla razza originale annullando il lavoro dell’allevatore. Ward sbaglia grossolanamente, e la cosa non sembra essere notata da nessuno.


Ma nel momento in cui sembra che gli evoluzionisti abbiano toccato il culmine della confusionearrivano le dichiarazioni di autori non meglio precisati che addirittura ignorano del tutto di cosa si parli, tanto che Cattaneo per carità di patria non avrebbe dovuto neanche parlarne:


Secondo un altro punto di vista, infatti, l’evoluzione genetica continua, ma in direzione opposta. La vita sedentaria, con l’indebolimento dell’apparato scheletrico, per esempio, è uno dei fattori che potrebbero renderci meno adatti alla sopravvivenza, in senso darwiniano.


Non essendo citate le fonti potrebbe anche trattarsi di una considerazione del direttore Cattaneo, ma in ogni caso si tratta di una frase che costituisce un clamoroso scivolone, affermare infatti che la vita sedentaria porti ad evolvere un apparato scheletrico indebolito è un’impostazione lamarckiana che nemmeno un redivivo Lysenko si sognerebbe più di sostenere. No comment.


Giunge poi il momento dell’eugenetica che sfocia nel malthusianesimo, il tutto presentato come fosse una novità:


Ma ci sono altri fenomeni che potrebbero favorire un’evoluzione «al contrario»: per esempio molti di coloro che frequentano università e dottorati ritardano la procreazione, mentre i loro coetanei non laureati fanno figli prima.


Qualcuno sostiene dunque – con un’equazione un po’ ardita – che se i genitori meno intelligenti facessero più figli, allora l’intelligenza sarebbe diventata uno svantaggio darwiniano, e la selezione naturale potrebbe sfavorirla. Ma in questo caso, anche se contro di noi, la selezione continuerebbe implacabile la sua azione.


Apprendiamo che secondo Cattaneo chi frequenta l’università è più evoluto e intelligente di chi ha fatto altre scelte, un’affermazione che personalmente potrei trovare anche molto comoda e conveniente ma che è assolutamente falsa oltre che classista.


La preoccupazione che le classi “inferiori” (operai, artigiani, impiegati ecc…) procreino maggiormente era molto presente alla fine dell’800 e all’inizio del ’900, la soluzione erano proprio le politiche malthusiane che prevedevano la riduzione forzata della natalità presso le classi povere, cosa di cui abbiamo parlato recentemente qui.


Contro la tesi di Attenborough giunge il parere di Ian Rickard, antropologo evolutivo dell’Università di Durham, che dal sito del «Guardian» fa sapere che secondo lui l’evoluzione è in atto perché la selezione non coincide con la sopravvivenza e afferma infine che:


«La lezione che dobbiamo trarre da questa diversità globale non è che gli esseri umani divergeranno in specie differenti; dobbiamo invece riconoscere che l’impredicibilità delle cose umane significa che ciò che sappiamo ora della selezione naturale in atto è completamente inutile a lungo termine».


Un’affermazione che conferma la mancanza di predittività della teoria neodarwiniana, almeno riguardo la specie umana, il che ne fa una teoria inutile.


Dello stesso parere viene segnalato l’intervento di Catherine Woods, dell’Università di New York,che concorda anche lei sul fatto che l’umanità stia evolvendo, solo che  «non necessariamente come ci aspettiamo». Ancora una prova dell’inutilità della teoria.


Per ultima viene riportata la tesi secondo la quale l’evoluzione avviene con il solo contributo delle mutazioni casuali senza l’aiuto della selezione, come sostenuto ad es. da Daniel McShea e Robert Brandon, della Duke University, un’idea che aprirebbe a prospettive da fantascienza con diversi “mutanti” presenti contemporaneamente nella popolazione, ma di fatto sono presenti solo nei film tipo “Total recall” perché qui di mutanti non sembra proprio che se vedano in giro…


Gli evoluzionisti neodarwiniani sosterranno che la varietà di opinioni riportate rappresentino una normale discussione nell’ambito della stessa teoria, ma non è così. Si tratta di posizioni che contrastano in modo insanabile con la teoria neodarwiniana negando ora la selezione ora l’isolamento riproduttivo o affermando invece l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, una vera Babele di opinioni che indica la crisi insanabile della costruzione di quella “torre” che l’intera umanità era stata chiamata ad ammirare.


Dall’articolo pubblicato su Le Scienze emerge che una sola cosa resiste del darwinismo attraverso le varie, e forse innumerevoli, versioni che si sono succedute dall’800, il classismo e il darwinismo sociale. Una triste conferma che l’umanità non si è proprio evoluta.




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4/8/2015 6:23 PM
 
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MUTAZIONI CASUALI E SVILUPPO DELLA VITA
di N. Nobile Migliore

Una volta avviato il processo della vita gli studiosi darwinisti ritengono che piccole mutazioni casuali che danno un vantaggio di sopravvivenza sarebbero selezionate dalla selezione naturale e sorgerebbero quindi tutte le strutture complesse della vita.se si potesse dimostrare, come affermava Darwin che le piccole variazioni non dessero questo vantaggio la teoria darwiniana cadrebbe. Gli studi degli ultimi 50 anni hanno effettivamente dimostrato che le strutture complesse degli esseri viventi non sono dovute a piccole variazioni o mutazioni casuali vantaggiose per la sopravvivenza.
Si è scoperto infatti che quasi tutte le macchine molecolari degli esseri viventi sono di una complessità irriducibile. Le macchine molecolari sono infatti formate da molte proteine associate ;se manca una sola di esse la struttura non funziona. Un esempio classico di ciò è il flagello batterico che serve e funziona come un motore fuoribordo che indirizza il bacterio verso la fonte di cibo.
E' formato da 35 proteine montate insieme a formare varie strutture del flagello che sono molto simili ad un motore fuoribordo costruito dall'uomo, si è provato sperimentalmente ad eliminare uno per uno i geni che codificano le 35 proteine del flagello e si è scoperto che anche eliminando uno solo dei 35 geni il flagello non funziona più. Macchine molecolari di questo genere ce ne sono a migliaia nelle cellule e sono tutte irriducibilmente complesse .

Ultimamente si sono scoperte nel lievito ben 250 nuove macchine molecolari irriducibilmente complesse che Bruce Albert ,ex presidente della nazionale accademia delle scienze americana le ha descritte come 'eleganti, sofisticate e 'altamente organizzate'. Michael Behe e altri ritengono che queste macchine sofisticate non possono essersi evolute a poco a poco ma tutte in una volta e l'improbabilità di questa formazione simultanea rasenta l'impossibilità. Ma non sono soltanto le macchine molecolari ad essere irriducibilmente complesse ,ma anche le singole proteine. Nel 2000 e nel 2004 lo scienziato biologo molecolare Douglax Axe ha studiato gli enzimi , che sono proteine che si ripiegano in un modo specifico dando loro la funzione specifica di catalizzare varie reazioni chimiche.

Il ripiegamento corretto e la funzionalità dell' enzima dipende dallo specifico allineamento degli aminoacidi (venti tipi diversi)nella molecola. Axe ha sostituito gli aminoacidi allineati con aminoacidi messi a caso e ha scoperto che le sequenze funzionali sono molto rare, se ne ottiene una ogni 10^74 sequenze. La maggior parte delle sequenze ottengono proteine instabili . Dougla Axe ha studiato gli enzimi ed ha provato a trasformare l'enzima attraverso mutazioni casuali in un altro enzima ad esso molto simile ed ha ottenuto proteine che non si ripiegano correttamente, E' quindi molto difficile prendere una proteina con un tipo di piega e attraverso mutazioni casuali farla trasformare in un'altra con un'altra piega funzionale. Le probabilità di far evolvere a caso una proteina funzionale 'è simile alla probabilità che un arciere bendato tiri una freccia nella via lattea e colpisca un atomo pre-selezionato.

Negli organismi pluricellulari inoltre che hanno uno scarso tasso di moltiplicazione due mutazioni contemporanee che insieme danno un vantaggio di sopravvivenza nell'uomo per esempio occorrerebbero oltre 100 milioni di anni per ottenerlo :e l'uomo ,secondo gli evoluzionisti si è staccato dalla scimmia 6 milioni di anni fa! I darwinisti però insistono col dire che nei batteri queste modifiche possono avvenire molto più rapidamente dato l'alto tasso di mutazione e l'alto tasso di moltiplicazione, Nel 2010 però Axe ha dimostrato che anche nei batteri ,quando sono in gioco da sei a più di sei mutazioni per dare qualche vantaggio i tempi di attuazione di questo processo sono enormi ed è improbabile che si verifichi in tutta la storia della terra. Nel 20011 Axe con la Gauger hanno fatto altri esperimenti di conversione nei batteri di un enzima in altro enzima ad esso simile .

Hanno trovato che per la conversione ci vogliono almeno 7 mutazioni simultanee. In altri esperimenti condotti da Gauger e dal biologo Seelke hanno rotto un gene capace di sintetizzare triptofano in escherichia coli. Quando un gene era rotto in un solo punto si poteva ripristinare facilmente la funzione originaria, attraverso il meccanismo darwiniano, ma quando il gene era rotto in due punti non era in alcun modo possibile ripristinare la funzione originaria. Si è tentato anche di costruire una proteina con aminoacidi messi in modo casuale e si è ottenuto solo un groviglio appiccicoso quando la proteina è stata messa in acqua. La famosa biologa Margulis ha dichiarato che non ci sono prove che mutazioni casuali possano dare luogo a proteine funzionali. Ben 800 scienziati recentemente hanno dichiarato che sono scettici che le mutazioni casuali e la selezione naturale possano spiegare la complessità della vita. A mio avviso solo un disegno intelligente può spiegare tutto questo.
4/11/2015 1:48 PM
 
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Su Science del 13 dicembre scorso è stato pubblicato uno studio intitolato "Exonic Transcription Factor Binding Directs Codon Choice and Affects Protein Evolution" nel quale si parla della scoperta di un secondo codice nascosto nella sequenza di basi del DNA. Come sappiamo i nucleotidi secondo il codice genetico vengono letti in triplette (codoni) per indicare quali aminoacidi debbano essere inseriti nella formazione di una determinata proteina. La scoperta sorprendente è che su alcuni tratti di DNA, contemporaneamente al codice genetico che legge le basi a tre per volta (triplette), esiste un secondo codice che le legge le stesse basi per ricevere invece indicazioni sulla regolazione genica.
Della cosa si è occupata anche Pikaia che ha così commentato la notizia:

 pochi giorni dalla fine dello scorso hanno la rivista Science ha pubblicato un'importante scoperta che potrebbe avere profonde implicazioni sul nostra conoscenza del DNA. Alcuni codoni, le triplette di nucleotidi che identificano un aminoacido durante la sintesi delle proteine, hanno due funzioni: oltre a quella 'classica' di selezione dell'aminoacido corrispondente nel processo di traduzione dell'informazione scritta nel DNA per la formazione delle catene polipeptidiche delle proteine, sembra infatti che giochino anche un ruolo di primo piano nella regolazione genica.
A circa 15% dei codoni localizzati nelle sequenze codificanti della maggior parte dei geni umani (in circa l'86%), infatti, si legano i fattori di trascrizione, le proteine che regolano l'attivazione dei geni. Tali codoni da oggi saranno noti con il nome di duoni. Oltre alle svariate implicazioni in medicina e biologia evoluzionistica, viene quindi risolto il 'problema' della ridondanza del codice genetico (il fatto che diversi codoni codifichino per lo stesso aminoacido): codoni diversi hanno da un lato la stessa funzione, quella di selezionare lo specifico aminoacido, dall'altro no, in quanto possono legare diversi fattori di trascrizione.
Riferimenti:
AB Stergachis et al Exonic Transcription Factor Binding Directs Codon Choice and Affects Protein Evolution. Science
Effettivamente, data la stringatezza dell'articolo e la mancanza di considerazioni, sarebbe più opportuno dire che questo è il modo in cui la notizia "non" è stata commentata.
Provando a supplire brevemente possiamo dire che la scoperta equivale a quella che avesse fatto uno studioso di letteratura che si fosse accorto che un romanzo può essere anche letto diversamente e diventare un manuale per usare il cellulare se anziché usare una lingua, come ad esempio l'inglese, si usasse l'italiano.
Pensando al fatto che le informazioni contenute nel DNA, secondo la teoria neodarwiniana, sono state paragonate alla fortunata combinazione ottenuta da un esercito di scimmiette che battendo a caso i tasti del computer scrivono un'opera di Shakespeare, bisogna dire che queste scimmiette cominciano davvero ad essere un po'troppo brave...
Inoltre, come correttamente riportato nell'articolo su Pikaia, questa scoperta darebbe un senso al fatto che esistono diverse triplette che codificano per uno stesso aminoacido (ridondanza), infatti se la tripletta codifica per uno stesso aminoacido di un'altra, il duone invece avrebbe un significato diverso rendendo necessaria la "ridondanza" per poter essere espresso.
Dopo la scomparsa del DNA spazzatura arriva dunque la scomparsa del fenomeno della ridondanza delle triplette e la comparsa di un ulteriore livello di complessità: nel DNA resta sempre meno posto per le conseguenze del meccanismo di evoluzione neodarwiniano basato sulle mutazioni puramente casuali.


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