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COMMENTO DELLA SECONDA LETTERA AI CORINTI

Last Update: 3/4/2012 10:30 PM
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2/15/2012 9:37 PM
 
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LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

I Santi: chi sono? Nella Scrittura Santo è il Signore. Dio è definito il Santo di Israele. Gli Angeli, in Isaia, lo proclamano: Santo, Santo, Santo. Nel Levitico, Dio stesso si definisce: Santo. “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”. La natura di Dio nel Nuovo Testamento si rivela invece come carità. “Dio è carità. Chi è nella carità è in Dio e Dio in lui”. La carità è amore. Il santo si deve definire da Dio, non dalle umane concezioni, e neanche a partire da quelli che lungo il corso della storia hanno amato e che la Chiesa ha canonizzato, elevandoli agli onori dell’altare. Santo è colui che ama, che ama Dio e in Dio ama ogni uomo. Santo è colui che ascolta Cristo Gesù e in Cristo riversa il suo amore per il Signore e per il mondo fino alla morte e alla morte di croce. Santo è colui che è mosso perennemente dallo Spirito Santo. Poiché la mozione dello Spirito è personale, la santità è anche personale, personale è la via sulla quale è posto e personale è il luogo dove deve accogliere l’amore di Dio per riversarlo sui suoi fratelli. Per tutti deve essere posto a fondamento un solo principio: la santità non è isolamento, solitudine, ricerca della condizione ottimale per poter essere con Dio. La santità è dono della propria vita a Dio e ai fratelli. Ma è dono secondo il comando di Cristo, le beatitudini, è dono secondo la mozione dello Spirito Santo, l’ascolto attuale di Dio. La santità è un servizio d’amore, di salvezza, di redenzione. Il santo non vive per se stesso, vive per Cristo che è morto per lui, vive per i fratelli, morendo per loro, perché siano condotti alla verità nella carità. Il santo è uno che prende il mondo su di sé e secondo le modalità che lo Spirito di volta in volta gli comunica, lo porta e lo conduce a Dio. Se non c’è questo orientamento verso il mondo da salvare, non c’è neanche orientamento verso Dio. Se Dio che vive nel cielo la santità eterna ha avuto come principio del suo amore l’orientamento verso l’uomo da salvare, tant’è che il suo Figlio Unigenito si è fatto uomo, per redimere l’uomo, morendo per lui, non si vede come possa esserci santità se non in questo unico movimento, movimento in Dio, in Cristo e nello Spirito per l’uomo da condurre nel cielo. Gesù stesso definisce il cristiano luce del mondo e sale della terra. La luce si consuma per illuminare, il sale si scioglie per dare sapore. Si consuma e si scioglie nel mondo per portare in esso la luce eterna di Dio e la sapienza dello Spirito Santo. Questa è la missione del cristiano e la consumazione fino alla propria morte in questa missione è la santità.
Ciò che manca aggiungerlo. Se questa è la santità, bisogna allora togliere dai nostri occhi la miopia spirituale e ogni altra chiusura delle mente e del cuore, che ci impedisce di amare Dio e i fratelli alla maniera di Cristo Gesù. Bisogna quotidianamente operare perché si cresca nelle sante virtù, aggiungendo ciò che manca e perfezionando ciò che si è acquisito, ciò che già si possiede. È questo un vero cammino di ascesi, di crescita spirituale. È anche un cammino che bisogna sempre verificare, in modo da avere una scienza, una conoscenza del proprio stato spirituale il più possibile perfetta. L’esame di coscienza, l’analisi del proprio stato spirituale sulle cadute nei peccati mortali e sulla convivenza con quelli veniali, che non si distruggono dal nostro cuore, anzi che si cullano e sovente anche si incrementano, dovrebbero essere di per sé due mezzi sufficienti a farci sapere dove siamo spiritualmente e il progresso finora raggiunto. Una cosa deve essere ritenuta vera: se non si progredisce, si regredisce e se non si espellono dal cuore i peccati veniali, mai potremo vincere del tutto i peccati mortali. Se non si acquisiscono le virtù cardinali che sono la forma e la misura secondo la quale bisogna vivere le virtù teologali, non si faranno mai passi in avanti per il raggiungimento della perfezione cristiana. Ciò significa che non si sta divenendo santi, non si sta cioè vivendo di amore per il Signore e per i fratelli. Ogni peccato è una carenza di amore e ogni virtù che non si conquista è un abbandono della nostra vita al peccato e al vizio, al non amore, alla non santità, al non servizio, alla non missione.
Fidarsi? Fino a che punto? L’uomo di Dio vive in questo mondo, vive in mezzo ai suoi fratelli. Fino a che punto bisogna fidarsi degli altri? Si può mettere la propria vita nelle mani degli altri? Si può essere certi che la nostra missione riuscirà, avvalendoci degli aiuti degli altri e lavorando con loro con fiducia cieca? Di Gesù è detto che lui non si fidava di nessuno. Egli conosceva il cuore di tutti. Sapeva cosa c’era in ogni uomo. Non si fidava, perché il cuore dell’uomo non era capace di comprenderlo, di sostenerlo, di aiutarlo, di incoraggiarlo nella sua missione. A tal proposito ci sono due episodi che meritano di essere ricordati: quando rimane a dodici anni nel tempio, quando Pietro lo invitò a non andare a Gerusalemme. Maria è santissima, purissima, immacolata. Non conosce il peccato, il suo cuore è puro. Ma non conosce tutta la vastità della missione del Figlio, non sa qual è la volontà attuale del Padre su di Lui. La volontà del Padre è sempre attuale, si vive oggi per l’oggi e domani per il domani. Cosa vuole oggi il Signore da noi? Questo nessuno lo sa, se non il cuore di chi cerca il Signore, di chi lo ama e vuole fare la sua volontà. Il Signore è diretto nel comunicare la sua volontà. A volte però si serve anche dei profeti. Pietro non sa la volontà di Dio, non solo non la sa, gli riesce anche difficile accoglierla. Maria l’accoglie perché santissima. Pietro non l’accoglie, perché ancora non è santo. Fidarsi degli altri è mettere la propria vita nelle loro mani. La vita ognuno deve metterla nelle mani di Dio. È Lui che parla al cuore e alla coscienza della persona; è Lui che ispira il singolo e lo muove; è Lui che lo cerca e lo investe di una missione. Gli altri tutto questo non lo sanno, non riescono a comprenderlo, potrebbero con la loro parola farci allontanare dalla volontà di Dio, divenendo per noi dei satana, dei tentatori. Quando è in gioco la missione personale, allora la fiducia non si può accordare a nessuno. Nessuno può divenire il governatore, il timoniere della nostra missione e della nostra vita. La prudenza in questo deve essere somma, la più alta.
Improvvisare è antievangelico. Il santo cammina sempre nel compimento della volontà di Dio. La volontà di Dio cerca, compie, nella volontà di Dio vive. Ora è giusto che ogni cosa sia fatta con il tempo, sia fatta a tempo, sia svolta nel tempo. Il tempo dice preparazione dell’opera, esecuzione materiale di essa, accompagnamento della stessa dopo che è stata posta in essere. Qui ci perdiamo quasi tutti. La nostra è una fretta, una superficialità, una estemporaneità che fa sì che tutto alla fine diventi un aborto, un’opera posta in vita, ma che muore all’istante, a volte, ancor prima di essere posta in vita. Chi vuole coltivare un campo, deve prima di tutto esaminare il campo, deve sapere quale tipo di seme quel campo riesce a portare a maturazione. Deve conoscere anche i tempi della semina. Se non si conosce il campo e si ignorano i tempi della semina, il lavoro che in esso si profonde è perduto in partenza. Se uno semina il grano in estate invece che in autunno o in primavera, a seconda della qualità del grano, quel seme muore, anche se nasce non produce frutti. E così se il campo è arido, non c’è alcuna possibilità di irrigazione, non si vanno a piantare alberi che hanno bisogno di acqua e a volte di molta acqua. Inoltre il terreno va sufficientemente preparato, va purificato da ogni erba cattiva, va arato e spianato. Infine viene in esso posto il seme, ma non è ancora finita. Bisogna seguire il seme in ogni fase della sua crescita e finché il frutto non è raccolto, bisogna sempre temere che qualcosa possa distruggerlo, possa attaccarlo, che possa essere anche rubato. Così è del lavoro spirituale. Tutto deve essere preparato antecedentemente, tutto deve essere fatto a tempo, tutto deve essere seguito poi con la più grande delle attenzioni. Un solo attimo di disattenzione può mandare in fumo tutto un lavoro di un anno e anche di molti anni. La pastorale non si improvvisa e neanche il lavoro nella vigna del Signore si fa con superficialità.
Offerta, o spilorceria? I Corinzi hanno organizzato una colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme, Chiesa povera, provata dalla carestia. Questa colletta è stata preparata, è stata organizzata. Ora bisogna portarla a maturazione, a fruttificazione. Come? Bisogna che ogni giorno ognuno vi lavori, vi presti attenzione, vi metta buona volontà, faccia qualche sacrificio, rinunzi a qualcosa per amore. D’altronde se la colletta è opera di amore, frutto di carità, la carità è qualcosa che investe tutta la persona, la investe perennemente e non in un solo istante, o in una sola opera. Tutta la vita deve essere concepita come un dono d’amore, tutta la vita deve essere impostata sulla regola dell’amore e della carità. La prima impostazione è quella del nostro spirito, della nostra mente. Questa non si deve chiudere in se stessa, si deve aprire agli altri. La seconda impostazione è l’accoglienza della verità della fede nel nostro cuore, nel nostro spirito: l’opera di carità non è un impoverire noi per arricchire gli altri, ma è una seminagione per un prodotto più abbondante. Come il contadino per seminare il grano si priva di una parte di esso, ma per poter avere grano per un altro intero anno, così dicasi dell’opera di carità materiale. Ci si priva di qualcosa, ma per avere un frutto di benedizione celeste che ci aiuta a vivere per tutta la vita. La rinunzia sarà proporzionata alla raccolta. Chi rinunzia con larghezza, con larghezza raccoglierà e chi rinunzia con ristrettezza, con ristrettezza raccoglierà. Ma questo è un principio di fede, non è un principio razionale. L’esempio è visibile a tutti. Ma non tutti sono capaci di entrare in questa fede e iniziare l’opera della carità con larghezza, nella gioia, di buon cuore, profondendo a pieni mani, sapendo che il Signore ci ricompenserà secondo la misura che gli abbiamo offerto.
La fede è tutto, la fede nella provvidenza. Nell’opera di carità la fede è tutto. Cosa significa mettere la fede a fondamento dell’opera di carità? Significa essenzialmente questo: Dio è il Creatore dal nulla di tutte le cose. Lui è il datore di ogni bene all’uomo, bene spirituale, bene materiale, bene del corpo, bene dell’anima, bene nel tempo, bene nell’eternità. Dio non ha bisogno della terra per dare da mangiare al suo popolo, come non ha bisogno della medicina per fare stare bene un corpo. La sua Parola è onnipotente e creatrice. Dio concede l’abbondanza ad un cuore per saggiarlo, per provarlo nei suoi sentimenti. Se il cuore si apre alla condivisione, alla comunione, se è largo nel dare sia i doni spirituali che quelli materiali, Dio lo benedice e quanto ha seminato nel campo dei fratelli come carità, Egli lo moltiplica perché abbondi ancora di più. Se invece il cuore si chiude, Dio si ritira dall’uomo e tutto è messo nelle mani della creatura. Questa sperimenterà la non benedizione di Dio, anche la sua vita diventerà difficile. Potrà godere di un bene materiale in più, ma gli mancheranno tutti quei beni spirituali, l’ultimo dei quali sarà la mancanza del paradiso, terminando la sua vita nell’inferno eterno, a causa della chiusura del suo cuore agli altri. Inoltre c’è un’altra prospettiva dalla quale dobbiamo partire, per comprendere la gravità di ogni chiusura al bene e alla condivisione. I beni di Dio sono donati perché vengano dati agli altri. Noi siamo solo degli amministratori. Possiamo prendere per noi ciò che prendeva il bue mentre trebbiava il grano. Il resto è del padrone, cioè di Dio, il quale lo elargisce secondo l’abbondanza della sua misericordia. Quando non si dona agli altri il dono di Dio, si commette un furto, ci si appropria di ciò che non è nostro. Si è ingiusti. Si commette peccato dinanzi a Dio, si compie una ingiustizia nei confronti dei fratelli. Infine, ed è questa l’ultima annotazione, la misura della larghezza del dono di Dio che ricade su di noi, siamo noi ad offrirla al Signore. Più largo è il nostro cuore, più grande è la benedizione di Dio che discende su di noi. Questo è già stato detto e qui vale solo confermarlo, ribadirlo con fermezza.
La carità non è privazione, ma ricchezza. Anche di questo si è già parlato con dovizie di particolari e di spiegazioni teologiche. Una cosa deve essere ribadita, riaffermata: l’elemosina è vera seminagione nel campo di Dio. Se vera seminagione per una fruttificazione abbondante, la carità non è privazione, ma ricchezza; non è impoverimento, ma ricerca di crescere ed abbondare in tutto ciò che è necessario per vivere con dignità su questa terra. Da qui nasce l’esortazione ad essere ricchi per ogni generosità, abbondanti per ogni opera buona, generosi in tutto, sapendo che la nostra generosità è un deposito nel tesoro del cielo, presso il quale possiamo sempre attingere ciò che serve per il nostro quotidiano sostentamento. Infine piace concludere con una verità, sovente ignorata. Chi fa la carità e risolve realmente un problema ai suoi fratelli, nel momento in cui lui avrà bisogno, il Signore non risponde dal cielo, donando quanto si è dato, risponde invece risolvendo il nostro problema. Non è quello di Dio un intervento quantitativo – tanto quanto - bensì un intervento di soluzione del problema. Noi abbiamo risolto al Signore che vive nel povero un suo problema, un suo assillo, il Signore risolverà un nostro problema, un nostro assillo. Con una differenza: il problema da noi risolto costava poco o niente in termini di quantità, il nostro invece è quantitativamente enorme. Questa è la differenza, questo è anche il risultato di ogni opera di carità fatta con cuore grande, aperto, ricco in misericordia, senza paura, senza esitazione, senza ostentazione, senza secondi fini, fatta semplicemente, nel nascondimento, nella riservatezza. Il cristiano lo deve sempre ricordare: il Signore arricchisce noi per essere noi ricchi di misericordia; il discepolo di Gesù manifesta la magnificenza di Dio; la carità ricevuta si trasforma in lode e benedizione di Dio.
Carità: servizio sacro. L’opera di carità bisogna considerarla come una piccola morte, esercizio necessario per prepararci alla morte totale, che è il dono della nostra vita per la salvezza dei fratelli. San Paolo considera la carità come un servizio sacro, una liturgia d’amore per la salvezza dell’anima, dello spirito e del corpo dei nostri fratelli. Cosa è la liturgia eucaristica se non il memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù? Ma che cosa è la passione, morte e risurrezione di Gesù se non il dono della sua vita per noi? Cosa è la carità se non un dono di vita? All’inizio di un aiuto per la vita dei fratelli; alla fine, se si cresce nell’amore di Cristo, la carità si trasforma in una nostra morte e non più in un dono fuori di noi, per la vita dell’intera umanità. In questo senso è una vera liturgia, un’azione sacra, fatta dal cristiano in Cristo, ma anche da Cristo nel cristiano. La carità è la celebrazione della nostra santa messa, messa personale, sacrificio di morte, per la risurrezione dell’umanità intera. Bisogna allora creare una nuova mentalità, una mentalità di fede, una mentalità in cui si crede nella verità centrale del cristianesimo – il dono di Cristo all’umanità, il dono di Cristo che il Padre ci ha fatto – e la si fa diventare nostra stessa forma di vita, di esistenza, di relazionarci, di presentarci dinanzi ai fratelli. L’altro, vedendo un cristiano, deve vedere in lui uno che è disposto a dare la sua vita, l’intera sua esistenza per la sua vita spirituale, salvezza dell’anima, ma anche sostegno al suo corpo, perché, in quanto strumento dell’anima, aiuti lo spirito a camminare sempre verso il regno dei cieli. In ordine alla carità materiale c’è da aggiungere che un nostro piccolissimo atto di morte, una nostra rinunzia, produce un bene grande nel mondo, perché dona speranza a molte persone, infonde coraggio agli smarriti di cuore e li orienta verso Dio.
Preghiera e moltiplicazione di affetto. San Paolo vede ogni cosa in Dio e tutto trasforma in un rendimento di grazie. Anche nel dolore e nella sofferenza egli è sempre con la sua mente fissa in Dio, a partire dal quale legge ogni cosa, interpreta la sua vita, le dona un significato di verità, la orienta tutta verso il bene dei suoi fratelli. Ogni evento viene santificato attraverso la preghiera; ogni evento viene esposto agli altri secondo la verità di Dio perché possano viverlo in santità, giustizia e in rendimento di grazie, ma anche in affetto e in carità degli uni verso gli altri. Oggi invece assistiamo ad una mortificante immanenza. Non si vedono più le cose in Dio, non si vede Dio nella storia degli uomini; non si vede la sua giustizia, non si vede la sua misericordia, non si vede la sua carità. Chi ama l’uomo deve aiutarlo ad innalzare lo sguardo verso il cielo, vedere Dio e invocarlo; deve anche dirigere lo sguardo verso i fratelli, per benedire il Signore che li ha messi sulla nostra strada come un dono della sua misericordia. Dobbiamo moltiplicare il nostro affetto per loro, mettendo la nostra vita a loro disposizione per la loro salvezza eterna.
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2/16/2012 2:29 PM
 
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CAPITOLO DECIMO


PAOLO DIFENDE IL SUO APOSTOLATO
[1]Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi;
Paolo aveva iniziato a parlare di sé in questa Lettera, aveva presentato il ministero dell’apostolo, aveva manifestato le regole di vita che lo muovevano nella sua opera missionaria. Poi era passato a trattare la questione della colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme.
Terminato il tema della colletta, ritorna nuovamente a parlare di sé, a spiegare alcune cose ai Corinzi che forse ancora non avevano compreso appieno.
Ancora una volta è giusto che si precisi che Paolo non parla di sé per parlare di sé, parla di sé per parlare di Cristo Gesù, per rendere credibile Cristo Gesù, per far sì che la sua parola sia creduta non come parola di uomo, ma come Vangelo del Figlio di Dio.
La giustificazione del suo apostolato ha un solo scopo: la difesa del Vangelo che egli annunzia. Poiché il Vangelo si è fatto voce umana, ed è la sua, difendendo la sua persona e il suo ministero, egli ha in mente di difendere il Vangelo della grazia, in modo che sia reso credibile agli occhi di tutti.
D’altronde chi ha un compito così importante, quello cioè di essere voce umana della voce di Dio, veicolo umano dei beni divini, deve rendersi sempre credibile e per questo è giusto che si difenda, che difenda la sua opera dinanzi ai suoi denigratori. Non deve farlo per sé, ma per il Vangelo, per la missione, per l’opera che il Signore gli ha dato da compiere.
Paolo fa appello ora alla dolcezza e alla mansuetudine di Cristo Gesù. Egli vuole dire ai Corinzi una cosa sola: il suo stile è veramente quello di Cristo Gesù, dolce e mansueto, mite e umile. Così Gesù si è definito. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
Qui Paolo lo definisce: dolce e mansueto. La dolcezza e la mansuetudine sono proprietà dell’anima e in qualche modo dicono riferimento al canto del Servo del Signore. In questo canto il Servo del Signore è definito mansueto come pecora muta dinanzi ai suoi tosatori.
Paolo non ha altre virtù da imitare se non quelle di Cristo Gesù e Cristo Gesù è mite e umile di cuore, dolce e mansueto. Se Cristo è dolce e mansueto, se lui è dolce e mansueto, perché i Corinzi dicono che lui è meschino e animoso, meschino da vicino, come se avesse paura, animoso da lontano, in assenza delle persone?
La meschinità di paura, timore degli uomini, dice anche povertà di sapienza e di saggezza, dice mancanza di intelligenza nel condurre bene le cose del Signore; in certo qual modo dice anche trasformismo, capacità cioè di adattarsi agli uomini che gli stanno davanti. L’animosità è assenza di ragionevolezza, è impulso e istinto e difesa della propria persona e di quanto ha fatto, ma senza addurre le ragioni di una tale difesa. È anche un modo sottile di aggredire le persone a parole, ma da lontano, non avendo il coraggio e la forza di aggredirle da vicino.
Questo pensavano di Paolo i suoi denigratori. Come si può constatare lo reputavano un uomo non saggio, non sapiente, non intelligente, privo di verità e di santità, capace di fingere, animoso da lontano, meschino da vicino. Un uomo cioè di cui non ci si poteva fidare, perché non attendibile, non credibile, non capace di imporre la verità, perché la verità non era sulle sue labbra.
Se fosse un qualcosa che toccava solo la sua persona, come una percossa o un insulto, uno sputo e una bastonata, egli sicuramente avrebbe taciuto, avrebbe presentato l’altra guancia così come vuole la Parola di Cristo Gesù.
Qui non si tratta di Paolo, è in verità del Vangelo e della sua credibilità che si tratta. Per questo bisogna intervenire e manifestare la verità che muove sempre il cuore di Paolo nella Parola, nelle azioni, nei propositi, nelle relazioni con gli uomini. Lo esige il Vangelo e lui lo fa da par suo, con chiarezza, determinazione, vigore, tenacia, smentendo ogni falsità e riportando la verità nei cuori e assieme alla verità, anche la pace.
[2]vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell'energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne.
Animoso e meschino qui si concretizzano come totale assenza in Paolo di vera, autentica spiritualità.
Coloro che lo avevano calunniato, i suoi detrattori, per metterlo in cattiva luce, dicevano di lui che cammina secondo la carne, cammina cioè da uomo che non ha nulla di Vangelo nel suo spirito e nella sua mente. Cammina come un uomo non ancora toccato da Cristo Gesù.
Lui parla di Cristo, ma Cristo non lo conosce; annunzia Cristo, ma di Cristo non vive; predica il Vangelo, ma lo spirito del Vangelo non è in lui.
In lui vi è solo lo spirito della carne che è l’esatto contrario dello spirito del Vangelo. Egli vive e pensa da uomo peccatore, poi indossa le vesti dell’apostolo e va a predicare quel Vangelo che neanche lui vive.
Paolo li supplica a smetterla con il dare credito a queste calunnie infamanti contro la sua persona perché distruggono e minano alle basi il suo ministero, il suo apostolato, la sua predicazione.
Lo dice con tono vigoroso, con cuore pronto ad agire con tenacia e con forza, con determinazione anche quando sarà in mezzo a loro. Se non mostra la forza quando è vicino è per ragioni di Vangelo e se la mostra quando è lontano è per la stessa ragione. Se loro non intendono ravvedersi egli sarà costretto questa volta ad usare la forza e l’energia sufficiente non solo da lontano, per Lettera, ma anche da vicino, di presenza, viso a viso con i suoi denigratori, alla presenza dell’intera comunità.
Paolo non è animoso e meschino, è dolce e mansueto, ma è anche forte e tenace, capace di proclamare la verità senza temere alcuno. Egli non ha paura degli uomini, egli teme solo il Signore.
Come si può constatare, quando il cuore è cattivo, impuro, trasforma con abilità le virtù degli altri in vizi e il bene in male e la misericordia e la bontà del cuore in meschinità, la fortezza invece la dice animosità. La difesa del Vangelo incapacità di perdono, ricordo del male subito.
L’uomo di Dio ha già votato il suo corpo al martirio; egli non ricorda per sé, non difende se stesso, ricorda per la difesa del Vangelo, difende Cristo Gesù e la sua volontà di salvezza a favore del mondo intero.
Purtroppo quando il cuore è cattivo, quando è inondato dalle tenebre, secondo queste tenebre giudica la santità di Dio che si riflette nel cuore dei suoi missionari, secondo questa tenebra legge la verità di Cristo che difende se stessa di fronte alle calunnie e alle maldicenze che non offendono la persona che porta il Vangelo, ma vogliono distruggere il Vangelo che la persona porta.
[3]In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali,
Viene qui smentita l’accusa. Paolo vive nella carne, ma non milita secondo la carne.
È lo stesso pensiero di Cristo Gesù: Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo. Oppure l’altro sua affermazione: Io ho vinto il mondo.
Paolo non ha nulla di questo mondo, non vive secondo la carne. Cioè: non pensa secondo la carne, né si comporta secondo la carne.
Vivere, comportarsi, agire secondo la carne è operare senza la verità di Dio nel cuore e senza la sua grazia. È agire da uomo tutto inabitato dal peccato, dal vizio, dalla superbia, dalla concupiscenza.
Vive secondo la carne colui che non è stato santificato dallo Spirito, né colpito dalla Parola di grazia che è il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
È questa una accusa gravissima. Paolo che è il testimone della grazia e della verità di Cristo Gesù viene presentato agli uomini come un nemico della croce, un nemico del Vangelo, un nemico di Cristo Signore, uno che combatte lo stesso Spirito Santo, poiché le sue azioni sono del tutto contrarie alla mozione dello Spirito che deve possedere un uomo tutto intento a proclamare che Gesù è il Signore, il Messia, il Salvatore degli uomini.
Questa accusa rende Paolo uno strumento non idoneo a proclamare il Vangelo di Cristo Gesù. Se lui la lascia cadere, in qualche modo dona adito a che si creda che le cose sono e stanno veramente così.
Anche l’altra accusa egli smentisce. Lui non è animoso e meschino. Lui non usa le armi della carne che sono la convenienza, l’opportunità, il trasformismo, l’ipocrisia, l’inganno, il sotterfugio, l’ambiguità e ogni altro ritrovato di una mente contorta e inquinata di peccato.
Se fossero queste le sue armi, mai avrebbe potuto difendere il Vangelo del Signore Gesù, mai avrebbe potuto combattere la buona battaglia della salvezza presso Giudei e pagani.
Le sue armi sono ben altre e sono le armi stesse di Dio. Queste armi sono la verità, la carità, la dolcezza, la mansuetudine, la misericordia, il perdono, il dialogo, la fermezza, la fortezza che vengono dallo Spirito Santo.
[4]ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze,
L’arma di Paolo è lo Spirito Santo di Dio che agisce in lui con potenza, si manifesta con energia divina, simile a fuoco e a vento che si abbatte gagliardo.
La sua arma è la pazienza e l’amore di Cristo Gesù in croce, che sa perdonare, che dona ed offre il perdono perché i cuori si convertano, vivano, ritornino nella casa del Padre.
La sua arma è la misericordia del Padre che non vuole che il peccatore muoia, ma che si converta e viva.
La sua arma è la sua sollecitudine per tutti gli uomini, peccatori e giusti. Egli deve amare anche coloro che lo offendono e deve amarli perché è questa la legge di Cristo ed è la regola del suo Vangelo.
Queste armi di Paolo, che sono armi dello Spirito Santo di Dio e non della carne, della fragilità e della concupiscenza degli uomini, hanno il potere di abbattere le fortezze.
Le fortezze sono quelle infernali, fortezze invisibili, le cui radici sono nell’inferno, ma i cui rami sono invece nel cuore degli uomini e i cui frutti sono sulle labbra menzognere anche di certi fratelli nella fede e nell’amore di Cristo Gesù.
Queste fortezze nessuna potenza umana, nessuna forza che viene dall’uomo potrà mai sconfiggerle. Sono irresistibili ad ogni attacco dei soli uomini e delle sole loro forze.
Chi può distruggerle è solo la potenza di Cristo, dello Spirito Santo e di Dio Padre. Paolo è proprio forte di questi poteri divini.
Solo con essi si possono distruggere le fortezze infernali e Paolo le distrugge perché pieno di questi poteri. Il Signore gli ha dato la sua forza e lui se ne serve per abbattere le potenze del male.
Il mondo, che è frutto di queste fortezze, nessuno lo può vincere. Solo la forza di Dio lo può. La forza di Dio agisce in Paolo ed egli smentisce ogni menzogna umana, svela i pensieri malvagi dei cuori, mette a nudo le loro calunnie, svela quanto di ambiguo e di malvagio ancora regna anche negli uomini che per ministero, per fede, per verità e per santità dovrebbero essere interamente di Cristo e di Dio.
Paolo ci dona qui la regola suprema che deve governarci se vogliamo essere vincitori sul mondo. Dobbiamo rivestirci anche noi della potenza dello Spirito Santo, dobbiamo anche noi indossare Lui. Solo con Lui nel cuore, nell’anima, nella mente e nel nostro corpo, solo con lui che ci muove e ci governa, possiamo non solo resistere al male, quanto possiamo essere dei vincitori sul male, vincerlo in noi, aiutare gli altri a vincerlo. Paolo lo ha vinto in sé, aiuta gli altri a vincerlo. Egli lo ha potuto e lo può tuttora, perché lo Spirito del Signore agisce in lui con potenza, forza e saggezza.
[5]distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all'obbedienza al Cristo.
Le fortezze infernali trovano la loro potenza di fuoco di male nella menzogna, nella falsità, nella calunnia, nella detrazione, nell’interpretazione ambigua di ogni cosa che l’altro fa ed opera di bene e di verità.
L’abilità di queste fortezze è quella di inoculare questo veleno di morte nei cuori dei semplici, dei piccoli, di quanti non sono ancora maliziosi, di quanti sono facilmente portati a credere in ogni cosa che l’altro dice.
L’abilità di queste fortezze a volte mira anche in alto e riesce ad entrare nella mente e nel cuore di coloro che hanno autorità nella comunità. La loro coscienza viene realmente scossa da queste potenze.
Se loro non sono forti della stessa fortezza dello Spirito Santo difficilmente potranno resistere alla potenza di menzogna che dal cuore di queste potenze di male si riversa nei cuori dei giusti, degli onesti, dei buoni.
Solo lo Spirito Santo di Dio può distruggere queste fortezze. Chi non ha lo Spirito Santo di Dio, forte nel cuore e nella volontà, sappia che prima o poi anche lui sarà infangato, ingannato, travolto dalla falsità e dall’errore. Penserà secondo il male e non più secondo il bene.
Chi cade in questo errore, non potrà riprendersi da sé. Il male lo ha inquinato per sempre. Il dubbio sarà nel suo cuore come un tarlo. Solo lo Spirito Santo lo potrà liberare, ma per questo è necessario che lo invochi, lo preghi, chieda che si manifesti a lui secondo tutta la potenza di luce, perché nessun dubbio circa la verità dimori nel suo cuore e nessuna ombra di calunnia e di menzogna abbia a infangare ancora la sua mente e la sua coscienza.
La forza dello Spirito Santo distrugge questi ragionamenti di male, abbatte ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio.
Solo lo Spirito Santo può ricondurre le intelligenze all’obbedienza a Cristo, alla sua verità.
Perché gli uomini di Dio si lasciano fuorviare dagli uomini di satana? Perché un uomo che milita nella verità, che la verità conosce, che ha fatto esperienza della verità, ad un certo momento, quando viene a contatto con un uomo di satana, abbandona la verità nella quale ha creduto finora e si consegna anche lui alla menzogna e alla falsità?
La ragione è una sola: si sta con il corpo nella verità dello Spirito Santo, mentre con il cuore non la si cerca, non la si brama, non la si vuole veramente.
Per convenienza si sta con la verità, ma per convenienza si passa poi nella menzogna. La stessa convenienza umana che lo faceva stare prima con la verità, ora lo fa stare con la menzogna. Questo significa che non c’è fuoco di Spirito Santo dentro di lui, vuol dire che ancora non si è rivestito dello Spirito del Signore, è assai evidente che costui gioca con lo Spirito Santo. Chi gioca con lo Spirito Santo prima o poi dovrà fare i conti con l’uomo di satana che inoculerà nel suo cuore i veleni della morte nella falsità e nella menzogna, in quella calunnia che trasforma il bene in male e la verità in falsità, il perdono in odio e la ricerca di verità in rancore verso tutti coloro che hanno fatto della loro vita un dono per la proclamazione della verità di Cristo Gesù in mezzo agli uomini per la loro salvezza.
Bisogna stare attenti a non giocare con lo Spirito del Signore. Se giochiamo con Lui, quando verrà il momento di lottare contro lo spirito di satana, con i suoi uomini, che egli manda per tentarci e condurci nella menzogna, difficilmente potremo resistere; non resisteremo perché lo Spirito del Signore non è in noi, non agisce per noi perché noi quando era tempo non abbiamo agito con Lui e per Lui.
Quando invece lo Spirito di Cristo è forte in noi, attraverso la nostra fortezza queste intelligenze consacrate alla falsità, possono ritornare all’obbedienza a Cristo, possono rivestirsi della verità e della santità ed abbandonare per sempre la via della menzogna e della falsità.
In fondo Paolo ci rivela qui la grande responsabilità che hanno tutti gli uomini di Dio. Questi mai devono scherzare con lo Spirito del Signore. In loro lo Spirito di Dio deve essere forte, divinamente forte.
Lo richiede la battaglia che essi devono ingaggiare contro lo spirito del male, contro gli uomini di satana.
È nella loro verità la vittoria sullo spirito del male, è nella loro fortezza la sconfitta di questi uomini di satana, è nella loro comunione con lo Spirito Santo, comunione di verità e di grazia, comunione che li ha trasformati, santificati, elevati, resi verità, la sola possibilità che un uomo di satana si converta, creda nella verità, ritorno all’obbedienza a Cristo Gesù.
[6]Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
Paolo rivela qui tutta la dolcezza e la mansuetudine di Cristo che abita in lui e che governa la sua vita.
Egli come apostolo del Signore deve intervenire per punire ogni disobbedienza a Cristo Gesù. Non si tratta certo di una punizione corporale, perché queste punizioni non sono permesse alla Chiesa.
Si tratta sempre e comunque di punizioni spirituali, che hanno un solo significato, quello di richiamare l’attenzione di colui che ha peccato e che persevera nel peccato, perché desista dal perseverare nell’errore, abbandoni la via della falsità, rientri nella verità di Cristo Signore.
È in potere dell’apostolo punire queste disobbedienze. La pena nella Chiesa è però sempre medicinale. Il suo scopo e il suo fine è uno solo: curare il malato, portarlo nella piena salute in Cristo Gesù.
Una volta che il malato è guarito e che la verità abita in lui la pena non ha più alcun significato e quindi bisogna che venga tolta. Non può rimanere nella pena colui che non è più nel peccato. Questa saggezza ha sempre mosso la Chiesa e sempre la muoverà.
La Chiesa è il grembo dei peccatori. Essa deve accoglierli in esso, per partorirli a nuova vita, per rigenerarli di nuovo. Per questo secondo parto necessità anche dell’aiuto di qualche medicina spirituale ed è ben giusto che se ne serva se le circostanze lo richiedono, anzi lo esigono.
Paolo però, mosso sempre dalla mansuetudine e dalla dolcezza di Cristo Gesù, è pronto a punire ogni disobbedienza. Ma quando? Quando tutti saranno rientrati nell’obbedienza, cioè mai.
Lui non vuole passare attraverso le punizioni spirituali, non fanno parte del suo stile evangelico, non sono conformi al suo cuore di madre amorevole. A lui basta una parola forte, di persuasione, di convincimento. Su questa egli conta e di questa si serve per far ritornare la verità e la pace nella comunità.
Paolo sa la potenza creatrice della Parola di Cristo Gesù, della Parola di verità e di salvezza, di questa vuole sempre servirsi, non di altri poteri che il Signore ha posto nelle sue mani. Con questa arma dello Spirito Santo egli vince le fortezze infernali, svela e manifesta i falsi ragionamenti dei cuori, riconduce all’obbedienza a Cristo i cuori traviati, porta la pace nella comunità, perché ristabilisce in essa la verità di Cristo e di Dio.
Questo principio di Paolo dovremmo tutti usarlo, farlo nostro. Ma spesso non possiamo, perché non siamo uomini di verità, non cerchiamo la verità di Cristo, spesso proponiamo e difendiamo la nostra verità, i nostri pensieri, ma non il pensiero e la verità del Vangelo.
Paolo invece ha un solo desiderio nel cuore: far trionfare la verità di Cristo, far sì che essa brilli nei cuori e nelle menti di ogni suo discepolo.
[7]Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi.
Altra falsità di questi uomini di satana che Paolo evidenzia e smentisce. Questi uomini si facevano passare per uomini di Cristo Gesù, dipingevano Paolo come un nemico di Cristo, dal momento che dicevano che lui era uomo che agiva secondo la carne.
Chi è di Cristo non può agire secondo la carne; se agisce secondo la carne non è di Cristo, non è dello Spirito Santo.
Paolo è di Cristo Gesù, non più di quelli che lo denigravano, ma almeno al pari di loro. Se loro sono di Cristo, anche Paolo è di Cristo.
Apparentemente questa è un’affermazione senza fondamento, senza principi giustificativi, senza le radici che dimostrino e attestino la verità di quanto viene affermato. Apparentemente sembra un’affermazione e basta.
Ciò che apparentemente sembra invece non lo è. La verità che qui Paolo afferma: lui è di Cristo al pari dei suoi denigratori, trova il principio di sussistenza, di validità nei cuori di coloro che lo ascoltano, di coloro ai quali scrive. Sono costoro la prova visibile che Paolo è di Cristo e se loro sono di Cristo, non i denigratori, ma quelli della comunità di Corinto, devono convenire che anche Paolo è di Cristo.
Ci sono delle verità il cui principio e fondamento non è in colui che le annunzia o le proclama, ma è nel nostro cuore ed è in esso che bisogna trovare questi principi e farli assurgere a giustificazione della verità che l’altro proferisce.
Se i Corinzi sono sinceri, veri, giusti, se sono loro inabitati dalla verità di Cristo, se lo Spirito del Signore li ha forgiati nella verità, loro possono sapere con certezza che Paolo è di Cristo.
Poiché in qualche modo lo Spirito è in loro, la verità abita in loro, Cristo governa ancora i loro cuori, devono essere loro la difesa di Paolo, devono essere loro a rinnegare i detrattori dicendo e affermando la verità che è nel loro cuore e che fa riconoscere Paolo come uomo appartenente a Cristo Gesù.
Quando questo non avviene, quando la verità che è nel nostro cuore non riconosce la verità che è fuori di noi, è il segno manifesto che neanche nel nostro cuore dimora la verità e allora noi siamo falsi, falsi adoratori di Cristo, falsi tempi dello Spirito Santo, falsi figli del Padre, falsi operai nella vigna del Signore.
Siamo falsi, perché non riusciamo a cogliere la verità che è fuori di noi e a renderle quella testimonianza necessaria, richiesta dalla nostra stessa verità, dalla quale noi dipendiamo e siamo.
Loro sono dalla verità di Paolo; se Paolo non è dalla verità neanche loro lo sono. Se Paolo è falso, anche loro sono falsi; se Paolo non è dalla santità di Cristo neanche loro lo sono. Ma se loro lo sono, anzi alcuni fanno chiara professione di essere di Cristo, negando allo stesso Paolo questa appartenenza, se loro sono di Cristo devono riconoscere che anche Paolo è di Cristo.
Se loro non lo riconoscono significa che il loro Cristo non è quello di Paolo. Ma la maggior parte di loro sono ancora da Paolo e dal Cristo di Paolo, devono pertanto riconoscere che anche Paolo è di Cristo, anzi appartiene a Cristo più di tutti loro, perché sono loro ad essere dal Cristo di Paolo e non Paolo dal loro Cristo.
[8]In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene.
Paolo appartiene a Cristo, è di Cristo. Si può benissimo vantare di questa appartenenza. Non farebbe proprio del torto ad alcuno. Direbbe solo la verità. Anzi della verità che lo avvolge neanche ne direbbe una piccolissima parte.
Veramente lui è stato afferrato da Cristo. Veramente Cristo ne ha fatto uno strumento eletto per portare il suo nome dinanzi al mondo intero. Veramente il Signore lo ha arricchito di ogni dono di grazia, di verità e di sapienza. Veramente lo Spirito vivo del Signore è sopra di lui che lo muove e lo conduce. Veramente lui è uomo trasformato dalla verità, fatto una sola cosa con Cristo Gesù. Questa è la sua verità, la sua vita, il suo essere, la sua essenza. Manifestarla ai Corinzi non sarebbe sicuramente né vanto, né vanagloria.
Direbbe solamente ciò che il Signore ha fatto in lui e ciò che il Signore vuole fare attraverso di lui nel mondo intero.
Questo per quanto riguarda la sua persona e i doni di cui il Signore lo ha arricchito. Ma c’è un altro principio che in questo versetto merita di essere posto in risalto.
L’autorità nella Chiesa, autorità che viene da Dio, serve per l’edificazione del regno di Dio, per la salvezza delle anime, non per la loro rovina, o distruzione.
Su questo bisogna riflettere, pensare, meditare. Non è l’autorità che pone problemi alla Chiesa, agli uomini di Chiesa e al mondo. Pone un serio problema l’esercizio dell’autorità.
Come principio di fede dovrebbe valere questo. L’autorità è dono dello Spirito, è l’esercizio della potestà di salvezza di Cristo Gesù.
Come essa viene data a noi dallo Spirito Santo, così per esercitarla, bisogna che vi sia sempre lo Spirito vivo dentro di noi che ci muove nell’azione e nell’esercizio di essa.
Lo Spirito che ce l’ha data, lo stesso Spirito deve esercitarla. Non basta la sua fortezza per poter esercitare l’autorità dello Spirito. Occorre anche la sua sapienza, la sua saggezza, la sua intelligenza, la sua prudenza, la sua giustizia, il suo santo timore, la sua pietà e ogni altro dono.
Che un uomo sia nello Spirito del Signore, che sia lo Spirito del Signore ad agire in lui ci si accorge dal modo come lui esercita l’autorità nella Chiesa e tra i fratelli.
Chi non ha un esercizio santo dell’autorità non è nello Spirito del Signore; chi si lascia tentare dalla sua superbia, dalla sua concupiscenza, dalla sua stoltezza, dalla vanagloria non è nello Spirito Santo; chi cerca la legge e non la persona nell’esercizio dell’autorità non è nello Spirito Santo.
Chi è nello Spirito Santo fa dell’autorità un vero strumento di amore, di comunione, di edificazione. L’esercizio dell’autorità è in fondo l’equilibrio santo che deve sempre regnare tra grazia e verità, tra carità e verità, tra parola e obbedienza, tra obbedienza e cammino storico dell’uomo.
L’esercizio dell’autorità è la prova vera della santità di un uomo, è la manifestazione reale dell’abitazione in lui dello Spirito Santo che opera efficacemente per la salvezza dei cuori.
Che lo Spirito Santo abiti sempre negli uomini rivestiti di autorità perché con essa e per essa possano edificare, costruire, ingrandire la comunità dei credenti, liberandola dal male e da ogni errore.
[9]Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere!
Paolo vuole qui rassicurare i Corinzi. Se le sue lettere sono forti della stessa fortezza dello Spirito Santo, questo non è perché vuole la loro rovina, vuole invece la loro edificazione.
Se lui dinanzi a degli errori gravi che entrano nei cuori e li conducono su una falsa strada, lontano da Cristo, tace, egli non fa altro che usare la sua autorità per la loro rovina. Ha visto il male, può intervenire con la sua verità, non interviene, egli altro non fa che giustificare il male che nella comunità vive, ha posto le sue radici.
Paolo deve essere come un buon agricoltore. Questi usa la zappa come sua propria autorità sulla terra. Con questo strumento egli fa sì che la terra germogli, produca, rechi un grande beneficio all’uomo.
Se lui vede un’erba cattiva che sta infestando il suo campo e non interviene con il suo strumento di amore, altro non fa che cooperare alla distruzione del bene degli uomini. Con l’uso della sua autorità che ha consentito ad un’erba cattiva di prosperare nel suo buon terreno, ha fatto sì che il buon grano fosse soffocato e non producesse frutti di vita e di benedizione per l’uomo.
Così è dell’autorità. Essa può essere esercitata in forma positiva, intervenendo efficacemente. Ma anche esercitata in forma negativa, lasciando che l’erba cresca e prosperi fino al completo soffocamento del buon frumento.
Molti pensano che l’esercizio dell’autorità sia solo quello di pronto intervento. Questo uso è inferiore, infimo all’altro. L’altro è costante, ed è vero esercizio dell’autorità.
Uno vede che un’erba cattiva sta entrando nella Chiesa, con la sua autorità non interviene per distruggerla, la lascia prosperare, quell’erba distrugge tutto il buon grano. Lo distrugge per l’esercizio dell’autorità. Il giudizio che presiede ad ogni esercizio di autorità ha giudicato quell’erba non dannosa, l’ha lasciata prosperare, il danno è irrimediabile.
Anche questo è esercizio dell’autorità. Anche di questo modo di esercitarla si è responsabili dinanzi a Dio e agli uomini.
Paolo non scrive per spaventare, non scrive per incutere paura; scrive perché vuole liberare il loro campo da tutte le cattive erbe velenose che lo stanno infestando. Se non lo facesse, sarebbe anche questo un uso di autorità, sarebbe la sua autorità a permettere all’erba di prosperare e di crescere fino al totale soffocamento del buon grano.
Quest’uso dell’autorità oggi è assai deleterio. È spesso un uso di permissione al male di poter prosperare, crescere, diffondersi, dilagare tra di noi. Di questo uso dell’autorità dobbiamo domani rendere conto a Dio, il quale farà ricadere su di noi tutti i peccati che l’esercizio al negativo della nostra autorità hanno fatto crescere e prosperare nel mondo intero.
[10]Perché «le lettere si dice sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa».
È in fondo la stessa accusa riportata al versetto 1 di questo capitolo 10: da lontano e animoso, da vicino è meschino.
Ora invece si aggiunge qualcosa in più: le parole delle lettere sono dure e forti, la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa.
Su che cosa si fonda questa accusa? Qual è il comportamento di Paolo che in qualche modo ha potuto ingenerare nei cuori una così grande falsità sul suo comportamento sempre animato dalla più grande dolcezza e mansuetudine di Cristo Gesù? Quale l’appiglio storico su cui fondare una tale menzogna sul suo modo di agire a favore della edificazione e della costruzione bene ordinata e santa delle comunità da lui fondate?
La lettera vede la verità, difende la verità, proclama la verità, dona i principi divini sui quali la verità si fonda.
La verità è detta in modo assoluto, nella sua pienezza, valevole per ogni tempo e ogni luogo.
La verità proclamata prescinde dalle persone, anche se sono state le persone a far sì, con la loro storia di non verità, a farla precisare e a porla sul lucerniere, perché fosse luce per il mondo intero.
Quando invece ci si trova dinanzi alla persona che ha sbagliato, che ha peccato, che ha commesso l’errore sia nelle azioni che nei pensieri, allora si mostra la misericordia di Dio, le si manifesta tutto l’amore del Signore e lo si manifesta perché la si vede pentita, umiliata, convertita, perché ha smesso con i suoi peccati e con i suoi errori ed è ritornata nella casa del Padre.
Se la persona che ha peccato e non vuole ritornare a Dio, non si pente, non accoglie la Parola di vita, in questo caso bisogna essere fermi con la proclamazione di tutte le esigenze della verità, anche se bisogna farlo con un solo scopo: non quello di allontanare dalla casa del Padre, ma di fare avvicinare e quindi si manifesta tutto l’amore possibile assieme alla fermezza nella verità.
In fondo è anche questo lo stile delle Lettere. Se si fa bene attenzione, nelle Lettere Paolo unisce mirabilmente la forza della verità e la dolcezza dell’amore, la fermezza del pastore che deve guidare le pecore verso l’ovile della salvezza e l’amore che è capace di prendere le pecore malate sulle spalle e portarle lui personalmente nella casa della salvezza.
[11]Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza.
L’ammonimento di Paolo manifesta quanto si è detto finora. Paolo è remissivo, caritatevole, arrendevole, saggio oltre misura, sapiente, sempre mosso dallo Spirito del Signore per aiutare i peccatori a convertirsi, a ritornare nella casa del Padre, nel fare ritorno all’ovile della salvezza, che è il loro rientro nella verità di Cristo Gesù.
Questo non deve significare per nessuno che egli sia disposto a tacere la verità della salvezza. Se colui che ha peccato, che ha infangato il Vangelo di Gesù che lui porta, non si converte, troverà in Paolo lo stesso uomo forte anche di presenza e non solo per Lettera.
Se Paolo non abbinasse la fermezza della verità assieme alla dolcezza dell’amore, non amerebbe il gregge, perché lo esporrebbe alla morte eterna, al buio eterno.
Il cammino verso il regno dei cieli si compie nella verità del Vangelo. Negare la verità ad un uomo, volendo solo mostrargli amore, significa condannarlo all’inferno.
Paolo non lavora per l’inferno, lavora per il paradiso e chiunque vuole andare in paradiso deve incamminarsi sulla via della verità del Vangelo, senza deviare né a destra e né a sinistra. Come può, Paolo che lavora solo per il regno dei cieli, che vuole la salvezza di ogni uomo, che per la salvezza ha esposto la vita all’ignominia e al martirio, tacere la verità per manifestare solo l’amore?
Rinnegherebbe con un comportamento siffatto tutto il suo ministero, tutta la sua missione. Si esporrebbe lui al pericolo della morte eterna, perché sarebbe responsabile dei peccati commessi dagli altri a causa della mancanza di responsabilità, dovuta al silenzio colpevole della verità da lui taciuta.
Questo vale per ogni missionario del Vangelo, per ogni predicatore della buona novella. O per lettera, o di presenza, quando ci si accorge che ci si trova dinanzi ad un pericolo grave di perdizione eterna a causa dalla caduta dalla verità, è obbligo di coscienza, con conseguente peccato di omissione, dire tutta la verità che salva.
Paolo ama il Signore, ama la vita eterna, ama il Cielo, desidera essere con il Signore e non può caricarsi di un peccato di omissione che lo porterebbe lontano da Lui. La sua fermezza è anche per questioni di coscienza e non solo per amore del Vangelo e della salvezza degli altri.
Sarebbe un vero assurdo pensare alla salvezza degli altri, senza pensare alla propria. Chi non pensa alla propria come potrà mai pensare a quella degli altri? Paolo pensa alla propria e a quella degli altri e per questo è vero per se stesso e per gli altri, cammina lui per primo nella verità del Vangelo affinché in essa possano camminare tutti gli altri.
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2/16/2012 2:30 PM
 
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IL VERO VANTO

[12]Certo noi non abbiamo l'audacia di uguagliarci o paragonarci ad alcuni di quelli che si raccomandano da sé; ma mentre si misurano su di sé e si paragonano con se stessi, mancano di intelligenza.
In questo versetto viene manifestato un sano principio di progresso spirituale.
Chi vuole progredire spiritualmente, avanzare con speditezza sui sentieri della verità e dell’amore, chi vuole crescere nella verità e nel compimento della volontà di Dio deve evitare di guardare se stesso, di giudicare se stesso, valutando le sue azioni a partire dai suoi pensieri, dalle sue idee, dalle realizzazioni che potrebbe anche compiere.
Questa è una via impraticabile, è una via di regresso e non di progresso, è una via di stagnazione dell’uomo nella non verità. Questa non è una via di crescita santa in sapienza e grazia.
Perché non ci si può raccomandare da sé, o non ci si può paragonare con se stessi?
Nessuno può prendere se stesso come principio e come metro di verità, di santità, di amore, di saggezza, di intelligenza, di fede. Nessuno può paragonarsi con se stesso, con ciò che lui attualmente è, o non è, a motivo dell’inganno del cuore e della coscienza, a motivo della falsità dei sentimenti, in ragione della poca lungimiranza e soprattutto a causa della pigrizia della sua carne e di quella superbia e concupiscenza che fanno sì che anche se uno è nel peccato, il peccato giustifica e in qualche modo lo fa assurgere a principio di vita spirituale, definendolo via per camminare verso Dio.
È questo in fondo l’errore di molta teologia e di pastorale dei nostri giorni. Non avendo più un principio esterno a noi, trascendente, si è fatto del principio immanente, del cuore, dei sentimenti, la regola per discernere il nostro stato di verità o di falsità. Dove si è arrivato? A giudicare e a valutare il peccato come mezzo e via per andare a Dio; a dire che l’esperienza del peccato è cosa necessaria per capire noi stessi e gli altri; a far sì che il peccato non si combatta più perché non è cosa deleteria per l’uomo, anzi, è qualcosa che aiuta l’uomo a camminare verso Dio e verso i fratelli.
Qui si manca di intelligenza, non solo di intelligenza di fede, quanto soprattutto di intelligenza anche umana.
Come si fa a dichiarare il peccato via per andare a Dio, esperienza necessaria con la quale convivere al fine di comprendere i nostri fratelli?
Non è il peccato che ci deve far comprendere i nostri fratelli, è bensì l’amore per loro, ma l’amore senza l’annunzio della verità è ben misera cosa. Con l’amore solamente non li si aiuta a ritrovare Dio, con l’amore li si aiuta a rimanere lontano da Dio.
È la verità la via che aiuta ogni uomo a potersi incamminare verso Dio e chi tace la verità ad un uomo, non lo ama, perché lo lascia abbandonato nel suo peccato.
L’amore e la verità sono principi trascendenti, non immanenti; sono doni che vengono da Dio, non nascono dal nostro cuore. La verità e l’amore essendo valori assoluti, divini, eterni, immutabili, non possono essere visti secondo la misura che sono in noi, essendo questa imperfetta, piccola, debole, scarsa, falsa.
Gesù quando si trattò di insegnare ai discepoli la misura dell’amore diede loro quella del Padre suo che è nei cieli. È una misura che va oltre un uomo e al di là di tutti gli uomini messi assieme. È una misura oltre il tempo e oltre lo spazio, è una misura che supera sempre la nostra, perché ci rivela che il nostro modo di amare è sempre poco per rapporto a quello di Dio.
Il cristiano ha come misura del suo amore e della sua verità Cristo crocifisso. Se uno guarda se stesso dirà che la misura è colma, che non si può andare oltre nell’amore e quindi si cade nello scoraggiamento o nella rassegnazione, o nella non volontà di andare oltre.
Se invece si guarda Cristo crocifisso allora ci si accorge che la nostra misura è ben misera, meschina. Di fronte a Cristo veramente non abbiamo ancora fatto niente, abbiamo fatto troppo poco. Dinanzi a Cristo nasce nel cuore la volontà di andare oltre, di superarci, di iniziare nuovamente ad amare dopo il piccolo scoraggiamento che può sempre inocularsi nel cuore a motivo della sofferenza e delle mortificazioni che vengono sparse sul nostro cammino.
[13]Noi invece non ci vanteremo oltre misura, ma secondo la norma della misura che Dio ci ha assegnato, sì da poter arrivare fino a voi;
Qual è allora la giusta misura per valutare se stessi? È la stessa che fu di Cristo, il quale visse il sommo dell’amore, lo visse sino alla fine, con una morte di croce, nella più grande sofferenza.
Perché lo visse? Per se stesso, o per noi? Lo visse per noi. Quale fu la forza di questo amore? Una sola: quella di chiedere al Padre perdono per i suoi crocifissori. “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.
La misura dell’amore in Cristo non è quella che è attualmente nel suo cuore; è invece la misura che è nel cuore del Padre. Qual è la misura che è nel cuore del Padre? Quella di mandare suo Figlio sulla terra per salvare il mondo.
L’amore del Padre è di salvezza, di redenzione, di perdono. Qual è la misura dell’amore di Cristo? La stessa: amore di redenzione, di giustificazione, di perdono, di salvezza.
L’amore è vero quando esso ci consente di arrivare fino al più grande peccatore e rivelargli tutto l’amore che il Padre ha messo nel suo cuore per lui.
Il cristiano deve vivere alla stessa maniera di Cristo Gesù. Gesù ricevette nel suo cuore tutto l’amore del Padre, lo trasformò in un frutto di grazia e di salvezza, di verità e di saggezza, lo fece amore crocifisso e con esso si presentò al Padre perché concedesse il perdono al mondo intero.
Chiese al Padre che compisse la sua volontà di salvezza per ogni uomo e la compisse attraverso il suo amore crocifisso.
La misura dell’amore è duplice: quella che Dio ha riversato nei nostri cuori, e questa è personalissima. Ognuno ha una misura personale di amore. L’altra misura è la quantità di frutti prodotti da quest’amore. Anche questa misura è personale. Ognuno produce e fruttifica in modo assai dissimile dagli altri.
Tuttavia l’una e l’altra misura hanno un solo fine: l’amore ricevuto deve essere trasformato in frutto di salvezza ed offerto a Dio perché conceda il perdono e la misericordia a tutti coloro che ne hanno bisogno.
L’amore ricevuto e l’amore fruttificato devono prima farci arrivare fino a Dio e da Dio farci giungere fino ad ogni uomo, perché è per ogni uomo che noi dobbiamo far fruttificare l’amore di Dio, per la sua salvezza e redenzione.
Chi invece prende se stesso come misura dell’amore, entra in un circolo vizioso che lo allontana da Dio e dai fratelli e fa del proprio amore un motivo di superbia e di vanagloria, invece che di perdono, di salvezza, di redenzione.
Paolo, che è illuminato dalla saggezza dello Spirito Santo, conosce i pericoli della vita spirituale e li rivela a noi, perché mettiamo ogni attenzione ad evitarli, a scansarli, a fare di tutto perché ogni cosa si svolga con sguardo sempre fisso in Dio e nel suo amore di salvezza e di redenzione, e non in noi che siamo ammalati di concupiscenza e di superbia.
[14]né ci innalziamo in maniera indebita, come se non fossimo arrivati fino a voi, perché fino a voi siamo giunti col Vangelo di Cristo.
Sotto altra forma viene ribadito il principio spirituale dell’amore di Dio e di Cristo che deve essere tutto vissuto dal cristiano, se vuole operare frutti di vita eterna.
Innalzarsi in maniera indebita è capovolgere la natura dell’amore cristiano. È farne uno strumento di esaltazione personale, di superbia e di vanagloria, anziché uno strumento di misericordia, di giustificazione e di salvezza.
Chi ama veramente, sa che il suo amore, paragonato con quello di Dio e di Cristo Gesù, è sempre poco. Chi ama secondo Dio e Cristo, vive avvolto dalla più grande umiltà.
Sa quanto Dio ha fatto per lui, sa quanto Cristo ha speso per lui, sa quanto amore è stato riversato nel suo cuore, conosce la pochezza dei frutti maturati se si paragonano a quelli che ha fatto maturare Cristo Gesù.
Chi si vede in Cristo, vive umile, mite, mansueto, si fa operatore di pace, cerca la verità e l’amore con tutti, come un fratello, come Cristo, che si fece il servo di tutti al fine di poter condurre tutti nel suo amore.
Paolo non pone il suo cuore, le sue realizzazioni, i suoi frutti e i suoi successi per presentarsi ai Corinzi. Questa sarebbe stata una via oltremodo errata, avrebbe portato scompiglio nei cuori e nelle menti.
Nessuno deve fare di se stesso una regola per gli altri, una norma di vita infallibile sulla quale gli altri devono camminare, o alla quale assoggettarsi.
Paolo separa la sua forma di incarnare il Vangelo e il Vangelo stesso.
Dinanzi al mondo bisogna sempre presentarsi con il Vangelo di Dio, il Vangelo annunziare, predicare, proclamare, insegnare, spiegare.
Al Vangelo sempre bisogna fare riferimento. Il Vangelo deve essere l’unico punto di confronto, l’unico principio di giustificazione e di discernimento, l’unica verità valevole per tutti i luoghi, tutti i tempi, tutti gli uomini.
Il Vangelo deve essere la via unica che tutti dobbiamo percorrere. L’unica verità da mettere nel cuore, l’unica da imprimere nella mente, l’unica da scrivere nei nostri sentimenti, affinché mente, cuore e sentimenti possano conformarsi ad esso e da esso trarre sempre i principi di retta azione e di sano comportamento.
Giungere presso gli altri con il Vangelo di Dio significa mettere da parte la propria persona, la propria via, le proprie realizzazioni, i propri frutti.
È questa una via che non sempre si osserva. La tentazione è potente. Spesso si rovinano anni e anni di pastorale perché si è voluta incarnare questa o quell’altra esperienza, questa o quell’altra via.
Non sono le nostre vie, le nostre esperienze, i nostri metodi o le nostre riuscite o insuccessi che ci devono fare andare agli altri, ma solo il Vangelo della salvezza, sola la Parola del Verbo Incarnato. Gesù è venuto in mezzo a noi con la Parola del Padre. La Parola del Padre visse ed annunziò. La Parola del Padre ci lasciò come una via di vita eterna.
Ciò che ha fatto Cristo dobbiamo farlo anche noi. Tutti noi dobbiamo vivere la Parola di Cristo, ma non dobbiamo dare agli altri la nostra forma di vivere la Parola, dobbiamo dare invece agli altri la sola Parola, perché ognuno la viva secondo la misura della fede, dell’amore e della speranza che Dio ha effuso nel suo cuore.
Che lo Spirito Santo di Dio ci illumini con la sua luce e ci renda saggi con la sua saggezza eterna a vivere questo principio di fede per amore, per la salvezza di ogni uomo, per la redenzione del mondo, per la glorificazione del Padre.
[15]Né ci vantiamo indebitamente di fatiche altrui, ma abbiamo la speranza, col crescere della vostra fede, di crescere ancora nella vostra considerazione, secondo la nostra misura,
Paolo manifesta ora un lato assai negativo che a volte regna nelle comunità. Ci sono alcuni che non solo non lavorano per il regno di cieli, quanto si gloriano attribuendosi ciò che gli altri fanno con grande sudore e grande impegno.
Questo è sicuramente un grave peccato. La superbia unita alla invidia può fare questo ed altre cose.
Questo però non è tutto. Al fine di esaltare se stessi denigrano quelli che lavorano con sollecitudine ed amore, facendoli passare per uomini da nulla, per stolti, o peggio, distruggendoli nella loro verità e santità di vita.
Ci sono alcuni che per giustificare le loro false dottrine accusano coloro che annunziano la verità di essere dei trasformatori del Vangelo, di coloro che falsificano la Rivelazione esagerando alcuni aspetti per creare scompiglio nei cuori.
Questo rivela bassezza di cuore, manifesta pochezza di spirito, ma soprattutto mette in evidenza tutta la potenza del peccato, quando questo entra con tutta la sua forza distruttrice in un’anima.
Basta uno solo di questi operai per distruggere anni e anni di buon lavoro, onesto, vero, serio, impegnato, in tutto conforme alla volontà di Dio e di Cristo Gesù, quale il lavoro di Paolo.
Paolo veniva distrutto nella sua verità, era dichiarato un non meritevole di fiducia nelle sue parole, che erano parole sante, di Dio, sagge, dello Spirito Santo, parole di verità e di sana dottrina a motivo dei tortuosi ragionamenti di cuori che si erano lasciati fuorviare dalla superbia e dall’invidia contro Paolo.
Non c’è cosa più efficace per chi vuole distruggere il Vangelo di Dio che gettare fango sulla persona che lo porta. Quando questo accade, l’altro perde di fiducia, di considerazione, di stima e tutto ciò che fa non penetra nei cuori perché questi già lo hanno giudicato non degno di fiducia.
La superbia unita all’invidia trova però il suo terreno fertile nell’ignoranza della gente. L’ignoranza fa sì che non si operi nessun discernimento e quindi ogni parola è buona per loro. Basta che qualcuno si accattivi la fiducia e il seminatore del Vangelo è distrutto.
Se Dio non fosse con il suo apostolo, questi non avrebbe più possibilità alcuna di proclamare il Vangelo della salvezza. Per grazia di Dio c’è come una tenda di luce sui ministri veri del Vangelo, sugli onesti collaboratori di Dio e questi nonostante tutto, riescono sempre a predicare il bÿÿn Vangelo ÿÿÿÿ buon ÿÿngelo ÿÿÿÿce sempre,ÿÿÿÿÿÿtaÿÿe le molteplici difficoltà, ad attecchire nei cuori.
Poiché i Corinzi in qualche modo erano un poco scemati nella considerazione verso Paolo – i dubbi gettati su di lui avevano avuto questo effetto disastroso – Paolo nutre la speranza che questa tendenza possa invertirsi e che verso di lui ritornerà a fiorire quella fiducia e quella considerazione delle origini, anzi una fiducia e una considerazione ancora più grande.
La misura è la fede di Paolo. Paolo parla dal profondo della sua fede. Essendo le sue parole di fede, non possono essere comprese se non si possiede una fede grande come la sua.
Paolo spera che i Corinzi un giorno abbiano la sua stessa misura di fede e così possono comprendersi vicendevolmente. Paolo parla e loro comprendono. Se invece la misura della fede resta povera, piccola, Paolo avrà un bel da fare per parlare loro di Cristo e della sua verità, ci sarà sempre una qualche incomprensione, perché le parole che nascono dalla fede dalla stessa fede possono essere comprese e attuate.
Così anche le parole che nascono da una misura di fede non possono essere comprese se non da coloro che possiedono la stessa misura di fede.
Questo spiega perché tra il Santo e il non santo c’è molta difficoltà a comprendersi. La misura della fede del Santo è molto più grande di quella del non santo.
Le parole del Santo promanano da una misura di fede grande; la comprensione del non santo promana da una misura di fede piccola, a volte assai piccola. Come può una misura piccola di fede comprendere ciò che nasce da una misura grande di fede? Impossibile.
Non è il Santo che deve diminuire la misura; è il non santo che deve aumentare la sua e per questo occorre che anche lui si faccia santo, cresca cioè nella misura della fede, della speranza, della carità.
[16]per evangelizzare le regioni più lontane della vostra, senza vantarci alla maniera degli altri delle cose già fatte da altri.
Paolo ha scelto un modo di lavorare per la diffusione del Vangelo assai originale. Egli vuole impiantare il Vangelo dove nessuno mai vi è andato. Per questo egli cerca sempre le regioni lontane, aspre, dure, difficili, dove gli altri facilmente si possono anche scoraggiare, o possono abbandonare già fin all’inizio.
Egli non vuole che altri lo possano accusare di essere uno sfruttatore del lavoro altrui; neanche vuole vantarsi di ciò che gli altri hanno fatto, perché lui è subentrato nel loro lavoro.
Il suo vanto è uno solo: aver lavorato onestamente, aver fatto tutto da solo, umanamente parlando, perché divinamente, il Signore è stato sempre con lui. Aver cercato regioni impervie al fine di portare il glorioso Vangelo del Figlio di Dio e annunziare loro la salvezza acquisita da Cristo Gesù sul legno della croce.
Su questo possiamo dire che ha sempre mantenuto fede ai suoi propositi, anche perché era il Signore che lo spingeva di luogo in luogo, avendo già stabilito alla sua chiamata che egli avrebbe dovuto portare il Vangelo nel mondo intero, tra i pagani.
Dove c’era un pagano, lì era per lui terra di evangelizzazione. E poiché tutto il mondo allora era pagano, tutto il mondo era luogo dove predicare il Vangelo della salvezza.
C’è però da precisare che di volta in volta era il Signore a tracciare la strada per lui. Lui però la seguiva fedelmente, con scrupolosa obbedienza, sapendo che è il Signore che dona la salvezza ed è lui che stabilisce presso quali regioni inviare i suoi apostoli e chi inviare in quelle regioni.
La storia attesta questa testimonianza di Paolo. Veramente egli ha percorso regioni mai da altri praticate e sempre dove lui è andato è stato l’inizio della predicazione del Vangelo.
Solo a Roma il Vangelo era già pervenuto. Ma in Roma non tutti erano credenti in Cristo Gesù. Lui andò a Roma non per predicare ai cristiani, ma ai pagani e anche di questo egli se ne fa un vanto.
[17]Pertanto chi si vanta, si vanti nel Signore;
Questo versetto ha un significato teologico ben preciso. Vantarsi nel Signore significa una cosa sola: compimento esclusivo e pieno della sua volontà.
Vantarsi nel Signore equivale a dire che Paolo ha ascoltato la voce del Signore e l’ha compiuta fin nei minimi dettagli, in ogni sua piccola parte.
Tutto egli ha fatto per comando del Signore. Ma il comando del Signore spesso non è compreso dagli uomini.
Chi si vuole vantare degli uomini, cosa fa? Mette da parte la volontà di Dio. Mentre chi si vuole vantare del Signore deve dimenticare la volontà degli uomini per compiere solo quella di Dio.
Non è facile potersi vantare nel Signore, ricercare la gloria che viene da lui.
Gesù per potersi vantare nel Padre suo con la risurrezione gloriosa andò incontro alla morte e alla morte di croce. Così hanno fatto i martiri e tutti i santi del cielo.
Paolo per potersi vantare nel Signore deve ogni giorno esporre se stesso non solo all’incomprensione dei Corinzi e delle altre comunità, quanto consegnare la sua vita alla morte, perché solo così si è sempre disposti a compiere la volontà di Dio.
Chi invece vuole vantarsi negli uomini altro non deve fare che mettere da parte la volontà di Dio, abbracciare quella degli uomini e compierla scrupolosamente.
Quando è che un uomo ti loda, ti esalta, è con te? Quando fai la sua volontà. Dal momento che fai la volontà di Dio, o non ti comprende, o ti rinnega, o ti tradisce, oppure ti vende al tuo nemico, perché non hai fatto la sua volontà.
Paolo cerca sempre la gloria che viene da Dio. Sa che questa per lui passa attraverso l’annunzio fedele del glorioso Vangelo di Cristo Gesù. Non si cura dei pensieri degli uomini, non cerca di accattivarsi la loro stima o la loro fiducia, non brama i loro onori e le loro riverenze che hanno un prezzo: la rinunzia a predicare il Vangelo secondo verità.
Per questo motivo egli può predicare il Vangelo con semplicità, purezza di dottrina, fermezza, autorevolezza, decisionalità.
Gli altri invece devono necessariamente manometterlo, annullarlo, addomesticarlo, imbrattarlo di pensieri umani, di volontà terrene.
È facile sapere se un uomo predica secondo verità il Vangelo, oppure se è costretto ad alterarlo. Basta osservare se ha conquistato la virtù dell’umiltà, oppure è governato dalla vanagloria e dalla superbia.
Chi è governato dalla vanagloria, non ha una buona relazione con la verità del Vangelo. Costui prima o poi se lo venderà, e così dicasi di tutti coloro che hanno un qualche vizio, o non hanno maturato una buona crescita nelle virtù. Anche costoro prima o poi si venderanno il Vangelo alle loro passioni e la verità della Rivelazione se la scambieranno per una manciata di vanagloria o di considerazione umana.
D’altronde Cristo Gesù non ha detto forse che i Giudei del suo tempo avevano venduto la verità per un briciolo di considerazione umana. Essi avevano anteposto la gloria degli uomini alla gloria di Dio. La considerazione degli uomini era più importante per loro della considerazione di Dio.
Essi non si vantavano nel Signore, si vantavano negli uomini. Questo vanto ha un prezzo altissimo da pagare ed è il prezzo della vendita alla falsità del Vangelo di Dio e della sua verità.
[18]perché non colui che si raccomanda da sé viene approvato, ma colui che il Signore raccomanda.
Si raccomanda da sé colui che cerca la gloria degli uomini. È raccomandato da Dio chi invece cerca la gloria di Dio.
La gloria degli uomini si può ottenere solo con la falsità, l’inganno, il travisamento della verità e del Vangelo.
La gloria invece che viene da Dio si ottiene attraverso il compimento fedele dei comandamenti, attraverso il permanere nella verità, per mezzo della predicazione di questa verità al mondo intero.
Solo così uno può essere raccomandato da Dio. Raccomandato equivale anche ad essere riconosciuto come vero, giusto, santo, degno di lode e di fiducia, meritevole di un premio eterno.
Gesù ci dice nel Vangelo che lui non raccomanderà nessuno presso il Padre suo tra coloro che non lo hanno raccomandato secondo verità presso gli uomini. Se uno non ha testimoniato Cristo sulla terra, neanche lui lo testimonierà nel cielo, nel giorno del giudizio finale.
D’altronde il principio che Paolo qui enuncia, merita di essere considerato sotto tutt’altro aspetto, cioè da un punto di vista meramente umano.
Raccomandarsi da sé è vera opera di stoltezza. Solo il superbo e il millantatore, il vanaglorioso e il borioso possono raccomandarsi da sé, farsi la pubblicità personale.
Costoro non avranno successo, perché al momento della prova saranno trovati mancanti in ogni cosa.
Farsi raccomandare da altri, equivale a ricevere una bella testimonianza dalla storia. La storia ha visto quanto valiamo, ci giudica per quel che realmente siamo e secondo questo metro di valutazione oggettiva essa ci raccomanda alla stessa storia, perché si possa servire di noi per tutto ciò che noi abbiamo dimostrato di saper e poter fare.
Così dicasi anche nel campo religioso. Offrire se stessi e presentarsi come coloro che valgono è la più grande stoltezza. Nessuno può raccomandarsi da sé agli altri, è ben giusto che sia il Signore a raccomandarci e il Signore ci raccomanda se ci trova fedeli in ogni opera che lui ci ha comandato di fare.
Su questo dovremmo tutti riflettere un po’. Si assiste a volte a scene di pura ipocrisia. Ognuno raccomanda l’altro per avere a sua volta una raccomandazione. Fa tutto questo adulando, per essere a sua volta adulato.
Ma questo non è comportamento evangelico; è quell’agire umano attraverso il quale ognuno desidera la gloria dagli altri e per questo è anche obbligato a darla. Ma facendo questo si manifesta e si rivela quella superbia che è in noi e che altro non desidera che venire soffocata dalla gloria degli altri.
Che il Signore ci liberi da tanta stoltezza e ci dia la saggezza del cuore che è ricerca della vera gloria che viene da Lui e che si ottiene attraverso il compimento della sua sola volontà per tutti i giorni della nostra vita.
Che il Signore ci approvi per l’eternità e ci introduca nel suo regno dal primo istante della nostra morte. È questa l’approvazione verso cui tendere ininterrottamente, anche a costo di versare il nostro sangue pur di rimanere fedeli alla Parola di Dio, che è Parola di Cristo, che è Parola della Chiesa, Parola che deve brillare nella nostra mente e nel nostro cuore fino agli ultimi istanti della nostra vita.
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2/16/2012 2:31 PM
 
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LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

L’apostolo: voce umana di Dio. Il vero apostolo di Gesù, che vive in ascolto dello Spirito del Signore, che si lascia muovere da Lui in ogni cosa, è voce umana di Dio. Da questa verità scaturiscono due impegni: il primo obbliga ogni apostolo del Signore ad essere sempre, in ogni momento solo voce di Dio, portatore sulla terra della sua volontà, della sua parola, del suo amore, della sua carità. Il secondo vuole invece che venga sempre e comunque, in ogni circostanza, difeso il suo ministero, il suo apostolato. Non difendere il ministero dell’apostolo del Signore equivale a non difendere Cristo Gesù; a volte anche a dire che, in fondo, quello che l’apostolo dice non riguarda Cristo Gesù, o che il Cristo Gesù dell’apostolo non è il vero Cristo, il vero Messia, il vero Inviato di Dio per la salvezza del mondo intero. Poiché Cristo e l’apostolo sono vitalmente uniti, missionariamente una cosa sola, se viene meno l’apostolo, anche Cristo viene meno e se si disprezza la parola dell’apostolo si disprezza anche la Parola di Cristo Gesù. Da questo principio, che è poi verità evangelica, nasce l’obbligo per l’apostolo di essere sempre vera voce di Cristo, ma anche per tutti gli altri di difendere l’apostolo di Cristo, per difendere Cristo che parla ed agisce per mezzo del suo strumento umano.
Camminare secondo la carne. Camminare secondo la carne ha un significato ben preciso nell’antropologia paolina: seguire la carne e i suoi desideri, le sue concupiscenze e la sua superbia che sono contro Dio, sono abolizione di Dio nella vita di una persona. Camminare secondo la carne non significa però non vivere nella carne, nel corpo. Finché siamo su questa terra dobbiamo vivere in questo corpo di peccato, ma dobbiamo anche superare il peccato nel nostro corpo attraverso la preghiera, l’acquisizione delle virtù e quel dominio di sé che è frutto dell’opera dello Spirito Santo dentro di noi. Possiamo noi superare il peccato che milita in noi? Lo possiamo se lo vogliamo; lo possiamo se mettiamo in atto tutti quei mezzi di grazia e di verità, di prudenza e di saggezza, di temperanza e di fortezza che sono a portata di mano, perché sono opera dello Spirito Santo dentro di noi.
Le armi di Paolo. Le armi di Paolo per distruggere il peccato in sé e attorno a sé sono ben note: la sua forza è lo Spirito del Signore nei suoi santi sette doni, nei suoi frutti. Lo Spirito Santo è il creatore in noi della vita di Cristo Gesù, è il datore di ogni dono celeste; è colui che infonde nella nostra anima la grazia santificante e ogni grazia attuale perché noi possiamo vincere le insidie del male che militano nelle nostre membra, ma anche agiscono dall’esterno sotto forma di tentazione, di suggestione, di concupiscenza, di attrazione. Tutto è possibile quando lo Spirito Santo abita e dimora in noi. Perché vi dimori lo Spirito è necessario che vi facciamo dimorare la Parola di Cristo, che cresciamo nel compimento della volontà di Dio. Ma è proprio dello Spirito farci vivere la Parola, è proprio della sua azione muoverci di volontà divina in volontà divina, fino alla perfetta realizzazione in noi di essa. Invocandolo nella preghiera, ascoltandolo nel silenzio, fuggendo con orrore il male, attaccandoci sempre al bene è possibile piacere al Signore. È certezza: chi vuole, può vincere il mondo e ogni peccato del mondo, nel proprio corpo, fuori del proprio corpo. Chi vuole però deve attingere la forza dallo Spirito Santo e deve rivestire le armi della sua potenza, che sono amore e verità, sincerità e volontà di bene.
Pena solo medicinale. La Chiesa è il grembo dei peccatori. La Chiesa ama i peccatori. Li ama perché li ama Dio. Come Dio ha dato la vita in Cristo per noi, empi e peccatori, così la Chiesa deve dare la vita, versare il suo sangue, divenire sacrificio gradito al Signore per la loro salvezza. La Chiesa è voce di Cristo, voce del Padre, per invitare ogni peccatore a conversione, a penitenza, per chiamare ogni uomo alla fede al Vangelo. “Convertitevi e credete al Vangelo”: è questo il grido che la Chiesa deve far sempre risuonare nel mondo. Una volta che è avvenuta la conversione, essa deve aiutare i suoi figli, i santi di Dio, a crescere nella santità e per questo tanti sono i mezzi che il Signore ha posto nelle sue mani. Assieme ai mezzi di grazia e di verità, ha anche affidato alla Chiesa la correzione, l’esortazione, il richiamo, e infine anche la giusta pena. La pena nella Chiesa è sempre medicinale, è l’estremo rimedio da offrire al peccatore perché continui il suo cammino di santità, abbandonando per sempre il peccato, per crescere di grazia in grazia fino alla perfezione. La pena si giustifica dalla gravità spirituale, gravità eterna ed irrimediabile, che è la dannazione eterna. Se una piccola pena temporale ci fa superare la pena eterna, che è perdita eterna di Dio e tormento eterno nell’inferno, che questa pena ben venga, anzi che venga sempre. La Chiesa vi ricorre per amore, per amore della salvezza di chi si è smarrito e ogni altra via per farlo ritornare sul sentiero della grazia e della verità è divenuta infruttuosa. Tuttavia bisogna essere sempre prudenti nel donare una pena, specie se questa alla fine risulterà un allontanamento più grande. In questo occorre tutta la saggezza e la prudenza della Chiesa, tutto il suo amore di madre che genera figli a Dio, valutando caso per caso le vie, le forme, i modi concreti di intervento, perché la medicina che si vuole dare risulti efficace. Questo però non significa che non bisogna intervenire energicamente per affermare la verità di Cristo, per difendere la sua grazia, per proteggere i cristiani da ogni errore. In questo ci è di sommo aiuto la differenza che ormai è prassi nella Chiesa tra errore e errante. L’errore è sempre da combattere; l’errante è sempre da amare e ogni intervento su di lui deve nascere dalla carità, che è carità di salvezza, di giustificazione, di santità.
Credere nella potenza della Parola pronunciata. Il predicatore del Vangelo deve avere una certezza nel cuore, più che una certezza. Deve avere una fede ferma, risoluta, forte, incrollabile. Deve egli credere nella potenza della Parola da lui pronunciata. La Parola che egli annunzia, o dice, non è parola di uomo, è parola di Dio. Essa possiede la stessa forza creatrice della Parola eterna del Signore. Essa può quindi conquistare un cuore, convertirlo, aprirlo alla verità e alla grazia, incamminarlo verso la vita eterna. Nulla è impossibile alla Parola di Dio, tutto è invece possibile. Se il predicatore della Parola cammina sulle vie del mondo con questa certezza, con questa fede, egli farà in modo che nessuna parola profana più uscirà dalla sua bocca, farà invece sì che solo Parole di Dio sgorgheranno dal suo cuore. Ma per questo è necessario che Dio sia nel suo cuore e Dio vi abita se lui fa dimorare la Parola di Cristo Gesù. Il cuore si ricolma del Vangelo, nel cuore ricolmo del Vangelo abita il Signore, dal cuore in cui abita solo Dio e nessun altro, usciranno solo Parole di Dio, Parole di verità, Parole creatrici della santità nel cuore degli uomini.
La verità dentro di noi riconosce la verità che è fuori di noi. Ognuno di noi è obbligato a riconoscere la verità, a camminare nella verità, a realizzare tutta la verità. Ma la verità non sempre viene a noi data direttamente, non sempre lo Spirito del Signore ispira la nostra mente, riscalda il nostro cuore, muove la nostra volontà. Spesso, molto di più di quanto non si pensi, la verità dello Spirito viene attraverso vie esterne a noi. Come facciamo a riconoscere la verità dello Spirito di Dio che viene dal di fuori di noi? La regola è semplice e di facile applicazione. Se in noi c’è il desiderio di conoscere la verità, se c’è una reale volontà per abbracciarla una volta conosciuta, se c’è anche la libertà del martirio dentro di noi, nel senso che siamo disposti a mettere al primo posto la verità della salvezza, anche a costo di perdere la nostra vita e tutto quanto oggi la circonda, affetti, amici, beni di questo mondo, realizzazioni terrene, se in noi c’è veramente un cammino nella povertà in spirito e quindi un abbandono a Dio che vuole fare di noi degli strumenti del suo amore, allora sapremo riconoscere sempre la verità che è fuori di noi. La riconosceremo perché noi siamo nella verità, la verità vogliamo, anche se non la possediamo in tutta la sua pienezza di luce e di bellezza soprannaturale. Se invece in noi c’è chiusura nel nostro io, se l’egoismo e il peccato governano la nostra vita e non vogliamo per nulla distaccarci da essi, che è poi il fine della verità che viene data a noi dall’esterno, anche se la riconosciamo come verità, non l’accogliamo; se poi non vogliamo convertirci, può anche capitare e di fatto capita che la combattiamo anche, con il rischio di peccare contro lo Spirito Santo e di compromettere per sempre la nostra salvezza eterna.
Autorità, quale? L’autorità nella Chiesa è sempre per la verità, mai contro di essa. La Chiesa ha il deposito della verità, deve custodirla, proteggerla, difenderla, consegnarla al mondo intero sempre nella sua bellezza originaria, deve però consegnarla non come l’ha ricevuta da Cristo, ma come lo Spirito Santo di Dio, di ora in ora, la fa maturare nel suo seno. È proprio dello Spirito Santo condurre la Chiesa verso la verità tutta intera. L’autorità della Chiesa è pertanto collaborazione con lo Spirito Santo di Dio perché la verità rimanga la verità di Cristo, perché essa mai divenga falsità, mai si trasformi in tenebra. L’autorità è saggezza, prudenza, fortezza, giustizia per difendere la verità, ma anche per diffonderla. Questa autorità viene dallo Spirito Santo e si deve esercitare nello Spirito Santo. Se manca lo Spirito Santo in un responsabile della verità (Papa, vescovi, sacerdoti, diaconi, ministri vari della parola, ordinati e non) c’è un distacco dalla verità, c’è anche un non esercizio dell’autorità. Non può esercitare l’autorità per la difesa della Parola o per la sua seminagione nei cuori colui che non possiede la verità nel suo seno, colui che non è guidato dallo Spirito Santo e dalla sua sapienza. C’è l’esercizio attivo dell’autorità nei confronti della Parola, della Verità e ce n’è uno passivo. L’esercizio attivo è quando direttamente si interviene per difendere la verità e per diffonderla. L’esercizio passivo invece è quando noi, attraverso il nostro non intervento, legalizziamo la falsità, l’errore, l’eresia, il buio etico e veritativo che regna nella comunità. Questo esercizio dell’autorità al passivo, al negativo, che è di non intervento, è deleterio per la comunità, sancisce la sua morte spirituale, legalizza il suo suicidio morale. Il non intervento è gravissimo peccato di omissione. Molte anime si perdono a causa di questa omissione. Si ricordi ciò che dice Ezechiele al c. 13: il non intervento fortifica il male e l’errore nella comunità, scoraggia e deprime quanti operano il bene. Che il Signore ci preservi da questa grave omissione. È un peccato che conduce alla morte eterna, perché ci rende responsabile di tutti i peccati che si commettono nel mondo. Chi vuole governare una comunità, chi è preposto a farlo, non deve mai confondere verità con carità. Costui deve essere fermo nella verità, dolce nell’amore, sapendo che c’è un silenzio colpevole che lo rende responsabile dinanzi a Dio. Il suo intervento circa la verità deve essere sia per quella immanente, sia per quella trascendente. La verità è verità e basta. Difenderla, annunziarla, proporla, esporla è il mandato di Cristo a tutti i suoi discepoli, anche se la responsabilità varia dagli uni agli altri.
Misura dell’amore in noi o fuori di noi? Siamo chiamati ad amare sempre. Ma qual è la misura dell’amore che dobbiamo riversare nel mondo? Questa misura è in noi, immanente al nostro cuore, o fuori di noi, trascendente ogni nostro sentimento? La misura del nostro amore non è in noi, è fuori di noi. La misura di ogni amore è il cuore di Dio Padre. Egli per amore nostro non ha esitato a dare il suo Figlio Unigenito e a darlo in una maniera cruenta, crocifisso, inchiodato al palo, considerato un reietto da Dio e un maledetto. Al sacrificio corporale si è aggiunto il sacrificio spirituale. Il Dio creatore e Signore dell’uomo, il Santo e il Giusto, fu condannato come un bestemmiatore. L’autore della vita fu crocifisso. Colui che è venuto per amare e solo per amare gli uomini, fu considerato e quindi giudicato uno che avrebbe fomentato odio e violenza, distruzione e negazione di ogni dignità umana. La misura del nostro amore è Cristo crocifisso. Noi lo riceviamo come dono dell’amore del Padre, dobbiamo farlo fruttificare e lo facciamo fruttificare salendo anche noi sull’albero della croce ed effondendo il nostro sangue per la salvezza dell’umanità. Chi non muore per i propri fratelli da salvare, da ricondurre a Dio, ancora non ha trasformato interamente la misura dell’amore di Cristo in servizio di salvezza. Ancora deve imparare come si ama, ancora non conosce l’abbondanza dei frutti dell’amore che Dio ha messo nel suo seno.
Andare agli altri sempre con il Vangelo. Il missionario di Cristo Gesù deve andare dai suoi fratelli solo con il Vangelo. Lui non ha altre verità da annunziare. Mai dovrà farsi irretire dai ragionamenti del mondo, né tanto meno annullare, o “usare” il Vangelo per le cose peccaminose di questo mondo. La sua parola dovrà essere una spada a doppio taglio: separare Dio e l’uomo, la verità e il peccato, il cielo e la terra, il bene e il male, il sacro e il profano, i pensieri dell’uomo e quelli di Dio. Se non farà questo, la logica del mondo lo conquisterà, lo distruggerà, lo ridurrà ben presto al silenzio. Il Vangelo è la forza del missionario. Il mondo farà di tutto perché il missionario lasci il Vangelo e prenda il suo giornale come criterio di lettura della storia e della verità di Dio.
Le parole della fede comprese dalla fede. Chi non è animato dalla fede, chi non vive di fede, non potrà mai comprendere le parole che nascono dalla fede, che sgorgano da un cuore che vive secondo la fede. Più grande è la misura della fede che abita in un cuore, più grandi sono le parole di fede che nascono da esso. Chi possiede una fede piccola, incipiente, non potrà mai comprendere colui che possiede una fede forte, adulta, matura. Questo spiega perché i santi sono sempre incompresi. Non sono compresi perché la chiave di lettura delle loro parole non è la loro fede, è la nostra. La nostra però è piccola e non può contenere la straordinaria grandezza della verità che sgorga dal loro cuore. Questo è il motivo per cui solo un santo può comprendere un altro santo; ma anche perché solo chi vuole divenire santo può camminare dietro un altro santo. Chi non vuole divenire santo entra in contrapposizione con il santo e lo ostacola nella sua verità, nella sua parola, nella sua santità. Così facendo diventa un inciampo per il santo, un tentatore, uno che lo pone in difficoltà, ma anche dimostra a se stesso e agli altri la poca santità che c’è nel suo cuore e soprattutto la mancanza di una fede adulta che non lo sostiene nel suo cammino verso Dio in compagnia dei santi.
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2/22/2012 3:44 PM
 
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CAPITOLO UNDICESIMO

AUTODIFESA

[1]Oh se poteste sopportare un po’ di follia da parte mia! Ma, certo, voi mi sopportate.

Paolo sta per dire ai Corinzi qualcosa di veramente grande; sta per manifestare loro l’essenza della vocazione cristiana.

Ciò che sta per dire va al di là di ogni possibile comprensione umana, supera ogni ragionamento. La mente è incapace di concepirlo, la bocca di proferirlo, il cuore di viverlo.

Cosa è infatti la follia se non ciò che va al di là di ogni possibile ragionevolezza umana?

Paolo chiede ai Corinzi di sopportare ciò che sta per dire loro, è sicuro che loro lo sopporteranno.

Potranno anche prenderlo per pazzo, per folle, per uno che ha perso il lume della ragione, ma devono pur ascoltarlo una buona volta e ascoltarlo in silenzio.

Forse non comprenderanno, forse ciò che egli sta per dire, sarà giudicato da loro una pura pazzia, ma devono ascoltarlo, devono sentire ciò che lui sta per rivelare loro.

Ci sono delle verità nella nostra fede che sono a portata di ragione, ce ne sono altre che vanno al di là di ogni nostra comprensione; ce ne sono altre che addirittura potrebbero sembrare una follia.

L’uomo “animale”, l’uomo cioè non mosso dallo Spirito del Signore le giudicherà tali, queste verità e giudicherà pazzo o folle colui che le dice. L’uomo “spirituale”, quello cioè che si lascia muovere e illuminare dallo Spirito Santo di Dio, scoprirà, non subito, che questa è la pura verità e chiede allo Spirito Santo di poterla vivere in ogni sua parte.

Nella nostra fede se l’uomo non cammina con lo Spirito Santo di Dio non potrà mai accogliere il mistero nel suo cuore. Con lo Spirito Santo non sempre lo comprende, sempre invece lo accoglie, lo custodisce, lo medita e a poco a poco riceverà da Lui quella luce superiore di sapienza che gli farà comprendere ogni cosa, sempre però nella misura in cui una mente creata può percepire e comprendere le cose che sono proprio di Dio e della sua natura divina.

Questo vale anche per l’insegnamento delle più elementari verità della fede. Non è necessario che chi ascolta comprenda, specie se sono bambini, è necessario invece che chi ascolta sia nella luce dello Spirito Santo e per questo a colui che parla e a colui che ascolta è necessario lo stato di grazia santificante. Nello stato di grazia lo Spirito Santo è nel cuore, nella mente e nell’anima di chi ascolta e di chi parla ed è Lui l’intelligenza e la sapienza alla luce della quale si parla e si ascolta; è Lui la vita della parola sia per chi parla che per chi ascolta.

[2]Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo.

Nella Scrittura Antica la relazione d’amore tra Dio e il suo popolo è stata sempre presentata come relazione sponsale.

Paolo riprende questo tema, ma cosa cambia tra ciò che fu detto agli antichi e ciò che lui dice?

Mentre nell’Antico Testamento era Dio geloso del suo popolo e non intendeva condividere il suo amore con nessun altro. Qui invece chi è geloso non è Cristo, è Paolo.

È lui che prova per i Corinzi, per tutti i cristiani, e, possiamo dire, anche per ogni uomo, questa specie di gelosia divina. È lui che non vuole che il cristiano appartenga ad un’altra verità, se non al solo Cristo Gesù.

È Lui che deve garantire questa unicità di amore sponsale tra loro e Cristo. È lui che li ha promessi ad un unico sposo ed è sempre lui che li vuole presentare a Cristo come vergine casta.

In questo versetto è contenuta tutta la rivelazione veterotestamentaria sulla relazione sponsale, quindi unica ed indissolubile tra Dio e l’anima credente, relazione che dovrebbe essere con ogni uomo. Ogni uomo è stato fatto ad immagine e a somiglianza del suo Creatore, ogni uomo è stato redento da Cristo con il suo sacrificio di morte e di risurrezione, per ogni uomo è stato mandato lo Spirito di santificazione che deve celebrare con le anime questo sposalizio con il loro Dio e Signore, in Cristo Gesù.

Ciò che cambia invece è la figura del profeta, per noi la figura dell’apostolo del Signore. Nell’Antico Testamento il profeta era l’annunziatore della verità, in qualche caso, come per Osea, era anche il simbolo dell’amore tradito, ma nessun profeta era stato investito di una responsabilità così grande.

Con Paolo invece avviene qualcosa di inaudito finora. Egli è colui che deve vigilare, anzi è colui che deve fare di ogni anima una sposa casta per presentarla a Cristo.

La missione dell’apostolo si specifica e si definisce con termini nuovi. Se leggiamo con divina sapienza e comprendiamo con l’intelligenza dello Spirito Santo questo versetto, dobbiamo affermare che è compito specifico, proprio dell’apostolo andare per il mondo e preparare queste vergini caste a Cristo. Non solo. È anche suo particolare mandato vigilare sempre affinché ogni anima rimanga nel suo stato di verginità spirituale, in questa verginità cresca e si radichi sempre di più.

L’anima non può appartenere che a Cristo Gesù, per essere di Lui, deve però rivestirsi di verginità, di purezza, di castità. La castità è quella della mente e del cuore, è l’adesione perfettissima al Vangelo della salvezza, alla Parola di Gesù. Nessun’altra verità, nessun altro pensiero, nessuna idea deve invadere la mente del cristiano, neanche per un istante, che non sia la Parola, il Pensiero, l’Idea di Cristo Gesù. Nessun desiderio deve muovere l’anima se non il desiderio di Cristo; nessuna volontà deve governarla se non la volontà del Signore; nessun sentimento deve albergare in lui che non sia lo stesso sentimento che fu di Cristo Gesù.

L’apostolo è il custode della castità e della verginità spirituale di ogni anima. Quando lui si accorge che un’anima è caduta nella prostituzione e nell’inquinamento dei pensieri, quando vede che la loro volontà non è più quella di Cristo Gesù, egli prontamente deve intervenire e prendere tutte le soluzioni che lo Spirito gli indicherà come necessarie, affinché l’anima abbandoni la sua prostituzione spirituale e ritorni prontamente casta e vergine nei pensieri e nel cuore al suo Sposo Divino.

Questo dice la grande responsabilità di cui è investito l’apostolo del Signore in ordine al permanere delle anime nella verità di Cristo Gesù. Se lui non vigila, se è debole, se è fragile, se si lascia compromettere, se si abbandona anche lui alla falsità, se abbraccia teorie nuove che nulla hanno a che vedere con il pensiero di Cristo, tutto il gregge che gli è stato affidato cadrà insieme a lui, abbandonerà la retta via, misconoscerà la verità del Vangelo, si voterà alla falsità e alla menzogna. Il danno spirituale è incalcolabile.

Se invece l’apostolo del Signore rimane un faro di verità e di dottrina, una luce potente di Vangelo, il popolo potrà anche non ascoltarlo, ma vedrà sempre la sua luce e potrà in ogni tempo far ritorno al suo celeste Sposo.

Tutto è nella fedeltà dell’apostolo alla missione ricevuta e tutto è nell’essere lui per primo questa vergine casta che quotidianamente si presenta a Cristo per formare con lui un solo mistero di verità, di salvezza, di redenzione, di luce, di amore, di obbedienza al Padre celeste.

[3]Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo.

Paolo sa cosa deve fare lui, conosce qual è la sua missione, lavora perché ogni anima sia portata a Cristo, si affatica perché resti sempre di Cristo Gesù.

Egli è un profondo conoscitore della storia delle anime, soprattutto è un saggio e intelligente conoscitore delle astuzie e della malizia di satana.

Satana sa come condurre alla perdizione un’anima, sa come presentarsi per rovinarla.

Egli lavora nei pensieri. È sufficiente che un’anima cambi pensiero per trovarsi nel fuoco dell’inferno già da viva.

È quanto Paolo teme per i Corinzi. Lui ha dato loro pensieri puri e semplici nei riguardi di Cristo Gesù. Ha annunziato loro il Vangelo della salvezza così come lui lo ha ricevuto. Puro e semplice lo ha ricevuto, puro e semplice lo ha trasmesso.

Cosa sta succedendo ora in Corinto? Molti di loro si stanno lasciando traviare dalla malizia di satana e dai pensieri puri e semplici del Vangelo ricevuto e accolto, stanno passando ad un’altra verità, ad un altro modo di relazionarsi con Cristo, in qualche modo stanno anche loro cadendo nel peccato della prostituzione. La loro mente e il loro cuore che prima appartenevano a Cristo stanno per appartenere a satana.

Il traviamento nei pensieri è l’opera di satana. Solo attraverso questa via egli penetra nei cuori, uccide l’anima, conduce un uomo nella perdizione, perché lo porta nel suo regno di tenebre e di peccato.

La custodia della verità del Vangelo deve essere pertanto l’opera delle opere, la madre di tutte le opere che la Chiesa compie. Possiamo affermare che l’opera del dono della verità, della sua diffusione e della sua conservazione nei cuori coincide con l’opera della Chiesa, con la sua missione.

È la luce della verità che dona significato ad ogni altra cosa, compresi i sacramenti, che si compiono nelle comunità cristiane e nel mondo. La luce della verità fa sì che un’anima appartenga sempre a Cristo. La luce della verità agisce perché anche se per pochi momenti l’anima si è allontanata da Cristo Gesù, vi possa ritornare e iniziare nuovamente quella relazione di amore nella semplicità e nella purezza dei pensieri che sono quelli di Cristo Gesù.

Come il serpente inocula nei cuori la falsità, l’apostolo del Signore deve immettere in essi la verità, in un lavoro senza fine.

Cosa succede invece? Il serpente inocula la falsità e l’apostolo del Signore spesso la coltiva, le dona vigore, la incrementa, perché anche lui conquistato e sedotto da satana. Quando questo avviene l’apostolo del Signore, anche se celebra i sacramenti, non è apostolo del Signore, ma inviato di satana per la rovina dei credenti, perché dimora nella falsità dei pensieri.

L’apostolo di satana può essere sull’altare, sul pulpito o sull’ambone, nel confessionale, nelle cattedre delle università, dovunque c’è un luogo dove si insegna il Vangelo di Cristo, lì potrebbe esserci nascosto l’apostolo di satana per dare valore e incremento alla falsità che lui semina nei cuori.

La vigilanza non è mai troppa. Chi deve vigilare ha in questo un grandissima responsabilità. C’è un esercizio passivo dell’autorità anche esso strumento di satana per la rovina dei credenti. Quando colui che deve vigilare non prende decisioni appropriate perché solo la sana dottrina venga insegnata, ma permette che le falsità vengano proposte come Vangelo di Cristo Gesù, anche lui con il non esercizio della sua autorità si trasforma in un alleato e un messaggero di satana per la rovina dei credenti.

Satana è più presente nella Chiesa di quanto non si immagini, non si pensi, non si voglia immaginare e pensare. In ogni luogo dove si insegna la sana dottrina lui è presente per sedurre coloro che ascoltano, ma soprattutto per inoculare la sua menzogna nelle menti di coloro che parlano.

Lui può inquinare il singolo bicchiere di acqua e per fare questo gli occorre un lavoro immane, oppure può inquinare direttamente la fonte delle acque e avere un risultato planetario.

Basta corrompere un teologo, un predicatore del Vangelo, basta far sonnecchiare un apostolo del Signore perché non usi l’esercizio della sua potestà di discernimento perché tutta la sorgente venga inquinata e tutti coloro che si accostano alle acque siano già infettati per il semplice fatto di aver bevuto quell’acqua, senza loro colpa.

[4]Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo.

Paolo indica con precisione ai Corinzi qual è il loro traviamento. Sono tre le vie del passaggio dalla verità alla falsità: un Cristo diverso, uno spirito diverso, un altro Vangelo.

Quando Cristo è diverso? È diverso quando si esce dai contenuti della predicazione degli Apostoli, quando si esce dalla retta fede che gli Apostoli annunziano e predicano.

Al tempo di Paolo la garanzia della verità di Cristo era data dal confronto con gli Apostoli. Erano loro i depositari della verità su Cristo. Era lo Spirito in loro che manteneva la Chiesa nella verità e nella sana dottrina.

Oggi il vero Cristo è dato dal Vangelo, o dalla Parola scritta (Vecchio e Nuovo testamento), dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa, dalla voce viva del Magistero che nel Papa e nei Vescovi uniti in Collegio Apostolico ha la sua massima espressione della verità, fino a raggiungere in determinate condizioni anche l’infallibilità.

Chi si dovesse porre al di fuori di queste tre vie che devono camminare sempre insieme, sappia costui che il suo Cristo è un Cristo diverso. Non è il Cristo di Dio, il Salvatore del mondo, il Redentore dell’uomo.

È sempre facile passare ad un altro Cristo, è sufficiente discostarsi dalla verità del suo mistero. Sempre la Chiesa ha dovuto lottare contro coloro che portavano nel mondo un falso Cristo e sempre lotta perché ad ogni uomo sia dato il vero Cristo.

Quando lo spirito è diverso? Lo spirito è diverso quando lo Spirito del Signore non è lui che governa i cuori e dirige le menti; è diverso perché diversa è la comprensione, l’attuazione, la vita del Vangelo.

Si legge la Parola, si spiega la Parola, si interpreta la Parola, non però secondo la sapienza e l’intelligenza dello Spirito del Signore, ma secondo i pensieri traviati del cuore dell’uomo.

Come è facile passare ad un altro Cristo, così è facile assumere un altro spirito. È sufficiente che l’uomo non voglia più dimorare nella grazia di Dio e subito i suoi pensieri cambiano, le sue idee si modificano, il suo spirito non è più secondo la verità della salvezza, è uno spirito mosso e guidato dalla malizia e dalla menzogna di satana.

È facile sapere quale spirito governa i cuori, se lo spirito della verità, o lo spirito della menzogna e della falsità. È sufficiente ascoltare un cuore, lasciarlo parlare per un po’ e subito ci si accorge se i suoi pensieri sono nello spirito della verità, oppure sono traviati e contorti dallo spirito di satana e del male, dallo spirito della concupiscenza e della vanagloria, dallo spirito di superbia e di vanità.

L’apostolo del Signore è obbligato a conoscere lo spirito che c’è in un uomo; deve prestare tutta l’attenzione possibile a che ponga immediatamente tutti quei rimedi di scienza e di sapienza perché da uno spirito di male, di non Vangelo si passi nello spirito della verità, della sapienza e dell’intelligenza di Cristo Gesù.

Quando il Vangelo è un altro? Quando viene svuotato dei suoi contenuti di salvezza. Quando si dona una interpretazione non vera, non corrispondente alla volontà di Dio in esso contenuta. Quando lo si riduce a pura immanenza e lo si priva di quella trascendenza che viene a noi dalla Persona di Cristo Gesù.

Per Paolo non c’è un altro Vangelo. O lo si conserva nella sua purezza e integrità, lo si custodisce nella verità delle origini, oppure esso non dona più salvezza, non genera redenzione nei cuori, non accende negli animi la speranza della vita eterna.

Da quando Cristo è risorto e ha affidato la sua missione alla Chiesa, questa ha sempre dovuto faticare per mantenersi nel vero Vangelo. Molti sono stati i suoi figli che sono passati ad un altro Vangelo e ogni giorno tanti sono ancora che abbandonano il glorioso Vangelo di Gesù Cristo, per abbracciare idee e pensieri dell’uomo, passando così ad un Vangelo che non è divino, ma umano, che non è una buona notizia, ma la più triste delle notizie, perché priva l’uomo della vita eterna.

Oggi in verità non c’è neanche questo rischio di passare ad un altro Vangelo. Ai nostri giorni c’è una moda che è quella dell’indifferentismo religioso. Tutte le teorie sono buone, tutte le religioni sono ottime, tutte le vie conducono a Dio, tutti i fondatori di religioni sono sullo stesso piano, tutte le Chiese conoscono e possiedono la verità, tutte i movimenti “religiosi” e “pseudoreligiosi” portano un’idea di salvezza dell’uomo.

Siamo arrivati alla completa relativizzazione di Cristo e della sua Chiesa e questo in nome di una verità che tutti possiedono nel cuore, verità che è dentro di noi e che non deve venire dal di fuori di noi.

Questa nuova moda di concepire la verità e di concepirsi nella verità ha reso Cristo inutile all’umanità; se non lo ha reso inutile, ne ha fatto uno come tutti gli altri.

Dall’altro Vangelo si è passati ad avere ognuno un suo Vangelo e tutti uguali, tutti via di salvezza per l’uomo.

Le conseguenze di questa “moda religiosa” è una sola: la non necessità della missione della Chiesa, la non necessità della stessa Chiesa. L’uguaglianza tra tutte le Chiese e tutte le religioni, come se tutte fossero in possesso della verità della salvezza.

Anche se rimane la Chiesa cattolica, essa è considerata come una forma storica, del passato, non del presente. Il presente è fatto ormai non di differenze, ma di indifferenze, non è fatto di particolarità, ma di universalità.

In questo contesto Cristo non serve più all’uomo, né la sua morte, né la sua risurrezione. Se serve, serve solo in modo indiretto, ma non più diretto, poiché non si predica più l’appartenenza storica a Lui, visibile, di aggregazione alla sua Chiesa per avere la salvezza.

Che lo Spirito del Signore susciti qualche altro Paolo che con fermezza, forza, decisione, prontezza di sapienza e di intelligenza illumini gli uomini di Chiesa e la stessa Chiesa sulla verità del mistero di Cristo Gesù, sull’importanza della sua Parola storica, sulla fede che nasce dalla predicazione e sulla necessità di essere Chiesa di Dio per entrare nei beni della salvezza e della redenzione.

[5]Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi «superapostoli»!

Chi sono questi superapostoli nei confronti dei quali Paolo non si sente per nulla inferiore?

Questi tali sono coloro che andavano nelle comunità cristiane a sovvertire il Vangelo, ad accattivarsi le simpatie di questo o di quell’altro annunziando ciò che conviene all’uomo e ciò che piace, addolcendo e in certo modo anche annullando il Vangelo della salvezza.

Cosa avevano di particolare costoro? Una magnifica arte nel dire le cose. Quest’arte tuttavia non era a beneficio della verità, non serviva per impiantare la fede nei cuori, serviva piuttosto ad allontanare i cuori dalla fede.

Era una parola, la loro, brillante, suadente, accaparrante, ma priva della verità della salvezza. Era dolce la parola, ma senza contenuti di verità.

Quando non c’è la verità del Vangelo tutti sono disposti ad ascoltare; la difficoltà nasce quando si annunzia la verità che è sempre obbligante alla rinunzia e alla mortificazione di se stessi, fino alla morte fisica, al martirio che è dono dell’intera vita perché attraverso di essa si renda gloria al Padre che è nei cieli.

Questi superapostoli avevano l’abilità di far passare la parola umana per Vangelo di Dio, accalappiando i cuori e nutrendoli di menzogne e di falsità.

Paolo sa anche lui parlare bene. Ad Atene, secondo il racconto degli Atti, aveva dato un saggio di sapienza e di saggezza umana. Anche lui si era presentato sulla pubblica piazza con un discorso assai forbito, eccelso.

Ma quale fu il risultato? Quando iniziò la presentazione di Cristo Gesù e parlò della sua risurrezione gli fu detto che lo avrebbero ascoltato un’altra volta.

Questa esperienza fu per Lui una scossa. Da quel momento, come lui stesso dirà nella prima Lettera ai Corinzi, non si presenterà più con un discorso fatto di sapienza, ma predicherà Cristo e questi Crocifisso.

Farà così perché non venga svilita la croce di Gesù e perché Gesù stesso non sia velato e nascosto dalle parole umane.

È questo il motivo per cui Paolo, in quanto a sapienza umana non è inferiore a questi superapostoli. La differenza è una sola: lui ha deciso di non usare più la sapienza umana per non velare Cristo e la sua croce; loro invece hanno deciso di servirsene proprio per nascondere Cristo e annullare la sua croce.

Questa decisione è stata presa per amore dell’uomo. Cristo deve essere presentato così come egli è, senza modifiche, senza cambiamenti, senza alterazioni e neanche presentato sotto i veli di un discorso sapiente.

La verità non ha bisogno di tutte queste forme umane; la verità è semplice e nella più pura semplicità bisogna annunziarla. Cristo Gesù non ci dona forse l’esempio di come si parla con semplicità ad ogni uomo? Egli ha annunziato i più grandi misteri del regno con un linguaggio semplice, fatto di parole semplici, con un metodo semplice. Tutto in Cristo respira di semplicità.

[6]E se anche sono un profano nell'arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come vi abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a tutti.

Paolo si dichiara profano nell’arte del parlare, ma in verità non lo è. Se lo è, lo è per scelta, per amore di Cristo Gesù, per aiutare l’uomo a comprendere tutto del mistero del Signore, per evitare che dietro le parole il mistero fosse reso oscuro e incomprensibile.

La sua dottrina è sempre perfetta, perfettissima, in ogni parte, in ogni singolo argomento.

Ciò che egli dice può essere confermato da tutti, poiché tutti sanno il suo amore per Cristo, per la sua Verità, per il suo Vangelo.

Tutti sanno la potenza di sapienza e di saggezza ispirata che abita in lui e secondo la quale egli si esprime, predica e proclama la verità di Cristo Gesù.

Se tutti sanno la sua sapienza e saggezza nella verità, perché i superapostoli hanno più successo di lui? È sufficiente che costoro attraversino solamente una comunità per mietere successo, mentre Paolo deve sudare sudore di sangue per portare qualche cuore a Cristo Gesù?

La ragione è presto detta. Quando si annunzia la verità, non facilmente l’uomo vi aderisce. Vi aderisce solo colui che è disposto a convertirsi, a cambiare vita, facendo del Vangelo la sua vita.

Quando invece ognuno predica se stesso, nessuna conversione è richiesta, nessuna verità obbliga, nessun Vangelo deve essere seguito.

Con Paolo c’è l’incontro dell’uomo con Dio. Seguire Dio richiede il rinnegamento di noi stessi. Con i superapostoli l’uomo si incontra solo con l’uomo, in un rapporto immanente, senza conversione, senza verità, senza Vangelo.

È facile sedurre e condurre un uomo dalla verità nella falsità, a volte basta veramente un niente. Sempre arduo e difficile è invece condurre un uomo dalla falsità e dall’errore nella verità della salvezza di Cristo Gesù.

Per i superapostoli il lavoro è in discesa, per Paolo è in salita; loro conducono l’uomo all’uomo, Paolo invece porta l’uomo a Cristo, a Dio, allo Spirito Santo, alla Chiesa, nella verità e nel Vangelo.

Quelli distruggono Cristo, lui invece, dopo che loro lo hanno distrutto, deve costruirlo; una volta che lo ha costruito, quelli lo distruggono di nuovo in un processo che mai si arresta.

In verità è un lavoro impari. Non si finisce di costruire Cristo in un cuore che subito passa satana e con la sua falsità e menzogna lo attira al male, lo porta fuori del Vangelo. Poi nuovamente deve ritornare Paolo per ricondurlo a Cristo, nella sua Parola, nel suo Vangelo. Se vi riesce a stento, con grande fatica, non dura molto se nuovamente si ritorna là dove si era prima. È veramente una lotta impari quella tra Paolo e superapostoli, il frutto però è ben diverso; quelli conducono gli uomini alla perdizione, Paolo invece porta nella vita eterna, nel regno dei cieli.

Per la salvezza di un cuore vale proprio la pena ricominciare ogni giorno daccapo. La forza di non lasciarsi mai demoralizzare a causa di questi continui cedimenti al male da parte delle anime viene solo dallo Spirito Santo di Dio, che quotidianamente infonde costanza, forza e perseveranza perché si ricominci sempre daccapo, come al primo giorno.



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2/22/2012 3:47 PM
 
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DISINTERESSE DI PAOLO

[7]O forse ho commesso una colpa abbassando me stesso per esaltare voi, quando vi ho annunziato gratuitamente il Vangelo di Dio?
Si è detto qual è la caratteristica di Paolo: egli annunzia la Parola nella sua semplicità la più pura.
Perché allora i Corinzi non sono rimasti ancorati alla Parola? Perché si sono lasciati convincere dai superapostoli?
Forse Paolo ha commesso qualche torto, ha fatto qualche azione che in qualche modo li abbia potuti danneggiare?
La Parola di Paolo è semplice, pura, nuda. Se non è a causa della Parola, lo è forse a motivo del suo comportamento?
Paolo ora esamina con schiettezza e sincerità di cuore la sua storia, che essendo pubblica, può essere facilmente verificata.
Se c’è in lui qualche inganno, qualche sfruttamento, o un’altra grave ingiustizia, se non grave anche lieve, i Corinzi potrebbero avere anche ragione dell’abbandono della verità del Vangelo. La colpa sarebbe di Paolo e non loro.
Sarebbe stato Paolo a costringerli a cambiare Vangelo a causa della sua non coerenza di vita, o dell’uso personale che ha fatto del Vangelo. Invece nulla di tutto questo.
La prima nota con la quale lui si presenta ai Corinzi è la gratuità. Egli non si serve del Vangelo per vivere. Il Vangelo è una cosa, la sua vita è un’altra.
Il Vangelo deve essere dato gratuitamente. Per sostentarsi non si avvale del diritto che lo stesso Vangelo gli conferisce, quello cioè di vivere di Vangelo.
Si vive di Vangelo quando i fedeli aiutano il missionario in tutte quelle cose del quotidiano, quali vitto e alloggio e altro, che sono necessarie per la sua sussistenza.
Non si deve dare il di più, il non necessario; lo si deve aiutare mettendo a sua disposizione ciò che è indispensabile.
Paolo non ha voluto né il necessario e neanche l’indispensabile. Ciò che serviva alla sua persona se lo provvedeva lui stesso, attraverso un lavoro che lui svolgeva quando non era direttamente impegnato nella predicazione del Vangelo.
Paolo si abbassa nel senso che non chiede nulla ai Corinzi per il dono del Vangelo; si abbassa perché lo dona loro gratuitamente, ma per fare questo deve egli stesso lavorare. Lui lavora e predica il Vangelo, lavora al fine di poter predicare gratuitamente il Vangelo della salvezza.
È abbassamento perché si mette all’ultimo posto, al posto del vero servo. Lui serve i Corinzi attraverso il servizio sacro della predicazione, ma non si lascia servire dai Corinzi attraverso il dono delle cose utili, necessarie, indispensabili per vivere.
La gratuità è sempre vincente, poiché essa può essere frutto solo di un amore grande verso gli altri, amore che dimentica i propri interessi. In Paolo l’amore è talmente grande che diviene in lui rinunzia ai suoi interessi e questo perché nessun intralcio possa mai intromettersi da lui e il Vangelo di Dio e quanti lo ascoltano possano sempre vedere in lui un uomo che non si reca per ricevere qualcosa, ma solo per donare qualcosa.
Chi va solo per donare e mai per ricevere è solo il discepolo del Signore. Tutti gli altri se vanno per dare, vanno molto più per ricevere, anche se si camuffa ciò che si riceve sotto infiniti nomi.
[8]Ho spogliato altre Chiese accettando da loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi.
Non si tratta in nessun caso di un atto imposto da Paolo alle altre chiese; benevolmente egli ha acconsentito a che queste lo aiutassero in qualche modo al fine di poter predicare il Vangelo con serenità e in tutta tranquillità.
Perché da alcune chiese Paolo accetta il necessario per vivere e da altre no? Perché da alcune persone si lascia aiutare, mentre lo stesso aiuto da altre lo rifiuta?
Non ci sono motivi umani da ricercare, motivi di benevolenza, di gratitudine, di piacere o altro.
I motivi sono tutti soprannaturali e provengono dalla prudenza dello Spirito Santo che guida i suoi apostoli.
Quando un apostolo è nella luce costante dello Spirito, perché in tutto cerca la volontà di Dio, dallo stesso Spirito è reso prudente, capace cioè di discernere il bene attuale.
Per mozione dello Spirito non ha voluto nulla dai Corinzi. Perché non ha voluto essere aiutato non lo potremo mai sapere. Ci sono delle azioni che vengono mosse dallo Spirito Santo, lo Spirito sa perché muove ad agire così, l’uomo non lo sa, o se lo sa, lo apprende in un secondo momento, in tempi assai lontani dal fatto storico compiuto sempre per mozione dello Spirito Santo.
Non tutto ciò che fa l’apostolo del Signore può essere umanamente comprensibile, a volte è proprio incomprensibile; è incomprensibile all’uomo che lo fa e all’uomo che riceve l’azione. Lo Spirito che agisce e che muove non sempre spiega o dona le ragioni della sua mozione. Muove e basta. Chi è mosso non si turba più di tanto. Lui si è posto interamente nelle mani dello Spirito e con semplicità si lascia condurre da lui.
Chi invece subisce l’azione a volte potrebbe anche rimanere sconvolto. Costui deve essere informato che l’apostolo del Signore non agisce per sua volontà, bensì per azione misteriosa dello Spirito Santo e lo Spirito non rende ragione di ciò che fa, perché lo Spirito è intelligenza e sapienza infinita.
Lo Spirito Santo chiede un atto di fede da colui che egli muove e da coloro verso i quali è diretta la sua azione. Posto l’atto di fede, a sua tempo, gli uni e gli altri, sempre per grazia e per illuminazione dello Spirito, potranno capire il perché dell’azione e della sua modalità.
Volendo dare una risposta a questa mozione dello Spirito, che spinge Paolo verso la più grande gratuità nella città di Corinto, alla luce degli eventi posteriori, possiamo dire che il motivo è uno solo: nessuno a Corinto deve rimproverare Paolo di essere stato da loro assistito nella sua opera missionaria; nessuno deve vantare presso di lui un diritto che si sarebbe potuto trasformare in un accaparramento della benevolenza al fine di fare qualche sconto al Vangelo che lui annunziava.
Questo è uno dei possibili motivi. Il resto è nel cuore di Paolo ed è ben giusto che lì vi rimanga in eterno. Ma anche nella nostra vita ci sono tante mozioni dello Spirito Santo che, solo dopo molto tempo, noi, a poco a poco, comprendiamo e valutiamo secondo tutta l’ampiezza della verità storica in esse contenuta.
[9]E trovandomi presso di voi e pur essendo nel bisogno, non sono stato d'aggravio a nessuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla Macedonia. In ogni circostanza ho fatto il possibile per non esservi di aggravio e così farò in avvenire.
Paolo è mosso dallo Spirito Santo. Sa cosa deve fare. Sa da chi prendere e da chi rifiutare.
Come già precedentemente detto è lo Spirito che muove Paolo ora in un senso, ora nell’altro, lui ascolta lo Spirito che parla al suo cuore e realizza quanto ha ricevuto come mozione.
Non solo per il passato lui non si è fatto aiutare dai Corinzi, neanche per il futuro permetterà che qualcuno di loro lo aiuti.
Il motivo lo dirà ben presto. A noi ora interessa sapere che questa è una decisione seria, impegnativa, che lo obbliga per sempre.
Spesso il Vangelo porta a queste obbligazioni. A tutto per il Vangelo bisogna rinunziare, anche a ciò che potrebbe essere un gesto di amore, di carità. Anche a ciò che potrebbe essere vita conforme al Vangelo.
Aiutare e lasciarsi aiutare è Vangelo. Servire e lasciarsi servire nel bisogno è Vangelo. Dare un bene spirituale e ricevere in cambio un dono materiale è Vangelo. Ma il Vangelo è anche oltre se stesso, perché il Vangelo obbliga a fare tutto per il Vangelo, perché Cristo sia creduto.
Se l’accoglienza di Cristo in un cuore necessita che il missionario del Vangelo vada oltre le regole che lo stesso Vangelo suggerisce, è giusto che lui lo faccia. Deve farlo per amore di Cristo Gesù.
Paolo a volte è nel bisogno, le necessità avvolgono anche la sua persona, ma lui non vuole essere di aggravio.
Come fa a sopperire a tutto ciò che gli necessita per il quotidiano? Lasciandosi aiutare dai fratelli della Macedonia, oppure lavorando con le sue mani, esercitando il mestiere di fabbricatore di tende, che lui conosceva molto bene.
È un mistero la vita di Paolo e come tale dobbiamo accoglierla. Ma accogliendo la sua vita come mistero, dobbiamo disporre il nostro cuore a che anche la nostra diventi un mistero, venga cioè consegnata interamente nelle mani dello Spirito Santo, perché sia Lui a dirigerla secondo i suoi imperscrutabili disegni di verità e di giustizia, perché la ricolmi dei suoi doni e in modo particolare del dono della saggezza che comprende in sé le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.
[10]Com'è vero che c'è la verità di Cristo in me, nessuno mi toglierà questo vanto in terra di Acaia!
È questa una forma solenne per ribadire quanto ha detto precedentemente.
Non solo per il passato, ma anche per il futuro egli ha deciso di non essere di aggravio presso i Corinzi.
Ora lo proclama solennemente. La sua parola è così certa, così vera, così sicura come è vero che la verità di Cristo abita in lui.
Poiché Cristo è la sua vita e i Corinzi questo lo sanno, anche la parola oro ora detta fa parte della vita di Paolo. Possono stare sicuri: da questa parola mai si allontanerà.
Se una decisione è così ferma e seria, altrettanto fermo e serio deve essere il motivo che l’ha posta in essere.
Sappiamo che per Paolo il motivo è solo uno: l’amore di Cristo e del suo Vangelo, l’amore della salvezza dei fratelli.
Come dirà in altre Lettere: egli si è fatto tutto a tutti per salvare qualcuno. Per la salvezza dei Corinzi egli è obbligato a passare per questa via.
Sappiamo però che in lui agisce lo Spirito Santo, che è vivo, è la sua guida in ogni pensiero, azione, decisione, realizzazione.
Se lo Spirito Santo ha deciso così, così ha voluto, dobbiamo noi ritenere che veramente, a causa della fragilità della fede in Cristo dei Corinzi, questa via fosse veramente necessaria.
Questo però deve insegnarci che anche per noi a volte delle vie potrebbero rivelarsi necessarie nel nostro andare per il mondo a predicare il Vangelo.
Chiedere allo Spirito Santo che ce le indichi, ce le manifesti e all’occorrenza diventi la nostra forza per percorrerle è la cosa più giusta e più santa da fare. A volte però noi siamo così presuntuosi che non solo non conosciamo le vie giuste e sante, ma neanche siamo rivestiti di quella santa umiltà che ci fa prostrare dinanzi allo Spirito di Dio per invocare da lui la luce necessaria che ci consenta di vedere dove mettere i nostri passi, in modo che le nostre azioni non siano in alcun modo di danno al Vangelo che predichiamo.
Su questo bisognerebbe esaminarsi ogni giorno, perché ogni giorno potrebbe succedere che il Vangelo venga da noi posto in serio pericolo di credibilità.
[11]Questo perché? Forse perché non vi amo? Lo sa Dio!
Poiché ancora Paolo non ha rivelato il motivo della sua decisione, qualcuno potrebbe pensare che in lui ci sia una differenza di amore.
Alcuni li ama di più e da loro si lascia servire. Altri li ama di meno e da costoro non vuole accettare neanche un bicchiere d’acqua.
Paolo conosce il cuore dell’uomo e sa che è un abisso, un baratro. Quanto pensa un cuore è difficile persino immaginarlo.
Ora lui non vuole che i Corinzi pensino ad un amore minore verso di loro da parte del loro Evangelizzatore.
Paolo ama i Corinzi. La profondità e la grandezza del suo amore per loro sono conosciute solo da Dio.
Loro non possono conoscere quanto amore è nel suo cuore per quella comunità. Anzi dobbiamo affermare che questa decisione è stata presa e sarà mantenuta proprio in ragione del grande amore che lui nutre per loro.
Per amore accetta dai Macedoni, e per lo stesso amore rifiuta da loro.
Non ci sono motivi personali in Paolo, né preferenze, né particolarità. Lo Spirito Santo vuole la loro salvezza, questa salvezza ha una strada obbligata: quella della gratuità del dono del Vangelo. Percorrendo questa strada egli deve andare verso di loro, oggi, domani, sempre.
Come si può constatare la ragione ultima di ogni azione che l’uomo compie deve essere solo una: l’amore di salvezza e di santificazione dei cuori.
In questo amore c’è l’assoluta libertà dell’apostolo del Signore, il quale sa che nel suo cuore ormai deve regnare un solo amore, lo stesso che regnò nel cuore di Cristo Gesù.
Quello di Cristo fu un amore di salvezza che lo spinse a dare la vita per ogni uomo sulla croce.
Quello dell’apostolo di Cristo deve essere un amore che lo spinge a fare una cosa o a non farla per lo stesso motivo: perché ogni uomo possa entrare e dimorare nella salvezza operata da Cristo Gesù.
Quando non c’è questa unica ragione nel nostro agire, il nostro amore è sempre imperfetto. Faremmo o non faremmo le cose per un motivo che sta in noi, o sta negli altri, ma non per un fine soprannaturale che è la redenzione del mondo.
Paolo così ci dona la suprema delle regole per agire. Ognuno può così esaminare la sua coscienza e se si accorge che si è posto fuori di questa regola, deve mettere tutto in atto perché ritorni nell’unica regola che dona valore ai suoi pensieri, alle sue decisioni, ai suoi comportamenti. Con questa regola ognuno potrà sempre sapere se agisce conformemente alla volontà di Dio, oppure si comporta così per motivi che sono immanenti all’uomo e che nulla hanno di santo, di giusto, di vero, di nobile, di onorato.
[12]Lo faccio invece, e lo farò ancora, per troncare ogni pretesto a quelli che cercano un pretesto per apparire come noi in quello di cui si vantano.
Paolo vuole che i Corinzi - sempre esposti alla tentazione di abbandonare il Vangelo di Gesù, sempre in bilico tra la verità e la falsità, sempre sull’orlo di rinnegare la vera fede - sappiano sempre riconoscere un vero operaio del Signore da chi invece è falso.
Vuole che il loro discernimento sia sempre sicuro, certo. Ne va della loro salvezza eterna.
Dona loro un metro infallibile. Un vero missionario del Vangelo è sempre riconoscibile dal suo amore, dalla sua carità, dalla completa dedizione della sua vita al Vangelo della salvezza.
Ci sono alcuni invece che si sono vantati presso i Corinzi di essere come Paolo, con una differenza però non minima, non di poco importanza.
Paolo si è comportato verso di loro nella più grande libertà dai loro beni. Egli non si è lasciato aiutare da loro nelle sue necessità materiali. Lui si è comportato nella più assoluta delle gratuità.
Gli altri invece non lo hanno fatto. Si sono vantati di essere come Paolo, ma non hanno agito come lui.
I Corinzi, se vogliono, possono fare la differenza, possono scoprire la verità dell’amore di Paolo e dell’altro amore.
Ma scoprendo la differenza nell’amore, possono anche scoprire la differenza nella verità.
Quando l’amore non è puro, neanche la verità è pura. Quando l’amore è interessato, anche la verità è interessata, ma una verità interessata è una verità trasformata, cambiata, alterata. Non è la verità di Cristo Gesù. Non è la verità della salvezza.
È una verità umana che lascia l’uomo nella sua miseria spirituale, lo abbandona nella sua meschinità di peccato e di vizio, non lo eleva alle vette della santità e della purezza evangelica.
È giusto fare le differenze, non per esaltare l’uno e abbassare l’altro, non per glorificare il primo e umiliare il secondo, non per osannare questo e disprezzare l’altro.
Queste differenze di ordine morale non si devono mai fare in seno alle comunità cristiane. È giusto invece che si faccia la differenza nella verità e nell’amore e che si parta dalla differenza di amore per scoprire la differenza di verità che abita nel cuore degli uni e degli altri.
Questa differenza è necessaria che si faccia non in ragione del missionario del Vangelo, o di colui che si presenta come inviato di Cristo Gesù, bensì in ragione della nostra salvezza eterna. È giusto che uno abbraccia la verità più piena, la verità assolutamente la più pura, la più santa, la più bella, la più splendente.
Come si fa a conoscere questa verità? La si potrà conoscere dall’amore di colui che la porta. Se l’amore è puro, splendente, di sola misericordia, non interessato, libero, onesto, santo, è il segno che dietro ci sta una verità altrettanto pura e bella, c’è una verità che si differenzia dalle altre verità perché l’amore è diverso, il comportamento è diverso, la santità è diversa, le relazioni sono diverse.
Giudicare la verità dall’amore anche questa è regola infallibile per conoscere chi è da Dio da chi da Dio non è.
Le regole Paolo le ha donate. Spetta a noi metterle in pratica. Soprattutto è nostro dovere fare la differenza nell’amore, per cogliere anche la differenza nella verità.
Poiché è la verità pura che conduce all’amore puro, dove non c’è amore puro non c’è neanche verità pura. Dobbiamo saperlo, per prendere quelle decisioni che ci consentono di rimanere nella verità pura che ci conduce all’amore puro, che ci porta alla salvezza eterna.
Quando in un cuore c’è la luce radiosa dello Spirito Santo, tutto si chiarisce, tutto si appiana, tutto si rende comprensibile, tutto si riveste di santità e di verità. Con lo Spirito di Dio nel cuore si scoprono le vere ragioni dell’amore.
[13]Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo.
Paolo in questo versetto rivela tutta la sua forza, manifesta la potenza di verità che è in lui.
Questi tali che portano turbamenti nella comunità vengono chiamati con il loro nome: falsi e fraudolenti. Sono falsi apostoli. Sono operai fraudolenti.
Sono falsi perché la falsità è la loro arma di morte, non la verità la loro arma di vita e per la vita.
Sono fraudolenti perché ingannano i semplici e quanti non sono ancora sufficientemente formati nella verità di Cristo Gesù.
Si mascherano da apostoli di Cristo Gesù, in realtà sono solo dei nemici del Vangelo. Se nemici del Vangelo, sono anche nemici dell’uomo. Non vogliono la sua vita eterna, bensì la sua morte spirituale.
Può Paolo dare un giudizio così preciso sulle persone che ostacolano il cammino del Vangelo nel mondo? Se lo dà lui, possiamo darlo anche noi, senza peccare contro il Vangelo che ci comanda di non giudicare e soprattutto di non condannare?
Bisogna prima di tutto precisare che il giudizio e la condanna di cui parla il Vangelo è morale, cioè attribuzione di responsabilità e quindi vero e proprio giudizio forense, nel senso di assoluzione o di condanna di colui che ha commesso alcune azioni.
Questo giudizio Dio lo ha riservato per sé. Nessun uomo, neanche l’apostolo del Signore, può giudicare un uomo reo di morte eterna oppure degno di beatitudine nel cielo. La Chiesa esercita il giudizio di santità di una persona, ma solo dopo la sua morte e a condizioni ben precise, dopo un lungo studio sulla vita della persona e dopo che la persona dal cielo sia venuta incontro alla formulazione del giudizio della Chiesa operando segni evidenti della sua santità.
La Chiesa invece non ha il giudizio al negativo, quello cioè di dichiarare una persona dannata, all’inferno. Questo giudizio non le compete, spetta solo al Signore.
Solo di Giuda possiamo avere la certezza che sia dannato, perché il giudizio lo ha emesso Gesù nel Cenacolo quando disse di Lui: “Sarebbe meglio per lui se non fosse mai nato”.
Ora poiché solo la perdizione eterna ci fa rimpiangere di essere nati ed è un tormento eterno, dobbiamo dedurre con certezza infallibile che Giuda si è dannato. Degli altri non possiamo sapere nulla, perché non ci sono altre parole così esplicite e chiare per nessun altro.
C’è però un giudizio sulla verità del Vangelo che l’altro annunzia. L’apostolo deve saper sempre discernere chi è nella verità della salvezza da chi non lo è; chi annunzia secondo verità e chi annunzia secondo falsità.
Questo giudizio non solo è consentito, è obbligatorio. Guai se l’apostolo non lo emettesse, tutta la comunità verrebbe a trovarsi fuori del Vangelo a causa di un giudizio di conformità della parola che uno pronunzia al Vangelo che la Chiesa crede e proclama come l’unica verità che salva e redime l’uomo.
Ognuno, non solo l’apostolo del Signore, dovrebbe essere in grado di operare questo discernimento, dovrebbe essere capace di distinguere il buon grano dalla zizzania.
Questo discernimento compete ad ogni cristiano, anche se non tutti i cristiani sono capaci di poterlo fare, pur essendo obbligati a farlo sempre e comunque.
Paolo non emette un giudizio di responsabilità, di colpevolezza, di condanna; emette un discernimento veritativo. Egli sa la verità di Cristo Gesù, la conosce in tutta la sua perfezione, sa anche cosa questi tali dicono e predicano e constata che la loro parola non è quella proferita da Cristo Gesù.
Poiché lo fanno con malizia manifesta, essi sono fraudolenti. Sono falsi perché non dicono la parola di Gesù, pur annunziandola come tale; sono fraudolenti perché non solo ingannano la gente, hanno anche la coscienza di ingannare, fanno questo per ingannare e questo è manifesto.
Poiché è manifesto egli può benissimo dire che sono falsi e fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Gesù, mentre in realtà non lo sono.
Se tutti nella Chiesa avessimo questa forza e questo coraggio di Paolo nello smascherare i falsi profeti, la verità di Cristo e del suo Vangelo brillerebbe con luce così intensa da abbagliare il mondo intero. Purtroppo molti guai della Chiesa sono frutto di omissione, di compromissione, di paura degli uomini, di quel timore umano che nessun uomo di Dio dovrebbe avere, specie quando si hanno posti carichi di tanta responsabilità.
La forza di un apostolo del Signore non sta nel lavoro che lui svolge quotidianamente; la sua prima forza, dalla quale tutto dipende è la sua capacità di discernimento e la volontà di intervenire sempre per mettere in guardia tutti coloro che potrebbero in qualche modo avere contatto con la falsità e restarne inquinati.
Se ad un uomo di Dio, ad un discepolo di Gesù manca la forza della verità, egli non potrà essere di giovamento ad alcuno. La falsità camminerà nella sua casa e inquinerà tutti coloro che in qualche modo hanno relazione con lui.
[14]Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce.
Paolo annuncia qui il principio che governa l’agire di questi uomini. Per poter lavorare essi devono mascherarsi da uomini di verità, di Vangelo, devono coprire la loro falsità e il loro inganno con un abito di luce e di amore.
Sono costoro perfetti imitatori di satana, il quale, anche lui, si veste da angelo di luce, si maschera da amico dell’uomo per la rovina dell’uomo.
Questo è il modo attraverso il quale, sia i falsi e fraudolenti operai sia satana, si presentano dinanzi alla gente per trarli nella loro falsità e nel loro inganno.
Se l’uomo si maschera, se satana si maschera, se costoro si rivestono con le vesti della luce, mentre in realtà sono tenebra, come facciamo noi a smascherarli? Abbiamo noi dei mezzi infallibili per conoscere la loro menzogna perpetrata ai danni del Vangelo e quindi ai danni della nostra vita eterna?
L’arma c’è ed è una sola: la luce dello Spirito che abita nel nostro cuore. Solo chi è perennemente nello Spirito Santo potrà conoscere infallibilmente chi è falso da chi è vero.
Chi non è nello Spirito del Signore facilmente cadrà; si lascerà abbindolare dalla falsità, la falsità abbraccerà, da essa sarà condotto da errore in errore e da male in male e questo perché non ha posto alcuna attenzione a crescere e ad abbondare nella saggezza ed intelligenza dello Spirito Santo di Dio.
Non basta possedere una buona istruzione, non è sufficiente neanche avere una formazione adeguata nella verità. La verità e la falsità sono separate da un sottilissimo filo di rasoio.
È facilissimo passare dalla verità nella falsità, basta cambiare una sola virgola al Vangelo per trovarsi in un baratro di menzogna e di non verità che salva.
Come per rimanere nella verità del Vangelo occorre lo Spirito Santo vivo dentro di noi, così per discernere la falsità proposta e annunziata come verità è solo possibile grazie allo Spirito Santo di Dio.
Chi è senza lo Spirito di Dio vivo ed operante dentro di lui, facilmente sarà conquistato dalla falsità, perché non ha la forza di respingerla, perché non possiede la sapienza per discernerla. Mentre chi possiede lo Spirito Santo vivo ed operante in lui, non solo rimane sempre attratto dalla verità e sta lontano dalle tenebre, ha in più la capacità di discernere falsità e verità e inoltre la fortezza per aggrapparsi alla verità e respingere la falsità che gli viene proposta come un bene maggiore, come una luce più grande.
Il cammino nella santità si rivela quindi come l’unica via possibile per un discernimento santo.
Da qui nasce l’obbligo per tutti coloro che rivestono qualche autorità nella Chiesa, a cominciare da tutti coloro che insegnano la dottrina cristiana e che sono i catechisti, ad attendere con tutte le loro forze a percorrere un cammino che dovrà condurli verso una santificazione sempre più grande, più matura, più elevata e perfetta.
Più si sale nella scala delle responsabilità e più l’acquisizione della santità diviene indispensabile, obbligatoria e questo in ragione dell’obbligo grave che essi hanno di discernere il vero operaio dal falso, l’autentico apostolo di Cristo Gesù da tutti quei lavoratori e operai fraudolenti che distruggono il gregge di Cristo e portano in rovina la sua vigna.
[15]Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.
A quanto già detto nel versetto precedente, bisogna ora aggiungere che Paolo identifica questi operai falsi e fraudolenti come ministri di satana, come suoi strumenti per portare morte eterna nel mondo.
Chi vuole ciò che vuole Cristo è suo strumento, apostolo, ministro, missionario; chi vuole ciò che vuole satana, anche costui è suo ministro, suo strumento, suo inviato.
La differenza però è grande. Cristo manda per la vita, satana invia per la morte.
Il principio della vita è la verità; il principio della morte è la falsità. Il principio della salvezza è il Vangelo; il principio della perdizione è la menzogna.
Altra osservazione è questa: chi semina la vita entrerà nella vita eterna; chi semina morte andrà nella morte eterna.
Non è concepibile che un seminatore di morte entri nella vita, né che un seminatore di vita vada a finire nella morte, a condizione che si perseveri sulla via, o della vita o della morte. Se avviene la conversione, ed è cosa sempre possibile per grazia di Dio, il seminatore di morte si trasforma in un seminatore di vita ed entra nella vita eterna.
Così deve essere detto per un seminatore di vita. Se si sconverte, se abbandona la via della verità ed inizia anche lui a seminare morte, la morte eterna lo ingoierà, l’inferno lo prenderà con sé e questo perché non ha perseverato sulla via del bene, non è rimasto fedele al Vangelo di Cristo Gesù.
D’altronde Gesù lo dice: “Chi persevererà sino alla fine si salverà”. Si salverà se avrà perseverato nell’annunzio e nella proclamazione della verità, nella testimonianza a Cristo Gesù, nella confessione e nel riconoscimento di lui dinanzi al mondo intero.
Purtroppo c’è da dire che oggi l’illusione governa i cuori e la falsità ha conquistato molte menti. Sono tanti, anzi moltissimi, coloro che credono, o pensano, di salvarsi facendo però una vita di peccato, di vizi e di ogni altra negazione della verità.
Paolo però ci avverte. Ognuno stia attento a ciò che semina. Chi semina vita raccoglierà vita eterna; chi semina morte raccoglierà morte eterna. Questa è la verità di Cristo e del suo Vangelo.
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2/22/2012 3:48 PM
 
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LAVORI E PATIMENTI

[16]Lo dico di nuovo: nessuno mi consideri come un pazzo, o se no ritenetemi pure come un pazzo, perché possa anch'io vantarmi un poco.
L’uomo si lascia attrarre dai fenomeni che in qualche modo lo turbano e lo sconvolgono.
Basta che in qualche posto ci sia solo la parvenza del miracolo, o qualcuno che dice di aver avuto sentore di una qualche grazia speciale, perché ci si mobiliti in massa. Si va, si corre, si viene, si riferisce, ma senza alcun fondamento nella realtà. Basta l’illusione, basta il pensiero, basta solo l’immaginazione.
Paolo però ha deciso in cuor suo di operare secondo un modo ben preciso, e il modo è quello evangelico.
Lui porta la verità, la verità genera la fede nei cuori, la fede opera miracoli e grazie; la fede cambia il mondo attorno e lo cambia veramente.
Perché lui ha scelto questa via difficile? Il motivo è sempre lo stesso. Chi viene a Cristo deve venire a Lui perché lo ha scelto e come si potrà scegliere solo Lui se si viene per una qualche grazia o per un qualche miracolo?
Paolo vuole evitare l’equivoco fin dall’inizio. Egli dona al mondo solo il Vangelo. Il resto lo tiene nascosto, del resto tace, non parla.
Tace le cose straordinarie che avvolgono la sua persona; fa silenzio anche sulle difficoltà che lo hanno accompagnato nel suo lungo e difficile cammino per l’evangelizzazione del mondo a lui contemporaneo.
Perché tace? Perché non vuole che qualcuno vada a lui perché lo vede coronato di gloria, lo consideri un valoroso combattente del Vangelo, un servitore di Cristo Gesù a prova di sofferenze e di umiliazioni.
Vuole che si vada a Cristo per se stesso e non per i meriti dei suoi operai. Per questo egli tace le grazie soprannaturali che lo avvolgono, ma tace anche le sofferenze che lo hanno accompagnato e che lo accompagnano ogni giorno nella sua peregrinazione per diffondere il Vangelo nel mondo.
Poiché i Corinzi vanno in cerca di cose portentose, credono non in Cristo Gesù e nella sua verità, ma nei contorni che accompagnano questa verità e pur di avere i contorni, anche se falsi, corrono anche dietro la falsità, è giunto il momento che dica qualcosa di sé ai Corinzi perché si convincano che non sono le apparenze che contano, ma solo la verità di Cristo Gesù.
Se Paolo volesse le apparenze, le avrebbe. E che apparenze! Le sue sarebbero verità del cielo, sarebbero meriti acquisiti sul campo di battaglia, sarebbero vere glorie e vere mortificazioni. La sua vita è verità come è verità il Vangelo che egli annunzia. Mentre la vita dei suoi detrattori è falsità come falsa è la parola che essi proclamano e con la quale ingannano e seducono molti che vanno dietro le apparenze.
Per parlare di sé Paolo deve vincere se stesso. È giusto che si vinca e che parli per amore del Vangelo, per la verità di Cristo che abita in lui.
E come se per un poco passasse dalla saggezza alla pazzia. Ma è giusto, anche per il più saggio, divenire per qualche momento pazzo per amore del Vangelo, perché Cristo sia creduto e i falsi operai svergognati nelle loro imposture e falsità.
La sua però non è pazzia; è estrema saggezza, somma saggezza. La somma saggezza non è forse follia per gli uomini. Ma che importa ciò che pensano gli uomini. Importante è che Cristo sia creduto, amato, onorato, difeso, predicato, acclamato, dato ad ogni uomo, il Cristo Vero, il Cristo della Parola storica, il Cristo del Vangelo di Dio, Lui stesso fattosi Vangelo e Parola per la nostra vita eterna.
[17]Quello che dico, però, non lo dico secondo il Signore, ma come da stolto, nella fiducia che ho di potermi vantare.
Paolo vuole rassicurare i Corinzi che quanto sta dicendo promana solo dalla sua volontà, nasce dal suo cuore. Non è comando del Signore.
Il motivo è quello di potersi vantare dinanzi ai Corinzi, così essi, se vogliono, possono aprirsi ad una più grande considerazione di lui.
Si aprirebbero così le porte del Vangelo per i loro cuori; si chiuderebbero invece le vie di accesso ad ogni falso apostolo dal quale loro si lasciano facilmente attrarre a motivo di ciò che sanno inventare a loro favore in modo da rendersi estremamente credibili.
Paolo vuole essere considerato lui uno stolto, non vuole in alcun modo che i Corinzi pensino che sia stato il Signore a comandargli di presentarsi secondo tutti i meriti che ha conquistato sul campo di battaglia.
C’è tuttavia da osservare che Paolo per amore verso il Vangelo vuole essere considerato lui pazzo e per amore del Signore si attribuisce ciò che sta dicendo, o rivelando, ai Corinzi.
Da un punto di vista teologico, dobbiamo cogliere una verità. Quando l’ascoltatore non è capace di comprendere le meraviglie che il Signore ha operato in noi, quando non è in grado di percepire il perché noi siamo quasi costretti a parlare di ciò che il Signore ha operato in noi e attraverso di noi, quando per la credibilità del Vangelo è giusto che noi parliamo di certe verità, naturali e soprannaturali, allora si rivela necessario esporre solo noi all’insipienza e alla stoltezza e non il Signore.
La gloria di Dio, il suo nome, la sua santità devono essere sempre protetti dal nostro dire, anche se questo dire è in ragione del suo nome, della sua santità, della sua verità.
È questo il motivo per cui Paolo dice, ma non dice secondo il Signore; dice come da stolto, come da pazzo. I Corinzi sapranno ora che ciò che dice viene esclusivamente da lui, e si riterranno appagati.
Ma ancora una volta essi mostrano un poco di insipienza e di stoltezza, dimostrano di non essere sufficientemente cresciuti nella conoscenza di Dio e di Paolo.
Può un apostolo del Signore ammaestrare gli altri secondo verità, se lo Spirito di verità non è in lui? Può dire qualcosa che serva loro come via di salvezza, senza la sapienza dello Spirito che è in lui?
Se è lo Spirito Santo che muove Paolo a parlare, a dire, egli dirà le cose sempre secondo il Signore, ma è giusto che i Corinzi non lo pensino, perché il loro cuore ancora è troppo debole e troppo misero per poter comprendere il mistero che avvolge Paolo e che lo accompagna in ogni sua manifestazione.
È giusto escludere il Signore e parlare in nome proprio? È giusto dire la verità nello Spirito di verità e di saggezza e far intendere che il Signore deve essere lasciato fuori?
Sì, che è giusto. È sempre giusto quando l’altro potrebbe farne uno strumento nelle mani dell’uomo, a suo uso e consumo. È giusto quando chi ascolta è talmente piccolo nella fede, nella speranza e nella carità, che potrebbe scandalizzarsi se sapesse che questo viene dal Signore. È giusto quando lo Spirito che conosce i cuori nella sua eterna saggezza ispira il profeta a parlare in suo nome, anche se è nel nome del Signore, perché colui che gli sta dinanzi potrebbe percepire male, capire male, operare male, attribuendo a Dio ciò che è solo della sua stoltezza.
È giusto infine ogni qualvolta bisogna dare un insegnamento che serva la causa del Vangelo, senza portare alcun danno al Vangelo.
Il Vangelo è il fine della vita di Paolo. Per il Vangelo attribuisce a Dio ciò che è di Dio e sempre per il Vangelo esclude Dio, ogni qualvolta c’è qualcuno che potrebbe fraintendere, facendone un uso assai improprio del nome di Dio e della sua rivelazione.
Questa è la più alta prudenza, il sommo. Quando si arriva a questa prudenza, dobbiamo concludere che si è anche al sommo e al vertice della santità.
[18]Dal momento che molti si vantano da un punto di vista umano, mi vanterò anch'io.
Il filo conduttore di questi versetti è sempre la sottile polemica con i falsi apostoli, con gli operai fraudolenti che tanto male hanno fatto alla Chiesa di Dio che è in Corinto.
Costoro erano dei millantatori, si vantavano di ciò che non possedevano, si attribuivano ciò che non avevano. Questo per avere credibilità presso i Corinzi.
Paolo non è un millantatore, non si attribuisce ciò che non ha. Egli è umile, mite, è servo fedele del Signore.
Se ha taciuto è per amore del Vangelo. Vuole che solo il Vangelo sia creduto, amato, servito, ascoltato.
Se ora parla lo fa solo per il Vangelo, perché sia creduto di più e ascoltato secondo la pienezza della verità che esso contiene.
Il suo però non è un vanto, è l’esposizione chiara della verità, è il racconto netto della sua storia con Dio.
Ma questa storia non è il frutto delle sue azioni, è bensì l’opera della grazia in lui.
Dal primo istante del suo incontro con Dio, Paolo è un afferrato dalla grazia; è uno che è spinto dalla grazia; è uno che lavora solo con la grazia.
La grazia è per lui campo, aratro, buoi, seme, raccolto, pane, sostentamento, vita. Questa è la relazione di Paolo con la grazia.
Sarebbe il suo un vanto se attribuisse a se stesso quanto è avvenuto in lui; invece egli nulla si è mai attribuito; tutto invece ha attribuito alla grazia di Dio che opera, ha operato, opererà in lui per la conversione dei pagani e per aprire la porta della fede a tutte le genti.
Anche se tutto è attribuito alla grazia e tutto è scritto in lui dalla forza divina, da Dio stesso, egli avrebbe voluto tacere ciò che riguarda la sua persona. C’è la Persona di Cristo Gesù che deve avere il sopravvento. Poiché ora la persona di Cristo è come sbiadita dalla figura dei superapostoli, è giusto che Paolo la rimetta sul suo piedistallo, partendo proprio da ciò che Cristo ha operato veramente in lui.
[19]Infatti voi, che pur siete saggi, sopportate facilmente gli stolti.
Quella dei Corinzi non è una saggezza spirituale, è invece una sapienza umana.
La sapienza umana ha dei canoni umani di valutazione, di discernimento che non sempre corrispondono a verità.
Poi, lo si sa, la sapienza umana è ingannevole, fragile, misera, capace di poche cose. Soprattutto è incapace di operare quel sano discernimento che separa il bene secondo Dio e il male.
Dal momento che la loro sapienza non riesce a discernere chi è millantatore, falso e bugiardo, chi si presenta per accreditare se stesso da chi invece viene nel nome di Cristo Gesù, per accreditare la sua verità e il suo Vangelo, essa si rivela poco affidabile.
Paolo vuole però che usino verso di lui lo stesso metro che hanno usato verso coloro che li hanno ingannati con la loro falsità e invenzione.
Vuole cioè che lo credano con la stessa intensità e come si sono lasciati fuorviare da loro, così per un poco si lasciano attrarre anche da lui avvicinandosi così al vero Vangelo, alla purissima verità di Cristo, alla santità dello Spirito Santo, al vero amore che Paolo nutre per loro, disposto come è a dare anche la vita perché rimangano nella verità di un tempo e nel Vangelo che lui ha predicato loro e dal quale ben presto si sono allontanati.
Ciò che Paolo chiede non potrà mai essere realizzato e il motivo è semplice. Paolo può pure tentare, ma nel suo cuore lo sa che è assai difficile.
È difficile perché è proprio della sapienza umana lasciarsi ingannare dalla falsità umana, a causa del cuore che non è puro e retto dinanzi a Dio. Mentre è difficile che la sapienza umana si accosti alla sapienza divina e si lasci attrarre da essa.
Per questo la sapienza non c’entra più. Occorre una grazia grande di conversione e questa è solo frutto dello Spirito Santo.
Tuttavia è possibile, sempre per grazia di Dio, che attraverso il discorso di Paolo, schietto e sincero, i cuori ritornino al vero Vangelo e si convertano al Cristo della Parola.
Sapendo Paolo la forza della sua Parola e la potenza dello Spirito Santo che sempre l’accompagna, non esita neanche per un istante a far ricorso a tutto ciò che Dio ha operato in lui, sia sulla terra che nel cielo.
Quando si parla a beneficio del Vangelo è giusto riporre la fiducia in ciò che diciamo, a condizione che invochiamo lo Spirito del Signore perché illumini il nostro spirito a dire cosa sagge e sante, in modo anche retto, illumini lo spirito dei destinatari della nostra parola perché accolgano la verità in essa contenuta e da questa verità sempre per opera dello Spirito Santo si lascino convertire al Vangelo della salvezza, iniziando un vero cammino di fede.
Qui però entriamo nel mistero della grazia e della conversione. Nel mistero della fiducia che dobbiamo accordare alla nostra parola, nel mistero dello Spirito Santo che è in noi e da noi deve passare negli altri per convincerli della verità che lui ha messo nel nostro cuore per darla agli altri.
[20]In realtà sopportate chi vi riduce in servitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia.
Paolo mostra in questo versetto tutti i limiti della sapienza umana.
La sapienza che viene da Dio è liberatrice. Ci fa passare dalla schiavitù alla vera libertà, dalla menzogna alla verità, dal vizio alla virtù, dal servilismo e asservimento degli uomini al vero servizio di Dio.
La sapienza che viene dall’alto è una sapienza operatrice sempre di discernimento. Con essa nel cuore sappiamo chi ama Dio da chi non lo ama, chi lo serve secondo verità da chi si serve del nome di Dio per i propri interessi.
La sapienza umana dei Corinzi non li aiuta per niente a discernere chi sono coloro che li amano e chi invece li riduce in servitù, chi li divora, chi li sfrutta, chi è arrogante con loro e chi li colpisce in faccia.
Se una sapienza non è capace di discernere chi fa il bene da chi fa il male, se allontana chi fa il bene e si avvicina a chi fa il male, che sapienza è mai questa?
Essa non serve per la vita, ma per la morte; è una sapienza insipiente, una saggezza stolta, una intelligenza cieca.
Questa sapienza non è frutto dello Spirito Santo, ma del peccato che è nell’uomo.
Questo rivela quanto poco cammino spirituale i Corinzi abbiano fatto finora e qual è la distanza che li separa da Paolo e quindi da Cristo; manifesta qual sia l’abisso che li allontana dalla verità del Vangelo.
Urge allora chiedersi: perché dopo anni di cammino nella verità del Vangelo si è in possesso di una sapienza insipiente?
La risposta è una sola: perché non si è operato il cammino nella grazia. Sapienza e grazia camminano insieme, crescono insieme. Quando un discepolo di Gesù non cammina nella grazia, anzi cade dalla grazia, cade anche dalla sapienza.
Cadendo dalla grazia e dalla sapienza di Dio, si ritorna nella sapienza umana, ma questa non serve per salvare un uomo. Questa sapienza non è luce in lui dello Spirito Santo, è solo frutto del suo peccato e il peccato non può essere mai via di luce, di salvezza, di redenzione.
Coloro che sono preposti alla guida delle comunità, devono necessariamente unire le due crescite: quella in sapienza e quella in grazia; la crescita in sapienza aiuta la crescita in grazia e la crescita in grazia sostiene il cammino dell’uomo perché proceda di sapienza in sapienza e di verità in verità, fino alla completa conoscenza spirituale di Cristo Signore, lui che è la Sapienza e la Saggezza di Dio fattasi carne, fattasi Parola umana per noi.
[21]Lo dico con vergogna; come siamo stati deboli! Però in quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch'io.
Conoscendo l’insipienza dei Corinzi è come se Paolo provasse un senso di rimorso. Se avesse fatto prima ciò che sta per fare adesso, avrebbe in qualche modo impedito che i Corinzi cadessero così in basso?
Umanamente parlando uno deve sempre mettere in discussione le sue azioni. C’è però un principio spirituale che mai dobbiamo ignorare. Il principio è questo: quando noi agiamo in un tempo, agiamo secondo la misura della fede e della grazia che è in noi.
Lo Spirito che è dietro di noi ed è in noi non può agire oltre la misura di questa grazia e di questa verità che è fruttificata e maturata nel nostro cuore e nel nostro spirito.
Quando noi aumentiamo in grazia e in verità, leggiamo la nostra vita di ieri secondo la misura della fede e della carità di oggi. Se ieri avessimo avuto la stessa fede e la stessa grazia di oggi certamente avremmo agito differentemente.
La soluzione è data da un altro principio spirituale, anche esso necessario da tenere sempre dinanzi ai nostri occhi, perché solo esso può dare alla nostra coscienza una luce di pace nella più grande verità.
Il principio è questo: la grazia ha i suoi tempi di crescita in noi e così la verità e la sapienza; così anche lo Spirito Santo.
Questi tempi sono per così dire naturali, nessuno li può abolire, accorciare. Sono tempi dell’uomo, perché l’uomo è tempo e storia. Chi volesse abolire la storia in un uomo ne farebbe un Angelo. Neanche in Cristo i tempi della crescita furono aboliti, accorciati, abbreviati.
L’uomo tuttavia è responsabile dell’arresto della crescita, o degli impedimenti che lui stesso ha posto sul cammino della crescita della sapienza e dalla grazia. Questo impedimento, o intralcio, o arresto, è il peccato. Il peccato è puntuale, è azione specifica, è trasgressione e violazione della legge santa di Dio.
Di ogni peccato bisogna pentirsi, fare penitenza ed espiazione, chiedere al Signore che voglia in qualche modo porre lui dei rimedi alla nostra stoltezza di un tempo, attraverso una crescita più veloce e più santa della grazia e della sapienza dentro di noi.
Altro rallentamento della crescita della sapienza e della grazia sono i molteplici peccati veniali e quei vizi che non vogliamo espellere dal nostro cuore. Anche questi dobbiamo togliere. Dobbiamo pulire il nostro cuore da tutte queste erbe cattive che soffocano e rallentano la crescita bene ordinata in noi della sapienza e della grazia.
Quando noi abbiamo fatto tutto ciò che è in noi, favorendo in tutti i modi la crescita della sapienza e della grazia, allora il nostro cuore può stare in pace. Ciò non toglie tuttavia che rimanga in noi quel desiderio di vittoria completa sul male, che Dio aveva anche messo nelle nostre mani, ma che non è avvenuto.
Ogni uomo è posto dinanzi allo strapotere del male, del peccato, del vizio, della tentazione. Una nostra vita tutta consacrata a vincere il male non è sufficiente. Altro non resta ad ogni uomo di Dio che affidarsi totalmente a Cristo Gesù e chiedere che per il suo mistero di morte e di risurrezione sconvolga il mondo con l’invio sempre nuovo del suo Santo Spirito, poiché solo Lui e nessun altro, pur facendo tutto quanto ci è stato chiesto di fare, potrà in qualche modo aiutare un’anima a convertirsi e a ritornare a Dio.
La debolezza di Paolo è una sola: quella di non aver fatto prima ciò che si sta accingendo a fare ora. Prima però non era ora; ora è il momento in cui deve prendere la penna e rivelare le grandi cose che il Signore ha fatto in lui e per mezzo di lui.
[22]Sono Ebrei? Anch'io! Sono Israeliti? Anch'io! Sono stirpe di Abramo? Anch'io!
Si comincia dalle origini. Chi sono questi falsi apostoli e operai fraudolenti che hanno ingannato i Corinzi? Di che cosa si vantano? Di essere figli di Abramo.
Ebbene Paolo è Ebreo per nascita. Israelita per stirpe. Figlio di Abramo al pari di tutti loro.
Se i Corinzi si sono lasciati confondere dall’origine umana di questi uomini, possono benissimo lasciarsi anche confondere dall’origine umana di Paolo. Tra i falsi apostoli e Paolo quanto ad origine non c’è nessuna differenza.
Perché a loro si crede e a Paolo non si crede? Non è l’origine che muove il cuore, ma ciò che è nel cuore.
Il cuore dei falsi apostoli e il cuore dei Corinzi è mosso da una sola cosa: il non amore verso Cristo Gesù.
La credibilità viene dal cuore, non dalla razza, o dalla stirpe, o dalla famiglia di origine.
Questo i Corinzi lo devono sapere. Se vogliono trovare le motivazioni per cui hanno creduto ai falsi apostoli e si sono allontanati da Paolo non è certo per ciò di cui quelli si vantavano, ma perché si sono trovati in sintonia con il loro cuore, o perché il loro cuore povero di grazia e di saggezza, si è lasciato facilmente confondere non dalle origini, ma dalla parole che loro dicevano.
La ragione o il motivo dell’allontanamento da Cristo non è mai negli altri, è da ricercare sempre in noi stessi. Esso è sempre nella nostra poca crescita in sapienza e grazia.
[23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.
Se non è per motivo umano, lo è forse per motivo soprannaturale? Lo è perché loro sono ministri di Cristo?
Per questa ragione i Corinzi si sono lasciati sedurre, tentare, allontanare dalla verità? Hanno abbandonato il Vangelo della salvezza per la menzogna che conduce alla perdizione?
Non è certamente per questo motivo. Paolo è ministro di Cristo più di tutti loro, non perché Cristo lo abbia chiamato lui direttamente sulla via di Damasco, ma perché ha meritato sul campo di battaglia di essere suo vero ministro.
Ha faticato più di tutti loro messi insieme. Con una differenza sostanziale. Loro faticano per il male, contro Cristo. Lui invece si affatica per Cristo.
Per Cristo Paolo è stato in prigione più volte, più volte è stato percosso, più volte si è trovato in pericolo di morte.
Quella di Paolo è veramente una vita votata interamente a Cristo e secondo la via del martirio, sia spirituale che fisico. Tutto di lui Paolo ha consegnato a Cristo Gesù.
Se Paolo è ministro di Cristo per la verità e per il Vangelo e non per la falsità e per la menzogna, perché i Corinzi non lo hanno ascoltato?
Non è allora questione di vanto umano, non è neanche questione di meriti conquistati in battaglia.
La questione è una sola: il cuore dell’uomo rifiuta la verità, rifiuta il Vangelo. Chi parla del Vangelo sarà sempre rifiutato, scacciato, allontanato; chi invece parla all’uomo da uomo che lascia l’uomo nella sua umanità fatta di peccato e di fragilità, costui è ascoltato.
Come si può constatare: la ragione in fondo è sempre la stessa. Non sono motivi umani che hanno spinto i Corinzi a rinnegare Paolo e ad accogliere i falsi operai. Sono invece motivi soprannaturali, motivi di verità eterna.
Il cuore dell’uomo è contro la verità soprannaturale; accoglie facilmente le verità umane. Le astuzie di satana gettano fumo negli occhi e l’uomo si trova ingannato, ma è ingannato non dal fumo di satana, ma dai pensieri malvagi che sono nel suo cuore e vi sono per nascita.
[24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi;
Sono queste le famose quaranta battiture con le verghe. Leggiamo nel Deuteronomio (25,1-3):
“Quando sorgerà una lite fra alcuni uomini e verranno in giudizio, i giudici che sentenzieranno, assolveranno l'innocente e condanneranno il colpevole. Se il colpevole avrà meritato di essere fustigato, il giudice lo farà stendere per terra e fustigare in sua presenza, con un numero di colpi proporzionati alla gravità della sua colpa. Gli farà dare non più di quaranta colpi, perché, aggiungendo altre battiture a queste, la punizione non risulti troppo grave e il tuo fratello resti infamato ai tuoi occhi”.
I colpi di legge erano quaranta. Se ne davano trentanove, perché se per caso si fosse sbagliato il conto durante la fustigazione e l’altro fosse morto in seguito alle ferite riportare, colui che aveva dato i colpi era responsabile di quella morte.
Per evitare un tale rischio, sempre per antica usanza se ne davano trentanove. Tant’è che nelle antiche versioni della Bibbia si diceva: “Ho ricevuto i quaranta colpi meno uno”.
Questo versetto serve a rivelarci con quale odio inveterato i Giudei trattavano Paolo. Ad ogni costo volevano la sua morte e non mancava occasione propizia per loro per manifestarlo.
[25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde.
Queste versetto ci rivela le sofferenze cui Paolo ha dovuto sottomettere il suo corpo: verghe, lapidazione, naufragi, in balia delle onde.
Nulla, ma veramente nulla gli è stato risparmiato. Tutto ha dovuto subire per amore di Cristo e della sua verità.
Da quanto Paolo ci sta rivelando dovremmo concludere una sola verità ed è quella che Gesù disse ai suoi apostoli nel Vangelo: “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; hanno odiato me, odieranno anche voi”.
Questo all’interno e all’esterno della Chiesa. La persecuzione, l’odio viene indistintamente da ogni uomo, che sia cristiano, o pagano ha poca importanza.
L’odio e la persecuzione hanno una sola radice: l’opposizione a Cristo e alla verità. Chiunque non è nella verità, chiunque non ama Cristo con cuore sincero, puro e semplice, chi non si è convertito a Lui e né si vuole convertire, si schiererà contro coloro che portano Cristo e il suo Vangelo.
La persecuzione e l’odio del mondo è il sigillo della nostra appartenenza a Cristo e alla verità del Vangelo.
È facile sapere se siamo di Cristo, se lavoriamo per il suo regno, se combattiamo la buona battaglia del Vangelo: è sufficiente osservare quante persecuzioni sono sul nostro capo, quante sofferenze fisiche e spirituali ci colpiscono.
Quando non ci sono sofferenze fisiche e spirituali per il Vangelo, quello che noi diamo non è sicuramente il Vangelo di Dio. Quando gli uomini ci acclamano noi non diamo il Vangelo di Dio. Quando tutti dicono bene di noi, noi non diamo il Vangelo di Dio. Quando il mondo ci innalza e ci costruisce monumenti, è il tempo in cui noi non diamo il Vangelo di Dio.
Perché i santi in vita sono odiati e in morte acclamati? Perché in vita hanno dato il Vangelo di Dio e il mondo li ha rifiutati. In morte non danno più il Vangelo e per questo il mondo li acclama, li esalta. Essi non lo disturbano più. Anzi in qualche modo anche lo aiutano, perché i cristiani si accostano a loro per rimanere nel mondo, ma non per uscire dal mondo.
[26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli;
Continua ancora la rivelazione di tutte le fatiche che Paolo ha dovuto sopportare per Cristo Gesù e per il dono del suo Vangelo alle genti. Come si può constatare non c’è luogo dove si vive la vita dell’uomo che non si trasformi per Paolo in un pericolo di morte, in una sofferenza grande, o del corpo o dello spirito.
Ogni persona, ogni luogo, ogni elemento della natura, ogni condizione religiosa, ogni mentalità, ogni vizio e ogni peccato si trasformano per Paolo in un pericolo mortale.
Neanche i cristiani sono qui risparmiati, a causa della loro gelosia, della loro invidia, della facilità attraverso la quale passavano dal Vangelo di Cristo ad un altro Vangelo, rinnegando Paolo e trasformandosi a volte, anzi spesso, in suoi denigratori, in spietati oppositori, in distruttori della sua opera e del suo ministero.
Possiamo dire che il mondo intero è contro Paolo, perché il mondo intero è contro Cristo Signore e la sua verità.
[27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità.
Oltre al mondo intero, c’è la condizione stessa del lavoro apostolico che mette a dura prova la resistenza dell’apostolo.
Paolo ci mostra in questo versetto come sia vero quanto Gesù dice nel Vangelo: “Il regno dei cieli subisce violenza e solo i violenti se ne impadroniscono”.
Questa violenza è necessaria sia per portare altri nel regno che per rimanere noi stessi in esso. La violenza è forza dello Spirito Santo, è la virtù della fortezza che ci fa superare ogni ostacolo, ogni difficoltà, dall’esterno e dall’interno, dal mondo e dallo stesso nostro corpo, spirito, mente, volontà e tutto quanto è in noi.
Il corpo ha bisogno di cibo, di acqua, di sonno, di riposo, di coprirsi. Ebbene Paolo lo ha abituato ad ogni cosa, veramente a tutto, come egli dirà nella lettera ai Filippesi (4, 10-13):
“Ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi: in realtà li avevate anche prima, ma non ne avete avuta l'occasione. Non dico questo per bisogno, poiché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. Tutto posso in colui che mi dá la forza”.
Solo sottoponendo il corpo al governo della fortezza che viene dallo Spirito Santo è possibile essere veri missionari del Vangelo. Chi invece si lascia schiavizzare dai vizi e dalle cattive abitudini, dalle mollezze e delicatezze della vita non può fare l’apostolo del Signore.
Dinanzi a questa rivelazione di Paolo appare assai evidente come sia poco il nostro spirito di fortezza, quasi nullo, specie oggi, in questo tempo, in cui non si abitua più nessuno al sacrificio, alla rinunzia, alla sopportazione, ad una vita moderata in ogni cosa.
Se Paolo è riuscito in tutto questo anche noi possiamo riuscirci; se lui ha avuto il pieno dominio del suo corpo anche noi possiamo averlo. Occorre però impegno, determinazione, forza di volontà, certezza di fede che sarà proprio in ragione del nostro impegno che il Vangelo di Dio potrà diffondersi nel mondo e la verità conquistare i cuori.
[28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese.
Le sofferenze di Paolo, o le sue fatiche non sono solo fisiche, del corpo. Sono soprattutto spirituali.
Quello che lo divora dentro, che non lo fa stare tranquillo, ciò che lo pone sempre in un continuo movimento dell’anima è il suo amore per le chiese. Questo amore da lui è chiamato assillo quotidiano, preoccupazione.
Questo assillo e questa preoccupazione Gesù la chiama zelo e lo zelo in Gesù era un fuoco che lo divorava dentro.
Conosciamo il fuoco che è in lui e con il quale vuole incendiare tutto i cuori. Questo fuoco sappiamo che è lo Spirito Santo di Dio, che deve intervenire nella nostra storia, incendiare l’uomo vecchio, far nascere l’uomo nuovo che renda a Dio il culto in spirito e verità.
Tutto questo lo conosciamo. Paolo ora ce lo rivela per quanto riguarda la sua persona. C’è in lui lo stesso fuoco d’amore che era in Cristo Gesù e questo fuoco si chiama desiderio di portare ogni uomo a Cristo, ma anche desiderio di aiutare ogni discepolo di Gesù a conservarsi nella verità e nella grazia che vengono da Dio.
In un contesto di tentazioni, di seduzioni, di persecuzioni, di inganni, di fraudolenza, in un clima agguerrito contro Cristo e il suo Vangelo come si fa a non sentire la preoccupazione e l’assillo per tutte le Chiesa? Come si fa a non temere, a non vigilare, a non mettere in atto ogni stratagemma perché la verità sia conservata nei cuori e la Parola di Dio sia mantenuta inalterata nei suoi contenuti di salvezza e di redenzione?
Tutto questo però causa dolore, sofferenza, consuma lo spirito. Questo assillo e questa preoccupazione la possiamo chiamare un lento martirio spirituale, una lenta e quotidiana offerta a Dio della vita, anche se in modo incruento, per la redenzione dei cuori. Questa offerta si traduce in opera, in lavoro, in interventi, in chiarificazioni, anche in Lettere appassionate aventi un unico scopo quello di fare ritornare le comunità nella retta fede e nella sana dottrina di Gesù Cristo.
Mentre ai falsi apostoli non interessa niente delle chiesa di Cristo Gesù e possono dormire sonni tranquilli, Paolo invece veglia su di loro, vigila attentamente, come un buon pastore, che avendo sempre timore che i lupi rapaci possano depredare il suo gregge, rimane sveglio perché il nemico non lo sorprenda nel sonno e distrugga tutto il suo lavoro apostolico.
Questa è la sofferenza di Paolo, sofferenza d’amore, di verità, di santità, sofferenza tutta spirituale, la quale, se aggiunta a quella fisica, del suo corpo, ci dona l’ampiezza del suo amore per Cristo Gesù.
[29]Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?
Paolo ci rivela in questo versetto una verità che merita di essere considerata, perché da essa si possono trarre alcuni principi operativi anche per il nostro apostolato.
Paolo non è un superuomo, non è uno che è stato privato della sua umanità, neanche è un uomo corredato di doti particolari; il Signore non gli ha dato un corpo insensibile e un’anima temprata come di acciaio.
Lui è uomo come tutti gli altri e sente la fragilità e la debolezza della sua natura. Sente tutto ciò che sentono gli altri corpi, avverte ogni cosa che avvertono gli altri spiriti.
La debolezza è compagna della sua vita, è l’abito del suo corpo e l’essenza del suo spirito.
Egli però sa come vincere la debolezza, la fragilità. La vince e la supera attraverso un grande allenamento, un esercizio perenne del suo corpo e del suo spirito e questo ce lo ha rivelato già nella prima Lettera ai Corinzi, dove espressamente dichiarava che lui trattava duramente il suo corpo per non essere alla fine squalificato.
Non è neanche uno spirito insensibile dinanzi al male che altri possano ricevere. Se un discepolo del Signore viene scandalizzato, lui freme nel suo cuore, ha timore che quell’anima possa perdersi, smarrire la retta via, abbandonare il sentiero della verità, lasciare l’ovile di Gesù Cristo, percorrere strade impraticabili che conducono alla perdizione.
Lui è sempre nel timore del suo spirito che qualcuno possa strappargli le pecore conquistate a Cristo.
Ciò che Cristo ha detto di sé Paolo vuole poterlo dire anche lui. Ma non è così facile. Cristo Gesù disse al Padre che tra tutti quelli che Lui gli aveva dato nessuno è andato perduto se non il figlio della perdizione. Tutti gli altri erano stati conservati nella verità del suo amore.
Paolo vorrebbe poter dire altrettanto. La storia tuttavia gli dimostra il contrario. Spesso quelli che lui conduceva al Vangelo si lasciavano tentare, smarrendosi, abbracciando altri pensieri e altre idee che li portavano lontano da Gesù Cristo.
È questo il motivo per cui freme quando un discepolo del Signore subisce scandalo. È in pericolo la sua anima e lui vorrebbe che questo non avvenisse.
Ma l’apostolo non può governare la fede dei discepoli del Signore. Egli può presentarsi dinanzi a loro come un maestro, un formatore, uno che interviene, corregge, ammonisce, chiarifica, senza interruzione alcuna, spendendo tutte le sue energie e le sue forze fisiche e spirituale.
Però alla fine deve anche lui constatare che la salvezza di un’anima non dipende solo da lui; dipende da lui e dall’anima e se l’anima non vuole mettere alcun impegno per crescere in grazia e verità, dinanzi alla prima tentazione di certo cadrà e abbandonerà la via della giustizia e della santità.
[30]Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza.
Perché Paolo si vanta della sua debolezza? L’uomo deve vantarsi di ciò che è suo, veramente suo.
Suo, dell’uomo, è solo il peccato, la debolezza, i vizi, le concupiscenze, ogni genere di superbia e di vanagloria.
Paolo non ha peccato nel cuore. Ma del peccato neanche ci si può vantare perché il peccato offende gravissimamente il Signore.
La debolezza, la fragilità naturale non è un peccato. Di essa dobbiamo gloriarci, non però perché siamo deboli, ma perché nella nostra debolezza risplende tutta la grazia, la forza, la verità, ogni altro dono di Dio, datoci perché la nostra natura diventi forte, resistente, robusta, sia capace di compiere tutta e solo la volontà di Dio.
Come si può constatare sino alla fine Paolo conserva il principio unico alla luce del quale bisogna leggere tutta intera la sua vita.
Questo principio ci insegna che per il Vangelo bisogna sacrificare tutta intera la vita e solo chi sacrifica la vita per il Vangelo è degno di fede. Tutti gli altri che non sacrificano la vita sono falsi operai, o apostoli fraudolenti che ingannano e seducono le pecorelle del Signore.
Tuttavia il dono della propria vita al Vangelo e a Cristo Gesù non produce frutti perché la nostra natura sia capace di tanto, li produce invece perché la grazia di Dio e il suo Santo Spirito operano efficacemente in noi, operano però se noi lo vogliamo e se gli diamo tutto lo spazio necessario.
Siamo tutti impastati di umanità, l’umanità è una ed unica per tutti. Se però in essa facciamo entrare la grazia e lo Spirito del Signore, questa diventa strumento idoneo per compiere l’opera di Dio; se invece neghiamo alla grazia e allo Spirito la possibilità di abitare in noi, noi sperimenteremo tutta la nostra fragilità che si trasformerà in vizio e in peccato che contraddice vistosamente il nostro proclamarci operai di Cristo Gesù.
Della nostra debolezza bisogna vantarsi, ma per insegnare agli altri che tutto è possibile a colui che crede nella grazia di Dio e nel suo Santo Spirito.
[31]Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco.
Paolo ora chiama Dio a testimone della sua sincerità e della sua verità. Paolo non è un superuomo, è un uomo comune, come tutti gli altri.
Perché allora può presentarsi dinanzi ai Corinzi con tutta questa ricchezza spirituale, perché può manifestarsi a loro come un martire vivente, come uno che si è lasciato consumare per amore di Cristo e della sua Chiesa?
La ricchezza spirituale, questo “medagliere” che sbalordisce solo a leggerlo in ogni sua parte, questa sua tenacia nella proclamazione del Vangelo e i frutti che essa ha prodotto, non vengono dalla sua natura, promanano invece dallo Spirito Santo di Dio.
È lui l’artefice di tutto. Perché allora Paolo sì e noi no? Perché lui ha dato allo Spirito “carta libera”, gli ha consegnato se stesso, si è messo interamente nella sua volontà, nella sua mozione, nella sua spirazione?
Se noi facciamo altrettanto, anche attraverso di noi il Signore opererà i prodigi del suo amore, compirà segni evidenti della sua grazia per la salvezza del mondo intero.
Da notare anche il modo delicato, la forma di fede con la quale parla di Dio.
Dio è Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Non è solamente Padre; è Dio e Padre. Conosciamo il significato della paternità di Dio per rapporto a Cristo Gesù, si tratta di una paternità di generazione.
Di questo abbiamo già sufficientemente parlato.
A Dio che è Padre del Signore nostro Gesù Cristo deve elevarsi dal nostro cuore un inno di benedizione. Dio deve essere proclamato benedetto nei secoli.
Dio non è benedetto per un momento, per un istante, o per un periodo della nostra vita. Dio è sempre da benedire, sempre da esaltare, da celebrare, da magnificare, da ringraziare.
Volendo leggere questa affermazione alla luce di quanto viene detto in questo capitolo dobbiamo concludere che Dio è da benedire nella fame, nella sete, nella nudità, nelle persecuzioni, nelle veglie e nei digiuni, nelle sentenze di morte e nelle lapidazioni.
La forza di santità del cristiano consiste proprio in questo: nell’essere forte sempre in modo che dalle sue labbra possa sempre elevarsi questo inno di benedizione e di ringraziamento per il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Il motivo di tanta e perenne benedizione è uno solo: siamo dal suo amore sia per creazione che per redenzione; siamo dalla sua bontà anche per il cammino della speranza che abbiamo già intrapreso. Egli ci attende per essere sempre con lui nel Paradiso e quanto ci capita nella nostra vita mortale è solo un gradino che deve portarci sempre di più vicino a Lui, nella santità oggi, nella gloria del cielo domani.
[32]A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi,
È, questa, una delle prime sofferenze che Paolo ha dovuto subire per il nome di Cristo Gesù.
Lui a Damasco era andato come persecutore dei cristiani. Subito, dopo che il Signore lo aveva folgorato sulla via che conduceva alla città, dovette anche lui sperimentare la persecuzione.
I Giudei lo volevano morto. I cristiani lo hanno nascosto, protetto, aspettavano il momento propizio per farlo uscire dalla città e metterlo così in salvo.
Era però difficile fuggire a causa delle guardie che il re Areta aveva messo intorno alla città per custodire ogni possibile via di fuga.
Cosa fare per non cadere nelle mani dei suoi nemici? Il Signore che lo aveva scelto per portare il Vangelo al mondo intero, lo avvolge con il suo mantello di luce e lo protegge; con la sua sapienza ispira ai suoi amici come fare perché Paolo non cada nelle mani dei Giudei.
[33]ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani.
Paolo, come si sa, era piccolo di statura. I cristiani di Damasco pensarono di metterlo in una cesta, calarlo dalle mura e così una volta fuori della città per lui era facile potersi salvare.
Così fecero e lui ebbe, per questa volta, salva la vita, come la riebbe sempre salva in tutte le altre volte, finché non giunse a Roma la sua ora.
Perché Paolo racconta anche questo episodio? Per dire ai Corinzi che la sua non fu per nulla una vita fatta di privilegi e di assenza di ogni persecuzione.
Anzi, fin dal primo istante della sua folgorazione sulla via di Damasco dovette duramente scontrarsi con l’odio violento e crudele dei suoi nemici.
Vigila però sulla sua testa una mano invisibile, quella del Padre dei cieli. È Lui che lo libera e lo salva. È lui che lo protegge e lo conduce. È lui che gli dona la forza di superare ogni avversità, ogni ostacolo, ogni sofferenza. È lui che quasi in Asia lo risuscita dopo aver ricevuto su di sé la sentenza di morte ed essere stato lapidato.
Lui non è un privilegiato, è un chiamato come tutti gli altri. A differenza degli altri ha dato spazio nel suo cuore allo Spirito di Dio e alla sua grazia. Per questo dove gli altri hanno naufragato, lui ha mietuto copiosi frutti di Vangelo e di fede. Se noi lo imitiamo nella sua fede, anche la nostra terra diventerà fertile e il seme di Dio produrrà ove il trenta, ove il sessanta, ove il cento per uno.
Ora i Corinzi sanno chi è Paolo, sanno quanto gli costa l’annunzio della verità; poiché sanno, se vogliono possono fare sempre la differenza tra lui che li ama e gli altri che li vogliono solamente sfruttare ingannandoli.
Ora la decisione è tutta nelle loro mani. Se vogliono si possono salvare, altrimenti anche per loro la fine sarà la perdita di Cristo per tutta l’eternità.
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2/22/2012 3:50 PM
 
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LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Un po’ di follia. Paolo sta per rivelare ai Corinzi la sua vita. Essa è avvolta tutta dalla grazia Dio, grazia dentro e fuori, sulla terra e anche nel cielo. Possono loro comprenderlo? Non sembrerò ai loro occhi il suo racconto una pura follia? Ma che forse tutte le opere della grazia in noi e fuori di noi non sono una follia per chi non ha fede? Per comprendere Paolo che parla dell’azione della grazia in lui è necessario lo Spirito Santo. Deve essere nello Spirito Santo colui che parla, ma anche colui che ascolta. Se colui che parla non è nello Spirito Santo, rischia di trasformare la verità, o di farne un’esaltazione a suo vantaggio. Sarebbe un mentitore. Se colui che ascolta non è nello Spirito Santo, o non comprende e non afferra la grandezza dell’opera di Dio, oppure anche lui rischia di lasciarsi abbindolare dal racconto fantasioso, fuori di ogni verità di quanti dicono di essere avvolti dalla grazia di Dio, mentre in verità si tratta solo di fantasia umana e di terrena esaltazione, pura elaborazione della mente, creatrice di ogni realtà naturale e soprannaturale, invenzione del cuore per la gloria della propria persona.
Promessi ad un unico sposo. Paolo vede i Corinzi come una vergine casta. Deve presentarli tutti a Cristo, loro sposo divino. Non vuole che un pensiero della terra rovini la loro verginità nell’amore e nella verità e per questo sente per loro una gelosia divina. Li vuole tutti per Cristo Signore. Deve consegnarli tutti a Lui. È in fondo questa la vera missione di ogni apostolo del Signore: andare per il mondo, cercare di queste spose fedeli e caste, che vogliono anche mantenersi tali, in modo da stringere con Cristo Gesù un’alleanza di amore eterno, nella verità e nella giustizia. L’amore per Cristo deve essere nella verità. Senza verità non può esserci alcun amore per Lui. La verità è una sola: la volontà del Padre suo che è nei cieli. Come Cristo visse per fare la volontà di Dio, così ogni uomo deve vivere solo per fare la volontà di Cristo Gesù. In questo cammino di verità in verità c’è un pericolo: il traviamento nei pensieri e nelle intenzioni, nel cuore e nell’anima, frutto della tentazione di satana, il quale sa bene inoculare la menzogna su Dio e su Cristo in modo da allontanare le anime da Cristo e da Dio. Il pericolo è sempre uno e lo stesso: la perdita della purezza e della semplicità nei riguardi di Cristo e del suo Vangelo. Contro questo pericolo deve sempre vigilare l’apostolo del Signore. Egli deve essere uno scudo potente di fronte alla comunità perché i dardi infuocati di satana non colpiscano la comunità e la distruggano.
Dove si nasconde satana? Satana sa, ed è questa la sua astuzia, che il suo nemico è la verità. Lui è padre di menzogna, di falsità, padre di inganno e di ambiguità. Se riesce a distruggere la verità, se riesce a far sì che la verità non giunga nei cuori, lui ha vinto. La falsità conquisterà il mondo e lo governerà per sempre. Ci sono delle roccaforti della verità che sono le scuole di teologia. Se lui riesce a impossessarsi della mente di un professore di teologia, facendogli insegnare un Cristo diverso, un Cristo che non è il Cristo del Vangelo, satana per molti anni può stare tranquillo. Migliaia e migliaia di anime saranno in suo potere, senza che lui nulla faccia. Un solo professore, un solo maestro vinto dalla sua menzogna produce dall’interno della Chiesa tanta di quella devastazione infinitamente di più di dieci mila nemici della Chiesa dall’esterno. Altra roccaforte sono i ministri della Parola (Vescovi, Sacerdoti, Diaconi). Se riesce a far sì che uno di questi si allontani dalla verità, tutti coloro che sono sotto il suo governo pastorale, sono e rimarranno per molti anni schiavi della menzogna, dell’errore, di una falsa concezione di Dio. C’è infine, come si è detto precedentemente, l’esercizio passivo dell’autorità, il non intervento. Si sa che uno insegna la falsità, non si interviene, per paura, o per altro motivo umano, anche a volte per amicizia, e così satana ha un valido aiuto per distruggere la Chiesa di Cristo. Satana non lavora per inquinare un bicchiere di acqua. Sarebbe un lavoro immane da fare. Sarebbe facilmente sconfitto. Inquina invece direttamente le fonti. Bastano due o tre fonti inquinate perché l’errore si espanda a macchia d’olio. Poiché le fonti sono anche in collegamento tra di loro: una può inquinare l’altra senza che neanche se ne accorga e così la falsità prospera nella Chiesa e nessuno se ne avvede. Se coloro che dovrebbero vigilare, vivono l’esercizio passivo della loro autorità, satana ha buon gioco.
Cristo diverso. Al tempo di Paolo si insegnava uno Spirito diverso, con un Vangelo anche diverso. Il combattimento di satana contro la verità era diretto contro il principio allora maggiormente in forza e in potenza. Abbiamo detto che satana va direttamente alla fonte, al principio. Distruggendo la fonte, annullando il principio egli ha vittoria su tutto ciò che dal principio e dalla fonte promana. Lui non attese che Adamo ed Eva avessero una discendenza. Questa sarebbe nata nello stato di giustizia originaria. Avrebbe dovuto tentare sia i genitori che la loro prole. Invece fa cadere la fonte della vita, il principio primo di ogni vita e così ogni vita è nella morte. Lui non combatte una battaglia effimera, inutile, dispendiosa di molte energie. Lui va al centro della verità, al principio della vita, all’origine della salvezza. I più grandi tentati sono il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi, le Religiose, i Maestri di Teologia e ogni altro ministro della Parola. Se cade il principio, la fonte, cade con loro tutta la comunità che essi dirigono o governano. Al tempo di Paolo il Vangelo era forte, lo Spirito agiva con potenza. Satana combatteva il Vangelo di Paolo, negava lo Spirito che Paolo dava. Ora invece che il Vangelo non esiste più, ora che lo Spirito non governa più le menti, a satana non interessa più negare il Vangelo. Non esiste. Non interessa più combattere lo Spirito. Non è operante nei cuori. Oggi sta lavorando per insinuare nelle menti un’altra delle sue falsità: l’indifferentismo religioso. Non è necessaria nessuna religione in particolare per la salvezza, tutte le religioni sono buone, sono uguali, sono sante. Più falsità di questa non può esistere. L’unico Salvatore e Redentore è Cristo Gesù. Per combattere Cristo oggi si serve dell’indifferentismo religioso, dichiarando Cristo uno dei tanti, non il solo; affermando che tutte le religioni sono vie di salvezza. Poi la storia ci dimostrerà che l’uomo è avvolto dalla morte e dalla falsità. Ma di questo nessuno si convincerà, penserà che non dipende dalla religione, ma dal cuore dell’uomo, ignorando volutamente che il cuore solo Cristo lo può trasformare e solo lo Spirito Santo di Cristo lo può rinnovare. Satana, ed è questo un altro dei suoi stratagemmi, si serve della sapienza umana per velare la croce di Cristo Gesù.
Incontrarsi con la verità (Paolo), incontrarsi con uomini (superapostoli). Paolo è vero servo del Vangelo. Evangelizza e lavora, si affatica e soffre, vive una sollecitudine per tutte le chiese, il suo è un amore sacrificale, oblativo. Veramente lui ha votato tutta la sua vita a Cristo, divenendo olocausto e sacrificio per la salvezza del mondo. Chi incontra lui, incontra la verità, incontra l’amore, incontra la santità. Quando invece la verità di Dio non è nel cuore di un uomo, né in esso vi abita la sua santità, che è potenza di grazia e di amore, chi lo incontra, incontra semplicemente un uomo. Costui non è strumento di salvezza, perché non è fonte di amore, di verità, di speranza. Lui è senza Cristo, è solo con se stesso. Mai chi è solo con se stesso, potrà aiutare un fratello a incontrare Cristo. Sarebbe questo un vero controsenso. Fa incontrare Cristo chi è pieno di Cristo, chi invece è pieno del mondo altro non fa che far incontrare coloro che lo incontrano con il mondo. Ognuno però deve sapere con chi si incontra e chi incontra, per che cosa incontra l’altro. Molti sono i tentatori, molti sono anche coloro che si lasciano tentare. Se invece si parte da un principio santo e cioè che la nostra salvezza è posta anche nelle nostre mani, ognuno farebbe molta più attenzione quando incontra qualcuno. Se lui va alla ricerca di Cristo e Cristo non incontra nella persona incontrata, è il segno che costui non possiede Cristo. Cercarlo in lui è cercarlo inutilmente. Bisogna recarsi altrove, se veramente si cerca il vero Cristo. Questo non deve significare che si è girovaghi, o che bisogna fermarsi necessariamente presso coloro che non danno Cristo, deve significare invece che ognuno ha il diritto di cercare il vero Cristo e che se qualcuno non lo trova presso di noi, o noi facciamo di tutto per darglielo, oppure è giusto che lasciamo all’altro tutta la libertà di poterlo cercare, trovare, sposare. L’anima cerca solo Cristo, non cerca gli altri. Tutti gli altri siamo strumenti di Cristo per portare ogni anima a Cristo.
Neanche chi è mosso sa perché è mosso. C’è un principio di fede che deve essere sempre chiaro al nostro spirito. Chi è mosso dallo Spirito di Dio neanche lui sa di essere mosso. Se lo sapesse, non sarebbe più mosso. La mozione dello Spirito è un movimento che dal Cielo, dallo Spirito del Signore, investe il cuore, l’anima, i sentimenti. Quasi mai investe la mente. Se investisse la mente, ci sarebbe coscienza di questa mozione. Invece, poiché la mente resta quasi sempre fuori, è questo il motivo per cui neanche colui che è mosso sa di essere mosso e soprattutto neanche lui sa perché è mosso. Agisce e basta. Opera perché lo Spirito lo muove ad agire, a volte senza svelargli il motivo, le ragioni, la causa o altro. La mozione dello Spirito avviene però quando un uomo, una donna, si consegna interamente a Lui e da Lui si lasciano muovere senza chiedersi, senza interrogarsi, senza domandare il perché. La mozione dello Spirito è l’espressione più alta della libertà dello Spirito che spira dove lui vuole, noi ne sentiamo la voce, ma non sappiamo né da dove viene né dove va. Perché lo Spirito possa muovere una persona, occorre che questa sia totalmente libera da pensieri, da affanni, da altri condizionamenti umani. È necessario che viva la più grande e più assoluta povertà in spirito. Solo i poveri in spirito possono essere mossi dallo Spirito Santo e mossi abitualmente. Tutti gli altri hanno l’impedimento dei loro pensieri e dei loro affanni, delle loro piccole schiavitù che ostacolano, anzi impediscono ogni azione dello Spirito Santo su di loro e per mezzo di loro.
Le vie necessarie per la predicazione del Vangelo. Perché si possa predicare il Vangelo ad ogni creatura, ci sono delle vie necessarie, obbligatorie. Ignorarle, non percorrerle equivale a non predicare il Vangelo della salvezza. Chi vuole predicare il Vangelo ad ogni creatura non può fare questa scelta motivandola da un amore minore, piccolo, di convenienza, di opportunità, di egoismo o di evasione. La predicazione su una tale motivazione non solo non si regge, non ha neanche il fondamento solido, di credibilità, il solo che produce frutti di vita eterna nei cuori. Perché si possa predicare con frutto il Vangelo occorre che nel cuore ci sia un desiderio e un fuoco di salvezza che ci consuma, ci sia uno zelo per il Signore così alto e profondo, dinanzi al quale ogni altro intendimento cade, perde il suo valore, diviene inesistente. La via necessaria da imboccare per l’evangelizzazione dei popoli deve essere una sola: la salvezza eterna di ogni uomo. Se si perde di vista la salvezza eterna, ci si ripiegherà su motivi sempre contingenti, ma questi non hanno la forza di spingere il missionario fino al martirio e non appena l’opera è iniziata, o si porta avanti a fatica e malamente, senza alcun interesse; oppure abortisce. È questa la storia di tanta nostra pastorale e di tanto lavoro apostolico. Oppure, ed è questa l’ultima conclusione, si fa un apostolato finto. Si finge di lavorare per Cristo Signore, mentre in realtà si curano solo i propri interessi nella vigna del Signore.
Dal comportamento di Paolo i Corinzi possono stabilire se ciò che egli annunzia è verità. Chi vuole predicare il Vangelo deve possedere un solo desiderio nel cuore: la salvezza eterna delle anime. Deve anche essere corredato di uno zelo così grande e da un fuoco così potente da incendiare il cuore del missionario, fino a consumarlo interamente per il suo gregge. Questo desiderio e questo zelo, questo fuoco e questo amore sono ben visibili, si trasformano in opera di evangelizzazione, in apostolato. L’altro lo vede, lo nota, lo percepisce. Se vuole, può fare la differenza con coloro che questo zelo, questo amore, questa carità e questo desiderio non hanno nel cuore. Ognuno può sapere, se lo vuole, chi lavora per la salvezza delle pecore, da chi usa le pecore per un suo particolare interesse. Dal comportamento si può pervenire alla falsità degli uni e alla verità degli altri. La differenza è di amore, di verità, di fede. Quanti sono falsi apostoli, operai fraudolenti, mascherati da apostoli del Signore non possiedono né l’amore, né lo zelo, né il desiderio di salvezza per le pecore. Pascono solo se stessi, ma per pascere se stessi devono necessariamente distruggere i veri operai di Gesù Signore. Come? Parlando male di loro presso le pecore del Signore. Queste, però, se sono di buona volontà, se cercano la verità, possono trovarla, perché possono fare la differenza tra chi le ama e chi se ne serve soltanto. La salvezza della propria anima – lo ripetiamo – è il bene più grande; ognuno ha il dovere di condurla nel cielo e per questo deve evitare di lasciarsi tentare di tutti coloro che non lavorano perché l’anima vada nel cielo; lavorano invece perché ci si allontani dalla verità, si abbandoni Cristo Gesù, si viva solo superficialmente di Vangelo e solo superficialmente si compia il cammino nella verità con una santità a prova di carità, di misericordia, di amore.
Giudizio di conformità. Ogni discepolo del Signore è obbligato pertanto a fare un discernimento veritativo, a operare la differenza tra la verità e la falsità, tra chi annunzia il vero Cristo e chi lo ha già falsificato e manomesso nella sua essenza più pura. Perché a volte, anzi spesso, si manca di questo giudizio di conformità? Perché, pur operando il giudizio, non si ha la forza di prendere le giuste decisioni, la prima delle quali è quella di opporsi con determinazione ad ogni falsità che viene seminata nella vigna del Signore? La ragione è una sola: siamo deboli perché non siamo santi; siamo incapaci perché non abbiamo mai iniziato un vero cammino di perfezione cristiana. Siamo trascinati nel male, perché già il male dimora nel nostro cuore. Il male trascina verso il male, l’indecisione verso la falsità, il peccato verso l’abbandono di Cristo, l’errore ci spinge a rinnegare la verità e chi questa verità proclama. Il male che è fuori di noi trova terreno fertile dentro di noi, a causa della non fede che già ha conquistato il nostro cuore, e noi siamo esposti in modo irrimediabile ad ogni falsità che, inquinando le nostre orecchie, si riversa precipitosamente dentro la nostra anima e la conduce al fallimento nella verità e nella carità. Chi vuole proteggersi dal male che viene dal di fuori di lui deve iniziare un serio programma di ascesi spirituale, deve fortificarsi nello spirito, deve crescere in sapienza e grazia. È questa la via perché il male di fuori non inquini il nostro cuore; è questa anche la via che ci consente di operare infallibilmente un giudizio di conformità tra ciò che ascoltiamo e la Parola di Cristo Gesù. A ben guardare le cose, si può affermare con certezza che oggi pochissimi, quasi nessuno opera più questo giudizio e tutto quello che ascolta, o non lo recepisce perché non lo comprende, e quindi il diavolo lo porta via, oppure lo recepisce secondo il suo criterio interiore che è già inquinato dal male che abita in lui e dalla falsità che già modella il suo spirito e la sua mente. La santità, e solo la santità, è l’unica via che ci consente di poter operare sempre un giudizio di verità su quanto ascoltiamo. Senza santità, la luce dello Spirito dentro di noi e debole e fioca e nulla vediamo del male che si nasconde e si cela nelle parole che ci vengono dette da chi non ama il Signore.
Scegliere Cristo e non le sue grazie. Altro errore che sovente si commette è quello di scegliere Cristo per le sue grazie, ma non Cristo per se stesso. La nostra chiamata è a Cristo Gesù, non alle sue grazie. L’amore va oltre le grazie, perché l’amore di Cristo è la grazia di Dio per noi ed è una grazia di salvezza, una grazia che ci fa essere una cosa sola con il Figlio dell’Altissimo. Ma cosa significa scegliere Cristo per se stesso e non per le grazie che lui ci fa? Significa che Cristo deve essere l’unico oggetto del nostro amore. Lui e Lui soltanto deve essere la ricerca del nostro spirito, della nostra anima, della nostra mente. Scegliere Cristo per se stesso ha una valenza ben precisa: consegnare interamente la nostra vita a Lui perché ne faccia uno strumento di gloria per il Padre suo che è nei cieli. Poi, saprà Lui come adoperare questo strumento, su quali vie mandarlo e di quali mezzi provvederlo perché possa essere sempre strumento per una più grande gloria per il Padre suo. Andare invece a Cristo per le sue grazie, significa che la nostra vita non l’abbiamo consegnata Lui; la nostra vita ancora ci appartiene tutta. Vogliamo viverla secondo la nostra volontà e per questo, quanto non possiamo ottenere noi con le nostre forze, lo chiediamo a Lui perché ce lo conceda. Ma chi si appropria della sua vita non ama Cristo. Ama Cristo invece chi consegna la vita a Cristo perché per mezzo di essa si compie la salvezza dell’uomo sulla terra.
Il sommo della prudenza. Il sommo della prudenza nell’apostolo del Signore deve essere sempre quello di salvaguardare la gloria di Dio dinanzi agli uomini. Per questo è più che giusto esporre sempre e comunque la sua vita anche all’incomprensione, al ludibrio, alla mormorazione e ad ogni altro genere di cattiveria pur di salvaguardare l’onore e la gloria del Signore. Il suo, quello del missionario, è un ministero di grazia, di conversione, di fiducia nello Spirito Santo. Questa ricchezza di doni da offrire al mondo intero non lo preserva dal male che regna nel cuore degli uomini, prima però che male contro il missionario, è male contro Dio. Ogni male che si commette nel mondo è sempre e prima di ogni cosa contro il Signore, poiché è trasgressione della sua volontà, autonomia da Lui per quella superbia, frutto del peccato originale, che mai finisce di attaccare il cuore dell’uomo e di renderlo suo prigioniero. Il missionario, nella sua grande saggezza e prudenza, deve sempre far ricadere ogni cosa su di Lui, mai deve operare imprudentemente, facendo ricadere la responsabilità sul Signore, rendendolo così inviso all’uomo. È questa una strategia che Paolo adopera in ogni momento. La gloria di Dio è il fine di ogni sua azione, parola, comportamento. Se per la gloria di Dio deve assumersi lui ogni responsabilità, lo fa con tutto l’amore che è nel suo cuore. In questo è di esempio e di modello per ogni altro evangelizzatore, molti dei quali non sempre hanno lavorato per manifestare la gloria di Dio; hanno invece usurpato la gloria del Signore per un beneficio personale.
Grazia e sapienza camminano insieme. Tutto questo è frutto della sapienza soprannaturale che dimora nel cuore dell’apostolo del Signore. La sapienza però cammina sempre insieme alla grazia; se cresce la grazia nel cuore, cresce anche la sapienza; se invece la grazia arresta la sua crescita, anche la sapienza viene meno, addirittura potrebbe diventare insipienza, stoltezza, vanagloria, ricerca di sé, invidia e ogni altro genere di male, frutto della carne che milita in noi. Questo deve insegnarci che la crescita in grazia è essenziale al missionario, al cristiano, più di ogni altra cosa, più che lo studio, più che la dottrina, più che le altre virtù umane. Se cresce in grazia, cresce in tutto; se non cresce in grazia, non cresce in niente. Anche lo studio della teologia deve essere supportato da una grande crescita in grazia. La grazia è come il terreno su cui matura ogni altro dono di Dio; se viene a mancare la grazia, tutto deperisce, tutto secca, tutto scompare, tutto si perde. Anche gli studi alti e profondi sulle verità della fede, senza la crescita in grazia non giovano a nulla.
Lo Spirito non può agire oltre la misura della grazia che è in noi. Questa affermazione ci fa comprendere quanto sia importante la crescita in grazia di ogni cristiano. La grazia dona allo Spirito Santo la misura della sua azione. Se la grazia è grande, forte, lo Spirito Santo può agire con altrettanta grandezza; se invece la grazia è poca, lo Spirito può agire con pochezza dentro di noi. Bisogna allora utilizzare a pieno tutti i tempi di crescita della grazia. Nessuna occasione deve essere sciupata, sapendo che siamo responsabili di ogni azione che arresta la crescita e ne allunga i tempi. Peccati mortali, peccati veniali, vizi arrestano il tempo della grazia. Contro il peccato dobbiamo sempre lottare al fine di toglierlo dal nostro cuore, dalla nostra mente, da tutto il nostro corpo. Bisogna per questo iniziare una vera ascesi, un vero cammino di progresso, un esercizio costante, perenne al fine di eliminare ogni ritardo nella realizzazione in noi della Parola, la sola che determina la maturazione e la fruttificazione della grazia nel nostro cuore. Tutto questo ci spinge ad un’altra conclusione. A volte ci si lamenta dei fallimenti spirituali. Quasi sempre questi fallimenti sono visti come una mancanza di impegno, o come una pigrizia operativa, come un non amore verso la missione da compiere. Tutte queste motivazioni sono solo effetto, non sono la causa della mancata missione, che è una sola: l’arresto in noi della crescita in grazia; l’acquiescenza al vizio e al peccato che oscurano in noi ogni volontà di bene, ma soprattutto ci privano delle forze soprannaturali, indispensabili perché possiamo compiere la missione di salvezza dei nostri fratelli. Tuttavia c’è sempre da dire che lo Spirito Santo è sempre oltre la nostra debolezza e fragilità. Questo non significa però che la nostra assenza di grazia sia ininfluente per rapporto alla missione e alla sua mozione. Vuol dire semplicemente che la sua azione è sempre oltre le nostre umane capacità. Se è oltre le umane capacità, non è però senza le nostre umane capacità, che sono a Lui offerte e ampliate dalla grazia che agisce in noi, sempre per opera sua.
L’odio, la persecuzione, viene dal cuore non convertito. Chi vuole essere missionario di Cristo Gesù, apostolo del suo amore deve prepararsi alla tentazione, ma soprattutto deve disporre il suo cuore alla persecuzione. La persecuzione non viene solamente dal di fuori, viene dal di dentro e dal di fuori, viene dalla Chiesa e dal di fuori di essa. Essa è sempre il frutto di un cuore non convertito a Cristo Gesù, di una volontà che non aderisce al Vangelo della salvezza, da un’anima nella quale non abita la grazia santificante. La persecuzione però è sempre il sigillo sulla verità di Cristo. Chi è vero lo potrà sapere dalla persecuzione che si abbatte su di lui e si abbatte per la verità che egli difende, annunzia, proclama. La verità è una sola: la volontà di Dio, comunque essa venga conosciuta, appresa. Quando invece la persecuzione non è generata dalla proclamazione della volontà di Dio, quella persecuzione non è sigillo di Cristo, è manifestazione solo della nostra stoltezza e del male che noi abbiamo arrecato a noi stessi e agli altri.
L’amore per tutte le chiese. Zelo o fuoco che divora dentro. Paolo si cala veramente nel cuore dell’umanità. Egli dal cuore di Cristo ha appreso come si ama, questo amore ha versato nel suo cuore; questo amore, lo stesso che è di Cristo, vuole versare nel cuore di ogni uomo. Egli sa tuttavia che la salvezza di un’anima non dipende solo da lui, dalla sua opera, dipende prima di tutto dall’anima stessa, che può rifiutare o accogliere l’annuncio della salvezza, disporsi ad accoglierla, oppure rifiutarla. Nell’evangelizzazione ci sono cose che dipendono dal missionario e cose che dipendono dall’anima. Il missionario sempre sperimenta nella sua vita la debolezza della sua opera e la potenza della grazia del Signore.
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2/24/2012 6:45 PM
 
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CAPITOLO DODICESIMO


GRANDEZZA DEI DONI RICEVUTI DA DIO

[1]Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
Paolo rivela, ora, qualcosa di unico. Ciò di cui parla è una grazia così particolare, così rara, che solo a poche anime è stata concessa.
Il tema del vanto e della sua convenienza è stato ampiamente trattato. Paolo lo riprende per ribadire che certe cose avrebbe voluto che fossero rimaste per sempre sepolte nel suo cuore.
Per il Vangelo le ha vissute, per il Vangelo le sono state donate e ora che la causa del Vangelo lo richiede, lui è pronto a parlarne, anche se con un certo timore e una certa apprensione, come se, rivelandole, o manifestandole, in qualche modo queste potessero perdere di valore.
Ci sono certe cose che devono essere sepolte nel cuore; più le si tiene nascoste e più valore hanno per noi. Come certi tesori nascosti nelle viscere della terra.
Il Vangelo vuole, però, che il tesoro venga dissotterrato; vuole che ciò che è nel cuore e che vi giace da lungo tempo, venga portato alla luce, perché la fede di tutti si rafforzi, se è debole; se è morta, riprenda a vivere.
Anche la manifestazione delle grazie particolari che Dio ha concesso alla sua anima divengono pertanto un atto di carità, il più grande atto della carità di Paolo, dopo il dono dello stesso Vangelo.
Le visioni e le rivelazione sono le manifestazioni che Dio fa o di sé, o della sua verità, o delle cose celesti ad un uomo che rimane nel suo corpo. Quando riceve una rivelazione, o una visione da parte dell’Onnipotente, a meno che non si tratti di sogni rivelatori, l’uomo possiede sempre la coscienza di sé, l’intelligenza, la volontà, la scienza.
Egli è nel possesso delle sue facoltà mentali e rimane nel suo corpo. Le riceve da perfetto uomo, da perfetto uomo le accoglie, se ne serve secondo il loro significato o il contenuto di salvezza, le comunica anche agli uomini se per gli uomini esse sono state date.
Differente è invece il caso di Paolo. Certamente durante la sua vita egli ha avuto altre rivelazioni, altre visioni, alcune di queste sono riportate negli Atti, sono visioni e rivelazioni di apparizione del Signore nel sonno, nel silenzio della notte.
Di queste rivelazioni e visioni sia il Nuovo Testamento, che l’Antico sono pieni. Sono queste la via ordinaria attraverso la quale Dio parla all’uomo, si manifesta, gli si rivela per comunicargli la sua volontà. Ciò che il Signore vuole lo manifesta con precisione al suo servo e questo lo esegue con puntuale precisione.
Era Dio però che dal Cielo scendeva sulla terra – per così dire – e manifestava se stesso all’uomo che rimaneva sulla terra, nel suo corpo, nei suoi pensieri, nella sua anima.
[2]Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio fu rapito fino al terzo cielo.
Cosa succede ora? Non è Dio che discende sulla terra, è l’uomo che sale in cielo.
È questo il rapimento spirituale, o l’estasi. Quando c’è il rapimento, o l’estasi spirituale, l’uomo è come se non fosse più nel suo corpo. O meglio, c’è il suo corpo sulla terra, ma l’anima è come se fosse nel cielo.
Qui Paolo non dice come questo rapimento spirituale sia avvenuto, se con il corpo, o fuori del suo corpo. Dice bene, perché nel rapimento l’anima è tutta assorta in Dio, vede Dio faccia a faccia, lo contempla così come egli è, da spirito a spirito, lo contempla però secondo la misura della grazia che il Signore le ha concesso.
Mentre è tutta rapita in Dio, essa è nella pienezza della sua vita. Il corpo non le serve per vedere, per sentire, per ascoltare, per toccare. Non servendole, non sa se è nel corpo, o fuori del corpo, non lo può sapere, perché essa sta vivendo tutte le funzioni che avrebbe vissuto se fosse stata nel corpo, ma le sta vivendo in una maniera eterna, come le vivono i giusti al momento della risurrezione finale, quando anche con il loro corpo si trovano nel cielo e contemplano Dio faccia a faccia, lo vedono così come egli è.
Il terzo cielo, secondo la mentalità del tempo, era l’abitazione stessa di Dio. Dio porta per un momento Paolo nella sua dimora, nella sua casa, nella sua abitazione. Gli mostra la sua gloria, gli fa vedere se stesso e il suo regno di luce, di verità, di carità, di bellezza infinita.
In questo versetto è come se non parlasse di se stesso. Parla di un uomo in Cristo che lui conosce. È come se avesse timore a parlare di se stesso, di sciupare una grazia così grande.
Dice anche il tempo in cui è avvenuta la visione: quattordici anni fa. È assai difficile poter identificare l’anno in cui questa visione è avvenuta. Essa non è però l’inizio del suo incontro con Cristo. Allora rimase sulla terra con il suo corpo, rimase nel suo corpo, lo attestano i suoi occhi che rimasero ciechi dalla visione della luce che si sprigionava dalla croce di Cristo Gesù nella gloria del cielo.
[3]E so che quest'uomo se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio
Ripete il concetto già espresso nel versetto precedente. Questo per ribadire la verità del suo racconto, ma anche l’impossibilità di dire qualcosa di più esatto circa il modo come questo rapimento è avvenuto.
Ricorda Paolo il fatto, ma non il modo del fatto. Non potrebbe ricordarlo, perché esula dalle conoscenze umane che si hanno in questi casi. La nostra esperienza è completamente tagliata fuori in simili occasioni, o circostanze.
[4]fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.
Paolo non ricorda ciò che ha visto. Ricorda invece ciò che ha udito. Ciò che ha udito non è possibile poterlo ripetere.
Non perché non ricordi ciò che ha udito, ma perché non ci sono parole umane per descrivere ciò che ha visto.
Se lo dicesse con parole umane, quello che ha udito perderebbe di valore, di importanza, di senso, di significato.
Se lo dicesse con parole umane, sarebbe una pura sublimazione di ciò che esiste già sulla terra.
Ora invece tra la terra e il cielo non c’è confronto, non c’è paragone, non c’è similitudine alcuna. Il cielo è il cielo e la terra è la terra, anche se attraverso le cose della terra, per analogia, possiamo in qualche modo solo immaginare ciò che c’è nel cielo, ciò che è Dio nella sua divinità ed eternità.
Non è lecito pronunziare non perché Dio non vuole che si pronunzino, ma perché pronunziandole si trasformano in cose sublimi, ma non rimangono cose celesti così come Paolo le ha ascoltate.
Noi possiamo pensare al Coro degli Angeli e alla melodia del Cielo.
Come essa è ascoltata e come viene trasmessa? C’è la stessa differenza che c’è tra il cielo e la terra. Ciò che è ascoltato non è trasmesso. Non può essere trasmesso perché una gola umana, per quanto possa essere usata come strumento della voce del cielo, rimane sempre imperfetta.
E così vale puro per l’orecchio che ascolta. Per quanto possa essere fine, perfetto, rimane sempre uno strumento della terra. Gli sarà sempre difficile poter udire le cose del cielo.
Le cose del cielo sono tutte spirituali, come spirituale è la Melodia o il Coro degli Angeli. L’anima che l’ascolta, l’ascolta con il suo spirito, con la sua anima e rimane come rapita, come se per un attimo fosse nel cielo.
Il Signore però vuole che anche noi godiamo in certo qual modo di quel canto e ce lo fa gustare. Noi scopriamo la straordinaria potenza di ciò che avviene, esso entra nel nostro cuore come un dono spirituale di Dio e lo converte, lo attira a sé, lo convince ad una più grande e perfetta conversione, lo sprona ad un amore incondizionato verso il cielo.
I frutti spirituali del canto sono più efficaci che lo stesso suono ascoltato. Il canto è spirituale, come canto spirituale penetra attraverso il nostro orecchio nel nostro cuore, penetrando porta i doni del cielo. I doni del cielo sono celesti e operano secondo la loro dimensione di verità e di grazia, il suono invece che noi ascoltiamo proviene da una gola umana e giunge ai nostri orecchi sotto forma di suono anch’esso umano.
Per ascoltare ciò che ascolta colei che trasmette la Melodia dovremmo anche noi essere rapiti come lei nel cielo e udire con l’orecchio dell’anima, che è percezione immediata, senza la mediazione del corpo, la bellezza e la verità del coro degli Angeli che lodano il loro Dio e Signore.
[5]Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze.
Paolo vuole essere lasciato fuori da questa rivelazione. Lui l’ha riferita perché obbligato dall’amore per il Vangelo.
Ora che tutto è stato detto, è giusto che lo si dimentichi, non se ne faccia un motivo di orgoglio o di vanto.
D’altronde tutto questo è solo grazia di Dio. Non ci sono meriti sulla terra per avere un tale dono. Se Dio lo concede, il motivo è uno solo: la causa del Vangelo, la perseveranza nella missione, la fortezza nella testimonianza alla verità.
Paolo ne aveva veramente bisogno di questa visione celeste. Doveva essere rafforzato in modo che la sua testimonianza a Cristo fosse senza difetti, senza tentennamenti, senza dubbi o incertezze, senza esitazioni.
Fosse sempre vera, attuale, puntuale, efficace, reale, giusta, perfetta, santa.
Perché il suo cuore fosse indiviso per Cristo, il Signore lo avvolse di questa visione che è rimasta sempre fissa dinanzi agli occhi della sua mente e che era divenuta per lui l’unica ragione del suo vivere e del suo morire.
Udire le meraviglie che avvolgono la gloria del Cristo Crocifisso nella gloria del cielo, ha cambiato il suo cuore, la sua anima, la sua mente, la sua intelligenza, i suoi pensieri e i suoi sentimenti.
Tutto egli ora stima una spazzatura, un rifiuto, una cosa da gettare via; libertà, questa, dalle cose della terra necessaria per gustare nel cielo la gloria del Cristo risorto.
Di ciò che il Signore ci ha concesso per pura grazia nessuno deve osare vantarsi, sarebbe un togliere a Dio ogni gloria, ogni benedizione, ogni ringraziamento.
Tuttavia un uomo, anche se avvolto da una così grande luce nel cuore, luce vista e udita nella sua bellezza divina, rimane pur sempre un uomo, un essere fatto di carne, nella cui carne si vive tutta la debolezza dell’umanità.
Di questa debolezza Paolo si può vantare perché essa è solo sua, è della sua natura concepita nel peccato, nata nel peccato e nel peccato cresciuta.
Ora lui non è più nel peccato; è, tuttavia, nella debolezza che lui sente ogni giorno sopra le sue spalle. Con questa debolezza vive e cammina, lavora e si affatica.
Ma la grazia di Dio è più forte della sua debolezza e riesce sempre a dominarla a causa dell’amore di Cristo che è in lui e che lo spinge sempre in avanti nella testimonianza da rendere al Vangelo della salvezza.
Delle debolezze ci si vanta per un solo motivo: per far risplendere la straordinaria forza di Dio, capace di vincerle tutte. Se in Paolo non ci fosse stata la forza di Dio, o come lui dice, la grazia di Dio, anche lui sarebbe stato sommerso dalle sue debolezze. Invece la grazia di Dio in lui è cresciuta oltre misura e non c’è debolezza umana che non venga sconfitta, superata, resa all’impotenza, perché non facesse da ostacolo nella missione ricevuta da Paolo di portare il Vangelo della salvezza ad ogni creatura.
[6]Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.
Manifestare ciò che la grazia di Dio ha compiuto in noi, in certo senso, è anche un dovere del cristiano.
È dovere perché si mostra la potenza della sua grazia che è stata efficace in noi e la si mostra perché altri si aprano alla fede e credano nella possibilità reale di poter vincere ogni umana debolezza e fragilità.
Paolo però preferisce un altro metodo, più lineare, più semplice, più consono alla sua natura.
Questo metodo passa attraverso la constatazione dell’altro. È l’altro che deve vedere e ascoltare. Ascoltando e udendo deve arrivare ad una convinzione saggia, o almeno a porsi una domanda intelligente: perché Paolo è così, perché riesce nelle difficoltà, perché supera le sofferenze, perché è così discreto, perché ogni giorno è sulla breccia?
È forse perché dotato di una natura straordinaria, infaticabile, inarrestabile, irresistibile? Una natura fuori del comune?
No di certo! La sua natura è avvolta dalla debolezza e dalla fragilità che è proprio di ogni natura umana.
Se, allora, non è questione di natura particolare, il motivo è da ascrivere solamente al Signore e alla sua grazia.
Paolo vuole che si arrivi alla grazia di Dio per sapienza, per intelligenza, per deduzione, per quel lavorio dello spirito che è nell’uomo e che deve essere sempre stimolato nella ricerca della verità, nella comprensione del mistero.
Attraverso questa via è possibile fare la differenza con se stessi. Se si è di buona volontà, si può anche chiedere il segreto del progresso spirituale e dell’amore sempre più grande che muove una persona verso Cristo Gesù e l’attuazione del suo regno tra gli uomini.
Siamo chiamati a farci sugli altri un giudizio secondo verità. Tutti siamo obbligati a questo. È la via santa per la conoscenza del mistero che avvolge una persona.
È sufficiente porsi una domanda assai semplice: perché dietro quella persona le anime accorrono e da noi fuggono? È per motivi umani? È per motivi miracolistici? O per motivi soprannaturali?
Perché le sue parole convertono e le nostre radicano di più nel peccato coloro che ci ascoltano? C’è un motivo, una ragione? Qual è?
Perché Paolo è infaticabile, irresistibile, fermo, forte, non ambiguo, non compromesso, non distratto, sempre vigile per la causa del Vangelo? Perché il suo cuore è ancorato in Cristo e la sua anima avvolta sempre dalla più pura verità? Perché la sua sollecitudine per le chiese è a prova di sofferenza indicibile?
Basta sapersi dare una risposta nella sapienza dello Spirito Santo che deve sempre abitare in un cuore cristiano, e troveremo le cause dei nostri fallimenti.
Poiché lo Spirito di Dio non abita in noi, la sua sapienza non ci aiuta a porre queste domande al nostro spirito e la nostra intelligenza non è in grado di darsi una risposta adeguata.
Si chiede e ottiene risposta secondo verità solo colui nel quale è lo Spirito del Signore, solo colui nel quale è il desiderio di amare più intensamente il Signore.
Quando nel cuore c’è questo desiderio, allora lo Spirito di Dio viene in nostro aiuto e con il sostegno della sua saggezza ci poniamo le domande, ci diamo le risposte giuste e nel nostro cuore entra e dimora la verità.
[7]Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.
È sempre facile che un uomo si insuperbisca per tutto ciò che il Signore opera in lui di grande, di santo, di sublime.
La superbia è nella sua essenza la negazione di Dio. Un uomo di Dio non può mai montare in superbia, cesserebbe di essere uomo di Dio, non sarebbe più neanche uomo.
La grandezza divina che ha avvolto Paolo è straordinaria oltre ogni misura. Occorre che vi sia una debolezza nella sua carne altrettanto grande che bilanci questa grandezza e in qualche modo la faccia anche dimenticare, la tolga dal nostro spirito, la conservi nei recessi più reconditi dell’anima, dalla quale come in un silenzio eterno faccia sgorgare il fuoco di carità e di amore che è necessario a Paolo per andare avanti.
Questa è la legge dello spirito ed anche la legge dello Spirito Santo. Grandezza divina e umiliazione umana devono andare insieme, più grande è la manifestazione di Dio e più grande ancora dovrà essere l’umiliazione degli uomini.
Questa è la regola. Le forme storiche, la concretezza dell’umiliazione è differente da persona a persona.
Nessuno sa quali sono le vie scelte da Dio per aiutare i suoi servi a mantenersi nella più grande umiltà dinanzi a Lui, umiltà necessaria perché lui possa compiere l’opera della salvezza del mondo.
Paolo qui parla di spina nella carne, di inviato di satana per schiaffeggiarlo, molti hanno voluto tentare a decifrare questo linguaggio oscuro e misterioso.
Tutti costoro sappiano che sono pure e semplici illazioni della loro mente. Ciò che Paolo vuole che resti velato, deve restare velato per sempre.
Se avesse voluto manifestare ciò che realmente lo tormentava, lo schiaffeggiava, lo avrebbe detto. Perché non lo ha detto? Perché questa è una cosa personalissima, appartiene alla storia dell’uomo con il Signore, non appartiene alla storia dell’uomo con l’uomo. Le vie dell’umiliazione non sono oggetto di rivelazione. Si rivela e si manifesta la regola che governa il rapporto dell’uomo di Dio con Dio e con se stesso, al fine di non montare in superbia, ma non si svela e non si rivela il come concretamente questo è avvenuto.
Su questo dobbiamo dire che molti sono gli errori che si commettono, quando si vuole entrare in un’anima, violando i suoi misteri e i suoi segreti.
Anche nelle biografie dei santi dobbiamo avere sempre quel timore sacro, riverenziale, di non aggiungere e di non svelare cose che non appartengono all’esemplarità cristiana, perché sono strettamente dell’anima.
Anche di Cristo si dicono alcune cose, altre cose vengono taciute. Ciò che è oggetto di rivelazione e che è utile alla salvezza del mondo, lo si è detto; ciò che appartiene alla sua relazione personale con il Padre, con lo Spirito Santo, o con alcune persone come la Madre sua, San Giuseppe, sono taciute.
Si pensi che di Cristo si conosce solo la vita pubblica. Gli altri anni sono avvolti dal mistero e dal segreto.
Ecco allora che vale la regola di Paolo: ognuno deve giudicare l’altro per quel che vede e per quel che sente, ma non per quel che immagina, suppone, vorrebbe che fosse avvenuto.
Su questo non si raccomanda mai la discrezione. Meglio tacere omettendo, che dire esagerando, o rivelando cose che non ci appartengono.
Essendo la prova personale, uno potrebbe anche essere indotto nell’errore di giudicarsi superiore o inferiore all’altro in ragione della diversità della prova che subisce o patisce.
Gli inganni e le astuzie di satana per la rovina dei credenti sono estremamente sottili. Spetta ad ognuno lasciarsi muovere e guidare dallo Spirito Santo perché nel nostro dire nulla sia aggiunto e nulla tolto di ciò che appartiene solo alla rivelazione, all’esemplarità, che è giusto che venga offerta per la salvezza dell’uomo.
[8]A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me.
Paolo non vuole convivere con questa spina nella carne, con questo inviato di satana che lo schiaffeggia.
Prega il Signore perché lo liberi, perché lo allontani da lui.
È giusto pregare il Signore che ci liberi da una condizione che deve conservarci nell’umiltà dinanzi a lui?
Chi prega fa sempre una cosa buona, anzi ottima. Se non si pregasse, si cadrebbe facilmente nel peccato dell’orgoglio, nella presunzione di essere così forti da poter da soli superare la prova che il Signore ci ha mandato.
La preghiera è sempre la giusta via di mettersi e conservarsi in umiltà dinanzi a Dio. Chi prega vede la sua reale condizione, la sua fragilità, sa la forza della prova, sa anche che potrebbe rimanere vittima di essa. Prega chi si conosce nella sua debolezza, chi sa le forze della sua anima, chi ha sperimentato la resistenza del suo spirito.
La preghiera serve anch’essa a conservarci in umiltà. Sappiamo che da un momento all’altro potremmo cadere e ci rivolgiamo al Signore che ci liberi dalla prova.
Paolo chiede al Signore non che lo aiuti a superare la prova, ma che lo liberi da questa spina nella carne, da questo inviato di satana che deve schiaffeggiarlo. Perché?
Il perché bisogna cercarlo nelle regole spirituali che sempre bisogna tenere presenti quando si tratta di ingaggiare la lotta contro il male.
Il male è sempre un nemico irriducibile, non lo si potrà mai sconfiggere una volta per tutte. È sempre accovacciato alla nostra porta, sempre pronto a farci cadere in tentazione.
Gesù stesso, nel “Padre nostro”, ci ha insegnato a chiedere al Signore che ci liberi dal male, ma anche che non ci faccia cadere nella tentazione.
Paolo, sapendo che c’è sempre il rischio di cadere nel peccato, chiede al Signore che lo liberi dal male, volendo sempre e comunque rimanere nella grazia di Dio, nella sua verità, nel suo amore.
Vivere con una spina continua nella carne significa essere giorno e notte esposti alla tentazione; significa trovarsi sempre nel pericolo di rinnegare il Signore, di allontanarsi da lui.
Questo Paolo lo sa, conosce il rischio che sta correndo e per questo prega il Signore, lo prega per ben tre volte, lo prega cioè con insistenza, con fede, con perseveranza, lo prega ininterrottamente, lo prega sempre.
[9]Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.
Il Signore, che non prova mai l’uomo al di sopra delle sue forze, gli risponde che per resistere ed essere vincitore su questa spina nella carne, su questo inviato di satana, basta solo la sua grazia. Aggiunge anche che la sua potenza si manifesta pienamente nella debolezza.
Quanto il Signore dice, non vale solo per Paolo, vale per ogni uomo che ha iniziato un cammino spirituale e vuole raggiungere la perfezione cristiana.
Perché il Signore non lo libera, perché vuole che rimanga per sempre in quella condizione, perché gli suggerisce che gli è sufficiente la sua grazia?
La potenza di Dio si manifesta sempre nella debolezza e si manifesta pienamente. Possiamo dire che questa forma è proprio dell’agire di Dio.
Dio vuole che in ogni circostanza appaia sempre chiaro che è lui che agisce e opera nell’uomo. Questo rendimento di gloria non sarebbe in nessun modo possibile se l’uomo, anche in piccolissima parte, fosse nella condizione di potersi attribuire a sé qualcosa. Tutto è Dio che lo opera e questo deve sempre apparire nella realtà delle cose. L’uomo è debole, Dio è forte; il Dio forte agisce nella debolezza dell’uomo. Così si manifesta la straordinaria potenza dell’uomo.
Se questo non appare chiaro, Dio non opera. Il Signore non condivide con nessuno la sua gloria.
Ciò che è suo, deve apparire chiaramente che è suo. Dio che è dell’uomo deve rivelarsi come appartenente all’uomo. Dell’uomo è la debolezza, di Dio è la fortezza. Che l’uomo sia debole deve essere da tutti constatato e così deve essere anche per il Signore. Tutti devono constatare che solo Dio è all’opera e non l’uomo e questo in modo evidente, chiaro, manifesto, palese.
Perché Paolo deve rimanere con questa spina nella carne e confidare sempre nella potenza della grazia di Dio? Perché il Signore non lo libera?
La grandezza di Paolo è estremamente alta e sublime. Ciò che il Signore gli ha fatto udire, i doni di cui lo ha arricchito, la grazia particolare che sempre lo assiste, la pienezza della verità di Dio di cui è ricolmo, ogni altra manifestazione di Cielo che si è posata su di lui lo espongono seriamente al pericolo della superbia.
Dio sa il cuore dell’uomo, conosce la sua superbia, il suo orgoglio, la sua concupiscenza, sa che è facile avere un momento di debolezza attraverso la quale si potrebbe rovinare tutto.
Paolo neanche per un momento deve essere lasciato fuori prova. Ogni momento di Paolo è di Dio. Se Dio lo lascia un momento solo, facilmente egli potrebbe, a causa della straordinaria ricchezza con la quale Dio lo ha rivestito, insuperbirsi, elevarsi contro Dio, prendere il suo posto.
Non dimentichiamo che nel cielo si è ribellato contro il Signore l’angelo più bello, più splendente, più luminoso. L’angelo che era luce, portatore di luce radiosa. Quell’angelo che risplendeva al di sopra di ogni altro angelo, da qui il suo nome, Lucifero, che significa portatore di luce. Proprio lui cadde nel peccato di superbia e precipitò nell’inferno.
Se l’angelo è caduto in questo peccato, anche l’uomo vi può cadere a motivo dei grandi doni di cui Dio lo ha rivestito.
Il Signore non vuole che Paolo cada. Egli è uno strumento eletto per portare il Vangelo ad ogni uomo sulla terra. Se cade Paolo cade tutto il Vangelo, cade il regno di Dio, viene meno la missione evangelizzatrice nella Chiesa.
Il Signore gli mette un freno potentissimo: una spina nella carne, un angelo di satana vicino a sé perché lui sperimenti sempre la sua fragilità, la sua debolezza, si ricordi sempre che anche lui è impastato di miseria e di peccato. Questa è la carne dell’uomo.
Il Signore però lo rassicura. Lui non cadrà, non sarà vinto, non subirà sconfitte. Accanto alla grande tribolazione nella carne c’è una grande grazia di Dio che è sufficiente per poter vincere il male, senza essere liberato da esso.
Questo ci deve insegnare che non sempre noi siamo liberati dal male che incombe su di noi, anche se noi lo vorremmo e per questo preghiamo insistentemente il Signore. Non possiamo essere liberati a motivo della grandezza e della magnificenza dei doni spirituali di cui siamo stati arricchiti e questi doni servono alla causa del Vangelo.
Tutto ciò che avviene in noi e attorno a noi, è sempre governato dalla luce potente della saggezza e dell’intelligenza dello Spirito Santo. Dio sa come siamo fatti, sa di che cosa siamo impastati, conosce il nostro presente, il passato e il futuro.
Sa quali vie dobbiamo percorrere se vogliamo restare fedeli a Lui e portare a compimento la missione che ci ha assegnato.
L’uomo deve pregare e poi affidarsi totalmente a Dio. Nella preghiera chiede la liberazione, nella preghiera riceve la risposta, nella preghiera ottiene la grazia di rimanere vittorioso nonostante che il male lo rivesta come l’aria riveste un corpo.
Dopo la preghiera l’anima trova la sua pace. Il Signore infonde sempre la sua pace quando l’anima si affida a Lui. Paolo è fiducioso nel Signore. Accetta la sua debolezza, sapendo che questa sarà vinta dalla potenza di Dio.
Bisogna allora che ci educhiamo alla preghiera, che ad essa formiamo. La preghiera è via di pace e di vittoria; è via per accettare lo stato di tentazione nel quale un uomo si trovi e deve trovarsi a motivo della missione che gli è stata affidata e dei doni di cui è stato arricchito.
Liberarsi dalla debolezza, o dalla spina della carne, potrebbe equivalere a liberarsi dalla missione e dai doni ricevuti. Poiché tutto ciò serve al regno di Dio e alla sua diffusione tra gli uomini, è giusto che l’apostolo di Cristo si metta in preghiera, si prostri dinanzi a Dio e chieda luce e forza, grazia e pace, amore e verità per continuare il cammino.
[10]Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.
Paolo conosce se stesso, sa quanto lui vale: niente. Se lui è qualcosa lo è per grazia di Dio.
Se riesce a superare ogni cosa, la supera per grazia di Dio; se tutto offre a Cristo, può offrirlo per grazia di Dio.
Tutto in lui opera la grazia di Dio. Da parte sua lascia ogni spazio alla grazia di Dio perché questa possa agire in lui con potenza, con forza, con perseveranza, per compiere ogni disegno che Dio ha scritto che deve essere compiuto per mezzo di lui.
Solo di questo si può vantare: di essere infermo, oltraggiato, percosso, di essere nelle necessità e nelle angosce. In queste cose si manifesta tutta la debolezza della sua natura, tutta la fragilità, il niente.
In queste cose, se Dio non fosse con Lui, la sua natura prenderebbe il sopravvento e agirebbe da nemico di Dio e di Cristo Gesù, agirebbe con violenza, in modo peccaminoso; reagirebbe facendo del male agli uomini, o semplicemente facendo il male.
Invece nella sua natura non regna più la legge antica dell’occhio per occhio e del dente per dente, ma regna la legge di Cristo Gesù, legge di misericordia, di perdono, di amore. Legge che vuole che ogni cosa sia offerta a Cristo Gesù per la redenzione dei cuori.
Poiché in lui agisce ed opera la legge di Cristo, egli può gridare: quando sono debole, è allora che sono forte.
Perché Paolo è forte quando è debole? Perché tutta la grazia di Dio agisce in lui, tutta la misericordia di Dio si manifesta attraverso di lui, tutta la verità di Dio si riflette nella sua parola e tutto l’amore di Cristo per mezzo di lui si riversa nel mondo.
Se Paolo non fosse debole, cioè non fosse perseguitato, percosso, umiliato, oltraggiato, non fosse nelle angosce e nelle necessità, attraverso di lui non si potrebbe manifestare Dio, la sua verità, il suo amore, la sua misericordia, la sua bontà, il suo perdono, la sua volontà di salvezza e di redenzione.
Egli sarebbe forte, perché nel possesso di se stesso, ma questa fortezza sarebbe la più grande delle debolezze. Nella fortezza dell’uomo Dio non si manifesta e l’uomo rimane così come egli è: uno strumento vano che non porta salvezza in questo mondo, un essere inutile a Dio e agli uomini. Poiché per mezzo di lui Dio non può dare la sua benedizione all’umanità intera.
Come si può intravedere, Dio agisce solo nella debolezza e nel niente dell’uomo, nell’umiliazione e nella mortificazione della sua natura. Nella pochezza del suo corpo e del suo spirito egli si rivela, si manifesta, agisce, opera, salva.
Dio vuole che in nessun momento l’uomo possa pensare che è lui a fare qualcosa. Se questo avvenisse il Signore perderebbe la sua gloria e non potrebbe più agire per mezzo del suo inviato, del suo strumento, del suo apostolo, del suo messaggero, del suo ambasciatore.
Perché Dio possa agire è necessario che l’inviato di Dio constati nella sua carne la vanità del suo essere e delle sue operazioni. Questo avviene proprio nella debolezza e nella fragilità. Quando l’uomo sperimenta il suo niente dinanzi a Dio, Dio manifesta il suo tutto. Dio che è il forte, l’onnipotente, può agire solo nella debolezza, nella fragilità, nel niente dell’uomo.
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2/24/2012 6:46 PM
 
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ABNEGAZIONE DI PAOLO

[11]Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi ci avete costretto. Infatti avrei dovuto essere raccomandato io da voi, perché non sono per nulla inferiore a quei «superapostoli», anche se sono un nulla.
Paolo sta cercando di offrire ai cristiani di Corinto i veri segni del vero missionario, del vero araldo e ambasciatore di Cristo Gesù.
Nel fare questo qualcuno potrebbe giudicarlo o ritenerlo un pazzo. Paolo sa che il rischio è grande. Deve però farlo a causa del Vangelo che potrebbe venire compromesso dalla stoltezza e insipienza nella quale sono caduti i Corinzi. Lui sta compiendo un’opera da pazzi – secondo il giudizio di alcuni – ma a quest’opera sono stati proprio loro a condurvelo.
Invece sarebbero dovuti essere proprio loro a offrire agli altri le ragioni della verità che abita in lui, le ragioni della santità del Vangelo che lui annunzia, le ragioni della sua fedeltà a Cristo Gesù.
Questo non lo hanno fatto. È come se si fossero vergognati di lui, come se qualcosa ha fatto prendere loro le distanze da Paolo.
Paolo in questo versetto fa un ragionamento tipicamente impastato di logica e di sapienza umana. È quella sapienza che sa confrontare le cose della terra e valutarle per quello che valgono, come terra si intende e non come cielo.
Se si mette su uno stesso piano Paolo e i “superapostoli”, di cui loro vanno così fieri, da ascoltarli a tal punto da dimenticare lo stesso Paolo, o metterlo in secondo piano, facendo con ciò stesso regredire anche il Vangelo, i Corinzi devono essere in grado di fare la differenza, di cogliere le uguaglianze, di discernere le opere dell'uno e quelle degli altri.
Se avessero fatto questa piccola opera di discernimento, avrebbero dovuto, sempre al lume della loro saggezza, razionalità e intelligenza umana, comprendere che Paolo in fondo non è per nulla inferiore a quei “superapostoli”, o meglio, a coloro che si consideravano “superapostoli”, e che i Corinzi consideravano tali, al punto da lasciarsi frastornare e influenzare da loro non per il bene, ma per il male.
Perché non lo hanno fatto? Quando l’uomo non è nella grazia di Dio neanche la saggezza e la ragionevolezza umana, terrena lo aiuta.
C’è nel cuore la concupiscenza, il peccato che oscura la sua mente, annebbia la sua intelligenza, riduce a nulla la sua saggezza e lui vive nella storia come un cieco, un sordo e un muto per il bene, mentre vede, parla e sente per il male.
Questo ci deve far comprendere tutte quelle situazioni di illogicità, di stoltezza, di insipienza nella quale l’uomo vive, a tal punto che non è più capace di vedere il bene, di approvarlo, di ascoltarlo, di diffonderlo. Quando c’è una caduta nella grazia c’è anche una caduta in sapienza, mentre una crescita in grazia aumenta la crescita in sapienza e in intelligenza.
Lo Spirito Santo diviene la saggezza e la sapienza di colui che cresce in grazia. Con Lui nel cuore, si è in grado di operare un discernimento secondo verità.
Sempre il Signore ha rimproverato il suo popolo dicendo: “avete occhi e non vedete, orecchi e non sentite, bocca e non parlate”. I profeti sono questo richiamo forte da parte di Dio al suo popolo. Ma non potrebbe essere altrimenti, poiché l’intelligenza dell’uomo conduce verso la luce, la verità, la giustizia e ogni altra virtù, compresa quella del sano e opportuno, chiaro discernimento, solo se illuminata, sorretta e fortificata dallo Spirito del Signore.
Quando lo Spirito Santo non è in lui, perché la grazia di Dio non abita in lui, l’uomo cade nelle tenebre, nel buio, precipita in un baratro di morte nel quale tutto diviene confuso. Non sa più cosa è il bene e cosa il male, il vero e il falso. Non sa più discernere i buoni missionari dai cattivi, coloro che si lasciano condurre e muovere dall’amore per il Vangelo da quanti camminano solo per se stessi e per portare scompiglio nella Chiesa di Dio.
È facile allora sapere se siamo in grazia di Dio, è sufficiente che il nostro spirito sia posto dinanzi ad un discernimento circa la stessa verità di Dio. Se siamo incapaci di discernere la verità di Dio che avvolge la nostra storia, è il segno evidente e manifesto che Dio non è in noi con la sua grazia. La sua luce non dona vigore alla nostra luce affinché vediamo e discerniamo secondo la legge della verità e della giustizia perfetta.
[12]Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.
I Corinzi avrebbero potuto e dovuto riconoscere la verità che abita in Paolo, avrebbero dovuto e potuto raccomandarlo alle altre comunità; avrebbero dovuto farsi loro promotori della fedeltà di Paolo a Cristo e al suo Vangelo.
Invece sono stati muti, ciechi, sordi. Non hanno veduto, non hanno sentito, non hanno parlato. Si sono però lasciati ingannare dai falsi operai e dai superapostoli che sono stati fraudolenti nei loro riguardi, inculcando loro il male e la falsità.
La domanda da porre è questa: forse Paolo in Corinto ha agito in modo diverso da come agiva nelle altre comunità? Si è forse manifestato nella sola sua semplicità, senza rivelare la straordinaria potenza del Vangelo?
La testimonianza di Paolo merita fiducia. Egli a Corinto ha manifestato i segni del vero apostolo. Questi segni sono: una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.
Paolo pone in questo versetto il segno autentico del vero apostolo del Signore, del suo araldo o ambasciatore della sua verità e del suo Vangelo.
Questo segno è una pazienza a tutta prova. Chi vuole vedere se uno è uomo di Dio oppure no, lo deve valutare sulla pazienza.
La pazienza è il primo segno della verità. Chi è paziente manifesta che Dio opera in lui e che la sua grazia agisce, poiché è solo per grazia di Dio che un uomo può essere paziente. Se non c’è la grazia di Dio la pazienza non può essere vissuta.
La pazienza in se stessa altro non è che il rinnegamento totale di noi stessi, l’annullamento della nostra umanità, la crocifissione sia spirituale che fisica del nostro corpo.
Questo non è possibile se non per grazia. Paolo in questo è forte, ma solo per grazia di Dio. Chi è senza pazienza, chi non vive una pazienza a tutta prova non è con Dio, non è di Dio, perché Dio non opera in lui la mortificazione, la crocifissione, l’annullamento della sua umanità.
La pazienza è il terreno nel quale Dio opera ed agisce. Dio agisce nel suo inviato con segni, prodigi e miracoli. Dio prima porta alla crocifissione l’umanità del suo inviato e poi attraverso di essa compie opere che vanno al di là della sua natura e di ogni altra natura creata. La natura è creazione, essa non è creatrice. Quando una natura diviene creatrice, dobbiamo confessare che in essa c’è Dio che opera. Solo Dio è il creatore del cielo e della terra e solo lui, oggi, nel mondo, continua l’opera della sua creazione, e la continua a beneficio e a favore dell’uomo.
I segni, i miracoli e i prodigi sono pura opera di creazione. Vanno al di là di ogni possibile capacità insita nella natura umana.
Per cui un uomo sa immediatamente se colui che gli sta dinanzi è uomo di Dio, o del mondo. È uomo di Dio se vive una pazienza a tutta prova, se a questa pazienza unisce segni, prodigi e miracoli che attestano una potenza superiore, quella divina che dimora ed agisce per mezzo di lui.
I Corinzi avrebbero dovuto sapere che Paolo era di Dio, è del Signore. Hanno potuto sperimentare la sua pazienza a tutta prova; hanno visto che in questa pazienza, che è distruzione della sua umanità, agiva una potenza che mentre distruggeva creava, mentre annullava edificava, mentre crocifiggeva risuscitava.
Si crocifigge, si annulla, si mortifica la propria umanità, si costruisce, si crea, si edifica lo spirito e l’anima dei fratelli, perché li si rigenera a vita nuova mediante la potenza dello Spirito che opera in loro.
[13]In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo, che io non vi sono stato d'aggravio? Perdonatemi questa ingiustizia!
I Corinzi non sono stati privati proprio di nulla in segni, prodigi e miracoli. Essi sono stati arricchiti di questi doni al pari delle altre comunità.
Tra loro e le altre comunità quanto a doni di grazia non c’è proprio alcuna differenza. Eppure le altre comunità, specie quella della Macedonia, si sono comportati con lui con fedeltà e perseveranza nella verità; loro invece lo hanno rinnegato, tradito, venduto ai superapostoli.
C’è però una differenza con le altre comunità. Dalle altre comunità Paolo si è lasciato aiutare e sostenere anche materialmente, da loro invece no. Ha predicato loro il Vangelo gratuitamente senza avvalersi del diritto che gli conferiva il Vangelo di poter usufruire dei loro beni materiali.
Questo non lo ha fatto. Se è questo il motivo per cui i Corinzi lo hanno tradito e rinnegato, Paolo chiede scusa e perdono.
Se questa è una ingiustizia compiuta a loro danno e da questa ingiustizia loro hanno tratto il principio che Paolo si era comportato con loro diversamente, non con onestà, con fedeltà, con amore, con pazienza a tutta prova, non era stato con loro vero apostolo e per questo lo hanno abbandonato, Paolo per tutto questo chiede scusa, perdono.
Non leggiamo questa affermazione di Paolo in senso di ironia. Non c’è nulla di più errato che vedere l’ironia nella Parola di Dio, anche se qualcuno potrebbe prenderla o intenderla come una ironia santa. Non si tratta di ironia, ma di qualcosa di più grande, di più eccelso, di più elevato, che a volte noi neanche riusciamo a comprendere. Dobbiamo cercare oltre nell’interpretare questo versetto?
La Parola di Dio è sempre di salvezza. L’ironia non è salvezza. L’ironia è un modo umano di dire le cose e nelle cose di Dio i modi umani possono essere fraintesi. Anziché aprire al mistero, dal mistero possono anche allontanare.
Paolo in questo versetto vuole che i suoi prendano coscienza dell’errore che hanno commesso, non tanto per averlo sottovalutato, confrontandolo e paragonandolo ai superapostoli, ma perché quest’atto di sottovalutazione li ha spinti a rinnegare il Vangelo di Cristo Gesù.
Paolo esamina la sua coscienza e sa che in lui non vi è colpa alcuna. Ha agito sempre secondo la più alta rettitudine morale, sempre come mosso da Dio e dal suo Santo Spirito. Questo è l’attestato che gli dona la sua coscienza, questo gli manifesta il suo spirito, esaminato con serenità.
Forse i Corinzi avrebbero voluto essere trattati allo stesso modo delle altre comunità? Avrebbero voluto anche loro essere di aiuto materiale e di sostegno per le cose di questo mondo per Paolo? Questo solo Dio lo sa.
Paolo non lo sa. Però conoscendo il cuore dell’uomo e sapendo che questo agisce in una maniera davvero inconsulta e imprevedibile, può anche pensare che sia in ragione di questo motivo che lui sia stato giudicato e quindi rinnegato. Se è questo il vero motivo, Paolo chiede loro scusa, chiede perdono.
Il perdono però è chiesto non perché non si è lasciato aiutare da loro, ma perché non ha spiegato loro il motivo per cui agiva nei loro riguardi in un determinato modo, nel modo cioè della più assoluta gratuità.
Questo però non vuol dire in nessun caso che da oggi in avanti si lascerà aiutare dai Corinzi. Questo non dipende da lui, dipende dallo Spirito che abita in lui e che lo muove ad agire in un modo anziché in un altro, con alcuni lo spinge ad accettare, con altri lo spinge a rifiutare.
Il motivo non è in Paolo, le ragioni sono nella mente di Dio e nella volontà dello Spirito Santo ed è lì che i Corinzi devono cercarle, non in Paolo che è sempre mosso dallo Spirito nel suo pellegrinare per il mondo per annunziare e proclamare il Vangelo della salvezza.
[14]Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli.
Infatti ciò che è stato detto precedentemente trova conferma in questo versetto.
Paolo sta per recarsi di nuovo a Corinto. Cronologicamente è questa la terza volta.
Il rapporto, la relazione che intende vivere con loro è sempre e solo di assoluta gratuità. Dai Corinzi non vuole proprio niente.
A questa sua volontà, che è irremovibile, Paolo questa volta dona anche le motivazioni. La prima la trae dal suo cuore, la seconda dalla Scrittura (Dt 19,15).
Quella del cuore è il suo desiderio di avere i Corinzi come un dono, una primizia da offrire a Cristo Gesù. Dai Corinzi Paolo vuole fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, non vuole i loro beni.
Questi non gli servono. Loro invece sì che gli servono e gli servono per farne un’offerta gradita a Cristo Gesù, o come ha già espresso in questa stessa lettera, per presentarli a Cristo come vergine casta.
Se i Corinzi vogliono amare Paolo come si conviene, se veramente lo amano secondo Dio, devono essere spose fedeli di Cristo Gesù, in modo che Paolo li possa tutti presentare a Cristo.
Questa immagine in qualche modo è anche del quarto Vangelo nel quale Giovanni Battista dice: “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29).
I beni dei Corinzi non servono a Paolo. Questi non si possono offrire, perché Cristo non cerca beni, ma anime. Egli vuole delle spose fedeli e caste che lo amino per tutta l’eternità.
A questa motivazione del suo cuore, che ha il suo fondamento biblico, ne aggiunge un’altra, quella del Deuteronomio. “Non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli.”
Paolo si considera padre dei Corinzi nella fede. Come vero padre è lui che deve preoccuparsi per loro, non sono loro che devono preoccuparsi per lui.
Teologicamente l’una e l’altra ragione sono valide, giustificano il suo comportamento nei confronti dei Corinzi.
Sappiamo però che in Paolo opera ed agisce lo Spirito Santo, è Lui che lo muove. Perché lo ha mosso ad avere un rapporto di assoluta gratuità con loro e non con le altre comunità questo non lo sappiamo.
In Dio c’è sempre il mistero. Voler abolire il mistero dal nostro Dio è rendere umano ciò che è divino e della terra ciò che è del cielo. Ora è proprio di Dio, del Cielo e del divino il mistero. Noi lo accogliamo per fede, per fede lo viviamo, per fede lo annunziamo. Ma non possiamo andare oltre, perché oltre questo c’è Dio e il suo mistero.
La nostra fede è mistero. Dal mistero si parte, nel mistero si entra, nel mistero si vive, nel mistero si conclude. Il mistero non sarà svelato neanche nell’eternità. Anche nel Cielo resterà l’abisso creaturale che ci separa dal nostro Dio e Signore.
[15]Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se io vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?
Paolo manifesta ora tutto il suo cuore. Se ha fatto distinzioni e differenze riguardo alle cose della terra, non le fa, non le ha fatte e non le farà per quanto invece riguarda il suo amore per ogni discepolo di Gesù.
È sufficiente che uno sia uomo perché Paolo si senta investito della grande missione di offrire la sua vita per la salvezza. Egli non si risparmia in niente, si consuma perché ognuno possa avere salva la sua anima.
Consumarsi è un termine sacrificale; la vittima offerta al Signore si consumava quando era interamente bruciata dal fuoco del sacrificio.
Questo termine è anche cristico. Gesù lo ha pronunziato dall’alto della croce, quando prima di emettere lo spirito, gridò: tutto è consumato.
Il suo sacrificio era stato perfetto. Egli era stato interamente bruciato dall’amore di Dio, consumato dall’amore per le anime.
Paolo vive con le anime la stessa relazione di Cristo. Il suo è pertanto un rapporto sacrificale, di perfetta consumazione, di lasciarsi bruciare e consumare totalmente dall’amore per la salvezza delle loro anime.
Prodigarsi significa non risparmiarsi in niente. Nulla che gli appartiene sarà da lui risparmiato. Tutto invece, ogni energia fisica, spirituale, dell’anima sarà offerta a Dio perché ogni anima possa essere salvata da Cristo Gesù, lavata nel suo sangue, unta della verità dello Spirito Santo, messa in cammino verso il regno dei cieli, sostenuta lungo il percorso con ogni dono di grazia e di verità di cui Paolo è stato arricchito da Dio.
Cosa chiede Paolo ai Corinzi? Che lo amino così intensamente come da lui sono stati amati e lo saranno sempre.
Da puntualizzare che l’amore che Paolo chiede non è un amore verso la sua persona, è invece un amore per quello che lui porta, e lui porta Cristo Gesù, il vero Cristo Gesù.
L’amore crea quella stima e quella fiducia vicendevole che consente che si accolga ciò che Paolo dona loro, senza dubitare, senza venire meno, senza esitare, senza ascoltare quanti dicono il contrario, anzi facendosi forti e respingendo quanti non fanno parte di questo amore.
Quando c’è l’amore vero, l’amore di Dio in un cuore e questo amore viene ricambiato, esso è un amore che non tollera di essere disturbato, sconvolto, trasformato.
Se Paolo e i Corinzi sono legati da un amore vicendevole, un amore santo, di verità e di grazia, un amore che ha come fine lo stesso Cristo Gesù, non è possibile che qualcun altro si introduca in questo amore e lo turbi, lo distragga, lo combatta, lo uccida.
Su questo dovremmo riflettere e rivedere tutte le nostre relazioni. Chi ama Dio, chi è legato a Cristo da un amore profondo, vero, santo, puro non può lasciarsi inquinare questo amore da persone che non amano Cristo.
Se questo avviene è il segno che l’amore verso Cristo non è vero, non è forte, non è sincero. È un amore di convenienza, un amore di opportunità, un amore di guadagno.
Chi distrugge nel nostro cuore l’amore per Cristo Gesù non è persona che ci ama; è persona che vuole la nostra morte; è persona ostile alla nostra vita. Noi dobbiamo amare queste persone in Cristo, offrire anche la vita per loro come l’ha offerta Cristo, ma non possiamo per nessuna ragione al mondo lasciarci trasformare dal loro “amore”, non possiamo permettere che un amore che non ama Cristo possa fare parte della nostra vita.
Chi ama Cristo deve amare ogni uomo. Chi ama Cristo non può però lasciarsi amare dall’uomo che non ama Cristo, perché non è un amore santo, puro, a meno che non voglia iniziare ad amare Cristo secondo le regole dell’amore evangelico.
Se uno ama chi ama Cristo e si lascia ingannare sul conto di costui che ama Cristo perché lui non lo ami più, non ami cioè la persona che ama Cristo, anche in questo caso bisogna temere. Lasciarsi allontanare da chi ama Cristo – e noi sappiamo che lo ama per davvero - significa allontanare noi dall’amore di Cristo.
Basterebbe applicare questa regola per operare sempre quei sani discernimenti che ci consentono di restare sempre nell’amore puro di Cristo Gesù.
È facile allontanare uno dall’amore di Cristo, basta allontanarlo dalla persona che ama Cristo, che lo ha introdotto nell’amore di Cristo e che quotidianamente lo aiuta a rimanere e a crescere in questo amore.
Quando viene allontanato dalla fonte del suo amore per Cristo, sappia costui che è da Cristo che lo si vuole allontanare. Chi allontana da Cristo, non ama Cristo e neanche coloro che vuole allontanare dall’amore di Cristo Gesù.
Chi allontana una persona dalla fonte del suo amore, cerca se stesso e coltiva solo il suo egoismo. Costui non ha nulla di cristiano, non ha nulla di umano, perché distrugge nel cuore dell’uomo la speranza per egoismo.
[16]Ma sia pure che io non vi sono stato di peso; però, scaltro come sono, vi ho preso con inganno.
Leggendo questa Lettera ci si accorge che veramente il cuore dell’uomo è un abisso di pensieri vani, inutili, oziosi, a volte anche malvagi e maligni. Tutto riesce a pensare quella mente che non ha fatto della verità di Dio il centro dei suoi pensieri. Tutto può sospettare un cuore nel quale non abita l’amore di Cristo Gesù.
Paolo è come se leggesse il loro cuore, vedesse la loro mente, ascoltasse il sussurrio delle loro labbra.
Non è stato di peso per noi, ci ha presi però con inganno; lui è scaltro e queste cose le sa fare molto bene.
Quando si arriva a un pensiero siffatto, c’è una sola conclusione che si impone. Chi pensa così non sa cosa è la verità di Cristo in un cuore, ignora cosa produce la grazia del Signore in un’anima.
Chi pensa così commette un altro misfatto. Pensa che il cristianesimo sia in fondo un concentrato di ipocrisia. Si predica una verità, si annunzia una grazia, ma poi il cuore resta come prima e l’anima conserva la sua morte spirituale.
Pensare che Paolo abbia potuto ingannare i Corinzi è la cosa più mostruosa che si possa dire di lui. La cosa è mostruosa perché si è convinti nel cuore che uno possa parlare bene di Gesù, possa predicare il Vangelo della salvezza, possa lasciarsi consumare dall’amore per gli altri e nel suo cuore rimanere meschino, povero, miserabile, tanto miserabile da ricorrere a degli espedienti per ingannare coloro ai quali ha portato il radioso Vangelo della salvezza.
Questo pensiero tradisce un male oscuro che c’è nell’animo dei Corinzi ed è quella falsità con la quale si pensa che il cristianesimo possa convivere; non solo il cristianesimo, soprattutto l’opera dell’evangelizzazione.
L’evangelizzazione è l’annunzio del Vangelo di Cristo Gesù che ci invita ad abbandonare il regno delle tenebre, per entrare in quello della luce; si lascia la menzogna e si abbraccia la verità; si lascia l’ipocrisia e ci si sposa con la sincerità del cuore.
Questo passaggio è l’essenza stessa dell’apostolato cristiano. Come si può pensare che un missionario che consuma la sua vita per portare Cristo nei cuori possa essere lui per primo rimasto nel regno delle tenebre, dal momento che usa l’inganno verso la comunità cristiana?
Poiché ognuno pensa dell’altro secondo i principi che albergano nel suo cuore, noi dobbiamo concludere che il cristianesimo che si viveva a Corinto era già inquinato da molti pensieri strani.
Questi pensieri non riguardano la persona su cui sono stati pronunciati, bensì riguardano coloro che li hanno pronunciati. Dal momento che i Corinzi hanno pensato questo di Paolo, dobbiamo concludere che in Corinto era già iniziata la trasformazione dello stesso Vangelo, ci si era già incamminati sulla via dell’ipocrisia e della falsità.
C’è una facciata che si mantiene pulita, ma l’interno è già macchiato dalla sporcizia dell’errore. A Corinto si è già convinti – e lo prova il fatto che essi lo pensano – che si possa convivere con l’inganno nel cuore e con l’ipocrisia sulle labbra.
[17]Vi ho forse sfruttato per mezzo di qualcuno di quelli che ho inviato tra voi?
Paolo può facilmente dimostrare falso il pensiero dei Corinzi.
La storia cade sotto la legge della prova e della testimonianza. Cade sotto la legge della concretezza.
Ognuno può pensare dell’altro quello che vuole. È peccato pensare il male e tuttavia si pensa.
Il fatto però che uno pensi male, non significa che l’altro abbia fatto il male che gli viene attribuito.
Il male è un evento storico, è un fatto che cade sotto gli occhi di molti o di pochi. C’è sempre qualcuno che lo può attestare, perché è testimone oculare. Paolo chiede alla storia che gli renda testimonianza.
Lui personalmente non ha ingannato i Corinzi. Non li ha ingannati neanche attraverso persone di sua fiducia.
Tutti coloro che da Paolo sono stati mandati a Corinto, sono stati sempre mandati per motivi spirituali e mai per motivi materiali. Sappiamo che motivo materiale fu la colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme, ma questa è una colletta non a favore di Paolo, ma di altre comunità.
Nessuno tra quelli che Paolo ha inviato a Corinto hanno chiesto loro qualcosa in nome di Paolo, ma soprattutto a beneficio di Paolo.
Questa è verità storica ed è incontrovertibile. Tutti la possono verificare ed attestare. Dinanzi alla verità della storia dobbiamo solo inchinarci e accogliere il suo verdetto.
[18]Ho vivamente pregato Tito di venire da voi e ho mandato insieme con lui quell'altro fratello. Forse Tito vi ha sfruttato in qualche cosa? Non abbiamo forse noi due camminato con lo stesso spirito, sulle medesime tracce?
Paolo non ha inviato nessuno a Corinto se non Tito e un altro fratello. Solo questi due sono andati in quella comunità mandati da Paolo.
Paolo è certo che Tito si è comportato allo stesso modo. La conoscenza che lui ha di Tito gli attesta che in niente i Corinzi sono stati sfruttati.
Paolo è convinto che Tito si è comportato in tutto come lui, perché Tito è suo discepolo e al discepolo Paolo ha insegnato i suoi stessi modi di pensare e di agire.
Paolo dice qui che loro due hanno camminato con lo stesso spirito, sulle medesime tracce.
Lo stesso spirito è quello del Vangelo, è il pensiero di Cristo Gesù, è la sua verità, è l’amore per le anime, è la libertà e la rinunzia ad ogni cosa pur di guadagnare qualche anima a Cristo Gesù.
Le stesse tracce sono le vie spirituali che essi percorrono al fine di poter raggiungere un giorno il regno dei cieli.
Questa conoscenza perfetta dell’altro è vitale nelle relazioni tra due persone. Paolo conosce perfettamente Tito, conosce i suoi pensieri, sa il suo cuore, sa come si sarebbe comportato in ogni condizione.
Questa conoscenza perfetta dono stabilità all’amicizia, all’amore, al lavoro missionario nella vigna del Signore.
Questa conoscenza dona sicurezza all’altro, perché sa che mai sarà deluso. È come se ci fosse un altro se stesso.
È opera altamente missionaria formare qualcuno a camminare con lo stesso spirito, sulle medesime tracce.
Chi riesce a compiere questo cammino di formazione, ha raggiunto un traguardo così alto e sublime nella Chiesa, da poter dire da aver speso bene tutto il suo tempo, tutto il suo ministero, tutta la sua opera.
Purtroppo c’è da lamentarsi, specie oggi, che ognuno cammina per suo conto, per pensieri separati, per tracce divergenti.
Questo è uno degli scandali più forti che distruggono la credibilità della Chiesa. La Chiesa è unità, è unanimità nelle parole e nelle azioni; la Chiesa è quel mistero dell’unico corpo di Cristo, nel quale ognuno dovrebbe ricevere sia la linfa dello spirito, che la linfa dell’anima dall’unico e medesimo Signore.
La linfa dello spirito sono i pensieri di Cristo, la linfa dell’anima è la sua grazia.
Tutto il lavoro apostolico, missionario, qualsiasi altro insegnamento che si fa nella Chiesa dovrebbe condurre a far sì che tutti sappiamo come l’altro pensa ed agisce, perché sanno come pensa e agisce Cristo. Sanno che l’altro non penserà e non agirà se non secondo quanto ha fatto e ha pensato Cristo Gesù.
Paolo è certo che Tito altro non fa che pensare come lui e agire come lui e insieme pensano ed agiscono come ha pensato ed agito Cristo Gesù.
La comunione nei pensieri e nei cammini di salvezza, l’unità nella verità e nella grazia, è l’esempio che il mondo attende per credere nella verità e nella grazia di Cristo Gesù.
Dargli questo esempio è obbligo di chi ama il Signore e si dice suo discepolo.
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2/24/2012 6:47 PM
 
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PATERNI TIMORI

[19]Certo, da tempo vi immaginate che stiamo facendo la nostra difesa davanti a voi. Ma noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione.
Ancora un altro pensiero da chiarificare. Qualcuno, o tutti, leggendo la Lettera, avrebbero potuto immaginare che Paolo abbia fatto un discorso così lungo, per difendere il suo operato dinanzi a loro.
Paolo non ha queste preoccupazioni. Lui non ha nulla da difendere davanti agli uomini. La sua coscienza, il suo ministero, ogni sua opera egli l’ha sempre compiuta dinanzi a Dio e dinanzi a Lui egli ora parla.
Per essere più precisi egli parla davanti a Dio in Cristo. Davanti a Dio significa che il tribunale è uno solo e anche il giudice è uno solo.
Il tribunale è quello di Dio, il giudice è lo stesso Dio. Egli attualmente ha parlato ai Corinzi come se fosse dinanzi al tribunale di Dio per ricevere la sentenza eterna sulla sua vita.
È come se Dio lo avesse convocato in giudizio per rendere a lui ragione delle sue opere, di ogni sua opera, non solo nei confronti dei Corinzi, ma di ogni altro uomo, che lui ha incontrato nel suo ministero apostolico.
In Cristo ha un altro significato. Egli si giustifica, o parla dinanzi a Dio, non secondo la verità degli uomini, il loro pensiero, la loro volontà. Non è la legge degli uomini il codice morale e spirituale della sua coscienza, è invece quella di Cristo.
È la volontà di Cristo, la parola di Cristo, i desideri di Cristo, i pensieri di Cristo la sua legge, la norma che guida la sua coscienza, che governa i suoi pensieri, che dirige la sua volontà, che mette in moto i suoi sentimenti. Secondo questa legge egli parla e sull’osservanza e nel compimento della verità del Signore Gesù Cristo egli sarà giudicato.
Questa è l’unica norma, l’unica legge che un uomo dovrebbe avere sempre dinanzi ai suoi occhi, fissa nel suo cuore, impressa nella sua coscienza, Secondo questa legge noi saremo giudicati, secondo questa legge noi dobbiamo anche vivere ed operare.
Se Paolo non dovrà essere giudicato secondo la legge dei Corinzi, o degli uomini, perché parla dinanzi a loro dell’osservanza della legge di Cristo, di cui egli è uno scrupoloso osservante?
Lo fa non per discolparsi, ma per edificare i Corinzi. Lo fa per insegnare loro che c’è una legge suprema alla quale ogni uomo deve obbedienza, anche a costo di perdere tutti gli uomini e tutto il mondo.
Lo fa per insegnare ai Corinzi che i loro desideri, la loro volontà, i loro sentimenti non possono essere norma per nessuno. Ogni uomo deve porsi dinanzi a Dio, in Cristo, e agire dinanzi a Dio secondo la legge di Cristo Gesù.
Come ogni uomo deve essere rispettato nella sua obbedienza a Dio, così si deve sentire obbligato in coscienza a rispettare la volontà di Dio negli altri.
È nel compimento della volontà di Dio per quanto ci riguarda e nel rispetto della stessa volontà per quanto riguarda gli altri che la salvezza nostra e del mondo si compie.
Nessuno pertanto deve farsi legge per gli altri, nessuno deve assoggettarsi alla legge dei fratelli. Dio è il Signore e nessun altro.
È questa l’edificazione che Paolo vuole dare ai Corinzi. Nessuna giustificazione da parte sua, nessuna difesa. C’è solo un insegnamento grande che lui deve dare e deve farlo attraverso il racconto della sua vita, svelando alcuni particolari che lo hanno investito durante il suo lunghissimo apostolato a favore del Vangelo e anche della loro salvezza.
[20]Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero e che a mia volta venga trovato da voi quale non mi desiderate; che per caso non vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini,
Questo versetto si può scomporre in due parti:
Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero e che a mia volta venga trovato da voi quale non mi desiderate.
È un timore questo che deve sempre accompagnare l’uomo di Dio. È il timore che non si faccia mai abbastanza per compiere in tutto la volontà di Dio.
È questo un timore giusto, santo. Dobbiamo fare tuttavia una differenza. Per quanto riguarda la persona di Paolo, il suo agire, si tratta di un timore di mancata perfezione. Egli teme che i Corinzi non lo trovino perfetto in ogni cosa, non però secondo la misura della loro fede, o secondo la loro volontà, o i loro pensieri, ma secondo la volontà di Dio.
Teme cioè che qualcuno possa pensare che Paolo ancora non è perfetto secondo Dio. Questo timore deve spingerci ogni giorno a realizzare la volontà di Dio secondo la regola della più alta perfezione. Dobbiamo osservare la volontà di Dio anche nei più piccoli precetti. Ogni parola del Vangelo deve essere da noi vissuta, osservata, crescendo in una intensità di amore sempre più grande, anzi procedendo di amore in amore e di verità in verità, sempre sorretti e guidati dallo Spirito di santificazione che è stato riversato nei nostri cuori.
Per quanto invece attiene al timore di Paolo nei confronti dei Corinzi, non si tratta del raggiungimento della perfezione assoluta, di una vita interamente santa ancora non ottenuta, quanto di non trovarli liberi da alcuni peccati che sono la negazione stessa della fede cristiana.
Ci sono, infatti, nella fede cristiana, alcune cose che manifestano perfezione e Paolo è nella perfezione, ma anche alcune cose che rivelano la nostra appartenenza al mondo e non più a Cristo, svelano il nostro vivere secondo la carne e non invece secondo la legge e l’amore di Cristo Gesù.
che per caso non vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini,
Tutte queste cose rivelano che i Corinzi, o coloro che nella comunità le compiono, sono ancora sotto la carne e non sotto lo Spirito di Dio. Queste opere sono dell’uomo secondo Adamo e non dell’uomo secondo lo Spirito, rigenerato e fatto nascere da lui a vita nuova.
Questi vizi citati da Paolo manifestano una sola realtà: la totale assenza dell’amore di Cristo nei loro cuori; rivelano il pieno loro ritorno nella carne.
La carne è egoismo; la legge di Cristo è amore, dono della propria vita a Dio e in Dio ai fratelli.
Contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini altro non sono che manifestazioni dell’egoismo che governa la mente e il cuore dell’uomo che gli fa ricercare solo se stesso, mettendosi contro gli altri, anzi volendo e desiderando che gli altri siano tutti per lui.
Paolo teme che ancora queste cose non siano del tutto sparite dai loro cuori e dalla vita bene ordinata di una comunità che ha scelto la legge di Cristo per vivere e per operare. Ora è proprio della legge di Cristo consumarsi per amore, darsi agli altri perché attraverso il suo sacrificio possano offrire a Dio il culto in spirito e verità che il Signore domanda e vuole da ogni uomo.
Ogni buon pastore deve spendere interamente tutta la sua azione missionaria a liberare i cuori da questi vizi. Quando un cuore si libera dall’egoismo e da tutti quei frutti di male che l’egoismo produce, nella comunità inizia a splendere il sole della verità e della grazia, il sole della giustizia e della santità.
Se invece un pastore lascia che questi vizi crescano, abbondino e si moltiplichino nella comunità che egli regge nel nome di Cristo, egli altro non fa che dichiarare la morte spirituale della comunità. Ed è vera morte spirituale perché è un ritorno alla carne, alla concupiscenza, all’egoismo, alla superbia e ad ogni altro peccato che distrugge, mina alle fondamenta l’edificio cristiano che si regge e si costruisce, si eleva solo dalla distruzione di questi peccati e dall’immissione nel nostro cuore dell’amore di Cristo, vissuto sullo stesso modello di Cristo, che si umiliò, annientando se stesso fino alla morte e alla morte di croce.
[21]e che, alla mia venuta, il mio Dio mi umilii davanti a voi e io abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti dalle impurità, dalla fornicazione e dalle dissolutezze che hanno commesso.
In verità è un po’ misteriosa questa affermazione di Paolo. In che modo Dio avrebbe potuto umiliare Paolo e perché Paolo teme di essere umiliato da Dio dinanzi ai Corinzi?
L’umiliazione potrebbe essere una sola: quella di essere giudicato da Dio non irreprensibile nei loro confronti nella sua azione pastorale, missionaria.
A volte può capitare che un pastore sia di animo blando, non forte, non sicuro di sé. A causa di questa sua debolezza spirituale potrebbe indurre nell’errore gli altri, potrebbe indurli a pensare che in fondo la dirittura morale non sia poi tanto necessaria per essere dei buoni discepoli di Cristo Gesù.
A volte il missionario, o colui che regge una comunità, con il suo non intervento nel riprendere coloro che sbagliano, potrebbe far credere agli altri che tutto sia lecito, anche permanere o ritornare nei peccati di un tempo.
Qui Paolo enumera tre gravi peccati: l’impurità, la fornicazione, le dissolutezze. Sono, questi, vizi gravissimi che attestano che un uomo ancora non è sotto il regime della grazia, ma del peccato.
Non è sotto il regime della grazia perché ancora non si è liberato dalla sua condizione di un tempo, quando ancora non conosceva Cristo Gesù, ancora non era stato battezzato da acqua e da Spirito Santo, ancora non era stato rigenerato a vita nuova.
Quando si è nel regime della carne questi peccati sono vizi naturali all’uomo, sono l’espressione stessa della sua natura, che è concupiscente, sfrenata, senza regole sessuali.
Quando invece si passa sotto il regime dello Spirito questo non può più avvenire. Con la forza dello Spirito Santo bisogna entrare nel perfetto dominio di sé. Un uomo sa quando è governato dallo Spirito proprio dal fatto che riesce a governare, a superare, a vincere i moti della sua carne, ad avere un controllo perfetto della sua sessualità, che viene incanalata nella legge di Cristo, vissuta in tutto secondo la sua volontà.
Si piange solo per il peccato. Ma il pianto per il peccato potrebbe avere una duplice origine.
Perché si offende Dio che è la fonte di ogni bene, la luce eterna ed infinita che dona luce e vita ad ogni uomo. Dio è degno di ogni amore, è degno dell’offerta della nostra vita, è degno del nostro sacrificio. Chi ha il suo cuore in Cristo, vedendo il cuore di Cristo ferito dalle continue trasgressioni degli uomini, piange perché il cuore di Cristo è nel pianto, soffre perché il cuore di Cristo è nella sofferenza.
In qualche modo anche lui si sente responsabile del peccato del mondo, del male che arrecano al suo Signore e per questo anche lui è nel pianto. Questo è, però, un pianto di amore, un pianto di partecipazione alla sofferenza di Cristo, un pianto di crocifissione per Lui per amore, affinché il peccato venga espiato, cancellato, annullato.
L’altro pianto invece è un pianto di giustizia e non di amore, è un pianto di omissione, di mancata opera di evangelizzazione, di formazione, di educazione nella retta fede.
Questo pianto deve essere dolore per il peccato commesso. Questo pianto deve essere sigillato con il perdono da parte di Dio e con l’espiazione da parte nostra.
L’uomo di Dio deve avere sempre il santo timore di non dover mai incorrere in questo pianto. Deve sempre conservarsi puro e retto nella coscienza, vero in ogni parola che esce dalla sua bocca, forte in ogni decisione che serve per manifestare le esigenze del Vangelo della salvezza.
L’uomo di Dio può solamente piangere il pianto di Gesù su Gerusalemme. Gesù, il Giusto, il Santo, colui che è stato sempre mosso dallo Spirito del Signore non aveva nulla da rimproverarsi, la sua coscienza gli attestava la verità perfetta di ogni sua azione.
Lui pianse su Gerusalemme perché aveva rifiutato il dono di Dio, l’offerta della pace. Di questo pianto l’uomo di Dio deve sempre piangere. Dell’altro mai.
È questa l’attenzione che deve mettere in ogni sua opera.
Se i Corinzi non si sono convertiti non è certo per colpa sua. Egli ha dato veramente tutto quello che doveva dare. Tuttavia egli è uomo ed è proprio dell’uomo giusto e timorato di Dio pensare sempre di non dare mai abbastanza, di non fare mai alla perfezione ciò che il Signore ci chiede.
Questa umiltà ci preserva dalla superficialità, ci impegna a consumare veramente noi stessi per la causa del Vangelo.
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2/24/2012 6:49 PM
 
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LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Come Dio si rivela. La rivelazione è un mistero che ha la sua origine solo in Dio. È Lui, e Lui solo, che sa quando, come, a chi manifestarsi. L’iniziativa e le forme storiche, concrete, appartengono solo alla sua volontà imperscrutabile. Generalmente la rivelazione è un movimento che dal cielo discende sulla terra. A volte potrebbe anche essere un movimento che dalla terra conduce al cielo. Paolo ha vissuto tutti e due questi movimenti. Sulla via di Damasco il cielo si è manifestato dinanzi ai suoi occhi. In altre occasioni, come lui stesso attesta in questa lettera, è stato lui ad essere rapito presso Dio, nel cielo. Nel rapimento di estasi è come se l’anima fosse senza il corpo. Nel Movimento Apostolico abbiamo una immagine di questa movimento di estasi ed è il canto della melodia, operato dall'Ispiratrice - Fondatrice dello stesso Movimento. Il coro degli Angeli che ella trasmette non è solo ascolto di ciò che avviene nel cielo, in qualche modo è anche estasi, elevazione presso Dio, uno stare con Lui per gustare le meraviglie del suo Cielo. Ultima parola da dire sull’estasi e sulla visione del paradiso: il Cielo non è sublimazione delle cose della terra. Il Cielo è divinamente, eternamente diverso da tutto ciò che esiste nel creato. Per questo motivo non c’è lingua che possa descriverlo, o parlarne con proprietà di linguaggio. Tutte le descrizioni del Paradiso sono una pallida idea di ciò che veramente e realmente c’è in esso. Una osservazione che merita di essere fatta è questa: la rivelazione privata è parte essenziale della nostra fede. Paolo riceve una rivelazione privata. Poiché questa rivelazione privata è nella Scrittura essa è rivelazione pubblica. La sua tuttavia è una manifestazione paradigmatica. Attraverso di lui il Signore ci manifesta qual è il suo agire con gli uomini, non solo durante il tempo degli Apostoli, ma in tutto l’arco della storia della Chiesa. Ci sono cose che solo Lui può fare e di fatto solo Lui le fa. La conversione di Paolo è solo opera del suo amore, della sua misericordia. Una rivelazione, anche se privata, non bisogna mai vederla dal punto di vista dell’uomo che la riceve, bisogna sempre osservarla dalla parte di Dio che la dona. Perché Dio dona una rivelazione? La può donare per la salvezza del singolo, ma la salvezza del singolo è un fatto sempre ecclesiale e quindi anche se fatta al singolo la rivelazione privata ha rilevanza ecclesiale sempre. Può anche farla a favore di un’intera comunità, oppure dell’intera Chiesa. Se lo fa, Egli è solo mosso dalla sua saggezza eterna. E ciò che Dio decide che è utile per la Chiesa, non possono gli uomini dichiararlo non utile. Quando Dio parla non è mai un fatto privato. È sempre un fatto di salvezza. Importante però è comprendere bene quello che il Signore vuole, per viverlo secondo tutta la santità che l’evento richiede.
Perché vantarsi delle debolezze. Perché San Paolo si vanta delle sue debolezze? La debolezza è proprio della natura umana. Questa è solo sua, il resto è del Signore. Di ciò che non è nostro noi non possiamo vantarci. Vantarsi della debolezza ha anche un altro significato. È affermare che solo la grazia agisce in noi e che tutto quello che facciamo è solo opera del Signore in noi, non è opera nostra. Nella confessione della propria debolezza si innalza a Dio ogni onore e gloria, perché lo si riconosce come il solo autore della salvezza e della carità che egli compie nel mondo proprio, attraverso la nostra debolezza e fragilità.
Giungere alla verità per sapienza, non per rivelazione. Ogni discepolo del Signore deve agire sempre con lo Spirito di Sapienza; non sempre può agire con lo Spirito di Rivelazione. Dio vuole che l’uomo metta tutta la sua intelligenza nel rapporto con Lui e con i fratelli. Il primo comandamento consiste proprio in questo, nell’amare il Signore con tutta la nostra mente. “Amerai il Signore Dio tuo con tutte le tue forze, con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore, con tutto te stesso”. Amare con tutta la mente ha un significato preciso: mettere tutta la saggezza e l’intelligenza, dono e frutto in noi dello Spirito Santo, perché possiamo cogliere la realtà in se stessa e profondere ogni energia al fine di condurla nella salvezza. Per conoscere la verità del cielo e della terra sarebbe sufficiente porsi alcune domande nello Spirito Santo, ma anche darsi le risposte nello stesso Spirito. Chi manca dello Spirito del Signore, queste domande non se le può fare, non si può dare neanche le giuste risposte. Si pone delle domande sbagliate, si dona delle risposte altrettanto errate, non giunge alla conoscenza della verità, non opera efficacemente nella pastorale, che è fatta sempre di giuste domande e di sane e sante risposte. Su questo bisognerebbe riflettere. Molti incontri, molti aggiornamenti, molti congressi, molte conferenze, molte relazioni che si fanno partono tutte da una domanda errata. Se è errata la domanda, necessariamente sarà errata anche la risposta. Quando poi nella realtà andiamo a incarnare le risposte, poiché queste non rispondono a verità, cadono tutte nel vuoto. È come se un medico, dovendo dare una medicina per un argano ammalato, ordinasse un collirio, che è per gli occhi, mentre è la mano che è ammalata. Di questi errori ne facciamo tanti. Questo avviene perché manca un serio cammino di santità, manca la potenza dello Spirito Santo che agisce dentro di noi.
Grandezza e umiliazione. San Paolo è ricco di ogni dono di Dio. Potrebbe montare in superbia. Il Signore invece vuole che lui rimanga sempre nella più grande umiltà e per questo lo affligge con una spina nella carne. Questa spina ha un solo scopo: manifestargli sempre la sua reale condizione, ciò che lui è realmente dinanzi a Dio. San Paolo pensa anche che sia giusto che questa spina venga tolta. Prega il Signore, il quale gli risponde che la spina deve rimanere là dove essa è. Ci chiediamo: è giusta questa preghiera di allontanamento? Ognuno deve sempre chiedere a Dio che tolga dal suo corpo, dalla sua carne ogni ostacolo per un amore sempre più grande verso il Signore. Ogni uomo però deve mettersi sempre e solo nella volontà di Dio. Paolo chiede di essere liberato perché vuole amare il Signore con tutto se stesso; il Signore gli risponde che non può amarlo con tutto se stesso se non attraverso questa spina che è nella sua carne, la quale deve essere sempre lì per evitare che lui possa essere tentato e cadere nel peccato della superbia. Paolo non conosce la natura umana, decaduta a causa del peccato e ciò che essa riesce a fare per allontanare un uomo da Dio attraverso il vizio capitale della superbia. Dio sa la potenza del male dentro di noi, specie della superbia, e tiene Paolo nell’umiltà, nella debolezza, nella fragilità. È giusta la preghiera, è giusta la risposta. Con la grazia di Dio tutto è possibile all’uomo e ogni vittoria sul male è già realtà per il cristiano. Questo episodio della vita di Paolo ci manifesta così che Dio agisce con potenza nella debolezza dell’uomo. Dove l’uomo è fragile lì interviene il Signore con la sua grazia, la sua misericordia, il suo Santo Spirito e conduce un uomo di verità in verità e di santità in santità, fino alla completa realizzazione in lui della Parola del Signore. Il tutto di Dio è nel niente dell’uomo e sempre la grazia di Dio aiuta e favorisce la ragionevolezza dell’uomo, lo aiuta a comprendere qual è il vero male per lui e come può vincerlo, rimanendo sempre un buon discepolo e un missionario di Cristo Gesù.
Caduta in grazia, caduta in sapienza. L’aiuto dall’esterno. Quando il cristiano cade dalla grazia, cade anche dalla sapienza. La grazia dona libertà allo Spirito del Signore, il principio soprannaturale, la fonte divina di ogni sapienza umana, di poter agire in noi con la sua luce, che è intelligenza, saggezza, prudenza, fortezza, giustizia, temperanza. Quando un cristiano oscura la grazia con il peccato, lo Spirito Santo è sempre in Lui, ma è privato di ogni libertà di azione. Poiché solo Lui è la sorgente in noi della vera sapienza, noi non possiamo più attingerla – parlo della sapienza soprannaturale, della conoscenza perfetta della volontà di Dio – subito, dalla sapienza divina, celeste, eterna, passiamo alla sapienza umana. Iniziamo a decidere secondo la nostra terrena intelligenza e sapienza, ma questa non è sicuramente la volontà di Dio. Chi vuole essere sapiente, intelligente, chi vuole esercitare le virtù della prudenza e della giustizia, della fortezza e della temperanza, lo deve fare attraverso una costante crescita in lui della grazia, che avviene mediante una quotidiana osservanza della Parola di Gesù. Inoltre c’è da aggiungere che quando si cade dalla grazia e si retrocede dalla via della santità, occorre sempre un aiuto esterno, quello della Chiesa, dei fratelli nella fede, che ci riprendano e ci riconducano nella via della verità e della giustizia. C’è una missione all’interno della Chiesa che è fondamentale: quella cioè di aiutare quanti cadono dalla grazia a farvi presto ritorno e in questo svolgono un ruolo fondamentale i sacerdoti che esercitano il ministero della riconciliazione e ogni altro cristiano con il dono dell’esortazione, della parola giusta, dell’incoraggiamento, del prendere l’altro per mano e ricondurlo nuovamente a Gesù.
I segni del vero apostolato. Paolo vuole che i Corinzi lo vedano quale lui veramente è: un vero apostolo del Signore, uno che realmente ama Gesù Cristo a tal punto da dare la vita per Lui nell’esercizio del ministero per il quale è stato chiamato. Perché i Corinzi possano sempre discernere il vero apostolo dai falsi, o da coloro che sono solo mercenari, lui ne dona le regole. Il vero apostolo di Gesù Signore si presenta dinanzi al mondo con una pazienza a tutta prova. È capace cioè di sopportare ogni cosa, ma anche di prendere su di sé il peccato di fragilità della stessa comunità al fine di espiarlo perché solo la verità e la pace di Gesù regnino nel suo seno. Deve essere un uomo che porta in sé tutta la ricchezza della grazia di Dio, non la porta solo nel cuore, la effonde intorno a sé allo stesso modo di Cristo Gesù: attraverso segni, miracoli e prodigi. Il vero apostolo del Signore è un vero amico dell’uomo e gli offre tutti quei segni della grazia, tutti quegli aiuti soprannaturali, perché possa aprirsi alla fede nel Signore Gesù. Segni, miracoli e prodigi sono sempre e soltanto la fruttificazione dell’onnipotenza di Dio che dimora nel vero apostolo del Signore. È il Signore che abita nel vero apostolo e attraverso di lui opera per la conversione dei cuori, parlando al loro spirito, alla loro anima, al loro corpo perché accolgano il vangelo ed entrino nella Chiesa, perseverando in essa, fino alla fine.
Ragioni in Dio, ragioni nell’uomo. Il mistero non si può abolire. Quando l’apostolo di Cristo Gesù va per il mondo ad annunziare il Vangelo, lui mette l’uomo dinanzi al mistero: mistero di Dio, dell’uomo, della grazia di Dio, del peccato dell’uomo; mistero dell’amore di Dio, ma anche mistero della libertà dell’uomo. L’apostolo di Cristo Gesù annunzia il mistero, per quanto è possibile dona anche le ragioni che sono in Dio e che sono nell’uomo che spingono ad accogliere il mistero. Ma lui non può andare oltre. Il mistero rimane. Dio è il mistero. È il mistero perché è Dio. Se non fosse Dio non sarebbe il mistero. Tuttavia, ed è questa la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo, quando ci si apre alla sua verità, lo Spirito del Signore scende nel nostro cuore e dal di dentro lo illumina, lo rischiara, lo orienta, apre la sua mente alla conoscenza, la sua intelligenza alla comprensione, il suo cuore all’amore, la sua anima ad una grazia sempre più grande. Pur non potendo abolire mai il mistero, questo a poco a poco si rende più comprensibile, più amabile. Lo Spirito del Signore, che è comunione eterna di amore e di verità, tra il Padre e il Figlio, immette anche noi in questa comunione di amore e di verità, e man mano che cresciamo in grazia, la nostra comunione di amore e di verità cresce, si fa forte, assai forte, fino a divenire indistruttibile. L’uomo, dallo Spirito Santo, è condotto, introdotto nel mistero, vive nel mistero, ama il mistero, si sente parte di questo mistero e anche se non riesce a razionalizzarlo in tutto, perché il mistero è oltre la sua mente, a poco a poco la sua intelligenza si affina a tal punto da percepire anche le minime variazioni di verità che ci avvicinano al mistero e di falsità che ci allontanano da esso. I Santi, che sono immersi in questo mistero, hanno sempre sconvolto la Chiesa con la loro verità e il loro amore. I Teologi che studiano il mistero lasciano invece la Chiesa così come essa è. I Santi parlano dal mistero, dal di dentro, immersi in esso; i teologi parlano dello stesso mistero, ma dal di fuori, per sentito dire, per studio e per conoscenza indiretta. Ma la conoscenza indiretta non serve per la comprensione del mistero, serve invece la conoscenza diretta e questa si ha attraverso la nostra immersione in esso, per la via dello Spirito, per la via della santità.
Consumarsi per le anime. San Paolo ha un rapporto particolare con le anime. Il suo è un rapporto sacrificale, un legame d’amore. Il rapporto sacrificale è quello stabilito da Cristo Gesù sulla croce. Chi vuole salvare un’anima deve essere disposto a dare la vita per essa, a morire, a lasciarsi crocifiggere, a consumare ogni sua energia fisica e spirituale. Se manca questa volontà di andare fin sulla croce per la salvezza di un’anima, l’apostolato che si fa non sortisce alcun effetto, perché manca il sangue che deve irrorare l’anima per purificarla, lavarla, presentarla a Dio senza macchia, senza peccato, tutta splendente di grazia e di verità. Il legame sacrificale attinge la sua forza nel legame d’amore. Questo legame non è direttamente con le anime; è, sì, con le anime, ma prima è con Cristo. Il missionario di Gesù è legato a Cristo con un legame indissolubile d’amore che è compimento della volontà di Cristo anche nei minimi precetti della sua legge. Questo è l’amore: la volontà di obbedire in tutto. L’obbedienza a Cristo del missionario, che è legame d’amore con lui, vuole che lui compia la stessa opera di Cristo allo stesso modo, nelle stesse forme secondo le quali l’ha compiuta Cristo Gesù. Cristo Gesù morì per la salvezza della anime, il missionario di Cristo Gesù muore per la salvezza delle anime, muore perché ama Cristo, muore perché Cristo gli ha comunicato il suo stesso amore per le anime. Il missionario attinge tutto l’amore per le anime in Cristo Gesù e da questo amore si lascia consumare ogni giorno. Lui e Cristo divengono così un sacrificio d’amore, un’oblazione che si consuma in onore del Padre, a beneficio della salvezza eterna delle anime.
Non ama, chi distrugge l’amore dell’altro per Cristo. Chi ama veramente le anime altro non fa che rafforzare l’amore per Cristo che in esse si trova. Quando invece si distrugge questo amore, lo si rende debole, vuoto, vano, lo si priva della sua forza, che è la verità, è il segno che questo amore che si predica, o si annunzia, è un amore che non ama Cristo. Se questo amore non ama Cristo, che è amore è? È sicuramente un falso amore, è qualcosa che si traveste di amore, mentre in realtà è invidia, gelosia, superbia, concupiscenza, sete di denaro e di gloria; è ogni altro peccato che governa e schiavizza il nostro cuore. Noi possiamo sempre sapere se l’amore di colui che ci sta di fronte è vero, oppure è un amore falso. Basta osservare cosa produce nel nostro cuore. Se le sue parole distruggono Cristo in noi, il suo non è amore. È tutto, ma non è amore, perché è il peccato che parla attraverso di lui. Se invece le sue parole conducono a Cristo, Cristo edificano in noi, Cristo realizzano, perché ci donano il vero Cristo, allora questo amore è vero, è puro, è santo. Con questo amore possiamo lavorare, perché sicuramente ci arricchirà, ci farà crescere in esso, ci condurrà verso la pienezza dell’amore di Cristo in noi.
Chi predica secondo verità, ama secondo verità. È, questa, un’altra regola di discernimento per sapere chi è colui che ci porta a Cristo, che ci ama secondo verità, che ci conduce di verità in verità, ma anche di amore in amore. Per questa seconda verifica è sufficiente osservare come si predica, come si annunzia. Se si annunzia secondo verità il Vangelo, se lo si proclama nella sua interezza, se lo si dice secondo le regole della retta predicazione – quelle regole che abbiamo già esaminate in queste stesse pagine: pazienza a tutta prova, segni, miracoli e prodigi – allora è il segno che anche il suo amore per noi è vero, di lui ci possiamo fidare, con lui possiamo percorrere la stessa strada, perché di certo ci condurrà nel cuore di Cristo, nel cuore del Padre, nel cuore dello Spirito Santo. La retta, santa, vera predicazione è il segno del vero, retto, santo amore che abita in un cuore. Chi non ama secondo verità Cristo Gesù neanche lo può predicare secondo verità. La sua è una accomodazione della parola, una contraffazione, una trasformazione, una parvenza di verità. Se il predicatore non predica secondo verità, neanche ama Cristo secondo verità. Se non ama Cristo non può amare le pecore di Cristo, il suo gregge. Questo deve essere evidente per ogni cristiano. Nessuno può avere la presunzione di essere amato da chi non ama Cristo Gesù. Poiché la misura dell’amore di Cristo è la parola vera che noi diciamo, dalla parola vera, dalla retta predicazione, possiamo risalire all’amore vero del predicatore e stabilire quale dovrà essere la nostra relazione con lui, se di fiducia, o di allontanamento da lui, perché siamo più che certi che non ci condurrà al nostro Amore, all’Amato della nostra anima. Dove c’è un cristianesimo inquinato da pensieri strani, dove la predicazione è anch’essa pensiero strano della mente, anche se fatto passare per elaborati progetti culturali da attuare, lì non c’è vero amore per Cristo Gesù. Ci sono solo uomini che parlano di sé, fingendo di parlare del Signore Gesù. Da questi uomini bisogna guardarsi perché non insegnano come si ama Cristo, insegnano solo come piacere a se stessi e agli altri, ma non a Cristo, non a Dio, non allo Spirito Santo.
Camminare con lo stesso spirito, sulle medesime tracce. Quando si vuole raggiungere Cristo si deve camminare su una sola via, quella della verità che infonde la carità nella nostra anima. La Chiesa è comunità, è anche cammino d’insieme. Si può camminare con gli altri, senza prima aver operato un sano discernimento? La risposta è no. Per camminare con gli altri bisogna sapere dove conduce la strada degli altri. Se questa non porta ad un amore più grande per Cristo Signore, diviene assai pericoloso camminare assieme. Sicuramente, se non siamo sufficientemente forti, rischiamo di retrocedere dalla via della verità e incamminarci su una strada di menzogna e di falsità. Per questo è giusto che si possieda una conoscenza perfetta dell’altro, si conoscano i suoi pensieri e soprattutto le sue opere. Se le sue opere non sono buone, neanche i suoi pensieri sono buoni. Bisogna allora formarsi nell’unico Spirito di Dio per camminare nell’unico Spirito. È possibile formarsi nell’unico Spirito del Signore? È possibile se lo si vuole e se si prende la Parola di Cristo Gesù e la si pone come unica verità per la nostra mente, verità alla quale ogni giorno ci dobbiamo convertire, verità che ogni giorno dobbiamo incarnare, verità che sempre dobbiamo annunziare. Non è possibile separare questi tre momenti della verità: conversione alla verità, vita nella verità, annunzio e testimonianza della verità al mondo intero. In questo cammino di comunione nell’amore e nella verità occorre molta circospezione, molta prudenza, tanta attenzione affinché non ci lasciamo fuorviare dal retto cammino e percorriamo vie di menzogna e di falsità. La prudenza non è mai tanta e la saggezza è sempre poca per coloro che vogliono raggiungere Cristo nel regno dei cieli e portare con sé molte anime convertite al Vangelo e santificate attraverso la loro parola di verità e le loro opere di amore.
Parlare davanti a Dio, in Cristo. L’apostolo del Signore è sempre uomo pubblico, lui mai potrà essere uomo privato. Egli dovrà sempre parlare dinanzi a tutto il mondo, dovrà parlare perché il mondo ascolti la Parola di Cristo Signore. Dovrà però fare molta attenzione. La sua Parola sarà vera se lui la pronunzierà sempre davanti a Dio, la pronunzierà in Cristo Gesù. Cosa significa parlare davanti a Dio, in Cristo? Significa che il timore del Signore deve rivestire la sua anima, il suo spirito, il suo cuore, la sua volontà, ogni suo sentimento. Lui è servo di Dio, in tutto deve dire sempre le cose che sono gradite a Dio, deve dire solo la sua volontà, deve dirla come se Dio stesso fosse lì ad ascoltare, a verificare, ad esaminare se tutto corrisponde a verità. Questo obbliga il missionario a pesare ogni sua parola, a studiare e a conoscere ogni parola di Dio, a invocare lo Spirito del Signore, perché metta sulla sua bocca solo le parole di Dio, togliendo e allontanando ogni altra parola che non è di Dio, che non appartiene a Lui. Se il missionario vi metterà tutta questa attenzione, egli parlerà sempre davanti a Dio, avrà come suo unico ascoltatore il Signore, come suo unico suggeritore lo Spirito Santo. Tutto questo però non basta, non è sufficiente. Bisogna parlare in Cristo, con il suo amore, la sua carità, la sua obbedienza, il suo sacrificio, la sua croce, il suo martirio, il suo dono totale per la salvezza delle anime. Il cuore di Cristo che batte d’amore di salvezza dovrà essere lo stesso dell’apostolo di Cristo. Un solo cuore, un solo amore, una sola parola di verità, una sola parola di salvezza, un solo gesto d’amore, una sola croce, una sola vita eterna. Questa è la regola della predicazione cristiana.
Perfetto secondo la volontà di Dio. Ogni cristiano, e in modo del tutto particolare, il missionario del Vangelo deve impegnarsi per essere perfetto in tutto secondo la volontà di Dio. Il suo esercizio deve essere uno solo: divenire in Cristo parola vivente di Dio, parola vivente di Cristo, ma anche verità vivente dello Spirito Santo. È, questo, un cammino ininterrotto, da iniziare ogni giorno sempre daccapo. Mai si potrà raggiungere la perfezione di Cristo in noi e tuttavia verso questa perfezione siamo chiamati a progredire ogni giorno di più a causa del ministero che ci è stato affidato. Il nostro ministero non può essere dissociato dalla nostra persona, è invece la nostra persona il nostro ministero, come era la persona di Cristo Gesù il ministero del Padre sulla terra. È un cammino lungo, questo. I Santi ci mostrano che è possibile percorrerlo sino alla fine. Con la nostra buona volontà, con la forza dello Spirito Santo, con l’amore di Cristo che ci spinge e ci attrae è possibile compierlo. Il mondo vedrà che abbiamo la perfezione di Cristo in noi, vedrà Cristo in noi e se vuole si potrà convertire, accogliendo Cristo, per divenire opera di Cristo tra i fratelli da salvare e da condurre nel regno dei cieli.
L’opera missionaria: liberare dai vizi e dalle imperfezioni. L’apostolo di Gesù deve avere una forte convinzione nel suo cuore. Egli deve essere come un buon agricoltore. Questi svolge nei campi una duplice azione: la prima distruttiva, la seconda di coltivazione. Quella distruttiva è diretta a togliere dai campi tutte le erbe cattive che mangiano le buone sostanze destinate alle piante buone. Succhiamo il sangue del terreno ma con finalità inutili. Se lui non porta a compimento quest’opera di distruzione, il suo lavoro alla fine risulta infruttuoso, o assai poco redditizio. Le erbe cattive soffocano le piante buone e impediscono loro di produrre al massimo. Così è del missionario: egli deve distruggere dal cuore degli uomini vizi e imperfezioni, peccati e trasgressioni. Queste tolgono spazio vitale alla grazia, la quale, non potendosi sviluppare, arresta la sua crescita, fino ad atrofizzarsi e poi morire. Chi vuole lavorare con efficacia nel regno di Dio non solo deve piantare la verità, deve prima e contemporaneamente distruggere il peccato, il vizio, le trasgressioni, tutte quelle venialità che tolgono respiro all’anima e quasi la soffocano. Non è questo un lavoro da niente, o un lavoro secondario. È lavoro principale, che prepara la semina, ma anche la segue, perché il seme buono non venga soffocato e ostacolato nella sua produzione.
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3/4/2012 10:17 PM
 
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CAPITOLO TREDICESIMO


PAOLO SARÀ GIUDICE SEVERO

[1]Questa è la terza volta che vengo da voi. Ogni questione si deciderà sulla dichiarazione di due o tre testimoni.
Paolo si è recato a Corinto già due volte. Ora ha in animo di recarvisi di nuovo.
Da quanto si sta accingendo a dire, il motivo, oltre quello di confermare i fratelli nella fede, è anche di fare chiarezza sulla sua vicenda.
Dalle parole con cui inizia questo tredicesimo capitolo, dobbiamo comprendere che c’è nel suo cuore un intento ben preciso: fare chiarezza secondo la legge di Dio e non secondo arbitrii umani, quali quelli che spesso si usano nelle questioni tra gli uomini.
Un uomo di Dio deve sempre agire secondo la legge. La cosa più bella del nostro cristianesimo è l’oggettività della Legge, l’oggettività della Rivelazione, l’oggettività della Verità.
Nel cristianesimo è tutto fuori dell’uomo. Nel momento in cui l’uomo si sostituisce alla verità, alla legge, alla rivelazione, si cade nel soggettivismo e questa caduta è la fine dello stesso cristianesimo.
La nostra religione per produrre frutti di vita eterna deve sempre conservare il suo carattere oggettivo. Ognuno è servo della Verità, della Legge, della Rivelazione, nessuno è padrone.
Risolvere da servi della verità le questioni che sorgono all’interno della comunità ha un significato preciso: ascoltare i testimoni al fine di evidenziare, trarre fuori la verità oggettiva, la verità storica, la verità così come essa realmente si è svolta.
Un solo testimone non è affidabile, potrebbe anche ingannare, potrebbe ingannarsi, potrebbe dire una cosa per un’altra, o per convenienza, o per errore.
Occorrono due o più testimoni al fine di cogliere la verità nella sua portata storica, nel modo così come essa è andata sviluppandosi.
Paolo, come si può constatare, ama la verità, quella di Dio e quella degli uomini e secondo la verità vuole agire. Per agire secondo verità, è giusto che prima cerchi la verità e per questo gli occorrono i testimoni oculari della storia.
È questo un grande insegnamento che lui ci offre, offre a tutti noi, sovente ammalati di troppo soggettivismo e di troppe interpretazioni personali sia della Rivelazione che della stessa storia. L’uomo di Dio deve essere perfetto in ogni cosa e non può mettere nulla di personale nelle cose della verità e che riguardano il bene di Dio e degli uomini. Attenersi alla legge del Signore è principio di vera sapienza e di saggezza santa.
Attenersi alle leggi di Dio equivale a cercare solo la verità in sé. Chi cerca la verità in sé è uomo giusto, onesto, può arrivare anche ai vertici della santità cristiana, che ha come suo naturale fondamento proprio la ricerca e l’amore della verità: verità del cielo, verità della terra.
Chi non cerca la verità della terra, di sicuro non cercherà la verità del cielo. Chi falsifica la verità della terra lo fa, perché ha già falsificato la verità del Cielo.
È facile sapere se un uomo ama la verità del cielo, è sufficiente osservarlo come si comporta con la verità della terra. Se lui la cerca con passione, con amore, con spirito di intelligenza e di sapienza, in lui si può innestare la vera ricerca della verità del cielo. Se invece nulla accade di tutto questo, ma, al contrario, ci si comporta con la verità della terra con ambiguità, superficialità, sotterfugi, negazione, trasformazione, alterazione è il segno manifesto che si è già nella falsità per quanto riguarda le cose del cielo.
Da questi uomini che uccidono la verità della terra bisogna sempre guardarsi, mettere molta attenzione, essere prudenti oltre misura, perché potrebbero domani, se non lo hanno già fatto, stravolgere anche la nostra verità.
[2]L'ho detto prima e lo ripeto ora, allora presente per la seconda volta e ora assente, a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò più,
Qui Paolo mostra tutta la sua fermezza nel combattere il male, il peccato nella Chiesa di Dio.
I Corinzi lo accusavano di essere fermo e forte per mezzo delle Lettere, blando e debole di presenza.
Paolo confuta questo loro giudizio superficiale, ambiguo e privo di qualsiasi fondamento storico, con il dire loro che questa volta non avrebbe più perdonato, non in assenza, lontano da coloro che avevano peccato, non avrebbe perdonato da vicino, stando in mezzo a loro, dinanzi a coloro che avevano commesso il peccato.
Egli è uomo forte. È forte perché il dono della fortezza, che è dono dello Spirito Santo, abita e dimora in lui.
Può un uomo di Dio negare il perdono ai peccatori? Può dire per Lettera che non avrebbe più perdonato, una volta che fosse andato a Corinto.
Alla domanda si risponde che mai può essere negato il perdono al peccatore, se questi si pente con il proposito vero di non peccare più.
Gesù ci ha insegnato la legge del perdono. Per essere cristiano, il perdono deve essere dato sempre, a condizione però che il peccatore sia pentito e abbia espresso il proposito fermo di non peccare più.
Se quelli che, nella comunità di Corinto, hanno peccato si sono pentiti e hanno chiesto il perdono, Paolo è obbligato a perdonarli. Li deve perdonare in virtù dell’oggettività del cristianesimo e della sua verità. La nostra verità è infatti sopra i nostri sentimenti e anche sopra i nostri risentimenti, le vedute personali, le possibilità o non possibilità di dare perdono, oltre ogni debolezza e fragilità che potrebbe esserci nel nostro cuore e nel nostro spirito.
Se non partiamo dall’oggettività della Legge, di ogni Legge, mai potremo stabilire delle norme precise di comportamento che valgano per ogni cristiano, sia esso apostolo di Cristo Gesù o fedele laico, che vive la sua fede nella più assoluta semplicità.
Anche Paolo deve attenersi a questa legge, anche lui è obbligato a perdonare quanti hanno peccato.
Se lui afferma che non perdonerà più, ciò significa che nel suo spirito ha già avvertito il non pentimento, la non reale volontà di conversione; ha sentito l’ostinazione nel male, il desiderio di perseverare in esso.
Quando non c’è il pentimento e il reale proposito di smetterla con il peccato, allora il perdono non si può dare. Non perché non si vuole darlo, ma perché non si può. Manca il soggetto capace di poterlo ricevere.
Questo spiega anche l’eternità dell’inferno. L’inferno è eterno perché la morte sigilla il nostro stato finale di amicizia o di inimicizia con Dio.
Se la morte ci troverà nello stato di inimicizia con Dio, noi non possiamo più pentirci; la rovina eterna sarà la nostra sorte per sempre.
Da morti non possiamo più chiedere perdono al Signore. Da morti non c’è più pentimento salutare. C’è solo un pentimento di tormento e di disperazione eterna.
Se Paolo perdonasse in assenza di pentimento e di proposito di non peccare più, non sarebbe debole o fragile; sarebbe semplicemente non vero, poiché vivrebbe non in conformità alla legge di Cristo Gesù, il quale vuole che si perdoni sempre, in seguito a pentimento; ma che non si conceda il perdono, se non si è pentiti, se si rimane operatori di iniquità.
Se non si può dare il perdono, si può sempre pregare perché il Padre voglia loro concedere il perdono. Le condizioni perché il Padre lo conceda sono sempre le stesse: pentimento, richiesta di perdono, proposito di non farlo più. È questa la legge divina del perdono. L’ha vissuta Cristo sulla croce, deve viverla ogni suo discepolo.
[3]dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che non è debole, ma potente in mezzo a voi.
Se Paolo agisse diversamente da come ha agito Cristo Gesù, sarebbe questo un segno che Cristo non abita in lui, non dimora in lui.
La prova che è Cristo che agisce e parla in lui è data dal fatto che, in ogni cosa, egli agisce ed opera secondo la legge di Cristo, secondo la stessa modalità del suo Signore.
Cristo non può avere che una sola legge, un solo modo di agire, una sola regola di vita: la verità del Padre che dimora in lui.
Come possiamo noi comprendere se in un cristiano dimora Cristo, oppure Cristo è assente da lui? Attraverso le decisioni che egli prende. Se prende decisioni in tutto conformi al Vangelo di Gesù, Gesù è dentro di lui ed opera in lui. Se prende decisioni non evangeliche, poiché sono contro la verità o in assenza di verità, è il segno manifesto che Cristo non abita in lui. Lui è sicuramente senza Cristo.
La decisione, la parola, la giustizia secondo Cristo attesta che Cristo è in colui che agisce. Una decisione, una parola, un atto di giustizia non secondo Cristo attesta e rivela che Cristo non è in colui che agisce.
Questo vale anche per la verità che uno proferisce, annunzia, predica. Se un uomo di Dio predica una parola diversa, con un significato diverso, annunzia una parola alterata, contraffatta, camuffata, in costui certamente Cristo non abita, può avere abitato un tempo, ma in questo momento di sicuro non abita più.
Che molti uomini di Chiesa oggi hanno una parola non conforme a verità è il segno che Cristo è lontano da loro.
Se Cristo non è in loro, loro non possono agire secondo Cristo, secondo verità, nella santità di una parola di giustizia che deve coinvolgere i cuori in un cammino di vera penitenza e di conversione al Vangelo della salvezza.
Chi è Cristo Gesù? È il forte, anzi è l’uomo più forte, è l’Uomo-Dio che è stato mandato per distruggere il regno di Satana e ridurre lo stesso Satana all’impotenza, all’inazione, avendogli tolto ogni potere di morte eterna che lui esercitava sugli uomini.
Se in Paolo vive e parla Cristo Gesù, anche la sua parola sarà forte, sarà un giudizio secondo verità, con una punizione secondo verità.
Da specificare e da precisare che la punizione nella Chiesa è sempre medicinale, mai vendicativa. Essa serve solo per far prendere coscienza a colui che ha mancato che bisogna camminare sempre nella legge del Vangelo, bisogna sempre seguire la via del bene e della verità del Vangelo.
[4]Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi.
Quella di Cristo non è debolezza o fragilità di peccato, non è neanche debolezza del suo corpo.
La crocifissione di Cristo Gesù non è un evento che riguarda solo il corpo di Cristo o la sua umanità. La crocifissione è del Figlio dell’Altissimo, il quale nella sua essenza è Uomo e Dio, vero Uomo e vero Dio, nell’unità dell’unica persona, la seconda della Santissima Trinità.
Chi è stato crocifisso sul legno non è stata l’umanità di Cristo, ma è stato Cristo, il Figlio eterno del Padre, il Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. È lui che è stato crocifisso, ma è stato crocifisso nella sua umanità.
Questa puntualizzazione merita di essere sempre ricordata, altrimenti facciamo di Cristo un Uomo e un Dio, ma non un Dio-Uomo, l’Uomo-Dio. La nostra fede confessa che sulla croce non c’è stata sola l’umanità, c’è stato Cristo Gesù, il quale però fu crocifisso nella sua umanità, ma fu crocifissa la Persona del Verbo Unigenito del Padre. Questa la verità su Cristo Gesù.
L’Uomo-Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, essendo in tutto uguale a Dio, può essere definita debole, o si può dire che Cristo è stato crocifisso a motivo della sua debolezza?
Assolutamente no. Si deve invece dire che egli ha assunto nella sua natura umana tutta la fragilità e debolezza dell’uomo, ma è una debolezza di annientamento, di impoverimento volontario, per insegnare a noi tutti come ci si dive comportare dinanzi all’uomo che vuole che noi rinneghiamo e abbandoniamo il Signore della gloria.
Come lui si annientò per il compimento della volontà del Padre, così per lo stesso compimento al terzo giorno si è rivestito di tutta la sua potenza ed è risorto dai morti.
Come Cristo si è spogliato, anche Paolo si è spogliato. Cristo si è spogliato per amore della sua potenza divina sulla croce, Paolo quotidianamente si spoglia della sua forza per amore del Vangelo.
Potrebbe usare la forza, ma si fa debole, infermo, povero, piccolo, umile dinanzi al mondo intero e questo per amore di Cristo, perché Cristo sia accolto, amato, lodato, benedetto, servito, ascoltato.
C’è una volontà di Dio che ci chiama ad essere deboli, umili, pazienti e caritatevoli; ma c’è anche una volontà di Dio che ci chiama ad essere forti, risoluti, decisi nelle cose sue, nella verità del Vangelo.
Poiché Paolo è in Cristo e Cristo agisce in lui, egli, che finora si è mostrato debole per amore dei Corinzi, ora, per lo stesso amore che porta verso di loro, deve mostrare che agisce in lui tutta la potenza di Dio.
Chi sa veramente quando bisogna essere deboli e quando invece occorre essere forti? Solo Dio può deciderlo, ma è l’uomo a doverlo attuare.
Come fa l’uomo a conoscerlo e ad attuarlo? Solo in un modo: facendo sì che Cristo cresca in Lui, fino a divenire con lui una cosa sola, un solo cuore, un solo spirito, una sola anima, una sola morte e una sola risurrezione.
Più Cristo cresce nel cristiano, più il cristiano conosce la volontà di Dio in ordine alla situazione concreta, più avrà la divina energia per comportarsi con fortezza quando il Signore comanda fortezza e debolezza, cioè svuotamento di sé, che è cosa più forte ancora di quando si usa la fortezza, quando è il momento di usare la debolezza.
[5]Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi? A meno che la prova non sia contro di voi!
Ognuno deve saper in ogni istante se è nella fede, oppure da essa è caduto.
Paolo invita i Corinzi a mettersi alla prova, a fare cioè un serio esame di vita, per scoprire se la vera fede ancora abita in loro.
Come si fa questa prova di fede? Non certamente esaminandoci sulle verità della stessa fede, sulle verità che crediamo e su quelle che non crediamo.
Questa per Paolo non è una prova di fede, non è neanche un esame di fede.
La vera prova si ottiene esaminandosi per scoprire se Cristo abita in noi e come vi abita. Se Cristo abita in noi, egli deve abitare con la debolezza della sua croce e con la potenza della sua risurrezione.
La vera prova della fede si ha allora quando un cristiano è capace di annientarsi come Cristo Gesù, di spogliarsi di se stesso, perché tutto l’amore di Cristo abiti in lui e lo spinga fino al dono totale della sua vita.
La prova della fede si ha quando nel nostro annientamento per amore, per avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, risultiamo vincitori, senza peccato, anzi crescendo di virtù in virtù, fino alla completa perfezione della sua verità e del suo amore nel nostro cuore.
Come si può constatare la prova della fede non è razionale, della mente; è una prova di vita, è la prova della vita di Cristo Gesù nella nostra vita.
Se la nostra vita manifesta in ogni sua piccola parte la vita di Gesù, con un comportamento simile al suo in tutto, noi siamo nella fede; se invece Cristo non abita in noi, perché la nostra vita non si vive sul suo modello, è il segno che noi siamo caduti dalla fede.
Questa prova si fonda su un principio, in verità, assai semplice. Se c’è dell’acqua nel terreno, il terreno si inzuppa, diviene fertile, fa germogliare la vegetazione, produce frutti per l’uomo.
Se invece nel terreno non c’è acqua, esso diviene arido e tutto ciò che vi si pianta non germoglia, non produce frutti, non giova all’uomo. Anzi, se c’è una qualche forma di vita, nel terreno arido secca, muore. Senza acqua esso si trasforma in deserto.
Così dicasi per ogni altra realtà creata. Se c’è in un luogo, essa manifesta la sua presenza, agendo secondo la sua specifica natura.
Se Cristo abita in un cuore, egli deve operare alla maniera di Cristo, secondo la sua specifica natura, che è insieme umana e divina, anche se senza confusione, ma anche senza separazione, secondo la legge che regna nell’Unione Ipostatica di Cristo e che fu definita nel Concilio di Calcedonia nel 451 d.C.
Come “produce” Cristo? Agendo secondo la sua debolezza e la sua potenza. Con la sua debolezza si sottomette alla croce, alla mortificazione, all’annientamento di sé, con la sua potenza vince la croce, l’umiliazione, l’annientamento attraverso il grande amore e l’obbedienza perfetta per il Padre suo che è nei cieli.
Se Cristo è veramente nel cristiano, se abita in lui, egli deve produrre questi frutti. Se non li produce, è il segno che Cristo non è nel cristiano. Poiché la fede è nell’abitazione di Cristo in noi, se Cristo non abita in noi, noi siamo senza fede.
Se non li produce, la nostra fede è solamente razionale, conoscitiva, ma non vitale. È come se l’acqua esistesse, sapessimo che esiste, sappiamo anche dov’è e come trovarla, ma di essa non ci saziamo, morendo di sete.
A che serve sapere che l’acqua esiste, se poi non ce ne serviamo, non ci dissetiamo, se poi l’acqua non produce in noi secondo la sua specifica natura che è quella di ridare vita al nostro corpo riarso? A che ci serve sapere che l’acqua è fonte di vita, se poi non permettiamo che essa agisca in noi e ci vivifichi?
Con questa prova di fede, ognuno può sempre sapere se Cristo è in lui. Se in lui agisce, Cristo è in lui; se in lui non agisce, Cristo non è in lui. Se Cristo non è in lui, lui è senza fede.
Una fede che non trasforma tutta intera la nostra vita, che non produce i frutti di Cristo in noi, è una fede morta, anche se concettualmente essa è perfetta. È perfetta come un cadavere. Ha tutto ma non ha la vita. Presto si decompone e diventa cenere.
Ecco perché San Giacomo dice: la fede senza le opere è morta. È morta perché non vivifica l’uomo che la possiede.
[6]Spero tuttavia che riconoscerete che essa non è contro di noi.
Ognuno la prova della fede la può fare per se stesso, ma anche può farla per gli altri.
Paolo invita i Corinzi a farla, questa prova di fede, non solo per se stessi, ma, se vogliono, anche sulla sua persona.
Un buon contadino non solo sa osservare i suoi campi e i suoi raccolti, ha un occhio esperto capace di misurare la fertilità anche dei campi degli altri.
Il campo è sempre campo, anche se cambia la natura specifica del terreno, che può essere di diverse qualità. La prova di verità è sempre la stessa: la sua umidità, la sua produttività.
Come buoni agricoltori anche i Corinzi possono fare la prova della fede di Paolo. Basta osservare la vita di Paolo e cogliere in essa i segni dell’abitazione di Cristo Gesù in lui.
Se Paolo è capace di annientarsi, di umiliarsi, di vivere pienamente i sentimenti di Cristo sulla croce, con la stessa intensità di amore e di obbedienza; se nulla, ma veramente nulla, lo distoglie dall’obbedienza a Dio; se niente lo ferma, neanche il carcere o le verghe; se è disposto a salire fisicamente sulla croce per subire il suo attestato di obbedienza a Dio e in questa obbedienza rimane nella pazienza e nella sopportazione di Cristo, è il segno che in Paolo Cristo abita realmente, veramente.
Se tutto questo Paolo non lo ha vissuto, non lo vive, se la sua è solo una fede a parole, anche la sua fede è morta, egli, cristianamente parlando, è un cadavere eccellente, perché è apostolo di Cristo Gesù, ma è un apostolo cadavere, poiché non abita in lui il principio vitale che è Cristo e che lo rende vivo ed operante sempre.
Assieme alla prova della fede, perché uno sia riconosciuto secondo quello che è, occorre anche la rettitudine di coscienza, la volontà di rendere testimonianza alla verità, la libertà da ogni falsità, la grande capacità di dire sì, sì, no, no. Dire il sì se è sì; dire il no se è no.
Molti non hanno questa rettitudine di coscienza e il sì lo fanno diventare no e il no sì. È questa una delle più grandi confusioni che regnano oggi all’interno delle comunità cristiane, in questi campi di Dio che non sono produttivi, eppure si dichiarano abbondanti di frutti.
Paolo chiede che facciano la prova della fede su di lui, chiede però l’obiettività, l’onestà, la sincerità, la verità. Essi devono riconoscere la qualità dell’esame fatto. Se in lui abita Cristo, devono dirlo pubblicamente e se in lui Cristo non abita anche questo deve essere detto apertamente.
L’invito di Paolo a riconoscere e a proclamare la verità sulla sua fede è motivata dal fatto che quando nel cuore di un uomo regna il peccato, non solo si è incapaci di fare la prova della fede, ma anche si è nell’impossibilità di riconoscere e di confessare la verità.
Il peccato ci rende completamente ciechi, spiritualmente parlando. Non vediamo il bene, non lo confessiamo, non lo proclamiamo, al suo posto invece vediamo lo stesso peccato che è dentro di noi e questo peccato proclamiamo e gridiamo.
Se la verità abita in noi, siamo capaci di scorgere la verità ovunque essa si trovi; se invece la verità non abita in noi, noi siamo incapaci di riconoscerla, al suo posto vediamo il peccato e pensiamo secondo il peccato che abita nel nostro cuore.
Da qui nasce l’urgenza e la necessità di togliere il peccato dal nostro cuore, di svestirci di esso, per rivestire Cristo, la sua verità, il suo amore, la sua obbedienza, la sua umiltà, la sua croce e la sua risurrezione.
[7]Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male, e non per apparire noi superiori nella prova, ma perché voi facciate il bene e noi restiamo come senza prova.
In questo versetto abbiamo il ragionamento opposto. La prova della fede prima era legata a Cristo Gesù, ora invece essa viene unita all’assenza in noi del peccato.
Chi crede in Cristo non pecca. Chi crede in Cristo è santo. Anche questa via si deve percorrere per provare la nostra fede.
Se Cristo abita in noi, egli deve agire dentro di noi secondo tutta la potenza della sua santità. Ora, in se stessa, prima che perfezione nell’amore, nella fede e nella speranza, prima che configurazione perfetta a Cristo Gesù nella sua vita e nella sua morte, la santità è assenza di peccato dentro di noi.
Se Cristo è nel nostro cuore, la sua potenza di santità deve farci puri, immacolati, senza peccato; la sua potenza di verità deve renderci veri, senza menzogna, senza ipocrisia; la sua potenza di amore deve far sì che noi siamo capaci di amare Dio sempre, in ogni momento della nostra vita.
Se questo non avviene è il segno che Cristo non abita vitalmente in noi, perché non ci conduce di virtù in virtù e di amore in amore, fino al trionfo dell’amore e della verità di Cristo in noi.
Veramente è necessaria questa prova nella fede? Veramente è utile alla comunità sapere chi è con Cristo e chi non lo è e secondo quale misura lo è.
Può vivere una comunità nella serenità e nella pace, se i suoi membri ogni giorno si misurano nella prova della fede?
Sarebbe questo un grave pericolo. La prova non ha importanza, non è neanche necessaria, non si deve neanche fare.
Questo è importante e si deve fare: ognuno si deve impegnare a distruggere il male che è dentro di lui; ognuno deve mettere tutta la sua buona volontà affinché solo il bene di Cristo dimori nel suo cuore e questo bene cresca fino alla perfezione.
Non conta sapere chi è con prova di fede e chi è senza prova, o chi nella prova è risultato con fede e chi senza fede, conta una sola cosa: che il cristiano si decida una volta per sempre ad abbandonare il male, si decida con tutta la fermezza che è nel cuore di Cristo Gesù a compiere tutto il bene di Cristo in lui.
Quando si fa il bene e si evita il male, non c’è più chi è inferiore e chi è superiore. C’è un cuore che vuole raggiungere la perfezione di Cristo e questo basta per essere di Cristo, questo basta perché la fede sia viva e vitale dentro di noi.
Come si può constatare Paolo libera la comunità cristiana, e soprattutto i cuori, da ogni possibile malinteso, da ogni minima rivalità, dal più piccolo confronto che si potrebbe operare in essa, dividendo gli uomini e classificandoli per prova di fede.
Nella comunità deve regnare solo la verità di Cristo, il suo amore, la sua perfezione. Il resto potrebbe venire dal maligno per turbare i cuori e metterli nell’angoscia, nello scoraggiamento, nell’abbattimento, nella tristezza del loro spirito.
Vivendo questa regola di vita tutto diviene più facile, più lineare, più cristiano. La volontà di vincere il peccato, la decisione di fare tutto il bene è sufficiente perché si sia di Cristo Gesù. Così si può crescere fino all’abbattimento del peccato nel nostro corpo e nella nostra mente, così si può raggiungere la perfetta configurazione a Cristo Gesù, che è la nostra chiamata.
La santità cristiana è specifica, puntuale, perfetta. Non è solo fare il bene ed evitare il male. Essa è invece conformazione, configurazione a Cristo Gesù nella vita e nella morte, sulla croce, nel sepolcro e dopo il sepolcro.
[8]Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità;
In questo versetto è racchiuso il più grande principio operativo che deve sempre sostenere e guidare l’apostolo nel suo cammino di evangelizzazione dei popoli; animarlo nella cura pastorale di quanti già aderiscono a Cristo Gesù; liberarlo da tutte le interpretazioni soggettive del Vangelo; conservarlo nella pura realtà della Rivelazione.
Ogni apostolo di Cristo Gesù è servo della verità e tutto dipende dalla sua fedeltà nell’essere servo della Parola del Signore. Ciò esige da lui assoluta libertà da sentimenti personali, da moti o stati d’animo particolari; chiede che ci si spogli da ogni volontà propria perché solo la volontà di Dio si annunzi, si proclami, si insegni, si doni.
Per l’apostolo vale solo un principio: non quello che lui vuole, ma quello che il Signore vuole. Questo significa non avere alcun potere contro la verità, averlo invece per la verità.
Se si esamina la storia della Chiesa ci si accorge che ogni divisione, ogni scisma, ogni separazione è avvenuta perché non si è osservato questo principio e alcuni uomini si sono arrogati il potere contro la verità. Costoro hanno fatto della verità una loro serva da usare per loro particolare beneficio.
Ci si potrebbe anche chiedere perché un principio così semplice, basilare, di assoluta necessità che venga osservato, possa essere così facilmente alterato e manomesso dagli uomini.
Le ragioni sono da trovarsi nel cuore. La verità e Cristo sono una cosa sola. Cristo è la verità, Cristo è il principio della nostra verità, la sua parola è tutto per noi.
Quando Cristo non abita nel cuore, quando la sua Parola non dimora in noi, perché Lui non dimora in noi a ricordarcela sempre viva e sempre attuale attraverso la luce e la sapienza dello Spirito Santo, l’uomo costituisce se stesso verità per l’altro uomo e fa della sua parola e della sua volontà il principio di verità a partire dal quale giudica le altre cose e le classifica vere, buone, false, opportune, giuste, ingiuste, sante, non sante.
Paolo può osservare questo principio perché Cristo abita in lui; lui e Cristo sono una sola vita, un solo cuore, una sola anima, una sola parola, una sola volontà, una sola missione, una sola glorificazione del Padre, un solo desiderio di salvezza, un solo martirio d’amore a favore di ogni uomo.
Non può Paolo avere potere contro Cristo, ha invece il potere a favore di Cristo. Ha il potere di farlo regnare nei cuori con la sua verità e la sua grazia; ha il potere di annunziarlo secondo la retta fede e la sana dottrina; ha il potere di testimoniarlo secondo tutta la saggezza e l’intelligenza dello Spirito Santo che dimora in Cristo e che per Cristo in Cristo e con Cristo dimora nel suo cuore.
Chi non ha Cristo nel cuore, non ha neanche lo Spirito Santo e senza lo Spirito Santo che dimora in noi non vi è possibilità alcuna che noi possiamo esercitare il potere a favore della verità.
La verità di Cristo a poco a poco ci conduce al totale rinnegamento di noi stessi, a quella continua crocifissione della nostra carne, perché solo lo Spirito e la sua Legge governi il nostro cuore e illumini la nostra anima.
Chi non mortifica se stesso, chi non lavora per la sua quotidiana crocifissione, non potrà mai essere uomo a servizio della verità, sarà sempre un padrone della verità e la trasformerà in falsità. Quando infatti un uomo da servo della verità si fa suo padrone, la verità fugge dal suo cuore e al suo posto subentra la falsità, la menzogna, l’arroganza, la cecità spirituale.
Subentra l’orgoglio della vita e la superbia che uccide ogni più piccola parte di verità nel nostro cuore e ci costituisce servi della falsità per la nostra rovina eterna e per quella di tutti coloro che si lasceranno influenzare dalle nostre parole, che hanno la parvenza della verità, mentre in realtà altro non sono che menzogne e falsità.
Nessuno nella Chiesa ha potere contro la verità. Nessuno si può sostituire alla verità. Sostituirsi alla verità equivarrebbe a prendere noi il posto di Cristo. Ma chi può prendere il posto di Cristo? Solo Cristo ha il posto di Cristo e nessun altro.
In fondo quando sulla terra qualcuno si erge contro Cristo e ne usurpa il posto, avviene ciò che è avvenuto nel cielo all’inizio del tempo, quando Lucifero avrebbe voluto prendere il posto di Dio.
Sappiamo qual è stata la sua fine. Sappiamo quale sarà la fine di tutti coloro che sulla terra vogliono prendere il posto di Cristo e farsi padroni della verità, usando ogni potere contro di essa.
Può servire la verità solo chi è umile, mite, operatore di pace, affamato e assetato di giustizia. Può servire la verità solo chi è disposto a morire in croce per la verità come il suo Maestro.
Chi non possiede queste virtù, chi non ha questo desiderio nel cuore, chi non è dotato di questa volontà di andare fino in fondo nella sequela del Maestro, non può farsi servo della verità, non può usare il potere che in qualche modo possiede a favore della verità.
Non può perché il peccato che è nel suo cuore è la negazione della verità. Il peccato è l’anti-verità, l’anti-Vangelo, l’anti-rivelazione.
In nessun caso chi si è fatto, con il peccato nel cuore, menzogna e falsità potrà mai servire la verità. Egli sempre si servirà della falsità per uccidere la verità e della menzogna per far morire il Vangelo nel suo cuore e nel cuore del mondo intero.
Tutto questo ci deve condurre ad una conclusione: chi vuole servire la verità deve cercare Cristo, desiderare Cristo, bramare Cristo, anelare verso Cristo, servire Cristo, morire per Cristo, con Cristo risorgere a vita nuova, in Cristo vivere una vita da risorti, per Cristo e con Cristo consegnarsi interamente al compimento della volontà del Padre.
Pensare che in qualche modo si possa servire la verità, rimanendo fuori di Cristo, lontano da lui, rinnegandolo e sconfessandolo con il peccato nel cuore, è pura illusione, è follia della mente, è inganno del cuore.
Questo deve indurci ad una sola decisione: chi vuole servire la verità deve tendere alla santificazione. La verità porta la santità nel cuore, la santità nel cuore porta la verità sulle labbra e nel mondo.
La santità è frutto della verità vissuta ed incarnata; la verità vissuta e incarnata ci trasforma in servi fedeli della verità. La verità che si ha nel cuore si ha anche sulle labbra; quella che è nella nostra anima vogliamo che sia anche nei cuori di tutto il mondo, di ogni altro uomo.
La verità che abita nel nostro cuore, che produce in noi un frutto di santità, produce per gli altri un frutto di missione. Più grande è la verità in noi e più ci facciamo missionari di Cristo Gesù, testimoni del suo Vangelo, araldi e banditori della Rivelazione, ambasciatori del suo regno che egli è venuto a costruire sulla terra.
Questo principio di Paolo non vale solo per la verità della rivelazione; vale anche per la verità storica.
Bisogna precisare e aggiungere: chi cerca e brama la verità, brama e cerca la verità in sé. La verità è storica e metastorica, è della terra e del cielo.
Se uno rinnega la verità della storia, come farà a ricercare la verità del cielo che è veicolata dalla verità della storia?
Oggi il mondo rifiuta la verità storica. Come è possibile pensare che esso possa in qualche modo ricercare la verità metastorica?
Nel mondo cristiano tanti sono quelli che hanno trasformato la verità evangelica, del cielo, come è possibile che costoro conservino intatta la verità storica? Immancabilmente trasformeranno anche questa, se non l’hanno già trasformata.
Tutto questo accade perché Cristo non è nel loro cuore. Quando Cristo è assente da un cuore, da questo cuore vi è assente anche la verità.
[9]perciò ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti. Noi preghiamo anche per la vostra perfezione.
La debolezza è quella di Cristo Gesù. Anche la fortezza è quella di Cristo Gesù.
Paolo si rallegra quando la passione di Cristo si vive nel suo cuore, nella sua mente, nel suo corpo. Passione che è rinnegamento di tutto se stesso, fino alla consumazione dell’intera sua vita per rendere gloria al Padre celeste.
La debolezza è sottomissione al peccato del mondo perché si manifesti in lui l’obbedienza a Dio; perché si riveli in lui tutto il suo amore per Cristo, suo Redentore e Salvatore; perché il mondo veda che lui si lascia solo guidare dallo Spirito Santo che infonde in lui sapienza e saggezza.
La debolezza di Paolo è consegna della sua vita alla morte. Cosa c’è di più debole in un uomo che la sua consegna alla morte? Ma questa consegna, operata nel nome di Cristo, è la via della salvezza, non solo della propria persona, ma del mondo intero.
Una vita consegnata per amore alla passione produce un frutto di vita eterna che raggiunge ogni cuore, ogni mente, ogni anima. Questa passione non è fuori di Cristo, è la passione di Cristo che continua ancora oggi nel nostro mondo.
Questo pensiero di Paolo noi lo conosciamo. È il corpo di Cristo che vive la passione, che sente la debolezza, e il corpo di Cristo è uno, essendo il cristiano divenuto con Cristo un solo corpo.
Quando il corpo di Cristo viene sottoposto nuovamente alla passione nella vita del cristiano, esso diventa strumento di redenzione e di salvezza per il mondo intero. Questa è la rivelazione sul corpo mistico di Cristo, apportatore di salvezza e di giustificazione per ogni uomo.
Paolo è debole, ma questa debolezza vissuta e offerta al Padre nel corpo di Cristo, dona salvezza, redenzione, giustificazione e vita eterna per il mondo intero. È questo il motivo del suo rallegrarsi e del suo gioire quando lui è debole.
La fortezza dei Corinzi invece sta nel superamento di ogni peccato, nell’abolizione dal loro cuore e dalla loro mente di ogni vizio, di ogni falsità, di ogni seduzione e trascinamento nel male.
Un cristiano è forte quando percorre la via della verità nel compimento della volontà di Dio, che gli comanda di osservare i comandamenti, e in modo del tutto speciale, le beatitudini che Cristo Gesù ha proclamato solennemente ai suoi discepoli sulla santa montagna.
I Corinzi fino al presente non si sono manifestati per nulla forti, anzi si sono lasciati coinvolgere dal male, cadendo in una molteplicità di tentazioni, che hanno realmente compromesso la stabilità della comunità nella fede, nella speranza, nella carità.
Se non fosse stato per l’energia e la fermezza apostolica di Paolo, la comunità di Corinto si sarebbe trasformata in un covo di divisioni, di dissensi, di superbia e di ricerca di se stessi, anziché segno e manifestazione nel mondo della carità di Cristo con la quale egli vuole abbracciare ogni uomo perché si converta e creda al Vangelo della salvezza.
Paolo vuole che tutto questo non accada più. Per questo i Corinzi sono invitati, esortati ad essere forti, di fede chiara ed inequivocabile, di un amore a prova di ogni tentazione, di una speranza che sa andare oltre il momento presente per pensarsi già nel Cielo assisi alla destra del Padre, nella gloria di Cristo Gesù.
I Corinzi saranno veramente forti quando regneranno in essi le stesse virtù che furono la perla preziosa di Cristo Signore: la mitezza e l’umiltà del cuore.
Con la mitezza ognuno mette la sua causa delle mani di Dio, dopo aver vissuto di giustizia perfetta. Con l’umiltà invece pone la sua vita tutta intera nelle mani del Signore e da lui si lascia condurre per vie che solo il Signore conosce e che a nessun altro è lecito conoscere.
Poiché la via è personale, come personale è la mozione dello Spirito, ognuno che cammina per le vie di Dio pensa solamente a compiere bene ciò che il Signore gli chiede, pregando perché tutti gli altri possano rispondere a Dio allo stesso modo che ha risposto lui.
Paolo qui ci viene in aiuto, dicendoci esattamente che lui prega per la perfezione di tutti loro, cioè dell’intera comunità di Corinto e non solo: per l’intera Chiesa di Dio e per ogni altro uomo che deve fare il passaggio dalla falsità alla verità e dall’ignoranza di Dio ad una conoscenza chiara e perfetta del suo mistero.
Cosa è la preghiera per gli altri per il raggiungimento della perfezione se non la richiesta esplicita e formale al Padre dei cieli che mandi la sua luce perché ognuno possa conoscere la via sulla quale il Signore vuole introdurlo; che doni la sua grazia perché tutti possano proseguire il cammino fino al regno dei cieli?
Se questa è la via della preghiera e se ognuno prega per l’altro, potrà mai uno scadere nella piccolezza del suo spirito che lo porta ad essere geloso, invidioso, di malumore sol perché l’altro sta camminando sulla via che il Signore ha tracciato per lui?
Se uno prega perché l’altro raggiunga la perfezione, prega perché possa rispondere alla chiamata di Dio con sapienza, saggezza, fortezza e temperanza.
Sappiamo noi per che cosa il Signore ci chiama? No! Non lo sappiamo. Potrebbe anche chiamarci per qualcosa di straordinariamente grande, che superi immensamente il carisma dei nostri fratelli o che voglia porre un uomo al primo posto nella comunità.
Quando si prega per la perfezione degli altri a questo bisogna immediatamente pensare: che l’altro possa essere chiamato ad un posto di preminenza, possa essere elevato in dignità e quindi scavalcarci nel nostro posto già acquisito nella comunità dei credenti.
Se uno prega per la perfezione dell’altro, ha il cuore disposto ad accogliere quanto il Signore si accinge ad operare a favore di tutti i suoi figli. Chi prega per la perfezione dell’altro non è geloso, non è invidioso, non è crucciato, non si perde mai di animo, si inabissa nel cammino della fede non per emulare gli altri, ma per il compimento di quanto il Signore desidera e per il quale lo ha rivestito di potenza dall’alto.
Chi prega, vuole che l’altro risponda a Dio; ma rispondendo a Dio, potrebbe anche essere messo al posto di chi sta pregando. Chi prega sa tutto questo ed è già preparato perché l’altro cresca e lui invece diminuisca.
È questa la sapienza del Vangelo, l’intelligenza dello Spirito Santo che regge la Chiesa di Cristo Signore e la conduce di verità in verità fino alla perfetta oblazione di sé a beneficio del mondo intero.
Chi prega è nella disposizione ottimale di accogliere la volontà di Dio in se stesso, negli altri, negli altri anche in ciò che riguarda la propria persona.
Il Signore potrebbe, a causa della nostra preghiera che facciamo per gli altri, perché possano raggiungere la perfezione, chiederci di fare spazio agli altri perché siano essi a governare, reggere e condurre la comunità cristiana, o a svolgere un particolare ministero, finora esercitato da noi.
L’uomo di Dio sa tutto questo, si prostra dinanzi al Signore, chiede il rinnegamento di se stesso, domanda una obbedienza sollecita e pronta alla sua volontà, chiede di potersi mettere a servizio del nuovo talento di cui la comunità è già stata arricchita.
La via dei santi è questa totale disponibilità a Dio perché faccia di loro ciò che è a lui gradito. Essi sono nelle sue mani. La loro vita è stata consegnata a Lui. Spetta ora a Lui suscitare nuovi operai per la sua messe e dare loro i doni che sono più necessari perché il campo di Dio sia coltivato secondo arte ed intelligenza, con l’uso di tutta l’esperienza possibile, che ci consente di operare santi e sani discernimenti a favore di chi confida in quel campo per ottenere un beneficio consistente al fine di avere la forza di andare avanti sulla via che deve domani condurci nel regno dei cieli.
[10]Per questo vi scrivo queste cose da lontano: per non dover poi, di presenza, agire severamente con il potere che il Signore mi ha dato per edificare e non per distruggere.
Paolo preferisce scrivere ai Corinzi, mettendo sul candelabro la verità di Cristo che deve illuminare la loro vita.
Quando si è lontani, si pensa solo al ristabilimento della Verità nei cuori. In certo qual modo ci si dimentica delle persone che hanno tradito la verità, o che l’hanno svenduta al mondo e agli uomini.
Inoltre, Paolo spera che questa lettera basti perché ogni cosa ritorni nel Vangelo.
Di presenza invece avrebbe potuto agire con severità, prendendo anche delle decisioni contro coloro che avevano agito male. Decisioni che avrebbero potuto creare dolore nei cuori e tanta amarezza.
Paolo non vuole questo. Lui vuole che la verità trionfi nella comunità di Corinto.
Il Signore non gli ha dato il potere di distruggere, di allontanare, di punire, di scacciare dalla comunità le persone che hanno trasgredito il comandamento di Cristo e hanno indotto altri a fare la stessa cosa.
Il Signore gli ha dato solo il potere di edificare. Questa è la sua missione. Questo deve essere sempre il rapporto che deve unire l’apostolo alla comunità e la comunità all’apostolo.
Egli deve edificare il regno di Dio nei loro cuori. Essendo il regno di Dio Cristo Gesù, egli deve operare perché Cristo sia formato in ogni cuore.
Cristo è la Parola, Cristo è la Verità, Cristo è la Sapienza, Cristo è la Saggezza, Cristo è la Vita che dal cielo è disceso sulla terra. Cristo si è consegnato a lui, al pari di tutti gli altri suoi apostoli, perché lo formino nei cuori del mondo intero.
Paolo ha deciso di edificare Cristo attraverso la via dell’amore, ma anche della fermezza nel ribadire la verità, nel proclamarla e nel predicarla secondo tutta la sua interezza.
Egli non vuole, perché Cristo non lo è stato, essere uno che distrugge colui che ha distrutto Cristo. Il giudizio di distruzione eterna avverrà dinanzi a Dio nell’ultimo giorno, quando ognuno si presenterà al cospetto del Padre per essere giudicato in ogni sua opera compiuta mentre era nel corpo sia in bene che in male.
Ora è il tempo della conversione, del pentimento, del ritorno alla casa del Padre con un cuore nuovo, dopo aver peccato, dopo aver rinnegato il Giusto e il Santo che è Cristo Gesù.
Paolo è convinto che sia sufficiente, per questo, la fermezza nel ribadire la verità di Cristo. È convinto che una semplice Lettera sia capace di poter operare tutto questo.
Questo non significa che non abbia il potere di allontanare dalla comunità. L’apostolo del Signore ha anche questo potere, ma è sempre in vista della edificazione di Cristo nei cuori, non per una più grande distruzione di chi ha peccato, o per l’abbandono del peccatore nelle mani di satana fin da ora, fin da questo tempo.
È una metodologia, questa, che sempre dobbiamo osservare, praticare, vivere con scrupolosa attenzione.
L’altro, finché è nella carne, è sempre nella reale possibilità di peccare, di tradire il Signore, di svenderlo al mondo. Quando questo accade, cosa deve fare l’apostolo del Signore?
Deve mettere ogni attenzione a che l’altro ritorni a Cristo, si lasci conquistare nuovamente dalla sua verità, trasportare dalla sua Parola, conquistare dal suo Vangelo.
Se l’altro preferisce percorrere, nonostante l’amore appassionato dell’apostolo verso di lui, vie di menzogne e di falsità, se ne assuma tutta la responsabilità dinanzi a Dio.
Della perdizione di un cristiano deve essere solo responsabile il cristiano e mai colui che è stato preposto alla sua edificazione in Cristo Gesù.
Perché questo avvenga, è necessario che l’apostolo di Gesù sia fermo nella verità, deciso nell’annunzio, forte nella proclamazione del Vangelo, amorevole nel riprendere, caritatevole e accogliente verso il peccatore pentito.
Deve altresì mettere ogni attenzione pastorale, affinché, attraverso le sue parole a favore della verità, emerga che l’annunzio è solo in difesa di Cristo, non in distruzione di coloro che hanno offeso e calpestato Cristo Gesù.
L’apostolo del Signore è il difensore delle esigenze di Cristo Gesù e del suo Vangelo. L’uomo le ascolterà e deciderà se aderire nuovamente a Cristo, oppure se allontanarsi definitivamente da Cristo e consegnarsi fin da questa vita alle tenebre eterne che poi lo attendono nell’altra vita per sommergerlo per sempre.
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3/4/2012 10:24 PM
 
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RACCOMANDAZIONI E SALUTI

[11]Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi.
È una sintesi mirabile di come si compie il cammino della santità cristiana in seno alla comunità.
Per camminare bene, in tutta sapienza e verità, con la forza dell’amore di Cristo che ci spinge, Paolo dona queste indicazioni:
State lieti: Perché ci sia letizia occorre che nel cuore vi siano due certezze: che vi dimori la verità di Cristo Gesù, che regni Cristo Gesù con la sua verità e il suo amore, che vi sia una fede pura in Dio Padre, fede in Lui che vigila sulla nostra vita e la conduce sempre su una strada di bene verso il regno dei cieli.
Queste due certezze devono essere così ferme, forti, robuste nel cuore che nessuna prova, nessuna tentazione, nessuna creatura, né in cielo, né sulla terra, né negli inferi potrà mai scalfirle in qualche modo.
In queste due certezze il cristiano deve sempre crescere; sono esse il terreno dell’edificazione santa del suo edificio spirituale.
La letizia è la gioia del cuore. Può un uomo mantenere la gioia vivendo in un mondo di tristezza, di affanno, di lutto, di dolore, di sofferenza, di peccato?
Può, se l’amore di Cristo lo spinge, la sua verità lo illumina, la benignità del Padre lo attrae e lo conduce in una verità sempre più grande e in un amore e in una benignità che diventino la forma stessa della sua vita.
Il mondo è nella tristezza e nel dolore perché gli mancano queste due certezze. Gli mancano perché non le possiede per natura; gli mancano perché coloro che sono stati preposti a dargliele, hanno pensato che con queste certezze non si vive; credono che l’uomo abbia bisogno di materia e non di spirito.
Hanno pensato, costoro, che sia sufficiente nutrire la materia per governare lo spirito, mentre in realtà si sono sbagliati. Non sanno invece che è il nutrimento dello spirito la forza della letizia dell’uomo.
Quando lo spirito è nella gioia di Dio, tutto il resto diviene sopportabile, tutto il resto si trasforma in un inno di onore e di gloria per il Signore nostro Dio.
Cristo Gesù non ha mandato i suoi nel mondo per portare queste due certezze? Per annunziare la verità e l’amore di Cristo Signore? Per chiamare ogni uomo ad entrare in queste due certezze, la cui porta è l’accoglienza del Vangelo della pace in seguito a penitenza e a conversione?
Quando i missionari del Vangelo si ravvederanno, crederanno nel comando di Cristo Gesù, allora il mondo sarà liberato dalla sua tristezza, perché inizierà a splendere su di esso la letizia che scaturisce dal Vangelo.
Tendete alla perfezione: Il battesimo non ci fa perfetti, ci immette sulla via della perfezione. Sarà ognuno il responsabile di se stesso, sarà ognuno che dovrà animarsi di buona volontà al fine di raggiungere la perfezione, cui il Signore lo chiama.
La perfezione è il raggiungimento della forma di vita di Cristo Gesù in noi. Vivere come è vissuto Cristo, non compiendo le cose che lui ha compiuto, ma obbedendo in tutto al Padre celeste come lui ha obbedito.
Siamo chiamati a mettere in pratica ogni parola del Vangelo, anche quelle piccole, quei minimi precetti della legge evangelica che noi riteniamo non necessari, oppure non indispensabili alla nostra vita.
Dobbiamo credere che sono proprio i più piccoli precetti della legge che segnano per noi il progresso nella perfezione di Cristo.
Chi trascura le piccole regole del Vangelo non osserva neanche le grandi e a poco a poco dalla verità si trova immerso nelle tenebre. Questo deve essere detto a tutti coloro che intendono compiere un cammino nella verità e nell’amore di Cristo Gesù.
Devono costoro impegnarsi a fondo affinché nulla del Vangelo venga tralasciato, tutto sia compiuto, tutto osservato, tutto messo in pratica. Solo così si avanza verso la perfezione e si raggiunge la forma di Cristo in noi.
Fatevi coraggio a vicenda: Nel cammino verso la perfezione o l’acquisizione della forma di Cristo in noi, non siamo soli. Camminiamo insieme agli altri, formiamo una comunità, siamo un popolo in marcia verso il raggiungimento della terra promessa, che per noi è il paradiso.
In questo lungo cammino, in questa marcia, a volte dura e faticosa, è necessario che ci si sostenga a vicenda, che ci si incoraggi, che ci si offra la mano per lasciarci aiutare e per aiutare quando si è in difficoltà.
A volte è sufficiente una parola, un ammonimento, un rimprovero, un richiamo, un incoraggiamento, perché l’altro non si stanchi, non si abbatta, non si scoraggi, non torni indietro, non rallenti semplicemente il passo nostro e degli altri.
L’incoraggiamento deve essere un frutto di amore che sgorga dal nostro cuore pieno di Cristo Gesù. Se Gesù non è nel nostro cuore, non possiamo incoraggiare. Se l’amore di Cristo non sovrabbonda in noi, l’incoraggiamento potrebbe rivelarsi deleterio per l’altro, perché potrebbe essere visto come una condanna, potrebbe essere interpretato male dall’altro, come un giudizio severo, o peggio, come una umiliazione.
Mentre quando l’amore di Cristo sovrabbonda in noi, l’altro lo vede, lo coglie, può lasciarsi salvare da esso, riprendendo il cammino della perfezione verso il raggiungimento della salvezza.
Abbiate gli stessi sentimenti: Gli stessi sentimenti sappiamo quali sono, anzi quali devono essere. Sono quelli che erano nel cuore di Cristo Gesù.
Cristo Gesù ebbe un solo sentimento: quello di farsi obbediente a Dio fino alla morte e alla morte di croce. Quello di annientare se stesso, nella più grande umiltà, povertà in spirito, misericordia, purezza del cuore.
Il cristiano è chiamato a riproporre la vita di Cristo nel mondo. Può proporla solo se fa regnare in lui tutta l’obbedienza al Padre celeste nella forma più alta delle beatitudini che colmarono di amore il cuore di Cristo Gesù e lo resero crocifisso dagli uomini, proprio da quegli uomini ai quali ha manifestato e rivelato tutto l’amore e la misericordia del Padre.
Il sentimento di Cristo è uno solo: essere tra i fratelli colui che serve, non colui che è servito, occupando sempre l’ultimo posto, secondo la volontà di Dio.
Perché questo sentimento possa essere vita del cristiano, è necessario estirpare dal suo cuore la concupiscenza e la superbia che fanno sì che lui cerchi solo se stesso, facendo degli altri uno sgabello per la sua gloria.
Il sentimento di Cristo si realizza attraverso due modalità sempre da tenere presenti: la prima è quella della chiarezza veritativa. Il cristiano sa che deve farsi umile e obbediente a Dio fino alla morte e alla morte di croce, annientando se stesso. La seconda è quella della graduale realizzazione. Ogni giorno deve esaminare il suo cuore, la sua mente, i suoi sentimenti e farli crescere in questa verità di salvezza, che è anche la perfezione cui è chiamato da Dio, in Cristo Gesù, per mezzo dello Spirito Santo.
Vivete in pace: Della pace si è più volte parlato in questa trattazione. Non c’è Lettera di Paolo che non affronti questo tema, che non risuoni di questo invito, che non sia un appello accorato alla pace.
C’è la pace che è il dono di Dio che si compie in noi attraverso la riconciliazione battesimale, o il sacramento della penitenza, per coloro che l’hanno perduta dopo il battesimo.
C’è l’Eucaristia che è la modalità più alta, divina, quella cristica, di vivere la pace ed è il perdono e la riconciliazione con il mondo intero, nell’offerta della nostra vita (è questa la pace eucaristica) perché tutti quelli che sono nemici di Dio possano trovare la via della giustificazione e dalla salvezza.
In questo caso si tratta di un appello di Paolo che invita i cristiani a vivere in pace.
La pace è dono di Dio, ma come ogni dono, essa è posta nella volontà dell’uomo, il quale deve essere lui a volere conservare la pace che Dio ha posto nel cuore; ad essere un operatore di pace; ad offrire la sua vita in sacrificio al Signore, in tutto come Cristo Gesù, perché la pace scenda nel mondo e lo conquisti a Dio.
La volontà deve essere quotidianamente fortificata perché si disponga sempre alla pace attivamente, responsabilmente, operativamente.
La pace che è dono di Dio diviene così opera dell’uomo.
Perché uno possa essere operatore di pace è necessario che sia disposto a offrire la sua vita all’amore, alla verità, al servizio, alla missione, all’evangelizzazione, al dono di Cristo ai cuori secondo la sua Parola storica, il Vangelo della salvezza.
Vivere in pace significa vivere di Cristo, con Cristo, per Cristo. Chi vuole portare la pace in questo mondo deve trasformarsi in un uomo tutto cristico e dare Cristo ad ogni uomo, annunziandogli il suo glorioso Vangelo, offrendogli l’esempio e il modello di come esso si vive e di come si crede realmente in Cristo Gesù, poiché lo si è fatto il centro del nostro cuore e l’alito della nostra vita spirituale.
E il Dio dell'amore e della pace sarà con voi: Se il cristiano farà tutto questo, avrà come ricompensa la dimora di Dio nel suo cuore.
Dio è con chi è con Lui. Dio si offre per primo; se l’uomo gli apre la porta, egli rimane nel suo cuore e nella sua vita e diviene vita della sua vita e cuore del suo cuore.
Se invece l’uomo gli chiude la porta, e gliela può chiudere in ogni momento, Dio abbandona la sua dimora e al suo posto subentra satana che prende posto nel cuore dell’uomo e lo dirige verso il male.
C’è una verità che oggi viene dimenticata quasi da tutti, anzi quasi tutti predicano il contrario, dichiarando questa verità non cristiana, non biblica, non evangelica, non facente parte del deposito della sana dottrina e della rivelazione che manifesta in tutto la volontà di Dio.
Si dice oggi che Dio è sempre con l’uomo, anche se l’uomo non è con Dio. Si dice inoltre che l’uomo sarà eternamente con Dio, anche se veritativamente e moralmente egli ha abbandonato il suo Dio e lavora contro di lui.
La Scrittura invece è di altro avviso; altra è la verità che essa annunzia. Dio è con l’uomo, se l’uomo è con Dio. Se l’uomo sceglie Dio come suo Signore, il Signore cammina con l’uomo e lo conduce di verità in verità, lo immette su sentieri di pace e di amore.
L’uomo è con Dio, quando è nella sua Parola. Se esce dalla Parola storica che è il Vangelo della salvezza, Dio non è più con l’uomo, perché l’uomo è nell’altro regno; non è nel regno della luce, ma delle tenebre; non è nella giustizia, ma nell’ingiustizia; non è nella verità, ma nell’errore.
Questa è verità rivelata della nostra fede. Crederla con profonda convinzione della mente e del cuore equivale a dare una svolta radicale alla nostra esistenza.
Sapremmo che è illusione pensare che Dio sia con noi, nel nostro cuore e nella nostra vita, quando noi non siamo, non vogliamo essere, non facciamo nulla per ritornare nella sua Parola, nel Vangelo della salvezza, nella Parola di Cristo Gesù, che la chiesa custodisce gelosamente, preservandola da ogni falsità e da ogni riduzione al nulla che molti uomini quotidianamente fanno al fine di propagandare i loro pensieri e di insegnare le loro dottrine.
[12]Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
Il bacio è santo quando è casto, puro, mondo, senza malizia. È santo quando nasce da un cuore senza concupiscenza e senza secondi fini.
Quando esprime solo l’amore che Gesù ha avuto ed ha per noi.
Per essere santo deve essere manifestazione di affetto di un santo. Se non è il santo che lo dà, esso sicuramente non sarà puro, non sarà casto, non sarà mondo. Ci sarà sempre quel lievito della carne che lo farà fermentare di ipocrisia, di malizia, di inganno, e anche di seduzione al male e al peccato.
Poiché si è assai carenti di santità, allora è più che giusto astenersi dal baciare gli altri.
Specie nelle Chiese certe manifestazioni di affetto non devono mai esistere. Occorre sempre quella pudicizia e quel rispetto per gli altri e per se stessi, affinché non si cada in qualcosa di sconveniente, di poco morale, se non in qualcosa di immorale.
Chi conosce la seduzione di satana sa che è bene guardarsi sempre da certe effusioni di affetto. Tra un bacio e l’altro potrebbe insinuarsi la tentazione e alla tentazione seguire il peccato. La prudenza in questo caso non è mai troppa.
Chi saluta i Corinzi assieme a Paolo sono tutti i santi. Abbiamo già detto che i santi sono i cristiani. Sono santi per vocazione. Sono santi per immersione nelle acque del battesimo che li ha mondati da ogni macchia di peccato e li ha elevati all’altissima dignità di figli adottivi di Dio, il tre volte Santo, il Santissimo Dio ad immagine del quale siamo stati fatti, ma anche rifatti, attraverso la rigenerazione a nuova vita per opera dello Spirito Santo.
Assieme a questa santità che viene data a modo di granellimo di senapa ed è una santità incipiente, occorre l’altra santità, che è cammino perfetto nella volontà di Dio attraverso una vita evangelica, osservante delle beatitudini e di ogni altra parola che è uscita dalla bocca di Cristo Gesù.
[13]La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
È l’augurio finale di Paolo, che è anche una preghiera. Questo augurio, o preghiera, è divenuto saluto iniziale nella santa messa.
Dio deve essere con il cristiano sempre, deve essere con ogni cristiano:
La grazia del Signore Gesù Cristo: La grazia del Signore Gesù Cristo è la sua vita offerta in sacrificio per noi, è il suo corpo e il suo sangue divenuti olocausto d’amore da offrire al Padre celeste per la remissione dei nostri peccati.
La grazia del Signore Gesù Cristo è il dono dello Spirito Santo che Egli ha effuso sulla sua Chiesa, con il mandato di effonderlo sopra ogni carne.
La grazia del Signore Gesù Cristo sono i sacramenti della salvezza nei quali si riceve la remissione dei peccati e la vita eterna, vita eterna che poi l’uomo deve far fruttificare in sé, portandola al massimo della sua crescita, fino a farla divenire albero grande, grandissimo, dai numerosi frutti.
È obbligo del cristiano rimanere in questa grazia; si rimane nutrendoci di essa quotidianamente attraverso la preghiera e la celebrazione dei sacramenti.
La grazia del Signore Gesù Cristo è Cristo stesso che si è fatto dono d’amore per noi, si è consegnato a noi, si è fatto nostra vita, nostro corpo, nostro cibo, nostra bevanda, perché noi fossimo interamente assimilati a Lui e in Lui trasformati.
L’amore di Dio Padre: L’amore del Padre non è una cosa, ma una Persona, è Cristo Gesù, nel quale ci ha creati, ci ha redenti, ci ha salvati, ci chiama alla vita eterna, ci ha fatto suoi figli di adozione.
Essere nell’amore del Padre significa essere in Cristo Gesù, fare con lui una sola vita. Questo amore è Dio che deve darcelo costantemente, sempre. Se il Padre non ci desse più suo Figlio, noi saremmo tutti morti per sempre nei nostri peccati. Saremmo come coloro che giacciono nella morte; non potremmo appartenere al regno dei viventi. Senza Cristo saremmo privi dell’amore che ci costituisce in vita, che ci fa vita.
L’amore del Padre è la sua volontà eterna che ci ha chiamato in vita, creandoci. Il suo amore ha voluto l’Incarnazione del suo Figlio Unigenito per la nostra redenzione, giustificazione, salvezza.
Siamo, esistiamo solo per l’amore del Padre. Dobbiamo prendere coscienza di questa verità e metterci umilmente in preghiera per chiedere che Egli voglia sempre avvolgerci di questo suo amore, altrimenti la nostra esistenza esce dalla vita ed entra nella morte.
L’amore di Dio è vita, datore di vita eterna. L’amore di Dio dona all’uomo l’esistenza e la sussistenza. Dopo il peccato dona anche la redenzione e la giustificazione.
Tutto per noi sgorga dall’amore eterno del Padre che non ha risparmiato il suo Figlio Unigenito, anzi lo ha dato per noi, perché noi fossimo liberati dalla condizione di morte ed entrassimo nella vita per sempre.
L’amore del Padre è volontà costante di ricerca dell’uomo, perché ritorni all’ovile di Cristo e faccia parte del suo gregge.
Chi legge la storia antica, chi conosce la vita di Cristo, sa cosa è l’amore del Padre. È il dono di tutto se stesso, in Cristo Gesù, dono fino alla morte di croce del suo Figlio Unigenito, perché la vita ritornasse a splendere nel mondo, sull’umanità.
La comunione dello Spirito Santo: La comunione dello Spirito Santo è duplice: nella verità e nella grazia.
Se manca la comunione nella verità, la comunione nella grazia diviene infruttuosa, alla fine si rivela anche inutile.
La comunione nella verità è data dalla comprensione piena, perfetta della Parola storica di Cristo Gesù.
Dio non ha altre parole da dire all’uomo, non ha altre rivelazioni da fare. Tutto quello che aveva da dirci, ce lo ha detto in forma piena, definitiva, ultima, chiusa.
Con Cristo Gesù non c’è altra verità da annunziare, da svelare, da comunicare. È opera dello Spirito Santo inserire i credenti in Cristo in una conoscenza sempre più piena della Parola della salvezza. La sua opera è quella di condurci nella pienezza della verità, o come dice lo stesso Cristo Signore: di condurci nella verità tutta intera.
Se manca la comunione nella verità tra due cristiani, è il segno manifesto che lo Spirito del Signore non aleggia su di loro, oppure potrebbe aleggiare su uno e non sull’altro.
La comunione viene creata nei cuori quando lo Spirito aleggia sull’uno e sull’altro, poiché insieme l’uno e l’altro sono alla ricerca della volontà di Dio e desiderano conoscerla secondo la pienezza portataci da Cristo Gesù.
Chi vuole crescere nella comunione di verità deve crescere nello Spirito Santo e si cresce in Lui crescendo in santità.
Questo spiega perché i Santi possiedono la conoscenza vera della Parola storica di Cristo, mentre chi non è santo non conosce la Parola di Cristo Gesù, al massimo può conoscere ciò che gli altri hanno detto della Parola, ma lo conosce nel suo tenore letterale, perché lo ha appreso dai libri, ma non lo conosce secondo il suo significato spirituale, perché questo significato lo dona solo lo Spirito del Signore.
Solo Lui può farci conoscere il pensiero di Dio, che è Cristo Gesù, perché in Dio è Lui la comunione di verità e di amore tra il Padre e il Figlio.
L’altra comunione è nella grazia. La grazia è la creazione in noi della vita eterna che è Dio in se stesso.
Dallo Spirito Santo siamo resi partecipi della divina natura ed è sempre per sua opera che noi rimaniamo partecipi di essa, crescendo fino alla completa perfezione.
È lo Spirito Santo che deve sempre alimentare la grazia dentro di noi. L’alimenta attraverso i sacramenti, ma anche per mezzo della preghiera e dell’obbedienza nostra alla Parola di Gesù.
La comunione dello Spirito è creatrice, rinnovatrice, rigeneratrice. Essa feconda i nostri cuori di Cristo e di Dio Padre, come ha fecondato il seno della Vergine Maria, Madre della Redenzione, del Verbo della vita, quando si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.
Se lo Spirito non ci feconda di verità e di grazia, noi resteremo sterili. Il lievito della vita eterna non è in noi e quanto noi facciamo dimostra la nostra incapacità di generare altri figli a Dio, rivela la nostra nullità pastorale.
Perché lo Spirito del Signore possa creare la sua comunione il cristiano deve invocarlo ogni giorno, ogni giorno pregarlo, ma soprattutto ogni giorno lasciarsi muovere da lui. La prima comunione con lo Spirito Santo è comunione con lo stesso Spirito Santo. Siamo in comunione con lui quando da lui ci lasciamo muovere. Cristo Gesù è entrato in comunione di verità e di grazia con noi perché nel cielo visse tutta la comunione di vita con il Padre nello Spirito Santo. Fu per questa comunione di amore che il Padre chiese al Figlio l’Incarnazione e fu per questa stessa comunione che il Figlio accolse il volere del Padre e gli diede esaudimento.
Sulla terra fu sempre per questa mirabile comunione con lo Spirito Santo che Gesù si mise in comunione di verità e di grazia con noi uomini, portandoci il cielo sulla terra e riversando nei nostri cuori tutta la verità e la grazia, che lo Spirito Santo deve mettere nei nostri cuori, perché siano in perfetta comunione con il Padre, il Figlio e con ogni altro uomo che vive su questa terra.
Quando la nostra comunione con lo Spirito Santo, che è frutto della sua comunione con noi, non cresce, non si fortifica, non diviene albero grande e maestoso, anche la nostra comunione con Dio si raffredda e di conseguenza viene a raffreddarsi la comunione nella verità e nella grazia con ogni uomo. Quando un uomo si distacca dalla retta comprensione della verità è il segno che lui non è in comunione con lo Spirito Santo; è il segno che non è nella santità di Cristo Gesù; non è nella volontà obbedienziale al Padre.
È facile sapere chi cammina con lo Spirito, chi è nella sua comunione, chi cresce in grazia e in verità. È sufficiente osservare il grado di comprensione che egli ha della Parola storica di Cristo Gesù.
Oggi il mondo è senza verità. È il segno che è senza la Parola; è senza la comunione con lo Spirito Santo. Soprattutto è il segno che coloro che si dicono nella comunione con lo Spirito Santo neanche essi vi sono.
Questo augurio, questa preghiera, questo saluto è essenziale per il cristiano. Tutto è dalla grazia di Cristo Gesù, tutto dall’amore di Dio Padre, tutto dalla comunione dello Spirito Santo.
Tutto inizia dalla comunione dello Spirito Santo e tutto finisce nella comunione dello Spirito Santo. Questa è la verità della nostra fede che noi professiamo con coscienza retta e con cuore indiviso (25.02-2001-04.07.2002) (30.07.2001).
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3/4/2012 10:28 PM
 
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LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

L’oggettività del cristianesimo. Il cristianesimo fonda se stesso sull’oggettività della Parola. La sua forza è nel fare rimanere la Parola fuori dei suoi pensieri. La sua forza è anche quella di trasformare la Parola in carne. La Parola deve rimanere fuori della mente, ma interamente dentro il cuore e nella vita. Deve essere fuori della mente, altrimenti questa la trasforma; deve essere nel cuore e nella vita perché cuore e vita siano trasformati dalla Parola. Questo significa allora che la mente non debba in nessun modo partecipare per una comprensione sempre più grande della verità? Certo che lo può, ad una condizione: che la mente sia illuminata, formata, rischiarata dallo Spirito Santo. Se lo Spirito di Dio illumina la mente, questa comprende secondo verità la Parola di Dio; se invece lo Spirito è assente, perché la Parola non ha trasformato la nostra vita, il nostro cuore, l’operazione della mente è immanente all’uomo, non è trascendente, cioè che essa pensa e dice della Parola non è la comprensione del mistero, è un frutto di se stessa per se stessa, ma non una produzione illuminata verso la pienezza della verità. Ogni cristiano è servo della verità, ascoltatore di essa, non padrone, non despota, né tiranno. La verità è prima del cristiano, è con il cristiano, ma è anche fuori di lui, perché discende dallo Spirito Santo che abita in lui e che gli viene donato dalla Parola che è fuori di lui e che lui deve prima ascoltare. Il cristiano rimane tale finché egli sarà un fedele ricercatore della verità; dal momento che non cerca più la verità, è come se smettesse di essere cristiano; è come se si dimettesse dal suo essere, anche se per sacramento è segnato in eterno, con carattere indelebile, come appartenente a Cristo Signore. Anche l’apostolo del Signore deve rimanere in questo atteggiamento di servo e non di padrone della verità. L’altro, chiunque esso sia, deve poter sempre constatare questa superiorità della verità per rapporto al missionario e per questo è giusto che l’apostolo di Cristo Gesù e ogni suo discepolo non immischino mai la verità in sentimenti e risentimenti personali. Il più grande pericolo che oggi minaccia la Chiesa, le comunità cristiane, è questo asservimento della verità ai sentimenti e ai risentimenti personali. Questo è anche un segno che la verità non abita nel cuore, perché nel cuore abita il peccato. Chi si fa padrone della verità, chi la confonde con i suoi sentimenti e peggio con le sue falsità, attesta dinanzi al mondo intero la sua caduta dalla grazia, la sua lontananza dallo Spirito Santo, il baratro di peccato nel quale egli vive e dal quale pretende governare la verità per sé e per gli altri. La verità è sopra l’uomo, sopra ogni uomo ed essa irrompe nella nostra storia sconvolgendola sempre. Strumenti potenti della verità di Dio sopra la stessa comunità cristiana sono i profeti. Per loro tramite il Signore fa nuovamente risuonare la sua parola, la sua verità e chiama a conversione e a salvezza ogni uomo di buona volontà.
Le decisioni di un cristiano rivelano se Cristo agisce in Lui. Chi vuole sapere se in lui dimora Gesù, abita lo Spirito Santo, vive il Padre celeste, è sufficiente che esamini le sue decisioni, una per una. Chi ama Cristo pensa secondo Cristo, decide secondo Cristo. Chi adora il Padre che è nei cieli compie solo la sua volontà e secondo la sua volontà decide. Chi è tempio dello Spirito Santo sente la sua presenza in Lui e agisce in conformità alla sua mozione, che è sempre invito a decidere secondo saggezza e sapienza soprannaturali. La decisione di un uomo è come il frutto per un albero. Se l’uomo è con Dio deciderà sempre secondo il Vangelo; se invece non è con Dio, le sue decisioni rispecchieranno la mentalità di questo mondo. Con Dio le decisioni sono sempre rivolte al bene, al meglio, al compimento della volontà attuale di Dio; senza di Lui, invece, ogni decisione non può essere che rivolta verso il male, verso l’indifferenza al bene, verso il pensiero che nasce dal cuore dell’uomo. Quanto detto a livello personale, vale anche a livello comunitario, ecclesiale. Vale soprattutto per ogni decisione sia economica, che politica. Basta osservare qual è la moralità di un atto pubblico per conoscere il grado di fede che regna in coloro che lo hanno posto in essere, che lo hanno deciso, stabilito, legiferato. L’uomo di Dio è un attento osservatore del mondo che lo circonda; deve essere un attento osservatore, se vuole sapere chi è colui che gli sta dinanzi e quali strategie usare per predicare il Vangelo della salvezza.
Fu crocifissa la Persona del Figlio di Dio. Quando noi diciamo che Dio è stato crocifisso, non intendiamo che la divinità in sé è stata crocifissa. La divinità essendo purissimo spirito, atto puro in Dio, non può essere soggetta né ai chiodi, né al legno, né al sangue, né ad alcun’altra crudeltà da parte dell’uomo. Neanche può andare incontro alla morte, perché è proprio della divinità l’immortalità. Dio è immortale per natura. Dio però si è fatto uomo, ha assunto la nostra carne. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Facendosi carne, ha assunto la natura umana in modo irreversibile, indivisibile, inconfondibile, inseparabile. Dal sì della Vergine Maria, Madre della Redenzione, la Seconda Persona della Santissima Trinità esiste come Persona incarnata, esiste come Verbo che si è fatto carne. In quanto Verbo Egli fu crocifisso, in quanto Figlio di Dio lui è morto. Essendo morto il Figlio di Dio, Dio è veramente morto. La morte è non esistenza dell’essere originario. Quando l’uomo muore, non muore l’anima che è immortale, non muore il corpo che si decompone. Muore la persona umana. Muore l’uomo. Questi non esiste più come persona, anche se esiste come anima, esiste come corpo in decomposizione. Così dicasi del Figlio di Dio. Sulla croce è morta la Persona del Verbo Incarnato, Il Verbo della vita che si fece carne, non esiste più come Verbo che vive nella carne, e quindi è morto. Muore la Persona del Verbo Incarnato. Non muore nella sua divinità, non muore nella sua Persona divina non incarnata che non esiste più dopo il sì di Maria (oltre che non esiste più, neanche potrebbe morire essendo purissimo Spirito, essendo Dio con il Padre nell’unità dello Spirito Santo). La Persona divina è ora Persona divina incarnata è come tale muore; muore come Persona del Verbo che si fece carne. Muore come Verbo Incarnato e la sua è vera morte. Dopo che Lui ha reso lo spirito al Padre, il Verbo della vita è nella morte. Non esiste più la Persona divina incarnata nella vita; esiste come Persona divina ma nella morte. Non è venuta meno l’incarnazione. Essa è un processo irreversibile. È venuta meno la vita nella sua umanità, che è vita indispensabile al Figlio di Dio, che ora esiste come vita divina nella vita umana. Altrimenti avremmo due vite, quella dell’uomo e quella di Dio. Pur avendo due volontà in Cristo, abbiamo una sola vita e questa vita è ora nella morte. Questo è il mistero sempre da approfondire, sempre da scoprire, sempre da meditare per ulteriori comprensioni nella luce dello Spirito Santo. Il corpo è separato e separandosi il corpo, il Verbo che si fece carne, è ora il Verbo che è morto nella sua carne. Muore nella sua nuova essenza, che è la sua essenza perenne, eterna. È sempre il Verbo che si fa carne ed è il Verbo che muore nella carne. Se fosse rimasto per sempre nella morte, il mistero dell’Incarnazione sarebbe stato per sempre soggetto alla pena dovuta al peccato dell’uomo e Cristo in nessun modo avrebbe potuto redimerci, salvarci dalla morte. Lui ha vinto la morte, è ritornato il Verbo della vita incarnato, ma risorto, e offre questo suo dono a tutti coloro che si convertono e credono al Vangelo, facendo della sua Parola l’unica norma della loro vita.
Farsi deboli, farsi forti secondo la volontà di Dio. San Paolo ha un suo particolare principio di evangelizzazione. Lui sa farsi debole con i deboli, forti con i forti, sa farsi tutto a tutti, ma sempre per salvare qualcuno. Lui però non fa nulla se non per mozione dello Spirito Santo dentro di lui e lo Spirito muove sempre per il compimento della volontà di Dio. Nessuna autonomia in Paolo e neanche decisioni arbitrarie, immediate, inconsulte. Ogni sua decisione è sempre una ricerca della volontà di Dio. A volte bisogna anche farsi debole con i forti e forti con i deboli, perché lo richiede il messaggio da annunziare, lo esige la condizione storica nella quale uno è chiamato a lavorare. Quello che è importante nell’agire pastorale di Paolo è questo: nessuno di noi sa come parlare ad un uomo e nessuno sa quali sono le reazioni di una nostra parola nel suo cuore. Nessuno sa come comportarsi e quale atteggiamento assumere. Invocando lo Spirito Santo che abita in noi, Lui di certo ci suggerirà forme e modalità di sicuro successo nella conversione dei cuori. Tuttavia è giusto che si comprenda ciò che Paolo vuole insegnarci: il cristianesimo è condivisione, è solidarietà, è partecipazione alla vita dell’altro. Se non si condivide la vita, se la si rifiuta a priori, se non c’è contatto e quindi comunione nel bene con l’altro, come si fa ad annunziare il Vangelo? La partecipazione alla gioia e al dolore, alla sofferenza e alla salute, allo stare bene e allo stare male dell’altro, alla sua ricchezza e alla sua povertà, diviene via maestra per innestare nel cuore di quanti incontriamo, o di quanti il Signore mette sui nostri passi, la verità e la grazia che vengono da Dio. Le strategie pastorali sono tante, infinite. L’uomo di Dio deve vivere perennemente in contatto con lo Spirito del Signore, se vuole sapere qual è quella giusta, al momento giusto, con una persona particolare. Per questo l’uomo di Dio è perennemente in preghiera. Lo esige la salvezza delle anime, lo richiede lo Spirito Santo che deve essere sempre invocato, perché Lui possa agire. Se lo Spirito non viene invocato, non può in alcun modo intervenire nella nostra azione missionaria e questa alla fine risulterà vuota, inutile, vana.
Cristo abita con la debolezza della croce e con la forza della risurrezione. Il mistero di Cristo è uno solo: di morte e di risurrezione. Egli abita in noi nell’interezza di questo mistero, vi abita perché anche noi lo realizziamo nella nostra vita. La debolezza della croce è la piena sottomissione a Dio, per una obbedienza totale, perfetta, piena. La debolezza della croce è annientamento, annichilimento, kenosi completa di tutto il nostro essere alla volontà di Dio. Senza la debolezza della croce noi non possiamo entrare nel mistero di Cristo Gesù, non possiamo realizzare in noi il disegno di Dio in ordine alla nostra redenzione. Senza obbedienza a Dio si rimane fuori del mistero di Cristo Gesù, si rimane fuori della salvezza. L’abbassamento però non è il fine della nostra vita, il fine è la comunione con Dio, in Cristo, per opera dello Spirito Santo; il fine è la risurrezione gloriosa e la vittoria eterna sulla morte; il fine è la sconfitta in noi di ogni concupiscenza e superbia. La croce è la via, lo strumento, il mezzo perché il fine si possa compiere, realizzare in pienezza, in santità, secondo tutta la verità di Dio manifestata nel suo Santo Vangelo. Croce e risurrezione stanno tra loro come il mezzo per rapporto al fine. Chi vuole la risurrezione, la vita nuova, deve ogni giorno passare per la croce di Cristo Gesù. Chi non vuole la croce, non vuole neanche la risurrezione, non vuole la vita nuova, non vuole la vittoria sul peccato e sulla morte. Che non la vogliono lo attesta il fatto che vivono secondo il mondo, secondo i pensieri, i peccati del mondo e anche secondo la morte del mondo.
Cristo è in noi quando i suoi frutti sono in noi. Altra domanda che dobbiamo sempre porre al nostro spirito è questa: quando Gesù è in noi, vive in noi, abita in noi? La risposta è: quando i suoi frutti sono in noi. L’albero è in vita quando attingendo la linfa dalla terra, matura frutti che nutrono l’uomo e lo sostengono nel suo pellegrinaggio verso il cielo. Il cristiano è in vita, è spiritualmente vivo, Cristo abita e dimora in lui, se produce frutti di verità, di santità, di giustizia, di carità, di ogni altra virtù. È sufficiente interrogarsi quali frutti noi produciamo, per sapere il grado della nostra appartenenza a Cristo Gesù. I frutti di Cristo sono gli stessi dello Spirito Santo: amore, pazienza, benignità, misericordia, pace, gioia, dominio di sé, umiltà, condivisione e ogni altra virtù. Se questi frutti non abbondano in noi è il segno manifesto, inequivocabile che Cristo non è in noi. D'altronde Gesù stesso lo ha detto nel Vangelo: “Dai loro frutti li riconoscerete”. Dai frutti conosceremo chi ha Cristo nel suo cuore, da chi lo ha espulso e bandito, o momentaneamente, o per sempre.
La prova della fede. Possiamo provare noi la nostra fede? Possiamo sapere il grado di essa? Anche in questo caso la risposta è affermativa. La fede per noi non è un sentimento dell’uomo che si apre al divino, non è neanche una delle forme religiose dell’uomo. Quando noi parliamo di fede intendiamo una cosa sola: ascolto della Parola di Dio e compimento perfetto di essa. La fede per noi è obbedienza, l’obbedienza è realizzazione, la realizzazione è fruttificazione in noi della Parola. Si ascolta la Parola, si obbedisce alla Parola compiendola, si fruttifica la Parola producendo ogni frutto di verità e di carità che lo Spirito Santo ci muove a compiere e ad operare. La prova della fede è per noi l’obbedienza. Non vi può essere obbedienza senza ascolto; come non vi può essere ascolto senza annunzio e non vi è annunzio senza la Chiesa. Chi vuole creare la fede nel cuore degli uomini deve annunziare la Parola, quella vera, deve annunziare il Vangelo nella sua interezza, purezza, globalità. Il semplice fatto che oggi non si annunzia più il Vangelo, ma una trasformazione di esso, una modificazione del suo contenuto, sta a dimostrare non solo che nel popolo cristiano non c’è fede, ma che neanche esiste la possibilità che possa esservi. Senza Parola non c’è fede, perché la fede è ascolto, obbedienza, fruttificazione della Parola del Signore. Quando si ascolta e non si mette in pratica, non si obbedisce prontamente, la nostra fede è morta. Non ha vita in sé. La Parola e l’ascolto sono la prova della vitalità della nostra fede. Ognuno può verificarla, esaminarla, analizzarla con precisione. Ognuno può sapere se crede in Dio, oppure il suo è solo un puro sentimento religioso verso la divinità, che non potrà mai incidere nel cambiamento della sua vita.
La santità. Paolo ha parlato spesso della santità, ne parla sempre. Ne parla perché questa è la vocazione del cristiano. È giusto che poniamo una precisa domanda per darci anche una precisa risposta: cosa è in realtà la santità? La santità nel Nuovo Testamento si definisce come configurazione a Cristo in tutto, come imitazione di Dio nella perfezione di amore, come perenne ascolto dello Spirito che parla al nostro cuore. Concretamente tutto questo avviene in una vita tutta impostata sulle beatitudini. Le beatitudini sono l’essenza della santificazione del cristiano. La santità si raggiunge attraverso due vie: il combattimento contro il peccato, che è trasgressione del Vangelo. Chi vuole raggiungere la santità alla quale è chiamato deve mettere ogni impegno a non trasgredire in nulla la Parola di Cristo Gesù, compiendola anche nei più piccoli precetti della legge. Deve altresì crescere e sviluppare tutta la potenzialità della grazia che lo Spirito Santo riversa nel suo cuore. Essa, la santità, diviene pertanto fruttificazione dei carismi, dei doni, dei talenti, di ogni altra elargizione di grazia dello Spirito Santo. Per essere santi non basta non trasgredire il Vangelo, occorre anche che l’albero della nostra vita nuova produca secondo l’abbondanza dei doni divini, secondo la ricchezza della sua grazia riversata in noi nel giorno in cui divenimmo credenti, grazia che sempre dobbiamo aumentare attraverso la quotidiana richiesta nella preghiera.
Potere per la verità. La verità è tutto per l’apostolo del Signore. Per lui la verità è la Parola di Cristo Gesù, compresa però in maniera sempre nuova ed attuale alla luce della sapienza e dell’intelligenza soprannaturale dello Spirito del Signore. L’apostolo di Gesù Cristo è servo della Verità, suo amministratore fedele. Lui è apostolo della verità, per questo è stato chiamato e per questo è stato inviato nel mondo. Se lui si dissocia dalla verità, abusa della verità, trascura la verità, omette di dire la verità, è come se lui tradisse la sua missione, come se venisse meno al suo mandato. Con il suo atteggiamento di uomo sopra la verità, che può manomettere a suo piacimento, egli pecca contro Dio e contro i fratelli: contro Dio perché è divenuto a Lui infedele; contro i fratelli perché li priva della via della salvezza e della redenzione. La porta della salvezza è la verità; se l’apostolo di Gesù Cristo priva i suoi fratelli della verità, questi rimangono nell’oscurità, nella menzogna e nella falsità della vita. Rimangono senza il vero Dio, che è dato solo dalla verità che l’apostolo porta nel suo cuore per seminarla nel cuore di ogni altro uomo. Su questo dobbiamo essere chiari, seri, responsabili: chi è senza Cristo è anche senza verità e chi è senza verità è anche senza Cristo. Cristo è la nostra verità, è la verità del mondo intero; di ogni uomo che viene in questo mondo Lui è la luce, la verità, la vita. Accogliere la verità per conformarsi ad essa è accogliere Cristo per vivere per Lui, con Lui, in Lui. Il servizio alla verità è pertanto servizio a Cristo, salvezza di ogni uomo. Grande è la responsabilità di ogni ministro della verità, per lui si aprono le porte del Paradiso, ma anche per lui si schiudono e si spalancano quelle dell’inferno.
La verità è una: storica e metastorica. La verità è una, non due, non tre, non molte. Essa è insieme storica e metastorica. Dalla verità storica si arriva a quella metastorica. Se noi osserviamo il Vangelo esso è tutto per noi verità storica, perché il Vangelo non è solo la parola di Cristo Gesù, è prima di tutto la sua vita. Con la sua vita Cristo Signore ci ha insegnato che il Vangelo si può vivere, l’uomo può conformarsi ad esso. Questa è la prima verità del vangelo: la dimostrazione storica che è possibile vincere le passioni, estirpare la concupiscenza, superare la superbia, combattere vittoriosamente ogni altra imperfezione, fino ad arrivare all’amore puro, pieno, totalizzante la nostra esistenza terrena. La verità storica di Cristo è il suo amore sino alla fine per ogni uomo, amore che dalla croce si trasforma in preghiera di perdono e in scusa per quelli che lo avevano crocifisso. La verità storica di Cristo è anche la sua risurrezione gloriosa, che apre le porte alla nostra spiritualizzazione, già su questa terra. Su questa terra possiamo vivere da esseri spirituali e non più carnali, immersi nel peccato e nel vizio, schiavi di passioni e di sentimenti avversi contro i nostri fratelli. Su questa terra possiamo già realizzare il regno dei cieli, cercando quella imitazione di Dio che è perfezione nell’amore, nella verità, nella santità. Il cristiano è chiamato a mostrare la verità. Come può operare tutto questo? Se la verità è invisibile, può egli renderla visibile? Se è metastorica, può egli farla divenire verità storica? Certo che lo può. Lo può trasformando ogni parola del Vangelo in vita, in storia. Poiché solo con la grazia dello Spirito Santo questo è possibile, solo in Cristo questo si realizza, solo in Dio questo si compie, con la trasformazione della Parola in sua vita, egli attesta che ogni parola di Dio è vera e che ogni sua promessa si compie in lui. Si compie la promessa fatta per questo tempo, si compie cioè la verità che riguarda la storia, si compirà anche l’altra parola che concerne la metastoria, ciò che è oltre la storia, perché viene dopo di essa, perché è sopra di essa. Tutto questo avviene nella santità, che è la visibilità della verità di Dio. Ciò che il santo dice con la bocca su Dio e lo attesta come vero, con la sua vita lo rende visibile e così la santità diviene l’unica possibile testimonianza alla verità. È ciò che fa Cristo dall’alto della croce, quando attesta che l’amore è il solo sentimento che deve regnare nel cuore, sempre, dinanzi ad ogni uomo, in ogni circostanza della vita.
Il corpo sottoposto alla passione produce salvezza. La salvezza del mondo è avvenuta attraverso il corpo di Cristo, reso da Dio strumento di propiziazione, di perdono, di redenzione per tutto il genere umano. Nel suo corpo il Signore prese le nostre colpe e nel suo corpo le ha affisse al legno della croce per cancellarle per sempre. Ciò che è avvenuto in Cristo, deve avvenire in ogni cristiano. Questi è chiamato da Dio ad offrire il suo corpo in sacrificio gradito, sacrificio perfetto, sacrificio sapiente per la salvezza del mondo. Offrire il proprio corpo al Signore deve essere il fine del cristiano: lo si offre, se lo si rende uno strumento di amore, di verità, di perdono, di misericordia, di sollecitudine, di missione. Lo si offre, se viene consegnato a Dio perché ne faccia uno strumento per la vera conoscenza del Figlio Suo, attraverso lo Spirito Santo che opera ed agisce in noi.
La preghiera per gli altri. L’amore per gli altri diviene nella nostra fede anche preghiera per gli altri. Ma cosa bisogna chiedere per gli altri? Per gli altri si deve chiedere la luce e la forza dello Spirito Santo; la luce per vedere Cristo, il vero Cristo, la forza per raggiungere Lui, per imitare Lui, per divenire in tutto come Lui. Si chiede la luce perché ognuno sappia cosa il Signore vuole da lui; si chiede la forza perché si possa compiere con puntualità la missione che il Padre dei cieli ha affidato a ciascuno. Si prega perché ognuno possa compiere la volontà di Dio. È evidente che fare questa preghiera, che è poi la vera preghiera del cristiano, ha un significato di libertà e di povertà in spirito anche per colui che la fa. Dio potrebbe volere da lui che lasci il suo posto ad un altro, all’altro per il quale egli sta pregando. Se non si è sufficientemente poveri in spirito, umili, miti di cuore, disponibili a Dio in tutto, la preghiera per gli altri potrebbe essere impedita nel suo esaudimento proprio da colui che la fa. La vera preghiera deve essere fatta nel rinnegamento di sé, nella grande disponibilità del cuore e della mente al compimento della sola volontà di Dio che riguarda e attiene alla propria vita. È questo il motivo per cui può pregare santamente solo colui che è santo. Chi non è santo deve pregare perché possa raggiungere la santità. La preghiera per la propria santificazione è il fondamento per poter pregare santamente per gli altri.
Potere di edificare. Potere di distruggere. Edificare Cristo nei cuori. L’apostolo di Gesù Cristo ha ricevuto dal suo Maestro e Signore il potere di distruggere e il potere di edificare. Come? Egli deve distruggere il male che è nel cuore dell’uomo, deve edificare la verità in esso. Il male lo distrugge infondendovi la grazia della salvezza; la verità di Cristo la edifica versando in ogni cuore il Vangelo della salvezza. Cristo Gesù è venuto su questa terra per darci la grazia e la verità; con la grazia ci rinnova, ci eleva, ci rende partecipi della natura divina, con la verità ci illumina, ci guida, segna la via che conduce al vero amore di Dio e del prossimo. A volte però può anche capitare il contrario, che un apostolo di Gesù Cristo (il cristiano in generale) distrugga la verità nel cuore dell’uomo ed edifica il male, il peccato. Questo avviene quando la luce che è in lui diventa tenebra, quando si oscura nel suo cuore la verità di Cristo, quando si abbandona al peccato e lascia libero corso alle sue passioni. Per questo il cristiano deve sempre procedere con una certezza di fede nel cuore: la salvezza della propria anima è prima di tutto nelle sue mani. Egli deve sapere a chi consegnarla e come consegnarla. A lui è richiesta tutta quella prudenza e quella saggezza di Spirito Santo, la sola che gli consente di poter procedere sempre di verità in verità senza incorrere mai nel pericolo della perdizione eterna, a causa di una cattiva consegna della sua anima in mani che potrebbero condurla direttamente nella falsità e nel male che regna in questo mondo. Di questi errori, oggi, se ne commettono tanti. Sono tanti, oggi, coloro che affidano la loro anima in mani sbagliate. La Scrittura ci dice che è responsabile colui che tenta e seduce, ma anche colui che si lascia tentare e sedurre. Ricordiamoci che Eva consegnò la sua anima al serpente e che Adamo la consegnò nelle mani di Eva. Ognuno perisce per la sua responsabilità, per la sua volontà, per la sua stoltezza ed insipienza. Non c’è vera consegna quando Cristo non viene edificato nei cuori.
Il vero annunzio. Il vero annunzio del Vangelo è la proposta di Cristo, la difesa di Cristo, la costruzione e l’edificazione di Cristo in ogni cuore. Il vero annunzio non è finalizzato alla distruzione di chi ha peccato. È sempre orientato alla sua salvezza, attraverso il duplice movimento della conversione e della fede al Vangelo. L’apostolo del Signore è prima di ogni altra cosa il difensore di Cristo Gesù. Egli deve lottare, combattere, offrire ogni sua energia per affermare, testimoniare, proclamare, gridare che solo Gesù è il Salvatore dell’uomo, del mondo, del presente e del futuro, del tempo e dell’eternità. Senza Cristo c’è il vuoto etico, il buio morale. Senza Cristo non c’è l’uomo, il vero uomo. Solo Cristo fa l’uomo vero perché Cristo è l’unico vero uomo, anzi è il Dio che si è fatto vero uomo, al fine di mostrare all’uomo, ad ogni uomo, come divenire vero. Se riduciamo il cristianesimo ad una serie di conquiste umane, noi altro non facciamo che far ritornare l’uomo nella sua barbarie, nella sua non verità, nella falsità e nella menzogna di un’esistenza senza Cristo Gesù. Cristo è la luce, la vita, la via, la verità, la salvezza, il presente, il futuro di ogni uomo. Ogni uomo, per essere tale, deve divenire come Cristo, ma deve divenirlo in Lui, per Lui, con Lui, nella sua Santa Chiesa, che è il suo corpo, la sua vita, la sua missione, il suo strumento di salvezza e di redenzione.
Tensione verso la perfezione. Il cristiano deve essere sempre in tensione per il raggiungimento della sua perfezione spirituale, morale, dottrinale, per crescere in sapienza e grazia presso Dio e presso gli uomini. Non può camminare da solo, ha bisogno dell’aiuto dei suoi fratelli. Il cristianesimo non è solitudine, è comunione, è aiuto vicendevole, è sostegno reciproco. Ognuno deve farsi carico della vita spirituale dell’altro e per questo deve intervenire nella vita dei suoi fratelli efficacemente, con sapienza e saggezza di Spirito Santo. Una di queste vie efficaci è l’incoraggiamento, sostegno morale, spirituale, che libera l’altro dalla passività nella quale è caduto e subito lo immette sulla via verso Cristo, spingendolo e aiutandolo a camminare speditamente. Farsi coraggio e darsi la mano, lasciarsi tirare dall’altro, spingere, sospingere, aiutare in ogni momento: è questo il vero incoraggiamento. Altra via è quella della illuminazione della mente, specie quando le tenebre del male sembrano volerla avvolgere. La mente si illumina prospettando la luce di Cristo e i suoi sentimenti che sono di umiltà, di annientamento, di annichilimento. Di tutto questo c’è bisogno quando l’uomo cade in prostrazione a motivo delle difficoltà che potrebbe incontrare sul suo cammino. Nessuno ha incontrato più difficoltà di Cristo Gesù, eppure Lui le ha superate tutte. Le ha superate però attraverso il suo atteggiamento interiore, che è quello della mitezza e dell’umiltà. Inculcare nei cuori la mitezza e l’umiltà è l’aiuto più grande che si possa offrire ad una persona perché riprenda il suo cammino e raggiunga la perfezione di Cristo Gesù alla quale è stata chiamata.
In pace. La vera pace è quella eucaristica. Ma cosa è la pace eucaristica? È l’offerta della nostra vita perché tutto l’amore di Dio ricolmi un cuore e lo disponga a divenire anche lui offerta e oblazione di amore a Dio perché la pace avvolga il mondo intero. La vera pace è frutto in noi della grazia e della verità di Cristo Gesù. Se si lascia che un uomo, anche un solo, venga privato di questi doni santi, si permette che nel mondo vi sia un focolaio di non pace, di non comunione vera, di non solidarietà tra gli uomini. Cristo, e solo Lui, è il Principe, il Datore, il Fondamento perenne della pace. Senza di Lui nessuno mai potrà conoscere la vera pace, perché senza di Lui nessuno mai potrà offrire la sua vita a Dio perché il suo amore, la sua verità, la sua grazia si riversi nel mondo e incendi i cuori di una speranza nuova. Pace e amore nel cristianesimo sono una cosa sola. Il nostro Dio è Dio della pace perché è Dio dell’amore; il Dio dell’amore è Dio della pace perché ci ha amato facendo con noi pace in Cristo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo. L’amore di Dio Padre. La comunione dello Spirito Santo. La grazia è quella della salvezza, è di Cristo perché meritata da Lui sulla croce. La nostra salvezza è dono dell’amore di Dio, il quale dall’eternità l’ha voluta, chiedendo al suo Figlio Unigenito di realizzarla per noi. La salvezza di Cristo, la sua grazia di redenzione, trova il suo principio eterno nel cuore del Padre, nel suo amore per la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Siamo al centro del mistero. È il mistero di un amore che vince il peccato dell’uomo e lo vince ancor prima che il peccato venisse commesso, lo vince nel mistero dell’Incarnazione. Qui la mente si arrende, c’è solo posto per la fede e la contemplazione della profondità di questo abisso eterno di amore divino. Le parole vengono meno. Si accoglie questo amore del Padre e vi si corrisponde, divenendo in Cristo, grazia di salvezza per il mondo intero, trasformando la nostra vita in un sacrificio e in una oblazione gradita a Dio nostro Padre. Possiamo però entrare in questo mistero, non con la mente, ma con il cuore, non con l’intelligenza, ma con la vita, attraverso la comunione dello Spirito Santo. È Lui che ci deve introdurre. Ma dove ci deve introdurre lo Spirito Santo? Nel circuito di amore eterno che dal Padre si riversa tutto nel Figlio e dal Figlio ritorna tutto nel Padre, per mezzo dello Spirito Santo, che è questo “Circuito” eterno di amore e di comunione tra il Padre e il Figlio. Inseriti dallo Spirito di Dio nel Movimento eterno e divino dell’amore, l’uomo conosce cosa è il vero amore, lo conosce perché diventa in tutto ad immagine di Cristo Gesù e non potrebbe essere diversamente. Tutto l’amore del Padre in Cristo, per opera dello Spirito Santo, si riversa nel cristiano e dal cristiano, per Cristo, nello Spirito Santo ritorna nel Padre. Vi ritorna alla stessa maniera che fu di Cristo, attraverso una risposta di obbedienza che va fino alla morte e alla morte di croce. La croce è la via attraverso cui l’amore di Dio riversato nei nostri cuori ritorna in Dio sotto forma di grazia di salvezza per il genere umano. Questa è la nostra vocazione, questa la nostra vita. Divenire nell’amore di Dio, grazia di Cristo, per portare ogni uomo nella comunione dello Spirito Santo.
3/4/2012 10:30 PM
 
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Conclusioni


La comunità di Corinto vive una crisi diffusa, c’è qualcosa che all’interno della verità evangelica è andata come smarrita. Paolo che vive nella luce perenne e attuale dello Spirito del Signore sa cosa i Corinzi hanno perso della verità, sa quali principi, o parti di essa, sono andati smarriti. Con la sapienza e la saggezza dello Spirito li chiarifica uno per uno, rimettendo la verità sul suo candelabro.
La verità è la vita di ogni comunità, è la luce, il sale, la guida. Quando si smarrisce la verità, si smarrisce tutto, la comunità si incammina verso un traviamento totale nei costumi e nelle relazioni.
In queste brevi conclusioni saranno considerate alcuni crisi della comunità di Corinto, crisi che sono paradigmatiche di ogni altra comunità. Saranno anche evidenziate le soluzioni a queste crisi che è possibile trarre dallo Scritto di Paolo. Tutto questo potrà insegnarci una metodologia nuova, sovente ignorata dai pastoralisti, che dovrà aiutare anche noi a individuare le crisi di una comunità, prima di cercare e volere dettare le soluzioni, che inevitabilmente risulteranno inefficaci, a motivo del male che vogliamo curare, ma che non è in realtà il male vero che regna nella comunità e che ha scatenato la crisi.

1. Crisi di conoscenza. La prima crisi che regna nella comunità di Corinto è una crisi di conoscenza. Non si conosce più la verità della salvezza, non si sa chi è Cristo, non si sa chi è l’apostolo di Cristo, non si sa neanche chi sono in verità i fratelli nella fede.
Questa crisi è stata scatenata da quei superapostoli che si sono presentati come paladini del nuovo, del vero, del giusto, ma che in realtà hanno trasformato la verità della salvezza, facendone un uso personale a fini personali, con intendimenti di gloria terrena, mondana.
Questi superapostoli hanno separato la comunità del vero Cristo e dal vero Dio, l’hanno separata dalla via della salvezza e della redenzione, l’hanno allontanata dal cammino verso la perfezione cristiana, necessaria ad ogni uomo per poter entrare nel regno dei cieli.
È come se la verità non regnasse più in quella comunità. Apparentemente c’è il Vangelo, c’è la dottrina, ma è un Vangelo, una dottrina fuori dell’uomo, fuori del cristiano. Il Vangelo non è più la regola della comunità; è come se d’incanto un’altra regola avesse preso il suo posto, ma si tratta di una regola umana, di una sapienza umana e non più divina sulla quale ora la comunità si poggia.
A volte basta veramente un niente per rovinare una comunità cristiana; è sufficiente un falso predicatore della verità, un presuntuoso annunciatore del Vangelo, perché tutto vada perduto, anche il lavoro di lunghi anni di un apostolato serio, impegnativo, fatto a prova di martirio, irrorato con il sangue del missionario del Signore.
Soluzione. Se la crisi è di verità, di dottrina, di Vangelo, se è di non conoscenza di Cristo e di Dio, del vero Cristo e del vero Dio, è obbligatorio che si parta dalla nuova predicazione di Cristo, di Dio, del Vangelo e della verità.
Oggi si parla di nuova evangelizzazione. Questo termine è stato defigurato, sfigurato, “pastorizzato”, lo si è privato del suo vero significato. Nuova evangelizzazione deve significare per tutti: impostare, costruire, edificare nuovamente la comunità sulla vera dottrina, sulla verità di Cristo Gesù, sul Vangelo della salvezza. Significa, in ultima analisi, fondare la comunità sulla retta fede della Chiesa, sulla sana Tradizione, che è fondamento e principio della sana moralità.
Oggi c’è un pensiero che serpeggia in seno al popolo di Dio che va oltre l’eresia, oltre qualsiasi deformazione della stessa Parola, oserei dire che va oltre tutte le eresie finora conosciute. Questa eresia è latente, nascosta, subdola, invadente, persistente.
Questa eresia è difficile da debellare perché è nascosta nel cuore non di coloro che sono fuori la Chiesa, ma di quelli che sono nella Chiesa e lavorano, con coscienza o incoscienza, per la sua distruzione dall’interno.
Di questa falsificazione totale della verità, di questa dimenticanza piena del Vangelo nessuno vuol prendere coscienza. Paolo invece ci insegna che bisogna portare la verità al centro della vita cristiana.
Per certi versi stiamo vivendo oggi, in seno alle nostre comunità, lo stesso fenomeno religioso che era avvenuto al tempo di Gesù Signore. La Parola di Dio era stata annullata in nome di tradizioni religiose umane. Dio era stato soppiantato dall’uomo, sostituito da lui e in suo nome e con la sua autorità, usurpandola e vivendola male, governava il suo popolo sulla falsità e sulla menzogna.
Cristo Gesù portò in questo mondo religioso falso la vera Parola del Padre suo, il vero Vangelo della salvezza, iniziò la nuova evangelizzazione del suo popolo, iniziò la predicazione della Parola vera. Mostrò veramente qual era il volto del Padre suo ad un popolo che lo aveva dimenticato, aiutato in questo proprio da quanti avevano ricevuto da Dio il mandato di mostrarlo loro sempre vivo, sempre vero, sempre perfettamente identico alla sua vera natura.
Oggi c’è crisi di conoscenza, frutto di ignoranza, di arroganza, di presunzione, di non volontà di conoscere, di arroccamento nella falsità e nella menzogna circa le verità che sono via al cielo. Se la Chiesa vuole risolvere questa crisi deve riportare la Parola in mezzo al popolo di Dio, la deve far risuonare in tutta la sua verità, in ogni parte della verità, la deve proclamare secondo l’interezza della fede, chiamando ogni uomo a conversione, a credere nel Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Tutto il resto che si fa, senza risolvere la crisi della conoscenza del vero Dio e del vero Cristo nello Spirito Santo, alla fine si rivelerà un lavoro inutile, infruttuoso. Avremo lavorato invano e per niente, finché non avremo messo mano a quella nuova evangelizzazione del popolo di Dio, smarrito e confuso dietro ogni teoria umana, ogni dottrina insipiente con la quale pasce il suo cuore.

2. Crisi di indifferenza. La crisi di conoscenza del vero Dio, del Cristo di Dio, dello Spirito Santo Dio, nasce dalla crisi di Parola.
Lungo la trattazione della Lettera si è più volte accennato a questa crisi. Oggi nelle menti dei cristiani regna l’indifferentismo religioso. Regna anche l’indifferentismo di fede, regna l’indifferentismo di verità. Ogni verità è buona, ogni religione è buona, ogni via è buona, ogni fede è buona.
Cristo e gli altri sono una cosa sola, perché la Parola di Cristo e la parola degli altri sono una cosa sola. Non si riesce più a cogliere la differenza tra Cristo e gli altri, perché non si coglie più la differenza tra la Parola di Cristo e la parola degli altri. La relativizzazione della Parola di Cristo, diviene relativizzazione di Cristo; la proclamazione della verità della parola degli altri, diviene proclamazione degli altri, posti sullo stesso piano di Cristo Gesù.
Cristo Gesù non è superiore agli altri; Cristo Gesù è il Signore degli altri, è il Dio degli altri, è il Giudice degli altri, è il Messia degli altri, è l’Inviato di Dio degli altri, è la Parola degli altri, è la Verità degli altri, è la Salvezza degli altri. La confusione di verità genera confusione di fede, genera confusione di vita.

Soluzione. Chi vuole risolvere questa crisi di indifferenza, che è crisi del vero Cristo e del vero Dio, deve partire da un sano convincimento di fede nel suo cuore. La Parola del Vangelo è l’unica luce che illumina l’uomo e che lo introduce nella vita.
Chi vuole ricondurre l’uomo nella luce, lo deve ricondurre nella Parola; solo così gli sarà ridata la vita che ha perso. Né si pensi che lasciandolo fuori della Parola sarà mai possibile introdurlo nella vita. La vita è nella Parola; chi vuole la vita degli uomini deve dare loro la Parola, deve invitarli ad entrare nella Parola, deve mostrare loro con la sua esemplarità tutta la vita che nasce dalla Parola e che vive pienamente in lui. Per fare questo occorre operare una svolta e dall’insipienza dell’indifferentismo passare alla sapienza che l’unico Redentore dell’uomo, l’unico Salvatore, perché l’unico Messia di Dio, è Cristo Signore.
Questo non deve significare imposizione, costrizione, coercizione. Il Vangelo è invito, chiamata, proposta santa. Se vuoi la vita, accogli il Vangelo. Se non accogli il Vangelo, non vuoi la vita. Non la cercare altrove, perché altrove c’è parvenza di vita, ma non c’è la vita eterna. La vita eterna è solo in Cristo e solo nella sua Parola. Tutti gli altri danno una vita più o meno terrena, ma non possono dare la vita celeste, eterna, divina. Questa vita la dona sola Cristo ed è contenuta solo nella sua Parola. Questa proposta deve essere fatta ad ogni uomo, di ogni razza, di ogni cultura. Non perché l’uomo cristiano è qualcosa in più dell’uomo non cristiano. Siamo gli uni e gli altri ad immagine di Dio. Dio è il Creatore e il Signore degli uni e degli altri. In più nel cristianesimo non c’è un uomo, non ci sono gli uomini. In più c’è il vero Dio, il vero Dio che si è fatto vero uomo. È Dio la superiorità nel cristianesimo per rapporto ad ogni altra religione, ma è quel Dio che è l’Altro per rapporto ad ogni uomo e anche per rapporto al cristiano. Dio è il di più per noi e per gli altri, è superiore a noi stessi e agli altri. L’uomo cristiano diventa “superiore” agli altri uomini, se diviene in Dio, in Cristo e nello Spirito, partecipe della natura divina e vive della santità dello stesso Dio.
La superiorità del cristiano, in Cristo, per mezzo dello Spirito che la crea giorno per giorno, è però una superiorità di croce. È la superiorità di colui, che divenuto in tutto simile al suo Maestro e Signore, offre la vita, si lascia crocifiggere dall’uomo, per manifestargli tutto l’amore che Dio ha per lui. Superiorità di amore fino alla morte e alla morte di croce, superiorità di servizio di colui che si fa il servo dei suoi fratelli, perché tutti imparino l’amore misericordioso del Padre che offre suo Figlio dall’alto della croce per la salvezza dell’uomo.
La superiorità del cristiano per rapporto al pagano è una superiorità di abbassamento, di annullamento, di kenosi, di croce, di servizio, di amore, di dono totale di sé.
È questa la superiorità delle beatitudini, di quella giustizia più grande, che va al di là dell’Antico Testamento e che lo rende veramente superato, perché ora c’è il Nuovo che si stabilisce in Cristo sulla croce. Il cristianesimo è superiore per una sola ragione: per l’umiltà di Cristo e per l’umiltà dei suoi discepoli, per la croce di Cristo e dei suoi adoratori.

3. Crisi di ministero. È questa la crisi delle crisi, la crisi dalla quale ogni altra prende origine, viene come partorita, nutrita, sostenuta, alimentata, fatta prosperare.
Chi è il ministro di Cristo Gesù? È il servo della sua verità e del suo amore, della sua grazia e della sua Parola. Il ministro di Cristo Gesù deve sapere che lui non è signore, è servo, ma servo del suo Signore, al quale deve fedeltà, obbedienza, ascolto, con il quale deve vivere una relazione di comunione perfetta nello Spirito Santo.
Quando il ministro di Cristo si libera da Cristo, non vive una comunione di santità con lui, che è la fonte della sua fedeltà e della sua obbedienza, tra Cristo e il ministro regna solo una relazione cultuale. Questa non serve alla comunità. Questa relazione non fa santa la comunità, perché non è santo il ministro che governa la comunità in nome e con l’autorità di Cristo Gesù.
La crisi del popolo di Dio nell’Antico Testamento, quasi sempre, era crisi dei ministri della Parola, dei mediatori di essa, dei sacerdoti che Dio aveva costituito perché formassero il popolo nella conoscenza della verità e discernessero per esso il puro dall’impuro, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, la verità dalla menzogna. Essi questo non lo facevano e il popolo camminava nella dimenticanza della Parola di Dio, viveva senza l’osservanza dei comandamenti, viveva con una ritualità sterile che legalizzava il peccato anziché combatterlo. Questo Cristo lo afferma chiaramente quando dichiara che la Casa del Padre suo è casa di preghiera, mentre loro ne avevano fatto una spelonca di ladri.

Soluzione. Se la crisi del ministero cristiano è la crisi–madre di ogni altra crisi, si manifesta assai opportuno partire da una formazione esemplare di tutti coloro che domani dovranno essere ministri di Cristo, della sua grazia e della sua parola.
Questo oggi si rivela impossibile. C’è uno svuotamento del ministero sacerdotale dei suoi contenuti autentici di verità e di grazia, a beneficio di qualche elemosina in più e di qualche aiuto materiale di cui l’uomo può fare anche a meno, quando ha il vero Cristo e la verità santa della sua Parola che vivono nel suo cuore.
Chi legge attentamente Paolo in questa Lettera sa quali sono i compiti del vero ministro di Cristo. Egli deve essere sua voce, sua parola, sua verità, ma anche sua grazia, sua croce, sua risurrezione in mezzo ai suoi fratelli.
Il vero ministro è un riconciliatore degli uomini con Dio in Cristo Gesù per mezzo dello Spirito Santo. Deve essere un riconciliatore degli uomini tra di loro, conducendoli ad una adesione piena alla Parola di verità.
Il vero ministro è un educatore, un formatore della comunità; è uno che vigila giorno e notte su di essa, perché l’errore non si insinui e non renda vana la croce di Cristo Signore.
Lo spostamento, che è deviazione, avvenuto nel ministero cristiano è questo: da servo di Dio, il ministro si è fatto autonomamente servo dell’uomo, non nel senso che serve l’uomo con la carità e la verità che sono in Cristo Gesù, e nemmeno nel senso che dona loro la grazia, per la quale è stato costituito e inviato in mezzo al popolo di Dio; nel senso, invece, che chi comanda oggi il ministro non è più Cristo, ma l’uomo. L’uomo è diventato il signore del ministro, per obbedire, per compiere la sua volontà.
In fondo è questa una delle tentazioni cui è stato sottoposto Cristo Gesù. Satana lo invitava ad ascoltare il popolo, a soddisfare le esigenze del popolo, a rispondere alle sue attese.
Cristo rispose che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Se il ministro di Cristo non pasce il suo popolo di verità, di grazia, di Parola del Signore, la sua missione è vana, il suo operare nullo, il suo lavoro non costruisce il regno di Dio sulla terra.
Il semplice fatto che oggi non si parli più del regno di Dio da edificare sulla terra, sta a significare che il ministro di Cristo Gesù è fuori Parola, fuori Grazia, fuori Verità, fuori lo stesso Cristo, fuori Dio e fuori la Chiesa. Non è ministro nella Chiesa colui che non edifica la Chiesa sulla terra, colui che non costruisce il regno di Dio tra gli uomini, colui che abbandona il suo gregge all’impulso e all’istinto del suo cuore.

4. Crisi di giusta valutazione. Altra crisi assai diffusa è quella della giusta valutazione della situazione spirituale della comunità.
Sovente non ci si accorge della gravità spirituale e morale in cui una comunità è venuta a trovarsi a motivo di pensieri e di idee dell’uomo che a poco a poco hanno sostituito totalmente il pensiero di Dio, la sua volontà, il suo Vangelo.
Questa crisi accade perché colui o coloro che sono preposti alla guida della comunità sono loro per primi caduti dalla verità del Vangelo. Chi è senza la luce del Vangelo per la sua mente, non potrà in nessun modo aiutare i fratelli a rimanere, o a ritornare nella volontà di Dio.
Su questa crisi, che spesso uccide le nostre comunità, bisogna intervenire con prontezza. Un solo giorno lasciato alla falsità e all’errore causa una rovina così grande che occorrono degli anni perché si possa rimediare a ciò che in un solo giorno ha provocato una predicazione non corretta, non vera, non giusta, perché senza o contro il Vangelo della salvezza.

Soluzione. Lo si è già detto durante la trattazione del testo della Lettera. Per vedere secondo Dio la reale condizione di una comunità, occorre che si abbiano anche gli occhi di Dio.
Questi occhi sono la luce dello Spirito Santo che si è posata su di noi e illumina la nostra mente a capire cosa sta succedendo nel popolo di Dio.
Sappiamo però che lo Spirito del Signore non agisce in colui che convive con il peccato. Sappiamo che il cammino nella santità è la via che bisogna percorrere perché si possa conoscere non sola la reale condizione, ma anche la gravità dinanzi a Dio di una comunità che non si nutre più di Parola del Signore.
La santità è essenziale a tutti coloro che vogliono presiedere una comunità. È necessaria per due motivi: perché si veda con gli occhi di Dio l’uomo; perché si valuti secondo la santità di Dio il peccato del mondo che è penetrato con potenza nella comunità.
Di questo si è già parlato a sufficienza; merita tuttavia che un’altra brevissima osservazione venga messa in evidenza. Il male peggiore che oggi grava e appesantisce la comunità cristiana è la leggerezza con la quale si valuta il peccato, si legge l’errore, si comprende la trasgressione.
È come se il peccato non fosse più peccato, l’errore fosse divenuto verità e la trasgressione necessità dell’uomo, necessità di natura, stimolo fisiologico che neanche lo costituisce peccatore dinanzi a Dio.
È come se il male non esistesse più. Mentre prima si parlava di immoralità, cioè di azione conforme alla morale di Cristo Gesù, oggi universalmente si parla di amoralità, o di normalità. Tutto è normale, tutto è santo, tutto è giusto, tutto è conforme alla volontà di Dio. C’è come un’assenza della legge morale nella coscienza dell’uomo, tranne poi ad esigerla e ad invocarla quando il male esplode in atti che ripugnano la coscienza collettiva. Allora si invoca la norma morale, ma la si invoca malamente, perché nessuno praticherà una norma morale particolare, quando non esiste la norma morale universale.
C’è oggi una diseducazione della coscienza a livello morale. Tutto viene giustificato e tutto consentito; tutto è dichiarato lecito e tutto fattibile. La bontà di un atto coincide con la volontà dell’uomo. Lo voglio, quindi è buono; lo desidero, quindi si può fare.
Dinanzi a questa mostruosità del pensiero dell’uomo, inutile poi lamentarsi che qualcosa non va. Chi pone in atto dei principi di comportamento, deve anche sapere assumersi tutte le conseguenze che un principio scatena nel cuore dell’uomo e della società intera.
Paolo ha il cuore di Cristo, pensa in tutto come Lui, conosce la gravità di ogni parola, di ogni gesto, di ogni comportamento che avviene nella comunità di Corinto. Interviene con tempestività perché si tolga il male, o meglio il principio che dona vita al male, perché nella comunità regni solo e sempre il Vangelo della salvezza.

5. Crisi di prudenza e fortezza . Altra crisi che spesso governa le nostre comunità è quella della prudenza e della fortezza.
Questa crisi consiste esattamente nel vedere il male che si compie, ma poi non si interviene. In certo qual modo è quanto abbiamo definito come esercizio passivo del potere.
Chi è preposto alla guida di una comunità è obbligato non solo a vedere il male che regna in una comunità, ma anche ad intervenire con tempestività, usando tutte quelle regole di saggezza e di prudenza, affinché il male venga estirpato, il bene invece aiutato a progredire, a svilupparsi, a maturare frutti di vita eterna, nella santificazione dei cuori.
Il male c’è. C’è male morale, male spirituale, male veritativo, male che inquina i cuori e le menti e li conduce verso un radicamento sempre più forte nella falsità.
La domanda è semplice: perché colui che è preposto alla guida della comunità non interviene, perché lascia che il male serpeggi e si propaghi, perché abbandona le sue pecore alla devastazione, perché non ha la forza dello Spirito Santo di intervenire efficacemente, al fine di rimettere la verità, la luce, il Vangelo sul candelabro della storia in modo che ogni uomo che viene in questo mondo possa essere illuminato?
Perché si lascia che uomini senza scrupolo danneggino la Chiesa di Dio in modo irreparabile?
Perché non si ha la volontà di prendere le giuste decisioni e quelle soluzioni necessarie perché si possa mettere fine una volta per sempre? La risposta non può venire se non dall’analisi delle giuste soluzioni che si richiedono per una simile situazione. Tuttavia non è di facile applicazione, perché ogni uomo è la sua storia. Se la storia di un uomo non è la storia di Cristo e dello Spirito, non è storia in Cristo e nello Spirito di Dio, mai costui potrà dare una soluzione al problema del male, anche se vede il male che regna nella sua comunità.

Soluzione. La soluzione c’è perché si possa intervenire, ma essa non è nell’uomo; essa è in Dio, è nello Spirito Santo, è in Cristo Gesù; è nella comunione di verità e di amore che l’apostolo del Signore vive con la Beata Trinità.
L’uomo, abbandonato solo a stesso, è fragile, ricattabile, vincibile, eliminabile, fragile, incapace, a volte anche inetto dinanzi a certe gravi decisioni da prendere.
Sovente, inoltre, non è libero per poter agire, in quanto legato a filo doppio con colui che dovrebbe riprendere.
La fragilità dell’uomo e la sua inettitudine a poter decidere per il bene della comunità non sono però la causa, sono il frutto di un’azione spirituale non compiuta, di un’ascesi non portata a perfezione, di un cammino nelle virtù non realizzato.
Per poter intervenire efficacemente in una situazione di non verità nella comunità è necessario che l’apostolo del Signore diventi una cosa sola con Cristo Gesù, una cosa sola con lo Spirito Santo, una cosa sola con il Padre dei cieli, che tra lui e la Beata Trinità esista veramente un legame d’amore, libero, povero, obbediente.
Questo però richiede una forte ascesi spirituale, un cammino quotidiano nella moralità, un pellegrinaggio giornaliero nel Vangelo della salvezza, una libertà piena, totale dal mondo, un povertà in spirito a prova di rinunzia anche alla propria vita.
Se questo non c’è, neanche si può intervenire. Non si ha la forza dello Spirito Santo, né la sua saggezza per poter decidere per il bene della comunità.

Altre crisi. Tante sono le crisi che attanagliano le comunità cristiane. Di alcune di esse neanche si sa che esistono. Sono come quel cancro che è nel corpo; ci si accorge che esso esiste, quando ha già devastato l’intero corpo. Di altre si vedono i frutti, ma spesso non si vuole indagare sulla causa. Di altre ancora si conoscono cause e frutti, ma non si interviene, si lascia che ogni cosa cammini e proceda per la sua strada. Infine ci sono crisi che si vorrebbe superare, ma si applicano medicine non consone al male e quindi resta il male, non si toglie la crisi, si sciupano energie spirituali e materiali semplicemente invano.
Un buon pastore della comunità, uno che sente su di sé la responsabilità della salvezza eterna delle anime, deve saperle individuare tutte e tutte eliminare con principi chiari, distinti, efficaci.
La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci conceda lo stesso ardore apostolico di Paolo, perché possiamo intervenire, per quel che ci riguarda, efficacemente, in modo che la luce di Cristo brilli inalterata e nella sua pienezza sulla comunità e la sua grazia, il suo amore e la sua benevolenza la spinga di virtù in virtù fino alla conquista del regno dei cieli.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, ottienici tutto questo dal tuo Figlio Gesù. Il vino della verità e della grazia in molte comunità è finito. Intervieni e ottieni il miracolo, Tu, che sei la Madre di Dio, nelle cui mani è riposta ogni grazia e ogni tesoro celeste.
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