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CANTICO SPIRITUALE (s.Giovanni della Croce)

Last Update: 8/2/2013 6:38 PM
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8/2/2013 6:16 PM
 
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S. Giovanni della Croce

CANTICO SPIRITUALE

Manoscritto B

Commento alle strofe che trattano dell'amore fra l'anima e Cristo suo Sposo, in cui si toccano e si spiegano alcuni punti ed effetti dell'orazione, scritto a richiesta della Madre Anna di Ges, priora delle Scalze di S. Giuseppe in Granata. Anno 1584.


Frontespizio del Cantico Spirituale con frase e firma autografe del Santo (Sanllucar de Barrameda, Carmelitane Scalze)

Frontespizio del Cantico Spirituale con frase e firme autografe del Santo (Sanlucar de Barrameda, Carmelitane Scalze)

Prologo

I - Poichè sembra, Reverenda Madre, che queste strofe siano state scritte con un certo fervore di amore di Dio (la cui sapienza amorosa tanto immensa che, come si legge nel libro della Sapienza (8, I), va da un estremo all'altro per cui l'anima, che ne informata e mossa, porta nel suo eloquio la medesima abbondanza e lo stesso impeto), non ho intenzione di dichiarare tutta l'ampiezza e la copia che lo spirito fecondo d'amore vi ha racchiuse. Sarebbe anzi da ignoranti credere che in qualche modo si possano spiegare bene a parole i detti d'amore nell'intelligenza mistica, quali sono quelli delle strofe presenti, perch lo Spirito del Signore che, dimorando in noi, aiuta la nostra fiacchezza, chiede per noi con gemiti ineffabili (Rom. 8, 26) quanto noi non possiamo intendere e comprendere bene per manifestarlo. Invero, chi potr descrivere ci che Egli fa capire alle anime innamorate dove dimora? E chi ha parole sufficienti per esprimere ci che fa loro sentire o desiderare? Certamente nessuno lo pu, neppure quelle stesse persone in cui ci accade. Questa la causa per cui piuttosto che spiegarlo con ragioni, esse preferiscono far comprendere parte di quel che sentono servendosi di figure, comparazioni e similitudini, e dall'abbondanza dello spirito spargono segreti misteri.

 

8/2/2013 6:18 PM
 
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PROLOGO
1. Le seguenti strofe, reverenda Madre, sembra siano state scritte con un certo fervore nato dall’amore di Dio, la cui sapienza e il cui amore sono così immensi, che, come afferma il libro della Sapienza, si estendono da un confine all’altro (Sap 8,1) della terra; l’anima, che da lui è ispirata e mossa, partecipa in certo qual modo della sua abbondanza e del suo impeto nel proprio dire. Per questo, non intendo ora spiegare tutta l’ampiezza e la ricchezza che lo spirito fecondo d’amore ha riversato in queste strofe. Anzi sarebbe un errore credere che le parole d’amore riguardanti l’intelligenza mistica, come quelle delle presenti strofe, possano essere, in qualche modo, spiegate con parole semplici. Difatti, come dice san Paolo, è lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza e, abitando in noi, intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8,26) riguardo a ciò che non possiamo penetrare né comprendere bene per renderlo manifesto. Chi può descrivere ciò che egli fa capire alle anime innamorate, nelle quali dimora? E chi potrà esprimere a parole i sentimenti che ispira loro? E chi, infine, quanto fa loro desiderare? Certo, nessuno, nemmeno quelle anime nelle quali si verificano questi favori celesti. Per questo motivo preferiscono far comprendere parte di ciò che sentono e rivelare qualcuno dei tanti misteri di cui conoscono il segreto attraverso figure, similitudini e immagini, anziché darne una spiegazione razionale. Se tali similitudini non vengono lette con la semplicità dello spirito d’amore e dell’intelligenza che contengono, sembrano piuttosto spropositi che discorsi ordinati della ragione, come si può constatare nel divino Cantico dei Cantici di Salomone e in altri libri della sacra Scrittura. Ivi, non potendo lo Spirito Santo far conoscere la profondità del loro significato per mezzo di termini comuni e usuali, si serve di figure e similitudini sorprendenti per parlarci dei misteri. Ne segue che i santi dottori, malgrado quanto abbiano detto e tutto ciò che si potrebbe ancora dire, non sono mai riusciti a chiarirne completamente il senso con le parole, come del resto non è stato possibile spiegarlo con parole umane. Così, ciò che di questo cantico si può spiegare, di solito non è che la minima parte.
2. Ora, poiché queste strofe sono state composte in uno spirito d’amore, pieno di senso mistico, non possono essere spiegate adeguatamente, né questa è la mia intenzione. Voglio solo offrire qualche chiarimento generale, come mi ha chiesto Vostra Reverenza. Credo che sia meglio così, perché è preferibile esporre i detti d’amore nella loro ampiezza affinché ciascuno, a suo modo e secondo le proprie capacità, ne tragga profitto, anziché dar loro un significato univoco, non adattabile a tutti i gusti. Anche se verrà offerta qualche spiegazione, non è il caso di sentirsi legati ad essa, perché la sapienza mistica che si manifesta attraverso l’amore, e di cui parlano le seguenti strofe, non occorre che sia intesa distintamente perché susciti nell’anima amore e affetto. In realtà essa agisce come la fede, mediante la quale amiamo Dio senza comprenderlo.
3. Sarà, quindi, brevissimo, anche se non potrò fare a meno di dilungarmi in alcune parti, quando lo richiederà l’argomento e quando si offrirà l’occasione di trattare e di spiegare alcuni punti ed effetti della preghiera. Poiché nelle strofe se ne toccano molti, non potrò fare a meno di esaminarne alcuni. Lasciando da parte i più comuni, parlerò brevemente di quelli più straordinari che si verificano in coloro che, con l’aiuto di Dio, hanno superato lo stato di principianti. E questo per due motivi: anzitutto perché è già stato scritto molto per i principianti; in secondo luogo perché in questo scritto mi rivolgo a Vostra Reverenza che me ne ha fatto richiesta, a cui nostro Signore ha concesso la grazia di averla tratta da questi stati iniziali per introdurla nel seno del suo amore divino. Spero quindi che, sebbene vengano qui affrontati alcuni aspetti della teologia scolastica sul rapporto interiore dell’anima con il suo Dio, non sia inutile averne parlato un po’ allo spirito in un modo puramente teorico. Infatti, anche se a Vostra Reverenza manca l’esercizio della teologia scolastica, tramite la quale si comprendono le verità divine, tuttavia non manca quello della mistica, per cui conosciamo tramite l’amore, nel quale le cose non vengono solo conosciute ma anche gustate.
4. Tutto ciò che mi propongo di dire qui voglio sottoporlo al giudizio di persone competenti in materia e totalmente a quello della santa madre Chiesa. Per dare maggiore credibilità al presente scritto, mi ripropongo di non affermare nulla di mio, né di affidarmi alla mia personale esperienza, né tanto meno a quella conosciuta o udita da altre persone spirituali, benché ritenga di avvalermi di queste due fonti di conoscenza. Io intendo qui proporre un’esposizione che sia confermata e chiarita da citazioni autorevoli della sacra Scrittura, almeno per le cose che appaiono più difficili da capire. Seguirà quindi questo metodo: prima riporterò le frasi in latino e poi ne farò l’applicazione relativamente al soggetto trattato. Proporrò dapprima tutte le strofe insieme e poi, per una maggiore comprensione, nell’ordine le commenterò una per volta; le spiegherò verso per verso, riportando ogni verso prima della relativa spiegazione, ecc.
Fine del Prologo
8/2/2013 6:21 PM
 
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STROFE TRA L’ANIMA E LO SPOSO

La sposa

1. Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!

2. Pastori, voi che andrete
lassù, per gli stabbi, al colle,
se mai colui vedrete
che più d’ogni altro amo,
ditegli che languo, peno e muoio.

3. In cerca dei miei amori,
mi spingerò tra i monti e le riviere,
non coglierò fiori
né temerò le fiere,
ma passerò i forti e le frontiere.

4. O boschi e fitte selve,
piantati dalla mano dell’Amato!
O prato verdeggiante
di bei fiori smaltato,
ditemi se qui egli è passato!

5. Mille grazie spargendo
qui pei boschi s’affrettava
e, mentre li guardava,
la sola sua presenza
adorni di bellezza li lasciava.

6. Ah! chi potrà guarirmi?
Alfin, concediti davvero:
e più non mi mandare
da oggi messaggeri
che non sanno dirmi ciò che bramo.
7. E quanti intorno a te vagando,
di te infinite grazie raccontando,
ravvivan così le mie ferite,
e me spenta lascia non so cosa,
ch’essi vanno appena balbettando.
8. Ma come duri ancor,
o vita, se non vivi ove vivi,
se ti fanno morir
le frecce che subisci
da ciò che dell’Amato concepisci?
9. Perché, avendo questo cuor
piagato, poi non l’hai sanato?
E avendolo rubato,
perché me l’hai lasciato
e non cogli la preda che hai rubato?
10. Estingui i miei affanni,
ché nessuno vale ad annientarli,
ti vedan i miei occhi,
perché ne sei la luce,
per te solo desidero serbarli!
11. Scopri a me il tuo divin viso,
tua vista mi uccida, tua bellezza;
tu sai che sofferenza
d’amore non si cura
se non con la presenza e la figura!
12. O fonte cristallina,
se in questi tuoi riflessi inargentati
formassi all’improvviso
quegli occhi tuoi desiderati,
che porto nel mio intimo abbozzati!
13. Distoglili, Amato,
ché a volo io vado!
Sposo
Colomba mia, ritorna,
ché il tuo cervo ferito
spunta di sull’altura
e al soffio di tuo vol gode frescura!
Sposa
14. L’Amato le montagne,
le boschive valli solitarie,
le isole inesplorate,
i fiumi gorgoglianti,
il sibilo dei venti innamorati,
15. la quiete della notte
vicina allo spuntar dell’aurora,
musica silenziosa,
solitudin sonora,
cena che ristora e innamora.
16. Cacciate via le volpi,
ché fiorita ormai è nostra vigna,
intanto che di rose
intrecceremo una pigna,
nessuno appaia là, sulla collina.
17. Férmati, borea morto,
vieni, austro, a suscitar gli amori,
soffia pel mio giardino,
diffondine gli aromi
e pascerà l’Amato in mezzo ai fiori.
18. O ninfe di Giudea!
Intanto che tra i fiori e nei roseti
l’ambra i suoi aromi emana,
nei sobborghi restate,
toccar le nostre soglie non vogliate.
19. Nasconditi, Diletto,
il tuo viso volgi alle montagne,
non cercar di parlare,
ma guarda le compagne
di lei che va per isole lontane.
Sposo
20. O leggerissimi uccelli,
leoni, cervi, daini saltatori,
monti, valli, riviere,
acque, venti, ardori
e delle notti vigili timori:
21. io, per le soavi lire
e il canto di sirene, vi scongiuro:
cessino le vostre ire
e non battete al muro,
ché la sposa dorma più sicura.
22. Entrata ormai è la sposa
nel giardino ameno desiato
e a suo piacer riposa,
il collo reclinato
sopra le dolci braccia dell’Amato.
23. All’ombra di quel melo
a me fosti sposata,
qui ti porsi la mano
e fosti riscattata
dove tua madre fu violata.
Sposa
24. Fiorito è il nostro talamo,
da tane di leoni circondato,
con porpora tessuto,
di pace edificato,
di mille scudi d’oro coronato.
25. Dietro le tue vestigia
si lancian le giovani in cammino,
a un tocco di faville,
per l’aromato vino,
effondon un balsamo divino.
26. Nella segreta cella
io dell’Amato bevvi e,
quando uscita fui in questa valle,
null’altro più sapevo,
perduto era il gregge che pascevo.
27. Là mi offrì il suo petto,
là m’insegnò scienza assai gustosa,
a lui tutta mi detti,
me stessa per intero;
là gli promisi d’esser sua sposa.
28. L’alma mia s’è data
con tutta la ricchezza al suo servizio;
non pasco più le greggi,
non ho più altro uffizio:
solo in amar è il mio esercizio.
29. Se d’oggi in poi al prato
non fossi più veduta né trovata,
direte che mi son perduta,
che, errando innamorata,
volli perdermi e venni conquistata.
30. Di fiori e di smeraldi,
scelti nelle fresche mattinate,
intesserem ghirlande,
nel tuo amor sbocciate
e da un capello mio tutte legate.
31. Solo da quel capello
che sul collo svolazzar vedesti,
sul collo mio mirasti,
incantato rimanesti
e in uno dei miei occhi ti feristi.
32. Guardandomi, i tuoi occhi
lor grazia m’infondean;
per questo più m’amavi,
per questo meritavan
i miei occhi adorar quanto vedean.
33. Non disprezzarmi adesso,
ché, se colore bruno in me trovasti,
ormai ben puoi mirarmi
dopo che mi guardasti,
grazia e bellezza in me lasciasti.
Sposo
34. La bianca colombella
all’arca con il ramo è ritornata
e già la tortorella
il suo compagno amato
sopra le verdi rive ha ritrovato.
35. In solitudine vivea,
in luogo solitario ha posto il nido,
sola così la guida
da solo il suo Amico,
d’amor in solitudine ferito.
Sposa
36. Orsù, godiam l’un l’altro, Amato,
a contemplarci in tua beltade andiam
sul monte e la collina
dove pura sorgente d’acqua scorre,
dove è più folto dentro penetriam.
37. Poi alle profonde
caverne di pietra ce ne andremo,
son ben nascoste esse,
e lì ci addentreremo,
di melagrane il succo gusteremo.
38. Là tu mi mostrerai
ciò che l’alma mia desiderava
e dopo mi darai,
là, tu vita mia,
ciò che l’altro dì m’hai già donato:
39. dell’aure il respiro,
il canto della dolce filomena,
il bosco e il suo incanto,
nella notte serena,
con fiamma che consuma e non dà pena.
40. Nessuno ciò guardava,
nemmeno Aminadab più compariva,
l’assedio s’allentava
e la cavalleria
alla vista dell’acque giù venia.

****
1. Queste strofe si susseguono secondo un ordine che va dal tempo in cui un’anima comincia a servire Dio fino a quando arriva all’ultimo stadio della perfezione, cioè al matrimonio spirituale. In esse, quindi, vengono trattati i tre stati – o vie – di esperienza spirituale che l’anima percorre fino ad arrivare all’ultimo stato. Si parla, così, di via purgativa, illuminativa e unitiva. Di ciascuna via vengono spiegate alcune proprietà ed effetti.
2. Le strofe iniziali parlano della via purgativa propria dei principianti. Quelle successive trattano dei proficienti, che puntano al fidanzamento spirituale; questa è la via illuminativa. Le altre strofe trattano della via unitiva, che è quella dei perfetti, dove si realizza il matrimonio spirituale. Questa via unitiva dei perfetti segue a quella illuminativa dei proficienti. Le ultime strofe, infine, trattano dello stato beatifico, il solo che l’anima ormai desidera in questo stato di perfezione.
8/2/2013 6:22 PM
 
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Inizia la spiegazione delle strofe d’amore tra la sposa e lo Sposo Cristo
ANNOTAZIONE
STROFA 1
1. Quando l’anima si rende conto di quanto è obbligata a fare, allora vede che la vita è breve (Gb 14,5), che il sentiero della vita eterna è stretto (Mt 7,14) e che il giusto a stento si salva (1Pt 4,18); che le cose del mondo sono vane e fallaci, che tutto finisce e passa come l’acqua che scorre (2Sam 14,14), che il tempo è breve, il giudizio rigoroso, la dannazione molto facile, la salvezza molto difficile. D’altra parte conosce il grande debito di gratitudine che ha verso Dio che l’ha creata solo per se stesso, per cui gli deve il servizio di tutta la sua vita, e l’ha redenta solo da sé, per cui gli deve tutto il resto e la risposta d’amore della sua volontà; e ancora mille altri benefici, per cui sa di essere obbligata verso Dio già prima di nascere, mentre gran parte della sua vita è trascorsa invano. Di tutto questo dovrà rendere esatto conto, dall’inizio alla fine, fino all’ultimo spicciolo (Mt 5,26), quando Dio perlustrerà Gerusalemme con lanterne (Sof 1,12), mentre ormai è tardi, forse l’ultima ora del giorno (Mt 20,6). Per rimediare a tanto male e a tanto danno, soprattutto sapendo che Dio è molto irritato e si è nascosto perché l’anima ha voluto dimenticarsi di lui fino a tal punto in mezzo alle creature, presa da paura e da dolore nell’intimo del cuore per così grande pericolo di perdersi, rinunciando a tutte le cose, trascurando ogni altra faccenda, senza rimandare né di un giorno né di un’ora, con ansie e gemiti del suo cuore ormai ferito d’amore per Dio, comincia a invocare il suo Amato ed esclama:
Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!
SPIEGAZIONE
2. In questa prima strofa l’anima innamorata del Verbo Figlio di Dio, suo Sposo, desiderando unirsi a lui con una visione chiara ed essenziale, espone le sue ansie d’amore, lamentandosi per la sua assenza. Si lamenta soprattutto perché, avendola ferita con il suo amore, a motivo del quale ella ha lasciato tutte le cose create e se stessa, deve poi patire l’assenza del suo Amato, che ancora non la libera dalla carne mortale onde permetterle di goderlo nella gloria eterna. Per questo dice: Dove ti sei nascosto?
3. È come se dicesse: Verbo, Sposo mio, mostrami dove sei nascosto. Con queste parole gli chiede di manifestarle la sua essenza divina, perché il luogo dove è nascosto il Figlio di Dio è, come dice san Giovanni, il seno del Padre (Gv 1,18), cioè l’essenza divina, inaccessibile a ogni occhio mortale e nascosta a ogni umana comprensione. Per questo Isaia, parlando con Dio, si è espresso in questi termini: Veramente tu sei un Dio nascosto (Is 45,15). Occorre dunque notare che, per quanto grandi siano le comunicazioni e le presenze di Dio nei confronti dell’anima e per quanto alte e sublimi siano le conoscenze che un’anima può avere di Dio in questa vita, tutto questo non è l’essenza di Dio, né ha a che vedere con lui. in verità, egli rimane ancora nascosto all’anima. Nonostante tutte le perfezioni che scopre di lui, l’anima deve considerarlo un Dio nascosto e mettersi alla sua ricerca, dicendo: Dove ti sei nascosto? Né l’alta comunicazione né la presenza sensibile di Dio sono, infatti, una prova certa della sua presenza di grazia, come nono sono testimonianza della sua assenza nell’anima l’aridità e la mancanza di tali interventi. Per questo il profeta Giobbe afferma: Mi passa vicino e non lo vedo, se ne va e di lui non m’accorgo (Gb 9,11).
4. Da ciò si può dedurre che se l’anima sperimentasse grandi comunicazioni, sensazioni o conoscenze spirituali, non per questo deve presumere che quanto sente è possedere o vedere chiaramente ed essenzialmente Dio, oppure è un possedere di più Dio o essere più dentro di lui, per quanto grande sia tutto questo. D’altra parte, se tutte queste comunicazioni sensibili e spirituali venissero a mancare e l’anima cadesse nell’aridità, nelle tenebre e nell’abbandono, non per questo deve pensare che le manchi Dio. In realtà, nel primo caso non può avere la certezza di essere nella sua grazia e nel secondo di esserne fuori, come dice il Saggio: L’uomo non conosce se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1). L’intento principale dell’anima, quindi, in questo verso non è solo chiedere la devozione affettiva e sensibile, che non dà la certezza evidente che si possiede lo Sposo in questa vita. Domanda soprattutto la presenza e la chiara visione della sua essenza, di cui desidera avere la certezza e possedere la gioia nella gloria.
5. Questo appunto voleva dire la sposa nel Cantico dei Cantici allorché, desiderando unirsi alla divinità del Verbo, suo Sposo, si rivolse al Padre in questi termini: Dimmi dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio (Ct 1,7). Chiedergli di mostrare dove va a pascolare, significa chiedergli di mostrare l’essenza del Verbo divino, suo Figlio, perché il Padre si nutre solo nel suo unico Figlio, che è la gloria del Padre. Chiedergli, poi, di mostrare dove va a riposare, significa chiedere la stessa cosa, perché solo il Figlio è il diletto del Padre, che non riposa in nessun altro luogo né trova gioia in nessun’altra cosa che nel Figlio amato. In lui ripone le sue compiacenze, a lui comunica tutta la sua essenza, a mezzogiorno, cioè nell’eternità, dove da sempre lo genera e l’ha generato. Questo nutrimento del Verbo Sposo, di cui il Padre si pasce nella gloria infinita, e questo petto fiorito, dove con infinito godimento d’amore si adagia, profondamente nascosto a ogni occhio mortale e ad ogni creatura, è ciò che l’anima sposa chiede in questi termini: Dove ti sei nascosto?
6. va notato come quest’anima assetata alla fine riuscirà a trovare il suo Sposo e a unirsi a lui per amore, per quanto è possibile in questa vita, e disseterà la sua arsura con quella goccia che di lui si può assaporare qui e ora. È opportuno, dunque, poiché si rivolge allo Sposo, che le si risponda al posto suo, indicandole il luogo più sicuro dove è nascosto; lì lo troverà di certo con tutta la perfezione e il piacere possibili in questa vita e così non dovrà vagare invano dietro le orme dei suoi compagni (Ct 1,7). A tal fine dobbiamo ricordare che il Verbo Figlio di Dio, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, risiede essenzialmente nell’intimo dell’anima, ove si è nascosto. Così, l’anima che desidera trovarlo deve staccare la sua volontà da tutte le cose create ed entrare in se stessa in un profondo raccoglimento, come se tutto il resto non esistesse. Per questo sant’Agostino, rivolgendosi a Dio nei Soliloqui, gli dice: Non ti trovavo, Signore, fuori di me, perché sbagliavo a cercarti fuori, mentre tu eri qui dentro di me. Dio, quindi, è nascosto nell’anima e il buon contemplativo deve cercarlo, dicendo: Dove ti sei nascosto?
7. Oh, anima, bellissima fra tutte le creature, che tanto desideri sapere dove si trova il tuo Amato per cercarlo e unirti a lui! Ora ti vien detto che tu stessa sei il luogo dove egli dimora, il rifugio e il nascondiglio dove si cela. È motivo di grande gioia per te constatare che tutto il tuo bene e la tua speranza è tanto vicino a te da essere dentro di te, o per meglio dire, che tu non puoi stare senza di lui. Ecco, dice lo Sposo, il regno di Dio è dentro di voi! (Lc 17,21). E il suo servo, l’apostolo Paolo, dice: Voi siete il tempio di Dio (2Cor 6,16).
8. È una grande gioia per l’anima sapere che Dio non le manca mai: anche se è in peccato mortale, tanto più se è in grazia! Cosa vuoi di più, o anima? Cos’altro cerchi fuori di te, se dentro di te hai la tua ricchezza, il tuo piacere, la tua soddisfazione, la tua pienezza e il tuo regno, cioè il tuo Amato, che la tua anima cerca e desidera? Rallegrati e gioisci nel tuo intimo raccoglimento con lui, giacché lo hai così vicino. Qui desideralo, qui adoralo e non andare a cercarlo fuori di te, perché ti distrarresti e ti stancheresti senza trovarlo né goderlo con più sicurezza o più presto, né più vicino che dentro di te! Ricorda solo una cosa, che cioè, anche se è dentro di te, rimane nascosto. Ma è già molto sapere dove è nascosto per andarlo a cercare a colpo sicuro; e questo è ciò che tu stessa chiedi, quando con passione d’amore domandi: Dove ti sei nascosto?
9. Ma tu insisti: se è in me colui che la mia anima ama, perché non lo trovo e non lo sento? Il motivo è che egli è nascosto e tu non ti nascondi come lui per trovarlo e sentirlo. Chi vuole trovare una cosa nascosta, infatti, deve addentrarsi altrettanto nascostamente fino al nascondiglio dove si trova la cosa e, trovatala, anch’egli si ritrova nascosto come quella cosa. Il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo della tua anima, per il quale l’accorto mercante diede tutti i suoi averi (Mt 13,44); per poterlo trovare, sarà opportuno che abbandoni tutti i tuoi beni e, allontanandoti da tutte le creature, ti nasconda nel rifugio interiore del tuo spirito, poi, chiusa la porta dietro di te, cioè distolta la volontà da tutte le cose, preghi il Padre tuo nel segreto (Mt 6,6). Solo così, nascosta con lui, lo sentirai in segreto, lo amerai e ne godrai in segreto e in segreto con lui ti diletterai, più di quanto la lingua possa esprimere e i sensi comprendere.
10. Suvvia, dunque, anima beata! Ora che sai che nel tuo intimo dimora nascosto l’Amato dei tuoi desideri, cerca di rimanere ben nascosta con lui, e nel tuo cuore potrai avvertirlo e abbracciarlo con sentimenti d’amore. Ricorda che in questo nascondiglio egli t’invita per bocca d’Isaia: Va’, entra nelle tue stanze e chiudi la porta dietro di te, distogli le tue facoltà dalle creature, nasconditi per un momento (Is 26,20), cioè in questo momento della vita terrena. Se, infatti, in questa breve vita, o anima, vigilerai con ogni cura sul tuo cuore, come dice il Saggio (Pro 4,23), senza alcun dubbio Dio ti concederà ciò che più avanti promette per bocca dello stesso Isaia: Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate (Is 45,3). La sostanza di questi segreti è Dio stesso, perché Dio è la sostanza e il concetto delle fede, mentre la fede è il segreto e il mistero. E quando si rivelerà, manifesterà ciò che ora la fede ci tiene segreto e velato, cioè la perfezione di Dio, come afferma san Paolo (1Cor 13,10). Allora si scopriranno all’anima la sostanza e i misteri dei segreti. Ma in questa vita mortale, per quanto si nasconda, l’anima non arriverà mai a conoscerli con la medesima chiarezza dell’altra vita; tuttavia se si nasconderà come Mosè nella caverna della roccia (Es 33,22), che è la vera imitazione della vita perfetta del Figlio di Dio, Sposo dell’anima, se Dio la coprirà con la sua mano, meriterà di vedere le spalle di Dio (Es 33,22-23): giungerà cioè in questa vita a una perfezione tanto elevata da unirsi e trasformarsi per amore nel Figlio stesso di Dio, suo Sposo. Allora si sentirà talmente unita a lui e tanto istruita e saggia nei suoi misteri da non sentire più il bisogno di dire, per quanto riguarda la sua conoscenza in questa vita: Dove ti sei nascosto?
11. Ti è già stato suggerito, o anima, ciò che devi fare per trovare lo Sposo nel tuo nascondiglio. Ma se lo vuoi riascoltare, ecco una parola piena di sostanza e di verità sublime: cercalo nella fede e nell’amore, senza pretendere soddisfazione o gusto in nulla e senza voler comprendere più di quanto devi sapere. La fede e l’amore sono come due guide per te, che sei cieca, e ti guideranno dove non sai, fino al nascondiglio di Dio. La fede, infatti, che è il segreto, rappresenta i piedi con i quali l’anima va a Dio e l’amore è la guida che ve la porta. E mentre l’anima pondera a tentoni questi misteri e segreti della fede, meriterà che l’amore le sveli ciò che la fede racchiude in sé, ossia lo Sposo che ella desidera: in questa vita per mezzo della grazia speciale, cioè l’unione con Dio; nell’altra vita per mezzo della gloria essenziale, godendolo faccia a faccia (1Cor 13,12), ormai non più nascosto. Nel frattempo, però, anche se l’anima perviene a quest’unione, che è lo stato più alto che si possa raggiungere in questa vita, tuttavia, ripeto, lo Sposo resta ancora nascosto all’anima nel seno del Padre, dove essa desidera goderlo nell’altra vita. Perciò continua a ripetere: Dove ti sei nascosto?
12. Fai molto bene, o anima, a cercarlo in tutta segretezza, perché glorifichi molto Dio e ti avvicini molto a lui stimandolo l’essere più alto e profondo di tutto quanto tu possa raggiungere. Intendo dire che non devi badare né poco né molto a ciò che le tue facoltà possano comprendere. Voglio dire: non ti accontentare mai di quanto comprenderai di Dio, ma di quanto di lui non comprenderai. Non indugiare mai nell’amare e nel godere quanto di Dio puoi comprendere o sentire, ma ama e gioisci di ciò che non puoi comprendere e sentire di lui: questo, ripeto, è cercarlo nella fede. Dio è inaccessibile e nascosto (Is 45,15), come ho già detto, e quantunque ti sembri di trovarlo, di sentirlo e di comprenderlo, lo devi ritenere sempre nascosto, e in quanto nascosto dovrai servirlo nel nascondimento. Non essere come molti insipienti che pensano a Dio come a una creatura umana, e quando non lo capiscono, non lo gustano o non lo sentono, ritengono che Dio sia più lontano e più nascosto. E invece è vero il contrario: quanto meno distintamente lo intendono, tanto più si avvicinano a lui, perché, come dice il profeta Davide, si avvolgeva di tenebre come di velo (Sal 17,12). Così, se ti avvicini a lui, avvertirai per forza le tenebre a causa della debolezza del tuo occhio. Fai dunque bene, in ogni momento, sia di avversità che di prosperità, spirituale o temporale, a considerare Dio come nascosto e a invocarlo così: Dove ti sei nascosto, Amato? Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
13. Lo chiama Amato per convincerlo meglio ad ascoltare la sua supplica; quando Dio è amato, esaudisce facilmente le richieste del suo amante. Lo afferma egli stesso per mezzo di san Giovanni: Rimanete nel mio amore… perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda (Gv 15,9.16). L’anima lo può veramente chiamare Amato, quando è completamente con lui, non avendo il cuore attaccato a nessuna cosa che non sia lui, sicché la sua mente è rivolta abitualmente a lui. Dalila disse a Sansone: Come puoi dirmi: «Ti amo», mentre il tuo cuore non è con me? (Gdc 16,15). Nel cuore, infatti, sono contenuti il pensiero e l’affetto. Ne segue che alcuni chiamano Amato lo Sposo, ma non è amato davvero, perché il loro cuore non è totalmente con lui, e così la loro richiesta agli occhi di Dio non ha molto valore. Per questo non ottengono subito ciò che chiedono, finché, perseverando nella preghiera, riescono a fissare più a lungo il loro animo in Dio e a nutrire passione d’amore solo per lui, perché da Dio non si ottiene nulla se non per amore.
14. Se aggiunge, subito dopo, sola qui, gemente, mi hai lasciata, occorre notare che l’assenza dell’Amato causa continui gemiti nell’amante, perché questa non ama niente al di fuori di lui, in nulla trova riposo e sollievo. Da ciò si può riconoscere chi ama davvero Dio: se non si contenta di qualcosa d’inferiore a Dio. Ma che dico: si contenta? Anche se possedesse tutti i beni insieme, l’anima non sarebbe contenta, anzi se più ne avesse, più sarebbe insoddisfatta: la soddisfazione del cuore non si trova nel possesso delle cose, ma nella loro mancanza e nella povertà di spirito. La perfezione d’amore, infatti, consiste nel possedere Dio con una specialissima grazia unificante; quando l’anima raggiunge tale possesso vive in questa vita con una certa soddisfazione, anche se non in pienezza. Persino Davide, con tutta la sua perfezione, aspettava di essere pienamente soddisfatto in cielo, quando esclamava: Al risveglio mi sazierai della tua presenza (Sal 16,15). All’anima non bastano quindi la pace, la tranquillità e la gioia del cuore che può godere in questa vita perché non abbia più dentro di sé questo gemito, sia pure pacifico e indolore, nella speranza di ciò che ancora le manca. Il gemito infatti è legato alla speranza, come afferma l’Apostolo di se stesso e degli altri, anche se perfetti: Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli (Rm 8,23). Questo è il gemito che l’anima ha dentro di sé, nel cuore innamorato, perché dove ferisce l’amore, lì c’è il gemito di colei che, ferita, geme continuamente per il dolore dell’assenza; tanto più se, dopo aver gustato qualche dolce e piacevole comunicazione dello Sposo, questi si assenta e all’improvviso l’anima resta sola e assetata di lui. Per questo aggiunge subito: Come il cervo fuggisti.
15. A questo punto occorre osservare che nel Cantico dei Cantici la sposa paragona lo Sposo al cervo e al capriolo, dicendo: Somiglia il mio Diletto a un capriolo o ad un cerbiatto (Ct 2,9). E questo non solo perché è schivo, solitario e rifugge la compagnia, come il cervo, ma anche per la rapidità nel nascondersi e nell’apparire; così si comporta di solito lo Sposo con le anime devote nelle visite che fa loro per offrire diletto e incoraggiamento, e quando si allontana da loro o si rende assente dopo tali visite, per provarle, umiliarle e istruirle. In tal modo fa sentire loro la sua assenza con un dolore ancor più intenso, come fa capire l’anima con queste parole: dopo avermi ferita.
16. È come se dicesse: non solo mi bastavano la pena e il dolore che soffro abitualmente per la tua assenza, ma dopo avermi ancor più ferita con la tua freccia d’amore e accresciuto l’ardente passione di vederti, fuggi con la velocità d’un cervo e non ti lasci afferrare neppure per poco.
17. Per chiarire ulteriormente questo verso è opportuno ricordare che, oltre alle molte visite che Dio fa all’anima in diversi modi, colpendola e accrescendo in lei l’amore, suole accordarle segreti tocchi d’amore che la feriscono e la trapassano come frecce di fuoco, tanto da lasciarla tutta incendiata d’amore, e di esse parla qui l’anima: infiammano talmente la volontà e il sentimento che l’anima arde di fiamma e fuoco d’amore, tanto che sembra consumarsi in quella fiamma. Tale fiamma la fa uscire fuori di sé e la rinnova tutta, dandole un nuovo modo di essere, come la fenice che brucia e rinasce dalle sue ceneri. A tale proposito Davide afferma: Il mio cuore era infiammato, i miei reni erano alterati, ero ridotto a un niente e non capivo (Sal 72, 21-22 Volg.).
18. I desideri e le passioni, di cui parla qui il profeta adoperando il termine reni, si agitano e si trasformano tutti in divini nell’infiammarsi del cuore, e l’anima per amore si dissolve in nulla, non sapendo far altro che amare. A questo punto il cambiamento interiore avviene come un tormento e un desiderio così forte di vedere Dio, da sembrare all’anima intollerabile l’asprezza che l’amore usa nei suoi confronti. Questo non perché l’abbia ferita – anzi ritiene salutari tali ferite –, ma perché l’ha lasciata così, immersa nelle pene d’amore, e non l’ha ferita con più vigore uccidendola del tutto: in questo modo le avrebbe consentito di vederlo e unirsi a lui in una vita d’amore perfetto. Per questo, esaltando ed esprimendo il suo dolore esclama: dopo avermi ferita.
19. IL che vuol dire: lasciandomi così ferita, morente per le ferite d’amore per te, ti sei nascosto con la rapidità di un cervo. Questo sentimento sopraggiunge con tale forza perché, nella ferita d’amore inflitta da Dio all’anima, si accende un improvviso slancio della volontà verso il possesso dell’Amato, dal quale si è sentita toccare. Con la stessa rapidità avverte la lontananza e l’impossibilità di possederlo quaggiù come desidera. Così, subito contemporaneamente, prova anche il dolore di quell’assenza, perché queste visite non sono come le altre in cui Dio ricrea e sazia l’anima; queste, infatti, egli le produce più per ferire che per guarire, più per addolorare che per rallegrare. Servono a ravvivare la conoscenza e ad accrescere il desiderio, quindi il dolore e l’ansia di vedere Dio. Vengono chiamate ferite spirituali d’amore e sono piacevolissime e auspicabili per l’anima; essa vorrebbe morire mille volte per questi colpi lancinanti che la fanno uscire fuori di sé ed entrare in Dio. ciò è quanto dà a intendere nel verso seguente: gridando t’inseguii: eri sparito!
20. Per le ferite d’amore non c’è medicina se non da parte di colui che ha causato la ferita. Per questo l’anima ferita, spinta dalla forza del fuoco che le causò la ferita, rincorse l’Amato che l’aveva ferita, gridandogli di guarirla. È bene ricordare che la parola «inseguire» (sp. salir tras, lett. «uscire dietro a») spiritualmente designa qui due modi di andare dietro a Dio. Il primo si verifica quando si viene fuori da tutte le cose, aborrendole e disprezzandole; l’altro, quando si esce da se stessi, dimenticandosi, per amore di Dio. Quando tale amore tocca l’anima con fervore, la eleva talmente che non solo la fa uscire da se stessa nel totale oblio di sé, ma addirittura la strappa dai suoi desideri e inclinazioni naturali, facendole invocare l’amore di Dio. E così è come se dicesse: Sposo mio, con quel tuo tocco e quella ferita d’amore non solo hai distolto la mia anima da tutte le cose, ma l’hai fatta uscire anche da se stessa; in verità, sembra che tu la faccia uscire persino dal corpo e la elevi a te, facendola gridare per te, ormai distaccata da tutto, per aggrapparsi a te che eri sparito.
21. È come se dicesse: quando volli afferrare la tua presenza, non ti trovai, così rimasi senza sostegno da una parte e dall’altra, soffrendo perché ero come sospesa in aria, per amore, senza appoggio né in te né in me. Ciò che qui l’anima esprime con «inseguire-uscire» per andare in cerca dell’Amato, la sposa del Cantico lo dice con «alzarsi». Difatti, afferma: Mi alzerò e farò il giro della città, per le strade e per le piazze; voglio cercare l’Amato del mio cuore… Ho aperto allora al mio Diletto, ma il mio Diletto se n’era già andato, era scomparso… Mi hanno ferita (Ct 3,2; 5,6-7). L’«alzarsi» dell’anima sposa significa, parlando spiritualmente, muoversi dal basso verso l’alto e coincide con ciò che qui l’anima chiama «inseguire-uscire dietro a», cioè: dal suo imperfetto modo di amare verso l’amore perfetto di Dio. Ma la sposa del Cantico dice che rimase ferita perché non lo trovò; anche qui l’anima dice di essere rimasta ferita d’amore e di essere stata poi abbandonata. L’innamorata vive sempre nel dolore per l’assenza dell’Amato, perché si è già consacrata a lui, e in cambio del dono di sé attende che a sua volta l’Amato le si doni; e tuttavia egli tarda a donarsi a lei. Avendo ormai perduto ogni cosa e se stessa per l’Amato, non ha trovato il guadagno del suo distacco, perché la sua anima non possiede ancora l’oggetto del suo amore.
22. Questo penoso sentimento dell’assenza di Dio di solito è così intenso in coloro che vanno avvicinandosi allo stato di perfezione, al tempo di queste ferite divine, che se il Signore non li sostenesse, morirebbero. Avendo, infatti, il gusto della volontà purificato e lo spirito limpido e ben disposto verso Dio, e gustando già qualcosa della dolcezza dell’amore divino che essi bramano più d’ogni altra cosa, soffrono indicibilmente. Quasi attraverso uno spiraglio viene mostrato loro un bene immenso, senza che lo possano ricevere. Ciò provoca sofferenza e tormento indicibili.
8/2/2013 6:22 PM
 
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STROFA 2
Pastori, voi che andrete
lassù, per gli stabbi al colle,
se mai colui vedrete
che più d’ogni altro amo,
ditegli che languo, peno e muoio.
SPIEGAZIONE
1. In questa strofa l’anima vuole servirsi di buoni intermediari presso il suo Amato, chiedendo loro di informarlo del suo profondo dolore. Infatti è proprio di chi ama comunicare con l’Amato servendosi dei mezzi migliori a sua disposizione, quando non può farlo di persona. Qui l’anima vuole servirsi dei suoi desideri, affetti e gemiti come di messaggeri che possono manifestare molto bene i segreti del cuore al suo Amato. Per questo chiede loro di andare, dicendo: Pastori, voi che andrete.
2. Chiama pastori i suoi desideri, affetti e gemiti, in quanto essi pascono l’anima di beni spirituali: pastore, infatti, vuol dire colui che pasce. Per loro tramite Dio si comunica all’anima dandole un pasto divino, mentre senza di essi le si comunica poco. E dice: voi che andrete, come a dire: voi che procedete da amore puro, perché tra gli affetti e i desideri arrivano a Dio solo quelli che scaturiscono da vero amore. Lassù, per gli stabbi al colle.
3. Chiama stabbi le gerarchie e i cori degli angeli, che di coro in coro portano i nostri gemiti e le nostre preghiere a Dio. Lassù designa Dio in quanto somma altezza e perché in lui, come dalla cima, si esplorano tutte le cose e le dimore superiori e inferiori; a lui vanno le nostre preghiere, offerte dagli angeli, come si diceva e come notificò l’angelo a Tobia: Quando pregavi tra le lacrime, io presentavo la tua preghiera davanti alla gloria del Signore (Tb 12,12). Per pastori dell’anima si possono intendere qui anche gli angeli stessi, perché non solo portano a Dio i nostri messaggi, ma portano anche quelli di Dio alle nostre anime, nutrendole, da buoni pastori, di dolci comunicazioni e ispirazioni divine; Dio trasmette queste ultime anche tramite loro ed essi ci difendono dai lupi, che sono i demoni. Or dunque, che per pastori intendiamo sia gli affetti sia gli angeli, l’anima desidera sempre che le facciano da intermediari presso l’Amato. Per questo a tutti si rivolge con queste parole: se mai colui vedrete.
4. È come se dicesse: se per mia fortuna arrivaste alla sua presenza, in modo che egli vi veda e vi ascolti. Occorre osservare che, com’è vero che Dio tutto sa e conosce, vede e nota persino i pensieri dell’anima, come dice Mosè (Dt 31,21), è altrettanto vero che vede le nostre necessità e ascolta le nostre preghiere quando le esaudisce. Non tutte le necessità e le richieste arrivano al punto d’essere esaudite da Dio; deve arrivare il tempo opportuno ed esse devono raggiungere il numero adeguato perché si possa dire che Dio le vede e le ascolta, come si legge nel libro dell’Esodo: solo dopo quattrocento anni che i figli d’Israele avevano sofferto nella schiavitù d’Egitto Dio disse a Mosè: Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto… Sono sceso per liberarlo (Es 3,7-8), sebbene la conoscesse da sempre. Anche san Gabriele disse a Zaccaria di non temere, perché Dio aveva ascoltato la sua preghiera e gli concedeva il figlio che da molti anni continuava a chiedergli (Lc 1,13), anche se l’aveva da sempre udita. Così ogni anima deve capire che Dio, pur non venendo subito incontro alle sue necessità e preghiere, non mancherà di soccorrerla al momento opportuno. Colui che è un riparo, come afferma Davide, e in tempo di angoscia un rifugio sicuro (Sal 9,10), interverrà se l’anima non si scoraggia né si stanca di chiedere. Infatti questo vuole dire l’anima quando afferma: se mai colui vedrete, cioè: se per caso è giunto il momento in cui egli ritiene giusto esaudire le mie richieste. Che più d’ogni altro amo.
5. Cioè colui che amo più d’ogni altra cosa. Questo si verifica quando nell’anima non vi è nulla che le impedisca di fare e soffrire qualsiasi cosa per il suo servizio. Quando l’anima può dire veramente ciò che esprime il verso seguente, è segno che lo ama sopra tutte le cose. Ecco il verso: ditegli che languo, peno e muoio.
6. L’anima presenta tre necessità, cioè languore, sofferenza e morte. L’anima che ama davvero Dio d’un amore che vuole giungere alla perfezione, quando egli è assente soffre abitualmente in tre modi, secondo le tre facoltà dell’anima: l’intelletto, la volontà e la memoria. Quanto all’intelletto, l’anima dice che langue perché non vede Dio, che è la salvezza dell’intelletto, come Dio stesso afferma per bocca di Davide: Sono io la tua salvezza (Sal 34,3). Quanto alla volontà, l’anima dice di soffrire perché non possiede Dio che è il refrigerio e la delizia della volontà, come dice ancora Davide: Li disseti al torrente delle tue delizie (Sal 35,9). Quanto alla memoria, l’anima dice di morire perché, ricordandosi che manca di tutti i beni dell’intelletto, che consistono nel vedere Dio, e della delizie della volontà, ossia del possesso di Dio, aggiunge che è più che mai possibile perderlo per sempre in mezzo ai pericoli e alle tentazioni di questa vita. Con tale ricordo soffre una sensazione simile alla morte, perché si rende conto di non avere un sicuro e perfetto possesso di Dio, che è vita dell’anima, come dichiara Mosè: È lui la tua vita (Dt 30,20).
7. Queste tre forme di necessità vengono molto bene espresse da Geremia a Dio nel libro delle Lamentazioni con queste parole: Il ricordo della mia miseria e del mio vagare è come assenzio e veleno (Lam 3,19). La miseria si riferisce all’intelletto, perché ad esso appartengono le ricchezze della sapienza del Figlio di Dio, nel quale, come dice san Paolo, sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio (Col 2,3). L’assenzio, erba amarissima, si riferisce alla volontà, perché a questa facoltà appartiene la dolcezza del possesso di Dio. Se viene a mancarle, resta con l’amarezza. Che l’amarezza appartenga, in senso spirituale, alla volontà, ce lo insegna l’Apocalisse quando l’angelo dice a san Giovanni: Mangia il libro, ti riempirà di amarezza le viscere (Ap 10,9), intendendo per viscere la volontà. Il veleno non si riferisce solo alla memoria, ma a tutte le facoltà e forze dell’anima, perché il veleno significa la morte dell’anima, come lascia intendere Mosè parlando, nel Deuteronomio, dei ripudiati da Dio in questi termini: Tossico di serpenti è il loro vino, micidiale veleno di vipere (Dt 32,33), che in questo caso significa non avere Dio, il che equivale alla morte dell’anima. Queste tre necessità e sofferenze sono fondate sulle tre virtù teologali: la fede, la carità e la speranza, che corrispondono alle tre facoltà suddette, nell’ordine che ho proposto: intelletto, volontà e memoria.
8. Occorre osservare che l’anima, nel verso riportato, non fa che presentare i suoi bisogni e la sua sofferenza all’Amato, perché chi ama con discrezione non si preoccupa di chiedere ciò che gli manca oppure desidera, ma espone semplicemente i suoi bisogni affinché l’Amato faccia ciò che vuole. Così, infatti, si comportò la beata Vergine con il Figlio amato che alle nozze di Cana in Galilea, non chiedendogli direttamente il vino, ma dicendogli: Non hanno più vino (Gv 2,3). Allo stesso modo, le sorelle di Lazzaro non gli mandarono a dire di guarire il fratello, ma lo informarono che colui che egli amava era malato (Gv 11,3). Questo per tre motivi: anzitutto perché il Signore sa meglio di noi ciò che ci serve; in secondo luogo perché l’Amato ha più compassione vedendo i bisogni di chi lo ama e la sua rassegnazione; infine perché l’anima è più al riparo dall’amor proprio e dall’egoismo nel presentare i suoi bisogni piuttosto che nel chiedere ciò che, a suo avviso, le manca. È esattamente quanto fa qui l’anima manifestando le sue tre necessità. È come se dicesse: dite al mio Amato che, poiché languo e lui solo è la mia salvezza, mi conceda la salvezza; poiché soffro, e lui solo è la mia gioia, mi conceda la gioia; poiché muoio, e lui solo è la mia vita, mi conceda la vita.
8/2/2013 6:23 PM
 
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STROFA 3
In cerca dei miei amori,
mi spingerò tra i monti e le riviere,
non coglierò fiori
né temerò le fiere,
ma passerò i forti e le frontiere.
SPIEGAZIONE
1. L’anima, vedendo che per trovare l’Amato non le bastano gemiti e preghiere e nemmeno l’aiuto di buoni intermediari, come ha fatto nella prima e nella seconda strofa, proprio perché il desiderio con cui lo cerca è sincero e il suo amore grande, non vuole lasciare nulla di intentato da parte sua. L’anima che ama veramente Dio, infatti, non si lascia prendere dalla pigrizia nel compiere quanto può per trovare il Figlio di Dio, suo Amato; e anche dopo aver fatto tutto, non è contenta e pensa di non aver fatto nulla. Così, in questa terza strofa annuncia di volerlo cercare lei stessa, con la propria opera, e come farà per trovarlo: si eserciterà nelle virtù e nelle pratiche spirituali della vita attiva e contemplativa. A tale scopo, non ammetterà alcun piacere o comodità, né basteranno a fermarla o ad ostacolarle il cammino tutte le forze e le insidie dei tre nemici dell’anima: il mondo, il demonio e la carne. Perciò dice: In cerca dei miei amori, cioè del mio Amato, ecc.
2. L’anima qui fa capire in modo chiaro che per trovare veramente Dio non basta solo pregare con il cuore e con la lingua e neppure è sufficiente valersi dei benefici altrui, ma insieme a tutto questo è necessario da parte sua fare quanto le è possibile. Dio abitualmente stima più una sola opera compiuta dalla persona interessata che molte opere fatte da altri per lei. Per questo l’anima, ricordandosi del detto dell’Amato, cercate e troverete (Lc 11,9), decide lei stessa di uscire per cercarlo attivamente, senza fermarsi prima di averlo trovato. Ciò è quanto accade a molti che vorrebbero guadagnare Dio solo con le parole, e anche queste espresse male. In verità, per Dio non vogliono fare quasi nulla che costi loro un po’. Alcuni non vogliono neanche abbandonare, per lui, un posto a loro gradito, ma vorrebbero che il gusto di Dio scendesse nella loro bocca e nel loro cuore senza fare un passo e mortificarsi, rinunziando a qualche loro soddisfazione, consolazione o inutile voglia. Ma finché non usciranno da se stessi per cercarlo, per quanto invochino Dio, non lo troveranno. Così lo cercava, infatti, la sposa del Cantico, e non lo trovò finché non uscì a cercarlo. Ecco le sue parole: Sul mio giaciglio, lungo la notte, ho cercato l’Amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città, per le strade e per le piazze; voglio cercare l’Amato del mio cuore (Ct 3,1-2). Dopo aver superato alcune traversie, dice che finalmente l’ha trovato (Ct 3,4).
3. Chi dunque cerca Dio e al tempo stesso vuole rimanere nelle sue piacevoli comodità, lo cerca di notte e non lo troverà. Chi invece lo cerca con l’esercizio e la pratica delle virtù, abbandonando il letto dei suoi piaceri e godimenti, lo cerca di giorno e lo troverà, perché ciò che non si riesce a trovare di notte, si può scoprire di giorno. Lo fa capire chiaramente lo stesso Sposo, nel libro della Sapienza, quando afferma: La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama e trovata da chiunque la cerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta (Sap 6,12-14). Stando a queste parole, l’anima deve uscire dalla casa della propria volontà e dal letto del suo piacere; appena uscita, troverà immediatamente la Sapienza divina, il Figlio di Dio, suo Sposo. Perciò dice qui: In cerca dei miei amori mi spingerò tra i monti e le riviere.
4. Per monti, che sono alti, intende qui le virtù: da una parte per la loro altezza, dall’altra per le difficoltà e le fatiche che si affrontano per salirvi. Con il loro aiuto, dice che procederà esercitandosi nella vita contemplativa. Per riviere, che sono basse, intende invece le mortificazioni, le penitenze e le pratiche spirituali. Con il loro aiuto, dice che andrà esercitando la vita attiva, insieme a quella contemplativa, come ha già detto prima. Difatti, per cercare con sicurezza Dio e acquisire le virtù, sono necessarie l’una e l’altra vita. Il che equivale a dire: per cercare il mio Amato, metterò in opera le alte virtù e mi umilierò nelle basse mortificazioni e negli esercizi umili. Dice questo perché il modo per cercare Dio consiste nel fare il bene in Dio e mortificare il male in sé, come dicono i versi seguenti, per esempio: non coglierò fiori.
5. Poiché per cercare Dio si richiede un cuore spoglio e forte, libero da tutti i mali e da tutti i beni che non siano esclusivamente Dio, nel verso presente e nei seguenti l’anima parla della libertà e della forza necessarie per cercarlo. Sostiene, quindi, che non si fermerà a raccogliere i fiori che troverà lungo la strada e che rappresentano tutte le voglie, le soddisfazioni e i piaceri che le si possono offrire in questa vita: tutto questo potrebbe ostacolare il cammino, se volesse coglierli e goderli. Gli ostacoli sono di tre tipi: terreni, sensibili e spirituali. Sia gli uni che gli altri occupano il cuore e le impediscono lo spogliamento spirituale richiesto per camminare direttamente nella via di Cristo, se l’anima dovesse soffermarvisi od occuparsene. Per cercarlo, afferma che non si attarderà a cogliere cose del genere. È come se dicesse: non riporrò il mio cuore nelle ricchezze e nei beni offerti dal mondo, né accoglierò le consolazioni e i piaceri della mia carne, né indugerò nei gusti e nei conforti del mio spirito, per non essere trattenuta nella ricerca dei miei amori per i monti delle virtù e delle fatiche. Dicendo così, segue il consiglio che dà il profeta Davide a coloro che percorrono questo cammino: Divitiae si affluant, nolite cor apponete: Anche se abbondano le ricchezze, non attaccatevi il cuore (Sal 61,11). Questo vale sia per le soddisfazioni sensibili che per gli altri beni terreni e le consolazioni spirituali. Ne segue che non solo i beni terreni e i piaceri corporali impediscono e ostacolano il cammino verso Dio; anche le consolazioni e i conforti spirituali, se cercati e posseduti con attaccamento, impediscono di seguire la via della croce dello Sposo Cristo. Chi vuole progredire, quindi, non deve attardarsi a cogliere questi fiori. Non solo, ma deve avere anche il coraggio e la forza per dire: né temerò le fiere, ma passerò i forti e le frontiere.
6. In questi due versi l’anima cita i suoi tre nemici – il mondo, il demonio e la carne – che le fanno guerra e rendono difficile il suo cammino spirituale. Per fiere intende il mondo, per forti il demonio e per frontiere la carne.
7. Chiama fiere il mondo perché, all’anima che inizia il cammino di Dio, il mondo si presenta nell’immaginazione come una fiera che minaccia e spaventa, secondo tre maniere soprattutto. La prima le fa pensare che perderà il favore del mondo, gli amici, la stima, il prestigio e persino il patrimonio. La seconda, che è una fiera non meno terribile, le fa vedere quanto avrà da soffrire non avendo più le gioie e i piaceri del mondo e non provando più le sue lusinghe. La terza, ancora più grande, le fa pensare che le si solleveranno contro le male lingue, deridendola e beffeggiandola con motteggi e burle, e sarà stimata pochissimo. Simili minacce di solito si presentano ad alcune anime tanto da rendere loro difficilissima non solo la perseveranza contro queste fiere, ma anche la possibilità d’intraprendere il cammino.
8. Ad alcune anime più generose, però, spesso si presentano altre fiere più interiori e spirituali: difficoltà e tentazioni, tribolazioni e prove di vario genere che esse dovranno affrontare. Dio invia tali fiere a coloro che vuole elevare a una perfezione maggiore, provandoli ed esaminandoli come l’oro sul fuoco, secondo quanto afferma Davide: Multae tribulationes iustorum, cioè: Molte sono le sventure dei giusti, ma li libera da tutte il Signore (Sal 33,20). Tuttavia l’anima profondamente innamorata, che stima il suo Amato più di ogni altra cosa, fidandosi del suo amore e del suo favore non teme di dire: né temerò le fiere, ma passerò i forti e le frontiere.
9. Chiama forti il secondo nemico, i demoni, perché essi cercano con grande forza di sbarrare il passo di questo cammino e anche perché le loro tentazioni e astuzie sono più forti e dure da superare e più difficili da riconoscere rispetto a quelle del mondo e della carne. Inoltre i demoni si rafforzano con gli altri due nemici, il mondo e la carne, per muovere un’aspra guerra all’anima. Per questo Davide, parlando di loro, li chiama forti: Fortes quaesierunt animam meam: I forti insidiano la mia vita (Sal 53,5). A questa forza si riferisce anche il profeta Giobbe quando dice: Non vi è sulla terra potere paragonabile a quello del demonio e tale che di nessuna debba avere paura (Gb 41,24 Volg.), cioè nessun potere umano può essere paragonato al suo; solo il potere divino, quindi, può vincerlo e solo la luce divina può svelare i suoi inganni. Ecco perché l’anima che deve vincere la sua forza non potrà riuscirvi senza la preghiera, né potrà scoprire i suoi inganni senza la mortificazione e l’umiltà. Per questo san Paolo, volendo mettere in guardia i fedeli, usa queste espressioni: Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli, quoniam non est vobis colluctatio adversus carnem et sanguinem: Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo; la nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne (Ef 6,11-12). Per sangue intende il mondo e per armatura di Dio la preghiera e la croce di Cristo, ove risiedono l’umiltà e la mortificazione di cui ho parlato.
10. L’anima aggiunge che passerà oltre le frontiere, con le quali – ripeto – indica le ripugnanze e le ribellioni che la carne solleva naturalmente contro lo spirito. Come dice san Paolo: Caro enim concupiscit adversus spiritum: La carne ha desideri contrari allo Spirito(Gal 5,17) e si pone quasi sul confine ostacolando il cammino spirituale. L’anima deve andare oltre queste frontiere, superando le difficoltà e abbattendo con la forza e la determinazione dello spirito tutti gli appetiti sensuali e le affezioni naturali. Difatti, finché questi persisteranno nell’anima, lo spirito sarà talmente soggiogato da non poter andare avanti verso la vera vita e il diletto spirituale. Tutto questo ci fa ben comprendere san Paolo quando afferma: Si spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis: Se con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere della carne, vivrete (Rm 8,13). Questo dunque è l’atteggiamento che, secondo la presente strofa, l’anima ritiene opportuno adottare lungo il cammino di ricerca del suo Amato. Vale a dire: costanza e arditezza per non abbassarsi a cogliere i fiori, coraggio per non temere le fiere e forza per superare i forti e le frontiere, con l’unico scopo di andare sui monti e lungo le riviere delle virtù, come ho spiegato sopra.
8/2/2013 6:23 PM
 
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STROFA 4
O boschi e fitte selve,
piantati dalla mano dell’Amato!
O prato verdeggiante
di bei fiori smaltato,
ditemi se qui egli è passato!
SPIEGAZIONE
1. In un primo momento l’anima ha illustrato il modo per disporsi a intraprendere questo cammino, cioè non andare in cerca di piaceri e soddisfazioni, e la forza che occorre per vincere le tentazioni e le difficoltà: in questo consiste l’esperienza della conoscenza di sé, la prima cosa da fare se si vuole pervenire alla conoscenza di Dio. Ora, in questa strofa, comincia a camminare, mediante la considerazione e la conoscenza delle creature, verso la conoscenza del suo Amato, che le ha create. Dopo l’esperienza della conoscenza di sé, infatti, la considerazione sulle creature è la prima, in ordine di tempo, in questo cammino spirituale a favorire la conoscenza di Dio. L’anima può osservarne la grandezza ed eccellenza nelle cose create, come dice l’Apostolo: Invisibilia enim ipsius a creatura mundi, per ea quae facta sunt intellecta, conspiciuntur. Sarebbe a dire: le cose invisibili di Dio vengono conosciute dall’anima attraverso le cose create, visibili e invisibili (Rm 1,20). L’anima, quindi, in questa strofa, si rivolge alle creature interrogandole sul suo Amato. Va rilevato che, come dice sant’Agostino, la domanda rivolta dall’anima alle creature è la considerazione attraverso di esse del loro Creatore. In questa strofa è contenuta, altresì, la riflessione sugli elementi e le creature inferiori e la riflessione sui cieli e le altre creature e cose materiali che Dio ha creato in essi, come anche la riflessione sugli spiriti celesti. Perciò dice: O boschi e fitte selve.
2. L’anima chiama boschi gli elementi fondamentali, cioè la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Difatti, come amenissimi boschi, sono popolati da numerosissime creature, che qui chiama fitte selve per il loro grande numero e la molteplice varietà con cui sono presenti in ogni elemento: sulla terra, innumerevoli varietà di animali e di piante; nell’acqua, innumerevoli specie di pesci; nell’aria, grandi varietà di uccelli; infine il fuoco, che concorre con gli altri elementi alla loro animazione e conservazione. Così, ogni specie degli animali vive nel proprio elemento e vi è collocata e come piantata nel suo bosco o regione dove nasce e si moltiplica. In realtà, così Dio dispose al momento della loro creazione, ordinando alla terra di produrre piante e animali, al mare e alle acque di produrre pesci, e fece dell’aria la dimora dei volatili (Gn 1, passim). Per questo l’anima, considerando che egli ordinò così e che così fu fatto, canta nel verso successivo: piantati dalla mano dell’Amato!
3. In questo verso viene riportata la seguente considerazione: solo la mano dell’amato Dio poteva fare e creare tanta varietà di creature e tali grandezze! Si deve rilevare che volutamente dice: dalla mano dell’Amato, perché, sebbene Dio faccia molte altre cose per mano altrui, per esempio servendosi degli angeli e degli uomini, tuttavia la creazione l’ha fatta e la fa per mano propria. L’anima, quindi, si sente fortemente spinta ad amare il suo amato Dio attraverso la considerazione delle creature, vedendo che sono cose create dalla sua stessa mano. E prosegue: O prato verdeggiante!
4. Questa è la considerazione sul cielo, che chiama prato verdeggiante, perché le cose create, poste in esso, conservano un rigoglio perenne, non finiscono né appassiscono con il tempo e in esse, come in un fresco prato, si rallegrano e gioiscono i giusti. In questa considerazione sono comprese anche le splendide stelle e gli altri pianeti celesti con tutta la loro varietà.
5. Anche la Chiesa applica il termine «verdeggiante» alle cose celesti, quando, pregando Dio per le anime dei fedeli defunti, rivolgendosi a loro dice: Constituat vos Dominus inter amoena virentia: Vi ponga Dio nei deliziosi luoghi verdeggianti. L’anima aggiunge che questo prato verdeggiante è di bei fiori smaltato.
6. Per fiori intende gli angeli e le anime sante, che conferiscono ordine e bellezza a quel luogo come un grazioso e fine smalto su di un vaso d’oro purissimo. Ditemi se qui egli è passato!
7. Questa domanda richiama la considerazione di cui si è parlato sopra, ed è come se dicesse: ditemi quali sublimi perfezioni ha creato in voi!
8/2/2013 6:23 PM
 
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STROFA 5
Mille grazie spargendo
qui pei boschi s’affrettava,
e, mentre li guardava,
la sola sua presenza
adorni di bellezza li lasciava.
SPIEGAZIONE
1. In questa strofa le creature rispondono all’anima. La loro risposta, come dice anche sant’Agostino nel passo citato, è la testimonianza che danno in se stesse della grandezza e dell’eccellenza di Dio all’anima dopo la considerazione che ha provocato la domanda. In sostanza, quindi, questa strofa ricorda che Dio ha creato tutte le cose con grande facilità e in breve tempo, e in esse ha lasciato una traccia del suo essere, non solo traendole dal nulla all’esistenza, ma dotandole altresì di innumerevoli grazie e virtù, abbellendole con ordine ammirevole e con l’immancabile subordinazione delle une rispetto alle altre. Tutto questo fece attraverso la sua Sapienza, per mezzo della quale le creò, cioè per mezzo del Verbo, suo unigenito Figlio. Per questo dice: Mille grazie spargendo.
2. Con queste mille grazie che andava spargendo, allude alla moltitudine delle innumerevoli creature. Per questo motivo indica il numero più alto, mille, per rendere l’idea della loro enorme quantità. Le chiama grazie per le molte belle qualità di cui ha arricchito le creature; spargendo le grazie, cioè popolando il mondo, qui pei boschi s’affrettava.
3. Passare per i boschi significa creare gli elementi, qui chiamati boschi. Dice di averli attraversati mille grazie spargendo, cioè adornandoli di tutte le creature, che sono colme di bellezza. Oltre a questo, spargeva in essi mille grazie, dando loro la possibilità di concorrere alla loro stessa generazione e conservazione. Dice che passava, perché le creature sono come un’impronta del passaggio di Dio; in esse s’intravedono la sua grandezza, la sua potenza, la sua saggezza e altre virtù divine. E dice che passava in fretta, perché le creature sono le opere minori di Dio, fatte quasi di passaggio. Quanto alle maggiori, quelle in cui egli si è meglio manifestato, e nelle quali si è intrattenuto più a lungo, sono state l’incarnazione del Verbo e i misteri della fede cristiana, al cui confronto tutte le altre realtà sono state fatte come di passaggio, in fretta. e, mentre li guardava, la sola sua presenza adorni di bellezza li lasciava.
4. Come dice san Paolo, il Figlio di Dio è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (Eb 1,3). Va ricordato, allora, che nella sola immagine di suo Figlio Dio contemplò tutte le cose. In questo modo donò loro l’essere naturale, arricchito di molte grazie e doni naturali, facendole complete e perfette, come dice la Genesi: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona (Gn 1,31). Vederle molto buone equivaleva a farle molto buone nel Verbo, suo Figlio. E non solo, ripeto, guardandole comunicò loro l’essere e i doni naturali, ma con la sola immagine del Figlio le lasciò rivestite di bellezza, partecipando loro l’essere soprannaturale. Questo avvenne quando egli si fece uomo, innalzando l’uomo alla bellezza di Dio, e di conseguenza innalzando in lui tutte le creature, perché si è unito alla natura di tutte le cose nell’uomo. Per questo lo stesso Figlio di Dio disse: Si ego exaltatus a terra fuero, omnia traham ad meipsum: Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me (Gv 12,32). Così, nella glorificazione dell’incarnazione di suo Figlio e della sua risurrezione secondo la carne, il Padre non solo abbellì in parte le sue creature, ma potremmo dire che le rivestì completamente di bellezza e di dignità.
Annotazione per la strofa seguente
8/2/2013 6:24 PM
 
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STROFA 6
1. Oltre a quanto detto sopra, se ora ci poniamo sul piano affettivo della contemplazione, bisogna sapere che nel vivo della contemplazione e nella conoscenza delle creature l’anima scopre una tale abbondanza di grazie, di virtù e di beltà di cui Dio le ha arricchite, da sembrarle tutte rivestite di straordinaria bellezza e virtù naturale, derivata e profusa dall’infinita bellezza soprannaturale della persona di Dio. Il suo sguardo riveste di bellezza e gioia il mondo e tutti i cieli; così, secondo le parole di Davide, aprendo la sua mano, Dio colma di bene ogni vivente (Sal 144,16). L’anima, dunque, ferita dall’amore, seguendo la traccia della bellezza del suo Amato che ha conosciuta attraverso le creature, presa dall’ansia di vedere l’infinita bellezza che ha causato questa bellezza visibile, dice la seguente strofa:
Ah! chi potrà guarirmi?
Alfin, concediti davvero:
e più non mi mandare
da oggi messaggeri
che non sanno dirmi ciò che bramo!
SPIEGAZIONE
2. Poiché le creature hanno offerto all’anima tracce del suo Amato, mostrando in sé l’impronta della sua bellezza e perfezione, è aumentato in lei l’amore e conseguentemente il dolore per la sua assenza; quanto più l’anima conosce Dio, tanto più aumenta il suo desiderio e l’ansia di vederlo. Quando si accorge che nulla può curare la sua afflizione se non la presenza e la visita dell’Amato, diffidando di ogni altro rimedio, gli chiede in questa strofa di concederle il possesso della sua presenza. Gli chiede altresì di non volerla più, d’ora in poi, intrattenere con altri indizi, comunicazioni e tracce della sua bellezza, perché queste cose non fanno che accrescere la sua ansia e il suo dolore, anziché appagare la sua volontà e il suo desiderio. La sua volontà non si contenta né si soddisfa di nulla se non della sua vista e della sua presenza. Voglia quindi concedersi a lei veramente in uno slancio amoroso pieno e perfetto. Per questo dice: Ah! chi potrà guarirmi?
3. Come per dire che, fra tutti i piaceri del mondo, le soddisfazioni dei sensi, le delizie e le dolcezze dello spirito, nulla può sanarla o soddisfarla. Chiede allora: Alfin, concediti davvero.
4. Occorre osservare che qualsiasi anima che ami veramente, non può sentirsi appagata né può contentarsi finché non possiede veramente Dio. Tutte le altre cose, infatti, non solo non la soddisfano, anzi, come ho detto, accrescono la fame e il desiderio di vedere Dio così com’è. Per questo ogni visione dell’Amato, ricevuta attraverso la conoscenza o i sentimenti o qualsiasi altra comunicazione – che sono come messaggeri che portano all’anima notizie dell’essenza di lui -, aumentando e risvegliando il suo appetito, al pari delle briciole per uno che ha molta fame, le rende doloroso il doversi contentare di così poco. Ecco perché dice: Alfin, concediti davvero.
5. Tutto ciò che di Dio si può conoscere in questa vita, per quanto elevato sia, non è vera conoscenza, perché è conoscenza parziale e molto remota; conoscerlo nella sua essenza è conoscenza vera, ed è questa che chiede l’anima, non contentandosi di altre conoscenze. Per questo aggiunge subito: e più non mi mandare da oggi messaggeri.
6. Sembra dire: d’ora in poi non volere che ti conosca così limitatamente per mezzo di messaggeri, di conoscenze e sentimenti che essi mi danno di te, così lontani e diversi da ciò che l’anima mia desidera di te. Sai bene, Sposo mio, quanto i messaggeri accrescano il dolore di chi soffre per un’assenza: anzitutto perché riaprono la piaga con le notizie che portano, e poi perché sembrano ritardare la venuta. D’ora innanzi, dunque, non mi mandare messaggeri, cioè conoscenze remote, perché, se finora potevo contentarmene, non conoscendoti e non amandoti molto, ora la grandezza dell’amore che sento non può contentarsi di questi messaggi. Or dunque, concediti davvero! Quasi volesse dire molto più chiaramente: mio Signore e Sposo, quello che in parte dai di te alla mia anima, dammelo finalmente per intero; e quello che le mostri attraverso spiragli, mostramelo infine apertamente; e ciò che le comunichi attraverso intermediari, che è quasi darti per celia, comunicamelo veramente dando te stesso. Nelle tue visite, a volte dai l’impressione di voler dar la gioia del tuo possesso; ma quando l’anima vuole accertarsene, se ne trova priva, perché glielo nascondi, il che è come darlo per celia. Concediti, dunque, veramente, dandoti tutto all’anima, perché lei tutta ti possieda interamente, e più non mi mandare da oggi messaggeri, che non sanno dirmi ciò che bramo.
7. In altre parole, ti voglio tutto, mentre essi non sanno né possono dirmi tutto di te. Nessuna cosa terrena o celeste, infatti, può dare all’anima la conoscenza che desidera avere di te; per questo non sanno dirmi ciò che bramo. Sii tu, invece, il messaggero e il messaggio.
8/2/2013 6:25 PM
 
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STROFA 7
E quanti intorno a te vagando,
di te infinite grazie raccontando,
ravvivan così le mie ferite,
e me spenta lascia non so cosa
ch’essi vanno appena balbettando.
SPIEGAZIONE
1. Nella strofa precedente l’anima ha mostrato di essere malata o ferita d’amore per lo Sposo a motivo di quanto di lui ha conosciuto attraverso le creature irrazionali. In questa strofa lascia intendere che è ferita d’amore a motivo di una conoscenza più alta che ha dell’Amato, per mezzo delle creature razionali, cioè gli angeli e gli uomini, che sono più nobili delle altre. Non dice soltanto questo, ma aggiunge anche che sta morendo d’amore a causa dell’immensità straordinaria che le si svela attraverso queste creature, senza riuscire a scoprirla del tutto; la chiama qui non so che, perché non sa dire cosa sia, ma è tale da farla morire d’amore.
2. Possiamo dedurre che in questo interscambio d’amore vi sono tre forme di sofferenza per l’Amato, a seconda delle tre forme di conoscenza che si possono avere di lui. La prima si chiama ferita. È la più superficiale e guarisce più in fretta, come una ferita, perché nasce dalla conoscenza che l’anima riceve dalle creature, appunto le opere inferiori di Dio. Di questa ferita, che si può anche chiamare malattia, ne parla la sposa del Cantico, quando dice: Adiuro vos, filiae Ierusalem, si inveneritis Dilectum meum ut nuntietis ei quia amore langueo: Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio Diletto, ditegli che sono malata d’amore! (Ct 5,8). Per figlie di Gerusalemme intende le creature.
3. La seconda si chiama piaga: penetra nell’anima più della ferita e per questo dura di più, perché è come una ferita trasformata ormai in piaga, così che l’anima si sente veramente piagata d’amore. Questa piaga si forma nell’anima attraverso la conoscenza delle opere dell’incarnazione del Verbo e i misteri della fede. Sono queste le opere maggiori di Dio, le quali rispetto alle creature racchiudono in sé un amore più grande. Come tali producono nell’anima un effetto più profondo d’amore. La loro qualità è tale che, se la prima forma è come una ferita, questa seconda è come una piaga aperta, che dura a lungo. Parlando di essa, lo Sposo del Cantico dice all’anima: Tu mi hai piagato il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai piagato il cuore, con un solo tuo sguardo, con un solo capello del tuo collo! (Ct 4,9). Lo sguardo qui significa la fede nell’incarnazione dello Sposo e il capello l’amore per la stessa incarnazione.
4. La terza forma di sofferenza per amore è uguale al morire ed è come avere una piaga incancrenita nell’anima. Divenuta tutta una piaga purulenta, l’anima vive morendo fino a quando l’amore, uccidendola, la farà vivere della vita d’amore, trasformandola in amore. Questo morire d’amore avviene nell’anima mediante un tocco di somma conoscenza della Divinità, cioè quel non so cosa – di questa strofa – che vanno appena balbettando. Questo tocco non è continuo né intenso, perché altrimenti l’anima si separerebbe dal corpo, ma è brevissimo. In questo modo l’anima è sempre sul punto di morire, e tanto più muore quanto più si accorge di non morire d’amore. Questo si chiama amore impaziente. Se ne parla nella Genesi, dove la Scrittura dice che era tale il desiderio che Rachele aveva di concepire, da dire al suo sposo Giacobbe: Da mihi liberos, alioquin moriar: Dammi dei figli, se no io muoio! (Gn 6,8.9 Volg.).
5. Secondo la strofa, queste due forme di sofferenza d’amore, cioè la piaga e il morire, sono prodotte dalle creature razionali: la piaga, per il fatto che le vanno raccontando infinite grazie dell’Amato nei misteri e nella sapienza di Dio insegnati dalla fede; quanto al morire, esso è dovuto a ciò che, come riferisce la strofa, vanno appena balbettando, cioè il sentimento e la nozione della Divinità che alcune volte l’anima scopre in quello che sente raccontare di Dio. Dice allora: E quanti intorno a te vagando.
6. Con coloro che vagano qui intende, come ho detto, le creature razionali, cioè gli angeli e gli uomini, perché solo costoro fra tutte le creature si dedicano a Dio prestandogli attenzione; questo, infatti, vuol dire il termine vagano, che in latino sarebbe vacant. È come dire: tutti quanti attendono a Dio, gli uni contemplandolo in cielo e godendone, come gli angeli; gli altri amandolo e desiderandolo sulla terra, come gli uomini. Siccome attraverso queste creature razionali l’anima conosce più chiaramente Dio, sia considerandone la superiorità che esse hanno su tutte le cose create, sia per ciò che esse ci insegnano di Dio – gli angeli interiormente con ispirazioni segrete, gli uomini esteriormente per mezzo delle verità della Scrittura –, dice: di te infinite grazie raccontando.
7. Cioè: mi fanno capire cose stupende della tua grazia e della tua misericordia nell’opera della tua incarnazione e nelle verità di fede che mi parlano e mi riferiscono sempre più cose su di te, perché quanto più esse vorranno dirmi, tanto maggiori grazie potranno svelarmi di te. Ravvivan così le mie ferite.
8. Perché quanto più gli angeli mi ispirano e gli uomini mi insegnano di te, tanto più mi fanno innamorare di te, e così tutti mi feriscono ancor più d’amore. e me spenta lascia non so cosa ch’essi vanno appena balbettando.
9. È come se dicesse: oltre al fatto che queste creature mi feriscono con le infinite grazie che di te mi fanno conoscere, rimane sempre un non so che, qualcosa che resta ancora da dire, qualcosa che si riconosce ancora inespresso. È una sublime impronta di Dio che si svela all’anima, che dev’essere ancora indagata. È un’altissima conoscenza di Dio che non si sa esprimere e che l’anima chiama un non so che. Se ciò che comprendo mi piaga e mi ferisce d’amore, quello che non riesco a comprendere, ma che avverto in modo così sublime, mi uccide. Questo accade talvolta alle anime già progredite, che Dio favorisce concedendo loro, attraverso quello che sentono o vedono o intendono – a volte solo con l’una o con l’altra di queste percezioni –, una chiara conoscenza in cui fa comprendere e sentire la sua sublimità e grandezza. In tale esperienza l’anima sente Dio in modo tanto sublime da riconoscere chiaramente che le resta tutto da comprendere. Questo capire e sentire che la Divinità è talmente immensa da non poter essere compresa interamente, è una forma di conoscenza molto elevata. Uno dei grandi favori transitori che Dio concede in questa vita a un’anima è quello di farle comprendere e sentire Dio in modo tanto sublime che essa si rende chiaramente conto che non potrà mai comprenderlo o sentirlo del tutto. Questo, in un certo qual modo, è simile alla visione di Dio in cielo, dove quelli che più lo conoscono, comprendono più chiaramente l’infinito che devono ancora comprendere, mentre a quelli che lo vedono meno, non appare tanto distintamente – come a quelli che più lo vedono – ciò che resta loro da vedere.
10. Questo, credo, non riuscirà a comprenderlo bene chi non l’ha sperimentato. L’anima invece che lo sperimenta, vedendo quanto dista dal comprendere ciò che sente così intensamente, lo chiama un non so che, perché come non si comprende, così neppure si sa esprimere, anche se è possibile sentirlo. Per questo l’anima dice che le creature lo vanno appena balbettando, proprio perché non riescono a farlo comprendere. Balbettare – atto tipico dei bambini – significa infatti non riuscire a esprimere in modo comprensibile ciò che si ha da dire.
Annotazione per la strofa seguente
8/2/2013 6:25 PM
 
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STROFA 8
1. Anche in relazione alle creature superiori vengono concesse all’anima illuminazioni simili a quelle accennate sopra, quantunque non sempre così elevate, allorquando Dio accorda la grazia di rivelarle la conoscenza e il senso spirituale di esse. Sembra che tali illuminazioni facciano comprendere le grandezze di Dio ma non del tutto: è come se volessero far comprendere qualcosa e non vi riuscissero. Tutto questo è un non so che, che vanno appena balbettando. E allora l’anima prosegue nel suo lamento e nella strofa seguente parla con la vita della sua anima, dicendo:
Ma come duri ancor,
o vita, se non vivi ove vivi,
se ti fanno morir
le frecce che subisci
da ciò che dell’Amato concepisci?
SPIEGAZIONE
2. L’anima, sentendosi morire d’amore, come ha appena detto, ma non potendo morire per godere con libertà dell’amore, si lamenta per il fatto di essere costretta nella vita corporale, a motivo della quale le viene dilazionata quella spirituale. In questa strofa, quindi, parla con la vita stessa della sua anima, rimproverandole il dolore che le causa. Il senso della strofa è dunque il seguente: vita dell’anima mia, come puoi perseverare in questa vita di carne, che per te è morte e privazione della vita spirituale in Dio, nel quale per essenza, amore e desiderio tu vivi veramente, più che nel corpo? Anche se questo non fosse motivo perché tu esca e ti liberi da questo corpo di morte (Rm 7,24) per vivere e godere la vita del tuo Dio, come puoi permanere in questo corpo così fragile, dal momento che basterebbero a porre fine alla tua vita le ferite d’amore ricevute attraverso le grandezze a te comunicate da parte dell’Amato? Esse infatti ti lasciano profondamente ferita d’amore, e così tutto ciò che di lui senti e comprendi per te sono altrettanti tocchi e ferite mortali d’amore. Si commentano i versi: Ma come duri ancor, o vita, se non vivi ove vivi?
8/2/2013 6:27 PM
 
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Cantico Spirituale
(B)
Sezione 2
STROFE 14 e 15
1. Poiché questa piccola colomba dell’anima andava volando al soffio dell’amore sulle acque del diluvio dei suoi affanni e delle sue ansie d’amore manifestate fin qui, senza trovare dove posare il piede, ecco che all’ultimo volo, di cui si è parlato, il pietoso padre Noè stese la mano della sua misericordia, la prese e l’accolse nell’arca (Gn 8,8-9) della sua carità e del suo amore. Questo è avvenuto nel momento in cui, nella strofa precedente, le ha detto: Colomba mia, ritorna! In quel raccoglimento l’anima, trovando tutto ciò che desidera e più di quanto si possa dire, comincia a cantare lodi al suo Amato, riferendo le grandezze che sente e gode in quest’unione con lui, nelle due strofe seguenti:

L’Amato le montagne,
le boschive valli solitarie,
le isole inesplorate,
i fiumi gorgoglianti,
il sibilo dei venti innamorati,
la quiete della notte
vicina allo spuntar dell’aurora,
musica silenziosa,
solitudin sonora,
cena che ristora e innamora.


AVVERTENZA
2. Prima di entrare nella spiegazione di queste strofe, occorre premettere, per una loro migliore comprensione, e anche di quelle che seguiranno, che per volo spirituale – di cui ho appena parlato – si indica un alto stato di unione d’amore in cui Dio suole stabilire l’anima dopo molti sforzi spirituali; viene chiamato, altresì, stato di fidanzamento spirituale con il Verbo, Figlio di Dio. La prima volta che Dio accorda all’anima questa grazia, le comunica grandi lumi sul suo essere; l’adorna di magnificenza e di maestà; l’arricchisce di doni e di virtù; le offre come vestito la conoscenza di sé e del suo onore, come avviene per una futura sposa nel giorno del suo fidanzamento. In quel giorno felice cessano per l’anima le affannose ricerche d’amore che la tormentavano prima. Essa viene altresì arricchita di tutti quei beni di cui si parla qui. Inizia per lei uno stato di pace, di delizie e d’amore pieno di dolcezza, come fa capire in queste strofe in cui non fa che raccontare e cantare le meraviglie del suo Amato, da lei conosciute e godute in lui dopo l’unione del fidanzamento. Ecco perché nelle strofe che seguono non parla più, come prima, di sofferenze e di ansie, ma solo di scambio d’amore che nutre per l’Amato, traboccanti di pace e di soavità. Una volta elevata a questo stato, finiscono tutte le sue pene. Ricordiamo che in queste due strofe sono descritti i favori più alti che Dio ordinariamente accorda in questo tempo a un’anima. Ma non si deve pensare che a tutte le anime elevate a questo stato vengano concessi tutti i favori di cui si parla in queste due strofe, né che allo stesso modo o nella stessa misura esse partecipino della conoscenza e dei sentimenti d’amore comunicati in tali favori. Ad alcune anime viene dato di più, al altre meno, ad alcune in un modo e ad altre diversamente, anche se si trovano nella stessa situazione di fidanzamento spirituale. Qui, però, viene indicato tutto ciò che di più importante racchiude questo stato, in modo che tutto venga incluso in esso. Segue la spiegazione.
8/2/2013 6:27 PM
 
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SPIEGAZIONE DELLE DUE STROFE
3. Come nell’arca di Noè, stando a quanto narra la sacra Scrittura, c’erano molti scomparti, data la grande varietà di animali, e tutte le specie di cibo che si poteva mangiare (Gn 6,14-21), così l’anima, nel suo volo verso l’arca, cioè il petto di Dio, vede le molte dimore della casa del Padre, indicate dal Signore per bocca di san Giovanni (Gv 14,2). Non solo, ma essa vede e conosce lì tutti i diversi cibi, cioè tutte le grandezze che può gustare e che sono elencate nelle due strofe riferite sopra secondo un linguaggio comune. Sostanzialmente sono le seguenti.
4. In quest’unione divina l’anima vede e gusta un’abbondanza di ricchezze inestimabili; vi trova tutto il riposo e il sollievo che desidera; comprende segreti e straordinarie conoscenze di Dio, e questo è per lei uno dei cibi che assapora più di altri. Sente in Dio un tremendo potere e una terribile forza, superiori a qualsiasi altro potere o forza, e vi gusta una meravigliosa dolcezza e delizia spirituale. Qui ritrova il vero riposo e la luce divina. Gode profondamente della sapienza di Dio che risplende nell’armonia delle creature e nelle opere del Creatore. Si sente colma di beni, lontana e libera dal male e soprattutto comprende e gode l’inestimabile ristoro d’amore, che la conferma nell’amore. Questo sostanzialmente è il contenuto delle due strofe riportate sopra.
5. La sposa dice che il suo Amato è tutte queste cose in se stesso e per lei. Difatti, ciò che Dio suole comunicare in simili rapimenti fa conoscere all’anima la verità di quel detto di san Francesco: «Mio Dio e mio tutto!». Ora, poiché Dio è tutto per l’anima e il bene di tutte le cose, spiegherò come egli si comunichi in questi trasporti straordinari, applicando per similitudine la bontà delle creature menzionate nelle suddette strofe, delle quali illustrerò verso dopo verso. Resta inteso che le perfezioni di cui parlerò sono presenti in Dio in forma infinitamente eminente o, per meglio dire, ognuna di queste grandezze di cui si parla è Dio e tutte insieme sono Dio. Poiché l’anima in questo stato si unisce a Dio, sente che tutte le cose sono Dio, come percepì san Giovanni quando disse: Quod factum est, in ipso et vita erat, ossia: Ciò che fu fatto, in lui era vita (Gv 1,3.4). questa sensazione dell’anima non significa, però, che essa veda le cose nella luce della gloria ovvero le creature in Dio, ma che in quel possesso sente che Dio è per lei tutte le cose. Allo stesso modo, poiché l’anima sente di Dio, in modo sublime, ciò che sto dicendo, non si deve concludere che lo veda essenzialmente e chiaramente. Si tratta solo d’una intensa e sovrabbondante conoscenza di Dio, penombra di ciò che egli è in sé. L’anima sente allora la bontà racchiusa nelle creature tutte, come spiegherò nei versi che seguono: L’Amato le montagne.
6. Le montagne sono alte, immense, spaziose, belle, graziose, cosparse di fiori e profumate. Queste montagne per me sono il mio Amato. Le boschive valli solitarie.
7. Le valli solitarie sono quiete, amene, fresche, ombrose, ricche di acque dissetanti. La varietà dei boschi e il dolce canto degli uccelli provocano grande distensione e godimento ai sensi; la solitudine e il silenzio che vi regnano offrono refrigerio e riposo. Queste valli sono per me il mio Amato. Le isole inesplorate.
8. Le isole inesplorate, e perciò misteriose, sono circondate dal mare e sperdute negli oceani lontani, del tutto fuori mano e distanti dalle comunicazioni degli uomini. In esse nascono e crescono cose molto diverse da quelle delle nostre regioni, con forme strane e proprietà mai viste dagli uomini: suscitano grande sorpresa e ammirazione in chi le vede. A motivo, quindi, delle profonde, meravigliose, nuove e sorprendenti conoscenze, diverse da quelle comuni, che l’anima ritrova in Dio, lo paragona alle isole inesplorate. Inesplorata o misteriosa si dice, infatti, di una persona per due motivi: o perché è lontana, non «alla mano» delle altre persone, o perché è al di sopra di esse per l’eccellenza e la perfezione dei suoi atti e delle sue opere. Per questi due motivi qui l’anima dice che Dio è inesplorato: non solo perché è tutta la bellezza rara delle isole mai viste, ma anche perché le sue vie, i suoi consigli e le sue opere sono eccezionalmente straordinari, insoliti e ammirevoli per gli uomini. Non stupisce che Dio sia inesplorato per gli uomini, che non l’hanno mai visto, perché lo è anche per gli angeli e per le anime che lo contemplano. Difatti gli uni e le altre non possono e non potranno mai vederlo nella sua totalità. Fino all’ultimo giorno del giudizio scopriranno in lui, nella profondità dei suoi disegni e nelle opere della sua misericordia e giustizia, tante novità, che riusciranno sempre nuove e meravigliose per loro. Ecco perché non solo gli uomini ma anche gli angeli possono chiamarlo isola inesplorata. Solo per se stesso non è inesplorato e nemmeno nuovo. I fiumi gorgoglianti.
9. I fiumi hanno tre caratteristiche: anzitutto, inondando e sommergono tutto ciò che incontrano; in secondo luogo, riempiono tutte le cavità e le zone basse che trovano; infine, fanno un tale fragore da dominare e coprire qualsiasi altro rumore. Ora, poiché l’anima nella conoscenza di Dio percepisce in lui, con molta soavità, queste tre caratteristiche, dice che il suo Amato è i fiumi gorgoglianti. Quanto alla prima proprietà, di cui l’anima gode, ricordo che essa si sente investire dal torrente dello spirito di Dio, che s’impadronisce di lei con tanta forza da sembrarle di essere sommersa da tutti i fiumi del mondo. Sente allora che tutte le azioni e le passioni in cui prima si trovava sono come annegate. Ciò nonostante, la veemenza del torrente non è causa di sofferenza, perché questi sono fiumi di pace, come Dio stesso dà a intendere nelle parole di Isaia a proposito di questa inondazione nell’anima: Ecce ego declinabo super eam quasi fluvium pacis, et quasi torrentem inundantem gloriam: Ecco io farò scorrere verso di lei come un fiume di pace, come un torrente che ridonda gloria (Is 66,12). Questa inondazione di Dio nell’anima, come fiumi gorgoglianti, la colma tutta di pace e di gloria. La seconda proprietà, di cui l’anima gode, è che l’acqua divina in questo momento riempie i bassifondi della sua umiltà e colma i vuoti dei suoi desideri, come dice san Luca: Exaltavit humiles, esurientes implevit bonis: Ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati(Lc 1,52-53). La terza proprietà, che l’anima sente quando è sommersa da questi fiumi gorgoglianti del suo Amato, consiste in un rumore o voce spirituale che è superiore a qualsiasi altro suono o voce. La voce dell’Amato copre ogni altra voce e domina ogni altro suono del mondo. Per spiegare come avvenga questo, bisogna soffermarsi un po’.
10. Questa voce e questo suono rimbombante dei fiumi, di cui parla l’anima, sono una pienezza così abbondante di beni, una forza tanto vigorosa che s’impadroniscono di lei, da sembrarle non solo fragore di fiumi, ma piuttosto rombo di tuoni. Questa voce, però, è una voce spirituale, quindi non comporta rumori materiali né causa sofferenza o molestia. Indica, invece, la maestà, la forza, la potenza, la delizia e la gloria. È come una voce e un immenso suono interiore che rivestono l’anima di potenza e di forza. Tale è la voce spirituale, tale è il suono che echeggiò nello spirito degli apostoli quando lo Spirito Santo discese su di loro come un torrente impetuoso, come si narra nel libro degli Atti. Per far comprendere la voce spirituale che faceva loro sentire interiormente, egli produsse all’esterno quel rumore di forte vento (At 2,2), tale da essere udito da tutti quelli che si trovavano in Gerusalemme. Grazie ad esso, come dicevo, si capiva quello che gli apostoli ricevevano interiormente, cioè una pienezza di potenza e di forza. Anche quando il Signore Gesù pregava il Padre, come riferisce san Giovanni, nell’angoscia e nella sofferenza cagionategli dai suoi nemici, udì interiormente una voce dal cielo che lo rafforzava nella sua umanità. Il rumore percepito esteriormente dai giudei era così forte e veemente che alcuni dicevano che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo» (Gv 12,29) dal cielo. In realtà quella voce udita esternamente significava la forza e il potere conferiti interiormente all’umanità di Cristo. Non per questo si deve concludere che l’anima non percepisca nell’intimo il suono della voce spirituale. Anzi si deve notare che la voce spirituale è l’effetto prodotto nell’anima, come la voce materiale percepita dall’udito indica ciò che significa allo spirito. Ciò è quanto intendeva dire Davide con le parole: Ecce dabit voci suae vocem virtutis, che significa: Ecco, tuona con voce potente(Sal 67, 34). Questa potenza è la voce interiore. Davide dice: Tuona con voce potente, cioè: alla voce che tuona all’esterno Dio darà voce di potenza che si senta interiormente. Dio, quindi, è potenza infinita e, quando si comunica all’anima nel modo che ho riferito, produce in essa l’effetto di una voce la cui potenza è immensa.
11. San Giovanni nell’Apocalisse udì questa voce. Dice che la voce venuta dal cielo erat tamquam vocem aquarum multarum et tamquam vocem tonitrui magni: La voce che udì era come la voce di molte acque e come voce di un forte tuono (Ap 14,2). E per evitare l’impressione che una voce così forte fosse penosa perché aspra, aggiunge subito che quella voce era talmente soave che erat sicut citharoedorum citharizantium in citharis suis: la voce che udì era come quella di suonatori d’arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe (Ap 14,2). Ezechiele, dal canto suo, dice che questo suono come di molte acque erat quasi sonum sublimis Dei, come il tuono dell’Onnipotente(Ez 1,24). Questo vuol dire che quella voce infinita gli si comunicava in modo sublime e con infinita dolcezza. Questa voce è infinita, perché, come sto dicendo, è Dio stesso che si comunica facendosi voce nell’anima. Ma adattando la sua potenza a ciascun’anima, si fa sentire con delizie inesprimibili e una sovrana grandezza. Per questo la sposa del Cantico dice: Sonet vox tua in auribus meis, vox enim tua dulcis: Fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave (Ct 2,14). Si commenta il verso: il sibilo dei venti innamorati.
12. In questo verso l’anima richiama l’attenzione su due cose: il sibilo e i venti. Per venti innamorati qui s’intendono le virtù e le grazie dell’Amato, le quali, in seguito all’unione con lo Sposo, investono l’anima comunicandole un amore profondo nelle fibre recondite della sua sostanza. Il sibilo di questi venti rappresenta l’altissima e soavissima conoscenza di Dio e delle sue virtù, che ridonda nell’intelletto, in seguito al tocco che queste virtù divine suscitano nella sostanza dell’anima. Questo è il diletto più elevato fra tutti quelli che l’anima possa gustare in questo stato.
13. Per meglio comprendere quanto detto, si ricordi che come nel vento si sentono due cose, cioè il tocco e il sibilo o suono, così anche in questa comunicazione dello Sposo si avvertono due cose, cioè una sensazione di piacere e la conoscenza delle delizie spirituali. Come il tocco del vento è percepito dal tatto e il suo sibilo dall’udito, così anche il tocco delle virtù dell’Amato si sente e si gode nel tatto dell’anima, cioè nella sua stessa sostanza; quanto alla conoscenza delle virtù di Dio, essa è percepita dall’udito dell’anima, cioè dall’intelletto. Spirano veramente i venti innamorati quando accarezzano soavemente, soddisfacendo il desiderio di tale refrigerio, perché il tatto prova allora piacere e sollievo. Assieme al tatto anche l’udito riceve un senso d’intensa delizia al suono o sibilo del vento, molto più che il tatto dal tocco del vento. Difatti il senso dell’udito è più spirituale, o meglio si avvicina di più a ciò che è spirituale, quindi il piacere che procura è più spirituale di quello causato dal tatto.
14. L’anima – poiché questo tocco divino le procura una profonda soddisfazione, colma di delizie la sua sostanza, appaga con soavità il desiderio di pervenire all’unione divina – chiama tale unione o tocchi venti innamorati. Difatti in quest’unione le vengono comunicate, molto amorosamente e dolcemente, le perfezioni dell’Amato, e ciò provoca nell’intelletto il soffio della comprensione. E lo chiama sibilo, soffio, perché come il soffio causato dal vento penetra acutamente nell’interno dell’orecchio, così questa sottilissima e delicata conoscenza penetra nell’intimo della sostanza con un diletto e una soavità straordinari, superiori a ogni altro piacere. Il motivo sta nel fatto che viene comunicato all’anima una sostanza già tutta compresa e libera da ogni accidente e fantasma; viene comunicata all’intelletto che i filosofi chiamano passivo o possibile, perché la riceve passivamente, senza far nulla da parte sua. Ciò costituisce la più grande gioia per l’anima, perché avviene nell’intelletto, sede della fruizione, come dicono i teologi, che consiste nel vedere Dio. Poiché questo sibilo rappresenta detta conoscenza, ricevuta nella sostanza dell’anima, alcuni teologi pensano che il nostro padre Elia abbia visto Dio nel mormorio di vento leggero sentito all’imboccatura della grotta sul monte (1Re 19,12). La Scrittura lo chiama mormorio di vento leggero perché dalla sottile e delicata comunicazione dello spirito il suo intelletto ricevette tale conoscenza. Qui l’anima lo chiama sibilo di venti innamorati, perché dall’amorosa comunicazione delle virtù del suo Amato si riversa nel suo intelletto; per questo, lo chiama sibilo di venti innamorati.
15. Questo soffio divino che entra attraverso l’udito dell’anima non solo è sostanza, come ho detto, tutta compresa, ma anche svelamento di verità sulla Divinità o rivelazione dei suoi segreti più reconditi. Infatti, ordinariamente, tutte le volte che nella sacra Scrittura si parla di qualche comunicazione di Dio, che passa attraverso l’udito, si tratta di manifestazione di queste verità nude all’intelletto o rivelazione di segreti di Dio; rivelazioni o visioni puramente spirituali, che vengono date esclusivamente all’anima senza il concorso e l’aiuto dei sensi. Ecco perché le conoscenze che Dio comunica all’anima attraverso l’udito interiore sono molto elevate e sicure. Per questo san Paolo, volendo farci comprendere la sublimità della sua rivelazione, non disse: Vidit arcana verba, e nemmeno: Gustavit arcana verba, ma: Audivit arcana verba, quae non licet homini loqui, cioè: Udì parole segrete che non è lecito all’uomo proferire (2Cor 12,4). Da questo si può arguire che anche lui, come il nostro padre Elia, abbia visto Dio nel soffio del vento. Perché come la fede, insegna ancora san Paolo (Rm 10,17), ci giunge attraverso l’udito fisico, così pure quanto ci dice la fede, cioè la sostanza stessa della verità, ci giunge attraverso l’udito spirituale. Ce lo fa capire molto bene Giobbe, quando parlando con Dio dopo che gli si era rivelato, dice: Auditu auris audivi te, nunc autem oculus meus videt te: Io ti avevo udito con il mio orecchio, ma ora il mio occhio ti vede(Gb 42,5 Volg.). Queste parole mostrano chiaramente che udire Dio con l’udito dell’anima significa vederlo con l’occhio dell’intelletto passivo. Per questo non dice: ti udii con le mie orecchie, ma: con il mio orecchio; e neppure ti vedo con i miei occhi, ma: con il mio occhio, che è l’intelletto. Di conseguenza, questo udire dell’anima è la stessa cosa che vedere con l’intelletto.
16. Il fatto che l’anima riceva questa conoscenza sostanziale spoglia di ogni accidente, non significa che essa possieda la fruizione di Dio perfetta e chiara come in cielo. Anche se spoglia di accidenti, non per questo è chiara, ma oscura, perché è una contemplazione, e la contemplazione, in questa vita, come dice san Dionigi, è raggio di tenebra. Possiamo, quindi, dire che essa è un raggio o un’immagine di fruizione, in quanto è nell’intelletto, ove ha luogo la fruizione. Questa sostanza ricevuta pienamente, e che l’anima qui chiama sibilo, corrisponde agli occhi desiderati: quando l’Amato glieli fece vedere, non riuscendo a sopportarli con i suoi sensi, esclamò: Distoglili, Amato!
17. Mi sembra calzi molto a proposito riportare qui un’affermazione di Giobbe, che conferma in gran parte ciò che ho detto su questo rapimento e fidanzamento. Voglio citarla, anche se dovrò dilungarmi un po’, spiegandone le parti che riguardano il nostro argomento. Riporterò dapprima tutto il testo in latino, poi in lingua volgare. Fatto questo, spiegherò brevemente quanto attiene al nostro argomento. Riprenderò poi la spiegazione dei versi dell’altra strofa. Elifaz il temanita, nel libro di Giobbe, prende la parole e dice: Porro ad me dictum est verbum absconditum et quasi suscepit auris mea venas susurri eius. In horrore visionis nocturnae, quando solet sopor occupare homines, pavor tenuit me et tremor, et omnia ossa mea perterrita sunt: et cum spiritus, me praesente, transiret, inhorruerunt pili carnis meae: stetti quidam, cuius non agnoscebam vultum, imago coram oculis meis, et vocem quasi aurae lenis audivi. Tradotto significa: A me fu recata, furtiva, una parola e il mio orecchio ne percepì il lieve sussurro. Nei fantasmi, tra visioni notturne, quando grava sugli uomini il sonno, terrore mi prese e spavento e tutte le ossa mi fece tremare; un vento mi passò sulla faccia e il pelo si rizzò sulla mia carne… Stava lì ritto uno di cui non riconobbi l’aspetto, un fantasma stava davanti ai miei occhi… un sussurro… e una voce mi si fece sentire…(Gb 4,12-16). In questo passo è contenuto quasi tutto ciò che ho detto finora sul rapimento, partendo dalla strofa 13 che dice: Distoglili, Amato! Qui, infatti, Elifaz il temanita dice che gli fu recata furtiva una parola; essa indica quella conoscenza nascosta, offerta all’anima. Non potendone, però, sopportare la grandezza dice. Distoglili, Amato!
18. Affermare che l’orecchio ne percepì il lieve sussurro equivale a dire che l’intelletto riceve la conoscenza pura e sostanziale di cui si è parlato. Lieve qui indica la sostanza interiore, mentre sussurro la comunicazione e il tocco di attributi divini con cui viene offerta all’intelletto la suddetta conoscenza. Qui la chiama sussurro, perché la comunicazione è molto soave, come altrove l’anima la chiama venti innamorati, perché s’infonde con grande amore. Dice che fu una comunicazione furtiva, perché era un segreto del tutto estraneo all’uomo, dal punto di vista naturale, e quindi ricevette qualcosa che non era della sua natura. E così non gli era lecito ricevere tale segreto, come neppure a san Paolo era lecito rivelare il suo segreto. Per questo un altro profeta ripete due volte: Il mio segreto è per me (Is 24,16 Volg.). E quando dice: Nei fantasmi, tra visioni notturne, quando grava sugli uomini il sonno, lascia intendere il timore e il tremore che si producono naturalmente nell’anima quando riceve, nell’estasi, quella conoscenza di cui sopra, visto che la sua natura non può sopportare la comunicazione dello spirito di Dio. Qui il profeta parla del momento in cui gli uomini si apprestano a dormire e vengono di solito assaliti e spaventati da visioni che chiamano incubi e che si presentano tra il sonno e la veglia, quando sta per arrivare il sonno. Allo stesso modo, al momento di questo passaggio spirituale dal sonno dell’ignoranza alla veglia della conoscenza soprannaturale, cioè all’inizio del rapimento o dell’estasi, la visione spirituale che allora si presenta incute timore e spavento.
19. E aggiunge: Tutte le ossa mi fece tremare. Come se dicesse che si scossero e si staccarono dalle giunture, volendo significare il grande slogamento di ossa che si soffre in questi momenti, come ho accennato. Ne parla anche Daniele quando vide l’angelo: Domine, in visione tua dissolutae sunt compages meae: Signore mio, al vederti le mie giunture si sono slogate (Dn 10,16 Volg.). subito dopo Elifaz continua dicendo: Un vento mi passò sulla faccia – cioè quand’esso trasportò il mio spirito fuori dei suoi limiti e vie naturali per collocarlo nel rapimento – il pelo si rizzò sulla mia carne. In questo trasporto il corpo rimane gelido e irrigidito, come se fosse morto.
20. E prosegue: Stava là ritto uno di cui non riconobbi l’aspetto, un fantasma stava davanti ai miei occhi. Quello di cui parla era Dio che si comunicava nel modo suddetto. E dice che non riconobbe il suo aspetto, per far capire che in quella comunicazione e visione, anche se altissima, non si conoscono né si vedono il volto e l’essenza di Dio. Dice però che quest’immagine o fantasma era davanti ai suoi occhi, perché, come ho detto, l’intelligenza di parole segrete era molto profonda, quale immagine e riflesso di Dio; ma questo non era vedere Dio nella sua essenza.
21. Infine conclude in questi termini: Un sussurro e una voce mi si fece sentire, in cui si riconosce il sibilo dei venti innamorati, che qui l’anima dice essere il suo Amato. Non dobbiamo pensare che queste visite generino sempre simili timori e sofferenze naturali. Come ho già detto, questo avviene solo per coloro che cominciano a entrare nello stato d’illuminazione e di perfezione e in questo genere di comunicazione, mentre negli altri avviene piuttosto con grande soavità. Continua la spiegazione: la quiete della notte.
22. In questo sonno spirituale che si gode sul petto dell’Amato, l’anima possiede e gusta tutta la tranquillità, il riposo e la quiete di una notte pacifica. Nello stesso tempo riceve una conoscenza estremamente profonda ma oscura di Dio. per questo dice che il suo Amato è per lei la quiete della notte vicina allo spuntar dell’aurora.
23. Questa quieta notte, dice, non è come la notte fonda, ma come la notte ormai vicina allo spuntar dell’aurora, cioè al sorgere del mattino. Questa tranquillità e questa quiete in Dio non sono, per l’anima, completamente buie, come la notte fonda, ma riposo e quiete nella luce divina, in una nuova conoscenza di Dio, in cui lo spirito gode di una dolcissima quiete, perché elevato alla luce divina. Giustamente qui chiama questa luce divina lo spuntar dell’aurora, cioè del mattino. Come il sorgere del mattino fuga le oscurità della notte e annuncia la luce del giorno, così questo spirito che gode della calma e della quiete in Dio viene elevato dalle tenebre della conoscenza naturale alla luce mattutina della conoscenza soprannaturale di Dio, non del tutto chiara, ma, come è stato detto, semioscura, simile allo spuntar dell’aurora. Difatti, come la notte vicina all’aurora non è del tutto notte né del tutto giorno, ma è, come si suol dire, tra due luci, così è per l’anima in questa solitudine e quiete che trova in Dio: non gode con tutta chiarezza della luce divina, ma ne partecipa in qualche modo.
24. In tale quiete l’intelletto si vede elevato, con sua grande sorpresa, al di sopra di ogni conoscenza naturale verso la luce divina. È simile a colui che, dopo un lungo sonno, apre gli occhi alla luce che non si aspettava. Di questa luce credo che intendesse parlare Davide quando diceva: Vigilavi, et factus sum sicut passer solitarius in tecto: Mi svegliai, e divenni come un passero solitario sul tetto(Sal 101,8 Volg.). In altri termini: aprii gli occhi del mio intelletto e mi trovai al di sopra di tutte le conoscenze naturali, solitario, senza di esse, su un tetto, cioè al di sopra di tutte le cose di quaggiù. Il testo dice che è divenuto simile a un passero solitario, perché, nella contemplazione di cui si parla qui, lo spirito ha le stesse caratteristiche di quel passero, che sono cinque. Anzitutto, il passero abitualmente cerca i luoghi più alti. Così fa lo spirito in questo stato: si eleva fino ai più alti vertici della contemplazione. In secondo luogo, tiene sempre rivolto il becco verso la direzione donde viene il vento. Così fa lo spirito: volge il becco dell’affetto là donde gli viene lo spirito d’amore, che è Dio. In terzo luogo, il passero abitualmente se ne sta solo e non permette ad altri uccelli di avvicinarsi; anzi, se qualcuno gli si posa accanto, se ne va. Anche lo spirito, in questa contemplazione, si trova nella solitudine di tutte le cose, completamente spoglio, né consente in sé altra cosa che la solitudine. La quarta caratteristica del passero è quella di cantare in maniera molto dolce. Così pure fa lo spirito rivolto a Dio in questo stato: le lodi che innalza a Dio sono pregne di soavissimo amore, gustosissime per il medesimo spirito e molto preziose per Dio. La quinta caratteristica del passero è quella di non avere un colore ben definito. Anche lo spirito perfetto, in questo stato di estasi, non solo non nutre alcun affetto sensuale e amor proprio, ma rimane estraneo a qualsiasi riflessione su cose spirituali o terrene e non può parlare assolutamente di ciò che prova, perché, come ho detto, la conoscenza ch’egli possiede di Dio è tutta un abisso. Musica silenziosa.
25. Nella quiete e nel silenzio di questa notte, come anche nella conoscenza della luce divina, l’anima riesce alla fine a percepire le meravigliose convenienze e disposizioni della Sapienza, riflesse nella varietà di tutte le creature e di tutte le opere. Tutte e ciascuna, secondo la modalità propria, manifestano la loro dipendenza da Dio; ciascuna, a suo modo, canta ciò che Dio è in essa; così l’anima sembra udire l’armonia di una musica dolcissima, che trascende tutte le danze e le melodie del mondo. Dice che questa musica è silenziosa, perché è conoscenza serena e quieta, senza rumore di voci; in essa assapora la dolcezza della musica e la quiete del silenzio. E dice che il suo Amato è musica silenziosa, perché in lui conosce e gusta quest’armonia di musica spirituale. Non solo, ma la chiama anche solitudin sonora.
26. Questa è quasi come la musica silenziosa, perché quantunque quella musica sia silenziosa per i sensi e le facoltà naturali, è nondimeno solitudine sonora per le facoltà spirituali. Queste, infatti, essendo sole e vuote di tutte le forme e conoscenze naturali, possono ben ricevere il suo non spirituale che risuona in esse con tutta la sonorità per cantare quanto Dio è grande in sé e nelle sue creature, come aveva sentito san Giovanni nell’Apocalisse: La voce di suonatori d’arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe (Ap 14,2). Questo avveniva in spirito e non su arpe materiali. Si tratta di una conoscenza delle lodi che ciascun beato, secondo il suo grado di gloria, innalza incessantemente a Dio. Tutto questo è come una musica, perché, possedendo ciascuno doni diversi dagli altri, ognuno canta le proprie lodi in maniera diversa, ma formando tutti un’armonia d’amore, come avviene nei concerti.
27. Allo stesso modo, l’anima vede risplendere quella divina sapienza in tutte le creature, superiori e inferiori. Ognuna di esse, in base ai doni ricevuti da Dio, rende la sua testimonianza di ciò che Dio è, e ognuna a suo modo esalta Dio, secondo quanto la loro capacità permette di averlo in sé. E così tutte queste voci si fondono in un’unica voce che canta la grandezza di Dio, la sua sapienza e scienza straordinaria. Ciò è quanto volle dire lo Spirito Santo nel libro della Sapienza: Spiritus Domini replevit orbem terrarum, et hoc quod continet omnia, scientiam habet vocis: Lo spirito del Signore riempie l’universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce (Sap 1,7), cioè la solitudine sonora che, come dicevo, l’anima conosce in questo stato, e che è la testimonianza che tutte le creature danno a Dio. E poiché l’anima riceve questa musica sonora, nella solitudine e nel distacco da tutte le cose esteriori, la chiama musica silenziosa e solitudine sonora, dicendo che è il suo Amato. Egli è inoltre cena che ristora e innamora.
28. La cena per gli amanti è ricreazione, sazietà e amore. Poiché l’Amato produce questi tre effetti in questa comunicazione piena di soavità, l’anima la chiama qui cena che ristora e innamora. Occorre ricordare che nella sacra Scrittura il termine cena indica la visione divina. Difatti, come la cena è la conclusione del lavoro del giorno e inizio del riposo della notte, così questa conoscenza riposante, di cui ho parlato, fa sperimentare all’anima la fine certa dei suoi mali e il sicuro possesso dei beni; ragion per cui l’anima s’innamora di Dio ancora più di prima. Per questo l’Amato è per lei cena che ristora, mettendo fine ai suoi mali, e la fa innamorare, mettendola in possesso di tutti i beni.
29. Ma per meglio comprendere come sia per l’anima questa cena, che, come ho detto, è il suo Amato, si deve ricordare quello che lo stesso Sposo amato dice nell’Apocalisse, e cioè: Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20). È con se stesso – egli fa capire – che porta la cena, e questa non è altro che il suo stesso sapore e i diletti di cui egli stesso gode: unendosi all’anima glieli comunica e anch’essa ne gode. Questo vuol dire: Cenerò con lui ed egli con me. Con queste parole spiega l’effetto della meravigliosa unione dell’anima con Dio, nella quale i beni di Dio diventano anche beni della sposa, cui egli si comunica, ripeto, con immensa grazia e in abbondanza. Così egli stesso è per lei cena che ristora e innamora; la ristora con la sua abbondanza e la fa innamorare con la sua grazia.
AVVERTENZA
30. Prima di entrare nella spiegazione delle altre strofe è opportuno osservare che, sebbene abbia detto che in questo stato di fidanzamento l’anima gode di ogni tranquillità e che le viene comunicato il massimo che si possa avere in questa vita, tale tranquillità va intesa solo in riferimento alla parte superiore; la parte sensitiva, infatti, fino allo stato di matrimonio spirituale, non finisce mai di liberarsi dai suoi difetti nonché di assoggettare completamente le sue energie, come dirò più avanti. Quanto le viene dato è il massimo che possa essere comunicato nello stato di fidanzamento; nel matrimonio spirituale, invece, ci sono vantaggi ben superiori. Nel fidanzamento, anche se l’anima sposa in queste visite gode di molti beni, tuttavia soffre assenze, turbamenti e molestie provenienti dalla parte inferiore e dal demonio; tutto questo cessa nello stato di matrimonio.
Annotazione per la strofa seguente
8/2/2013 6:28 PM
 
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STROFA 16
1. Ormai la sposa possiede nell’anima le virtù al loro grado perfetto e gode una pace abituale nelle visite dell’Amato. A volte assapora in modo sublime la soavità e la fragranza di tali virtù, allorché l’Amato la tocca, come si gusta la soavità e il profumo dei gigli e dei fiori quando sono sbocciati e vengono toccati. In molte di queste visite, infatti, l’anima vede dentro di sé tutte le sue virtù, alla luce che l’Amato le concede; e allora, con sommo piacere e dolcezza d’amore, le riunisce tutte e le offre all’Amato come un mazzo di bei fiori; a sua volta l’Amato, ricevendole – perché realmente le riceve –, ne prova grande soddisfazione. Tutto questo avviene dentro l’anima, dove sente che l’Amato riposa come nel proprio letto, perché l’anima gli si offre insieme alle virtù. Questo è il più grande ossequio che può rendergli; nello stesso tempo, uno dei maggiori piaceri che nel rapporto interiore con Dio essa può avere è proprio il dono di sé all’Amato.
2. Il demonio, conoscendo questa felicità dell’anima – nella sua grande malizia egli invidia tutto il bene che vede –, in queste circostanze ricorre a tutte le sue abilità ed esercita tutte le sue arti per poter turbare in lei almeno una piccola parte di questo bene. Egli, infatti, preferisce impedire un minimo della sua ricchezza e del suo glorioso piacere a quest’anima piuttosto che farne cadere molte altre in numerosi e gravi peccati. Le altre anime, infatti, hanno poco o nulla da perdere, mentre questa può perdere molto, perché ha avuto un guadagno grande e assai prezioso; perdere una piccola quantità d’oro purissimo è peggio che perdere grande quantità di altri metalli vili. In tutto ciò il demonio si serve degli appetiti sensitivi, sebbene con essi il più delle volte possa fare poco o niente in questo stato, perché sono già mortificati; se con essi non raggiunge il suo scopo, presenta all’immaginazione una molteplicità di cose. A volte suscita nella parte sensitiva molte inquietudini, come dirò più avanti, e provoca un’infinità di molestie sia spirituali che sensibili. L’anima non riesce a liberarsene finché, come dice un salmo, l’angelo del Signore non si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva (Sal 33,8), e così restituisce pace e tranquillità sia alla parte sensitiva che a quella spirituale dell’anima. Per esprimere tutto ciò e chiedere quest’aiuto, diffidando, per esperienza, delle astuzie usate dal demonio per procurarle danni in queste circostanze, rivolgendosi agli angeli, il cui compito è di proteggerla mettendo in fuga i demoni, l’anima dice la seguente strofa:
Cacciate via le volpi,
ché fiorita ormai è nostra vigna,
intanto che di rose
intrecceremo una pigna
nessuno appaia là, sulla collina.
SPIEGAZIONE
3. L’anima, desiderosa che questo diletto interiore dell’amore, che è il fiore della vigna della sua anima, non le venga impedito né dagli invidiosi e astuti demoni, né dai furiosi appetiti della sensualità, né dalle immagini ricorrenti della fantasia, né da altre conoscenze e presenza di cose, invoca gli angeli chiedendo loro di cacciare e tenere lontane tutte queste cose, in modo che non disturbino il suo esercizio dell’amore interiore. In esso, assaporandone il piacere, l’anima e il Figlio di Dio si comunicano e godono le virtù e le grazie. Per questo dice: Cacciate via le volpi, ché fiorita ormai è nostra vigna.
4. Qui per vigna s’intende il vivaio di tutte le virtù di quest’anima santa, le quali danno un vino dal dolce sapore. Questa vigna dell’anima è fiorita quando, mediante la volontà, è unita allo Sposo e si applica a riporre la sua gioia in lui e le sue delizie in tutte queste virtù riunite insieme. A volte si affacciano alla memoria e alla fantasia molte rappresentazioni e diversi pensieri, mentre nella parte sensitiva si sollevano molteplici moti e svariati appetiti. Essi sono di tal fatta, differenti e vari, che quando Davide, assetato profondamente di Dio, stava bevendo questo gustoso vino dello spirito, accortosi del fastidio e dell’intralcio recatogli da stimoli così diversi per genere e forma, disse: Di te ha sete l’anima mia; a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua (Sal 62,2).
5. L’anima chiama tutto questo insieme di appetiti e di moti sensitivi volpi, per la grande somiglianza che in questo caso hanno con esse. Come le volpi, infatti, quando escono a caccia si fingono addormentate per lasciar avvicinare la preda, così tutti questi appetiti e impulsi sensitivi se ne stanno quieti e sopiti, finché non spuntano nell’anima, si aprono e cominciano ad agire i fiori delle virtù. A questo punto sembra che si sveglino e appaiano nella sensualità anche i fiori degli appetiti e delle forze sensuali per opporsi allo spirito e dominare. La bramosia arriva a tale estremo, che san Paolo dice che la carne ha desideri contrari allo Spirito (Gal 5,17); data la sua grande inclinazione alle cose sensitive, quando si gustano le cose dello spirito, la carne diventa insipida e disgustosa. In tutto ciò tali appetiti recano grande molestia alle dolcezze dello spirito, che esclama: Cacciate via le volpi.
6. Ma gli astuti demoni, da parte loro, recano molestia all’anima in due modi: sospingono e sollecitano gli appetiti con veemenza e, servendosi di essi e di altre immaginazioni, ecc., muovono guerra al regno pacifico e fiorito dell’anima; in secondo luogo – ed è peggio! – quando non la vincono in questo modo, l’assalgono con tormenti e rumori sensibili per distrarla. Ma il male maggiore è che la combattono con timori e orrori spirituali, che procurano a volte grande tormento. In questo periodo, se viene loro consentito, possono agire molto facilmente, perché, siccome l’anima si dispone in una grande nudità di spirito a questa esperienza spirituale, il demonio, anch’egli spirito, può facilmente farsi presente a lei. Altre volte il demonio assale l’anima con terrori prima che cominci a gustare questi dolci fiori, quando Dio inizia a farla uscire un po’ dalla casa dei suoi sensi per introdurla con la suddetta esperienza interiore nell’orto dello Sposo. Il demonio sa che, una volta entrata in quel raccoglimento, è più al sicuro e, per quanto faccia, non può recarle danno. Spesso avviene che, quando il demonio esce per sbarrarle il passo, l’anima si ritira prontamente nel profondo nascondiglio del suo intimo, dove trova grande diletto e riparo; avverte allora quei terrori molto alla lontana, così che non solo non la spaventano, ma le procurano gioia ed esultanza.
7. Di questi terrori parla la sposa nel Cantico quando dice: La mia anima si turbò a causa dei carri di Aminadab (Ct 6,11 Volg.), intendendo qui per Aminadab il demonio e chiamando carri i suoi violenti assalti, per la veemenza, la confusione e il rumore che con essi produce. L’anima quindi chiede: Cacciate via le volpi. La medesima cosa dice la sposa nel Cantico, allo stesso scopo, chiedendo: Prendeteci le volpi piccoline che devastano le vigne, perché la nostra vigna è in fiore (Ct 2,15). E non dice «prendetemi», ma «prendeteci», poiché parla per sé e per l’Amato, perché si trovano insieme e godono il fiore della vigna. Qui dice che la vigna è in fiore e non in frutto, perché le virtù, in questa vita, anche se raggiungono tanta perfezione come quella dell’anima di cui sto parlando, sono come in fiore; solo nell’altra vita si godranno come in frutto. Subito dopo aggiunge: intanto che di rose intrecceremo una pigna.
8. In questo tempo in cui l’anima gode dei fiori di questa vigna e trova le sue delizie sul petto dell’Amato, accade che le virtù dell’anima le si manifestino in tutta evidenza, come ho detto, e in un istante; mostrandosi all’anima, le procurano una grande dolcezza e una gioia ineffabile. L’anima sente queste virtù in sé e in Dio, per cui le sembra di essere una vigna tutta in fiore e gradita, dove lei e il suo Amato si nutrono e si dilettano. E allora l’anima raccoglie tutte queste virtù, emettendo atti d’amore assai gradevoli con ciascuna di esse in particolare e con tutte quante insieme; una volta che le ha riunite, le offre all’Amato con grande tenerezza d’amore e soavità. In tutto questo l’aiuta l’Amato stesso, perché senza il suo favore e il suo sostegno non potrebbe raccogliere e offrirgli queste virtù; per questo dice: intrecceremo una pigna, cioè l’Amato e io insieme.
9. Chiama pigna quest’insieme di virtù, perché come la pigna è un insieme compatto, costituito da molti pezzi strettamente congiunti, i pinoli, così questa pigna di virtù intrecciata dall’anima per il suo Amato è un insieme di perfezioni dell’anima, che racchiude saldamente e ordinatamente molte perfezioni, robuste virtù e ricchi doni. Tutte le perfezioni e le virtù, infatti, si armonizzano e convengono in un’unica perfezione dell’anima; tale perfezione si sta formando per mezzo dell’esercizio delle virtù e, una volta formata, viene offerta dall’anima all’Amato nello spirito d’amore di cui sto parlando. Occorre quindi cacciare via le volpi, perché non ostacolino l’intima comunicazione tra questi due interlocutori. In questa strofa la sposa non chiede solo di poter intrecciare bene la pigna, ma chiede altresì ciò che è detto nel verso seguente: nessuno appaia là, sulla collina.
10. Per questa divina esperienza interiore sono, inoltre, necessarie la solitudine e il distacco da tutte le cose che potrebbero turbare l’anima, sia nella sua parte inferiore, cioè quella sensitiva, che nella parte superiore, ossia quella razionale. Queste due parti racchiudono tutta l’armonia delle potenze e dei sensi dell’uomo. Tale armonia è qui chiamata collina, perché in essa dimorano tutte le conoscenze e gli appetiti della natura, come la selvaggina sul monte. Proprio qui il demonio suole dar la caccia e far preda di tali appetiti e conoscenze, a danno dell’anima. Chiede che nessuno appaia sulla collina, cioè che nessuna rappresentazione o figura di qualsiasi oggetto appartenente a qualcuna delle potenze o dei sensi, di cui ho parlato, appaia dinanzi all’anima e allo Sposo. È come se dicesse: in tutte le facoltà spirituali dell’anima, la memoria, l’intelletto e la volontà, non ci sia conoscenza o affetto particolare né alcun’altra distrazione; in tutti i sensi e le facoltà corporali, sia interni che esterni, come l’immaginazione, la fantasia, ecc., la vista, l’udito, ecc., non ci siano altre distrazioni e forme, immagini e figure, né rappresentazioni di oggetti all’anima, né altre operazioni naturali.
11. L’anima dice questo perché, per godere perfettamente della comunicazione con Dio, è necessario che tutti i sensi e le facoltà, interni ed esterni, siano inattivi e interrompano le loro operazioni, insomma siano privi dei loro oggetti abituali. In questa circostanza, infatti, quanto più agiscono tanto maggior disturbo recano. Quando l’anima perviene a una certa forma d’intima unione d’amore con Dio, non operano più le facoltà spirituali e ancor meno quelle corporali, perché si è già realizzata in lei l’unione d’amore: l’anima di fatto è nell’amore. Le altre potenze cessano quindi di agire, perché, una volta raggiunta la meta, l’azione dei mezzi diventa inutile. L’anima in questa condizione altro non fa che restare alla presenza di Dio, cioè ama in continuazione di amore unitivo. Nessuno appaia, dunque, sulla collina. Appaia solo la volontà, alla presenza dell’Amato, per offrire se stessa e tutte le virtù nel modo sopra descritto.
8/2/2013 6:29 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 17
1. Per una migliore comprensione della strofa seguente è opportuno ora ricordare che le assenze dell’Amato durante questo stato di fidanzamento spirituale procurano all’anima molta sofferenza, a volte una sofferenza senza confronti. Questo perché l’amore che nutre per Dio nella presente situazione è grande e forte, quindi altrettanto grande e forte è il tormento arrecatole dall’assenza dell’Amato. A ciò si aggiunga una considerevole molestia che in questo tempo prova per qualsiasi rapporto o comunicazione con le creature. Ora, poiché l’anima sperimenta con potente impulso un desiderio vivissimo dell’unione con Dio, qualsiasi ritardo le risulta insopportabilmente fastidioso, proprio come alla pietra risulterebbe violento qualsiasi ostacolo in cui incappasse o le si parasse davanti quando precipita velocemente verso il suo centro. L’anima che ha già assaporato queste dolci visite, le considera più desiderabili dell’oro e di qualsiasi bellezza (Sal 18,11). Per questo motivo, timorosa di restare priva, anche solo per un momento, di una presenza così preziosa, parlando con la propria aridità di spirito e con lo Sposo, pronuncia la strofa seguente:
Férmati, borea morto,
vieni, austro, a suscitar gli amori,
soffia pel mio giardino,
diffondine gli aromi
e pascerà l’Amato in mezzo ai fiori.
SPIEGAZIONE
2. Oltre a quanto detto nella strofa precedente, anche l’aridità di spirito impedisce all’anima di gustare la dolcezza interiore di cui ho parlato prima. Temendo questo, l’anima nella presente strofa fa due cose. Anzitutto cerca d’impedire l’aridità, sbarrandole il passo per mezzo della continua preghiera e della devozione. In secondo luogo invoca lo Spirito Santo perché allontani da lei l’aridità, mantenga e accresca in lei l’amore dello Sposo e la induca a praticare interiormente le virtù. Tutto questo serve perché il Figlio di Dio, suo Sposo, provi gioia e sempre più si compiaccia di lei, che desidera solo contentare l’Amato. Férmati, borea morto.
3. Borea è un vento molto freddo che fa seccare e appassire i fiori e le piante o, quanto meno, li fa rattrappire e richiudere su se stessi quando li investe. E poiché l’aridità spirituale e l’assenza di affetto da parte dell’Amato producono nell’anima questo stesso effetto, togliendole il gusto, il sapore e la fragranza delle virtù che stava gustando, chiama tutto questo borea morto. Dal momento che ha mortificato tutte le virtù e lo sviluppo degli affetti, l’anima esclama: Férmati, borea morto. Tali parole pronunciate dall’anima si devono intendere come un atto di orazione e di esercizio spirituale per tener lontana l’aridità. Ma poiché in questo stato le realtà sublimi che Dio comunica all’anima sono talmente interiori che l’anima non può porle in atto e gustarle unicamente con l’esercizio delle proprie facoltà, se lo Spirito dello Sposo non suscita in lei una mozione d’amore, essa lo invoca subito, dicendo: vieni, austro, a suscitar gli amori.
4. L’austro è un altro vento, comunemente detto libeccio. È piacevole, porta la pioggia, fa germogliare erbe e piante, fa sbocciare i fiori e spande i loro profumi; ha quindi effetti contrari a quelli della tramontana o borea. Questo vento simboleggia per l’anima lo Spirito Santo, che, dice, suscita gli amori. Quando questo vento divino investe l’anima, la penetra in modo tale da infiammarla tutta: l’accarezza, la ravviva, ne risveglia la volontà, conduce all’amore di Dio i suoi affetti, che erano affievoliti e sopiti. Ben si può dire, allora, che suscita gli amori dell’Amato e dell’anima. Quanto quest’ultima chiede allo Spirito Santo è espresso nel verso seguente: soffia pel mio giardino.
5. Questo giardino è l’anima stessa. Come prima ha chiamato l’anima vigna fiorita, perché i fiori delle sue virtù producono vino dal dolce sapore, così qui la chiama giardino, perché in essa sono piantati, nascono e crescono i fiori della perfezione e delle virtù. Osserviamo che qui la sposa non dice: spira nel mio giardino, ma: spira per il mio giardino, perché vi è una grande differenza tra lo spirare di Dio nell’anima e lo spirare per l’anima. Spirare nell’anima è infondervi grazie, doni e virtù. E spirare per l’anima esprime il tocco e il movimento che Dio dà alle virtù e alle perfezioni che essa già possiede, rinnovandole ed eccitandole in modo che effondano una meravigliosa fragranza e soavità nell’anima, proprio come quando, rimestando le erbe aromatiche, si spande la loro fragranza, che prima non era né si sentiva così forte. Non sempre l’anima avverte o gode effettivamente le virtù che possiede in sé, acquisite o infuse, perché, come dirò in seguito, in questa vita esse sono nell’anima come fiori in boccio, ancora chiusi, o come erbe aromatiche in un sacchetto, il cui aroma non si sente finché non ne vengono estratte e agitate.
6. A volte, però, Dio accorda tali grazie all’anima sposa. Spirando con il suo Spirito per questo suo giardino fiorito, schiude tutti i boccioli delle virtù e scopre tutte queste piante aromatiche di doni, perfezioni e ricchezze dell’anima; e, manifestandone il tesoro e l’abbondanza interiore, ne svela tutta la bellezza. Allora è meraviglioso vedere e soave sentire la ricchezza dei doni che si scopre all’anima e la bellezza di questi fiori di virtù, ormai tutti sbocciati nell’anima. Ognuno di essi, secondo le sue proprietà, le comunica la soave, inestimabile fragranza che ha in sé. Questa è l’effusione dei profumi nel giardino, di cui parla nel verso seguente: diffondine gli aromi.
7. Tali aromi, a volte, sono talmente abbondanti che l’anima ha l’impressione di essere vestita di delizie e immersa in una gloria inestimabile. Il profumo è così forte che è provato non solo dentro l’anima, ma suole riversarsi altresì all’esterno: lo sanno riconoscere coloro che ne hanno fatto esperienza. L’anima sembra a costoro come un giardino meraviglioso, pieno di delizie e di ricchezze divine. Non solo quando questi fiori di virtù sono schiusi si riesce a scorgere tutto ciò in tali anime sante, ma esse mostrano abitualmente in sé un non so che di grandezza e dignità che, negli altri, ispira venerazione e rispetto: è un effetto soprannaturale, questo, che si diffonde in loro per l’intima e familiare comunicazione con Dio. Il libro dell’Esodo (cfr. 34,30) ce ne offre un esempio. Ivi si legge che gli ebrei non potevano guardare il volto di Mosè (2Cor 3,7) per l’onore e la gloria che irradiava, dopo aver parlato faccia a faccia con Dio.
8. Lo Sposo, il Figlio di Dio, si serve del soffio dello Spirito Santo per fare nell’anima una visita amorevole e comunicarsi a lei in modo assai sublime. È a questo scopo che le invia, come fece per gli apostoli, dapprima lo Spirito Santo, suo precursore, perché gli prepari una dimora nell’anima, sua sposa: la colma di delizie, dispone a suo piacere il giardino della sua anima, vi fa sbocciare i fiori e risplendere i suoi doni; insomma, la riveste dell’insieme delle sue grazie e delle sue ricchezze. E così, con il desiderio più ardente possibile, l’anima sposa anela a tutto questo, cioè che cessi la tramontana, venga l’austro e soffi per il suo giardino, perché in questo modo ella guadagna molte cose insieme. Ottiene, infatti, di godere delle sue virtù, pervenute al punto in cui sono esercitate con la soavità dell’amore. Vi guadagna di vedere l’Amato compiacersi in mezzo a queste virtù, perché per loro tramite si comunica all’anima con un amore più intenso e le concede grazie più singolari di prima. Vi guadagna che l’Amato si compiaccia di più in lei, che si esercita nella pratica delle virtù, ed è ciò che rallegra maggiormente l’anima, cioè volere quello che piace al suo Amato. Vi guadagna, altresì, il favore di veder permanere il sapore e la soavità delle virtù. Ciò perdura nell’anima tutto il tempo in cui lo Sposo rimane in essa nel modo suddetto, mentre la sposa gli dona la soavità delle sue virtù, come essa medesima afferma nel Cantico: Mentre il re è sul suo giaciglio, cioè nell’anima, il mio alberello fiorito e odoroso spande il suo dolce profumo (Ct 1,11 Volg.). Per alberello odoroso qui s’intende l’anima stessa che con il fiore delle sue virtù spande odore di soavità per l’Amato tutto il tempo che dimora in essa attraverso questa forma di unione.
9. È molto desiderabile, dunque, questo soffio divino dello Spirito Santo; perciò ogni anima chieda che soffi per il suo giardino e si diffondano i suoi aromi. Essendo questa una cosa tanto necessaria, sorgente di tanta gloria e tanto bene per l’anima, la sposa la desiderò e la chiese nel Cantico con le stesse parole di questa strofa, dicendo: Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia per il mio giardino, si effondano i suoi aromi e le sue preziose spezie (Ct 4,16). Tutto questo desidera l’anima, non per il piacere e la gloria che le viene, ma perché sa che di questo si compiace il suo Sposo. Inoltre, tutto questo è preparazione e preannuncio affinché il Figlio di Dio venga a dilettarsi in lei. Perciò aggiunge subito: e pascerà l’Amato in mezzo ai fiori.
10. L’anima dà il nome di pasto a queste delizie che il Figlio di Dio mette in lei in questo periodo: nulla di più appropriato, perché il pasto o nutrimento è cosa che non solo piace, ma anche sostiene. Infatti il Figlio di Dio trova le sue delizie nelle stesse delizie dell’anima; si sostenta in essa, cioè continua a dimorare in essa, come in un luogo profondamente piacevole, perché l’anima si delizia davvero di lui. Ciò è quanto ha voluto dirci egli stesso per bocca di Salomone nel libro dei Proverbi con queste parole: Le mie delizie sono con i figli dell’uomo(Pro 8,31), cioè quando il loro piacere è stare con me, che sono il Figlio di Dio. Occorre qui osservare che l’anima non dice che l’Amato si pascerà dei fiori, ma in mezzo ai fiori, perché lo Sposo si comunica all’anima per mezzo dello splendore delle virtù, come si è detto. Ciò di cui egli si pasce è l’anima stessa trasformata in lui, preparata, abbellita ed esaltata dai fiori delle sue virtù, doti e perfezioni, che sono come il condimento con cui e in mezzo al quale Dio la nutre. Questi fiori, per mezzo dello Spirito che lo precede – ne ho già parlato –, offrono al Figlio di Dio e all’anima sapore e dolcezza, perché possa nutrirsi sempre più nell’amore di lei. La caratteristica dello Sposo è, infatti, quella di unirsi all’anima nella fragranza di questi fiori. La sposa del Cantico descrive questa situazione, come una che la conosce bene: Il mio Diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli (Ct 6,2). E un’altra volta aggiunge: Il mio Diletto è per me e io per lui. Egli pascola il gregge fra i gigli(Ct 6,3), cioè si nutre e si compiace nella mia anima, che è il suo giardino, tra i gigli delle mie virtù, perfezioni e grazie.
8/2/2013 6:29 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 18
1. In questo stato di fidanzamento spirituale l’anima si avvede delle sue doti straordinarie e delle sue grandi ricchezze; si rende altresì conto di non possederle e goderle come vorrebbe, perché si trova ancora nella carne. Soffre quindi spesso e intensamente, soprattutto quando ne ha più viva coscienza. Si rende conto, infatti, di trovarsi nel corpo come un gran signore in carcere, sottoposto a mille miserie: vede che l’hanno spogliato dei suoi regni ed escluso dall’esercizio del suo potere e delle sue ricchezze, e che non gli è concesso, di tutti i suoi beni, che un misero vitto; tutti possono facilmente immaginare il suo stato d’animo, soprattutto per il fatto che anche i suoi domestici non gli sono soggetti come dovrebbero, anzi, a ogni occasione, i suoi servi e i suoi schiavi gli si scagliano contro senza alcun rispetto, fin quasi a togliergli il boccone dal piatto. La stessa cosa accade all’anima. Difatti, quando Di le concede la grazia di gustare un assaggio dei beni e delle ricchezze preparato per lei, subito insorge nella parte sensitiva un servo cattivo dell’appetito, oppure uno schiavo, cioè un moto disordinato, o altre ribellioni di questa parte inferiore, per impedirle quel bene.
2. In tale stato l’anima ha l’impressione di trovarsi in terra nemica, schiavizzata tra estranei e quasi morta tra i morti, ben sperimentando quanto il profeta Baruc lascia intendere quando lamenta tale disgrazia nella cattività di Giacobbe: Perché, Israele, perché ti trovi in terra nemica e invecchi in terra straniera? Perché ti contamini con i cadaveri e sei annoverato tra coloro che scendono negli inferi? (Bar 3,10-11). Anche Geremia, provando in sé questo misero stato patito dall’anima a causa della schiavitù del corpo, rivolgendosi a Israele dice in senso spirituale: Israele è forse un servo o uno schiavo di nascita perché è divenuto una preda? Contro di lui ruggiscono i leoni (Ger 2,14-15), ecc. Qui per leoni intende gli appetiti e le ribellioni, a cui si accennava, di questo re tiranno, cioè della sensualità. L’anima, per mostrare quale molestia ne riceva e quanto desideri che questo regno della sensualità, con tutti i suoi eserciti e tutte le sue molestie, abbia ora fine o le si sottometta del tutto, alzando lo sguardo verso lo Sposo come a colui che deve operare tutto questo, e apostrofando questi moti e ribellioni, pronuncia la strofa seguente:
O ninfe di Giudea!
Intanto che tra i fiori e nei roseti
l’ambra i suoi aromi emana,
nei sobborghi restate,
toccar le nostre soglie non vogliate.
SPIEGAZIONE
3. È la sposa che parla in questa strofa. Vedendo la sua parte superiore e spirituale arricchita di doni tanto preziosi e colmata di delizie così benefiche, desidera conservare, in modo sicuro e permanente, quel possesso che lo Sposo le ha concesso, come si è visto nelle strofe precedenti. Ma la sua parte inferiore, ossia la sensualità, potrebbe impedire questo favore divino e di fatto ostacola e disturba il possesso di un bene così grande. Per questo motivo la sposa chiede alle potenze e ai sensi della parte inferiore che si acquietino e cessino le loro operazioni e gli stimoli; chiede, altresì, che non vadano oltre i confini del loro ambito, quello della sensitività, turbando e gettando inquietudine nella parte superiore e spirituale dell’anima, in modo da non impedirle, neppure con il più piccolo moto, il bene e la soavità di cui gode. Difatti, se i moti della parte sensitiva e le potenze entrano in azione, mentre lo spirito gode, quanto più sono attivi e vivaci tanto più lo molestano e lo turbano. Dice, dunque, così: O ninfe di Giudea!
4. Chiama Giudea la parte inferiore dell’anima, quella sensitiva. La chiama Giudea perché è debole, carnale e di per sé cieca, come il popolo ebraico. Chiama ninfe tutte le immaginazioni, le fantasie, i moti e gli affetti di questa parte inferiore. Le chiama tutte ninfe perché come le ninfe con il loro affetto e le loro grazie attirano a sé gli amanti, così le operazioni e i moti della sensualità cercano in maniera piacevole e insistente di attirare a sé la volontà della parte razionale, per distoglierla dalle realtà interiori verso gli oggetti esteriori che esse ricercano e desiderano; nello stesso tempo sommuovono anche l’intelletto, attirandolo perché si sposi e si unisca a loro agendo in modo vile, nel tentativo di conformare e unire la parte razionale con quella sensitiva. L’anima, dunque, dice: oh!, voi, operazioni e moti sensuali, intanto che tra i fiori e nei roseti…
5. I fiori, come ho detto, sono le virtù dell’anima; i roseti le sue potenze: memoria, intelletto e volontà, che racchiudono in sé e coltivano fiori di pensieri divini e atti di amore, oltre le suddette virtù. Fintanto che in queste virtù e potenze della mia anima, ecc., l’ambra i suoi aromi emana.
6. L’ambra rappresenta qui lo Spirito divino dello Sposo che dimora nell’anima. Quest’ambra divina emana aromi tra i fiori e nei roseti, quando si spande e si comunica, in modo dolcissimo, nelle facoltà e nelle virtù dell’anima, donandole attraverso di esse profumi di soavità divina. Ora, mentre questo Spirito divino colma la mia anima di soavità spirituale, nei sobborghi restate.
7. Nei sobborghi della Giudea, che, come ho detto, è la parte inferiore o sensitiva dell’anima; e i suoi sobborghi sono i sensi interni, come la memoria, la fantasia e l’immaginazione, ove s’imprimono e si conservano le forme, le immagini e i fantasmi degli oggetti, per mezzo dei quali la sensualità muove i suoi appetiti e le sue brame. Queste forme, ecc., sono quelle che qui chiama ninfe; finché esse sono quiete e assopite, anche gli appetiti dormono. Esse penetrano nei sobborghi dei sensi interni attraverso le porte dei sensi esterni, cioè l’udito, la vista, l’olfatto, ecc., così che possiamo chiamare sobborghi tutte le facoltà e i sensi, sia interni che esterni, della parte sensitiva; si chiamano sobborghi perché sono i quartieri situati fuori delle mura della città. Difatti ciò che viene chiamato città nell’anima è la sua parte più interna, cioè quella razionale, che ha la capacità di comunicare con Dio e le cui operazioni sono contrarie a quelle della sensualità. Vi è, però, un collegamento naturale tra gli abitanti di questi sobborghi della parte sensitiva, le ninfe di cui ho parlato, e la parte superiore, la città, in modo che quanto si fa nella parte inferiore ordinariamente si avverte in quella più interna, richiamandone l’attenzione e distraendola nel suo rapporto spirituale con Dio. Per questo l’anima chiede loro di restare nei sobborghi, cioè di starsene quietamente nei loro sensi interni ed esterni. Toccar le nostre soglie non vogliate.
8. Cioè non toccate la parte superiore nemmeno con moti primi. I moti primi dell’anima, infatti, sono la porta d’ingresso e la soglia attraverso cui vi si penetra dentro, e quando questi primi moti arrivano fino alla ragione, hanno già varcato la soglia. Ma se questi moti primi restano ciò che sono, allora toccano solo la soglia o bussano alla porta. Ciò avviene quando la parte sensitiva attacca la ragione con qualche atto disordinato. Ecco perché l’anima non solo desidera che questi moti non la tocchino, ma che non si debba dare spazio neppure alle considerazioni che non conducono alla quiete e al bene di cui essa gode.
8/2/2013 6:30 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 19
1. In questo stato l’anima è diventata talmente nemica della parte inferiore delle sue operazioni, che vorrebbe che Dio non le partecipasse nulla delle comunicazioni fatte alla parte superiore: infatti, o si tratta di piccola cosa, o altrimenti quella non è in grado di sopportare per la debolezza della sua condizione, e così la natura viene meno. Di conseguenza, anche lo spirito ne soffre e se ne affligge, e non può godere in pace. Dice, infatti, il Saggio: Un corpo corruttibile appesantisce l’anima(Sap 9,15). E poiché l’anima desidera le più alte ed eccellenti comunicazioni di Dio, ma non può riceverle insieme alla parte sensitiva, desidera che Dio gliele conceda senza che quella ne partecipi. Quanto alla sublime visione del terzo cielo, lo stesso san Paolo afferma di non sapere se l’ebbe nel corpo o fuori del corpo (2Cor 12,2). In ogni caso, essa avvenne senza il corpo: se questo vi avesse preso parte, certamente l’avrebbe saputo, e la visione stessa non sarebbe potuta essere così alta come egli sostiene, affermando che udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare(2Cor 12,4). Per questo l’anima, ben sapendo che favori così grandi non possono essere ricevuti in un vaso tanto angusto, desidera che lo Sposo glieli conceda al di fuori di esso o almeno senza di esso. E rivolgendosi a lui direttamente, gli chiede in questa strofa:
Nasconditi, Diletto,
il tuo viso volgi alle montagne,
non cercar di parlare,
ma guarda le compagne
di lei che va per isole lontane.
SPIEGAZIONE
2. Quattro cose chiede l’anima sposa allo Sposo in questa strofa. La prima, che voglia comunicarsi a lei nelle sue massime profondità. La seconda, che investa e informi le sue facoltà con la gloria e l’eccellenza della sua divinità. La terza, che questi favori le siano accordati in forma tanto eccelsa e profonda che ella non abbia né il desiderio né la facoltà di parlarne, e non siano raggiungibili dalla sua parte esteriore e sensibile. La quarta, che lo Sposo s’innamori alla vista delle numerose virtù e grazie che ha posto in lei e con le quali essa si dirige e si eleva a Dio per mezzo di conoscenze molto alte e sublimi della divinità e per mezzo di trasporti d’amore molto più insoliti e straordinari di quelli che si hanno abitualmente. Dice quindi: Nasconditi, Diletto.
3. Intende dire: amato Sposo mio, raccogliti nel più intimo della mia anima; comunicati a lei segretamente; manifestale le tue meraviglie nascoste, che nessun occhio mortale ha mai contemplato. Il tuo viso volgi alle montagne.
4. Il volto di Dio è la sua divinità e le montagne rappresentano le potenze dell’anima: memoria, intelletto e volontà. Ciò vuol dire: rivesti con la tua divinità il mio intelletto, dandogli l’intelligenza delle verità divine; rivesti anche la mia volontà, donandole e comunicandole l’amore divino; rivestine, infine, la mia memoria, offrendole il possesso della gloria divina. In questo modo l’anima chiede tutto ciò che può chiedere, perché non si contenta più di una conoscenza e di una comunicazione di Dio simili a quelle concesse a Mosè quando lo vide di spalle (Es 33,23), il che significa conoscere Dio attraverso i suoi effetti e le sue opere. Ma l’anima vuole vedere il volto di Dio, cioè possedere una conoscenza essenziale della divinità senza intermediari, per un certo contatto con la divinità stessa; questa è cosa del tutto estranea ai sensi e agli accidenti, trattandosi di un contatto tra la sostanza pura dell’anima e quella della divinità. Per questo l’anima aggiunge immediatamente: non cercar di parlare.
5. Ciò vuol dire: non cercar di parlare come prima, quando le comunicazioni che mi concedevi erano tali da passare attraverso i sensi esterni. Si trattava allora di grazie non tanto elevate né profonde, così che essi potessero riceverle. Ora invece ti chiedo che tali comunicazioni siano talmente elevate, sostanziali e intime da essere ignote ai sensi, e che questi restino nell’impossibilità di percepirle. La sostanza spirituale, infatti, non può essere comunicata ai sensi, quindi tutto ciò che è comunicato ai sensi, soprattutto in questa vita, non può essere puro spirito, perché essi non ne sono capaci. A questo punto l’anima, desiderando questa comunicazione di Dio così sostanziale ed essenziale che trascende i sensi, chiede allo Sposo di non cercare di parlarne. Il che significa: sia tale la profondità di questo nascondiglio di unione spirituale che i sensi non riescano né a dirla né a sentirla, come i segreti uditi da san Paolo che non era lecito ad alcuno ripetere(2Cor 12,4). Ma guarda le compagne.
6. Il guardare di Dio è amare e concedere grazie. Le compagne che l’anima chiede a Dio di guardare sono la moltitudine delle virtù, dei doni, delle perfezioni e delle altre ricchezze spirituali che egli ha posto in lei come pegni, regali e gioielli di fidanzata. Ella sembra dunque dirgli: volgiti piuttosto, o mio Diletto, verso l’intimo della mia anima; guarda con amore le ricchezze che hai dato come compagne all’anima mia, perché, innamorandoti di lei per mezzo loro, tu ti nasconda e ti stabilisca in essa. È vero che tali virtù sono tue, ma dal momento che le hai donate alla mia anima sono anche di lei che va per isole lontane.
7. Sono cioè della mia anima, che sale a te per mezzo di conoscenze straordinarie, per modi e vie inusitate ed estranee a tutti i sensi e alla maniera ordinaria di conoscere. La sposa sembra dunque dire, quasi per obbligarlo: poiché la mia anima si eleva a te attraverso conoscenze spirituali, inusitate ed estranee ai sensi, degnati di comunicarti anche a me in modo così intimo e sublime da essere estraneo a tutti loro.
8/2/2013 6:30 PM
 
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Annotazione per le strofe seguenti
STROFE 20 e 21
1. Per raggiungere uno stato così alto di perfezione come quello desiderato qui, cioè il matrimonio spirituale, non basta che l’anima sia monda e purificata da tutte le imperfezioni, ribellioni e abitudini imperfette proprie della parte inferiore, la quale, spogliata dell’uomo vecchio, è ormai tutta sottomessa a quella superiore. L’anima ha pure bisogno di una grande forza e di un amore sublime per poter ricevere un abbraccio così forte e intimo da parte di Dio. In questo stato, infatti, l’anima raggiunge non solo un alto grado di purezza e di bellezza, ma anche una forza formidabile, a motivo dell’intimo e forte vincolo che si stringe tra lei e Dio tramite questa unione.
2. Per poter giungere a Dio, occorre che l’anima abbia conseguito il necessario grado di purezza, di forza e d’amore. Per questo motivo lo Spirito Santo, che è colui che interviene e realizza quest’unione spirituale, desiderando che l’anima arrivi ad avere le qualità per meritarla, parlando con il Padre e il Figlio, nel Cantico dice: Una sorella piccola abbiamo, e ancora non ha seni. Che faremo per la nostra sorella nel giorno in cui se ne parlerà? Se fosse un muro, le costruiremmo sopra un recinto d’argento; se fosse una porta, la rafforzeremmo con tavole di cedro(Ct 8,8-9). Qui per recinto d’argento s’intendono le virtù forti ed eroiche, rivestite di fede, rappresentata dall’argento. Queste virtù eroiche appartengono già al matrimonio spirituale e si fondano sull’anima forte, designata qui dal muro, al cui riparo può riposare serenamente lo Sposo senza essere disturbato da nessuna debolezza. Per tavole di cedro s’intendono gli affetti e le espressioni dell’amore sublime, qui rappresentato dal cedro, ed è l’amore proprio del matrimonio spirituale. Per essere adornata di tutto ciò, è necessario che la sposa sia porta, cioè che lasci entrare lo Sposo, aprendogli la porta della volontà con un totale e autentico sì d’amore, che è il sì del fidanzamento, espresso prima del matrimonio spirituale; i seni della sposa rappresentano l’amore perfetto che essa deve avere per comparire davanti allo Sposo Cristo e consumare il matrimonio.
3. Il Cantico dei Cantici, però, dice che la sposa, spinta dal desiderio di quest’incontro, rispose subito: Io sono come un muro e i miei seni sono come torri! (Ct 8,10), che è come dire: la mia anima è così forte e il mio amore tanto sublime da non esservi ostacoli per tale incontro. Ciò è quanto l’anima sposa, spinta dal desiderio di questa unione e trasformazione perfetta, è andata esprimendo nelle strofe precedenti, soprattutto in quella appena commentata, nella quale espone allo Sposo le virtù e le splendide attitudini che ha ricevuto da lui, quasi a obbligarlo ancora di più. Per questo lo Sposo, volendo portare a termine l’opera, pronuncia le due strofe seguenti, nelle quali completa la purificazione dell’anima, la rende forte e la prepara per tale stato, sia nella parte sensitiva che in quella spirituale, liberandola da tutte le contrarietà e le ribellioni, tanto della parte sensitiva quanto del demonio.
O leggerissimi uccelli,
leoni, cervi, daini saltatori,
monti, valli, riviere,
acque, venti, ardori
e delle notti vigili timori:
io, per le soavi lire
e il canto di sirene, vi scongiuro:
cessino le vostre ire
e non battete al muro,
ché la sposa dorma più sicura.
SPIEGAZIONE
4. In queste due strofe lo Sposo Figlio di Dio dona all’anima sposa il possesso della pace e della tranquillità, rendendo la parte inferiore conforme a quella superiore: la purifica da tutte le sue imperfezioni, mettendo sotto controllo le potenze e le facoltà naturali dell’anima e acquietando tutte le altre passioni, di cui si fa menzione nelle due strofe citate. Il significato è il seguente. Anzitutto lo Sposo scongiura e ordina alle divagazioni inutili della fantasia e dell’immaginazione di cessare in avvenire. Riduce, inoltre, a ragione le due potenze naturali, quella irascibile e quella concupiscibile, che prima affliggevano alquanto l’anima. Eleva, poi, a una funzione perfetta, per quanto è possibile in questa vita, le tre potenze dell’anima, cioè la memoria, l’intelletto e la volontà. Oltre a ciò, scongiura e comanda alle quattro passioni dell’anima, che sono la gioia, la speranza, il dolore e il timore, di restare d’ora innanzi calme e sottomesse alla ragione. Tutte queste cose sono significate dai termini che troviamo nella prima strofa. Lo Sposo fa in modo che cessino tutte le moleste attività e le inquietudini di queste forze, grazie a una grande dolcezza, un grande diletto e una grande forza che l’anima possiede nella comunicazione e nel dono spirituale che Dio le fa di sé in questo periodo. Poiché Dio trasforma vivamente l’anima in sé con questo dono, tutte le potenze, le passioni e le inquietudini dell’anima perdono la loro naturale imperfezione e si trasformano in divine. Per questo lo Sposo dice: O leggerissimi uccelli.
8/2/2013 6:31 PM
 
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Cantico Spirituale
(B)
Sezione 3

Annotazione per la strofa seguente

STROFA 28

1. Poiché ho detto che Dio non si serve di nient’altro che dell’amore, prima di spiegare la strofa seguente sarà opportuno dirne la ragione: tutte le nostre azioni e le nostre fatiche, per quanto grandi, non sono nulla dinanzi a Dio. Con esse, infatti, non possiamo dargli nulla né appagare il suo desiderio, che è quello di elevare l’anima. Per sé egli non desidera nulla di questo, perché non ne ha bisogno, e quindi, se si serve di qualcosa, è solo per elevare l’anima. Ora, poiché non ha altro modo per esaltarla che renderla uguale a sé, si serve dell’amore che nutre per lei solo a questo scopo; la proprietà dell’amore, infatti, è rendere uguale colui che ama alla cosa amata. E giacché, in questo stato, l’anima possiede l’amore perfetto, è chiamata sposa el Figlio di Dio, cioè fatta uguale a lui. In questa uguaglianza d’amicizia i due hanno tutto in comune, come lo stesso Sposo disse ai suoi discepoli: Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi (Gv 15,15). Dice, dunque, la strofa:
L’alma mia s’è data
con tutta la ricchezza al suo servizio;
non pasco più le greggi,
non ho più altro uffizio:
solo in amar è il mio esercizio.
SPIEGAZIONE
2. Nella strofa precedente l’anima, o meglio, la sposa ha detto che si è donata tutta allo Sposo senza riservare nulla per sé; nella presente strofa mostra in che modo ha mantenuto la promessa. La sua anima ormai, ella dice, il suo corpo, le sue facoltà e tutta la sua abilità non sono più impiegate in altre cose, ma solo per la gloria del suo Sposo. Ella non cerca più il proprio tornaconto né i suoi gusti personali, né tanto meno si occupa in cose e azioni estranee o contrarie a Dio. Anche nei suoi rapporti con Dio non segue altro stile o comportamento che l’esercizio dell’amore, perché ormai ha trasformato tutto il suo agire in amore, come ora si dirà. L’alma mia s’è data.
3. Dicendo che la sua anima si è data, la sposa ricorda il dono che ha fatto di se stessa all’Amato in quest’unione d’amore. È qui che ella si è dedicata e consacrata al suo servizio con tutte le sue facoltà, con il suo intelletto, la sua volontà e la sua memoria. Ha impiegato il suo intelletto nel conoscere ciò che concorre di più alla gloria di Dio e compierlo; applica la sua volontà nell’amare tutto ciò che piace a Dio e nel volgere in tutte le cose l’affetto della volontà a Dio. Si serve, infine, della sua memoria e della sua sollecitudine per ricercare la gloria di Dio e ciò che gli è più gradito. E aggiunge: con tutta la ricchezza al suo servizio.
4. Per tutta la ricchezza l’anima qui intende tutto ciò che appartiene alla parte sensitiva. In questa parte sensitiva è incluso il corpo con tutti i suoi sensi e le sue potenze, sia interiori che esteriori, e tutte le capacità naturali, cioè le quattro passioni, gli appetiti naturali e le altre ricchezze dell’anima. Dice che ha già consacrato tutto questo al servizio dell’Amato, insieme alla parte razionale e spirituale dell’anima, di cui si è parlato nel verso precedente. Il corpo non si occupa che delle cose divine, mentre l’anima dirige e governa i sensi interni ed esterni facendo convergere in Dio le loro azioni. Quanto alle quattro passioni, esse sono ben occupate in Dio: l’anima non gode se non di Dio, non spera in nient’altro che in Dio, teme solo Dio, si rattrista solo secondo Dio. Tutti i suoi desideri e le sue attenzioni sono rivolte esclusivamente a Dio.
5. Tutta questa ricchezza è impegnata e indirizzata a Dio, anche se l’anima non se ne rende conto, così che tutte le sue parti già nei primi movimenti si portano ad agire in Dio e per Dio; l’intelletto, la volontà e la memoria si rivolgono immediatamente a Dio; gli affetti, i sensi, i desideri, gli appetiti, la speranza, la gioia, insomma, tutto quanto l’anima possiede, tendono istintivamente a Dio, anche se, ripeto, l’anima non si rende conto che sta agendo per Dio. In questa situazione, quindi, l’anima agisce molto spesso per Dio e pensa a lui e alle cose che lo riguardano senza accorgersene e senza ricordarsene. L’uso e l’abitudine acquisiti in simile modo di procedere ormai fanno sì che l’anima non abbia più bisogno dell’attenzione, della sollecitudine o degli atti di fervore che prima soleva far precedere alle sue azioni. Dal momento che tutte le sue ricchezze sono ormai impiegate per il servizio di Dio nel modo suddetto, l’anima gode necessariamente anche del favore indicato nel verso che segue: non pasco più le greggi.
6. Questa espressione vuol dire: non vado più dietro ai miei gusti e ai miei istinti; li ho riposti in Dio e a lui li ho consacrati; la mia anima non li pascola più né li conserva per sé. E non dice solo che non pasce più le greggi, ma aggiunge anche: non ho più altro uffizio.
7. L’anima soleva impegnarsi in molti compiti inutili, con cui cercava di servire il proprio e l’altrui desiderio, prima di arrivare a fare questa totale donazione di sé e delle sue ricchezze all’Amato. Tutte le abitudini imperfette che aveva, erano altrettante occupazioni. Tali abitudini potevano essere: parlare di cose inutili, pensarle e anche farle, non comportandosi in questo secondo la perfezione. L’anima suole avere anche altre tendenze viziose per servire gli appetiti altrui, come ostentazioni, complimenti, adulazioni, forme di rispetto umano, cercare di ben figurare e di piacere alla gente nelle proprie azioni e molti altri atteggiamenti del tutto inutili con cui cerca di piacere alla gente, impiegandovi sollecitudine, desideri e opere, in breve, tutta la sua ricchezza. Dice di non fare più nulla di tutto questo, perché tutte le sue parole, i suoi pensier e le sue azioni sono ormai di Dio e a lui solo rivolte, non avendo più le imperfezioni che soleva avere. È come se dicesse: non cerco più di compiacere le mie tendenze viziose né quelle altrui, né mi occupo o m’impegno in passatempi inutili né nelle vanità del mondo, perché solo in amar è il mio esercizio.
8. Ecco il significato di questa espressione: tutte queste occupazioni sono impiegate nell’esercizio dell’amore di Dio, cioè tutte le capacità della mia anima e del mio corpo, memoria, intelletto e volontà, sensi interni ed esterni, appetiti della parte sia sensitiva che spirituale, tutto si muove per amore e nell’amore, perché tutto quanto faccio, lo faccio per amore, e tutto quanto soffro, lo soffro per amore. Questo voleva dire Davide con le parole: Custodirò per te la mia forza (Sal 58,10 Volg.).
9. Bisogna ricordare che quando l’anima arriva a questo stato, tutto ciò che compie con la sua parte spirituale e con quella sensitiva, le sue azioni come le sue sofferenze, in qualunque modo avvengano, tutto le procura un amore e un diletto in Dio sempre più intensi. Lo stesso esercizio della preghiera e della conversazione con Dio, che prima era solita tenere su altri argomenti e in altri modi, ora è esclusivamente esercizio d’amore. Per cui, sia che si interessi delle cose temporali che di quelle spirituali, quell’anima può sempre dire che il suo esercizio consiste solo nell’amare.
10. Felice vita, felice stato! Beata l’anima che vi arriva! Là tutto è ormai sostanza d’amore, gioia e delizie del matrimonio, dove la sposa, in tutta verità, può dire allo Sposo divino quelle parole di puro amore che gli rivolge nel Cantico dei Cantici: Tutti i frutti freschi e secchi, li ho serbati per te (Ct 7,13 Volg.). In altri termini: Amato mio, tutto ciò che è aspro e faticoso io lo voglio per amor tuo, e tutto ciò che è dolce e soave io voglio offrirlo a te. Ma il significato pieno di questo verso è il seguente: l’anima, in questo stato di matrimonio spirituale, abitualmente vive in unione d’amore con Dio; la sua volontà sperimenta la presenza amorosa di Dio.
[Edited by Coordinatrice 8/2/2013 6:31 PM]
8/2/2013 6:32 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 29
1. Effettivamente quest’anima è perduta a tutte le cose del mondo e conquistata solo all’amore: null’altro occupa più il suo spirito. Per questo motivo essa si astiene da tutto ciò che concerne la vita attiva e da ogni attività esterna, per compiere quell’unica cosa che, secondo lo Sposo, è necessaria (Lc 10,42), cioè l’attenzione e il continuo esercizio d’amore in Dio. Egli apprezza quest’unica cosa al punto che rimproverò Marta che voleva allontanare Maria dai suoi piedi per occuparla in altre faccende al servizio del Signore, convinta di fare tutto lei, mentre Maria non faceva nulla, perché se ne stava a godere ai piedi del Signore. Invece è vero tutto il contrario, perché non esiste opera più grande o più necessaria dell’amore. Per questo, anche nel Cantico dei Cantici, lo Sposo difende la sposa, scongiurando tutte le creature del mondo, rappresentate lì dalle figlie di Gerusalemme, di non impedire alla sposa il sonno spirituale d’amore, di non destarla, né di farle aprire gli occhi ad altra cosa, finché essa non lo voglia (Ct 3,5).
2. Occorre notare che, fin quando l’anima non ha ancora raggiunto questo stato d’unione amorosa, le conviene esercitare l’amore sia nella vita attiva che in quella contemplativa. Ma una volta raggiunto tale stato, non è opportuno che si occupi di altre opere e attività esteriori che le possano impedire, anche minimamente, quella presenza d’amore in Dio, per quanto possano essere molto utili al servizio di Dio. Difatti è più prezioso agli occhi di Dio ed è più utile alla Chiesa un briciolo di quest’amore che tutte le altre opere messe insieme, quantunque sembri non faccia nulla. Per questo Maria Maddalena, sebbene con la sua predicazione facesse molto bene, come di fatto ne fece molto in seguito, tuttavia per il grande desiderio di riuscire gradita al suo Sposo e di giovare alla Chiesa si nascose per trent’anni nel deserto, per dedicarsi interamente a quest’amore, convinta che in tal modo avrebbe giovato di più; un pizzico di quest’amore, infatti, giova e serve moltissimo alla Chiesa.
3. Se dunque un’anima avesse un po’ di quest’amore solitario, si farebbe un grave torto a lei e alla Chiesa se la si volesse, anche per poco, occupare in cose e attività esteriori, per quanto molto importanti. Poiché Dio scongiura che non la sveglino da quest’amore, chi oserà farlo senza esserne rimproverato? In fondo, siamo stati creati per questo fine d’amore. Prestino bene attenzione, allora, le persone molto attive, che credono di abbracciare il mondo con la loro predicazione e le loro opere esteriori. Pensino che gioverebbero di più alla Chiesa e riuscirebbero più gradite a Dio se, a prescindere dal buon esempio che darebbero, impiegassero almeno metà del loro tempo nello stare con Dio in preghiera, anche se non avessero raggiunto un grado così elevato di preghiera come quello descritto qui. In questo caso otterrebbero di più – e con minor fatica – con un’opera sola anziché con mille, per il merito della preghiera e per le forze spirituali che in essa si acquisiscono. In caso contrario, sarà come battere l’aria o fare poco più che nulla, a volte proprio nulla o addirittura si reca danno. Dio non voglia che il sale cominci a diventare insipido (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34-35). Così, quanto alle persone molto attive, anche se esternamente sembrerà che facciano qualcosa, in sostanza non faranno nulla, poiché è certo che le opere buone non si possono compiere se non in virtù di Dio.
4. Oh, quanto si potrebbe scrivere qui su tale argomento! Ma non è questo il luogo adatto. Ho detto ciò per far capire la strofa che segue. Qui, infatti, l’anima risponde da sé a tutti coloro che criticano questo suo santo ozio e vogliono che tutto sia attività, che brilli e riempia esternamente l’occhio; essi non capiscono la vena e la fonte occulta da dove scaturisce l’acqua e sboccia ogni frutto. Dice infatti la strofa:
Se d’oggi in poi al prato
non fossi più veduta né trovata,
direte che mi son perduta,
che, errando innamorata,
volli perdermi e venni conquistata.
SPIEGAZIONE
5. In questa strofa l’anima risponde a un rimprovero tacito che le persone del mondo di solito muovono a coloro che si consacrano per davvero a Dio. Li si accusa di essere esagerati nel distinguersi dagli altri; li si rimprovera per la loro separazione dal mondo e per il loro comportamento, ritenendoli inutili per gli affari importanti e persi per tutto ciò che il mondo apprezza e stima. L’anima risponde molto bene a questa critica, facendo fronte molto coraggiosamente a questo e a tutto quanto il mondo potrebbe imputarle, perché, giunta ormai al cuore dell’amore di Dio, ritiene tutto il resto poca cosa. Non solo; ma in questa stessa strofa essa confessa e si gloria d’essersi dedicata a simili cose, rinunciando al mondo e a se stessa per il suo Amato. Così – è quanto vuole dire in questa strofa – parlando con le persone del mondo dice che, se ormai non la vedono più intenta ai soliti rapporti e passatempi che prima le erano abituali nel mondo, credano e dicano pure che si è persa e si è estraniata da loro. Ritiene un bene così grande tutto questo, che essa stessa si è voluta perdere, per andare alla ricerca del suo Amato, profondamente innamorata di lui. Affinché vedano il guadagno che essa trae da ciò che si considera perdita, e perché non lo ritengano una stoltezza o un’illusione, aggiunge che questa perdita è divenuta il suo guadagno e per questo si è voluta perdere di proposito. Se d’oggi in poi al prato non fossi più veduta né trovata.
6. Per prato ordinariamente s’intende un luogo comune dove la gente è solita radunarsi per riposare e svagarsi e anche dove i pastori pascolano i loro greggi. Qui l’anima per prato intende il mondo, dove quelli che gli appartengono hanno i loro passatempi e le loro relazioni, un vero e proprio pascolo per i greggi dei loro appetiti. L’anima dice quindi alle persone del mondo che se non sarà più veduta né trovata lì, come quando non era tutta di Dio, la ritengano pure persa e lo dicano, perché essa ha piacere che lo dicano: direte che mi son perduta.
7. Chi ama Dio non arrossisce, dinanzi al mondo, per le opere che compie per lui, né le nasconde per vergogna, anche se tutti gliele dovessero contestare. Chi si vergognerà di fronte agli uomini di riconoscere il Figlio di Dio, tralasciando le sue opere, come afferma per bocca di san Luca, lo stesso Figlio di Dio si vergognerà di riconoscerlo di fronte a suo Padre (Lc 9,26). Pertanto l’anima, spinta dall’amore, si vanta di essere vista mentre compie, per la gloria del suo Amato, un’opera per la quale si è persa a tutte le cose del mondo; e per questo esclama: direte che mi son perduta.
8. Poche persone spirituali mostrano questo coraggio e questa determinazione perfetta nelle loro opere. Indubbiamente alcune pensano di seguire questo atteggiamento e credono addirittura di essere molto avanzate, tuttavia non arrivano mai a perdersi su alcuni punti riguardanti il mondo o la loro propria natura. Esse non compiono per Cristo opere che siano perfette e testimonino il distacco assoluto, non badando a ciò che diranno o penseranno gli altri. Così non potranno asserire: direte che mi son perduta, perché non sono perse a se stesse nelle loro opere. Hanno ancora vergogna di confessare Cristo con le loro opere di fronte agli uomini, perché schiave del rispetto umano. In realtà, non vivono pienamente la vita in Cristo. Che, errando innamorata…
9. Vale a dire: innamorata di Dio, io pratico tutte le virtù, volli perdermi e venni conquistata.
10. Conoscendo l’espressione evangelica dello Sposo: Nessuno può servire a due padroni, l’anima sa che necessariamente deve lasciarne uno da parte (Mt 6,24). Aggiunge inoltre che, per non perdere Dio, si è voluta perdere a tutto ciò che non è Dio, cioè a tutte le altre cose e a se stessa, perdendosi a tutto questo per amor suo. Chi è davvero innamorato, è disposto a perdere tutto il resto per ritrovarsi con più guadagno in colui che ama. Per questo l’anima dice che si è voluta perdere di sua volontà. Si è perduta in due modi: prima a se stessa, non badando a sé in nessuna cosa, ma solo all’Amato, consacrandosi a lui di buon grado senza alcun interesse personale o benché minimo tornaconto. In secondo luogo, si è perduta a tutte le cose create, non tenendo conto di nulla, se non di ciò che riguarda l’Amato. Questo significa volersi perdere, cioè aver voglia di essere conquistata.
11. Così si comporta l’innamorato di Dio: non cerca guadagno o premio, ma vuole solo perdere tutto e anche se stesso, liberamente, per Dio, e questo lo considera suo guadagno. E di fatto è così, come dice san Paolo: Mori lucrum (Fil 1,21), cioè il mio morire per Cristo è il mio guadagno. Naturalmente si tratta di una morte spirituale a tutte le cose terrene e a se stessi. Per questo l’anima dice: venni conquistata, perché chi non sa perdere se stesso, non sa guadagnare se stesso, anzi si perde, come dice nostro Signore nel vangelo: Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà (Mt 16,25). Volendo interpretare questo versetto in un senso più spirituale e più in linea con il nostro argomento, è opportuno sapere quanto segue: quando l’anima, progredendo nella via spirituale, è giunta al punto di distaccarsi da tutti i metodi e mezzi naturali di cui si serviva nel suo rapporto con Dio, tanto da non cercarlo più attraverso considerazioni, forme, sentimenti o altri mezzi forniti ad essa dalle creature e dai sensi, ma ha superato tutto questo e ogni altro mezzo umano per intrattenersi con Dio in fede e amore, allora si può dire che ha veramente guadagnato Dio. In realtà, si è persa per davvero a tutto ciò che non è Dio e a tutto ciò che è in se stessa.
8/2/2013 6:32 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 30
1. Quando l’anima è conquistata in questo modo, tutto ciò che fa è per lei un guadagno, perché tutta la forza delle sue potenze è trasformata in rapporto spirituale con l’Amato nel segno di un amore intimo assai dolce. All’interno di quest’amore, l’intima comunione tra Dio e l’anima genera un diletto così delicato e sublime che lingua mortale non può esprimerlo né intelletto umano può comprenderlo. La sposa nel giorno delle nozze non pensa ad altro se non alla festa e al piacere d’amore e a mettere in mostra tutti i suoi gioielli e le sue grazie per riuscire gradita e piacevole allo sposo, e lo sposo fa altrettanto, mettendo in mostra le sue ricchezze e le sue qualità, per farle festa e rallegrarla. Così avviene in questo sposalizio spirituale: l’anima prova realmente ciò che dice la sposa nel Cantico dei Cantici: Io sono per il mio Diletto, ed egli è tutto per me (Ct 7,10 Volg.); le virtù e le grazie dell’anima sposa e le magnificenze e le grazie dello Sposo Figlio di Dio vengono messe in luce per celebrare le nozze di questo matrimonio, dove i beni e i diletti dei due vengono messi in comune con vino di soave amore nello Spirito Santo. Per dimostrare questo, parlando con lo Sposo, l’anima dice:
Di fiori e di smeraldi,
scelti nelle fresche mattinate,
intesserem ghirlande,
nel tuo amore sbocciate
e da un capello mio tutte legate.
SPIEGAZIONE
2. In questa strofa la sposa si rivolge di nuovo allo Sposo per parlargli d’amore e godere della sua presenza. Gli parla della gioia e delle delizie, di cui lei e il Figlio di Dio godono nel possedere in comune ricchezze, virtù e doni che appartengono a entrambi. Gli parla, altresì, dell’uso che fanno di tutto questo patrimonio, scambiandosi a vicenda il loro amore. Per questo, rivolgendosi a lui, gli dice che intrecceranno ghirlande ricche di doni e di virtù, acquisite e meritate in un tempo propizio e favorevole. Saranno ghirlande piene di bellezza e di grazia che lo Sposo nel suo amore nutre per la sposa, sostenute e conservate nell’amore che la sposa nutre per lo Sposo. Questo è il motivo per cui godere delle virtù significa intrecciare ghirlande, perché tutte unite, come fiori nelle ghirlande, le possano godere entrambi nell’amore reciproco. Di fiori e di smeraldi.
3. I fiori sono le virtù dell’anima e gli smeraldi i doni ricevuti da Dio. Ora, questi fiori e smeraldi sono stati scelti nelle fresche mattinate.
4. Vale a dire: sono stati guadagnati e acquisiti in gioventù, simboleggiata dalle fresche mattinate della vita. L’anima dice di averli scelti perché le virtù che si acquisiscono nella giovinezza sono preziose e molto gradite a Dio. È il tempo in cui c’è grande opposizione da parte dei vizi contro l’acquisizione di tali virtù, e d’altra parte la natura è più facilmente inclinata a perderle. Dice di aver colto queste virtù anche perché, cominciando sin dalla giovinezza, le virtù che si acquisiscono sono molto più perfette e preziose. Chiama gli anni della gioventù fresche mattinate perché, come in primavera la freschezza del mattino è più gradevole delle altre parti del giorno, così le virtù della giovinezza sono più gradite dinanzi a Dio. Per fresche mattinate possiamo intendere anche gli atti d’amore per mezzo dei quali si acquisiscono le virtù; essi sono più graditi a Dio di quanto non lo siano i freschi mattini ai figli degli uomini.
5. Per fresche mattinate, inoltre, qui s’intendono le opere fatte nell’aridità e nelle difficoltà spirituali, rappresentate dal freddo delle mattine d’inverno. Queste opere, compiute per Dio nell’aridità di spirito e nel dolore, sono molto gradite ai suoi occhi, perché giovano tantissimo per l’acquisto delle virtù e dei doni. Le virtù acquisite in mezzo a queste difficoltà e prove sono, generalmente, molto più preziose, perfette e solide di quelle acquisite tra le gioie e le consolazioni spirituali. La virtù attecchisce nell’anima al tempo dell’aridità, delle difficoltà e delle prove, come disse Dio a san Paolo: La virtù si fa perfetta nella debolezza (2Cor 12,9). Per esaltare, allora, l’eccellenza delle virtù destinate a intrecciare le ghirlande per l’Amato, giustamente è detto che sono scelte nelle fresche mattinate, dal momento che l’Amato si compiace grandemente soltanto dei fiori e degli smeraldi delle virtù e dei doni scelti e perfetti, non di quelli imperfetti. Per questo l’anima sposa qui dice che con essi intesserem ghirlande.
6. Per ben comprendere questo verso, occorre sapere che tutte le virtù e i doni che l’anima e Dio in lei acquisiscono, nell’anima stessa formano come una ghirlanda di vari fiori che le conferiscono una straordinaria bellezza, come se indossasse una veste molto preziosa. Per comprenderlo ancora meglio, si ricordi che come i fiori naturali, via via raccolti, vanno intrecciati nella ghirlanda che essi formano, così le virtù e i doni che si acquisiscono a poco a poco vanno stabilendosi nell’anima. Una volta acquisiti virtù e doni, tutta la ghirlanda della perfezione nell’anima è ultimata. L’anima e lo Sposo, allora, godono della bellezza e dello splendore di questa ghirlanda, proprio come nello stato di perfezione. Queste sono le ghirlande che la sposa, dice, deve intrecciare insieme allo Sposo. Ella deve cingersi e circondarsi di questa varietà di fiori e di smeraldi, ossia di virtù e di doni perfetti, perché sia degna di comparire, rivestita di questo splendido e prezioso ornamento, dinanzi al Re e meritare che egli la renda uguale a sé, facendola sedere regina al suo fianco. È per la rarità della sua bellezza che ha meritato quest’onore. Per questo Davide, rivolgendosi a Cristo, dice a tale proposito: Astitit regina a dextris tuis in vestitu depurato, circumdata variegate: Alla tua destra sta la regina con veste ricamata d’oro e coperta d’ornamenti (Sal 44,10 Volg.). Detto in altri termini, significa: si è seduta alla tua destra, vestita d’amore perfetto e circondata dalla varietà di doni e di virtù perfette. Non dice: io sarò sola a fare ghirlande, e nemmeno: le farai tu da solo, ma: le faremo insieme. L’anima, infatti, non può praticare né raggiungere le virtù da sola senza l’aiuto di Dio, né Dio le può attuare nell’anima senza il suo concorso. È vero che san Giacomo dice che ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Gc 1,17), tuttavia, per ricevere questi doni, l’anima deve prepararsi e collaborare. Perciò la sposa dice allo Sposo, nel Cantico dei Cantici: Attirami dietro a te, corriamo! (Ct 1,4). Ciò vuol dire che il movimento verso il bene può venire soltanto da Dio, come si dà a intendere qui. Ma, dice lo Sposo, che non corre solo lui e neppure solo la sposa, bensì corrono tutti e due insieme, ciò che vuol significare l’opera congiunta di Dio e dell’anima.
7. Questo versetto si applica molto bene alla Chiesa e a Cristo. In esso la Chiesa, sua sposa, rivolgendosi a lui, dice: intesserem ghirlande. Per ghirlande ella intende tutte le anime sante generate da Cristo nella Chiesa. Ciascuna di esse è come una ghirlanda ornata di fiori, cioè di virtù e di doni, e tutte insieme sono una ghirlanda per il capo dello Sposo, Cristo. Queste belle ghirlande possono significare anche quelle che con altro nome vengono dette aureole, anch’esse formate da Cristo e dalla sua Chiesa; possono essere di tre forme. La prima è composta dai bei fiori bianchi di tutte le vergini, ciascuna con la sua aureola di verginità; tutte insieme formano un’aureola che ornerà il capo di Cristo Sposo. La seconda aureola è formata dai fiori splendenti dei santi dottori; tutti insieme saranno un’aureola che cingerà il capo del Cristo, al di sopra dell’aureola delle vergini. La terza aureola è quella dei rossi garofani dei martiri, ognuno con la sua aureola di martire; tutti insieme daranno la perfezione ultima all’aureola di Cristo Sposo. Ornato di queste tre aureole, Cristo Sposo apparirà splendente di bellezza e di grazia tanto che in cielo si dirà ciò che la sposa dice nel Cantico dei Cantici: Uscite, figlie di Sion, guardate il re Salomone con la corona che gli pose sua madre nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore (Ct 3,11). Intrecceremo poi, dice, queste ghirlande nel tuo amore sbocciate.
8. Il fiore delle buone opere e delle virtù è la grazia e il vigore che esse ricevono dall’amore di Dio. Senza quest’amore non solo non sarebbero fiorite, ma sarebbero tutte secche e senza alcun valore di fronte a Dio, anche se umanamente perfette. Ma poiché Dio concede la sua grazia e il suo amore, le opere sono sbocciate nel suo amore e da un capello mio tutte legate.
9. Questo capello significa la volontà e l’amore dell’anima per l’Amato, amore che ha e svolge la funzione del filo nella ghirlanda. Come il filo lega e fissa i fiori di una ghirlanda, così l’amore dell’anima lega e fissa le virtù nell’anima e ve le sostiene. Difatti san Paolo dice che la carità è il vincolo della perfezione (Col 3,14). Le virtù e i doni soprannaturali sono così strettamente dipendenti dall’amore dell’anima che, se si spezzasse questo filo, venendo meno l’amore a Dio, immediatamente si separerebbero tutte le virtù dall’anima e sparirebbero, come appunto cadono i fiori della ghirlanda quando si spezza il filo che li teneva insieme. Non basta quindi che Dio ci ami per donarci le virtù, ma è necessario che anche noi lo amiamo per riceverle e conservarle. L’anima parla di un capello solo e non di molti, per far comprendere che ormai la sua volontà è unicamente per l’Amato e che è distaccata da tutti gli altri capelli, cioè da tutti gli amori estranei e lontani da Dio. In questo modo esalta il valore e il prezzo di queste ghirlande di virtù. Quando, infatti, l’amore si porta unicamente e tutto intero verso Dio, come l’anima dice qui, anche le virtù sono perfette, compiute e tutte fiorite nell’amore divino, perché, a questo punto, l’amore che Dio nutre per l’anima è inestimabile, secondo quanto ella stessa sente.
10. Se volessi far comprendere la bellezza dell’intreccio di questi fiori di virtù e di questi smeraldi fra loro, o dire qualcosa della forza e della maestà che la loro ordinata composizione conferisce all’anima o della grazia splendente con cui l’adorna questo stupendo vestito, non troverei parole né termini per farlo. Nel libro di Giobbe Dio dice del demonio che il suo corpo è come scudi di metallo fuso, munito di squame così strette e aderenti l’una all’altra, sì che l’aria fra esse non passa (Gb 41,7-8 Volg.). Se, dunque, il demonio ha in sé tanta forza, perché vestito di malizie intrecciate e saldate fra loro, rappresentate dalle squame che nel suo corpo sono come scudi di metallo fuso, mentre le malizie di per sé sarebbero debolezza, quanta sarà la forza di quest’anima vestita di forti virtù, così unite e intrecciate fra loro da non lasciare adito ad alcuna bruttezza o imperfezione? Ognuna di esse aggiunge la propria forza alla forza dell’anima e la propria bellezza alla sua bellezza, arricchendole del proprio pregio, aggiungendole, tra l’altro, nobiltà e grandezza con la propria maestà. Quanto apparirà meravigliosa allo sguardo spirituale quest’anima sposa acconciata di questi doni alla destra del Re suo Sposo! Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe!, dice di lei lo Sposo nel Cantico dei Cantici (Ct 7,2). La chiama figlia di principe per esprimere il principato di cui è investita. Se dice che sono belli i suoi piedi, quanto più bello sarà il suo vestito!
11. Non stupisce solo la bellezza della veste di questi fiori, ma destano anche stupore la forza e il potere che le conferiscono il loro ordine e la loro disposizione, accresciuti dalla presenza degli smeraldi degli innumerevoli doni divini. Di lei lo Sposo nel Cantico dei Cantici dice: Terribile sei come schiere reali a vessilli spiegati (Ct 6,4). Infatti le virtù e i doni di Dio ricreano per il loro profumo spirituale, ma quando si trovano uniti nell’anima le infondono forza con la loro sostanza. Per questo la sposa del Cantico dei Cantici, debole e malata d’amore, perché non aveva ancora unito e intrecciato questi fiori e questi smeraldi con il capello del suo amore, desiderando essere rinvigorita con quest’unione, la chiede dicendo: Sostenetemi con fiori, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore (Ct 2,5 Volg.). Per fiori intende le virtù e per pomi gli altri doni.
8/2/2013 6:35 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 31
1. Credo sia chiaro come, attraverso l’intreccio di queste ghirlande e il loro consolidarsi in lei, l’anima sposa voglia far comprendere l’unione divina d’amore che esiste tra lei e Dio in questo stato. Lo Sposo, infatti, è rappresentato dai fiori, perché è il fiore dei campi e il giglio delle valli, com’egli stesso dice nel Cantico dei Cantici (2,1 Volg.). Il capello dell’amore dell’anima, come ho detto, unisce e fissa questo fiore delle valli. L’amore, afferma l’Apostolo, è il vincolo della perfezione (Col 3,14), che consiste nell’unione con Dio, e l’anima è il cuscino dove poggiano le ghirlande, perché è il soggetto di questa gloria. Difatti non sembra più quella di prima, ma il fiore perfetto, formato dalla perfezione e dalla bellezza di tutti i fiori. Del resto questo filo d’amore stringe tanto fortemente i due, cioè Dio e l’anima, unendoli, trasformandoli e rendendoli uno per amore, che, sebbene nella sostanza siano diversi, nella gloria e nell’apparenza l’anima sembra Dio e Dio l’anima.
2. Tale è la natura di quest’unione, straordinaria, al di là di ogni dire. Se ne può comprendere qualcosa da ciò che la Scrittura dice di Gionata e Davide nel primo libro di Samuele. Ivi si legge che era tanto profondo l’amore dell’uno per l’altro che l’anima di Gionata s’era talmente legata all’anima di Davide, al punto che Gionata lo amò come se stesso (1Sam 18,1). Se l’amore di un uomo per un altro uomo fu tanto forte da poter così strettamente unire un’anima con un’altra, quanto forte sarà l’unione tra l’anima e Dio Sposo a motivo dell’amore che l’anima ha per Dio stesso! Tanto più che qui Dio è l’amante principale, che con l’onnipotenza del suo amore abissale assorbe l’anima in sé, con più efficacia e forza di un torrente di fuoco su una goccia di rugiada del mattino, che evapora nell’aria. Il capello grazie a cui si realizza quest’unione deve, quindi, essere molto forte e sottile, se con tanta efficacia attraversa le parti che unisce. Per questo l’anima, nella strofa seguente, spiega le qualità di questo bel capello, dicendo:
Solo da quel capello
che sul collo svolazzar vedesti,
sul collo mio mirasti,
incantato rimanesti
e in uno dei miei occhi ti feristi.
SPIEGAZIONE
3. In questa strofa l’anima vuol dire tre cose. La prima è ricordare che l’amore con cui sono unite le virtù è solo l’amore forte, perché esso soltanto può conservarle. In secondo luogo dice che Dio fu fortemente conquistato da questo suo capello, che simboleggia un amore unico e forte. La terza è che Dio si è profondamente innamorato di lei, alla vista della purezza e della saldezza della sua fede. E dice così: Solo da quel capello che sul collo svolazzar vedesti.
4. Il collo significa la forza. Su di esso, dice l’anima, svolazzava il capello dell’amore, amore forte che tiene le virtù intrecciate tra loro. Non basta che quest’amore serva solo a conservare le virtù, occorre altresì che sia forte, perché nessun vizio contrario possa, in qualche modo, recare danno alla ghirlanda della perfezione. Le virtù, infatti, sono intrecciate nell’anima in modo tale che, se venisse a mancarne qualcuna, immediatamente scomparirebbero anche le altre. Dove c’è una virtù, ci sono tutte, ma se una manca, mancano tutte. L’anima dice, dunque, che il capello svolazzava sul collo, perché, grazie alla potenza del collo, quest’amore vola a Dio con forza e leggerezza, senza soffermarsi sulle cose create. Come il vento agita e fa svolazzare sul collo il capello, così il soffio dello Spirito Santo muove e solleva l’amore forte perché spicchi il volo verso Dio. Senza questo soffio divino che spinge le potenze dell’anima all’esercizio dell’amore di Dio, le virtù non agiscono né producono effetto alcuno, anche se sono presenti nell’anima. Aggiungendo che l’Amato vide svolazzare il capello sul suo collo, l’anima fa capire quanto Dio stimi l’amore forte. Qui, infatti, «vedere» sta per guardare in un modo tutto particolare, con attenzione e stima, ciò che cade sotto gli occhi. Ora, l’amore forte attira potentemente gli occhi di Dio perché lo guardino. Il verso continua col dire: sul collo mio mirasti.
5. L’anima dice questo per far comprendere che Dio non solo vede e apprezza quest’amore perché esclusivo, ma lo ama anche, appunto perché lo vede forte: il guardare di Dio è amare, come il suo osservare – ripeto – è stimare ciò che osserva. In questo verso l’anima ripete la parola collo e dice parlando del capello: sul collo mio mirasti, perché questo è il motivo per cui Dio l’amò molto: il vederne la forza. L’anima, in effetti, sembra dire: hai amato questo amore perché forte, libero da ogni pusillanimità o timore e solo, distaccato da ogni altra cosa, dallo slancio agile e pieno di fervore.
6. Finora Dio non aveva fissato quel capello in modo da restarne avvinto, perché non l’aveva visto da solo e staccato da altri amori e appetiti, affetti e soddisfazioni; ancora non svolazzava solo sul collo della fortezza. Ma dopo che, per mezzo di mortificazioni, prove, tentazioni e penitenze, se ne è liberato diventando talmente forte da non essere spezzato da nessuna forza né motivo, allora Dio guarda questo capello, lo prende e con esso unisce i fiori di queste ghirlande; ormai è forte abbastanza per tenerli legati nell’anima.
7. Quali e come siano queste tentazioni e prove e fin dove arrivino perché l’anima possa giungere a questa forza d’amore in cui Dio si unisce ad essa, viene spiegato nel commento alle quattro strofe che cominciano con le parole Fiamma d’amor viva. Avendo attraversato quella fiamma, l’anima ha raggiunto un grado d’amore di Dio tale da meritare l’unione divina. Per questo aggiunge subito: incantato rimanesti.
8. Oh, meraviglia degna di suscitare la nostra ammirazione e la nostra gioia! Dio fatto prigioniero da un capello! IL motivo di questa preziosa cattura sta nel fatto che Dio ha voluto fermarsi a guardare il movimento del capello, come dicono i versi precedenti. Non per niente il guardare di Dio è amore. Se egli, nella sua grande misericordia, non ci avesse guardato e non ci avesse amato per primo, come dice san Giovanni (1Gv 4,10), e non si fosse abbassato, in lui non avrebbe fatto alcuna presa lo svolazzo del capello del nostro misero amore, perché non si sarebbe elevato così in alto da riuscire a catturare quest’uccello divino delle alture. Ma poiché si è abbassato a guardarci e a trascinare in alto il volo del nostro amore (cfr. Dt 32,11), infondendogli coraggio e forza, egli stesso se ne è invaghito e compiaciuto e ne è rimasto avvinto. Questo vuol dire: sul collo mio mirasti, incantato rimanesti. Così possiamo ben credere che l’uccello dal volo basso possa catturare l’aquila reale dal volo sublime, solo se essa stessa scende in basso per farsi prendere. E prosegue: e in uno dei miei occhi ti feristi.
9. Per occhio l’anima intende la fede. Ci parla di uno solo dei suoi occhi e aggiunge che da questo lo Sposo fu ferito, perché se la fede e fedeltà dell’anima verso Dio non fosse semplice, ma fosse mescolata a qualche rispetto umano o a qualche considerazione terrena, non riuscirebbe a ferire d’amore Dio. L’Amato, quindi, dev’essere ferito da un solo occhio e catturato da un solo capello. Ora, se è vero che l’amore che lo Sposo nutre per la sposa è realmente forte quando vede in lei questa fedeltà unica, tanto che si lascia prendere dal capello del suo amore, tuttavia è solo dall’occhio della sua fede che si lascia catturare: tale prigionia d’amore è un nodo tanto stretto da provocare nello Sposo una ferita d’amore per la grande tenerezza d’affetto verso la sposa. Concretamente, questo significa introdurla sempre più nell’intimità del suo amore.
10. Nel Cantico dei Cantici lo Sposo, rivolgendosi alla sposa, parla di questo stesso capello e di quest’occhio: Tu mi hai ferito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai ferito il cuore con uno dei tuoi occhi e con un capello del tuo collo (Ct 4,9). Ripete due volte che gli ha ferito il cuore, con l’occhio e con il capello. Per questo l’anima nella strofa ricorda il capello e l’occhio, appunto per indicare la sua unione con Dio per mezzo dell’intelletto e della volontà: la fede, simboleggiata dall’occhio, prende sede nell’intelletto attraverso la fiducia e nella volontà attraverso l’amore. Di quest’unione si gloria qui l’anima e ringrazia lo Sposo per questo dono ricevuto dalle sue mani, apprezzando molto che si sia degnato di compiacersi del suo amore e da esso farsi catturare. In tutto questo si può immaginare l’esultanza, la gioia e il diletto che l’anima avrà per questo divino prigioniero, essendo stato per lungo tempo sua prigioniera, perché innamorata di lui.
8/2/2013 6:35 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 32
1. Grande è il potere e la tenacia dell’amore se conquista e lega lo stesso Dio. Beata l’anima che ama, poiché tiene prigioniero Dio, disposto a fare tutto ciò che essa desidera! La natura di Dio, infatti, è tale che, se lo si prende per amore e con il bene, gli si fa fare ciò che si vuole. Diversamente non c’è parola né potere, per quanto forti, che valgano su di lui, mentre invece, per amore, lo si tiene legato con un solo capello. L’anima sa tutto questo e sa pure che Dio le ha concesso favori al di là dei suoi meriti tanto da elevarla a un amore così sublime, arricchendola di doni e virtù molto preziose. In questa strofa essa attribuisce tutto ciò al suo Amato, dicendo:
Guardandomi, i tuoi occhi
lor grazia m’infondean;
per questo più m’amavi,
per questo meritavan
gli occhi miei adorar quanto vedean.
SPIEGAZIONE
2. È proprio dell’amore perfetto non voler accettare né prendere nulla per sé, ma attribuire tutto all’Amato e nulla a se stesso. Se questa è la legge persino dell’amore umano, quanto più lo è dell’amore di Dio, come logica vuole! Nelle due strofe precedenti la sposa sembrava attribuirsi qualche merito. Diceva, per esempio, che avrebbe intrecciato insieme con lo Sposo le ghirlande e che le avrebbero legate con un suo capello, cosa di non poca importanza e valore; si gloriava, inoltre, che lo Sposo si era lasciato catturare da un suo capello e ferire da uno dei suoi occhi, e anche in questo sembrava attribuirsi un grande merito. Ora, nella presente strofa, vuole spiegare le sue intenzioni e dissipare ogni possibile fraintendimento: essa, in verità, si preoccupa e teme che le venga attribuito qualche valore o merito, sottraendo così a Dio ciò che gli è dovuto e che essa vuole dargli. Attribuendo tutto a lui e, nello stesso tempo, ringraziandolo per ogni cosa, dice che il motivo per cui egli si è lasciato catturare da un solo capello del suo amore e ferire dall’occhio della sua fede è perché si è degnato di guardarla con amore, rendendola graziosa e gradevole ai suoi occhi. Per questa grazia e per questo valore da lui ricevuti, essa ha meritato il suo amore e ha potuto adorare il suo Amato in modo a lui gradito e compiere opere degne della sua grazia e del suo amore. Ecco il verso: Guardandomi, i tuoi occhi.
3. Cioè mi guardavi con una speciale tenerezza d’amore. Ho già detto, infatti, che lo sguardo di Dio è amore. Lor grazia m’infondean.
4. Gli occhi dello Sposo significano, qui, la sua divinità misericordiosa. Quando egli si china sull’anima con misericordia, imprime e infonde in essa il suo amore e la sua grazia; allora la rende talmente bella e la eleva tanto, da farla partecipe della natura divina (2Pt 1,4). Alla vista di questa dignità e altezza a cui Dio l’ha sollevata, l’anima dice: per questo più m’amavi.
5. Mi amavi molto; non di un amore semplice, ma di un amore raddoppiato, cioè per due motivi o titoli. Ecco perché in questo verso l’anima lascia capire le due ragioni dell’amore che lo Sposo nutre per lei: non solo l’ha amata quando si è lasciato catturare da uno dei suoi capelli, ma soprattutto perché si è visto ferito da uno dei suoi occhi. In questo verso l’anima espone il motivo per cui egli l’ha amata così profondamente: lo Sposo si è degnato di guardarla e, guardandola, l’ha colmata di grazie e l’ha resa degna delle sue compiacenze. Egli le ha accordato amore a motivo di uno dei suoi capelli e ha informato di carità la fede simboleggiata dal suo occhio. L’anima, dunque, dice: per questo più m’amavi. Quando Dio concede all’anima la sua grazia, la rende degna e capace del suo amore. Ciò equivale a dire: poiché avevi posto in me la tua grazia, cioè doni degni del tuo amore, per questo più mi amavi, per questo mi concedevi ancora più grazia. Ciò è quanto afferma san Giovanni: Noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (Gv 1,16), il che vuol significare che Dio aggiunge nuove grazie alle prime, perché senza la sua grazia non si può meritare la grazia.
6. Per comprendere questa verità, occorre notare che Dio non ama nulla al di fuori di sé, come non nutre per creatura alcuna un amore che sia inferiore a se stesso. Ama tutto per sé, ragion per cui l’amore è il fine per cui ama. Ecco perché non ama le cose create per se stesse. Questo è il motivo per cui quando Dio ama un’anima, in un certo modo la mette in se stesso, la rende uguale a sé, così che ama l’anima in se stesso e con sé, con lo stesso amore con cui egli si ama. Perciò, per ogni opera che compie in Dio, l’anima, una volta arricchita di questa grazia così elevata, merita l’amore di Dio e Dio stesso. Quindi aggiunge subito: per questo meritavan…
7. Cioè: in virtù di questo favore e di questa grazia che gli occhi della tua misericordia mi hanno fatto quando mi guardavano, rendendomi gradita ai tuoi occhi e degno di essere vista, meritarono gli occhi miei adorar quanto vedean.
8. Ciò vuol dire: o mio Sposo, le potenze della mia anima – che sono gli occhi con i quali puoi essere visto da me – meritarono di essere elevate per guardarti, mentre prima per la miseria delle povere operazioni e della stessa natura erano decadute e degradate. Infatti per l’anima poter contemplare Dio significa agire con la grazia di Dio. Così le potenze dell’anima meritarono di adorarlo, perché adoravano con la grazia del loro Dio, in cui ogni azione è meritoria. Adoravano, quindi, illuminate ed elevate dalla sua grazia e dai suoi favori, quanto in lui già vedevano, ma che prima non scorgevano, a motivo della loro cecità e bassezza. Cos’era, dunque, ciò che vedevano? Vedevano in Dio la grandezza delle virtù, l’abbondanza della soavità, la bontà immensa, l’amore e la misericordia, i benefici innumerevoli ricevuti da lui, sia quando l’anima era in stato di grazia sia quando non lo era. Tutto questo meritarono di adorare lodevolmente gli occhi dell’anima, perché pieni di grazia e graditi allo Sposo. Al contrario, prima non meritavano di adorare e vedere tutto questo, anzi non erano neppure degni di pensare a Dio; grande infatti è la rozzezza e la cecità dell’anima priva della sua grazia.
9. A questo proposito vi sarebbe molto da dire e molto da rammaricarsi nel vedere quanto sia lontana l’anima dal compiere ciò che dovrebbe, quando non è illuminata dall’amore di Dio. Dovrebbe, infatti, riconoscere questi e altri innumerevoli favori, sia temporali sia spirituali, che ha ricevuto e riceve continuamente da lui, e dovrebbe adorare e servire Dio con tutte le sue forze. Invece non solo non lo fa, ma non merita neppure di guardarlo e di conoscerlo, né di rendersene conto. A tal punto arriva la miseria di coloro che vivono, o meglio, giacciono morti nel peccato.
8/2/2013 6:36 PM
 
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Annotazione per la strofa seguente
STROFA 33
1. Per comprendere meglio quanto si è detto e ciò che si dirà, occorre sapere che lo sguardo di Dio produce quattro benefici nell’anima: la purifica, le conferisce grazia, l’arricchisce e la illumina, proprio come fa il sole quando invia i suoi raggi che asciugano, riscaldano, abbelliscono e fanno risplendere. Dopo che Dio ha prodotto nell’anima gli ultimi tre benefici, per mezzo dei quali essa gli è divenuta molto gradita, non si ricorda più della bruttezza e del peccato precedenti, proprio come dice Ezechiele (18,22). E così, una volta che le ha tolto questo peccato e questa bruttezza, il Signore non glieli rinfaccia più né per questo cessa di concederle grazie sempre più grandi, perché egli non giudica due volte una cosa (cfr. Na 1,9). Ma per quanto Dio dimentichi la malvagità e il peccato dopo averlo perdonato, non per questo all’anima conviene dimenticare i suoi peccati di un tempo, come dice il Saggio: Del peccato perdonato non essere senza timore (Sir 5,5 Volg.). Questo per tre motivi: il primo, per aver sempre occasione di non essere presuntuosa; il secondo, per aver modo di ringraziare sempre; il terzo, perché le serva per avere più fiducia, sì da ricevere di più. Se, infatti, quand’era in peccato ricevette tanto bene da Dio, posta nell’amore di Dio e senza peccato quante più grazie potrà sperare!
2. L’anima, dunque, ricordandosi di tutte queste misericordie ricevute e vedendosi messa accanto allo Sposo con tanta dignità, gioisce assai con sentimenti di gratitudine e d’amore. In questo è molto aiutata dal ricordo del suo stato precedente così vile e brutto: non solo non meritava né era degna dello sguardo di Dio, ma nemmeno di pronunciare il suo nome, come dice il profeta Davide (Sal 15,4). Vedendo quindi che, da parte sua, non vi è né può esservi alcun motivo perché sia guardata ed esaltata da Dio, ma che tale ragione esiste solo da parte di Dio per la sua attraente grazie e la sua sola volontà, riconosce la propria miseria e attribuisce all’Amato tutti i beni che possiede. Vedendo poi che grazie a questi ora merita ciò che prima non meritava, si fa coraggio e osa chiedergli che continui a concederle la divina unione spirituale, ove le moltiplica tali favori. L’anima esprime tutto questo nella strofa seguente:
Non disprezzarmi adesso,
ché, se colore bruno in me trovasti,
ormai ben puoi mirarmi
dopo che mi guardasti,
grazia e bellezza in me lasciasti.
SPIEGAZIONE
3. La sposa si fa coraggio e nutre apprezzamento per se stessa a motivo dei pegni e dei tesori ricevuti dall’Amato. Pur riconoscendo quanto poco valga e che non merita alcuna stima, tuttavia, in virtù dei benefici ricevuti dal suo Amato, si rivolge con ardire a lui e gli chiede di non tenerla più in poco conto e di non disprezzarla. Se prima, infatti, la bruttezza della sua colpa e la bassezza della sua natura meritavano tutto questo, una volta che lui l’ha guardata, adornandola con la sua grazia e rivestendola della sua bellezza, può guardarla benissimo una seconda volta e altre volte ancora, aumentando sempre più in essa la grazia e la bellezza. Se l’ha guardata quando non lo meritava e non aveva alcun diritto, tanto più lo può fare ora che vi è una ragione sufficiente. Non disprezzarmi adesso.
4. L’anima non dice questo perché voglia essere tenuta in qualche considerazione; anzi del disprezzo e dei vituperi ha grande considerazione e persino gioisce l’anima che ama davvero Dio, perché sa che da parte sua non merita altro. Ma dice questo per la grazia e i doni ricevuti da Dio, come va spiegando: ché, se colore bruno in me trovasti…
5. Cioè: se prima di guardarmi con la tua grazia, trovasti in me la bruttezza e il nero delle colpe e delle imperfezioni, e la bassezza della condizione naturale, ormai ben puoi mirarmi / dopo che mi guardasti.
6. Dopo avermi guardata – togliendomi il colore nero e ripugnante della colpa che me ne rendeva indegna – e avermi concesso in questo sguardo, per la prima volta, ormai ben puoi mirarmi. Ora posso e merito di essere guardata, ricevendo così più grazia dai tuoi occhi. Difatti, attraverso il loro sguardo, non solo mi hai tolto il colore scuro la prima volta, ma mi hai resa anche degna di essere guardata, perché con il tuo sguardo d’amore grazia e bellezza in me lasciasti.
7. Ciò che l’anima ha detto nei due versi precedenti ci spiega quanto san Giovanni afferma nel vangelo, cioè che Dio dà grazia su grazia (Gv 1,16). Difatti, quando Dio trova l’anima gradita ai suoi occhi, si sente fortemente spinto a concederle più grazia, perché si trova molto bene nel suo cuore. Consapevole di questa verità, Mosè chiese più grazia a Dio, in virtù della grazia che aveva già ricevuto da lui: Hai detto: «Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi». Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, mostrami il tuo volto, così che io ti conosca e trovi grazia ai tuoi occhi (Es 33,12-13). L’anima, dunque, si ritrova dinanzi a Dio elevata, onorata, resa più bella da questa grazia, come ho detto, e per questo è amata da Dio in modo ineffabile. Se prima che fosse in grazia di Dio egli l’amava per sé solo, ora che è nella sua grazia non l’ama solo per sé, ma anche per lei. E così, innamorato della sua bellezza, attraverso le sue azioni e i suoi frutti, o anche senza di essi, le comunica sempre più amore e grazia e, mentre più l’onora ed esalta, sempre più se ne invaghisce e innamora. Questo lascia capire Dio quando, rivolgendosi al suo amico Giacobbe, tramite Isaia dice: Dopo che sei divenuto degno d’onore ai miei occhi e di gloria, io ti ho amato (Is 43,4 Volg.). Ciò vuol dire: dopo che i miei occhi hanno diffuso su di te la mia grazia, guardandoti la prima volta, e ti hanno reso degno di onore e di gloria alla mia presenza, hai meritato nuove grazie e favori. Quanto più Dio ama, tanto più numerose sono le grazie che concede. Ciò è quanto la sposa rivela alle altre anime, quando nel Cantico dei Cantici dice loro: Bruna sono, ma bella, o figlie di Gerusalemme… per questo il Re mi ha amata e mi ha introdotta nelle sue stanze! (cfr. Ct 1,4 e 3 Volg.). Con questo intende dire: anime che non sapete né siete informate di queste grazie, non vi meravigliate se il Re celeste mi ha accordato favori così grandi da introdurmi nell’intimo del suo amore. Anche se per natura sono bruna, egli ha posato su di me i suoi occhi, dopo avermi guardata la prima volta, e ha continuato così fino a quando mi ha sposata e mi ha introdotta nel suo talamo d’amore.
8. Chi può dire fino a che punto Dio esalta un’anima quando comincia a compiacersi di lei? Non lo si può neppure immaginare, perché in fondo agisce da Dio, mostrando chi è. Se ne può comprendere qualcosa considerando il modo di procedere di Dio, il quale dà in maggior misura a chi ha di più, e ciò che va dando è moltiplicato in proporzione di quanto l’anima già possiede, come fa capire nel vangelo: A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Così il talento del servo che non era nella grazia del suo signore, gli venne tolto per essere dato a quell’altro servo che possedeva più talenti di tutti quelli che erano nella grazia del loro signore. Ne viene di conseguenza che Dio accumula i beni migliori e più importanti della sua casa, cioè la Chiesa militante e trionfante, in chi gli è più amico, per rendergli più onore e gloria, al pari di una grande luce che assorbe in sé molte piccole luci. Dio ci fa capire questa stessa verità, in senso spirituale, quando nel già citato testo di Isaia, rivolgendosi a Giacobbe, dice: Io sono il Signore tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. Ho dato l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Saba per te… Darò uomini per te e nazioni per la tua vita (Is 43,3-4 Volg.).
9. Ormai ben puoi guardare e stimare profondamente, o mio Dio, l’anima su cui posi lo sguardo, perché il tuo sguardo le conferisce importanza e doni di cui tu ti compiaci e t’innamori. Perciò non una sola volta, ma più volte merita che tu la guardi ancora, dopo averla guardata, come lo Spirito Santo dice nel libro di Ester: È degno di quest’onore colui che il re vuole onorare (Est 6,11 Volg.).
8/2/2013 6:37 PM
 
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STROFA 34
1. I doni che lo Sposo, da amico vero, fa all’anima in questo stato sono inestimabili, come ineffabili sono le lodi e le effusioni d’amore che molto spesso i due si scambiano. La sposa si profonde nel lodare e ringraziare lo Sposo; questi nell’esaltare, lodare e ringraziare la sposa, come si legge nel Cantico dei Cantici: Come sei bella amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe. Al che la sposa risponde: Come sei bello mio Diletto, quanto grazioso! (Ct 1,15-16). Molte altre espressioni d’amore e di lode si scambiano ripetutamente i due amanti nel Cantico dei Cantici. Nella strofa precedente la sposa disprezzava se stessa dicendosi bruna e brutta, mentre lodava lo Sposo, bello e leggiadro, perché con il suo sguardo le ha conferito grazia e bellezza. A sua volta lo Sposo, poiché è solito esaltare chi si umilia, posando gli occhi su di lei, come essa gli aveva chiesto, nella strofa seguente si effonde nel lodarla, non chiamandola più bruna, ma bianca colomba. Insomma, lodandola per le belle qualità che ha come colomba e tortora, si esprime così:
La bianca colombella
all’arca con il ramo è ritornata
e già la tortorella
il suo compagno amato
sopra le verdi rive ha ritrovato.
SPIEGAZIONE
2. In questa strofa è lo Sposo che parla. Canta la purezza dell’anima in questo stato, le ricchezze e la ricompensa ottenuta per esservisi disposta e per aver sofferto al fine di giungere fino a lui. Canta anche la felice sorte che ha avuto trovando il suo Sposo in quest’unione. Lascia intendere che i suoi desideri si sono compiuti, dal momento che in lui l’anima possiede le delizie e il riposo, dopo aver affrontato le sofferenze di questa vita e del tempo passato. Ecco quanto dice: La bianca colombella.
3. Chiama l’anima bianca colombella per il candore e la limpidezza che ha ricevuto dalla grazia trovata in Dio. La chiama colomba, come nel Cantico dei Cantici, per indicare la sua semplicità, la dolcezza del suo carattere e la sua ardente contemplazione. La colomba, infatti, non solo è semplice e mansueta, senza fiele, ma ha anche gli occhi limpidi e amorosi. Proprio per esprimere questa caratteristica della contemplazione piena d’amore con cui ella guarda Dio, sempre nel Cantico dei Cantici lo Sposo dice che gli occhi suoi sono colombe (Ct 4,1). E aggiunge: all’arca con il ramo è ritornata.
4. Qui lo Sposo paragona l’anima alla colomba dell’arca di Noè: l’andare e il venire della colomba all’arca rappresenta ciò che è accaduto all’anima in questa situazione. La colomba andava e veniva dall’arca perché non trovava dove posare il piede tra le acque del diluvio, finché ritornò con un ramoscello d’ulivo nel becco, come segno della misericordia di Dio per aver fatto cessare le acque che avevano sommerso la terra (Gn 8.8-11). Allo stesso modo, l’anima, di cui si parla, è uscita dall’arca dell’onnipotenza di Dio, al momento in cui fu creata. Dopo aver attraversato le acque del diluvio dei suoi peccati e delle sue imperfezioni, non trovando dove poggiare i suoi appetiti, andava e veniva, spinta dall’ansia dell’amore, dall’arca del petto del suo Creatore, ma senza trovare stabilità in lui. Solo dopo che Dio ha fatto cessare le acque delle imperfezioni sulla terra dell’anima, essa è tornata con il ramoscello d’ulivo, che è la vittoria riportata su tutte le cose, grazie alla clemenza e alla misericordia di Dio; ormai ha trovato completa e serena quiete sul petto dell’Amato, non solo con la vittoria su tutte le tendenze contrarie, ma anche con il premio dei suoi meriti; entrambe le cose, infatti, sono significate dal ramoscello d’ulivo. Così, dunque, la colombella, che è l’anima, non solo ora torna all’arca del suo Dio, bianca e limpida come ne era uscita quando egli l’ha creata, ma in più porta il ramo del premio e della pace ottenuta con la vittoria su se stessa. E già la tortorella / il suo compagno amato / sopra le verdi rive ha ritrovato.
5. Qui lo Sposo chiama l’anima con un altro nome, quello di tortorella, perché nella ricerca dello Sposo somiglia alla tortorella quando non trova il compagno desiderato. Per comprendere meglio questo paragone è opportuno qui ricordare quanto si dice della tortora: finché non trova il suo compagno, non si posa mai su un ramo verde, non beve acqua chiara o fresca, non si ripara all’ombra, né si unisce ad altri uccelli. Ma una volta trovato il compagno col quale unirsi, torna a gustare tutte queste cose. L’anima si comporta come la tortorella. Prima di giungere all’unione intima con lo Sposo Figlio di Dio, deve procedere con grande amore e sollecitudine, senza posare il piede dell’appetito sul ramo verde di alcun diletto; non deve bere l’acqua limpida di alcun onore o di alcuna gloria di questo mondo, né gustare l’acqua fresca di nessun refrigerio o consolazione temporale e nemmeno ripararsi all’ombra del favore o della protezione di qualche creatura; non deve cercare riposo in nulla e per nulla, né volere la compagnia di altri affetti, ma gemere nell’isolamento riguardo a tutte le cose di quaggiù fino a trovare il suo Sposo nella più piena soddisfazione dei suoi desideri.
6. Poiché l’anima, prima di giungere a questo sublime stato, andò in cerca del suo Amato con profondo amore, non contentandosi di nient’altro se non di lui, qui lo Sposo stesso canta la fine delle sue prove e il compimento dei suoi desideri, dicendo che la tortorella / il suo compagno amato / sopra le verdi rive ha ritrovato. Ciò significa che ormai l’anima sposa si ferma su un ramo verde, godendo del suo Amato; ormai beve l’acqua limpidissima dell’altissima contemplazione e della sapienza di Dio, acqua fresca perché è il sollievo e il diletto che trova in lui; si rinfresca all’ombra della sua protezione e del suo favore, che aveva tanto sospirato, dove è colmata di consolazioni, nutrita e ristorata soavemente e divinamente, come essa stessa dice nel Cantico, rallegrandosi: Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2,3).
8/2/2013 6:37 PM
 
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STROFA 35
1. Lo Sposo racconta la propria contentezza per il bene che la sposa ha conseguito per mezzo della solitudine in cui volle vivere in passato, cioè la pace duratura e un bene immutabile. Difatti, quando l’anima arriva a consolidarsi nella quiete dell’unico e solitario amore dello Sposo, come in questo caso, si stabilisce in un rapporto d’amore di Dio con lei e di lei con Dio, rapporto così gustoso da non aver più bisogno di altri mezzi o maestri che portino a Dio, perché Dio è ormai la sua guida e la sua luce. In essa lo Sposo va compiendo ciò che aveva promesso per bocca di Osea, in questi termini: La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore (Os 2,16). Con questo lascia intendere che nella solitudine egli si comunica e si unisce all’anima. Parlare al suo cuore significa soddisfare il suo cuore, che trova appagamento solo in Dio. Dice quindi lo Sposo:
In solitudine vivea,
in luogo solitario ha posto il nido,
sola così la guida
da solo il suo Amico,
d’amor in solitudine ferito.
SPIEGAZIONE
2. Lo Sposo compie due cose in questa strofa. Anzitutto loda la solitudine nella quale l’anima ha voluto vivere in passato, indicando in essa il mezzo per trovare e godere il suo Amato, a tu per tu con le pene e le fatiche affrontate prima. Difatti, avendo voluto disfarsi in solitudine d’ogni gusto, consolazione e sostegno delle creature per conseguire la compagnia e l’unione con il suo Amato, ha meritato di possedere la pace della solitudine nell’Amato, nel quale riposa sicura da sola e al riparo da tutte le sofferenze menzionate sopra. Inoltre, avendo voluto rimanere sola, lontana da tutte le cose create, per il suo Amato, egli stesso, innamorato di lei per questa sua solitudine, se n’è preso cura, accogliendola tra le braccia, nutrendola in sé di tutti i beni, guidando il suo spirito alle cose sublimi di Dio. E non solo dichiara che egli ormai è la sua guida, ma che lo da solo, senza altre mediazioni, né di angeli né di uomini, né di forme né di figure, in quanto essa, grazie a questa solitudine, possiede ormai quella vera libertà di spirito che non si lega a nessuna di queste mediazioni. E pronuncia il verso: In solitudine vivea.
3. La nostra tortorella, ossia l’anima, viveva in solitudine prima di trovare l’Amato in questo stato d’unione; per l’anima che desidera Dio, nessun’altra compagnia è di conforto; anzi, finché non lo trova, tutto le procura una solitudine più profonda. In luogo solitario ha posto il nido.
4. La solitudine, di cui l’anima viveva prima, consisteva nel volersi privare, per amore dello Sposo, di tutti i beni di questo mondo – come ho riferito sopra riguardo alla tortorella – lavorando alla sua perfezione e conseguendo una solitudine totale. Tale solitudine conduce all’unione del Verbo e conseguentemente a colui che è sollievo e riposo per eccellenza, qui significati dal nido di cui parla, simbolo di riposo e quiete. Lo Sposo sembra dunque dire: la solitudine in cui l’anima viveva prima, e dove si esercitava in prove e tormenti perché non era ancora perfetta, ora è suo riposo e sollievo perché l’ha acquistata pienamente in Dio. Tale è il senso spirituale di quanto afferma Davide: Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli (Sal 83,4), cioè l’anima stabilisce la sua dimora in Dio, che soddisfa tutte le sue aspirazioni e le sue potenze. Sola così la guida.
5. Ecco quanto lo Sposo vuol dire qui: in questa solitudine in cui l’anima sta sola con Dio, distaccata da tutte le cose create, egli la guida, la muove e innalza alle realtà celesti. Eleva alle conoscenze divine il suo intelletto, che è ormai nella solitudine e separato da tutte le altre conoscenze contrarie ed estranee. Muove, senza costrizioni, la sua volontà verso l’amore di Dio, perché essa ormai è nella solitudine e libera da altri affetti. Riempie, infine, la sua memoria di conoscenze divine, perché anch’essa è nella solitudine e priva di altre immaginazioni e rappresentazioni. Appena l’anima libera le sue potenze e le svuota di tutti i valori terreni e di ogni attaccamento alle cose celesti, lasciandole nella più completa solitudine, immediatamente Dio le riempie di ciò che è invisibile e celeste. A questo punto è Dio a guidare l’anima in questa solitudine. È esattamente quanto afferma san Paolo a proposito dei perfetti: Qui spiritu Dei aguntur, ecc.: Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio…(Rm 8,14)Ciò equivale a dire: guida in solitudine l’anima da solo il suo Amico.
6. In altri termini, Dio non soltanto guida l’anima nella sua solitudine, ma è lui stesso, da solo, ad agire in essa, senza mediazione alcuna. Questa è la caratteristica dell’unione dell’anima con Dio nel matrimonio spirituale: Dio agisce in lei e le si comunica da solo, senza l’aiuto degli angeli come precedentemente e senza passare per le facoltà naturali. I sensi esterni e interni, tutte le creature e la stessa anima servono molto poco per disporre a ricevere le meravigliose grazie soprannaturali che Dio accorda in questo stato. Questi favori, infatti, non dipendono dall’abilità umana, da qualche attività naturale o dagli sforzi dell’anima. Dio solo li attua nell’anima. E agisce così perché la trova nella solitudine e quindi non le vuole concedere altra possibilità di compagnia che se stesso, né permetterle che si fidi se non di lui solo. Dal momento che l’anima ha lasciato tutto ed è passata oltre le mediazioni, elevandosi al di sopra di tutto per arrivare a Dio, è altresì opportuno che lo stesso Dio sia la sua guida e il mezzo per raggiungerlo. Una volta che l’anima vive nella solitudine da ogni cosa e si è elevata al di sopra di tutto il creato, niente più le giova né le serve per salire ancora, se non lo stesso Verbo Sposo. Questi è talmente innamorato di lei da voler essere il solo a colmarla di questi favori. Ecco perché aggiunge subito: d’amor in solitudine ferito.
7. Ferito, cioè, dalla sposa. Perché, oltre ad amare molto la solitudine dell’anima, lo Sposo viene a sua volta ferito dal suo amore perché lei è voluta restare sola, distaccata da ogni cosa creata, ferita com’era dall’amore per lui. Questo spiega perché lo Sposo non ha voluto lasciare la sposa sola, ma, ferito dalla solitudine in cui ella si trova per amor suo, vedendo che non trova gioia in nient’altro, egli solo la guida a sé, attirandola e assimilandola a sé. Non l’avrebbe trattata così se non l’avesse incontrata nella solitudine spirituale.
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8/2/2013 6:38 PM
 
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STROFA 36
1. È strana quella caratteristica degli innamorati per cui preferiscono godersi l’un l’altro in solitudine, separati da ogni creatura, piuttosto che in compagnia di altri. Difatti, anche se stanno insieme, basta la presenza di altre persone perché non godano a loro agio, benché non intendano trattare né parlare in loro assenza di qualcosa d’altro che in loro presenza, e le stesse persone estranee non trattino e parlino di nulla. Questo perché, essendo l’amore unione di solo due persone, da sole queste vogliono stare per comunicare tra loro. Una volta che l’anima è arrivata a questo vertice di perfezione e di libertà di spirito in Dio, cessate tutte le ripugnanze e le contrarietà della parte sensitiva, non ha altra cosa a cui pensare né altro esercizio in cui occuparsi se non dedicarsi alle delizie e alle gioie dell’amore intimo dello Sposo. Del santo Tobia, nel libro omonimo, è scritto che, dopo essere passato attraverso le sofferenze della povertà e delle tentazioni, Dio lo illuminò, così che egli consumò il resto della sua vita nella gioia (Tb 14,4 Volg.). La stessa cosa accade ormai all’anima di cui sto parlando: i beni che vede in sé le procurano tanta gioia e diletto, come lascia intendere Isaia, che, essendosi esercitata nella conquista della perfezione, è arrivata a quel vertice del quale trattiamo qui.
2. Parlando con l’anima di questa perfezione dice dunque: Brillerà fra le tenebre la tua luce, le tue tenebre saranno come il meriggio. Ti darà riposo per sempre il Signore, ti riempirà di splendori l’anima, preserverà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi. Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerando il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia del Signore. Io ti farò calcare le alture della terra, ti farò gustare l’eredità di Giacobbe (Is 58,10-14). Fin qui sono parole di Isaia; l’eredità di Giacobbe è Dio stesso. Per questo, ripeto, l’anima non pensa se non a gustare le delizie di questo nutrimento. Le rimane un’unica cosa da desiderare: goderle perfettamente nella vita eterna. Nella strofa che segue e nelle altre che rimangono, si adopera, allora, per chiedere all’Amato questo nutrimento che rende beati nella chiara visione di Dio. Perciò dice:
Orsù, godiam l’un l’altro, Amato,
a contemplarci in tua beltade andiam
sul monte e la collina
dove pura sorgente d’acqua scorre,
dove è più folto dentro penetriam.
SPIEGAZIONE
3. Ora che l’unione perfetta tra l’anima e Dio è compiuta, l’anima vuole dedicarsi all’amore ed esercitarsi in tutto ciò che è proprio dell’amore. È, dunque, l’anima che parla in questa strofa con lo Sposo, chiedendogli tre cose che sono proprie dell’amore. La prima di godere dell’amore e di assaporarne la dolcezza, come dichiara nel verso: godiam l’un l’altro, Amato. La seconda di diventare simile all’Amato, come glielo manifesta quando dice: a contemplarci in tua beltade andiam. E la terza, di conoscere le ricchezze e scrutare i segreti dell’Amato, come mostra quando dice: dove è più folto dentro penetriam. Si commenta il verso: Orsù, godiam l’un l’altro, Amato.
4. Cioè nella comunicazione delle dolcezze dell’amore, non solo in quelle che già possediamo abitualmente in virtù dell’unione, ma anche in quelle che provengono dagli atti d’un amore effettivo e attuale, sia interiormente quando la volontà produce atti d’amore, sia esteriormente quando si compiono azioni che riguardano la gloria dell’Amato. Come si è detto, questa infatti è la caratteristica dell’amore: dove dimora, ivi cerca sempre di gustare le sue gioie e dolcezze, che consistono nell’amare interiormente ed esteriormente. L’anima agisce in questo modo per rendersi più simile all’Amato. E aggiunge subito: a contemplarci in tua beltade andiam.
5. Ciò significa: facciamo in modo che per mezzo di questo esercizio d’amore arriviamo fino a contemplarci nella tua bellezza nella vita eterna; cioè che io possa essere talmente trasformata nella tua bellezza che, essendo simile in bellezza, ci vediamo entrambi nella tua bellezza, poiché ormai io ho la tua stessa bellezza. E così, guardandoci l’un l’altro, ognuno veda nell’altro la propria bellezza, essendo la bellezza d’entrambi l’unica tua bellezza, dal momento che io sono stata assimilata alla tua bellezza. In questo modo, io ti vedrò nella tua bellezza e tu mi vedrai nella tua bellezza, io mi vedrò in te nella tua bellezza e tu ti vedrai in me nella tua bellezza; e così io sembrerò te nella tua bellezza e tu sembrerai me nella tua bellezza, la mia bellezza sarà la tua bellezza e la tua bellezza la mia bellezza; e così io sarò te nella tua bellezza e tu sarai me nella tua bellezza, perché la tua stessa bellezza sarà la mia bellezza; e così ci vedremo l’un l’altro nella tua bellezza. Questa è l’adozione dei figli di Dio, i quali in verità diranno a Dio ciò che lo stesso Figlio dichiara, in san Giovanni, all’eterno Padre: Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie (Gv 17,10). Egli lo dice essenzialmente, in quanto Figlio naturale del Padre, noi per partecipazione, in quanto figli adottivi. Il Figlio non ha pronunciato queste parole soltanto per sé, che è il capo, ma per tutto il suo corpo mistico, che è la Chiesa. Questa parteciperà della stessa bellezza dello Sposo nel giorno del suo trionfo, quando vedrà Dio faccia a faccia. Per questo motivo, qui l’anima chiede che lei e lo Sposo arrivino a vedersi nella sua bellezza, sul monte e la collina.
6. Cioè nella conoscenza mattutina ed essenziale di Dio, che è conoscenza nel Verbo divino, qui rappresentata, per la sua sublimità, dal monte. Ciò è quanto dice Isaia, quando invita a conoscere il Figlio di Dio: Venite, saliamo sul monte del Signore (Is 2,3). E ancora: Il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti (Is 2,2). Quanto alla collina, si tratta della conoscenza vespertina di Dio, che è la sapienza di Dio riversata nelle sue creature, nelle sue opere e nella sua straordinaria provvidenza. Tale conoscenza è qui rappresentata dalla collina, più bassa del monte, quindi è una sapienza inferiore a quella mattutina. Ma qui l’anima, dicendo sul monte e la collina, chiede sia la conoscenza vespertina sia quella mattutina.
7. Quando, dunque, l’anima dice allo Sposo: a contemplarci in tua beltade andiam sul monte, chiede di essere trasformata e di essere simile alla bellezza della sapienza divina che, come dicevo, è il Verbo Figlio di Dio. E dicendo la collina, intende chiedergli che le dia anche la bellezza dell’altra sapienza minore, presente nelle sue creature e nelle sue opere misteriose; anche questa è bellezza del Figlio di Dio, sulla quale l’anima desidera essere illuminata.
8. L’anima non può vedersi nella bellezza di Dio se non trasformandosi nella sapienza di Dio, in cui sa di possedere le cose celesti e quelle terrene. La sposa anelava salire a questo monte e a questa collina quando diceva: Me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell’incenso (Ct 4,6); intendendo per il monte della mirra la visione chiara di Dio e per la collina dell’incenso la conoscenza nelle creature, perché la mirra di montagna è di qualità più elevata dell’incenso di collina. Dove pura sorgente d’acqua scorre.
9. Intende dire: dove riceve la conoscenza e la sapienza di Dio, che qui chiama acqua pura per l’intelletto, conoscenza limpida e spoglia di tutto ciò che è accidentale e immaginario, priva delle tenebre dell’ignoranza. L’anima nutre sempre questo desiderio di comprendere chiaramente e in tutta la loro purezza le verità divine. Quanto più ama, tanto più desidera addentrarsi in esse. Per questo chiede la terza grazia, in questi termini: dove è più folto dentro penetriam.
10. Penetriamo nel folto delle tue opere meravigliose e dei tuoi profondi giudizi! La loro moltitudine è tanto grande e così varia da potersi chiamare folto. Ivi si può scoprire una sapienza traboccante e così ricca di misteri che non solo possiamo chiamarla folta, ma anche pingue e feconda, come dice Davide: Mons Dei, mons pinguis, mons coagulatus: Il monte di Dio è un monte pingue e fecondo (Sal 67,16 Volg.). Questa profondità della sapienza e della scienza di Dio è talmente immensa che, per quanto l’anima ne possa conoscere, può sempre più penetrarvi, perché la sapienza divina è immensa e le sue ricchezze insondabili, come esclama san Paolo: O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33).
11. Ora l’anima desidera entrare in questa profondità e incomprensibilità dei giudizi e delle vie di Dio, perché muore dal desiderio di addentrarsi più profondamente nella loro conoscenza; conoscerli, infatti, è gioia inestimabile che supera ogni sentimento. Per questo, quando Davide parla della loro soavità, si esprime così: I giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante. Anche il tuo servo in essi è istruito (Sal 18,10-12). Ecco perché l’anima desidera ardentemente inabissarsi in questi giudizi e conoscerli più a fondo; pur di riuscirci, sarebbe disposta ad accogliere, con grande serenità e gioia, tutte le asperità e le fatiche del mondo, tutto quanto le potrebbe servire come mezzo a tale scopo, per quanto difficile e penoso le possa essere, e persino le angosce e le amarezze della morte, pur di addentrarsi nel mistero di Dio.
12. Il folto, in cui l’anima desidera addentrarsi, rappresenta, più propriamente, la profondità e la moltitudine delle prove e delle tribolazioni in cui l’anima desidera penetrare, in quanto ritiene la sofferenza molto soave e di grande profitto. Difatti la sofferenza le permette di addentrarsi sempre più nelle profondità della sapienza divina, fonte di ogni delizia. Più la sofferenza è pura, più procura una conoscenza intima e pura e, di conseguenza, un godimento più puro e sublime, perché nasce da un più intimo sapere. Pertanto, non contenta di una sofferenza qualsiasi, dice: dove è più folto dentro penetriam. Cioè fino alle angosce della morte, per vedere Dio. Ecco perché il profeta Giobbe, desideroso di soffrire per vedere Dio, ha detto: Oh, mi accadesse quello che invoco, e Dio mi concedesse quello che spero! Colui che ha cominciato mi finisca, stenda la mano e mi sopprima! Ciò mi sarebbe di conforto, che in mezzo ai mali non mi risparmi (Gb 6,8-10 Volg.).
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