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DIFENDERE LA VITA DAL CONCEPIMENTO

Last Update: 2/24/2020 10:37 PM
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2/25/2015 11:13 PM
 
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 Le “Femministe per la vita”



Femministe pro lifeTre anni fa parlavamo dell’associazione americana dei “Secular pro life”, un movimento di persone non credenti che aspira ad «un mondo in cui l’aborto sia impensabile, per le persone di ogni fede e non fede».


L’opposizione all’interruzione di gravidanza è infatti una posizione di ragione, non di fede, come ha spiegato anche Papa Francesco«Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. “Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto, per esempio? E’ un problema religioso?” – “No, no. Non è un problema religioso” – “E’ un problema filosofico?” – “No, non è un problema filosofico”. E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. “Ma no, il pensiero moderno…” – “Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!”».


Per questo esiste anche un movimento di femministe che guarda all’aborto non come un atto di libertà, ma una forma di violenza della dignità femminile: «Una società che promuove l’aborto come una “necessità” o “un male necessario” sottovaluta le donne e la violenza che viene causata loro tramite l’aborto»ha affermato Serrin Foster, tra le leader delle “Feminists for Life”(www.feministsforlife.org, anche su Facebook). Un’associazione che ha il merito di smascherare i presunti “difensori delle donne e dei loro diritti”: «I principi di base del femminismo sono giustizia per tutti e l’opposizione alla violenza e alla discriminazione.L’aborto va contro tutti e tre questi principi»«Ci opponiamo a ogni forma di violenza, compreso l’aborto, l’infanticidio, gli abusi sui minori, la violenza domestica, la pena di morte e l’eutanasia, dal momento che sono in contrasto con i principi femministi di giustizia fondamentale e il rifiuto della violenza e della discriminazione».


Molti legittimano l’aborto citando i casi estremi, come gli stupri. Proprio una delle leader delle femministe pro-life, Joyce Ann McCauley-Benner, è stata vittima di violenza sessuale e ha scelto di tenere il bambino: «E’ normale voler cancellare la memoria del dolore dello stupro. Purtroppo, la dura verità è che, anche se vogliamo farlo, non possiamo. L’aborto non cancella niente. Cosa potrebbe cancellare dalla memoria quello che è successo l’11 settembre 2001? L’aborto è un secondo atto di violenza contro la donne violentata». Qualcuno, invece, ancora si giustifica parlando di aborto terapeutico, ma «sono rare sono le situazioni in cui la vita della madre è a rischio. Non è mai medicalmente necessario uccidere il bambino per salvare la madre» ha proseguito ancora Foster.


Il loro impegno pubblico è spronare la società a politiche più efficaci per sostenere chi mette alla luce un bambino, perché«dobbiamo dedicarci alla sistematica eliminazione delle ragioni che spingono le donne a cercare l’aborto. Siamo ad esso contrarie in tutti i casi, perché la violenza è una violazione dei principi fondamentali del femminismo».



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5/11/2015 8:03 PM
 
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Organizzato da una vasta coalizione di associazioni per la vita e per la famiglia, coordinata da Voice of the Family, di Londra, sabato 9 maggio si è realizzato nella Città Eterna il 3° Rome Family Forum. Più di sessanta leader pro-life e pro-family, rappresentando 15 paesi, si sono dati appuntamento nell’auditorio S. Pio X, all’ombra del Cupolone, per discutere sul futuro della vita e della famiglia in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si terrà ad ottobre.

Il Documento Finale del Sinodo preparatorio, tenutosi lo scorso anno a Roma, ha detto John Smeaton, direttore della Society for the Protection of the Unborn Children, di Londra, segna un netto miglioramento rispetto ai documenti originali. Tuttavia, lascia ancora qualche ambiguità in ciò che riguarda il divorzio e le coppie di fatto. Il popolo della vita, ha continuato Smeaton, deve mantenere ferma la convinzione che, in tema di morale, ci sono principi assolutamente non negoziabili perché fanno parte della divina Rivelazione di Nostro Signore Gesù Cristo, il divorzio e l’adulterio, per esempio.

Hanno partecipato al convegno delegati di quasi tutte le TFP europee ed americane. Il sottoscritto è intervenuto in qualità di presente dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, di Italia.

In fine mattinata, i leader si sono riuniti in una tavola rotonda per discutere sulle strategie tese a difendere, in tutto il mondo, la sacralità della vita e dell’istituzione familiare. È emersa, sempre più forte, la persuasione che siamo in un momento di svolta, in cui le lobby LGBT ) sono scatenate in una sorta di assalto finale ai valori morali naturali e cristiani. Di fronte a questo assalto, visto che non tutte le autorità competenti, religiose e civili, sembrano disposte a lottare fino in fondo in difesa della vita e della famiglia, spetta a noi portare avanti la testimonianza.

Nel pomeriggio, il congresso è stato aperto al pubblico, che ha totalmente riempito il vasto auditorio. Era presente in aula il cardinale statunitense Raymond Burke, già Prefetto della Segnatura Apostolica. Il relatore centrale è stato il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, Australia, e Prefetto della Segreteria per l’economia del Vaticano. Nella sua dotta e documentata relazione, il prelato ha parlato del ruolo dei genitori come educatori principali dei figli e, quindi, i principali responsabili davanti a Dio. Citando vari studi scientifici, ha poi dimostrato come il divorzio e i nuovi tipi di “famiglia” siano profondamente nocivi per la salute mentale, e anche fisica, dei figli. In chiusura, ha ribadito la assoluta immutabilità del Magistero della Chiesa in temi morali. “Stiamo giocando, oltre che con Dio, con la natura stessa”, ha dichiarato. Egli si domandava, infatti, perché tanti lobby si impegnano nella difesa della natura in tema di ambiente, cosa perfettamente legittima, ma nessuno si impegna nella difesa della natura quando si tratta dell’essere umano?

Ha concluso la giornata una solenne Adorazione Eucaristica, celebrata dal cardinale Burke, insieme a mons. Marco Agostini, ufficiale della Segreteria di Stato di Sua Santità, nella chiesa di San Salvatore in Lauro, nel centro storico di Roma. La veglia di preghiera veniva a sottolineare un punto ricordato da tutti i leader pro life durante il convegno: la centralità della preghiera e della vita spirituale nella causa per la vita e per la famiglia. Al cuore della nostra lotta vi è, infatti, la convinzione che è la preghiera ad ottenere dal Cielo le grazie necessarie, senza le quali i cuori degli uomini non si apriranno alla verità e alla virtù.



Marcia per la Vita

Il Rome Family Forum e la solenne Adorazione eucaristica hanno preparato la 5a Marcia internazionale per la Vita, che si è realizzata il giorno dopo, domenica 10 maggio.

Quasi 40mila persone hanno marciato, nel cuore della Cristianità, in difesa dei principi non negoziabili, proclamando ad alta voce SÌ alla vita, NO all’aborto, SÌ alla famiglia, NO alle forme spurie di unione. Il raduno è iniziato nel bel mezzo di Via della Conciliazione, a duecento metri dal Vaticano. Un popolo in festa, con centinaia di striscioni e bandiere delle rispettive associazioni è sceso in piazza per far sentire la propria voce. Numerosi i sacerdoti e i seminaristi, la maggior parte in rigoroso abito talare nonostante il caldo. Numerosissime anche le suore di varie congregazioni. Hanno dato il tocco giusto anche le migliaia di famiglie con figli piccoli, molti nei passeggini.

Partendo da Via della Conciliazione, il corteo si è snodato per via del Corso fino ai Fori Imperiali, finendo poi al Foro Boario, davanti alla chiesa di S. Giorgio al Velabro. A due passi, nel suo muto ma penetrante linguaggio, il Colosseo ci ricordava i tanti martiri che preferirono affrontare le belve pur di non tradire una virgola della Fede cristiana.

Quasi cinquanta fra soci e cooperatori delle TFP europee ed americane hanno preso parte alla Marcia, portando la caratteristiche cappe e stendardi rossi col leone rampante dorato. Due cornamusieri, delle TFP di Scozia e di Irlanda, indossando il tradizionale kilt, allettavano la Marcia con musiche tipiche, richiamando l’attenzione dei passanti, molti dei quali si sono fatti fotografare a loro fianco. Insieme alla TFP marciavano anche delegati di varie associazioni consorelle, facenti parte della vasta famiglia spirituale ispirata da Plinio Corrêa de Oliveira.

MarciaVitaRoma2


Dopo la Marcia, una Messa celebrata da mons. Agostini nella chiesa di San Giorgio al Velabro, nel rito straordinario della liturgia romana, ha chiuso in bellezza una giornata che rimarrà per sempre nella nostra memoria.

Alla fine siamo ripartiti con l’animo pieno di entusiasmo e la mente piena di progetti concreti. Il prossimo appuntamento è per maggio 2016 per la 6a Marcia per la Vita. Tutti convocati!





loredopicc Julio Loredo

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7/18/2015 11:29 AM
 
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walter 1 
Il bambino che ha riacceso il dibattito sull'aborto

 
“Mucchio di cellule”, “tessuto”, “solo un feto”: sono espressioni comuni usate dalle persone favorevoli all'aborto per descrivere il nascituro, per sminuire l'umanità di quella nuova vita. Il modo in cui viene chiamato il nascituro non è tuttavia quello che lo definisce, e ne è prova la vita di un piccolissimo bambino. Nell'estate 2013, Walter Joshua Fretz è nato ad appena 19 settimane di gestazione. Ha vissuto pochi momenti, ma la sua vita ha avuto un impatto duraturo.

I genitori di Walter, Lexi e Joshua Fretz, già madre e padre di due bambine (che hanno accolto la terza figlia, Mia, nel settembre scorso), aspettavano con ansia l'arrivo del loro nuovo figlio quando, come si legge sul blog di Lexi, lei ha iniziato ad avere sanguinamenti. Non era insolito durante le sue gestazioni, ma quando il sanguinamento è diventato rosa si è preoccupata e ha chiamato la sua ginecologa, che le ha consigliato di recarsi al reparto d'emergenza.

Nella sala delle emergenze, varie gestanti sono arrivate dopo di lei e portate direttamente in infermeria, ma visto che Lexi non aveva ancora completato 20 settimane – era a 19 settimane e 6 giorni –, le regole dell'ospedale richiedevano che rimanesse nel reparto di emergenza. Circa un'ora dopo, Lexi è riuscita a sentire il battito del cuore del suo bambino e si è sentita sollevata, ma poi ha iniziato a sentire i dolori familiari del parto. Quasi cinque ore dopo essere arrivata in ospedale ha dato alla luce suo figlio, Walter Joshua Fretz.



Ha scritto:

“In quel momento stavo piangendo, ma lui era perfetto. Era completamente formato e tutto era al suo posto; riuscivo a vedere il cuore battere nel suo piccolo petto. Joshua e io lo abbiamo preso e abbiamo pianto per lui, guardando il nostro figlioletto perfetto e minuscolo”.

La decisione successiva di Joshua sembrava naturale e insignificante, ma avrebbe finito per diventare uno spartiacque e perfino un salvavita per molte persone. È andato in macchina a prendere la macchinetta fotografica di Lexi per scattare delle foto a suo figlio. All'inizio Lexi non voleva, ma le foto di Walter si sono diffuse in Internet. Hanno raggiunto mamme in lutto e le hanno aiutate ad affrontare la perdita dei loro bambini, e sono state usate per aiutare le donne a scegliere la vita per i loro piccoli non nati.



Lexi ha ricevuto molti messaggi positivi e ne ha condivisi alcuni, come questi:

“Ho appena trovato le immagini di Walter... Sono incinta e mi trovo in una situazione grave questa settimana. Ho fatto i primi ultrasuoni la settimana scorsa e anche lui è un maschietto, ma questa settimana ho iniziato a pregare per un aborto spontaneo o per decidere di porre fine [alla gravidanza], visto che suo padre sta rifuggendo ogni responsabilità. Ho chiesto a Dio di darmi oggi un segno del fatto che sarebbe andata bene, o sarei andata a chiedere un aborto domani. Qualche ora dopo ho visto il link su Facebook. Mi ha fatto piangere, ma ciò che conta è che mi ha fatto capire, senza ombra di dubbio, che non posso fare questo al mio bambino”.

“Prima credevo che ci fossero delle ragioni per giustificare alcuni aborti. (...) Ma ora, vedendo Walter adagiato sul suo petto mi vergogno delle mie opinioni passate e sono addolorata per ogni donna che decide di abortire senza comprendere il valore della vita che porta dentro di sé”.

“Ho sempre pensato che interrompere una gravidanza fosse una scelta della donna! Mancanza di comprensione, di pensiero, o meglio essere portata a pensare che a questo stadio una donna potesse abortire un feto (un agglomerato di cellule!) Quanto mi sbagliavo!!! Sono felice perché ha scelto di condividere la sua storia e le belle fotografie di quel momento tanto triste della sua vita. È stata una lezione per me!”

“Sono incinta da 8 settimane e per 3 sono rimasta in uno stato di profonda angoscia, senza sapere se tenere o abortire il bambino (non sono in una situazione positiva che avere figli in questo momento), ma lei ha messo la mia vita in prospettiva. Posso amare questo bambino, e questo per ora mi basta. Terrò il bambino che porto dentro di me e lo custodirò per l'eternità”.



Le fotografie di Walter rivelano l'umanità di un bambino non nato e provano senza ombra di dubbio che si tratta di una persona, e non di una particella o di una montagna di tessuto, il che solleva la domanda: “Perché è legalmente permesso porre fine alla vita di un essere umano non nato?”



“Solo perché il bambino nella pancia della mamma non può essere visto da noi non significa che sia solo un mucchietto di cellule”, ha scritto Lexi. “Walter era perfettamente formato ed era molto attivo nell'utero. Se avesse avuto solo qualche settimana di più, avrebbe avuto una possibilità di lottare nella vita . (...) In mezzo a tutto il nostro dolore, sono felice perché da tutto questo può uscire qualcosa di positivo. Prego perché il Signore continui a usare le fotografie di Walter per colpire molte persone”.

Per conoscere la storia completa e vedere tutte le fotografie, cliccare qui.


(Fonte: Live Action News, per le fotografie: F2 Photografy)

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11/30/2015 6:56 PM
 
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Celine-Dion_aborto Céline Dion nacque perchè un sacerdote
                             convinse la madre a non abortire.


L'aborto è sempre un crimine ed una sconfitta, sia per chi se ne rende responsabile, sia per l’umanità intera.

Chi sopprime il figlio o la figlia che ha nel proprio grembo priva il mondo di una vita, di una persona, di un essere unico ed irripetibile, che magari potrebbe dare molto alla società.

A tal proposito, Religión en Libertad cita la storia di Céline Dion. La celebre cantante è l’ultima di quattordici figli ed è viva grazie ad un sacerdote.

Quando infatti, nel 1967, sua madre Teresa si accorse di essere nuovamente incinta dopo ben 13 gravidanze, pensò di abortire, perché la sua famiglia, già numerosa, era povera e un altro figlio proprio non avrebbe potuto “permetterselo”. Teresa si confidò con un sacerdote, che però la convinse ad accettare quella nuova vita e a non ricorrere all’aborto.

E così, il 30 marzo 1968, nacque Céline Dion, divenuta poi la cantante che tutti conosciamo.

In una vecchia intervista, la Dion ha confessato di dovere la vita a quel prete, che seppe dire una parola buona e di incoraggiamento a sua madre.

Cosa sarebbe successo se, invece di quel sacerdote, Teresa fosse andata in un nostro attuale consultorio? Generalmente, quando una donna decide di abortire, lo fa immersa in uno stato di crisi, che non le permette di analizzare bene la situazione e di considerare possibili soluzioni. L’eventuale aborto della madre di Céline sarebbe stato senza dubbio ritenuto legittimo per ragioni socio-economiche o anche per motivi di salute psichica. E questo accade perché la nostra società è sempre di più imbevuta di individualismo, sicché una donna incinta ed in difficoltà, invece di essere aiutata e sostenuta dalla comunità, viene abbandonata a se stessa. intervista_aborto_omosessualità

Oltretutto, nella fattispecie, se Teresa avesse abortito oggi non potremmo godere della splendida voce di Céline Dion e di canzoni come “My heart will go on“. Lo stesso dicasi di Beethoven, anche lui inizialmente non voluto da sua madre a causa della povertà in cui versava. Ma la soluzione non è mai uccidere un innocente.

La paura e le difficoltà sono sempre momentanee e ci può essere sempre un cambiamento improvviso che migliora la propria condizione. La vita umana, invece, è unica e insostituibile: una volta soppressa, su questa terra non può più essere ricostruita.


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2/4/2016 11:10 PM
 
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La "chirurgia-genetica" sbarca in Europa...




 





 

di Generazione Voglio Vivere

 

La “chirurgia-genetica” è sbarcata anche in Europa…e precisamente in Gran Bretagna.

 

È infatti notizia recente che la Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) inglese, ha autorizzato alcuni scienziati del Francis Crick Institute a modificare geneticamente alcuni embrioni umani per comprendere – dicono loro -  il processo cruciale nelle prime fasi di sviluppo e chiarire quali siano i geni cruciali per sviluppare bambini sani….

 

Bambini modificati, bambini su misura, eugenetica allo stato puro, nel 2016!

 

Per rendere digeribile la notizia al grande pubblico tutti i giornali si sono affrettati a dire fondamentalmente due cose:

 

1) Gli esperimenti potrebbero aiutare a comprendere cosa va storto negli aborti spontanei.

2) Sarà vietato impiantare gli embrioni «gm» in una donna.  

 

Sul primo punto ci sembra quasi superfluo soffermarci in quanto non è eticamente giustificabile tentare di curare – o per lo meno di capire - un male provocandone uno maggiore, e cioè la soppressione e lo scarto di embrioni umani che hanno una loro dignità in quanto tali.

 

Sulla seconda rassicurazione, invece, ci basterà citare le parole di un genetista italiano a favore di queste tecniche, il Dottor Edoardo Boncinelli, che al Corriere della Sera ha commentato:

 

«Studiare per cercare di capire qualcosa non è mai sbagliato, che poi un giorno la scienza ci condurrà verso la creazione di bambini geneticamente modificati non lo possiamo escludere»

 

Non lo possono escludere! Dunque lo faranno, ne potete stare certi.

 

Non è la prima volta però che questa tecnica viene utilizzata provocando numerose prese di posizione contro anche e soprattutto all’interno del mondo accademico. Era già accaduto, non poco tempo fa, anche con alcuni ricercatori della Sun Yat-sen University, in Cina, che avevano modificato geneticamente 86 embrioni umani per correggere, dissero all’epoca, la mutazione che causa la beta-talassemia.

 

Lo studio venne rifiutato per ragioni di ordine etico da riviste scientifiche di primo piano quali Nature e Science, ma pubblicato da una d’ordine minore, la Protein&Cell. Addirittura, nei mesi precedenti a questo primo tentativo, scienziati di tutto il mondo, in tre appelli successivi, avevano chiesto una moratoria su questo tipo di esperimenti. 

 

La breve esistenza di questi embrioni umani fu sufficiente a sottoporli a una particolare manipolazione, il gene-editing, la "chirurgia genetica", che avrebbe dovuto sostituire il gene portatore della malattia con uno sano. 

 

Alla bassissima efficacia dell’esperimento si aggiunse un numero molto elevato di mutazioni genetiche che riguardarono altre parti del Dna degli embrioni: si tratta di mutazioni dagli effetti sconosciuti. 

 

I primi a esprimere perplessità su questa tecnica furono cinque scienziati della Sangamo BioSciences, guidati dal presidente Edward Lanphier:

 

«Secondo noi - dice lo scienziato - con l’attuale tecnica di editing sarebbe difficile controllare le cellule modificate. C’è la probabilità che, oltre il gene mutato, siano apportati tagli o modifiche in altre parti del genoma, causando effetti imprevedibili sull’essere umano e le generazioni future. È anche possibile che gli effetti di tale modifica non si manifestino sin dopo la nascita o per anni. Questo rende la tecnica pericolosa ed eticamente inaccettabile».

 

Insomma, tutto ci dice che la scienza non avrebbe mai dovuto imboccare questa strada. Certamente ne pagheremo le conseguenze e saranno devastanti.



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3/4/2016 11:07 PM
 
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Dopo un aborto spontaneo, una madre si sorprende vedendo un
“bambino perfettamente formato”



Visto che la gravidanza era in una fase iniziale mi aspettavo che mi dessero un agglomerato di tessuti, e sono rimasta stupita nel vedere invece un bambino perfettamente formato”, ha detto Jessica a LifeSiteNews (NotiFam) in un’intervista esclusiva.

“Ha sorpreso tutti noi. Le infermiere non facevano altro che ripetere: ‘È così perfetto, così perfetto…’”, ha raccontato.

Jessica e suo marito Ray hanno saputo della nuova gravidanza nell’aprile dello scorso anno. Hanno iniziato subito a fare progetti per far spazio al nuovo membro della famiglia. Già cercavano il pullmino il cui acquisto rimandavano da tempo.

A metà luglio, però, Jessica ha iniziato ad avere dei sanguinamenti. Sperava che non fosse il suo secondo aborto spontaneo.

“Mi sono svegliata con un dolore insopportabile. Intorno a me sul letto c’era un grumo di sangue. Sapevo che probabilmente non era un buon segno”, ha riferito.

Visto che suo marito stava passando la notte vicino al luogo in un cui lavora, a un’ora da casa, sua madre l’ha portata in ospedale. Il figlio maggiore della coppia è rimasto a casa di amico, mentre gli altri due hanno accompagnato la madre e la nonna in ospedale.

Quando sono arrivati, il medico ha confermato quello che Jessica temeva di più.

“Mi hanno portato nella sala degli ultrasuoni, dove hanno verificato come stava il bambino. Ho visto solo quello schermo nero e ho capito quello che doveva significare. In quel momento ho avuto l’impressione che probabilmente mio figlio era stato espulso insieme al sangue. Ho pensato solo che non ci avevo fatto attenzione, che era stato gettato in bagno o qualcosa del genere, e pensarci mi ha devastato il cuore”.

Quando il medico ha detto a Jessica che dovevano tirar fuori il bambino, all’inizio lei non ha capito cosa volesse dire.

“Il medico ha detto che il bambino non era stato espulso, perché era fermo a metà strada”. Ha poi aiutato Jessica a espellere il bambino nella sala degli ultrasuoni.

Il medico ha detto: ‘È un maschietto’, e io ho detto: ‘Riesce a capirlo?’”

“Quando mi hanno chiesto se volevo abbracciarlo ho risposto: ‘Certo’”.

Noah Smith, vittima di un aborto spontaneo nella 13esima settimana di gravidanza

Jessica ha detto che il suo bambino era una meraviglia da contemplare, pur in mezzo alla grande tristezza.

Le dita delle mani e dei piedi erano perfettamente formate. Aveva le orecchie, il naso e la bocca del tutto identificabili.

A quello stadio dello sviluppo, il fegato e i reni funzionavano perfettamente. I sistemi del corpo erano completamente formati, e avevano solo bisogno di tempo nell’ambiente sicuro dell’utero materno per svilupparsi fino ad arrivare all’autosufficienza.

“Non mi aspettavo un bambino del genere. Seguo sempre le mie gravidanze con le applicazioni sui bambini, ma non rendono giustizia a quanto sembrasse perfettamente umano mio figlio. Sono sempre stata pro-vita, ma anch’io sbagliavo sull’aspetto di un bambino di 13 settimane”, ha detto la mamma.

Gli amici che in seguito hanno visto la foto del bambino hanno detto: “Mio Dio, è proprio un figlio degli Smith”.

Trayven Smith, 4 anni, non ha mai visto suo fratello Noah, ma ha fatto un disegno intitolato “Guardo Noah”, e ha detto alla mamma: “Questo sono io, che guardo il cielo (azzurro), mentre mio fratello Noah (rosso) viene da lì a trovarmi”.

Ray e Jessica hanno chiamato il bambino Noah Israel, che significa “riposa, aiutante di Dio”.

I due figli più piccoli sono poi stati invitati a entrare nella sala e a dire “ciao” e “addio” al fratellino.

“Quando mia figlia Maycee, di due anni, ha visto Noah non ha detto: ‘Guarda, mamma, hai un agglomerato di tessuti’, ma ‘Guarda, mamma, un bambino’”.

“E io ho detto: ‘Lo so, tesoro, lo so’”.

Tutta la famiglia ha sofferto per la morte di Noah. Se la gravidanza fosse andata a buon fine, Noah sarebbe nato il 13 gennaio. Nonostante la sua breve vita, Jessica crede che l’esistenza di Noah non sia stata invano, avendo invece un senso e un proposito.

“Quando guardi Noah e vedi quanto era perfettamente umano, come fai a definire l’aborto una buona decisione? È ora di togliere il velo e aprire le tende, perché le persone possano vedere l’umanità di un bambino nell’utero e come l’aborto distrugge una vera vita umana”.

“Noah mi ha mostrato quanto siano davvero umani questi piccoli”, ha concluso Jessica.

DA NOTIFAM


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5/3/2016 9:53 PM
 
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Marcia per la Vita 2016, ecco perché partecipare



marcia per la vita 2016 


di Alessandro EliaChiara ChiessiDavide LongoDedalo Marchetti*
*Giovani Marcia per la Vita

 

A Roma, domenica 8 maggio 2016, si terrà la sesta edizione della Marcia per la Vita. Il ritrovo sarà al Colosseo alle 8.30 e la partenza sarà alle 9.30 dal medesimo luogo. Inoltre, per chi fosse interessato, sabato 7 maggio alle ore 20:00 ci sarà l’adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto presso la Basilica Santa Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva, 42 -00186 Roma).

L’iniziativa della Marcia per la Vita parte dalla costatazione di una realtà inquietante, spaventosa, raccapricciante e quanto mai attuale: in meno di quarant’anni sono stati ammazzati, con il pieno consenso della legge italiana, oltre 5 MILIONI di bambini nel grembo materno. Lo ripetiamo: 5 milioni! Si tratta dell’aborto procurato (interruzione volontaria della gravidanza), con il quale ogni anno in Italia più di centomila bimbi innocenti vengono soppressi. È stato introdotto, tutelato e disciplinato nel 1978 con la legge 194, che legittima l’aborto volontario nei primi novanta giorni (3 mesi) di gravidanza.

Data la gravità e l’universalità della nostra causa, sono ben accetti tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalla propria fede e dagli orientamenti politici. La Marcia è aconfessionale e apolitica perché si appella principalmente all’imperativo morale inscritto in ciascuna persona e comune a tutti gli esseri umani: la vita è sacra e l’innocente ha il diritto di vivere.

Noi siamo un gruppo di giovani, prevalentemente di Roma, che promuovono la Marcia e più generalmente la cultura della vita. La nostra non è una militanza politica e nemmeno propagandistica ma una testimonianza, attraverso l’impegno e lo studio, della preziosissima unicità della vita umana dal concepimento sino alla morte. Crediamo fermamente che il rispetto della vita umana, sul piano personale, famigliare e sociale, sia il fondamento umano della pacifica convivenza. La nostra attività consiste nel diffondere la Marcia per la Vita e, più in generale, una cultura pro life, a partire dalle università, parlando con studenti, cappellani, scrivendo articoli, organizzando conferenze in ambito universitario, sensibilizzando tanti giovani che vogliano unirsi alla causa di “essere la voce dei senza voce”.

Le ragioni per le quali riteniamo che la 194 sia effettivamente una legge omicida e perciò del tutto illegittima, affondano le proprie radici in tre ambiti distinti ma connessi fra loro, ossia l’ambito scientifico, quello filosofico e infine giuridico. Tutta la problematica ruota attorno all’identità del feto: è una persona o no? Se infatti non si tratta di una persona, la pratica dell’aborto potrebbe essere moralmente ammissibile, ma se invece – come in realtà è – si ha a che fare con un membro del genere umano, non può in nessun caso essere tollerata una legge che ne renda lecita la soppressione.

Dal punto di vista biologico, la vita dell’essere umano incomincia precisamente al momento del concepimento, quando si forma il patrimonio genetico dell’individuo, unico e irripetibile, che sancisce definitivamente la sua appartenenza alla specie umana. È nel momento della fecondazione, ossia nella fusione tra lo spermatozoo del maschio e l’ovulo della femmina, che inizia la vita di un nuovo essere umano. L’unione di ventitré cromosomi del gamete maschile con ventitré cromosomi del gamete femminile forma una nuova cellula di quarantasei cromosomi. Questa cellula è propriamente detta “zigote” e, possedendo un nuovo codice genetico, produce un individuo umano distinto dai genitori e da qualsiasi altro. Tale non è una teoria bensìun’evidenza scientifica che è attestata chiaramente dall’embriologia moderna. Che l’embrione sia, sin dall’inizio, un essere umano vero e proprio, lo garantiscono i principali testi di embriologia e lo ammettono persino molti scienziati abortisti.

Inoltre, è scientificamente e intellettualmente scorretto parlare di “pre-embrione” nel periodo che precede l’annidamento nell’utero, poiché sostanzialmente nulla cambia nell’embrione una volta che si annida nell’utero. L’unica differenza è che entra biologicamente in relazione con la madre, ma resta lo stesso identico embrione che era prima. L’embrione è pienamente umano anche prima dell’annidamento; è semplicemente un essere umano che si sta predisponendo per istaurare una relazione biologica con la madre, cosa che avverrà poco dopo.

Siccome oramai il rigore scientifico dell’embriologia è fin troppo netto perché sia mistificato, il dibattito verte il più delle volte sull’antropologia filosofica. Secondo la tesi “separatista” o “separazionista”, bisogna distinguere il concetto di persona da quello di essere umano, che un tempo erano invece sinonimi. Su che basi si compie un simile discernimento? La vera risposta alla domanda è: sulla legge del più forte (in senso strettamente materiale). Si tratta, non a caso, di un’operazione già avvenuta in passato; lo schiavismo, il razzismo e non ultimo l’abortismo, si fondano tutti sullateoria separatista che sceglie a proprio piacimento quali individui possono essere considerati persone e quali “soltanto” esseri umani, concepiti come totalmente privi di dignità umana, sicché non c’è alcun problema a eliminarli.

Di conseguenza si va incontro alla teoria “funzionalista”, secondo la quale un essere umano diviene propriamente una persona soltanto quando possiede le qualità necessarie per essere definito tale. La suddetta tesi non tiene in considerazione che l’essere persona non dipende dalla presenza di alcune qualità o dalla realizzazione di determinate funzioni, bensì da una posizione d’essere, cioè dalla natura ontologica o “essenza”. Le qualità proprie della persona, che appartenendo alla sfera degli “accidenti”, non la definiscono ma la presuppongono. Portando il funzionalismo alle estreme conseguenze, si potrebbe benissimo dire, com’è già avvenuto, che i neonati non siano persone perché mancano di molte qualità e funzioni proprie degli adulti, il che è sufficiente a screditare definitivamente la validità della tesi funzionalista.

Altri abortisti, dimostrando la loro ignoranza in fatto di aristotelismo, sostengono che, siccome l’embrione è una persona soltanto in potenza, allora non è affatto una persona. In realtà, si tratta di una fallacia logica e ontologica; la formulazione corretta sarebbe: l’embrione è una persona in atto (si sta sviluppando), che possiede delle qualità in potenza. In altre parole, l’embrione è potenza di qualcosa già in atto, poiché “attua” il suo naturale percorso di crescita, tant’è che se le capacità del futuro adulto non fossero già intrinseche dell’embrione, queste non si potrebbero mai sviluppare. Siccome il fondamento dell’Io è lo sviluppo della vita umana, la quale, come abbiamo visto, incomincia con la fecondazione, e l’essere vivi è la condizione prima, i diritti che spettano a ogni soggetto in quanto tale, l’embrione compreso, sono il diritto alla difesa della vita fisica, il diritto all’integrità genetica e il diritto alla salvaguardia della salute. Tali diritti umani, fondamentali e inviolabili, sono assolutamente incompatibili con la legge 194, poiché essa lede addirittura tutti e tre in un sol colpo.

Non è corretto affermare che la legge 194 abbia regolamentato soltanto l’aborto terapeutico, il quale in realtà è esteso per tutto l’arco della gravidanza. Non c’è nulla di “terapeutico” nel sopprimere volontariamente l’embrione per favorire la madre; uccidere non può costituire una terapia. L’aborto procurato, che con la 194 è stato reso lecito per i primi tre mesi di gravidanza, non è per niente terapeutico, salvo che non si consideri il bimbo come un cancro da estirpare. Il fatto che la donna abbia il diritto sul proprio corpo non è pertinente con il diritto ad abortire, perché l’aborto procurato interviene precisamente sull’embrione per ucciderlo, e l’embrione non fa parte del corpo della donna, ma è un individuo distinto da essa che risiede nel corpo della donna; in quanto individuo è soggetto e non oggetto dei diritti fondamentali, tra i quali la tutela della propria vita fisica. Quando due diritti si scontrano, il diritto più vitale ha la prevalenza. Nel caso della donna, il suo diritto ad agire sul proprio corpo non ha la precedenza sul diritto dell’embrione alla vita, poiché la difesa della vita è sempre la priorità.

Del resto, come in ogni rapporto giuridico, anche quello tra madre e figlio deve fondarsi su un’oggettiva legge comune di coesistenza, e non su sull’intenzionalità affettiva di un soggetto nei confronti dell’altro, in special modo se un tale soggetto sia contrario allo spirito del diritto, che tende per vocazione ad armonizzare l’esperienza co-esistenziale intersoggettiva. Infine, è bene ricordare che vale sempre la legge della prudenza. Nel caso puramente ipotetico e impossibile che vi sia un reale dubbio sull’effettiva umanità dell’embrione – il che non si può dire perché è sicuramente una persona – l’attitudine dev’essere quella della prudenza, ovvero di non rischiare di sopprimere la vita di una possibile persona umana. Ora, siccome qualsiasi uomo in buonafede, sceglierebbe, in una situazione così delicata, la strada della prudenza, se ne deduce necessariamente che chi ha progettato la legge 194 non poteva essere che in malafede.

Per quanto concerne la piaga degli aborti clandestini, la legalizzazione del fenomeno non ha risolto il problema, perché non si risponde a un male con un male nettamente peggiore. I dati dimostrano che in molti paesi in cui l’aborto è legale, gli aborti clandestini sussistono ancora per diverse ragioni. Finanche più grave è stato che la legittimazione dell’aborto abbia accresciuto notevolmente la cultura della morte, facendo passare l’idea che l’interruzione volontaria della gravidanza sia qualcosa di positivo. Inoltre, che sia clandestino o regolamentato, l’aborto non cambia la propria naturae resta sempre ingiustificabile; la differenza è che prima si combatteva, adesso invece si acconsente e incoraggia.

La Marcia per la Vita sta dalla parte dei bambini e delle donne, le quali più che essere colpevoli, sono anzitutto veramente vittime, assieme gli embrioni, degli aborti che commettono. È stato appurato che l’aborto può provocare gravi problemi emotivi, psicologici e psichiatrici come la perdita di autostima, il senso di colpa, rimpianto, ansia, depressione e varie altre sindromi post-abortive. È inutile partecipare a cortei e manifestazioni per chiedere diritti civili e sociali se poi si chiudono gli occhi davanti all’ingiustizia più grande di tutte, che è la negazione del diritto alla vita e di conseguenza la negazione di tutti i diritti, poiché senza il diritto principale anche tutti gli altri possono venir meno. Infatti, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, quindi, essendo il diritto alla vita principio degli altri, una volta eliminato, il resto dei diritti non sono che volubile contrattualismo, in pericolo di cadere da un momento all’altro.

Chiunque giovane universitario voglia aiutare la Marcia, impegnarsi con noi in attivismo pro life, e per qualsiasi informazione, può scrivere a: info@marciaperlavita.it, oppure telefonare a: 06-3233370 / 06-3220291.


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5/25/2016 10:04 PM
 
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«I medici non hanno il diritto di aiutare a morire»,
lo dice una sentenza americana

I malati terminali hanno il diritto di rifiutare le cure mediche, ma i medici non hanno il diritto di aiutarli a morire. Questa è stata la recente decisione della Corte d’Appello di Manhattan, che ha confermato la sentenza della Corte Suprema di New York. Le leggi statali che vietano il suicidio assistito, hanno asserito i giudici, non sono una violazione dei diritti civili.

Certamente la decisione verrà impugnata e il dibattito andrà avanti, tuttavia la sentenza è utile per ribadire una delle argomentazioni in opposizione ai sostenitori del suicidio assistito: anche ammettendo che l’essere umano possa disporre liberamente della sua vita (una falsità, come ha spiegato Ste­lio Mangiameli, docente di Dirit­to costituzionale all’Università di Teramo), egli non ha tuttavia il diritto di chiedere allo Stato e ad altri esseri umani (i medici) di essere complice e complici di un omicidio verso se stessi. E’ un argomento che richiama quello contro l’interruzione di gravidanza: la donna ha certamente diritti sul proprio corpo, ma non sul corpo e sulla vita del bambino che porta in grembo.

Questo non significa ignorare la sofferenza dei malati in fase terminale, proprio la Chiesa cattolica infatti indica come moralmente lecita l’interruzione delle terapie quando si reputano sproporzionate rispetto ai risultati attesi, evitando quindi l’accanimento terapeutico. Questo non equivale a procurare la morte, ma accettare di non poterla impedire, rinunciando ad interventi medici che non gioverebbero affatto alla salute del paziente. La sentenza americana è anche utile per ricordare che la cooperazione dei medici al suicidio di un paziente non è configurabile come mera “assistenza medica”, ma essi con il loro intervento sono concause della morte. Anche per questo motivo tutte le principali associazioni mediche internazionalisono contrarie alla legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Bisogna anche ricordare l’errore di chi sostiene queste pratiche come una sorta di “male minore” rispetto ad un suicidio violento, «è senza dubbio una manovra seduttiva» ha commentato Alexander Schimpf, filosofo presso l’Università San Tommaso di Houston. Spesso si fa riferimento al suicida Mario Monicelli che si è dovuto gettare da una finestra, morendo violentemente, mentre avrebbe potuto suicidarsi “dignitosamente” in una stanza di ospedale, se la legge lo avesse permesso. E’ lo stesso argomento che venne utilizzato per legalizzare l’aborto, presentandolo come “male minore” rispetto a quello clandestino. Il problema concettuale di fondo è che lo Stato deve legiferare per evitare il “male” (e che il suicidio sia un male lo riconosce l’OMS quando cerca di prevenirlo), non per renderlo “minore”. Tutti sono d’accordo che una rapina senza morti e feriti è un “male minore” rispetto ad un furto in cui muoiono il rapinato o il rapinatore, ma nessuno si sognerebbe di legalizzare le rapine per evitare la violenza. Allo stesso modo, lo Stato non si preoccupa di fornire ai drogati dell’eroina certificata, siringhe sterilizzate e luoghi sicuri dove potersi bucare, ma si batte semmai per combattere il traffico di sostanze illecite e finanzia centri medici per togliere a queste persone il male della dipendenza.

Senza contare inoltre, che un suicidio legalizzato e pubblico, quindi approvato dallo Stato, non è affatto un “male minore” rispetto al sucidio violento e isolato. Da una parte, una legge del genere crea una indebita pressione morale e ricattatoria sugli stessi malati, convincendoli di essere un peso sociale e indicando loro una strada facile e legale per “togliersi di mezzo” e alleggerire la vita di amici e familiari. Dall’altra, come è stato verificato, il suicidio assistito porta ad un contagio sociale (“suicide contagion effect è stato definito sul Canadian Medical Association Journal). Nei Paesi in cui è legalizzato è stato dimostrato che la legge sul suicidio non è per nulla una forma di prevenzione al suicidio nella popolazione, ma aumenta il tasso globale di suicidio.

Senza contare che tale legge apre inevitabilmente le porte all’eutanasia, cioè la morte causata direttamente dal medico, ed essa, come si sta verificando nei Paesi Bassi, porta all’eutanasia senza consenso dei pazienti. «Il suicidio non è un male “solitario”», ha commentato il prof. Schimpf.«Altri verranno sempre influenzati dall’azione, per questo Aristotele classifica il suicidio come un reato contro la società, non contro se stessi. Il suicidio assistito, inoltre, genera ancora più male perché oltre alla persona uccisa, ci sarà anche un medico cooperante formalmente nell’azione omicida, egli sarà il responsabile morale».

Il 15 novembre 2014, nel suo discorso all’Associazione Medici CattoliciPapa Francesco ha sfidato apertamente il mondo (altro che ricerca dell’applauso!), accusando «il pensiero dominante» di proporre «una “falsa compassione”. Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono». Al contrario, ha detto al Parlamento europeo, «affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio».


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6/28/2016 10:41 AM
 
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PILLOLE ABORTIVE:   DATI ALLARMANTI








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Le studentesse delle medie e dei licei francesi avranno libero accesso alla cosiddetta “pillola del giorno dopo” direttamente a scuola grazie a un decreto del ministro della Salute Marisol Touraine
 che autorizza le ragazze a richiedere la pillola senza doversi sottoporre ad alcun colloquio psicologico.

 

Cade così l’ultimo “paletto” del necessario incontro preventivo con l’infermiere, che, a parere del ministro «rischiava di “intimidire” le ragazze e dunque di rendere nei fatti meno facilmente accessibile la pillola anticoncezionale».

Se in Francia va male in Italia è un vero proprio boom di pillola del giorno dopo.Ad un anno di distanza dalla determina dell’Agenzia italiana del farmaco che ha liberalizzato l’acquisto della pillola come semplice “farmaco da banco” senza il bisogno di ricetta medica, l’azienda farmaceutica HRA Pharma ha orgogliosamente annunciato di aver moltiplicato per dieci le vendite diventando leader di mercato.

 

Alberto Aiuto, General manager di HRA Pharma Italia – come riportato suwww.quotidianosanita.it – ha infatti dichiarato tramite una nota la propria soddisfazione per i magnifici “risultati” raggiunti:

 

«Dai dati è emerso che nell’anno precedente alla determina Aifa, da maggio 2014 ad aprile 2015, EllaOne rappresentava il 6,8% del mercato della contraccezione d’emergenza, nell’anno successivo ha raggiunto il 53,8% con punte di oltre il 70%in alcune Regioni, con una crescita percentuale, per l’intero territorio nazionale, del 686,7. Va anche evidenziato che il trend di vendite della contraccezione di emergenza è rimasto sostanzialmente stabile con una media di 365mila confezioni annue vendute dal 2008 al 2015».

 

Trecentosessantacinquemila confezioni annue…

 

Oltre alla EllaOne, lo scorso 4 marzo 2016 si è aggiunto anche il farmaco analogo Norlevo, anch’esso declassato dall’Aifa a medicinale senza obbligo di prescrizione medica. I farmaci EllaOne e Norlevo spacciati per pillole anticoncezionali sono in realtà farmaci abortivi a tutti gli effetti.

 

Lo ha spiegato chiaramente a Tempi il ginecologo e bioeticista nonché presidente del Comitato Verità e Vita, Angelo Francesco Filardo: «È una presa in giro e lo sa bene chi è del mestiere: a cosa servirebbe frenare l’ovulazione dopo che il rapporto è già avvenuto e ovuli e spermatozoi si sono già incontrati? A nulla. È quindi evidente che la pillola funziona diversamente. (…) La EllaOne è (…) abortiva, perché impedisce all’embrione di vivere. Purtroppo c’è una disinformazione favorita anche dalle società italiane di ginecologia, dai medici e dagli scienziati che tacciono davanti alle menzogne antiscientifiche elargite dai media, con articoli pieni di menzogne scritti pure da studiosi e medici».

 

Il Dottor Filardo ha messo anche in guardia sugli spaventosi e ancora poco conosciuti rischi per quelle donne che fanno un uso ripetuto della pillola: «Sono gli stessi che può avere la Ru486. Non li si conoscono ancora tutti, ma sappiamo che la pillola abortiva ha già fatto 32 morti di cui siamo a conoscenza: il che non esclude l’esistenza di altre vittime. Oltre a incorrere in effetti collaterali spaventosi come quelli della Ru486, potrebbe provocare più aborti successivi alla stessa donna, alterandone la fisiologia in modo brutale».

 Perché le nostre istituzioni pubbliche nascondo questi dati?

 Forse il giro di miliardi messo in moto dalle case farmaceutiche vale più della vita di una sola persona? Più della vita del nascituro? 


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2/20/2017 9:39 PM
 
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L’embrione umano guida il suo stesso sviluppo,
lo dimostra uno studio

personalità embrioneUna delle principali giustificazioni a favore dell’interruzione di gravidanza è che l’embrione non sarebbe una persona umana, non avrebbe capacità intrinseche e il suo sviluppo sarebbe totalmente dipendente dalla madre che lo porta in grembo. Alcuni arrivano a definirlo un “grumo di cellule”, così non sarebbe moralmente riprovevole abortirlo.

A smentire questa visione è arrivato un importante studio pubblicato su Nature Cell Biology ed intitolato Self-organization of the human embryo in the absence of maternal tissues. Gli autori, guidati da Marta N. Shahbazi dell’Università di Cambridge, hanno infatti dimostrato che un ovulo fecondato (noto anche come “zigote”) è un essere vivente autonomo. Sono state riconosciute le «notevoli proprietà di auto-organizzazione degli embrioni umani», ovvero questi presunti “grumi di cellule” hanno in realtà una vita autonoma da quella della madre e sono, loro stessi, artefici e responsabili del loro sviluppo.

I giovani embrioni (zigoti) coltivati in questo esperimento non sono stati manipolati o costretti artificialmente a svilupparsi, sono cresciuti di loro iniziativa anche in assenza dell’utero materno. Questo significa, ha spiegato la studentessa di medicina Ana Maria Dumitru, che, «come sospettavamo, gli embrioni sanno cosa serve per vivere e cercano autonomamente di farlo, indipendentemente che siano nel grembo materno». Questo è anche il motivo «del perché la maggior parte dei contraccettivi in ​​realtà funziona come abortivo: piuttosto che impedire allo sperma di fertilizzare l’ovulo, impediscono all’embrione da impiantarsi correttamente. Senza le sostanze nutritive l’embrione muore. Ma, come Shahbazi e i suoi colleghi hanno dimostrato, se l’embrione assume le sostanze nutritive, egli continuerà a lottare per la vita».

Sapevamo già che l’embrione comunica con la madre attraverso segnali e scambio di nutrienti presenti il sangue, ma ora scopriamo che è anche “programmato” fin dal concepimento per la sopravvivenza. Egli, indipendentemente dalla madre, ha tutto l’occorrente per guidare la propria crescita e -anche senza l’utero materno- è responsabile in prima persona del suo sviluppo e della sua sopravvivenza. Questo studio, quindi, «elimina la possibilità di dire che il giovane embrione (zigote) non è un organismo o non è autonomo. Nessuno può più affermare che ad un embrione in crescita manca l’autonomia».

I filosofi Robert P. George, docente presso l’Università di Princeton e Christopher Tollefsen dell’University of South Carolina (e altri, come John Finnis e Patrick Lee), hanno adeguatamente spiegato che un organismo che ha tutte le capacità per diventare una persona riconoscibile (ed extra-uterina) è in realtà già una persona perché, anche se le capacità dell’organismo non sono ancora completamente sviluppate, esse sono già presenti nei primi attimi di vita dell’embrione. La personalità è determinata infatti non dalle capacità immediatamente esercitabili, ma dalle capacità intrinseche. Così, un embrione umano, un bambino appena uscito dall’utero della madre o un giovane adolescente -seppur ancora in fase di pieno sviluppo-, hanno tutti le stesse capacità intrinseche dell’essere umano adulto completamente sviluppato. Tutti sono persone umane, nonostante il parere contrario della Consulta di Bioetica Laica, guidata da Maurizio Mori (cfr. R.P. George & C. Tollefsen, Embryo: A Defense of Human Life, The Witherspoon Institute 2011).

Gli esseri umani non acquisiscono la loro personalità durante una certa tappa del loro sviluppo, essa è già presente al momento del concepimento. Questo studio ha quindi contribuito a far cadere l’asserzione femminista “il corpo è mio e decido io”: sbagliato, lo zigote nel grembo della donna non è una parte del suo corpo, ma è essere umano autonomo ed indipendente. Egli è persona umana fin dal primo momento.


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3/5/2017 5:25 PM
 
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Eutanasia, dieci grandi ragioni contro il suicidio di Stato



dj fabo eutanasiaAlla fine Dj Fabo si è fatto uccidere. I Radicali hanno sapientemente sfruttato la sua vita e la sua morte per i loro miseri scopi, selezionandolo tra tanti proprio in corrispondenza di una legge sul testamento biologico alla Camera. Marco Cappato si è autodenunciato, puntando alla gloria personale del martire per poter resistere sulla scena mediatica qualche giorno di più, campando sulle spalle dell’ex dj.


E’ triste anche leggere chi accusa Fabiano Antoniani di essere un “vigliacco”, mostrando incapacità di mettersi cristianamente nei panni di quest’uomo e di provarne umana compassione. L’eutanasia, come ha sempre spiegato Livio Melina, è una «risposta sbagliata, umanamente e moralmente sbagliata, ad un problema vero, reale e drammatico» (L. Melina, Corso di bioetica, Piemme 1996, p. 210). Fabiano, che ha chiesto la presenza di un sacerdote prima di partire per la Svizzera, immerso nella cultura laicista, ossessionata dalla morte e dal suicidio, che non riconosce alcun senso profondo della vita -se non un mero e realativistico “bene” finché le cose vanno, appunto, bene-, si era convinto che l’eutanasia fosse l’unica strada percorribile. E sembra essere oggi la convinzione di tutti, conservatori e liberali, di destra e sinistra (da Il Giornale e da Matteo Salvini fino al Gruppo l’Espresso e a Roberto Saviano, uniti dalla stessa battaglia per l’eutanasia legale).


In tanti casi, purtroppo, le obiezioni all’eutanasia risultano sentimentalistiche e poco strutturate, ed è comprensibile data la difficoltà della tematica: molto più facile diffondere facili slogan sulla dolce morte che affrontare le complesse argomentazioni contrarie. Non è nemmeno immediata la convergenza tra credenti e non credenti, sopratutto quando i primi avanzano solo argomenti -seppur legittimi- come l’indisponibilità della vita in quanto dono di Dio. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia della Vita, ha giustamente ricordato che si tratta di una «sconfitta per tutti». Riteniamo perciò doveroso richiamare le ragioni della nostra posizione, di ordine sociale, morale, giuridico, politico e medico. Sono argomentazioni umane contro il suicidio di Stato, perché l’affermazione del valore incondizionato e della dignità ontologica di ogni vita umana non ha un carattere più confessionale dell’affermazione secondo cui essa non possiede un valore intrinseco. Abbiamo cercato di uscire dal tecnicismo per renderle accessibili a tutti (semplificando necessariamente una realtà più complessa), qui sotto le nostre dieci ragioni.


 


1) NESSUN DIRITTO A RENDERE LO STATO COMPLICE DEL PROPRIO SUICIDIO.
Certamente ognuno ha il diritto di vivere e morire con dignità, di ricevere trattamenti antidolorifici adeguati, rifiutare l’accanimento terapeutico e trattamenti sproporzionati e di accedere a cure palliative. Tuttavia non esiste alcun diritto di pretendere che la classe medica e lo Stato siano complici della propria morte, che pratichino intenzionalmente l’omicidio e commettano il reato di “omicidio del consenziente”. Inoltre, ciascuno ha la “facoltà” di sopprimersi ma da qui a sostenere l’esistenza del diritto a disporre della propria vita, c’è un passo che il nostro umanesimo giuridico vieta di compiere. Il suicidio, infatti, non è mai stato riconosciuto come diritto e non figura nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Non può esistere in una società civile il diritto di disporre di un altro, o di sé mediante l’aiuto di un altro. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha dichiarato«non esiste un diritto costituzionale alla morte. La Costituzione indica che la salute di ciascun cittadino è anche “interesse della collettività”, ma la salute presuppone la vita».

Il prof. Etienne Montero, docente di Diritto civile all’Università di Namur (Belgio), ha giustamente sottolineato: «E’ falso presentare il “diritto all’eutanasia” come corollario del diritto di disporre di se stessi. L’eutanasia, infatti, non riguarda solo il diritto rivendicato da alcuni di disporre della propria vita, ma anche quello concesso alla categoria dei medici di procurare la morte di altri uomini. Ora, una società non può appropriarsi di un tale diritto senza ledere gravemente il valore sociale della persona» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 194). Il fondamento dell’ordinamento giuridico, secondo il quale nessun uomo può disporre della vita di un altro -nemmeno se consenziente- verrebbe completamente stravolto. E’ cruciale che il divieto di uccidere rimanga alla base della società democratica, come garanzia di comprensione, di apertura e di tolleranza, in particolare verso i più deboli. Lo stato di necessità del paziente non può mai giustificare la violazione di tale divieto in quanto «alla preoccupazione di alleviare la sofferenza corrisponde l’omicidio. Come potrebbe lo stato di necessità discolpare il medico che, per eliminare la sofferenza, toglie la vita, quando, cioè, il valore sacrificato è il bene supremo, condizione e supporto di tutti gli altri beni?» (p. 196).

 

2) NON ESISTE L’AUTODETERMINAZIONE TOTALE DELLA PROPRIA VITA.
E’ persistente l’errata convinzione che il singolo sia il solo arbitrio della propria esistenza, invece, ha spiegato Ste­lio Mangiameli, docente di Dirit­to costituzionale all’Università di Teramo, «non c’è un diritto all’autodetermina­zione nella Costi­tuzione che discenda, in particolare, dall’articolo 32, la norma che riguarda la tutela della salute». Lo Stato, infatti, è chiamato a proteggere la vita e la salute dei propri cittadini, anche contro la loro stessa volontà: non esiste alcuna autodeterminazione radicale poiché la vita non è a disposizione del cittadino. A dimostrarlo è la legge che rende obbligatorie le cinture di sicurezza in automobile, avente come unico scopo quello di salvaguardare la vita del guidatore, anche se lui non è d’accordo. Allo stesso modo è da intendersi l’obbligo di indossare il casco protettivo in moto o in un cantiere. Non esiste alcuna autodeterminazione assoluta tale tanto da pretendere che un chirurgo ci amputi un braccio solo sulla base della nostra libera volontà ed esplicita richiesta, nessun ospedale avvierebbe terapie specifiche (o semplici risonanze magnetiche) semplicemente perché lo richiede la libera coscienza del paziente, allo stesso modo il principio del rispetto alla vita impedisce al paziente di chiedere, in nome dell’autonomia assoluta, cure inutilmente aggressive o senza alcuna efficacia prevaricando la coscienza e la decisione del medico. Senza contare che accettare questa presunta totale autonomia del paziente, lasciandogli la schiacciante responsabilità di ogni iniziativa, vorrebbe dire negare l’esigenza di competenza legata alle decisioni mediche. Gli interessi in gioco sono quindi talmente grandi che la volontà del malato non può esserne il criterio determinante: l’autonomia del paziente esiste, ma non è assoluta ed è controbilanciata dalla responsabilità di curarsi, poiché la salute rappresenta anche un bene sociale.

Occorre inoltre sottolineare l’illusione che la richiesta di eutanasia sia davvero manifestazione di un atto libero di autonomia: quando il paziente arriva a chiedere la morte è sempre in una fase di poca lucidità che compromette la reale autonomia della sua richiesta. La legge belga del 2002, ad esempio, garantiva l’accesso all’eutanasia se si dimostrasse «sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile che non può essere alleviata». E’ una contraddizione dare tanto peso alla libera volontà di una persona che si trova smarrita ed in preda a indicibili sofferenze, è errato pensare che il malato in un tale stato psicofisico possa prendere una decisione veramente libera. I tentativi di suicidio sono segnali di disagio, di sconforto e una persona in tale stato non ha alcuna lucidità per essere consapevolmente autonoma. Come ha spiegato ancora il giurista belga Etienne Montero, docente di Diritto civile all’Università di Namur, «la tesi dell’autonomia è quantomeno un po’ ingenua. Si suppone che gli ospedali siano pieni di pazienti perfettamente lucidi, al riparto da ogni manipolazione da parte dell’equipe sanitaria, da ogni pressione cosciente o incosciente dei familiari; che siano perfettamente informati sul loro stato di salute» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 192).

 

3) LA DIGNITA’ DELLA VITA E’ INTRINSECA ED INDIPENDENTE DALLA MALATTIA.
Preso atto dei primi due punti, uno degli argomenti più usati a sostegno dell’eutanasia è che ciascuno sarebbe giudice della propria dignità, dando una nozione squisitamente soggettiva e relativa di essa, misurabile secondo metri diversi: concedere la morte sarebbe così un favore a colui che ritiene la sua vita priva di dignità. Al contrario, invece, la dignità del vivere ha una nozione oggettiva, sulla quale si basano le nostre tradizioni filosofiche e giuridiche. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ad esempio riconosce la «dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana» e considera come oggettivo che «i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana». La dignità ontologica è a prescindere da quanto un singolo uomo percepisca, in un tal momento, degna o meno la sua vita: la sola appartenenza al genere umano, si evince dalla Dichiarazione universale appena citata, rende degna la sua vita. Se lo Stato ed il medico danno seguito alla richiesta di morte assistita, invece, è perché arbitrariamente ritengono e concordano sul fatto che la vita del tale paziente non valga più la pena di essere vissuta: la decisione di praticare l’eutanasia fa sempre seguito ad un arbitrario giudizio di valore sulla qualità della vita e attribuire questo potere al medico e allo Stato è riconoscere, nella legge, che alcune vite sono effettivamente indegne e senza valore.

Ne consegue una indebita discriminazione statale verso le migliaia di persone che vivono nelle stesse, se non peggiori, condizioni di chi chiede l’eutanasia e che non ritengono affatto indegna la propria vita. A vivere come Dj Fabo, infatti, c’è Matteo Nassigh, che ha addirittura chiesto all’ex dj di ripensarci. Un’altra è Rita Coruzzi, tetraplegica, che è a sua volta intervenuta recentemente. Non esistono criteri oggettivi per definire quale vita non sia dignitosa, non è la gravità a determinarlo e nemmeno la consapevolezza della propria condizione. C’è un valore intrinseco della vita che resiste anche se viene meno il valore attribuito alla vita da noi stessi o dagli altri: «L’attacco che la malattia porta al valore attribuito di una persona non riesce mai a distruggere completamente la sua dignità»ha spiegato il bioeticista Daniel Sulmasy, direttore del MacLean Center for Clinical Medical Ethics dell’Università di Chicago. «Se un paziente è in coma e noi diciamo che ha perso la razionalità, e quindi il fondamento della propria dignità ed il proprio valore, diciamo una cosa sbagliata. Quando consentiamo ai medici di uccidere un paziente, ancorché con il suo consenso, stiamo dicendo che esistono persone a proposito delle quali possiamo a buon diritto affermare che non hanno valore. E se è così, il fondamento etico della medicina viene minato irreparabilmente, insieme a quello di tutta la morale».

 

4) POCHISSIMI PAESI HANNO LEGALIZZATO L’EUTANASIA.
A nostro avviso la verità non è mai dettata dai numeri e continueremmo a sostenere una tal convinzione anche rimanessimo soli. Tuttavia, da un punto di vista esclusivamente laico (dunque relativista), non può essere ininfluente il consenso sociale tanto che, per creare pressione verso l’approvazione di una legge, sempre si utilizza l’argomento del “tutti gli altri Paesi ecc.”. Sul tema della morte assistita nessuno avanza questa affermazione in quanto soltanto Olanda, Belgio (anche sui minori), Svizzera e Oregon hanno approvato l’eutanasia attiva (Lussemburgo ha una legislazione particolare). Nel resto del mondo, ad accettarla sono stati solo Cina, Colombia e Giappone. Quasi tutti i paesi mondiali, quindi, non ritengono civile e dignitoso il suicidio di Stato e non hanno alcuna intenzione di diventare complici della morte dei loro cittadini. In Italia, va precisato rispetto al dibattito odierno, l’eutanasia attiva continuerebbe ad essere vietata anche se fosse già vigente la legge sul testamento biologico discussa alla Camera.

 

5) LE PRINCIPALI ASSOCIAZIONI MEDICHE SONO CONTRARIE.
Un altro dato frequentemente dimenticato è che il rispetto e la protezione della vita, mediante le sue azioni terapeutiche, costituisce il fondamento dell’etica medica: è ciò su cui si basa il rapporto di fiducia medico-paziente, il quale verrebbe a mancare -assieme al vincolo di solidarietà sociale- non appena la classe medica verrebbe investita dal potere inedito di procurare la morte. Il principio medico basilare (ippocratico) è la salvaguardia della vita (senza ovviamente sconfinare nell’accanimento terapeutico): dare la morte è violazione del fondamento della medicina. Per questo tutte le principali associazioni mediche si sono schierate contro all’eutanasia e al suicidio assistito, tra esse: la World Medical Association, la American Psychiatric Association, la British Medical Association, la Association for Palliative Medicine, la British Geriatric Society, l’American Medical Association, la German Medical Association, l’Australian Medical Association, la New Zealand Medical Association, la Organización Médica Colegial de España, la Società di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, la Massachusetts Medical Society, l’American Nurses Association ecc.

Il bioeticista Daniel Sulmasy dell’Università di Chicago, ha spiegato che «l’opinione pubblica non si rende conto che questa pratica mina le basi stesse della medicina». Lucien Israel, specialista in Neurologia e attuale vice-presidente dell’Union nationale inter-universitaire (UNI), ha aggiunto«Non si può offrire questa immagine del medico agli studenti di medicina o la medicina diventerà qualcosa di terribile. È assolutamente indispensabile manifestare il rispetto totale della vita umana».

 

6) PIANO INCLINATO.
Una volta accettata la legittimità dell’eutanasia volontaria in nome dell’autonomia, ha spiegato il prof. Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, «si giunge facilmente e rapidamente ad accettarla anche se involontaria, in nome di principi ritenuti all’inizio troppo fragili, come quello della compassione o del consenso presunto da parte del paziente alla sua soppressione» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 8). L’approvazione di una legge sull’eutanasia libera, infatti, porta inevitabilmente a conseguenze incontrollabili: il fenomeno del piano inclinato (o slippery slope). Per fare accettare la legge, ha riflettuto Etienne Montero, docente di Diritto civile all’Università di Namur (Belgio), «si giura che sarà applicata esclusivamente su esplicita richiesta e in casi “limite”. Ma, una volta eliminato il divieto, l’atto eutanasiaco si banalizzerà, il senso della trasgressione svanirà, e ciò che una volta era proibito rischierà di apparire a poco a poco come normale» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 190).

La dimostrazione nei fatti è ciò che è accaduto nei Paesi Bassi, dove l’eutanasia era illegale ma non perseguita, poi è diventata legale solo per chi era in grado di esprimersi e scegliere liberamente. Oggi subiscono l’eutanasia anche persone che non sono in grado di intendere e di volere, perché la famiglia decide al posto loro: il 32% delle morti per suicidio assistito sono non-volontarie. Senza contare la legalizzazione, prima per i malati terminali, poi per gli anziani, dei depressi ed infine dei bambini. Dopo dieci anni la legge belga sull’eutanasia è stata dichiarata “fuori controllo” dall’Istituto europeo di bioetica, mentre 1 su 30 decessi in Olanda avviene oggi per eutanasia (compresi anziani, depressi, persone scontente della vita ecc.). Secondo uno studio ad un paziente su cinque l’eutanasia viene somministrata senza che questi abbia dato il suo esplicito consenso. Nel 2012 diversi medici e scienziati belgi hanno firmato un articolo scrivendo: «Per depenalizzare l’eutanasia, il Belgio ha aperto un vaso di Pandora. Come previsto, una volta tolto il divieto, si cammina rapidamente verso una banalizzazione dell’eutanasia. Dieci anni dopo la depenalizzazione dell’eutanasia in Belgio, l’esperienza dimostra che una società che sostiene l’eutanasia rompe i legami di solidarietà, fiducia e sincera compassione che sono alla base del “vivere insieme”, arrivando ad auto-distruggersi». Nell’Oregon, invece, dopo cinque anni dalla legge Measure 16, al suicidio assistito ha avuto accesso non chi sperimentava un’agonia insopportabile, ma chi viveva una perdita di autonomia (85%), l’incapacità di svolgere attività che rendono la vita attraente (77%), la perdita di funzioni organiche (63%), il fatto di pesare su famiglia e amici (34%).

 

7) CONSEGUENZE SOCIALI PER TUTTI.
Alcuni ritengono che la richiesta di eutanasia esprima una scelta privata e che in una democrazia laica e pluralista nessuno possa opporvisi in nome delle proprie convinzioni morali o religiose. Tale convinzione è sempre contraddetta dal motto latino “Lex creat mores” (la legge crea costume): ogni legge crea una mentalità e ha un profondo impatto sul tessuto sociale e sulla vita di chi è a favore e di chi è contrario. Nessuna “scelta privata”, dunque, il suicidio di Stato è inoltre un atto tutt’altro che neutrale: il permesso statale di togliere la vita equivarrebbe a consacrare una visione ben precisa, e di parte, della persona umana, veicolando valori sociali, morali e culturali che di necessità influenzano tutti. Verrebbe iscritta nella legge una visione antropologica ben precisa, imponendola a tutti gli uomini. Per questo si può rifiutare l’eutanasia senza urtare il pluralismo caratteristico delle democrazie moderne ed in nome della salvaguardia di interessi generali ritenuti superiori, tra cui l’integrità della professione medica, i fondamenti dell’ordinamento giuridico, la protezione di tutti i malati della società ecc.

Ad esempio, la sola possibilità di accedere legalmente all’eutanasia creerebbe indebite pressioni mentali sui disabili e malati, facendoli sentire ancora di più un peso sociale. «Il messaggio diffuso che è una scelta dignitosa abbandonare la vita quando vengono meno determinate condizioni è molto pericoloso, e rischia inoltre di colpevolizzare chi invece accetti di affidarsi al sostegno di altri convincendolo che sarebbe meglio liberarli del proprio peso»ha detto Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale all’Università Cattolica di Milano. Un paziente, tutt’altro che pienamente libero e autonomo nelle sue decisioni, sarà ancor di più fragile e incline a cedere alla pressione esercitata dalla sola esistenza della legge sull’eutanasia, si sentirebbe egoista a non accettare di alleggerire legalmente l’esistenza delle persone che si prendono cura di lui, convincendosi di essere solo uno sperpero economico. Se anche lo Stato riconosce l’esigenza di dare la morte a persone come lui, allora davvero la sua vita è in una condizione realmente priva di dignità. Si sentirebbe un mostro ad ostinarsi nel rifiutare di esercitare il suo “diritto” all’eutanasia. «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?»ha spiegato il bioeticista americano Daniel Sulmasy. Credendo di dover assecondare le richieste di eutanasia, la società corre il rischio di suscitarle, con varie pressioni più o meno inconsce. Un sondaggio del 2011 ha rilevato che ben il 70% di oltre 500 disabili intervistati teme che l’apertura al suicidio assistito possa esercitare pressione sui pazienti vulnerabili spingendoli a “porre fine alle loro vite in modo prematuro”. Iona Heath, presidente del Royal College of General Practitioners, ha scritto sul British Medical Journal«L’influenza che una legislazione sulla morte assistita può avere sul paziente è intrinsecamente rischiosa. E’ fin troppo facile per le persone malate e disabili credere di stare diventando un fardello intollerabile per le persone più vicine a loro. In tali circostanze una richiesta di morte assistita diventa una sorta di sacrificio da parte della persona morente, con la complicità interessata dei parenti, professionisti e tutori».

 

8) EFFICACI ALTERNATIVE ALL’EUTANASIA.
Oltre ai pochi casi mediatici sfruttati dagli avvoltoi radicali, esiste una realtà di migliaia di disabili che non ha alcuna intenzione di porre fine alla sua vita. Questo dimostra che le alternative ci sono e uno Stato civile dovrebbe investire sulle risorse che permettono il sostegno a queste persone, non togliere il problema uccidendo i disabili. Le alternative sono il sostegno psicologico, la cura affettiva, le cure palliative e, nei casi terminali, anche la sedazione profonda (o il coma farmacologico). Proprio il progresso nelle cure palliative ha superato la necessità di chiedere la morte assistita in caso di dolore, il principale testimone di questo è stato l’oncologo Umberto Veronesi, che ha affermato«Nessuno mi ha mai chiesto di agevolare la sua morte. Ho posto da sempre un’attenzione estrema al controllo del dolore e, per mia fortuna, nessuno dei miei pazienti si è mai trovato in una condizione di sofferenza tale da chiedere di accelerare la sua fine». Sul British Medical Journal si legge«adeguate cure mediche, consulenza e una presenza amorevole accanto al malato spesso rimuovono la richiesta di eutanasia».

Solitamente alcuni sostengono che tali alternative non sarebbero efficaci in quanto esisterebbe una presunta eutanasia clandestina, quindi tanto varrebbe depenalizzarla. Tale argomento nasce da una confusione tra il diritto ed i fatti: il diritto non indica ciò che è, ma ciò che deve essere. Se dovesse limitarsi a ratificare il fatto compiuto, non avrebbe più alcuna funzione normativa e perderebbe la sua ragion d’essere. L’adeguamento del diritto ai fatti è un mito duro a morire, senza contare che l’esistenza di una eutanasia clandestina è tutta da dimostrare. Non esistono studi in merito, solo dichiarazioni di qualche militante pro-eutanasia come l’Associazione Luca Coscionismentita dal prestigioso Istituto di ricerche farmacologiche di Milano. Infine, la legalizzazione dell’eutanasia in Olanda, ad esempio, non ha affatto contribuito a far emergere il fenomeno della clandestinità: il rapporto Van der Wal e Van der Maas (La Aia, 1996) ha certificato che quasi un migliaio di eutanasie è stato praticato senza il consenso del paziente ed oltre il 50% dei medici non ha compilato il modulo da inviare al pubblico ministero in caso di eutanasia.

 

9) L’EUTANASIA E’ FALSA COMPASSIONE.
Il malato che chiede la morte in realtà invoca una compagnia che lo assista, gli stia vicino e lo aiuti a trovare un senso al suo soffrire. «La vera radice del dolore», ha scritto Johan Menten, oncologo e primario del reparto di Radioterapia e cure palliative di Lovanio (Belgio), «è la perdita del senso della vita, che espone l’essere umano alla peggiore sofferenza possibile» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 61). La richiesta di eutanasia non è la manifestazione di un autonomo esercizio di disponibilità in merito alla propria vita, ma la dichiarazione di essere caduti in stato di abbandono. Perché l’uomo può portare qualunque dolore ma se non ne afferra il significato del motivo per cui lo fa allora cede alla minima sofferenza, non è un caso che Dj Fabo abbia scritto nel suo testamento: «Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della mia vita ora». Il suo fisiatra, che lo ha seguito negli ultimi anni, Angelo Mainini, ha dichiarato«nessuno è stato in grado di dare a Fabo la motivazione sufficiente a continuare ad amare la sua. In decenni a contatto diretto con pazienti come Fabo vediamo che il problema è avere o non avere qualcosa per cui valga la pena vivere. Penso a tante persone come lui, anche più sofferenti, che a un certo punto trovano la spinta per voler proseguire sulla strada della vita». Al contrario, la tetraplegica Rita Coruzzi è riuscita ad accettare felicemente la stessa disabilità di Fabiano proprio quando, ha scritto«ho riscoperto la vita e ne ho trovato il lato positivo. Ho imparato per esperienza diretta che non è mai troppo tardi, anche nelle condizioni più improbabili, per sentirsi vivi e avere un motivo per dire alla vita il tuo personale “grazie”».

Negare al disabile o al malato la compagnia che chiede, l’aiuto a trovare il significato della sua vita che lo aiuterebbe ad accettare la sua condizione, è un tradimento morale della sua reale richiesta. Il card. Carlo Maria Martini ha detto che «mostruoso è l’amore che uccide, la compassione che cancella colui del quale non può sopportare il dolore, una filantropia che non sa se intenda liberare l’altro da una vita divenuta di peso o liberare sé dal peso dell’altro» (C.M. Martini, citato in D. Tettamanzi, Eutanasia. L’illusione della buona morte, Piemme 1995, p. 27-28). E’ “falsa compassione” quella a favore dell’eutanasia, ne ha parlato più volte anche Papa Francesco. Il compianto Salvatore Crisafulli, paralizzato a letto dal 2003 a causa di un incidente automobilistico, ha scritto con le palpebre queste parole: «Ma cos’è l’eutanasia, questa morte brutta, terribile, cattiva e innaturale mascherata di bontà e imbellettata col cerone di una falsa bellezza? Dove sarebbe finita l’umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d’occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità? Credetemi, la vita è degna di essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita da finta dolcezza».

 

10) L’EUTANASIA NON E’ CIO’ CHE CHIEDE LA MAGGIORANZA DEI MALATI.
Che vi sia un consenso comune tra le persone sane verso l’eutanasia non stupisce, d’altra parte la disinformazione mediatica è a livelli estremi. Chiunque preferirebbe morire in fretta e senza sofferenze piuttosto che sommersi dai tubi e tormentati da atroci dolori. Ma si omette di dire ai futuri pazienti che è vietato ogni accanimento terapeutico, che rimarranno responsabili delle decisioni che li riguardano e che non esistono più dolori che la medicina palliativa non può controllare. Inoltre il soggetto, divenuto disabile, cambia radicalmente idea sulla vita rispetto a quando immaginava la sua condizione da sano. Lo sa bene chi lavora quotidianamente con i malati gravi, come Bernardette Wouters, vicepresidente dell’Associazione europea di cure palliative: «Tutti gli operatori sanitari sanno che il parere di una persona sana e quello di un malato sono due cose totalmente diverse. Molti pazienti ricoverati in unità di cure palliative per terminarvi la loro vita avevano giurato che non avrebbero mai sopportato di non essere autosufficienti, che si sarebbero suicidati in quel caso…e invece non tornano più sull’argomento. Se l’eutanasia fosse davvero ciò che i pazienti desiderano, l’Inami (Institut national d’assurance maladie invalidité) non avrebbe più problemi finanziari da molto tempo, le case di riposo e di cura sarebbero vuote, deserte le corsie dei reparti ospedalieri per malattie croniche…». E ancora: «La maggior parte di richieste sono indotte dal dolore, dalla paura di soffrire, dalla disperazione, dall’accanimento terapeutico, dall’abbandono della famiglia o degli operatori sanitari o dalla mancanza di senso» (in Eutanasia, Ares 2005, p. 74,75). Tutte situazioni risolvibili.

Il fisiatra di Dj Fabo, dott. Mainini, direttore sanitario della fondazione “Maddalena Grassi”, ha detto«Fare una legge su situazioni così mutevoli significherebbe voler dare confini netti e cose che non possono averli. Un caso come quello di Fabo, tra centinaia di disabili, non ci è mai capitato prima: la stragrande maggioranza chiede di ricevere tutte le cure possibili per una vita pienamente degna, e purtroppo non le hanno. Questo è il grande diritto inascoltato, vivere, ma non viene difeso con la forza con cui si reclama un diritto di morire. All’inizio molti pensano di voler morire, ma con il tempo il giudizio nel 99% dei casi muta, strada facendo cambiano le priorità e, con il giusto accompagnamento, riescono ad apprezzare ciò che quella loro nuova vita può offrire. Se attorno hanno persone che amano e scadenze attese con gioia, come la nascita di un nipotino o la laurea di un figlio, anche solo riuscire a fare quel sorriso o muovere la testa li appaga pienamente». Lo stesso ha detto Piero Morino, direttore dell’unità di Cure palliative della Asl Toscana centro.

La più vasta indagine su questo tema ha mostrato che solo il 7% dei pazienti affetti da sindrome locked-in ha manifestato pensieri o intenzioni di morte. Inoltre, ha proseguito la Wouters, «l’esperienza dimostra che alcuni pazienti vogliono sentirsi dire “no!”. Perché “no!” significa che si è ancora pronti a spendersi in un rapporto»Sappiamo, inoltre, che chi arriva a chiedere l’eutanasia molto spesso soffre di disturbi depressivi e dunque si è soventemente privati della possibilità di una richiesta davvero autocosciente. L’agnostico Lucien Israel, luminare francese dell’oncologia, ha detto«I rarissimi malati che, spontaneamente, mi hanno chiesto di aiutarli a morire se le cose si fossero complicate, non hanno rinnovato la loro richiesta nel momento in cui questa poteva essere soddisfatta. Altro che autodeterminazione: per me, l’eutanasia è una richiesta che proviene dalle persone sane che vogliono disfarsi di una malato grave o in fase terminale»Il caso straordinario di un paziente che richiede lucidamente l’eutanasia, quindi, non può legittimare una legislazione: è sbagliato, infatti, costruire una norma generale sulla base di un caso eccezionale o marginale. Esiste il divieto, infatti, ad adottare “leggi per casi specifici”.

 

 

dj fabo eutanasia


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9/14/2017 6:14 PM
 
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Leggiamo dal "Corriere della Sera online" del 11/09/2017 «Sei bella e coraggiosa»: sono bastate queste due semplici parole a convincere Consuela Cordoba che ancora valeva la pena di vivere, a decidere di annullare l’eutanasia programmata per il prossimo 29 settembre. A pronunciarle papa Francesco, che l’ha incontrata durante il suo recente viaggio in Colombia, come riferisce il Daily Mail.
La donna, profondamente sfigurata in un attacco con l’acido 17 anni fa, aveva deciso di mettere fine alla propria vita, ricorrendo alla legge che permette, in Colombia, di usufruire dell’eutanasia in circostanze eccezionali.Consuela ha subito finora 87 operazioni per cercare di salvare il suo volto; ha bisogno di tubi nelle narici per respirare e può alimentarsi solo di cibi liquidi e deve indossare sempre una sorta di passamontagna di tessuto.

A ridurla in questo stato fu il suo ex compagno, Dagoberto Esuncho, che nel 2000 le ha gettato addosso acido su tutto il corpo. Recentemente le hanno diagnosticato un’infezione cerebrale, che l’aveva convinta a farla finita.Ma a pochi giorni dalla data prestabilita, il 29 settembre, è arrivato il Papa in Colombia, e lei ha deciso di andargli incontro per chiedere la sua benedizione sulla scelta di morire.

Il Papa,a sorpresa, non solo le ha detto che non avrebbe dato la sua approvazione, ma soprattutto le ha fatto un complimento che ha cambiato la sua vita. «Ora voglio vivere», ha detto Consuelo. «Non lo farò più perché Dio sta per portare grandezza nella mia vita. Il medico prepari l’iniezione per qualcun altro»...ovviamente il papa e la chiesa non si limiteranno alle parole e l'aiuteranno come meglio potranno anche in modo concreto.
[Edited by Credente. 9/14/2017 6:15 PM]
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11/20/2017 5:00 PM
 
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L’incompetenza in materia di religione ed etica nella stampa italica raggiunge vette inarrivabili. Papa Francesco ribadisce ,sul fine vita,solo un punto ovvio della morale cattolica e cioè il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Cosa del resto pure vietata dalla deontologia medica. Infatti cure che non hanno alcuna efficacia terapeutica sono moralmente condannabili, oltre che essere vietate..e i giornali e i laicisti lo presentano come un intervento pro eutanasia ...dal Catechismo della chiesa cattolica (ultima edizione del 1992) leggiamo al n.° 2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.Al link l'esempio di come si manipolano le parole papali.



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12/16/2017 12:22 PM
 
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Il piccolo bimbo viene per tutti


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Cari amici,



 



Il piccolo bimbo sta per venire nel mondo, verrà per tutti i buoni ma anche per i cattivi.



 



In un mondo occidentale dove al Natale si toglie ogni spirito natalizio, alla festa si lascia solo l’aspetto commerciale, il piccolo bimbo viene per tutti.



 



Sempre più difficile, nella confusione odierna, riconoscerne i segni, gli echi che giungono dai secoli passati, nonostante tutto il piccolo bambino viene per ciascuno di noi.



 



Quel bimbo così piccolo che ogni anno torna a trovarci nel profondo, nella grotta del nostro cuore viene per riscattarci dalla solitudine caotica del mondo contemporaneo.



 



Siamo giunti ad una distrazione tale, ad una cattiveria così profonda da programmare gli attacchi più feroci proprio contro i bambini nascenti in queste settimane che precedono il Natale cristiano.



 



Parlamento Europeo e Commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa in questo giorni gridano, pretendono e tentano in ogni modo di imporre a tutti l’assoluta pazzia dell’aborto.



 



Un ritmo diabolico si ripete da sempre e sempre diventa più chiaro: il Re e il suo potere vogliono la complicità dei Magi per rapire e uccidere il bimbo che viene, che viene dall’utero della terra, nell’intimità del mondo per salvarlo dal profondo.



 



Nulla del peccato è nuovo, sempre nuova è la sorpresa amorosa che Dio fa all’umanità



 



Un piccolo bambino viene, per tutti coloro che lo aspettano e per coloro complottano per ucciderlo.



 



Viene un piccolo bambino che vuole salvare tutti, vuole salvare tutti i bambini del mondo e tutti i grandi che ancora hanno un cuore da bambino come noi.



 



Il mondo non cambia, le potenze del male proseguono la loro marcia feroce ma non sarà Erode, non saranno i colpevoli del massacro degli innocenti a vincere il mondo.



 



Un piccolo bambino, il bambino Gesù, il Dio che unico si fa uomo, è Colui che vince il mondo e fa del natale, il Natale Cristiano.



 



Senza quel piccolo bambino, senza nascita del bambino Gesù, senza il fatto cristiano, non ci sarebbe nessun natale, rimarrebbero gli ordini di Erode, gli Editti europei, le complicità degli Stati per lo sterminio dei bambini.



 



Cercano il piccolo bambino Gesù, vogliono ucciderlo, cancellarne la memoria, diluirne i segni della presenza. Eppure Gesù viene per noi e per i suoi assassini.



 



La nostra memoria del Natale cristiano, l’attesa che ci toglie il respiro, la sorpresa che sempre ci ristora, la gioia della Sua venuta è la più grande sconfitta del mondo, del potere, del cinico Erode di oggi.






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5/28/2018 5:04 PM
 
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Quarant’anni e sentirli tutti. È proprio il caso di dirlo a proposito della legge 194 del 1978 che ha introdotto l’aborto nell’ordinamento giuridico italiano. I bambini mai nati a causa di questa legge, infatti, sono quasi sei milioni.


 


Un numero che si avvicina alla somma della popolazione residente nelle prime quattro città più popolose del Belpaese”.





















Così scrivevamo sul numero Voglio Vivere di marzo e così ribadiamo oggi a 40 anni esatti da quel nefasto giorno. La legge 194 sull’aborto venne infatti introdotta nel nostro ordinamento giuridico il 22 maggio del 1978.


 


Sei milioni di vite spezzate, un numero impressionante, che insieme a migliaia di italiani, sabato scorso 19 maggio, abbiamo voluto ricordare alla Marcia Nazionale per la Vita.

















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La Marcia Nazionale per la Vita di sabato scorso














Giunta alla sua VIII edizione, questa manifestazione è ormai il più importante evento pro life italiano.


 “Non vogliamo far passare questo anniversario - ha detto dal palco Virginia Coda Nunziante, presidente della Marcia per la Vita - senza chiedere di abrogare la legge 194 e, in attesa che si arrivi a questo, di togliere immediatamente dalla spesa pubblica i 2-300 milioni di euro che ogni anno sono dedicati ad uccidere i nostri bambini”.


 Per una mera coincidenza, appena poche ore prima, era giunta dagli Stati Uniti d’America la notizia che l'amministrazione Trump aveva avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto.


 Le leggi da sole, però, non bastano. Bisogna anche e soprattutto combattere un’immane battaglia culturale per cambiare i cuori.


 Ecco, perché, per essere fedeli alla nostra missione, insieme a Pro Vita e ad altre realtà pro life italiane, abbiamo lanciato lunedì scorso una mega campagna nazionale, forse la più grande campagna pro life nella storia d’Italia!


 Da lunedì 21 maggio, infatti, numerosi Camion vela hanno iniziato a girare in 100 Province della penisola per ricordare una verità scomoda: con l’aborto muore sempre almeno un essere umano.











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Camion vela nella centralissima piazza Esedra, Roma, ieri mattina. In basso a destra il logo di Generazione Voglio Vivere














Uno sforzo di mezzi non indifferente che però è stato possibile anche grazie alla generosità dei sostenitori di Generazione Voglio Vivere al quale vanno i miei ringraziamenti più calorosi.


 Senza di voi non saremmo riusciti a fare tutto quanto abbiamo fatto finora. Senza di voi, non saremmo arrivati dove siamo arrivati fino adesso. Senza di voi…noi semplicemente non esisteremmo!


 


La mega campagna dei Camion vela continuerà ancora per alcuni giorni. Nel frattempo ti chiedo di continuare a sostenerci. Sia con la preghiera che con una tua donazione oggi stesso, adesso.   Sostieni i progetti di Generazione Voglio Vivere. Dona ora!

Dopo 40 anni di aborto legale l’Italia sembra risvegliarsi. Dobbiamo continuare su questa strada, ancora lunga e faticosa.

 E ricordati, insieme possiamo cambiare il corso della storia.

 

Cordialmente,

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Samuele Maniscalco


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6/5/2018 11:21 AM
 
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Foto incredibili: il movimento pro-vita che non avete mai visto 



MARCH FOR LIFE,CROATIA
 




Ecco quello che i media principali non vi mostreranno


Il 2018 ha visto un aumento senza precedenti nell’attività pro-vita in tutto il mondo. Marce, veglie di preghiera e processioni si sono diffuse apparentemente ovunque.


Clicca su “galleria fotografica” per vedere delle immagini straordinarie da tutto il mondo:



Negli ultimi mesi, raduni affollatissimi hanno avuto luogo in Croazia, Perù, Argentina, Italia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti e a Parigi. L’evento che ha visto la maggiore partecipazione è stata la “Marcha por la Vida” dell’Argentina, evento svoltosi simultaneamente in più di 200 città del Paese con circa 3,5 milioni di partecipanti.


Negli Stati Uniti, veglie di preghiera, adorazione e rosario organizzati da gruppi come 40 Days for life, la Frassati Fellowship e Students for Lifehanno invaso città come New York e Chicago e molti campus universitari.


In Croazia, dove la Marcia per la Vita si svolge solo a partire dal 2016, non solo i partecipanti sono raddoppiati, arrivando quest’anno a circa 30.000, ma l’evento si è svolto simultaneamente in tre città: Zagabria, Spalato e Fiume.


Si pensa che l’incremento dell’attività pro-vita sia dovuto a vari fattori, tra i quali un forte aumento dei giovani partecipanti, molti casi di alto profilo controversi riguardanti le questioni relative alla vita (Charlie Gard e Alfie Evans), risultati scientifici più chiari sulla vita nei suoi primi stadi, con la questione della “personalità” ormai più difficile da confutare, e proposte di legge per rendere più accessibile l’aborto, come nel caso della sfida dell’Ottavo Emendamento in Irlanda.


La missione universale del movimento è la difesa della vita a tutti i suoi stadi, dalla vita non nata agli anziani, e amare, assistere e sostenere le donne che aspettano un figlio indipendentemente dalle circostanze. Il messaggio che si lancia è di amore e compassione.


 

Mai come oggi molte organizzazioni di ampia portata, come Good Counsel Homes, Several Sources Shelters e altre, offrono assistenza alle madri incinte con gravidanze difficili. Ci sono anche ministeri di guarigione come La Vigna di Rachele e Silent No More Awareness, che accompagnano le donne che soffrono per gli effetti di un aborto.


Forse, allora, dopo aver subìto le conseguenze dell’aborto legalizzato il mondo sta capendo che c’è una soluzione migliore.


Non stancatevi di levare con fermezza la vostra voce in difesa della vita sin dal suo concepimento, e non lasciatevi distogliere dall’impegno di tutelare con coraggiosa determinazione la dignità di ogni persona umana.
Cristo è con voi: non abbiate paura!
San Giovanni Paolo II

Un ringraziamento particolare ad Antoine Mekary, Marcin Mazur, Marko Vombergar, Kamil Szumotalski e Marija Burazer per il loro contributo a questo articolo.


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6/8/2018 11:18 AM
 
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Ed Sheeran perde coraggio e rinnega il brano sul “bambino mai nato”



Forse le pressioni sono state talmente tante che non ce l’ha fatta a restare coerente. Così, il bravo musicista Ed Sheeran ha rinnegato “Small Bump”, pur di sottrarsi da una prevedibile pioggia di fuoco mediatica dopo che il brano è diventato l’inno dei pro-life irlandesi.


«Sei solo un piccolo rigonfiamento, non ancora nato», canta in prima persona il polistrumentista britannico, raccontando la storia di un bambino mai nato, morto dopo cinque mesi di gravidanza. «Tra quattro mesi verrai messo al mondo, ti darò nient’altro che la verità perché tu sei il mio unico e solo. Le unghie della dita sono grandi come un chicco di riso e le palpebre chiuse presto saranno spalancate». E’ una dolce poesia “Small Bump”, che termina amara: «Sei solo un piccolo rigonfiamento, non ancora nato. Solo quattro mesi, poi sei stato strappato via dalla vita. Forse servivi lassù, in cielo. Ma non abbiamo ancora capito il perché».


“Strappato alla vita”, come accade ai bambini che avrebbero dovuto continuare ad essere difesi dalla legge irlandese. Per questo le note della canzone venivano suonate a Dublino dal popolo pro-life nei giorni antecedenti al referendum sull’aborto che ha visto vincere la cultura dello scarto. Pressato dai fan e dai media, Ed Sheeran non ha trovato il coraggio di sostenere la campagna pro-life e ha scritto su Instagram di non aver «dato l’approvazione per questo uso, il quale non riflette su cosa sia la canzone». Parole enigmatiche. La canzone è una canzone, il suo significato è implicito nel testo che non può improvvisamente essere rinnegato per convenienza politica o per salvaguardia del proprio benestare.


Le pressioni sono state molte, gli haters hanno preso di mira i pochi vip irlandesi contrari. Ma l’incoerenza pesa: «Scusa, Ed Sheeran», gli ha scritto una fan su Twitter. «Non puoi scrivere una canzone come “Small Bump” e poi reagire scioccato quando il movimento pro-life lo usa durante la campagna. Sapevi di correre quel rischio quando hai umanizzato i piccoli umani». Peccato. D’altra parte “il coraggio, uno non se lo può dare”.


E pensare che solo pochi mesi fa il cantautore cattolico ha avviato i lavori per costruire una cappella privata nella sua tenuta in East Anglia, dove ha intenzione di sposare la storica fidanzata. «E’ diritto di ogni persona avere un luogo di ritiro spirituale per la contemplazione e la preghiera», ha detto, «per l’osservanza religiosa, la celebrazione delle tappe fondamentali della vita, come la famiglia, i matrimoni, i battesimi e così via».



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6/11/2018 12:53 PM
 
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ALCUNE DELLE MANIFESTAZIONI A SOSTEGNO DELLA VITA






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12/7/2018 1:43 PM
 
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La neurobiologa cattolica e pro-life
nominata ai vertici della scienza

 

Almeno su questo, il presidente Donald Trump sta mantenendo la parola. Al di là delle sue controverse azioni politiche in tema di muri ed immigrazione, c’è da dire che ha rispettato il patto contratto in campagna elettorale con il crescente mondo pro-life, compattatosi e infoltitosi durante il disastroso mandato di Barack Obama.

Dopo aver piazzato il cattolico Brett Kavanaugh a far pendere l’ago della bilancia della Corte suprema degli Stati Uniti a favore della vita e della famiglia, tre giorni fa ha nominato la neurobiologa Maureen Condic membro del National Science Board, l’agenzia governativa che sostiene la ricerca nei campi non-medici della scienza e dell’ingegneria. Vi lavorerà per i prossimi 6 anni.

La Condic è docente presso la School of Medicine dell’Università dello Utah ed è nota per il suo lavoro sulla riparazione del midollo spinale, ma è anche un’esperta a livello internazionale sull’embriologia e l’inizio della vita umana. «Sono solo felice dell’opportunità di servire il mio paese e la più grande comunità scientifica», ha dichiarato. E’ una devota cattolica e nel 2013 ha testimoniato in un tribunale a sostegno di un disegno di legge che avrebbe limitato l’aborto, dimostrando ai legislatori che il feto umano può percepire dolore già a partire dall’8° settimana dal concepimento, in quanto «il circuito neuronale responsabile della risposta più primitiva al dolore, il riflesso spinale, è in atto dopo otto settimane di sviluppo». «Imporre dolore a qualsiasi creatura vivente capace di dolore è crudeltà. Dobbiamo semplicemente decidere se sceglieremo di ignorare il dolore del feto o no», aveva sottolineato la neuroscienziata.

Nel 2014 Papa Francesco l’ha nominata membro corrispondente della Pontificia Accademia della Scienza. Il vescovo emerito di Salt Lake City, John C. Wester, aveva rivelato che la Condic «è sempre stata davvero una sostenitrice del messaggio a favore della vita umana e lo ha fatto con grande sacrificio personale. Non è sempre stato facile per lei, ha sofferto a livello professionale a causa della posizione molto forte che ha assunto nel difendere la vita, eppure non ha vacillato. È stata molto coerente nel promuovere la santità della vita umana come un dono di Dio».

Oggi, invece, proprio grazie alla coerenza e alla sua scelta controcorrente, è arrivata ad occupare uno dei posti più ambiti per i ricercatori scientifici, fornendo consulenza tecnica al Congresso americano. «Si è liberi di definirmi come si vuole. Ma chiamarmi “neuroscienziato pro-life” suggerisce che un insieme di punti di vista prestabiliti stiano guidando l’analisi etica e scientifica e penso che questo sia assolutamente il contrario della realtà», ha però voluto precisare Maureen Condic. «Il mio lavoro non è quello di controllare l’interpretazione di ciò che dico, il mio compito è quello di presentare con precisione i fatti». Buon lavoro!

fonte UCCR


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1/17/2019 11:30 AM
 
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vittorie pro vita in Italia


 








buona notizia_legge sull'aborto_USA_vittoria_vita

 


Si avvicina la fine del 2018 ed è davvero il caso di fare un bilancio delle conquiste pro vita ottenute in Italia operando alacremente sia su un piano culturale sia su un piano meramente pratico, facendo pressione sulle istituzioni e la pubblica amministrazione.


Partiamo dalla risonanza che le battaglie pro life stanno avendo proprio in un mondo che notoriamente riflette i diktat del pensiero unico: il mondo dei vip. Anche in questo contesto, ultimamente, si sono levate voci “impopolari” a favore della famiglia naturale. Pensiamo al recente, accorato appello di Lorella Cuccarini alle istituzioni perché mettano finalmente al centro la famiglia, cellula fondante della società: «Se lo Stato vuole sostenere le famiglie, lo deve fare soprattutto dal punto di vista fiscale. È qui che serve una svolta, non con i bonus. C’è da meravigliarsi che la politica non l’abbia ancora capito». E ancora «Penso che questo è un Paese che sembrerebbe quasi non voler più costruire un futuro. Se non si parte dalla famiglia, non si hanno prospettive».


La voce del buon sensoNon teme di apparire impopolare nemmeno il calciatore Nicola Legrottaglie il quale interrogato qualche tempo fa sulla campagna di Pro Vita e Generazione Famiglia contro l’utero in affitto che prevedeva l’affissione di manifesti raffiguranti un bambino nel carrello di un supermercato guidato da due uomini identificati rispettivamente come “genitore 1” e “genitore 2”, e  con lo slogan “due uomini non fanno una madre – #stoputeroinaffitto”, ha affermato di sostenere in pieno il messaggio proposto. In particolare: « […] ai politici dico di prestare molta attenzione alle insidie e alle trappole che possono nascondersi dietro provvedimenti come quelli che rischiano di incentivare l’utero in affitto o gli attacchi alla vita umana. Le conseguenze nefaste di certe scelte le pagheremo nel futuro».


Ma non finisce qui: ormai da tempo le battaglie per la vita seguono una strategia che viaggia sul doppio binario della sensibilizzazione culturale che permette di dire un “no” assoluto su problematiche ad ampio raggio come l’eutanasia, l’aborto ecc., ma al contempo seguono il binario della concretezza, agendo a livello giuridico, amministrativo e medico e, perseguendo, in questo campo, la strada delle conquiste graduali: se sul piano culturale si lavora per contrastare l’aborto tout court, sul piano pratico si cerca di fermare la Ru486 nelle farmacie. Insomma, una strategia che consiste nel procedere apparentemente a piccoli passi e che non appartiene solo ai radicali (che mentre si stracciano le vesti per legalizzare l’eutanasia, introducono i registri per il testamento biologico; che mentre sognano il suicidio assistito per tutti, nel frattempo cominciano con il proporlo per i malati terminali) ma che ormai da tempo ha adottato anche il mondo pro life avvicinandosi progressivamente al problema e smontando i processi poco per volta.


Ed è procedendo così che quest’anno si sono collezionate una serie di conquiste: pensiamo all’importante circolare del Ministero dell’Istruzione in cui viene riconosciuto il diritto di priorità educativa dei genitori in cui viene sottolineato «nero su bianco, la necessità che l’informazione alle famiglie sia, d’ora in poi, esaustiva e tempestiva rispetto all’offerta formativa», come ha dichiarato il presidente di Pro Vita, Toni Brandi che ha incassato questa bella vittoria insieme a Generazione Famiglia. Per non parlare dei preparativi ormai in corso per il il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie che nel 2019 si terrà in Italia, a Verona, dal 29 al 31 marzo, e che sarà organizzato da Pro Vita Onlus, Comitato Difendiamo i Nostri Figlie Generazione Famiglia insieme al presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, Brian Brown. L’elenco sarebbe infinito ma per ragioni di brevità ricordiamo soltanto, per ultima, la vittoria contro la censura rivolta alla campagna “Due uomini non fanno una madre – #stoputeroinaffitto” dopo che il presidente del Gran Giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria ha accertato che la campagna delle due associazioni  non viola il suo codice.


Insomma si procede guadagnando il terreno centimetro per centimetro puntando sulla diversificazione delle strategie e degli ambiti perché ormai la battaglia è su ogni fronte e passa anche per la stampa, i tribunali, la politica, la burocrazia e gli ordini professionali.


 


Manuela Antonacci

fonte: https://www.notizieprovita.it/economia-e-vita/il-2018-un-anno-di-vittorie-pro-vita-in-italia/


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1/22/2019 11:17 AM
 
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Marcia per la vita di Washington

marcia pro life stati unitiAlla March for Life americana hanno partecipato migliaia di persone, in gran parte giovani e donne. Ma si è preferito dare visibilità alla piccola contro-manifestazione “Women’s March”, nonostante la presenza del vice-presidente Pence e del video-collegamento di Trump.

 

Oltre 200.000 le persone riversatesi sulle strade della capitale statunitense, adesioni trasversali e la massiccia presenza di giovani mostrano un cambiamento dell’opinione pubblica statunitense. Questo il commento di Vatican News, che da settimana sta sponsorizzando la 46.ma Marcia per la Vita americana, svoltasi il 18 gennaio scorso.

Ma è in completa solitudine (a parte Avvenire) perché i media occidentali hanno preferito parlare, quasi esclusivamente, della “contro-marcia per le donne” (la Women’s march) a cui hanno partecipato meno di cento femministe intonando cori a favore dei “diritti riproduttivi” e contro il presidente Trump. Una manifestazione che ha perso ulteriormente numero di partecipanti dopo che il Democratic National Committee e la Human Rights Campaign hanno ritirato il loro sostegno dopo che le leader femministe pro-choice si sono esibite in pesanti dichiarazione antisemite.

 

Nessun giornale ne ha parlato, ma le strade della capitale americana erano piene.

In ogni caso, in Italia in nessun telegiornale italiano sono passate le immagini della oceanica folla che, tra la neve e il freddo gelido, ha invaso Washington in nome del diritto alla vita e contro la crudeltà umana dell’aborto. Anche i quotidiani italiani hanno snobbato l’evento. Addirittura il gigante Youtube ha ammesso di aver volontariamente interferito con i risultati della ricerca con la parola “aborto”, nascondendo o eliminando i video più popolari.

“La vita inizia dal concepimento e termina con Planned Parenthood”, si legge su uno dei tanti cartelli esposti durante la marcia americana, facendo riferimento alla nota azienda di cliniche abortiste negli Stati Uniti. La data del 18 gennaio ricorda la sentenza della Corte suprema del 1973 che liberalizzò l’aborto negli Usa, lasciando un’ampia discrezionalità ai singoli Stati dell’Unione. A New York, ad esempio, si può uccidere un bambino non nato anche nelle ultime settimane di gestazione, praticando l’aborto sulle minorenni anche senza il consenso dei genitori.

 

March for Life: la presenza del vicepresidente Pence e il video-collegamento di Trump.

Ma il clima culturale sta lentamente cambiando e lo segnaliamo spesso anche noi, sempre più giovani invocano maggiori restrizioni alla “libertà d’aborto”. Donald Trump è intervenuto all’evento pro-life annunciando: «Oggi ho firmato una lettera al Congresso per chiarire che se inviano una proposta legislativa al mio tavolo che indebolisce la protezione della vita umana, metterò il veto». Sul palco, davanti ai manifestanti, si è presentato invece Mike Pence, il vice presidente americano, che ha partecipato come lo scorso anno assieme alla moglie. Sia lui che Trump hanno più volte citato la massiccia presenza dei giovani.

Dopo la celebrazione iniziale da parte del Nunzio Apostolico negli Stati Uniti,  mons. Christophe Pierre -che ha portato i saluti e la gratitudine di Papa Francesco «per questa grande testimonianza del diritto alla vita dei membri più innocenti e vulnerabili della nostra famiglia umana»-, molto applaudito è stato l’intervento della senatrice democratica della Louisiana, Katrina Jackson: «Non importa se sei un democratico, un repubblicano, un bianco e nero, lottiamo tutti per la vita. Quando le persone mi chiedono, perché un democratico di colore lotta per la vita? Rispondo, “perché innanzitutto sono cristiana”». Alla fine dell’incontro, la nipote di Martin Luther King, Alveda King, ha guidato la preghiera finale. «Se rifiuti il razzismo, combatti l’aborto», disse la King l’estate scorsa, legando la difesa dei diritti civili degli afroamericani, intrapresa dal nonno, a quella dei bambini non nati, considerando che 1 aborto su 3 è attuato su bambini di colore.

 
AGGIORNAMENTO
Soltanto il Corriere della Sera si è occupato marginalmente dell’evento, portando in Italia la rovente polemica riguardo alcuni studenti cattolici che sembrano deridere un nativo americano mentre protesta contro di loro con un tamburo in mano. Tuttavia, grazie all’uscita di altri video dello stesso evento, tanti opinionisti hanno chiesto scusa per la condanna prematura verso i giovani manifestanti pro-life, in quanto è visibile come essi stiano già cantando e proclamando inni prima dell’arrivo dei nativi americani i quali, oltretutto, li insultano, urlano slogan razzisti contro i bianchi (“questa non è la vostra terra, sei un uomo bianco: è tutto ciò che sai fare?”) e accusano la cristianità di essere fascista.

fonte UCCR


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12/9/2019 11:20 AM
 
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LENNART, NILSSON, FOETUS


Un feto di 18 settimane nella sua compiuta meraviglia, frutto di 12 anni di lavoro del fotografo Lennart Nilsson: fu la copertina di Life nell‘aprile 1965 e vendette otto milioni di copie in quattro giorni. Oggi per alcuni è troppo “politicamente scorretta”.


Forse in molti, mi ci metto anche io, ignoriamo il successo planetario che ebbe la creatura immortalata nella foto in copertina: era il 30 Aprile del 1965 e il magazine americano Life portò la vita in prima pagina a colori. Era un feto di 18 settimane catturato nella sua intera e particolare meraviglia dal fotografo svedese Lennart Nilsson e c’erano voluti 12 anni per arrivare a quel risultato. Quella copia della rivista spopolò, vendendo otto milioni di copie in soli quattro giorni.

Il numero fu un successo spettacolare, fu la copia che andò esaurita più velocemente nell’intera storia di Life. Dai colori vividi e con dettagli cristallini, la foto mostra un feto nel suo sacco amniotico con il cordone ombelicale che si snoda fino alla placenta. Il bimbo non ancora nato galleggia in uno spazio quasi cosmico, appare vulnerabile ma sereno. I suoi occhi sono chiusi e i suoi piccoli pugnetti perfettamente formati sono stretti al petto. Uno scatto tecnicamente impressionante, anche per gli standard odierni. (da The Guardian)


Una cosa molto scabrosa, la vita


L’argomento, o meglio, l’immagine è ritornata in auge in questi giorni su alcune testate per via di una mostra a Parigi, che ha ospitato una nuova versione in bianco e nero degli scatti di Nilsson in cui il fotografo documentò i passaggi che portano alla nascita, dal concepimento in poi. Il Guardian si chiede addirittura se non si meriti il titolo di foto distintiva del ventesimo secolo. A più di cinquant’anni dalla copertina di Life, non è stato scontato riproporre immagini così vivide della vita nel grembo materno, tanto che Jan Stene, il direttore di una galleria di Stoccolma che ha scelto le foto per l’esposizione di Parigi, ha dovuto precisare l’intento nient’affatto sovversivo dell’opera:




Nilsson – ricorda Stene – voleva rendere visibile l’invisibile per mostrarci il viaggio stupefacente che ciascuno di noi fa, quel viaggio che ci unisce tutti come umani. Ha voluto darci l’opportunità di guardare dentro noi stessi, scoprendo immagini che ci definiscono come umanità. (Ibid)



Perché il bisogno di questa precisazione? Dagli anni ’60 a oggi molto è cambiato, anzi si è capovolto. Allora era ancora una novità assoluta scrutare dentro il grembo materno; oggi le ecografie sono a disposizione di tutti e stanno diventando sempre più definite, chiare, stupefacenti. Ma oggi portiamo sulle nostre spalle il carico di un dibattito sull’aborto che negli anni ’60 non si era ancora esacerbato. Il tema della vita è diventato scottante, quasi incandescente. Cinquant’anni fa la curiosità di vedere la vita che cresceva dentro la pancia di una mamma entusiasmò milioni di persone, oggi taluni esigono che non sia neppure tirata fuori la parola “vita” o “persona” quando ci si riferisce a un feto, per rispettare il diritto all’aborto delle donne. Un tempo non c’erano gli strumenti per vedere dentro il grembo, oggi si chiudono consapevolmente gli occhi per non vedere più le evidenze originarie.


Verrebbe da dire che la percezione attuale di quest’immagine come scabrosa è proprio una fotografia dei nostri tempi.





Occorre portare rispetto a un autore, senz’altro. Ma un’opera d’arte, in qualunque forma si presenti (parola, musica, disegno), diventa parte della comunità, non è più solo figlia di chi l’ha creata. Distorcerne il senso è sempre sbagliato, ma farne occasione viva di coscienza del popolo è proprio lo scopo primo e ultimo dell’arte. In ogni caso sarebbe sbagliato, oltre che riduttivo, voler etichettare Nilsson come un soldato in più nell’esercito dei prolife; il punto non sono gli schieramenti contrapposti. Interessante, molto, per tutti quelli che stanno da ogni lato della barricata è proprio ritornare a fissare in purezza di occhi e cuore quello che era l’intento originario del fotografo:


Voglio rivelare quello che è vicino a noi, che ci è familiare, mostrarlo in un modo nuovo. (da Lennart Nilsson)


fonte. ALETEIA



 


 


[Edited by Credente. 12/9/2019 11:21 AM]
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1/26/2020 7:34 PM
 
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“Il cuore di mio figlio batte a 16 giorni? Dimmelo di nuovo” e lei lascia la clinica della morte (VIDEO)


WOMAN




Una semplice evidenza scientifica è bastata a questa mamma per dire no all’aborto: il cuore di suo figlio batte a sedici giorni e lei, che a casa di cuori ne ha già altri quattro di cui conoscerà il rumore a memoria, non se la sente di entrare e accoglie la proposta di aiuto di Sam, attivista prolife.


Una mattina di sole. Delle sbarre. Sbarre alte, fatte per proteggere un diritto che qualcuno vorrebbe ostacolare: questo potenziale pericolo alla libertà di una donna, in una mattina di sole, davanti a una clinica per aborti nel Missouri, Stati Uniti, si chiama Sam. Mi sembra così surreale la scena mentre cerco di capire chi dei due sia davvero dietro quelle sbarre: se questo ragazzo, che tende una mano da quel cancello fatto proprio per allontanarlo o lei, una donna che è andata lì libera, convinta credo, con un appuntamento alla mano, ma che si avvicina a quella cancellata con la stessa angoscia di un detenuto, per cercare un’ultima buona ragione. Che minaccia rappresenta questo ragazzo per la giovane che sta per entrare ad abortire? L’intervento è fissato, la scelta sembra già presa e magari tutto si risolverà, almeno a livello fisico, in due ore o poco più.

 



E invece una domanda, semplici parole, non discorsi di fede, indottrinamento selvaggio, prediche noiose o simili, ma delle evidenze e una proposta di aiuto. Evidenze banali, informazioni reperibili con due clic su Google o scaricando qualunque app per la gravidanza. Informazioni scientifiche, concetti così semplici che quello che mi stupisce davvero è come questa ragazza, prima di prendere un appuntamento in questa clinica, non le abbia considerate, non si sia informata su tutto “quello” che stava davvero per eliminare. Quando penso a chi sta per abortire l’unica immagine che mi viene in mente, oltre a quella del bambino, è una donna decisa, quella forte e consapevole che, nonostante la scelta dolorosa, tutti si ostinano a dipingere. Quella di cui andare fiere, perché libera di scegliere, ma spesso, mi viene da dire, sola. Proprio come la ragazza che vedo in questo video, alla disperata ricerca di una buona ragione a cui aggrapparsi.



 

 


Quattro figli già da mantenere, le difficoltà economiche: la storia che questa ragazza racconta a Sam potrebbe essere quella di molte e no, nessuno può giudicare o permettersi di dire che le domande sono troppo scontate. Qui il punto non è capire cosa ha portato qui questa donna, perché abbia preso un appuntamento con tutti questi dubbi o se sia più o meno informata, qui il punto è dirle che la sofferenza, quella che sento nelle sue parole, non finirà in questa clinica. Questo però non è importante perché oggi crediamo che basti essere convinti di fare la cosa giusta per tornare a stare bene. Questo ce lo mettono in testa tutti i giorni a suon di love is love e pussy power ma poi la realtà ci disattende. La cosa giusta esiste, non è un punto di vista, né una scelta consapevole, per quanto sofferta.


Anche se lo neghiamo, se lo nascondiamo in una parte remota di noi dove non possiamo sentirlo troppo forte, il dolore che porta una scelta sbagliata resterà lì a gridare. L’aborto non te ne libererà insieme a quel feto e questa, è la menzogna più grande che ci raccontano e a cui vogliamo credere. Ci sono due vite strappate, ma non diciamo alle donne che solo una finirà oggi. Allora quel Sam, che fino alla fine prova a farsi ultima voce di quella sofferenza che urlerà per sempre, è davvero una minaccia. E’ la minaccia di una vita infelice, di un qualcosa che oggi non ha un epilogo, ma è solo all’inizio. Se è vero che uno spiraglio di luce basta a spazzare via molte tenebre, oggi proprio Sam è quel timido raggio di sole:



«Al mio bambino batte il cuore a 16 giorni di vita? Dimmelo di nuovo», gli chiede la ragazza prima di realizzare che no, non vorrebbe essere lì.






 

Ringrazio sempre chi ha il coraggio di continuare a essere solo un timido raggio di luce, a chi non si arrende nonostante le sbarre alte, perché sa che a essere discriminato non è lui, ma chi è dall’altro lato: prigioniero della paura, del dolore, delle difficoltà, di problemi che sembrano insormontabili, ma anche dell’ideologia con la sua soluzione preconfezionata per la felicità. Grazie a tutti i Sam che continuano a tendere una mano, a farsi l’ultima buona ragione, il motivo di un giorno in più, di una visita al CAV più vicino che potrebbe fare la differenza non solo per una vita innocente, ma per la felicità di ogni donna.


Fonte ALETEIA






[Edited by Credente. 1/26/2020 7:36 PM]
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1/31/2020 6:13 PM
 
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dagli Stati Uniti arrivano ottime notizie.


La prima è che il 24 gennaio 2020 sarà ricordata come una data storica per tutto il movimento anti-aborto. Alla March for Life di Washington, infatti, alle centinaia di migliaia di partecipanti – tra cui la tua associazione, Generazione Voglio Vivere - si è unito Donald Trump, il primo presidente americano a prendere parte alla più grande mobilitazione pro-vita del mondo.
















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Sarebbe troppo lungo riportare il discorso integrale del presidente degli Stati Uniti d’America ma non v’è dubbio che sia stato uno dei più incisivi:


















“Noi siamo qui per una semplice ragione: difendere il diritto di ogni bambino, nato o meno, di realizzare quel potenziale che gli è stato donato da Dio. (...) Tutti i presenti capiscono una verità eterna: ogni bimbo è un dono sacro e prezioso fatto da Dio. (...)


Insieme, dobbiamo proteggere, apprezzare e difendere la dignità e la santità di ogni vita umana. (...)


Al vedere l’immagine di un bimbo nel grembo materno, intravediamo la maestà della creazione di Dio. Quando teniamo un bambino tra le braccia, apprezziamo l’amore senza fine che ogni bambino porta ad una famiglia. Quando guardiamo un figlio crescere, vediamo lo splendore che ogni anima irradia. (…)


E per tutte le mamme che si sono riunite qui, oggi: Noi celebriamo voi e vi diciamo pubblicamente che le madri sono eroine. La vostra forza, la vostra devozione, la vostra determinazione è ciò che dà forza alla nostra nazione. Grazie a voi il nostro paese è stato benedetto da anime meravigliose che hanno cambiato il corso della storia umana.


(...) Al di sopra di ogni altra cosa, sappiamo che ogni anima umana è divina e ogni vita umana, nata o meno, è fatta ad immagine santa di Dio Onnipotente”.
















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La seconda notizia è che la Corte Suprema ha stabilito che non esiste alcun impedimento a votare una legge che obblighi i medici a mostrare alle donne il bambino che portano in grembo tramite ecografia.


Contro tale norma si erano scagliati i titolari di numerose cliniche abortiste e l’ormai famigerata Planned Parenthood che lo scorso anno ha perso 400.000 donatori unici e si è resa responsabile dell’omicidio di 345.672 bambini.


Una vera ecatombe. Un numero talmente spaventoso che demoralizzerebbe chiunque non abbia dimestichezza con l’attuale situazione statunitense.


Infatti, le statistiche del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (organismo legato al Dipartimento della Salute) mostrano che il numero di aborti commessi negli Stati Uniti è nuovamente diminuito, anche se la quota commessa da Planned Parenthood continua ad aumentare.


A questi dati, vanno aggiunti quelli recentemente raccolti dall’associazione anti-aborto Operation Rescue, i quali indicano che:


 Dal 2013, 367 strutture per l'aborto chirurgico sono state definitivamente chiuse.


 Le chiusure del 2019 rappresentano un impressionante calo del 79% del numero di strutture per l'aborto chirurgico (da distinguere da quelle che forniscono solo pillole abortive) a livello nazionale dal 1991, quando ve ne erano 2.176.


 In tutto, 17 Stati hanno approvato leggi pro-vita, contribuendo alla chiusura delle cliniche e fornendo i blocchi necessari per tenere sotto controllo a livello nazionale la rapida espansione delle catene dell'aborto.


A tutto ciò, bisogna sommare la nomina a vari livelli di oltre 150 giudici che hanno la caratteristica comune d’essere a favore della vita nascente.


Si tratta di una controffensiva culturale senza precedenti che dimostra come ribaltare la situazione sia possibile e come negli USA ci stiano pian piano riuscendo!


Generazione Voglio Vivere segue da anni le realtà pro life americane e si è spesso recata negli Stati Uniti per conoscere, imparare, ascoltare e stringere amicizie durevoli con realtà che da molto più tempo si battono perché la piaga dell’aborto abbia fine.


Da queste esperienze abbiamo imparato tanto - ho imparato tanto – cercando sempre di applicare qui in Italia quanto lì appreso.


Tutti gli sforzi che facciamo, tutti i sacrifici che affrontiamo, hanno un'unica meta: rendere illegale l’aborto.


E in tutti questi anni la vicinanza di persone come te, che come me credono nella sacralità della vita nascente, è stata fondamentale e preziosa affinché l’opera di Generazione Vivere potesse andare avanti e radicarsi con forza.


Oggi ti chiedo di continuare insieme a me quest’opera di bene a favore del nascituro che nessun altro farà al posto nostro.










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2/19/2020 7:25 PM
 
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Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ogni anno vengono praticati dai 40 ai 56 milioni di aborti.


153.425 al giorno.


6.393 all’ora.


Da quando hai iniziato a leggere questa email, si sono verificati all’incirca 107 aborti.


107 al minuto.


107 esseri umani come me e come te, solo che più piccoli e indifesi.


Noi sappiamo che non stiamo parlando di statistiche.


Sono persone… persone che avrebbero potuto chiamarsi Davide, Emma, Olivia, Matteo, Guglielmo, Sofia, Giulia, Elisabetta...


L’aborto è la morte violenta e cruenta di un essere umano. Non possiamo dimenticarcelo. Non possiamo semplicemente anestetizzarci al dolore ed abituarci a non fare nulla di fronte a tutto ciò.


Dobbiamo agire. Perché questi bambini ( Michele, Marta, Giuseppe) muoiono prima che possano nascere. Hanno bisogno di qualcuno che li difenda. Hanno bisogno di qualcuno ce agisca per loro… hanno bisogno di noi.


Dobbiamo essere la voce di coloro che non ne hanno ancora una!


Ecco perché abbiamo bisogno del tuo aiuto.


Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, CitizenGO parteciperà attivamente a marce, dimostrazioni e manifestazioni per difendere la vita. Cittadini attivi di CitizenGO stanno organizzando questi eventi in Italia, Canada, Inghilterra, Perù, Colombia, Argentina, Slovacchia… in tutto il mondo, ovunque sia necessario. Ma abbiamo bisogno di abbastanza risorse per porre in atto tutto ciò.


Il prossimo mese, dal 2 al 20 di Marzo, parteciperemo alla Conferenza sulle Donne delle Nazioni Unite (CSW64 / Beijing +25) a New York, dove sappiamo bene che le lobby a favore dell’aborto cercheranno (ancora) di usare le Nazioni Unite per imporre l’aborto in tutto il mondo. Siamo in stretto contatto con i rappresentanti di alcuni paesi pro-vita per promuovere pressioni su alcuni diplomatici per contrastare le lobby nemiche della vita. Stiamo anche pianificando azioni efficaci e d’impatto da effettuare nei pressi della Sede Centrale delle Nazioni Unite.


Negli Stati Uniti stiamo portando avanti una campagna per sostenere un disegno di legge a sostegno della personalità legale del bambino ancora non nato nel Sud Carolina e un disegno di legge che possa bandire l’aborto per i bambini a cui viene diagnosticata la Sindrome di Down in Pennsylvania. Siamo stati anche in stretto contatto con i legislatori che hanno tagliato i finanziamenti alla Planned Parenthood una volta per tutte (siamo così vicini al nostro scopo che non possiamo diminuire la pressione!).


Stiamo anche provvedendo ad un sostegno per le nostre controparti canadesi che sono occupate nell’assemblare materiali, cartelli e magliette per la loro Marcia Per la Vita che si terrà ad Ottawa. Speriamo in una grande partecipazione da parte dei cittadini attivi canadesi di CitizenGO!


Dobbiamo fermare questo silenzioso e tremendo fenomeno di massa che è l’aborto. Sembra un compito troppo grande... ma ognuno di noi (in una piccola parte, lavorando insieme) può realizzarlo.


2/24/2020 10:37 PM
 
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«Sister», il toccante corto animato nominato all’Oscar che parla dell’aborto


FETUS


 



 







di Nory Camargo

Parlare di aborto è sempre un po’ scomodo. A volte giudichiamo o parliamo del tema senza pensare che forse la donna che ci sta accanto ha subìto un aborto – o più di uno -, senza sapere se si è trattato di un aborto volontario, se ancora le fa male, se è stata costretta o ha ormai perso il conto delle volte in cui ha provato a rimanere incinta.


Sister è un toccanto corto animato che ha sorpreso piacevolmente il pubblico ed è stato nominato come miglior corto animato agli Oscar. In otto minuti vediamo riassunta la politica instaurata nel 1979 in Cina, dove le coppie avevano diritto a un unico figlio ed erano sanzionate con multe, licenziamenti o aborti forzati nel caso in cui non la rispettassero.







La Cina e l’aborto


La Cina è il Paese più popoloso del pianeta, e ospita un quinto della popolazione mondiale. La “politica del figlio unico” è stata istituita nel 1979 per controllare la natalità, ridurre la crescita della popolazione ed evitare la sovrappopolazione. Nel 2015 questa politica è stata eliminata, ma si è chiarito che le coppie avrebbero potuto avere solo due figli (visto che gli esseri umani si credono Dio).


Per rendere la cosa ancora più sfrontata, le coppie che desiderano concepire un secondo figlio devono avviare un “processo di richiesta semplificato”. In base alle cifre, questa politica “ha aiutato” a prevenire 400 milioni di nascite. Sister ci racconta attraverso gli occhi di un bambino come sarebbe stata la sua vita se sua sorella avesse avuto la possibilità di nascere.


Nel corto, i genitori scoprono che c’è un nuovo piccolo in arrivo, una bambina. Anziché essere felici, però, vengono travolti dalla tristezza, perché questa politica era in vigore quando hanno saputo della seconda gravidanza. La madre si vede costretta a sottoporsi a un aborto, a congedarsi da quella figlia che qualcuno le strapperà dal grembo, a dire addio a un pezzo del proprio cuore.


Come sarebbe la mia vita se avessi una sorella?


Come sarebbe stata la tua vita se avessi permesso a quel bambino di nascere? Che tipo di madre saresti stata? Che tipo di fratello, di zia, di nonna, di cugina…? Sarebbe stato maschio o femmina? Parliamo quasi sempre del dolore che provoca un aborto, delle ferite che restano aperte o del senso di colpa che devasta, ma parliamo o pensiamo poco a come sarebbe cambiata la vita se quel bambino fosse nato.


È normale. Pensarci provoca subito tristezza, si mescolano mille sentimenti, e pensiamo che sia meglio non affrontare il tema, che sia meglio dimenticare, non menzionare e non ricordare. Solo la donna che ha subìto un aborto sa cosa prova.


Il dolore di cui non si parla mai


Quando parliamo di aborto pensiamo subito alla donna, poi all’uomo (a volte), a colui che sarebbe diventato padre, ma non ci soffermiamo a pensare a tutte quelle persone la cui vita cambia per la nascita o l’assenza di un essere umano. “Dedicato ai fratelli che non siamo mai arrivati ad avere”, è la frase che si legge al termine del corto.


L’aborto non fa male solo alla donna. Fa male all’uomo, a quello che sarebbe diventato fratello, a quello che sarebbe diventato nonno; fa male a Dio e infine all’umanità, perché non sappiamo che progetti avesse Dio per quel bambino a cui hanno tolto la possibilità di piangere, di ridere, di correre, di imparare.


Sicuramente molti pensano a “cosa succede alle donne che sono rimaste incinte per errore, a quelle che erano solo delle bambine, quelle che non potevano permettersi un altro figlio, quelle che non avrebbero permesso che un bambino interferisse con le loro opportunità lavorative; a quelle che semplicemente sanno di non essere fatte per essere madri, o quelle che sono state violentate”.



Le tue decisioni, il tuo corpo, la tua responsabilità


I gruppi abortisti si rifugiano in questa idea, che mi fa ribollire il sangue: “è il mio corpo, sono io che decido cosa farne”. Ovviamente mi viene voglia di dire “Il tuo corpo non ha due teste, quattro braccia, quattro gambe e due cuori. Quello che hai dentro è un altro essere umano”.


E se è il tuo corpo, perché non hai pensato che la cosa più logica dopo un rapporto sessuale è concepire? Perché hai i polmoni per gridare per strada invitando altre donne ad abortire e non gridi per salvare tuo figlio o dire “Non voglio avere rapporti sessuali”? Perché sei responsabile solo per alcune cose, ma non per assumere il tuo ruolo di madre?


Questo corto animato è un’ottima risorsa per parlare non solo dell’aborto, ma anche della dignità umana. Dei diritti che vengono violati giorno dopo giorno, delle persone che stiamo scegliendo per governare il nostro Paese. Della poca responsabilità che instilliamo nei nostri figli, del dovere che abbiamo come educatori, ma anche come figli di Dio.


Del dolore che vivono milioni di donne nel mondo e della sete di Dio che chiede amore e giustizia. È un’opportunità per chiederci “Cosa sto facendo per mitigare il dolore di mio fratello?”


Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link.





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