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PAPA FRANCESCO

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10/19/2014 10:40 AM
 
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Venerdì, 17 ottobre 2014



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.238, Sab. 18/10/2014)

Il cristiano non può permettersi di «essere tiepido»: ha un’identità precisa che è data dal sigillo dello Spirito Santo. Torna la riflessione sull’inizio della lettera agli Efesini e sui cristiani «scelti dal Signore prima della creazione del mondo» durante la messa celebrata da Papa Francesco questa mattina, venerdì 17 ottobre, nella cappella di Santa Marta. Tra i presenti anche Enzo Camerino, sopravvissuto alla Shoah, che già aveva incontrato il Pontefice il 16 ottobre 2013, nel settantesimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma.

«Il Signore — ha detto il Pontefice all’omelia richiamando le parole di san Paolo — non solo ci ha scelti», ma anche «ci ha dato un’identità». E, ha spiegato, non abbiamo ricevuto in eredità semplicemente un nome, «ma un’identità, un modo di vivere, che non è soltanto un elenco di abitudini, è di più: è proprio un’identità». E come siamo stati “segnati” così profondamente? Lo scrive l’apostolo: «Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo». La nostra identità, ha detto il vescovo di Roma, «è proprio questo sigillo, questa forza dello Spirito Santo, che tutti noi abbiamo ricevuto nel battesimo».

E giacché lo Spirito Santo che ci era stato promesso da Gesù, «ha sigillato il nostro cuore» e, di più, «cammina con noi» non solo ci dà l’identità, ma, anche, «è caparra della nostra eredità. Con lui il cielo incomincia». Ecco allora che il cristiano agisce nella vita terrena ma vive già nella prospettiva della «eternità». Ha ribadito Papa Francesco: «Noi abbiamo il cielo in mano con questo sigillo».

Ma la vita quotidiana è costellata di tentazioni, prima di tutto quella di «non rendersi conto di questa bellezza, che noi abbiamo ricevuto». Quando questo accade, lo Spirito, per usare un’espressione paolina, «si rattrista»: succede, ha sottolineato, «quando noi vogliamo, non dico cancellare l’identità, ma renderla opaca».

È il caso del «cristiano tiepido», quello che «va a messa la domenica, sì, ma nella sua vita l’identità non si vede», quello che pur essendo un cristiano, sostanzialmente «vive come un pagano». C’è poi un altro rischio, l’altro peccato «di cui Gesù parlava ai discepoli» quando li avvisava: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia». Succede, ha ricordato il Papa, che si «faccia finta di essere cristiani», che manchi la “trasparenza” dell’agire, che a parole si professi una cosa ma nei fatti si agisca diversamente. «E questo — ha aggiunto — è quello che facevano i dottori della legge», è il lievito dell’«ipocrisia» che rischia di crescere dentro di noi.

Rendere opaca la nostra identità e tradirla nei fatti sono «due peccati contro questo sigillo» che «è un bel dono di Dio, lo Spirito» ed è «caparra di quello che ci aspetta, che ci è stato promesso». Per questo possiamo dire che «abbiamo il cielo in mano».

Qual è, allora, si è chiesto il Pontefice «l’atteggiamento vero di un cristiano?». Lo impariamo dallo stesso Paolo: «Il frutto dello Spirito, quello che viene dalla nostra identità, è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». È questa, ha concluso Papa Francesco, «la nostra strada verso il cielo
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10/23/2014 12:15 PM
 
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“Non si può essere cristiani, senza la grazia dello Spirito” che ci dona la forza di amare: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta.

Al centro dell’omelia del Papa, la Lettera agli Efesini in cui San Paolo descrive la sua esperienza di Gesù, un’esperienza “che lo ha portato a lasciare tutto” perché “era innamorato di Cristo”. Il suo è un “atto di adorazione”: piega, innanzitutto, “le ginocchia davanti al Padre” che “ha il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare”. Usa “un linguaggio senza limite”: adora questo Dio “che è come un mare senza spiagge, senza limiti, un mare immenso”. E Paolo chiede al Padre, per tutti noi, “di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore, mediante il suo Spirito”:

“Chiede al Padre che lo Spirito venga e ci rafforzi, ci dia la forza. Non si può andare avanti senza la forza dello Spirito. Le nostre forze sono deboli. Non si può essere cristiani, senza la grazia dello Spirito. E’ proprio lo Spirito che ci cambia il cuore, che ci fa andare avanti nella virtù, per compiere i comandamenti”.

“Poi, chiede un’altra grazia al Padre”: “la presenza di Cristo, perché ci faccia crescere nella carità”. L’amore di Cristo, “che supera ogni conoscenza”, “non si può capire” se non attraverso “questo atto di adorazione di quell’immensità grande”:

“Questa è un’esperienza mistica di Paolo e ci insegna la preghiera di lode e la preghiera di adorazione. Davanti alle nostre piccolezze, ai nostri interessi egoistici, tanti, Paolo scoppia in questa lode, in questo atto di adorazione e chiede al Padre che ci invii lo Spirito per darci forza e poter andare avanti; che ci faccia capire l’amore di Cristo e che Cristo ci consolidi nell’amore. E dice al Padre: ‘Grazie, perché Tu sei capace di fare quello che anche noi non osiamo pensare’. E’ una bella preghiera... E’ una bella preghiera”.

Il Papa, quindi, conclude la sua omelia:

“E con questa vita interiore si può capire che Paolo abbia lasciato perdere tutto e consideri tutto spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in Cristo. Ci fa bene pensare così, ci fa bene adorare Dio, anche a noi. Ci fa bene lodare Dio, entrare in questo mondo di ampiezza, di grandiosità, di generosità e di amore. Ci fa bene, perché così possiamo andare avanti nel grande comandamento – l’unico comandamento, che è alla base di tutti gli altri –: l’amore; amare Dio e amare il prossimo”.

di Sergio Centofanti


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10/30/2014 10:36 PM
 
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Cristiana Caricato
Pubblicazione: giovedì 30 ottobre 2014
Ascoltando la catechesi di Papa Francesco, ieri mattina, per una strana associazione di idee mi è venuta in mente la favola filosofica (non me ne vogliano i puristi del genere) di Saint-Exupery, in particolare quel capolavoro di letteratura e poesia che è il dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe, quel confronto che si conclude con un doloroso, eppure carico di promesse, addio e la consegna del segreto dei segreti:. "Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

La profondità abissale del Mistero contenuto in queste parole ha interrogato più di una generazione e affascinato quanti si accostano al racconto dell'aviatore francese come ad un pozzo a cui attingere sapienza e intelligenza della realtà. Nella dialettica di amore e amicizia che è il romanzo dell'adorabile Piccolo Principe, il segreto consegnato dalla volpe "addomesticata" è la Verità preziosa che permette di comprendere se stessi e l'universo. Credo che tutto mi sia venuto su dallo stomaco fino al cuore perché l'accostamento dell'aggettivo "invisibile" al concetto di essenziale contrastava inspiegabilmente con quanto Papa Francesco stava spiegando.

Troppo concentrati, a volte, nel rincorrere il significato nascosto delle cose non ci accorgiamo di ciò che è a disposizione. Insomma perdiamo di vista (scusate il gioco di parole) il "visibile". E il visibile della nostra fede è la Chiesa. La comunità di battezzati che testimonia la propria appartenenza a Cristo. Spesso siamo così concentrati nel porre ostacoli e obiezioni che non ci accorgiamo che il corpo di Cristo edificato nello Spirito Santo, la Chiesa, non è fatto solo da papi, vescovi, suore e preti, ma comprende tutti noi bagnati, unti e segnati nel nome di Cristo.

Francesco ieri ha parlato di Chiesa come di una comunità di fratelli che "si fanno vicini agli ultimi e ai sofferenti, cercando di offrire un po' di sollievo, di conforto e di pace". "L'Invisibile" esiste, è ineludibile, e in fondo è la ragione e il senso di ciò che vediamo, come insegnava bene la volpe. Persino la realtà "visibile" della Chiesa "non è misurabile, non è conoscibile in tutta la sua pienezza" spiegava ieri Bergoglio, ma dobbiamo rilevare che esiste una "meraviglia" ecclesiale, un insieme di opere e persone che è in grado di stupire e affascinare l'umanità.

Una "meraviglia della fede" che è oltre il nostro controllo e che pure passa attraverso di noi. Questa consapevolezza unita alla coscienza del proprio peccato dovrebbe orientare l'agire e il vivere del cristiano. Eppure non sempre è così. Anzi avanza spesso nei ritagli di discorsi tra credenti la questione della "coerenza", virtù troppo facilmente imputata ai cretini. Sia bene inteso, stiamo parlando della coerenza intesa nel suo senso più puro, quello che viene dal latino cohaerere vale a dire "essere unito", essere in armonia, compatto, in piena connessione tra cervello/cuore/azione.
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1/22/2015 10:19 PM
 
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La disinformazione dei vaticanisti
 e la contraccezione

In questi mesi Francesco, forse stufo di questa strumentalizzazione, ha spinto l’acceleratore sui temi etici. In poco tempo ha condannato ogni ridefinizione del matrimonio naturale, ha proclamato il diritto dei bambini di crescere con un padre e una madre maturando «nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità»ha condannato aborto e eutanasia come«falsa compassione» e «peccati contro il Creatore»invitando platealmente i medici a praticarel’obiezione di coscienza. Si è opposto alla fecondazione artificiale e a chi ritiene una «conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono»ha incoraggiato la Marcia per la Vita e benedetto la raccolta firme “Uno di noi” a sostegno delriconoscimento giuridico dell’embrioneha abbracciato il Movimento per la Vita ringraziando «per tutto il lavoro che ha fatto in tanti anni», ha incontrato in Vaticano la Manif pour tous. Proprio nella conferenza stampa in ritorno dalle Filippine, ha parlato della «colonizzazione ideologica», includendo tra questi anche la teoria del gender, paragonandola alla manipolazione mentale tentata dalle dittature fasciste e naziste.

I vaticanisti, da ottobre a oggi, hanno ripreso -seppur molti timidamente e con imbarazzo- le parole scomode di Francesco. L’astinenza a ritoccare le parole e i pensieri del Papa si è però interrotta proprio in occasione di questa conferenza stampa, nella quale Francesco ha apertamente -ancora una volta- valorizzato Paolo VI e la sua Humanae Vitae, da anni sessantottinamente contestata per la sua nettachiusura alla contraccezione«Il rifiuto di Paolo VI […] guardava al neo-Malthusianismo universale che era in corso» che è «il meno dell’1% del livello delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna». Ma «alcuni credono che per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante vie d’uscita lecite che hanno aiutato a questo». Molti osservatori e qualche vaticanista, purtroppo, hanno scritto che il Papa si riferisse allacontraccezione andando, così, contro ai suoi predecessori e alla la dottrina della Chiesa.

Il sostituto della segreteria di Stato della Santa Sede, monsignor Angelo Becciu, uno dei più stretti collaboratori di papa Bergoglio, ha spiegato che «il Santo Padre, con il quale ho parlato ieri, ha sorriso ed è rimasto un pochino sorpreso del fatto che le sue parole – volutamente semplici – non sono state pienamente contestualizzate rispetto a un passo chiarissimo della Humanae Vitae sulla paternità responsabile». Molti vaticanisti (lo vedremo più sotto) hanno scritto che il Papa avrebbe consigliato 3 figli a coppia«Ma no! Il numero tre si riferisce unicamente al numero minimo indicato da sociologi e demografi per assicurare la stabilità della popolazione. In nessuno modo il Papa voleva indicare che esso rappresenta il numero ‘giusto’ di figli per ogni matrimonio. Ogni coppia cristiana, alla luce della grazia, è chiamata a discernere secondo una serie di parametri umani e divini quale sia il numero di figli che deve avere. Il Papa è davvero dispiaciuto che si sia creato un tale disorientamento, non voleva assolutamente disconoscere la bellezza e il valore delle famiglie numerose».

Per quanto riguarda la contraccezione, invece, Francesco ha ribadito semplicemente di non «dividere il carattere unitivo e procreativo dell’atto sessuale». Infatti, per chi conosce il magistero della Chiesa sa benissimo che si parla di «genitorialità responsabile» proprio nella Humana Vitae, per respingere ogni«tentativo di giustificare i metodi artificiali di controllo delle nascite» e poco prima del paragrafo sulle«gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale della natalità». Infatti, Francesco invita a chiedere ai pastori perché ci sono «via d’uscite lecite» per evitare di procreare ad oltranza. Come già disseGiovanni Paolo II: «il pensiero cattolico è sovente equivocato, come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così». Come ha spiegato Mimmo Muolo, vaticanista di “Avvenire”, da una parte il Papa sta disinnescando la bufala della “bomba demografica”, dall’altra -come ha spiegato Lucetta Scaraffia sull’Osservatore Romanoha sottolineato «l’efficacia dei metodi naturali». Ottimo l’articolo di Andrea Morigi su “Libero” che ha parlato di sponsorizzazione «planetaria dei metodi naturali per la regolamentazione della fertilità».

Che il Papa si riferisca ai metodi naturali lo ha capito perfino Vito Mancuso, seppur deluso dal fatto che Francesco abbia dimostrato di non pensarla affatto come lui o come il card. Martini (ne parleremo a breve): «Per evitare la procreazione indiscriminata come i conigli, secondo l’esempio scelto dal Papa, o come tante nostre donne delle generazioni precedenti, secondo la memoria di molti», ha scritto Mancuso, «la Chiesa propone i cosiddetti “metodi naturali”». Come sempre Andrea Tornielli de “La Stampa” rimane tra le fonti più affidabili: «Il messaggio veicolato da molti media», ha scritto, «era stato infatti quello di un invito al controllo delle nascite – qualcuno ha parlato di un’apertura alla contraccezione  – come pure della benedizione del numero di tre figli come ideale per la famiglia cattolica. È sempre utile, in questi casi, rifarsi al testo originale […]. Il Papa non ha mai detto che la famiglia modello ha tre figli, come gli è stato erroneamente attribuito». In secondo luogo «ribadisce che ci sono tante persone nella Chiesa in grado di aiutare le coppie in difficoltà e ci sono anche “tante vie d’uscita lecite” (e quel lecite va probabilmente inteso come “in accordo con l’insegnamento morale della Chiesa”) che possono aiutare la paternità responsabile».

Eppure, dicevamo, per molti vaticanisti non solo la parola “metodi naturali”, ovvero le “vie lecite”, è un tabù, ma alcuni hanno addirittura paventato aperture sulla contraccezione artificiale. La regina della disinformazione in questo caso è stata Franca Giansoldati, oltretutto presente alla conferenza stampa di Francesco.

 

FRANCA GIANSOLDATI.
La vaticanista de “Il Messaggero” aveva intervistato il Papa nel giugno scorso ponendogli per ben tre volte di seguito (compresa una critica) domande sulle donne, con uno spiccato accento femminista: il Papa aveva risposto alla prima domanda, ma la Giansoldati -non contenta- replicò parlando (o accusandolo, non si è ben capito) di “misoginia”; il Papa reagì prendendola in giro«Il fatto è che la donna è stata presa da una costola…(ride di gusto)». La vaticanista ripropose il discorso delle donne a capo del clero e Francesco trovò il modo di liquidare queste ideologiche domande con una seconda battuta: «Beh, tante volte i preti finiscono sotto l’autorità delle perpetue… (ride)». La Giansoldati, finalmente, si arrese. In questa occasione ha invece ha scritto«La contraccezione secondo Bergoglio. Per le coppie di sposi si aprono spiragli […]». Sui contraccettivi «naturalmente la Chiesa non muta posizione, tuttavia all’interno del matrimonio per una coppia è anche possibile farvi ricorso. Si dovrebbe valutare caso per caso». Ma quando mai Francesco ha parlato di contraccezione nel suo discorso o ha autorizzato la coppia a farvi ricorso? Francesco ha parlato dell’esistenza di “vie lecite” ed è ovvio che la contraccezione non è tra queste, nemmeno caso per caso.

 

MANILA ALFANO.
La vaticanista de “Il Giornale” ha invece trovato l’apertura rivoluzionaria nel numero 3 dei figli che il Papa avrebbe consigliato: «Secondo Francesco, il numero ideale di figli è tre. Nessun Pontefice prima d’ora si era spinto a tanto, addirittura a quantificare il numero “giusto” di figli». E’ una bufala che corre per il web, in realtà -come ha chiarito mons. Becciu- a citare il numero tre per i figli è stato il giornalistaCristoph Schmidt che ha posto la domanda al Papa: «Santo Padre, nella media una donna nelle filippine partorisce più di tre bambini nella sua vita […]. Che cosa ne pensa?». E il Papa ha risposto: «Io credo il numero di 3 per famiglia che lei menziona, credo che è quello che dicono i tecnici: che è importante per mantenere la popolazione, no? 3 per coppia, no?». Dunque Francesco non ha affatto teorizzato che i 3 figli sono l’ideale, ma ha supposto che sia il consiglio degli esperti. L’importante per lui è che non vi sia un rifiuto dei figli o una procreazione irresponsabile.

 

GIAN GUIDO VECCHI.
Il vaticanista de “Il Corriere” ha fatto dire al Papa una cosa che in realtà non ha mai detto«Credo che il numero tre sia un buon numero», per quanto riguarda i figli. Una citazione messa tra virgolette, parole che il Papa non ha mai pronunciato come si evince dalla trascrizione ufficialeP.S. Il vaticanista ci ha riferito di non essere lui l’autore di questa attribuzione di parole al Santo Padre, ma è stata «la redazione» del “Corriere”. Lui ha pubblicato soltanto le parole della conferenza stampa. Rimane comunque questa -a nostro avviso- falsa e fuorviante citazione come titolazione del suo articolo, la parte che solitamente viene letta da tutti, anche da chi non continua la lettura del pezzo.

 

GIANNINO PIANA.
Il teologo Piana, martiniano di ferro come Mancuso, ha teorizzato invece che Francesco avrebbe voluto«sollecitare l’episcopato […] aprendo ai contraccettivi in alcune situazioni particolari, tipo il caso di una coppia con coniuge sieropositivo». Piana è andato oltre la Giansoldati, specificando addirittura i casi specifici verso i quali il Papa avrebbe “aperto”. Non si capisce da dove lo abbia dedotto. Perché manipolare così il Pontefice e mistificare la realtà? Con quale coraggio, oltretutto, dato che il testo dell’intervento di Francesco è accessibile a chiunque?

 

MARCO ANSALDO.
Il vaticanista di “Repubblica” ovviamente ha dovuto censurare la condanna del Pontefice alla teoria del gender: nella sua pubblicazione delle risposte del Pontefice, guarda caso ha fatto iniziare la risposta appena dopo tale pronunciamento. Furbizie per salvarsi il posto a “Repubblica”?

 

FRANCESCO ANTONIO GRANA.
Il vaticanista de “Il Fatto” addirittura si inventa di sana pianta una frase, attribuendola a Francesco:«Sentir dire che 3 figli già sono troppi mi mette tristezza perché per una coppia sono il minimo necessario a mantenere stabile la popolazione». E’ una sorta di telefono senza fili, ogni vaticanista copia l’altro e ognuno aggiunge ciò che vuole, così la frase assume sempre più connotati surreali.

 

E poi ci si stupisce del perché Papa Francesco dica«Sempre ci sono timori, però perché non leggono le cose, o leggono una notizia in un giornale, un articolo, e non leggono quello che si è pubblicato […]. Io ho scritto un’enciclica a quattro mani, e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e omelie, e questo è magistero. Questo sta lì, è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi»Ricordando spesso che «i peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Questi tre sono i peccati dei media».


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1/26/2015 6:28 PM
 
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La famiglia non è un terreno di scontro ma un luogo dove si impara a comunicare

Messaggio di papa Francesco per la 49esima giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Il tema della famiglia è al centro di un’approfondita riflessione ecclesiale e di un processo sinodale che prevede due Sinodi, uno straordinario – appena celebrato – ed uno ordinario, convocato per il prossimo ottobre. In tale contesto, ho ritenuto opportuno che il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali avesse come punto di riferimento la famiglia. La famiglia è del resto il primo luogo dove impariamo a comunicare. Tornare a questo momento originario ci può aiutare sia a rendere la comunicazione più autentica e umana, sia a guardare la famiglia da un nuovo punto di vista. Possiamo lasciarci ispirare dall’icona evangelica della visita di Maria ad Elisabetta (Lc 1,39-56). «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”» (vv. 41-42). Anzitutto, questo episodio ci mostra la comunicazione come un dialogo che si intreccia con il linguaggio del corpo. La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo. Il grembo che ci ospita è la prima “scuola” di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un'esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre.
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3/14/2015 10:19 PM
 
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Grazie Papa Francesco,
hai sconfessato le ideologie progressiste e tradizionaliste

Francesco tradizionalisti progressistiDue anni fa l’elezione di Papa Francesco, in un primo momento il mondo mediatico ha pensato di contrastarlo con lo stesso metodo usato per Benedetto XVI: diffamazione e calunnie. Si spiegano così i tentativi iniziati pochi minuti dopo l’annuncio della sua elezione al soglio pontificio, di affibbiarli citazioni contro le donne e complicità con la dittatura argentina, accuse che abbiamo contribuito a smascherare come false.

Tuttavia, l’attenzione del Papa anche a piccoli segni di sobrietà è bastata per entusiasmare l’ideologia sessantottina che ancora domina nelle redazioni dei quotidiani e l’aver semplicemente ribadito l’accoglienza della Chiesa per le persone (i peccatori) a prescindere dai comportamenti (peccati) con il famoso “chi sono io per giudicare?”, ha costretto i media acambiare strategia: cercare di valorizzare al massimo Papa Francesco (il rivoluzionario progressista) contrapponendolo al resto della Chiesa (anacronistica e conservatrice).

vaticanisti hanno collaborato molto a questo nuovo “piano di attacco”, scrivendo fiumi di inchiostro sulle fantomatiche “aperture”, “strappi”, “cambiamenti” del Papa, raccontando bugie, manipolando e tagliuzzando i suoi discorsi. Francesco se n’è accorto e ha commentato«Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo».

Questa nuova forma di anticlericalismo mediatico, più subdolo e meno diretto, ha mandato in tilt il fantomatico tradizionalismo (-ismo, un’ideologia). Devoti alle regoline, ai codici, fedeli al Pontefice soltanto se rispetta la loro interpretazione del diritto canonico.Hanno creduto al mondo mediatico, sono caduti nella trappola dei progressisti e sono davvero convinti che Francesco abbia cambiato (o cambierà) la dottrina cattolica «per cercare l’applauso del mondo». I numeri sono piccoli ma contro di lui hanno imbastito un forte e pregiudizievole dissensocome ha detto il ratzingeriano arcivescovo di Washington, Donald Wuerl«Una delle cose che ho imparato in tutti questi anni è che, esaminando più attentamente, si riscontra un filo comune che attraversa tutti questi dissidenti. Essi sono in disaccordo con il Papa, perché lui non è d’accordo con loro e non segue le loro posizioni».

Francesco oggi si trova dunque in mezzo a questi due fuochi, lo ha capito il prof. Guzmán Carriquiry Lecour, vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina e amico personale del Santo Padre, criticando «il rifiuto sistematico e pieno di pregiudizi che si avvertono in alcune reazioni di settori ultraminoritari in seno alla Chiesa stessa». Il Papa, per usare termini politici, è strumentalizzato da “sinistra” e combattuto da “destra”, «i reazionari concordano e si alimentano anche con la figura falsata che pretendono di diffondere ambienti ecclesiastici e mediatici di progressismo liberal. Li accomuna l’immagine di un Papa che vuole cambiare insegnamenti dottrinali e morali della Chiesa, e che viene contrapposto dai predecessori».

Non a caso Francesco ha lanciato stoccate agli uni e agli altri: si è scagliato contro il «progressismo adolescenziale» e contro il«tradizionalismo zelante»; ha criticato l’allarmismo catastrofico così come il feticismo degli idoli della società moderna; si è opposto al buonismo distruttivo e al machismo in gonnella, ha criticato i gruppi tradizionalisti chiedendo però di rispettarli («dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare, di catechizzare, di dialogare, senza insultare, senza sporcarli, senza sparlare. Perché tu non puoi annullare una persona dicendo: “Questo è un conservatore”. No. Questo è figlio di Dio tanto quanto me. Ma tu vieni, parliamo. Se lui non vuole parlare è un problema suo, ma io ho rispetto. Pazienza, mitezza e dialogo»). Ha scomunicato i fondatori di “Noi siamo Chiesa”, riferimento principale del progressismo cattolico internazionale (gli amici di Vito Mancuso, per intenderci).

Il discorso più importante è stato certamente quello a conclusione del Sinodo sulla Famiglia, quando ha criticato «la tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi –“tradizionalisti” e anche degli intellettualisti.  La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatricefascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”. La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf.Gv 8,7) cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili” (Lc 10, 27). La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio. La tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”».

Se Benedetto XVI ha sconfessato approfonditamente la fede adulta dell’ideologia progressistadefinendola «una fede “fai da te”», Francesco ha confermato coinvolgendo nella critica anche la fede adulta dell’ideologia tradizionalista, altrettanto fonte di confusione e allontanamento dalla Chiesa. Pochi giorni fa il Papa ha ringraziato il responsabile di “Comunione e Liberazione”don Julian Carron, per una lettera nella quale ha dato ragione della fedeltà al successore di Pietro. Ne citiamo un ampio passaggio, facendo nostre queste bellissime parole: «Tutti noi siamo stati educati a riconoscere nella figura di Pietro il fondamento della nostra fede», ha scritto don Carron. «”Il volto di quell’uomo [Gesù] è oggi l’insieme dei credenti, Corpo misterioso, chiamato anche “popolo di Dio”, guidato come garanzia da una persona viva, il Vescovo di Roma” (don Giussani). Senza la sua figura, nella quale si manifesta in modo eminente la successione apostolica, la nostra fede sarebbe destinata a soccombere tra le tante interpretazionidel fatto cristiano generate dall’uomo. Che semplicità occorre per riconoscere e accettare che la vita di ciascuno di noi dipende dal legame con un uomo in cui Cristo testimonia la sua perenne verità nell’oggi di ogni momento storico! E quanto sembra sproporzionato che tutto abbia la sua consistenza nel legame con la fragilità di una singola persona, scelta per questa missione! Eppure, la conferma che ciascuno di noi ha nella propria esperienza del fiorire della vita nella misura in cui lo segue, proprio questo costituisce la più grande risorsa per la nostra adesione incondizionata al Papa, che non può che esprimersi nella domanda sincera e umile di una sequela semplice, tanto siamo convinti che seguendo lui seguiamo Cristo. Più mi tuffo in queste riflessioni e più il mio pensiero va a don Giussani – che ci ha educato a guardare il Papa per questa sua rilevanza unica nella nostra vita».


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12/8/2015 10:13 AM
 
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INIZIA L'ANNO SANTO


Ecco perché ho voluto l’Anno Santo


di Papa Francesco* 








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Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, «ricco di misericordia», dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà», non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo», quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre. Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio.

Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l'atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l'uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell'agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.

Ho scelto la data dell'8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell'evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l'esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell'evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell'amore del Padre(...).

«È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza». Le parole di san Tommaso d'Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell'onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: «O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono». Dio sarà per sempre nella storia dell'umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso(...).

L'architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell'amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia». Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall'altra parte, è triste dover vedere come l'esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire. Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell'annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all'essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.

 *Dalla bolla di indizione dell’Anno Santo «Misericordiae Vultus»

Papa Francesco


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12/23/2015 3:50 PM
 
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 di Daniele Di Luciano –


Il 12 giugno 2014, i massoni del Grande Oriente d’Italia hanno organizzato, a Roma, una conferenza sul Concilio Vaticano II. In quella occasione il Gran Maestro Stefano Bisi ha dichiarato: “Mi piacerebbe proprio sapere cosa pensa Papa Francesco della Massoneria“.


La massoneria speculativa è nata ufficialmente nel 1717. Il primo documento di condanna dalla Chiesa risale al 1738. Da allora oltre seicento documenti della Chiesa hanno confermato e ribadito la condanna. Seicento!


Gli ultimi risalgono agli anni ’80 dello scorso secolo. NellaDichiarazione circa l’appartenenza dei cattolici ad associazioni massoniche del febbraio 1981, da tutti consultabile sul sito ufficiale del Vaticano, leggiamo:


…sulla interpretazione del Can. 2335 del Codice di Diritto Canonico che vieta ai cattolici, sotto pena di scomunica, di iscriversi alle associazioni massoniche e altre simili […] questa Congregazione conferma e precisa quanto segue:
1) non è stata modificata in alcun modo l’attuale disciplina canonica che rimane in tutto il suo vigore;
2) non è quindi stata abrogata la scomunica né le altre pene previste;

In un altro documento del novembre 1983, Dichiarazione sulla massoneria, anche questo ben visibile sul sito ufficiale del Vaticano, è l’allora Cardinale Joseph Ratzinger che conferma:

Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita.

Nonostante questi documenti, il Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, si chiede cosa possa pensare Papa Francesco della massoneria, come se un Papa, improvvisamente, possa dimenticare seicento documenti di condanna emanati negli ultimi tre secoli.

Eppure Papa Francesco si è espresso molto chiaramente sulla massoneria, in un video che ha fatto il giro del mondo. Com’è possibile, allora, che nessuno ci abbia fatto caso? Semplice: i mass media (filo massoni) hanno focalizzato l’attenzione su alcune parole del Papa, tralasciandone altre. Il video in questione è quello registrato sull’aereo in cui il Papa parla anche degli omosessuali e pronuncia la famosa frase: chi sono io per giudicare?

 

Scommetto che tutti i nostri lettori hanno visto quel filmato.

Subito dopo la famosa frase sugli omosessuali, Papa Francesco aggiunge (cito):

Il problema è fare lobby… di questa tendenza [si riferisce alle lobby omosessuali], o lobby di avari [probabilmente il riferimento è per i banchieri], lobby politiche, lobby dei massoni… questo è il problema più grave per me.

Ecco cosa pensa Papa Francesco della massoneria. Speriamo di aver aiutato anche il Gran Maestro del GOI a soddisfare la sua curiosità.

Ascoltate il video e chiedetevi come mai questa dichiarazione non sia stata riportata da nessuno, nonostante la dichiarazione che la precede di qualche secondo abbia fatto il giro del mondo.

 

Dato che ci siamo, ne approfitto per un piccolo chiarimento anche riguardo alla frase sugli omosessuali che ha fatto tanto scalpore. Papa Francesco dice testualmente:

Se una persona è gay, e cerca il Signore, e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?

Forse non tutti sanno che la Chiesa cattolica condanna il peccato ma mai il peccatore. Il peccato, in questo caso l’omosessualità, bisogna odiarlo, mentre il peccatore, l’omosessuale, bisogna amarlo.

Non c’è nulla di scandaloso o rivoluzionario nella frase di Papa Francesco. Anch’io, che non sono omosessuale, sono un peccatore. Per esempio sono superbo. Proviamo a sostituire il peccato di superbia nella frase di Papa Francesco:

Se una persona è superba, e cerca il Signore, e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?

Ci trovate qualcosa di rivoluzionario? No. Il Papa, da buon Papa, non giudica il peccatore (solo Dio può giudicare il nostro cuore) ma questo non implica che la superbia non sia più un peccato!

Quindi la superbia rimane un peccato ma io superbo (e/o omosessuale), se cerco il Signore e ho buona volontà, posso sperare nella Sua misericordia.

 

Fonte: Lo Sai


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2/21/2016 9:40 AM
 
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Il Papa scrive ad Antonio Socci:
l’abbraccio di Francesco ad un fratello in difficoltà

L’ultima grande testimonianza di Papa Francesco è stata rispondere al giornalista di LiberoAntonio Socci, suo noto denigratore. Socci gli ha inviato una copia del suo ultimo libro con lettera allegata e il Papa ha risposto, di suo pugno, con parole d’affetto, benedicendolo, addirittura ringraziandolo per le sue critiche.

Un’iniziativa che riempie di ammirazione se pensiamo che ogni giorno, da due anni a questa parte, Antonio Socci riserva a lui le più demenziali critiche anticlericali. Ecco solo le più recenti: «Bergoglio è un “sinistrino” che vuole trasformare la Chiesa in succursale di “Repubblica” e di Greenpeace e rottamare la dottrina e la tradizione» (Libero, 07/02/16); «Bergoglio rosica di brutto per il successo del Family Day perché detestaquesto popolo immenso che si è radunato in difesa della famiglia» (Libero, 31/01/16); «Bergoglio prova ostilità per noi cattolici, fedeli al Magistero di sempre della Chiesa» (Lo Straniero, 31/01/16); «Una forte incidenza dei cattolici nella vita pubblica di fatto sarebbe una sconfessione della linea “argentina” di Bergoglio, che punta a ridurre i cattolici all’insignificanza e a renderli subalterni alle correnti del “politically correct”» (Libero, 29/01/16); «Bergoglio disprezza i cristiani, specie i più eroici» (Libero, 12/11/15); «Bergoglio quando sente parlare di Eucarestia si rabbuia, preferisce sempre altri impegni quando si tratta di star lontani dall’Eucarestia» (Facebook, 12/02/16);

E ancora: «Bergoglio preferisce gli orrori del comunismo al consumismo» (Facebook, 06/02/16); «Bergoglio imperversa dentro e fuori del Sinodo cercando di influenzarlo, condizionarlo e teleguidarlo in tutti i modi, interviene a gamba tesa per bastonare i cattolici e spingere il Sinodo verso i dissolutori. Lo fa dall’esterno con gli aggressivi comizi di santa Marta» (Facebook, 07/10/15); «Da quando è arrivato in Vaticano Bergoglio ha trasformato la Santa Sede: non più la roccia di difesa della fede cattolica ma una macchina di esaltazione e di propaganda del mito planetario Giorgio Mario Bergoglio» (Libero, 10/01/16); «Bergoglio si comporta come il sovrano di uno stato teocratico che non riconosce né il diritto della libera stampa, né le garanzie processuali tipiche del diritto internazionale» (Libero, 26/11/15); «Bergoglio preferisce lo sputtanamento pubblico e generalizzato di tutti perché vuole vendicarsi di essere stato messo in minoranza in ben due Sinodi e non aver potuto imporre – per ora – le sue riforme eterodosse. Così adesso la fa pagare al mondo ecclesiastico» (Lo straniero, 20/11/15).

Ecco, di fronte a tutto questo il Santo Padre cosa fa? Si arrabbia? Lo liquida come un mitomane, un personaggio delirante? Nient’affatto, prende carta e penna e gli scrive: «Ho ricevuto il suo libro e la lettera che lo accompagnava. Grazie tante per questo gesto. Il Signore la ricompensi. Ho cominciato a leggerlo e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore. La ringrazio davvero tanto per le sue preghiere e quelle della sua famiglia. Le prometto che pregherò per tutti voi chiedendo al Signore di benedirvi e alla Madonna di custodirvi. Suo fratello e servitore nel Signore, Francesco». Una grande testimonianza.

Papa Francesco non è comunque nuovo a queste iniziative, nel novembre 2013 aveva telefonato anche al compianto Mario Palmaro, anche lui critico verso il suo pontificato. Antonio Socci, ai tempi, difendeva Francesco, scrivendo«mi spiace per Gnocchi e Palmaro, ma un cattolico non può irridere il Papa o accusarlo di eresia con la leggerezza di un articoletto di giornale» (quello che inizierà a fare lui stesso su Libero poco tempo dopo, irridendo come bergoglionate i suoi discorsi). Anche in quel caso, invece, il Papa scelse di chiamare Palmaro, facendogli sentire la sua vicinanza:«aveva compreso che quelle critiche erano state fatte con amore e come fosse importante, per lui, riceverle»spiegò commosso il noto bioeticista, deceduto nel marzo 2014.

E’ un Pontefice che, quando può, va lui incontro a chi è lontano, a chi si sta allontanando, gli tende una mano, anzi lo abbraccia, gli scalda il cuore. Ed è fuori di dubbio che Antonio Socci si trovi oggi in un periodo difficile della sua vita, un lungo momento di crisi personale. Lo scrive lui stesso: «Ho buttato alle ortiche quello che il mondo definisce “prestigio”, costruito in decenni di lavoro, per diventare un reietto nel mondo cattolico, che è la mia casa. Diventato di colpo un “appestato”, in questi due anni ho fatto indigestione di insulti. Quelli più frequenti sono stati i seguenti: “sei un indemoniato” e “sei impazzito”».

Ma è Socci ad essersi isolato, a rimanere incastrato nelle sue profezie apocalittiche, nel suo catastrofismo, nel suo personaggio ideologicamente anti-bergogliano. I suoi articoli sono un continuo ammonimento all’«ombra apocalittica», alla «minaccia atomica planetaria», all’«autodistruzione dell’umanità», all’«esplosione globale», agli «scenari apocalittici» (già detto?). E’ difficile per molti cattolici (definiti da lui “papolatri” perché seguono il Papa senza trovare motivi di critica) accettare di veder strumentalizzati i santi e i beati, dei quali Socci estrapola citazioni per contrapporli a Francesco. Una grave ingiustizia verso la loro memoria e di certo non sono contenti nel vedersi usati come bastone contro il successore di Pietro e come strumento per scandalizzare la fede dei lettori. Sul Foglio Maurizio Crippa, dopo aver definito “fantasy allucinogeno” e “panzana sedevacantista” il suo libro sul Papa, ha criticato Socci proprio per l’uso strumentale perfino di don Luigi Giussani, che dice essere suo padre spirituale,«soprattutto per scagliarlo come un’arma contro il Papa. Giussani non l’avrebbe mai fatto né permesso, e questa è una porcata inaccettabile». Lo stesso comportamento il giornalista di Libero lo attua con i predecessori del Papa, soprattutto Benedetto XVI, senza mai aver avuto il coraggio di pubblicare le parole di pieno e spontaneo sostegno che più volte il Papa emerito ha rivolto a Francesco.

Anzi, prima di entrare in crisi, fu lo stesso Socci a scrivere: «Questi sedicenti ratzingeriani dimenticano che papa Benedetto ha proclamato fin dall’inizio la sua affettuosa sequela al nuovo papa. Se non si crede questo, come ci si può dire cattolici?». Era lui stesso, quindi, a voler isolare i “sedicenti ratzingeriani” che contrapponevano Francesco al suo predecessore, dubitando addirittura della loro fede cattolica. Lo stesso che è capitato anche a lui quando, poco tempo dopo, ha iniziato a comportarsi nello stesso modo che prima veementemente criticava. Addirittura definì“fondamentalisti” coloro che denigravano il Pontefice credendo alle parole che Eugenio Scalfari gli ha attribuito nei suoi articoli su Repubblica: «Il fondamentalista non riflette su come quella frase sia stata veramente detta dal Papa e magari su com’è stata capita e riportata da Scalfari, non coglie la circostanza colloquiale, né il fatto che Bergoglio parla in una lingua che non è la sua e che non padroneggia alla perfezione. Infine tutto andrebbe valutato alla luce del vero e costante magistero ufficiale di papa Francesco». Oggi il suo cavallo di battaglia sono proprio le parole che Scalfari ha messo in bocca a Francesco, quindi nel 2013 si è dato del “fondamentalista” da solo.

Tornando alla lettera ricevuta, purtroppo è stata già usata dal giornalista di Libero come vanto personale: «Oggi però le parole che Francesco mi ha scritto fanno giustizia di mesi e mesi di insulti». Il Papa ha ringraziato Socci, così come l’amato Papa emerito, Benedetto XVI, ringraziò Piergiorgio Odifreddi nella lettera che inviò di suo pugno al matematico ateo. Queste lettere non fanno giustizia né a Socci, né a Odifreddi, i due Pontefici non riconoscono come vere le accuse che vengono loro rivolte. Al contrario, fanno giustizia alla grande umanità cristiana di questi due Papi, che dimostrano la loro libertà e non hanno remore nel porgere l’altra guancia ai loro frenetici accusatori. Un grande esempio «di umiltà e di paternità», come infatti scrive giustamente Socci.

Una lezione a tanti cattolici, noi compresi, che guardano ormai indifferenti verso Antonio Socci, relegandolo ad una “scheggia impazzita”. Invece no,sbagliano e sbagliamo! Papa Francesco ci ha insegnato che un fratello ferito, in difficoltà, confuso, va comunque abbracciato, va rincuorato e da lui bisogna trarre anche quel poco di utile che certamente c’è, ringraziandolo per questo. Una lezione di umiltà. La stessa che servirà tanto anche a Socci, quelle del Papa «sono parole che non lasciano indifferenti», ha infatti scritto. Speriamo davvero che servano a frenare il suo imponente orgoglio che lo ha portato a convincersi davvero di essere il custode della Santa dottrina contro il “partito di Bergoglio”, quello che vorrebbe far affondare la Chiesa. Combattendo il suo stesso popolo pur di affermare se stesso stesso, i suoi libri e le sue idee su come dovrebbero comportarsi vescovi, cardinali, il Vaticano e il Santo Padre. Ed invece, come ci ha detto il card. Camillo Ruini«bisogna essere ciechi per non vedere l’enorme bene che papa Francesco sta facendo alla Chiesa».

Questa lettera, inviata a Socci, è uno dei tanti esempi.


5/13/2020 4:01 PM
 
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