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COMMENTO DELLA LETTERA AGLI EBREI

Last Update: 2/5/2019 2:01 PM
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1/15/2012 3:21 PM
 
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Eterna Efficacia del sacrificio di Cristo
[23]Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi.
L’Autore fa subito una distinzione quanto mai preziosa:
Tutto ciò che è Antico Testamento e Antico Patto è solo simbolo delle realtà celesti, ma esse non sono la realtà.
Da questa distinzione ne nasce una seconda: ciò che ha purificato il simbolo non può purificare la realtà. Occorre un mezzo superiore, come superiore è la realtà per rapporto al simbolo. Se uno stesso mezzo sarebbe stato idoneo per purificare simbolo e realtà, di sicuro non vi sarebbe stata una superiorità sostanziale della realtà per rapporto al simbolo, ma solo accidentale, superficiale, di apparenza, o solamente di immagine, non di altro.
Per una giusta valutazione delle affermazioni dell’Autore è più che opportuno procedere esaminando una per una le frasi contenute in questo v. 23:
Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi: Sappiamo cosa sono i simboli delle realtà celesti: Persone e oggetti del culto: Il Sacerdote, l’Altare, la Tenda, ogni altra cosa strettamente finalizzata al culto del Dio dell’Alleanza. L’Autore dice che era necessario che la purificazione dei simboli avvenisse con tali mezzi. Perché? La risposta non può essere che una sola: si è detto che il sangue dell’alleanza era segno del sangue di Dio, era in sua sostituzione. Segno di Dio, del suo sangue, ma anche della sua vita, della sua verità, della sua santità. Aspergendo, o ungendo con il sangue, si ungeva e si aspergeva la cosa, o la Persona con ciò che “raffigurava” lo stesso Dio e quindi rendeva sacra la cosa o la Persona per il Signore. La rendeva del Signore, per il Signore. Il sangue segnava il passaggio dalla profanità alla sacralità e alla santità della cosa e della persona addetta al culto. Perciò era necessario un tale mezzo.
Le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi: Le realtà celesti non possono essere purificate, o santificate dal segno. La realtà celeste è superiore, ben superiore al segno, anche se di Dio e della sua santità. Occorre per la loro purificazione la stessa santità di Dio. Dio personalmente deve santificarle, perché non esiste nessuna altra realtà della terra che possa santificare le realtà del cielo. È il cielo che purifica la terra, la terra mai potrà purificare le cose del Cielo. Questo deve essere principio basilare per comprendere quanto l’autore ci vuole dire.
Una cosa però deve apparire chiara alla nostra mente: profanità, sacralità, santità non sono la stessa cosa. Dio è santo, chi si accosta a Dio deve essere santo. Solo Dio può donare la sacralità e la santità alla cosa e alla persona.
Il rito del sangue donava sacralità e santità alle persone e alle cose che nell’Antico Testamento erano simboli delle realtà celesti. Le realtà celesti nelle quali viviamo noi del Nuovo Testamento non possono essere più purificate dal segno antico. Occorre una realtà grande, anzi più grande della stessa realtà da purificare e questa realtà non può essere che Dio.
[24]Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore,
L’Autore ora ci offre una visione chiara delle Realtà della Nuova Alleanza e cosa Cristo ha fatto, Lui che è il sommo ed eterno sacerdote di queste Realtà.
Parlando di Cristo si deve intendere una cosa sola: il solo, l’unico, il sommo, l’eterno Sacerdote dei beni futuri, o della Nuova Alleanza.
Il sommo sacerdote dell’Antica Alleanza entrava nel santuario che era fatto da mani d’uomo, figura di quello vero.
Figura era il sommo sacerdote di Cristo, ma figura di quello vero, cioè di quello celeste, era anche il santuario.
Cristo Gesù, il solo, l’unico, il sommo, l’eterno Sacerdote dei beni futuri, o della Nuova Alleanza, entra non nella figura, ma nel cielo stesso.
Nel cielo non va dove c’è il segno di Dio, come era il sommo sacerdote dell’Antica Alleanza che entrava nel Santo dei Santi, luogo dove era contenuta l’arca dell’Alleanza con la Legge, la Manna, il Bastone.
Entra nel cielo ma per comparire ora al cospetto di Dio. Si presenta direttamente dinanzi alla maestà divina, dinanzi al Padre.
Cristo entra nel cielo, entra al cospetto del Padre.
Fa tutto questo in nostro favore. Lo fa non per santificare il cielo, o le cose del cielo, ma per santificare noi.
Siamo noi quelli che dobbiamo essere santificati da Dio e Cristo è al cospetto di Dio per noi, per implorare la nostra santificazione.
Dalla figura, dal simbolo si passa alla realtà; dal tempio sulla terra, alla Tenda del Cielo, al cielo stesso. Dal segno della presenza di Dio a Dio stesso.
Questa la prima grande differenza tra l’Antico Patto e il Nuovo, tra il simbolo e la realtà.
[25]e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui.
L’altra grande, immensa, celeste differenza è questa.
Ogni volta che Aronne, o il sommo sacerdote dell’Antico Patto entrava nel tempio, vi entrava con nuovo sangue, frutto di nuovi sacrifici, di nuove immolazioni.
Ogni entrata nel tempio costava il sacrificio di una vittima. Più vittime, più purificazioni.
Ancora continua la differenza: Il sommo sacerdote dell’Antico Patto entrava con sangue altrui. Era il sangue degli animali sacrificati.
Cristo entra con il sangue del sacrificio. Il sangue è suo. Il sacrificio è suo. La morte è sua. Il corpo è suo.
Il suo è sacrificio uno ed unico, il solo, per sempre.
Quello di Aronne era più volte. Quello di Cristo è una volta per tutte. In Aronne c’era la ripetizione del sacrificio. In Cristo c’è l’unicità. Uno solo: il suo, per sempre. Dicendo: il suo, si intende il sacrificio di se stesso.
Aronne entrava ed usciva, ogni volta che entrava lo faceva con nuovo sangue, nuovo sacrificio, nuova oblazione.
Cristo Gesù entra una volta per sempre, vi rimane per sempre, porta il suo sangue che è per sempre. Un solo sacrificio, una sola entrata, una sola permanenza, o dimora al cospetto di Dio. Eterno è il sacrificio, eterno è il sangue, eterna è la dimora presso Dio, eterna è la sua intercessione in nostro favore. Tutto in Cristo è eterno.
[26]In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.
Il ragionamento dell’Autore è assai particolare in questo v. 26. Coglierlo, dona valore e significato a tutta la sua Lettera.
Da sempre Lui ci sta dicendo che Cristo Gesù non è sacerdote alla maniera di Aronne, bensì alla maniera di Melchisedek.
Ci sta dicendo che Lui è eterno sacerdote alla maniera di Melchisedek.
Questo v.26 attesta la stessa verità, ma procedendo al contrario.
Se Cristo fosse sacerdote alla maniera di Aronne, dovrebbe come Aronne compiere ogni giorno, ogni anno, molte volte, il rito del sangue e del sacrificio.
Se fosse come Aronne, avendo egli offerto il sacrificio di se stesso, nella sofferenza, sarebbe dovuto morire, o avrebbe dovuto soffrire più volte e questo fin dal primo peccato di Adamo ed Eva. Questa è la fondazione del mondo.
Poiché non è alla maniera di Aronne, ma è sommo ed eterno sacerdote alla maniera di Melchisedek egli non ha bisogno di ripetere il suo gesto, il suo sacrificio, la sua immolazione.
È questa la specificità, l’essenzialità, la caratteristica, o la peculiarità del Sacerdozio di Cristo: un solo sacrificio, una sola offerta per i peccati del mondo intero, dalla sua fondazione sino alla sua fine.
Della pienezza dei tempi parla San Paolo nel c. 4 della Lettera ai Galati.
Il tempo è pieno, quando è maturo perché Dio possa intervenire e compiere la sua opera.
Dio agisce sempre quando il tempo è pieno, maturo, nella condizione migliore perché la sua opera produca i più grandi frutti di verità, di santità, di giustificazione, di salvezza.
Viene ancora una volta ribadita la verità centrale del Sacerdozio di Cristo Gesù: il sangue è il suo, il sacrificio è il suo.
Il peccato viene annullato mediante il sacrificio di se stesso. Nel suo sangue è la remissione dei peccati, la cancellazione delle colpe.
L’Autore insiste sull’unicità del sacrificio e dell’offerta perché egli si trova dinanzi ad una mentalità religiosa che resiste da più di mille anni, le cui radici sono nella cultura plurimillenaria dello stesso uomo.
Questa cultura si fonda sulla ripetizione del rito e dell’offerta. Ogni peccato richiedeva un suo particolare sacrificio.
È sufficiente leggere il Levitico – e qui ne riportiamo qualche brano – per avere un’idea chiara della complessità del rito antico in ordine alla purificazione dei peccati. Ognuno legga e se ne renda conto:
Lev. 1: “Il Signore chiamò Mosè e dalla tenda del convegno gli disse: Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando uno di voi vorrà fare un'offerta al Signore, offrirete bestiame grosso o minuto. Se l'offerta è un olocausto di grosso bestiame, egli offrirà un maschio senza difetto; l'offrirà all'ingresso della tenda del convegno, per ottenere il favore del Signore. Poserà la mano sulla testa della vittima, che sarà accettata in suo favore per fare il rito espiatorio per lui. Poi immolerà il capo di grosso bestiame davanti al Signore, e i sacerdoti, figli di Aronne, offriranno il sangue e lo spargeranno intorno all'altare, che è all'ingresso della tenda del convegno. Scorticherà la vittima e la taglierà a pezzi. I figli del sacerdote Aronne porranno il fuoco sull'altare e metteranno la legna sul fuoco, poi sulla legna e sul fuoco che è sull'altare disporranno i pezzi, la testa e il grasso. Laverà con acqua le interiora e le zampe; poi il sacerdote brucerà il tutto sull'altare come olocausto, sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore.
Se la sua offerta è un olocausto di bestiame minuto, pecora o capra, egli offrirà un maschio senza difetto. Lo immolerà dal lato settentrionale dell'altare davanti al Signore e i sacerdoti, figli di Aronne, spargeranno il sangue attorno all'altare. Lo taglierà a pezzi, con la testa e il grasso, e il sacerdote li disporrà sulla legna, collocata sul fuoco dell'altare. Laverà con acqua le interiora e le zampe; poi il sacerdote offrirà il tutto e lo brucerà sull'altare: olocausto, sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore.
Se la sua offerta al Signore è un olocausto di uccelli, offrirà tortore o colombi. Il sacerdote li offrirà all'altare, ne staccherà la testa, che farà bruciare sull'altare, e il sangue sarà spruzzato sulla parete dell'altare. Poi toglierà il gozzo con le sue immondezze e lo getterà al lato orientale dell'altare, dov'è il luogo delle ceneri. Dividerà l'uccello in due metà prendendolo per le ali, ma senza separarlo, e il sacerdote lo brucerà sull'altare, sulla legna che è sul fuoco, come olocausto, sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore”.
Lev. 2: Se qualcuno presenterà al Signore un'oblazione, la sua offerta sarà di fior di farina, sulla quale verserà olio e porrà incenso. La porterà ai figli di Aronne, i sacerdoti; il sacerdote prenderà da essa una manciata di fior di farina e d'olio, con tutto l'incenso, e lo brucerà sull'altare come memoriale: è un sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore. Il resto dell'offerta di oblazione sarà per Aronne e per i suoi figli, cosa santissima, proveniente dai sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore.
Quando offrirai una oblazione cotta nel forno, essa consisterà in focacce azzime di fior di farina impastata con olio e anche di schiacciate azzime spalmate di olio. Se la tua offerta sarà un'oblazione cotta sulla teglia, sarà di fior di farina, azzima e impastata con olio; la farai a pezzi e sopra vi verserai olio: è un'oblazione.
Se la tua offerta sarà una oblazione cotta nella pentola, sarà fatta con fior di farina nell'olio: porterai al Signore l'oblazione così preparata e la presenterai al sacerdote, che la offrirà sull'altare. Il sacerdote preleverà dall'oblazione il memoriale e lo brucerà sull'altare: sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore. Il resto dell'oblazione sarà per Aronne e per i suoi figli, cosa santissima, proveniente dai sacrifici consumati dal fuoco per il Signore.
Nessuna delle oblazioni che offrirete al Signore sarà lievitata: non brucerete né lievito, né miele come sacrificio consumato dal fuoco in onore del Signore; potrete offrire queste cose al Signore come offerta di primizie, ma non saliranno sull'altare a titolo di profumo soave. Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell'alleanza del tuo Dio; sopra ogni tua offerta offrirai del sale.
Se offrirai al Signore una oblazione di primizie, offrirai come tua oblazione di primizie spighe di grano fresche abbrustolite sul fuoco e chicchi pestati di grano nuovo. Verserai olio sopra di essa, vi metterai incenso: è una oblazione. Il sacerdote brucerà come memoriale una parte dei chicchi e dell'olio insieme con tutto l'incenso: è un sacrificio consumato dal fuoco per il Signore”.
Lev. 3: “Nel caso che la sua offerta sia un sacrificio di comunione e se offre un capo di bestiame grosso, sarà un maschio o una femmina, senza difetto; l'offrirà davanti al Signore, poserà la mano sulla testa della vittima e la immolerà all'ingresso della tenda del convegno e i figli di Aronne, i sacerdoti, spargeranno il sangue attorno all'altare. Di questo sacrificio di comunione offrirà come sacrificio consumato dal fuoco in onore del Signore il grasso che avvolge le viscere e tutto quello che vi è sopra, i due reni con il loro grasso e il grasso attorno ai lombi e al lobo del fegato, che distaccherà al di sopra dei reni; i figli di Aronne lo bruceranno sull'altare, sopra l'olocausto, posto sulla legna che è sul fuoco: è un sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore.
Se la sua offerta di sacrificio di comunione per il Signore è di bestiame minuto sarà un maschio o una femmina, senza difetto. Se presenta una pecora in offerta, la offrirà davanti al Signore; poserà la mano sulla testa della vittima e la immolerà davanti alla tenda del convegno; i figli di Aronne ne spargeranno il sangue attorno all'altare; di questo sacrificio di comunione offrirà quale sacrificio consumato dal fuoco per il Signore il grasso e cioè l'intiera coda presso l'estremità della spina dorsale, il grasso che avvolge le viscere e tutto quello che vi è sopra, i due reni con il loro grasso e il grasso attorno ai lombi e al lobo del fegato, che distaccherà al di sopra dei reni; il sacerdote li brucerà sull'altare: è un alimento consumato dal fuoco per il Signore.
Se la sua offerta è una capra, la offrirà davanti al Signore; poserà la mano sulla sua testa e la immolerà davanti alla tenda del convegno; i figli di Aronne ne spargeranno il sangue attorno all'altare. Di essa preleverà, come offerta consumata dal fuoco in onore del Signore, il grasso che avvolge le viscere, tutto quello che vi è sopra, i due reni con il loro grasso e il grasso attorno ai lombi e al lobo del fegato, che distaccherà al di sopra dei reni; il sacerdote li brucerà sull'altare: è un cibo consumato dal fuoco per il Signore. Ogni parte grassa appartiene al Signore.
E` una prescrizione rituale perenne per le vostre generazioni in ogni vostra dimora: non dovrete mangiare né grasso né sangue”.
Lev. 4: “Il Signore disse a Mosè: Riferisci agli Israeliti: Quando un uomo inavvertitamente trasgredisce un qualsiasi divieto della legge del Signore, facendo una cosa proibita: se chi ha peccato è il sacerdote che ha ricevuto l'unzione e così ha reso colpevole il popolo, offrirà al Signore per il peccato da lui commesso un giovenco senza difetto come sacrificio di espiazione. Condurrà il giovenco davanti al Signore all'ingresso della tenda del convegno; poserà la mano sulla testa del giovenco e l'immolerà davanti al Signore. Il sacerdote che ha ricevuto l'unzione prenderà il sangue del giovenco e lo porterà nell'interno della tenda del convegno; intingerà il dito nel sangue e farà sette aspersioni davanti al Signore di fronte al velo del santuario. Bagnerà con il sangue i corni dell'altare dei profumi che bruciano davanti al Signore nella tenda del convegno; verserà il resto del sangue alla base dell'altare degli olocausti, che si trova all'ingresso della tenda del convegno. Poi dal giovenco del sacrificio toglierà tutto il grasso: il grasso che avvolge le viscere, tutto quello che vi è sopra, i due reni con il loro grasso e il grasso attorno ai lombi e al lobo del fegato, che distaccherà al di sopra dei reni. Farà come si fa per il giovenco del sacrificio di comunione e brucerà il tutto sull'altare degli olocausti. Ma la pelle del giovenco, la carne con la testa, le viscere, le zampe e gli escrementi, cioè tutto il giovenco, egli lo porterà fuori dell'accampamento in luogo puro, dove si gettano le ceneri, e lo brucerà sulla legna: dovrà essere bruciato sul mucchio delle ceneri.
Se tutta la comunità d'Israele ha commesso una inavvertenza, senza che tutta l'assemblea la conosca, violando così un divieto della legge del Signore e rendendosi colpevole, quando il peccato commesso sarà conosciuto, l'assemblea offrirà come sacrificio espiatorio un giovenco, un capo di grosso bestiame senza difetto e lo condurrà davanti alla tenda del convegno. Gli anziani della comunità poseranno le mani sulla testa del giovenco e lo si immolerà davanti al Signore. Il sacerdote che ha ricevuto l'unzione porterà il sangue del giovenco nell'interno della tenda del convegno; intingerà il dito nel sangue, e farà sette aspersioni davanti al Signore di fronte al velo. Bagnerà con il sangue i corni dell'altare che è davanti al Signore nella tenda del convegno e verserà il resto del sangue alla base dell'altare degli olocausti, all'ingresso della tenda del convegno. Toglierà al giovenco tutte le parti grasse, per bruciarle sull'altare. Farà di questo giovenco come di quello offerto in sacrificio di espiazione: tutto allo stesso modo. Il sacerdote farà per loro il rito espiatorio e sarà loro perdonato. Poi porterà il giovenco fuori del campo e lo brucerà come ha bruciato il primo: è il sacrificio di espiazione per l'assemblea.
Se è un capo chi ha peccato, violando per inavvertenza un divieto del Signore suo Dio e così si è reso colpevole, quando conosca il peccato commesso, porterà come offerta un capro maschio senza difetto. Poserà la mano sulla testa del capro e lo immolerà nel luogo dove si immolano gli olocausti davanti al Signore: è un sacrificio espiatorio. Il sacerdote prenderà con il dito il sangue del sacrificio espiatorio e bagnerà i corni dell'altare degli olocausti; verserà il resto del sangue alla base dell'altare degli olocausti. Poi brucerà sull'altare ogni parte grassa, come il grasso del sacrificio di comunione. Il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il suo peccato e gli sarà perdonato.
Se chi ha peccato è stato qualcuno del popolo, violando per inavvertenza un divieto del Signore, e così si è reso colpevole, quando conosca il peccato commesso, porti come offerta una capra femmina, senza difetto, in espiazione del suo peccato. Poserà la mano sulla testa della vittima di espiazione e la immolerà nel luogo dove si immolano gli olocausti. Il sacerdote prenderà con il dito un po’ di sangue di essa e bagnerà i corni dell'altare degli olocausti; poi verserà il resto del sangue alla base dell'altare. Preleverà tutte le parti grasse, come si preleva il grasso del sacrificio di comunione, e il sacerdote le brucerà sull'altare, profumo soave in onore del Signore. Il sacerdote farà per lui il rito espiatorio e gli sarà perdonato. Se porta una pecora come offerta per il peccato, porterà una femmina senza difetto. Poserà la mano sulla testa della vittima espiatoria e la immolerà in espiazione nel luogo dove si immolano gli olocausti. Il sacerdote prenderà con il dito un po’ di sangue della vittima espiatoria e bagnerà i corni dell'altare degli olocausti; poi verserà il resto del sangue alla base dell'altare. Preleverà tutte le parti grasse, come si preleva il grasso della pecora del sacrificio di comunione e il sacerdote le brucerà sull'altare sopra le vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. Il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il peccato commesso e gli sarà perdonato”.
Lev. 5: “Se una persona pecca perché nulla dichiara, benché abbia udito la formula di scongiuro e sia essa stessa testimone o abbia visto o sappia, sconterà la sua iniquità.
Oppure quando qualcuno, senza avvedersene, tocca una cosa immonda, come il cadavere d'una bestia o il cadavere d'un animale domestico o quello d'un rettile, rimarrà egli stesso immondo e colpevole.
Oppure quando, senza avvedersene, tocca una immondezza umana una qualunque delle cose per le quali l'uomo diviene immondo quando verrà a saperlo, sarà colpevole.
Oppure quando uno, senza badarvi, parlando con leggerezza, avrà giurato, con uno di quei giuramenti che gli uomini proferiscono alla leggera, di fare qualche cosa di male o di bene, se lo saprà, ne sarà colpevole.
Quando uno dunque si sarà reso colpevole d'una di queste cose, confesserà il peccato commesso; porterà al Signore, come riparazione della sua colpa per il peccato commesso, una femmina del bestiame minuto, pecora o capra, come sacrificio espiatorio; il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il suo peccato. Se non ha mezzi per procurarsi una pecora o una capra, porterà al Signore, come riparazione della sua colpa per il suo peccato, due tortore o due colombi: uno come sacrificio espiatorio, l'altro come olocausto. Li porterà al sacerdote, il quale offrirà prima quello per l'espiazione: gli spaccherà la testa vicino alla nuca, ma senza staccarla; poi spargerà il sangue del sacrificio per il peccato sopra la parete dell'altare e ne spremerà il resto alla base dell'altare. Questo è un sacrificio espiatorio. Dell'altro uccello offrirà un olocausto, secondo le norme stabilite. Così il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il peccato che ha commesso e gli sarà perdonato.
Ma se non ha mezzi per procurarsi due tortore o due colombi, porterà, come offerta per il peccato commesso, un decimo di efa di fior di farina, come sacrificio espiatorio; non vi metterà né olio né incenso, perché è un sacrificio per il peccato. Porterà la farina al sacerdote, che ne prenderà una manciata come memoriale, facendola bruciare sull'altare sopra le vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. E` un sacrificio espiatorio. Così il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per il peccato commesso in uno dei casi suddetti e gli sarà perdonato. Il resto sarà per il sacerdote, come nell'oblazione”.
Il Signore aggiunse a Mosè: Se qualcuno commetterà una mancanza e peccherà per errore riguardo a cose consacrate al Signore, porterà al Signore, in sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto, preso dal gregge, che valuterai in sicli d'argento in base al siclo del santuario; risarcirà il danno fatto al santuario, aggiungendovi un quinto, e lo darà al sacerdote, il quale farà per lui il rito espiatorio con l'ariete offerto come sacrificio di riparazione e gli sarà perdonato.
Quando uno peccherà facendo, senza saperlo, una cosa vietata dal Signore, sarà colpevole e dovrà scontare la mancanza. Presenterà al sacerdote, come sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto, preso dal bestiame minuto, secondo la tua stima; il sacerdote farà per lui il rito espiatorio per l'errore commesso per ignoranza e gli sarà perdonato. E` un sacrificio di riparazione; quell'individuo si era certo reso colpevole verso il Signore.
Il Signore disse a Mosè: Quando uno peccherà e commetterà una mancanza verso il Signore, rifiutando al suo prossimo un deposito da lui ricevuto o un pegno consegnatogli o una cosa rubata o estorta con frode o troverà una cosa smarrita, mentendo a questo proposito e giurando il falso circa qualcuna delle cose per cui un uomo può peccare, se avrà così peccato e si sarà reso colpevole, restituirà la cosa rubata o estorta con frode o il deposito che gli era stato affidato o l'oggetto smarrito che aveva trovato o qualunque cosa per cui abbia giurato il falso.
Farà la restituzione per intero, aggiungendovi un quinto e renderà ciò al proprietario il giorno stesso in cui offrirà il sacrificio di riparazione. Porterà al sacerdote, come sacrificio di riparazione in onore del Signore, un ariete senza difetto, preso dal bestiame minuto secondo la tua stima. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lui davanti al Signore e gli sarà perdonato, qualunque sia la mancanza di cui si è reso colpevole”.
Era questa la mentalità che governava tutto il mondo dell’Antico Testamento. Non è facile scalzarla per farla seccare al sole della verità dell’unicità del Sacrificio di Cristo e del suo sangue versato una volta per tutte, per sempre.
È questo anche il motivo per cui l’Autore in ogni modo e per ogni verso cerca di mostrare, evidenziare, ribadire che con Cristo quel mondo è finito, non esiste più, è stato cancellato una volta per sempre.
Con Cristo si è passati dal simbolo alla realtà, dal segno alla verità, dalla molteplicità all’unicità.
Con Cristo, in Cristo, per Cristo ogni uomo, frutto dell’Antico Testamento, formato alla sua religiosità, è chiamato a passare alla realtà, alla verità, all’unicità.
Con Cristo quel mondo è finito per sempre, in eterno. Questa è la verità, la sola verità cui deve condurre l’Autore i destinatari della sua Lettera.
[27]E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio,
Qui l’Autore ci presenta due concetti nuovi, che in apparenza nulla hanno a che vedere con il tema che sta trattando. In verità la connessione c’è, anche se sottile e difficile da cogliersi ad un primo approccio.
È verità: si vive una volta sola, si muore una volta sola. Non si ritorna in vita, non si vivono altre vite. Non c’è metamorfosi, né metempsicosi, né rinascite varie, secondo quando si è detto, o si dice, ma falsamente.
L’unicità della vita, l’unicità di un solo corpo e di una sola anima, l’unicità di una sola morte: è la verità dell’uomo. Una sola volta si nasce, una sola volta si muore.
Nasce la persona una ed indivisibile, muore la persona una ed indivisibile – si divide al momento della morte, ma per ricongiungersi il giorno della risurrezione –. L’anima ed il corpo sono l’unicità della Persona e questa unicità è eterna, per sempre.
Questa verità non è del cristianesimo. È dell’uomo in sé. La verità cristiana non è verità perché cristiana, è verità perché è essenzialità dell’uomo, della sua natura, della sua anima e del suo corpo. Non dell’uomo cristiano, ma dell’uomo.
Dopo la morte c’è il giudizio. Ognuno dovrà presentarsi dinanzi a Dio per rendere ragione di ogni opera compiuta mentre era in vita, sia in bene che in male.
Anche questa è verità cristiana ed è verità dell’uomo, di ogni uomo, indistintamente. Crede, o non crede, è convinto o non è convinto, vuole o non vuole, al momento della morte si presenterà dinanzi a Dio per il giudizio.
Il giudizio sarà secondo il Vangelo per tutti quelli che hanno professato la fede nel Vangelo; sarà secondo la coscienza per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità, perché nessuno lo ha annunziato loro, di conoscere il Vangelo della vita.
Si nasce una sola volta, si muore una sola volta, ci si presenta per il giudizio.
Questa verità l’Autore l’applica a Cristo Gesù.
[28]così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l'aspettano per la loro salvezza.
Cristo Gesù è veramente morto. La sua morte è però nella realtà del sacrificio.
Lui si è offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, cioè di tutti coloro che accogliendo Lui, si lasciano immergere e aspergere dal suo sangue versato per loro, in remissione dei peccati.
Questa verità è ormai limpida, chiara alla nostra mente e al nostro cuore: il sangue di Cristo è vero sacrificio, vera oblazione, vero olocausto per la remissione dei peccati.
Essendo veramente morto, anche per Cristo si applica la legge del non ritorno in vita.
Se non può ritornare in vita, neanche può più morire, neanche può più sacrificarsi, ripetere cioè il suo sacrificio.
Come si può constatare, anche attraverso questa legge naturale universale, l’Autore ribadisce l’unicità del sacrificio e dell’offerta.
Neanche Cristo può ripetere l’offerta, il sacrificio, non può perché è morto ed il sacrifico è proprio nella morte dell’offerente.
Egli ritornerà un giorno, ma non per compiere un altro sacrificio. Questo significa: senza relazione con il peccato.
Egli non viene per morire un’altra volta. Non viene per offrire un nuovo sacrificio al Padre.
Apparirà una seconda volta, ma verrà per chiamare tutti gli uomini dinanzi al suo cospetto per il giudizio finale.
Verrà perché i giusti possano entrare tutti nel suo Regno eterno.
Coloro che l’aspettano e ai quali Cristo apparirà sono tutti i giusti che hanno avuto fede in Lui e nel Suo Sacerdozio eterno e in esso hanno compiuto la loro salvezza nella giustizia e nella santità vera.
La seconda venuta di Cristo sulle nubi del cielo per il giudizio finale è verità che pervade tutto il Nuovo Testamento.
La fede in Cristo Giudice e Signore dell’universo è verità costitutiva della Rivelazione degli Apostoli. Un solo brano basta perché si abbia ogni certezza, ma anche perché si fughi ogni incertezza:
Mt 25,31-45: “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.
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1/15/2012 3:23 PM
 
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TU SEI SACERDOTE PER SEMPRE

Complessa e altissima sacralità del culto antico. Il culto antico era rivestito di una complessa e altissima sacralità. Chi legge con attenzione il Libro del Levitico scopre che tutto era regolato per norma e niente era lasciato alla libertà del singolo, o dello stesso Sacerdote. Dietro ogni norma c’era la presenza Santissima del Dio tre volte Santo e tutto doveva manifestare esteriormente questa santità di Dio. Con Cristo tutta questa complessità scompare, viene dichiarata nulla, senza valore, priva di importanza quanto alla santificazione dell’uomo. È come se la vanità avvolgesse ogni cosa, perché solo Cristo ha valore e quanto viene fatto in Cristo, con Cristo, per Cristo.
La libertà cui ci chiama Cristo: tutto è nell’uomo. Niente è fuori dell’uomo. Cristo riporta tutto all’origine della storia, al punto di inizio, al culto, all’unico culto che il Signore ha comandato all’uomo: l’obbedienza alla sua volontà. Dio vuole la volontà dell’uomo. Chiede che ogni uomo gli offra la sua volontà in una obbedienza perfetta al suo comando. Questa è la sola adorazione che Dio chiede. Culto e santità diventano una cosa sola, un solo modo giusto di rapportarsi con il Signore, di relazionarsi con Lui e con i fratelli. Tutto ciò che l’uomo può offrire a Dio è nell’uomo, non fuori dell’uomo. Ciò che è fuori dell’uomo, ma che è dell’uomo, deve servire per amare i fratelli. A Dio l’uomo offre la sua volontà. Ai fratelli offre le cose e se stesso per amarli alla maniera di Cristo Gesù. Tutto ciò che l’uomo è ed ha, possiede, è di Dio e Dio se ne serve, glielo chiede all’uomo per amare l’uomo. Questo è il nuovo culto, l’unico culto, il solo culto e deve avvenire in Cristo, con Cristo, per Cristo.
L’unico e solo culto: quello di Cristo. Affermare che l’unico culto è quello di Cristo è dire in sostanza che Cristo Gesù è l’unica, la sola offerta gradita al Signore. Cristo ha dato al Padre suo la sua vita nella santità e nella giustizia di una obbedienza fino alla morte e alla morte di croce. In questa offerta ognuno di noi deve entrare per divenire con essa una cosa sola. Il culto del cristiano non può essere fatto fuori di Cristo, perché essendo Cristo e il cristiano un solo corpo, è sempre il solo corpo che deve essere offerto e il solo corpo è quello di Cristo, di cui il cristiano è membro. Offrendosi come corpo di Cristo, nella giustizia e nella santità di un’obbedienza in tutto simile a quella di Cristo, il cristiano fa sì che il corpo di Cristo, oggi, sia perenne fonte di grazia di salvezza e di redenzione per il mondo intero. Così il cristiano partecipa alla redenzione del mondo: aggiungendo e completando con la sua offerta la potenza redentrice del corpo di Cristo. Chi vuole che Dio Padre doni al mondo intero salvezza, redenzione, santificazione deve farsi offerta sacra in Cristo, deve donare a Dio il sacrificio della sua obbedienza. Così agendo il corpo di Cristo aumenta la sua grazia e questa copiosamente si può riversare nei cuori per la loro conversione, santificazione, salvezza eterna. Se manca questa aggiunta, o completamento di grazia da parte del cristiano, il mondo resta nel suo peccato, nella sua morte spirituale. Il corpo di Cristo viene privato di quella parte di grazia di redenzione e di salvezza che necessariamente deve essere aggiunta attraverso la perfetta santificazione del cristiano.
Tempio di Dio è il cristiano. Lui è anche la tenda. Con Cristo quel mondo finisce per sempre. Si è già detto della complessità e sacralità del mondo religioso dell’Antica Alleanza. Si è anche detto che con Cristo quel mondo è finito per sempre. Anche esteriormente è finito e non soltanto interiormente. Allora, luogo della presenza di Dio nel mondo era il tempio di Gerusalemme. Nel tempio, luogo santissimo della Sua presenza, era il Santo dei Santi, dietro la tenda, o il velo. Con Cristo è il cristiano il vero tempio di Dio, è lui anche la tenda nella quale il Signore abita. Il cristiano deve mostrare Dio in ogni suo pensiero, opera, parola, azione, gesto, comportamento. Chi vede lui deve vedere Dio, se non vede Dio, lui manca nel suo ministero di essere tempio e tenda di Dio in questo mondo. Ogni qualvolta il mondo si incontra con il cristiano, deve incontrarsi con Dio. Incontrandosi con Dio, vedendo Dio, è messo nella condizione di aprirsi al Signore con la fede, oppure ritirarsi nella sua umanità e vivere un sonno di morte eterna.
La storicità dell’uomo. Dio lavora con l’uomo storico. L’uomo, ogni uomo, è un essere fatto di tempo, di storia. Con l’uomo c’è inizio e fine. Tra inizio e fine c’è un cammino o di verità in verità, in una obbedienza che giunge fino al dono totale della vita al Signore, oppure di falsità in falsità fino alla consegna di tutto il suo essere al male e al peccato. Dio opera e lavora sempre con l’uomo storico, con l’uomo cioè che cammina nel tempo, che ha bisogno di tempo, che non può escludere il tempo, la storia dal suo processo di santificazione. Dio prende un uomo nel peccato e a poco a poco lo conduce nella più alta santità. Lo prende nella falsità e lo introduce nella verità. Lo afferra nella debolezza e fragilità e piano piano lo stabilisce nella fortezza. Lo coglie nella cecità e ne fa un figlio della luce. Questo però avviene nel tempo. Chi esclude il tempo dall’opera di formazione dell’uomo, non lavora con l’uomo. Il tempo con Dio è lungo, tremendamente lungo. Il tempo con Dio è fatto di anni; a volte anche di secoli. Questo è il modo di lavorare di Dio. Questo deve essere il modo di lavorare di ogni uomo di Dio. Deve spendere una vita se vuole realizzare l’opera di Dio nel mondo. Nella volontà di santificazione la storicità dell’uomo viene tutta affidata allo Spirito Santo, che la conduce verso la verità tutta intera. Nella cattiva volontà l’uomo affida invece la sua storicità al peccato e questo la conduce di peccato in peccato, consumando l’uomo nella morte eterna.
La potenza del peccato: corrompere il Vangelo. Il peccato possiede in sé una forza travolgente: quella di corrompere il Vangelo e da pensiero santo di Dio farlo divenire pensiero falso dell’uomo. Quando il Vangelo viene corrotto da un uomo, in quest’uomo c’è sempre un peccato. Se non è un peccato del corpo, è sicuramente un peccato del suo spirito, della sua mente. Se non è per concupiscenza della carne o degli occhi, lo è sicuramente per superbia della vita. Ma è sempre un peccato che corrompe la gloriosa bellezza del Vangelo. Ogni cristiano è obbligato a far risplendere per mezzo della sua santità la luce della verità tutta contenuta nel Vangelo di Dio. Se fa questo, egli è vero testimone di Cristo Gesù: testimone della sua verità e della sua sapienza.
La novità di Dio nel mondo è l’uomo nuovo. Chi vuole manifestare nel mondo la novità di Dio, che è luce di verità e sapienza di santità, deve lasciarsi fare interamente nuovo dalla verità e dalla grazia di Cristo Gesù. La novità consisterà per lui in una sola opera: riportare la sua natura in Dio. La sua natura è riportata in Dio, riportando la sua volontà nella Parola di Dio. La Parola di Dio, che è la Parola di Cristo, accolta e vissuta per intero trasferisce l’uomo nella natura di Dio, lo rende perfettamente partecipe della natura divina e tutta la natura dell’uomo viene trasformata, conformata ad essa. È questa la vera novità dell’uomo. È una novità naturale e non soltanto una novità verbale, di parole, di pensiero. Tutto l’uomo, corpo, anima e spirito, vengono rinnovati dalla natura divina perché assimilati ad essa.
Il corpo del cristiano è la via del nuovo sacrificio. Dio vuole offrirsi all’uomo in sacrificio in ogni cristiano. Culto nell’uomo, non fuori dell’uomo. In Cristo non fuori di Lui. Queste brevi frasi ci dicono qual è la via attraverso la quale Dio vuole perennemente darsi al mondo intero. Vuole perpetuare nei secoli, fino alla consumazione del mondo, ciò che è avvenuto in Cristo Gesù. In Cristo Gesù egli si è dato al mondo per la vita del mondo. Senza il corpo di Cristo mai Dio si sarebbe potuto offrire per la salvezza dell’uomo. Mai senza il corpo di Cristo si può offrire oggi al mondo per la sua salvezza. Ma il corpo di Cristo è già stato offerto. Può il Signore offrirsi ancora oggi? Si può offrire per la salvezza del mondo nel cristiano che è divenuto corpo di Cristo. Il cristiano dona il suo corpo a Cristo, Cristo lo dona al Padre, il Padre lo offre al mondo in sacrificio per la sua redenzione e salvezza. È questa la via perenne per la santificazione del mondo. Non sono allora le cose che il cristiano fa che salvano il mondo. Salva il mondo il dono del suo corpo al Padre perché il Padre ne faccia un sacrificio per la redenzione delle sue creature. Nel corpo del cristiano è Dio stesso che si dona all’uomo, che viene all’uomo per la sua salvezza. Il corpo del cristiano è la grande via per la redenzione e la salvezza di tutti. È questo il motivo per cui bisogna conservarlo nella più grande santità, sacralità, verità. Esso è il vero strumento della redenzione del mondo.
Sommo sacerdote dei beni futuri. Cristo e solo Lui è il Sommo sacerdote dei beni futuri. Ogni bene di grazia e di verità, ogni bene eterno discende sull’umanità attraverso l’esercizio del sacerdozio di Cristo Gesù. Anche il culto che il cristiano offre al Padre, lo offre nell’unico sacerdozio, quello di Gesù Signore. Lo può offrire perché con Cristo è divenuto un solo corpo e quindi con Cristo è un solo sacerdote. Egli può offrire se stesso al Padre, perché è Cristo in lui e per lui che si offre al Padre, che offre perennemente il suo corpo per la redenzione del mondo. Nell’unica offerta, quella fatta sulla croce, ogni altra offerta dovrà inserirsi. Si può inserire a motivo dell’unicità del corpo di Cristo, con il quale il cristiano è divenuto una sola realtà, una cosa sola, un solo corpo.
Liberi da ogni appartenenza. Solo di Cristo. Divenuto corpo di Cristo, il cristiano non appartiene più a nessuna realtà creata. Egli è ormai di Cristo, della sua verità, della sua santità, del suo sacrificio. Egli si è consegnato a Cristo come cosa santissima, perché Cristo ne faccia un sacrificio per la salvezza del mondo. Quando il cristiano scoprirà questa sua unica e sola appartenenza, saprà cosa dovrà fare della sua vita per dare ad essa un valore eterno.
Col proprio sangue. Una volta per sempre. Redenzione eterna. Liberazione del proprio essere. Cristo Gesù è entrato nel santuario del Cielo con il proprio sangue. Vi è entrato una volta per sempre. Con l’offerta della sua vita a Dio, egli ha compiuto la redenzione eterna dell’uomo. Eternamente il peccato è perdonato. Eternamente la grazia e la verità sono state date ad ogni uomo per la sua salvezza. Per fare questo Cristo Gesù si è liberato, spogliato, annientato nel proprio essere, nella propria vita. È questo il vero sacrificio: il dono pieno della sua volontà al Padre. È questo l’annientamento, l’annichilimento. Questa redenzione eterna diviene efficace oggi nel mondo facendo sì che il corpo di Cristo perennemente possa essere offerto al Padre. Questa offerta ora è del suo corpo mistico che col proprio sangue, con il sangue di ogni suo membro, con la liberazione del proprio essere dall’appartenere a se stesso, perché dato tutto a Cristo, entra e sta alla presenza del Padre in adorazione, in dono cioè della propria vita. È questa adorazione che salva il mondo ed è per questa obbedienza rinnovata del corpo di Cristo che il mondo riceve nuova linfa di verità e di grazia per la sua santificazione.
Con uno Spirito eterno. Offrì se stesso senza macchia. Lo Spirito eterno con il quale Cristo Gesù si offre al Padre è lo Spirito della sua Persona divina. Lui si offre a Dio da Dio nel suo corpo di carne. Dio si dona all’uomo da Dio nel suo corpo di carne, che è il corpo di Cristo Gesù. È nel corpo che avviene la redenzione. La redenzione è possibile perché l’offerta è fatta con uno Spirito eterno, con lo Spirito della seconda Persona della Santissima Trinità. Il corpo, perché possa divenire sacrificio gradito a Dio, deve essere nella più alta santità, deve essere senza macchia. Cristo lo conservò sempre nella purezza e santità dall’inizio alla fine. Il suo corpo mai ha conosciuto macchia di imperfezione e di peccato. Il suo corpo è sempre cresciuto di santità in santità. Il suo corpo è santissimo. La santità è in esso al suo più alto splendore. Oltre la santità del corpo di Cristo c’è solo la santità di Dio. Ma qui è l’abisso divino che lo separa e lo distingue. Perché la verità di Cristo diventi verità del suo corpo mistico, perché il suo corpo mistico possa essere offerto perennemente al Padre, anche esso deve entrare nella santità più santa, anche esso deve essere tutto e interamente della Persona del Verbo, altrimenti la Persona non lo può offrire e se la Persona del Verbo non lo offre, nessuna offerta sarà gradita al Padre. Non siamo noi che ci offriamo al padre. L’offerente è uno solo: Cristo Gesù. Cristo Gesù offre al Padre ciò che è suo. Offre al Padre ciò che è santo. Donandoci a Cristo in una santità sempre più grande, Cristo ci offre al Padre e noi diveniamo strumento di salvezza per il mondo intero. Lo diveniamo attraverso la consegna della nostra vita a lui, lo diveniamo perché diamo a lui la materia dell’offerta che è la santità del nostro corpo. Ancora una volta emerge quanto sia necessario per la salvezza del mondo portare il nostro corpo nella più alta santità.
Purificazione della coscienza dalle opere morte. Per servire il Dio vivente. In queste due frasi viene affermato qual è il frutto della redenzione operata da Cristo Gesù. Le opere morte sono il peccato. La coscienza viene liberata per purificazione da ogni peccato. Il sacrificio di Cristo ha questa potenza: togliere dal nostro cuore ogni peccato commesso: quello originale e quelli attuali. Da tutti ci libera il sangue di Cristo. Ma questa liberazione non è la redenzione perfetta. La redenzione perfetta è liberazione dal peccato, ma anche dono della nostra vita a Dio nella più grande santità. Questo significa servire il Dio vivente. Il Dio vivente si serve con il dono della nostra volontà a Lui per l’osservanza di ogni suo comandamento, di ogni sua Parola. Il sacrificio di Cristo ci ottiene la grazia di poter servire il Dio vivente sempre, in ogni sua volontà, con ogni obbedienza. Nulla è impossibile al cristiano. Egli può vincere ogni peccato, perché Cristo gli ha ottenuto e conferito la grazia di compiere tutta e solo la Volontà del Padre.
È la persona che si offre, non è la natura umana che viene offerta. Ogni atto umano è della Persona. Chi si offre a Dio non è il corpo di Cristo. Chi si offre è la Persona, è il Figlio del Padre. Il Figlio del Padre dona la vita al Padre per la redenzione del mondo. Il Padre non dona il corpo di Cristo per la nostra redenzione eterna, ci dona il suo Figlio diletto. Questa puntualizzazione è necessaria se si vuole comprendere chi Dio ci ha donato e chi a Dio si è donato. Essa ci fa anche comprendere cosa è avvenuto sulla croce: Dio si è offerto per la nostra redenzione. La nostra redenzione vale la morte del Figlio di Dio sulla croce. Così bisogna pensare, se si vuole pensare secondo verità. Riflessione breve: se la nostra redenzione eterna vale per il Signore la sua morte in croce, quanto vale per noi stessi la nostra salvezza? Per alcuni non vale niente, perché niente spendono per la loro santificazione.
Mediatore di una nuova alleanza. La sua morte sigillo della nuova alleanza. L’alleanza è nuova non perché succede ad un’altra che non è più. Non è nuova in ordine di tempo, o per invecchiamento della prima. È Nuova per diversità sostanziale. È Nuova perché tutto è nuovo in essa e tutto è diverso. È Nuova per natura, per dono di grazia, non per motivi contingenti, accidentali, passeggeri. È Nuova perché per mezzo di essa tutto è fatto nuovo. È Nuova perché in essa è lo stesso Dio che opera: Dio si offre, Dio si dona, Dio si consegna. È Nuova perché in essa il Dio che si dona, si dona all’uomo per renderlo partecipe della sua natura divina. Questa novità è per essenza: essenza di Dio che si fa essenza dell’uomo.
Chiamati a ricevere l’eredità eterna. La novità della Nuova Alleanza non finisce sulla terra. Neanche finisce. Essa continuerà eternamente nel Paradiso, poiché l’eredità della Nuova Alleanza è lo stesso Dio, in Cristo, per opera dello Spirito Santo. L’eredità eterna non è un luogo, uno stato, un nuovo modo di essere. L’eredità eterna è l’Eterno Dio. Dio viene ereditato dall’uomo. Dio si dona eternamente all’uomo. Questa è la verità delle verità ed è il fine ultimo della Nuova Alleanza.
Testamento, sangue, morte. Questa Nuova Alleanza è irreversibile. Cristo Gesù l’ha sigillata con la sua morte, versando su di essa il suo sangue. Questa è la verità eterna che caratterizza la Nuova Alleanza. In essa si consuma tutto il dono di Dio per l’uomo; ma anche tutto il dono dell’uomo per il suo Dio. Essendo unica ed eterna, la sola e per sempre, ogni altra via di prima, di oggi, di domani, dovrà trovare la verità in essa. Ad essa si dovrà consegna se veramente vuole divenire via di salvezza per il mondo intero. Chi non si consegna alla Nuova Alleanza si preclude eternamente la via per accedere al Dio vivente e per ricevere in eredità il Dio vivente.
Il sangue asperge libro e popolo. Il vero culto è la Parola. Il sangue è nel segno di una sola vita. Aspergendo Libro e Popolo, si vuole significare che ormai una sola vita è possibile, ma ad una sola condizione: che vi sia unità tra Libro e Popolo. Il Libro è uno. Il popolo è uno. Libro e popolo sono divenuti una cosa sola nel rito dell’Alleanza. Devono divenirlo nella vita. Il popolo sarà nella vita se sarà nel Libro. Se uscirà dal Libro non sarà più nella vita. La vita del Popolo è il Libro, la Parola di Dio, i suoi Comandamenti. Abbiamo così un passaggio fondamentale nella ritualità dell’Alleanza. L’altare che è segno di Dio viene sostituito con il Libro che è la manifestazione della volontà di Dio. La vita del Popolo è la volontà di Dio. Chi la osserva, si mantiene nella vita; chi la trasgredisce passa di morte in morte. Il vero culto è ora la Parola. Rende culto a Dio chi vive di Parola di Dio, allo stesso modo di Gesù che rese culto a Dio facendosi obbediente alla Sua Volontà, a ciò che Dio aveva scritto per Lui sul rotolo del Libro, fino alla morte di croce.
Senza spargimento di sangue non esiste perdono. Il perdono è nello spargimento del sangue nell’Antica Alleanza, perché il sangue era segno della volontà dell’uomo di ritornare nella Legge dell’Alleanza. Era come una nuova stipulazione dell’Alleanza e questa in nessun caso si sarebbe potuta stipulare se non nel rito del sangue. Con il Nuovo Testamento il rito del sangue dice invece vero dono della vita al Padre. Non è più stipula di alleanza. È dono della vita in una alleanza di vita conservata sino alla fine. Per questa offerta, o oblazione, il peccato viene perdonato, espiato. Il Sangue di Cristo che è dono a Dio dell’intera vita del Figlio suo per vivere l’obbedienza fino alla fine ha come suo frutto di grazia la remissione di ogni peccato. Non è però il sangue in sé che cancella il peccato. Cancella il peccato la grazia di Dio, frutto dell’obbedienza di Cristo fino al dono di tutta la vita al Padre.
Cosa è il sangue? Di chi è il sangue? Nell’Antico Testamento il sangue era di un animale ed era segno di vita, della vita di Dio che diveniva vita del popolo. Nel Nuovo Testamento il sangue non è più di un animale. È vero sangue di Dio, perché Cristo è vero Dio. Non è più nel segno, ma nella realtà. Il Sangue è realmente di Dio ed è dato a noi per divenire noi ciò che Dio è: santi come Lui è santo; veri come Lui è vero; misericordiosi come Lui è misericordioso; caritatevoli come Lui è ricco di carità. Il Sangue ci è dato perché anche noi diveniamo ciò che Cristo è: obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce. È questo il grande mistero della Nuova Alleanza.
Simbolo: AT. Realtà: NT. Tutto ciò che avveniva nell’Antico Testamento era solo simbolo, figura, segno. Ciò che avviene nel Nuovo è realtà, sacramento, pienezza di verità. Poiché la verità è Cristo e Lui solo, ogni figura, ogni segno, ogni simbolo deve lasciare il posto a Cristo, se vuole rivestirsi di verità e non restare nella sua incompiutezza di un mistero che viene indicato o rivelato (AT) e che riceve la pienezza della verità solo in Gesù Signore. Cristo e solo Lui è la pienezza della Legge e dei Profeti, perché solo Lui della Legge e dei Profeti è la verità piena, assoluta, eterna, nel tempo e dopo.
Ciò che è servito per purificare il simboli in nessun caso può purificare la realtà. Il sangue dei tori e dei vitelli serviva per la purificazione dei simboli, o delle figure. Quel sangue non può purificare la realtà prefigurata in esso. La realtà è il sangue di Cristo e solo Cristo può purificare secondo verità l’uomo dal suo peccato. Questo deve per tutti noi significare una sola verità: l’Antico Testamento viene dichiarato finito nel momento stesso in cui Cristo offre al Padre il suo vero sacrificio. Pensare che l’Antico Testamento possa in qualche modo essere utile nel nuovo, è errore che nessun uomo dell’Antica Alleanza deve portare avanti.
Era necessaria la purificazione col sangue. Era necessaria la purificazione con il sangue perché il Sangue di Cristo è obbedienza perfettissima al Padre. È l’obbedienza che ci purifica dal peccato. Ma l’obbedienza di Cristo cosa è se non il dono della vita al Padre per la remissione della nostra colpa e dei nostri peccati? Non dimentichiamo che l’espiazione vicaria è uno dei cardini della rivelazione sulla redenzione.
Cristo entra nel cielo. Entra in nostro favore. Non per offrire se stesso più volte. Viene ora specificata la differenza tra il sacrificio di Cristo e quelli dell’Antica Legge. Cristo entra nel santuario del cielo e vi rimane. Entra per compiere l’espiazione dei peccati in nostro favore. Entra con il suo sacrificio offerto una volta per tutte. Egli non deve offrire alcun altro sacrificio. All’iterazione dei sacrifici del culto antico subentra l’unico sacrificio di Cristo, l’unico sangue. L’offerta di Cristo è una e una rimarrà per i secoli eterni. Questa unica offerta, questo solo sacrificio viene offerto al Padre in nostro favore nel santuario del cielo.
Cristo: per sempre. Per annullare il peccato. L’offerta di Cristo Gesù è una e una rimarrà per sempre. Questa unicità eterna è essenza della nostra fede. L’unicità del sacrificio dice anche unicità del Sacerdozio. Una sola offerta, un solo sacerdote. Essendo eterna l’offerta, eterno è anche il sacerdote. Egli l’ha fatta per annullare il peccato, perché fosse cancellato, espiato, purificato. Niente annulla il peccato se non il sangue di Cristo Gesù. Chi vuole divenire con Lui offerta al Padre per annullare il peccato del mondo, deve anche divenire con Lui una sola santità, una sola verità, una sola obbedienza, una sola carità, una sola espiazione vicaria, un solo corpo santissimo da offrire a Dio per il compimento della sua volontà. Se tutta la pastorale è finalizzata a togliere il peccato, questo non può essere tolto se non divenendo corpo santo di Cristo Gesù per essere offerta gradita a Dio.
Chiamati a passare alla realtà, alla verità, all’unicità di Cristo. Cristo è la verità della salvezza e la sua eternità. Ogni uomo, chiunque esso sia, deve passare dalla figura alla realtà, dal segno alla verità, dal simbolo alla concretezza di Cristo e della sua morte sulla croce. Chi non approda a Cristo, rimane sempre in qualcosa di assai imperfetto, di incompiuto, di indeterminato, di non vitale. Rimane in qualcosa che aspira ad una salvezza, ma non la dona, quando non illude che vi sia salvezza, mentre in realtà si è assai lontani dalla verità e dall’efficacia del dono di Dio, o della via scelta per entrare in possesso di essa.
La persona: una nascita, una vita, una morte. La persona è caratterizzata da una sola nascita, una sola vita, una sola morte. La morte è una, il sacrificio perfetto è uno. Se il sacrificio di Cristo è la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, una è la vita, una è la morte, uno è l’atto della nostra redenzione eterna, una è l’offerta ed una sola in eterno. Per questo motivo Cristo non può ripetere il suo sacrificio. Non lo può ripetere a motivo del mistero che avvolge la Persona umana. Non solo Cristo non può ripetere il sacrificio, neanche servirebbe ripeterlo. Essendo Lui Dio nella sua Persona e chi si offre al Padre è la Persona, la Persona è rivestita di eternità. Il suo è un sacrificio eterno, con valore eterno. Al valore eterno non serve aggiungere un altro valore eterno, sarebbe senza senso.
Eucaristia: attualizzazione, memoriale, non ripetizione del sacrificio. La Santa Messa è offerta al Padre del Sacrificio di Cristo. Essa è vera offerta ed è vero sacrificio. Ma è l’unico sacrificio che viene attualizzato, reso presente, e come memoriale vivo viene offerto al Padre per la nostra redenzione eterna. Non c’è ripetizione, ma attualizzazione; non c’è ricordo morto, ma vivo. Il memoriale che si compie nella Santa Messa fa sì che l’unico e il solo sacrificio venga posto in essere oggi, come allora, in modo incruento, ma vero sacrificio della Nuova Alleanza per essere offerto al Padre. È questo il grande mistero della fede.
Quelli che aspettano Cristo per la loro salvezza. Sono coloro che attendono la venuta del Signore Gesù, ma l’attendono perché porti a compimento la salvezza che è iniziata per loro il giorno del Santo Battesimo. Questa salvezza si attua nella sua perfezione solo nel momento in cui l’anima entra in Paradiso unita al suo corpo; solo quando la Persona umana entra nella gloria del Padre rivestita anche nel suo corpo della luce della risurrezione di Gesù Signore. Attende secondo verità Cristo Gesù chi non si lascia tentare dalle cose del mondo e cammina speditamente di verità in verità e di fede in fede compiendo con assoluta fedeltà ogni Parola del Vangelo. Cristo Gesù si attende in modo vero in un solo modo: portando interamente la nostra vita in ogni Parola del suo Santo Vangelo. Altri modi di attendere Cristo Gesù sono fallaci, vane, ingannevoli.
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1/15/2012 3:25 PM
 
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CAPITOLO DECIMO

IMPOTENZA DEI SACRIFICI ANTICHI
[1]Avendo infatti la legge solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio.
Come si è già potuto constatare l’argomentazione dell’Autore si muove su due direttrici opposte: la prima è finalizzata a dimostrare l’inefficacia dei sacrifici antichi, offerti a Dio secondo la legge e dall’altra la potenza di redenzione e di salvezza contenuta nell’offerta che Cristo ha fatto di se stesso al Padre.
Così argomentando, viene messa in evidenza non solo l’inutilità quanto alla perfezione del vecchio culto, ma anche l’esigenza stessa che venga cambiato. I figli di Israele, o Ebrei, che sono i destinatari della Lettera, così non solo sanno che l’antico culto è stato inefficace, ma anche che è inefficace e sarà inefficace.
Se loro vogliono raggiungere la vera purificazione, di certo mai potranno ottenerla offrendo a Dio il sacrificio di tori e di vitelli, o in genere l’oblazione di cose della natura.
Se la natura creata avesse tanta forza di santificare l’uomo, dovremmo confessare che essa è più potente, più grande dello stesso uomo. Mentre sappiamo che l’intero creato è sotto il dominio dell’uomo e che nessuna cosa creata è superiore all’uomo – tranne gli Angeli. Lo attesta il libro sacro quando dice che l’uomo è stato fatto di poco inferiori agli Angeli.
Le verità insegnate dall’autore in questo primo versetto sono:
Avendo infatti la legge solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose: Questa verità è già stata precedentemente manifestata e chiarita in ogni suo più piccolo particolare. C’è l’ombra e c’è la realtà. Tutto ciò che avviene sotto la legge è solo ombra, non realtà. La realtà è un’altra ed è sostanzialmente diversa.
Non ha il potere di condurre alla perfezione: La perfezione è portare, o riportare l’uomo nella verità del suo essere per la realizzazione della sua vocazione eterna. Indipendentemente dall’inefficacia dei sacrifici e della loro inutilità quanto alla perfezione, la legge non ha potere di condurre alla perfezione per un motivo semplicissimo: essa non possiede quei beni come dono. Se non li possiede, neanche può donarli. Non donandoli, neanche può portare alla perfezione essendo questa nel possesso e nello sviluppo pieno di quei beni futuri. È giusto che questa verità venga presa seriamente in considerazione, se si vuole intraprendere l’unica via giusta che può portare alla vera purificazione e quindi alla vera perfezione. Accolta questa verità, che il sacrificio antico ci sia, o non ci sia, la perfezione non si potrà mai raggiungere. Ci si può chiedere allora per quale ragione, o motivo venissero offerti. La risposta la conosciamo già: L’ombra dei beni futuri aveva bisogno di rimanere sempre nella sua verità di ombra e i sacrifici le conferivano questa possibilità.
Per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio: In parte si è già risposto. Questi sacrifici erano a servizio di una legge che non possedeva la realtà, bensì solo un’ombra della realtà futura. La perfezione è nell’acquisizione della realtà. Questi sacrifici erano a servizio dell’ombra, mai sarebbero potuti essere servi della realtà, o dei beni futuri. L’Autore fa un ragionamento semplice: il meno non può dare il più. Ciò che è a servizio dell’ombra, non può essere a servizio della realtà, anche perché la realtà non esiste ancora, perché ancora non è stata donata, offerta, elargita. Anche sulla ripetizione dei sacrifici antichi si è già parlato in lungo e in largo.
La conclusione non può essere che una sola: la legge non possiede la realtà. Essa è a servizio dell’ombra e tutto ciò che avviene sotto di essa conserva e possiede la stessa finalità: servire l’ombra, non la realtà.
[2]Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza dei peccati?
Sotto diversa argomentazione l’Autore ribadisce l’idea, o verità, dell’inefficacia dei sacrifici antichi.
Se avviene la vera purificazione, avviene anche la perfezione; se avviene la perfezione avviene anche la purificazione della coscienza. Entrando nella verità del suo essere – questo deve significare purificazione – l’uomo avrebbe anche perso la coscienza dei peccati.
Avrebbe avvertito in sé la liberazione della sua coscienza da ogni colpa e da ogni pena.
Invece tutto questo non è avvenuto. Anzi i sacrifici si sono moltiplicati sempre più a causa dei peccati che divenivano assai numerosi.
Questa moltiplicazione dei peccati per l’Autore ha un solo significato: l’inefficacia dei sacrifici offerti nell’ottenere la purificazione della coscienza, che avviene non nel perdono, ma nella vittoria sul peccato, avviene cioè quando il peccatore smette di peccare e inizia un vero cammino nella giustizia e nella santità, che è compimento perfetto di ogni Parola che è uscita dalla bocca di Dio.
Questa è la vera purificazione: l’impeccabilità concessa ad un uomo. Questa impeccabilità non si otteneva con i sacrifici antichi. Questi attestano così la loro inefficacia e la loro inutilità quanto alla creazione di un nuovo uomo e di una nuova natura, capace di amare il Signore e di servirlo secondo ogni giustizia e verità.
Lo si è già detto – è giusto che lo ricordiamo al nostro cuore e alla nostra mente – l’inefficacia non è tanto nel sacrificio, ma è in tutta la legge. È già questa inefficace, perché non è a servizio della realtà dei beni futuri, quanto piuttosto delle ombre e delle figure di quei beni. Non essa è a servizio della verità piena, bensì di quanto verso la verità può solo accompagnare.
Quando una “cosa” ha prodotto il suo effetto, è inutile ripeterla ancora. È contro ogni ragionevolezza, ogni sapienza e intelligenza. Sarebbe stato irragionevole, non sapiente e non intelligente ripetere un sacrificio che aveva già prodotto i suoi effetti di perfezione sull’offerente e su coloro per i quali venivano offerti.
Se si ripete il sacrificio, è solo perché gli effetti non sono stati raggiunti. Poiché la ripetizione è continua e interminabile, è segno questo della loro inefficacia e inutilità quanto al raggiungimento della purificazione della coscienza dei peccati.
[3]Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, [4]poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri.
Il sacrificio cosa fa invece? Proprio questo: ci ricorda il peccato e la necessità che esso venga perdonato. Perché ce lo ricorda? Perché esso, il sacrificio, non ha la forza di eliminarlo, di cancellarlo, di toglierlo dal nostro cuore.
L’affermazione di questo versetto è categorica, assoluta. Poiché è in forma affermativa e non dimostrativa, essa è vera rivelazione che lo Spirito ci fa per mezzo dell’Autore.
Ci sono delle verità che l’Autore mutua dall’Antico Testamento, altre verità le trae dalla sua fede, altre ancora, come si è potuto già constatare sono rivelazioni contenute solo in questa Lettera e che fanno parte del grande patrimonio delle verità del Nuovo Testamento.
La verità è questa: è impossibile eliminare i peccato con il sangue di tori e di capri.
Il sangue di tori e di capri è segno, non realtà. Lo abbiamo già in qualche modo intravisto: esso è segno del sangue di Dio, non dell’uomo. Verso questa verità ci conduce l’Autore.
Se è segno, non può avere mai l’efficacia della realtà del vero sangue, del sangue di Dio.
Per questo motivo esso rinvia al sangue vero, il solo capace di eliminare il peccato, di toglierlo dal cuore, dalla coscienza, dall’essere stesso dell’uomo.
Questa affermazione, anche senza alcuna dimostrazione a sostegno – tutto l’Antico e il Nuovo Testamento sono a sostegno di essa – dichiara inefficaci quanto all’eliminazione dei peccati tutti i sacrifici antichi.
Se sono inefficaci, inutile continuare ad offrirli ancora. Inutile osservare una ritualità e un culto che non dona ciò che l’uomo desidera: l’eliminazione dei suoi peccati, il suo ritorno nella giustizia vera e nella perfezione, cui il Signore lo chiama e per la quale lo ha creato.
Nasce dalla verità l’unica conclusione possibile: chi vuole l’eliminazione dei propri peccati deve cercare un altro sangue capace di eliminarli. L’Autore lo ha già detto, ricordando anche il Levitico: senza sacrificio non c’è redenzione (sine effusione sanguinis non fit redemptio). Poiché la redenzione è nel sangue e il sangue dei tori e dei capri non opera l’eliminazione dei peccati, ognuno è obbligato a cercare l’altro sangue, quello capace, è questo sangue è solo quello di Dio, quello della Persona del Figlio di Dio. È il sangue della sua natura umana, quello che ha assunto nel momento dell’Incarnazione, quando è divenuto uomo, vero uomo, ed ha posto la sua dimora, la sua tenda in mezzo a noi.
Affermata questa verità, nasce l’obbligo di coscienza di cercare questo sangue. L’Autore però non solo deve dire che c’è bisogno dell’altro sangue, di un sangue diverso, di un sangue divino, deve dirci anche dove è possibile trovarlo e chi ce lo ha donato.
[5]Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato.
Viene ora citato il Salmo 39 nella sua parte centrale. Tutto il Salmo così recita. Lo riportiamo tutto, perché dal contesto è più facile argomentare.
“Al maestro del coro. Di Davide. Salmo. Ho sperato: ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude; i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, lode al nostro Dio. Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore. Beato l'uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi, né si volge a chi segue la menzogna. Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore: nessuno a te si può paragonare. Se li voglio annunziare e proclamare sono troppi per essere contati.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore. Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore, la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato. Non ho nascosto la tua grazia e la tua fedeltà alla grande assemblea. Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia, la tua fedeltà e la tua grazia mi proteggano sempre, poiché mi circondano mali senza numero, le mie colpe mi opprimono e non posso più vedere. Sono più dei capelli del mio capo, il mio cuore viene meno. Degnati, Signore, di liberarmi; accorri, Signore, in mio aiuto. Vergogna e confusione per quanti cercano di togliermi la vita. Retrocedano coperti d'infamia quelli che godono della mia sventura. Siano presi da tremore e da vergogna quelli che mi scherniscono.
Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano, dicano sempre: Il Signore è grande, quelli che bramano la tua salvezza. Io sono povero e infelice; di me ha cura il Signore. Tu, mio aiuto e mia liberazione, mio Dio, non tardare.
È questo insieme il canto della Persona di Cristo, della Sua Santità, ma anche il canto dell’umanità nostra che è in Cristo. È il Canto della sua Passione e della nostra, perché è il canto di chi vede e sa l’umanità nel peccato e il peccato ha preso sulle sue spalle per toglierlo dal mondo. “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Lo toglie perché lo ha assunto. Può toglierlo, perché non lo ha mai conosciuto. Non lo ha mai conosciuto perché mai lo ha commesso. “Quello che non ha conosciuto il peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore”. Questa è la verità di questo Salmo e secondo questa verità bisogna pensare, ma anche credere.
Le affermazioni di questo v. 5 dono due, in verità una semplice e l’altra che serve a preparare le menti per accogliere la verità centrale del “punto capitale” che l’Autore sta trattando.
Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta: Cristo entra nel mondo con l’Incarnazione. Il Verbo che è Dio, presso Dio, che è in principio, si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. Incarnandosi entra nel mondo. Entra nel mondo non come vero Dio solamente, ma anche come vero uomo. Quando entra nel mondo cosa dice? A chi lo dice? Dice a Dio, al Padre suo: tu non hai voluto né sacrificio né offerta. Si tratta dei sacrifici e delle offerte prescritti dalla Legge Antica. La prima verità è questa: Cristo non è venuto per continuare il sacerdozio secondo Aronne, altrimenti avrebbe dovuto continuare ad offrire questi sacrifici e le vittime ad essi legate. Dio non vuole, non ha voluto da Lui questo. Vuole da Lui altro. Perché vuole da Lui altro? Perché Dio ha già promesso altre cose e queste altre cose sono la Nuova Alleanza, che ha bisogno di un nuovo sacrificio, ma anche di un nuovo sacerdote. Questa è la verità, l’unica verità. È giusto osservare – spesse volte lo si è già rimarcato – che il sacerdozio di Cristo non è per volontà di Cristo, è invece per volontà di Dio. Di quale Dio? Di quello che gli Ebrei adorano. Quel Dio che essi adorano e nel quale credono vuole questo nuovo sacrificio e questo nuovo sacerdozio. Il problema vero così si sposta dalla redenzione alla fede. Chi crede in Dio deve credere in ogni Parola detta da Dio, pronunciata da Dio, manifestata da Dio. Non può credere in una Parola e in un’altra far finta che Dio non l’abbia mai detta. Cristo, anche Lui è dalla volontà del Padre, è per la volontà del Padre, è nella volontà del Padre, è con la volontà del Padre. Cristo è nella vera fede. Lo attesta l’espressione di questo Salmo: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta. Chi non ha voluto è Dio. Se è Dio che non ha voluto, che non vuole quei sacrifici e quelle offerte, crede in Dio chi passa in questa sua volontà attuale. Chi non passa, non crede più in Dio. Non crede, perché la fede in Dio non è nella Parola di ieri, è nella Parola di oggi. L’oggi della fede è la fede, tutta la fede. Senza l’oggi non c’è fede in Dio. O si passa nell’oggi, o si rimane fuori, si è tagliati dalla vera fede, dalla fede che salva, redime, giustifica, santifica, rende perfetti.
Un corpo invece mi hai preparato: si è detto che questa seconda verità è in funzione della verità centrale, del cuore dell’argomentazione dell’Autore. Il corpo che Dio prepara a Cristo, al Verbo eterno, è il corpo dell’Incarnazione, è la natura umana. Non si tratta semplicemente di un corpo senz’anima. Si tratta dell’anima e del corpo, si tratta della vera umanità di Cristo Gesù, che è vero Dio e vero Uomo, vero nella divinità e vero nell’umanità, consustanziale a Dio nella divinità, consustanziale all’uomo nell’umanità. Ancora una volta è manifestato che il Soggetto che agisce, che rivela la sua volontà, che agisce e che opera: è il Padre. Il Padre non vuole né sacrificio né offerta. Il Padre prepara un corpo a Cristo, gli dona la vera umanità. È il Padre che vuole l’Incarnazione del Verbo. Lo si è detto: Cristo Gesù è dal Padre e per il Padre. È dal Padre e per il Padre nell’eternità, quando non era Verbo Incarnato. È dal Padre e per il Padre nel tempo, ora che è Verbo Incarnato. Il Padre gli prepara la vera umanità perché da questa umanità egli deve attingere il sangue, sangue di Dio, per la purificazione dei peccati. Il sangue dell’umanità è sangue della Persona del Figlio di Dio, è sangue di Dio in ragione dell’unione ipostatica. La Persona Divina si incarna, la Persona divina acquisisce l’umanità, diviene umanità concreta, corpo e anima concreti, singolari. Il sangue è quindi della Persona, come tutta l’umanità è della Persona, ecco perché il sangue è di Dio.
[6]Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.
Prima aveva detto: Tu non hai voluto né sacrificio, né offerta. Ora aggiunge: Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.
Questa seconda affermazione, la si comprende bene, se si dona ad essa un senso limitativo, restrittivo.
La restrizione è questa: la Legge antica prescriveva i sacrifici e le offerte. Essendo quelle espressioni della Legge che è manifestazione della volontà di Dio, dobbiamo necessariamente escludere che questo versetto si riferisca a tutto l’Antico Testamento.
Dove è allora l’interpretazione restrittiva? Essa è proprio nell’esclusione da questo versetto di tutto l’Antico Testamento e di ogni sua prescrizione rituale, in modo che venga applicato solo a Cristo Gesù.
Da Cristo Gesù Dio non ha voluto né olocausti né sacrifici per il peccato. Cristo Gesù Dio ha escluso dall’esercizio del sacerdozio alla maniera di Aronne.
Poiché il sacerdozio secondo Aronne consisteva proprio nelle offerte degli olocausti e dei sacrifici, escludendo Cristo dall’offrire proprio tali cose, necessariamente lo esclude anche dal sacerdozio che tali cose offriva.
Cristo Gesù non può offrire queste cose, perché Dio da Lui non le gradisce. Non le gradisce perché Lui deve offrire altre cose.
Con quest’ultima affermazione si dimostra ancora una volta che non è Cristo che decide e vuole, o che sostituisce il sacerdozio antico, ma è il Padre che dice a Cristo le cose che gli sono gradite e quelle che lui non gradisce.
Dio non gradisce tutto ciò che è inefficace in ordine al compimento della perfezione dell’uomo che Lui ha in mente di realizzare. Per questa perfezione occorre un altro sacrificio e un altro sacerdozio.
Ad ogni uomo, Ebreo e non, la responsabilità di aprirsi alla fede, o di rinchiudersi nella sua vecchia fede e vecchia religiosità, o cultualità che non è più manifestazione della volontà del Padre.
Tutto diventa chiaro dalla volontà attuale di Dio su Cristo, ma anche sulla volontà attuale di Dio sull’umanità.
Fermarsi a ciò che fu, non solo significa arrestare il cammino della nostra vera umanizzazione, quanto anche ha il significato di rinchiudere Dio nei nostri vecchi schemi religiosi e in quelle forme che hanno accompagnato il cammino religioso dell’uomo fino ad oggi, ma che in nessun modo possono imprigionarlo in un passato che sarebbe solo morte per lui, perché ostacolo al suo vero farsi e ad ogni suo più autentico divenire.
Dio è. L’uomo diviene, si fa, si realizza, si compie. Diviene tutto questo camminando nella parola che Dio gli fa sentire oggi, in quest’ora e in questo tempo particolare della sua storia.
[7]Allora ho detto: Ecco, io vengo poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà.
Possiamo definire questo versetto la chiave di lettura di tutta la Lettera agli Ebrei, ma anche di tutto il Nuovo e l’Antico Testamento.
Qui non viene manifestata qual è la volontà di Dio. Non la conosciamo.
Viene però manifestato qual è lo spirito di Cristo, il suo sentimento, il suo cuore, il suo pensiero.
Lui è da Dio. È da Dio sempre, nell’eternità e nel tempo, prima della croce, sulla croce e dopo di essa.
È da Dio perché è nella sua volontà, la sua volontà conosce, la sua volontà realizza, attua, compie in ogni sua parte.
Lo sappiamo attraverso il Vangelo secondo Giovanni: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere le sue opere”.
Questa volontà non è Lui, Cristo Gesù, a scriversela. È Dio che l’ha scritta per Lui fin dall’eternità.
Il rotolo del libro è il libro dei pensieri eterni di Dio. Da quando Dio esiste – ed esiste da sempre perché Dio è da sé e non da altri – Dio ha pensato, ha voluto l’Incarnazione del Verbo, del Suo Figlio Unigenito. Non solo ha voluto l’Incarnazione, da sempre ha voluto anche il Verbo della Vita, perché il Verbo è dal Padre, se è dal Padre è anche dalla Sua volontà eterna – questo però è mistero, è il mistero eterno di Dio: come il Dio eterno possa volere il Verbo Eterno e come il Verbo Eterno esista dall’Eternità, da sempre, ma esiste perché voluto dal Padre –. Dalla volontà eterna del Padre, ma non dall’eternità, da sempre è anche l’uomo nel pensiero di Dio.
L’uomo è stato fatto ad Immagine di Dio, ma nell’Immagine di Dio bisogna anche mettere la volontà eterna di Dio che ha pensato e voluto già l’Incarnazione.
L’uomo è quindi ad immagine del Verbo Incarnato, anche se l’Incarnazione ancora non era avvenuta. Era però nella mente eterna di Dio dalla quale è il Figlio eterno del Padre.
Anche l’uomo, ogni uomo, deve essere sempre dalla volontà del Padre. Non ci sono due volontà del Padre: quella verso Cristo, quella verso ogni altro uomo.
La volontà del Padre è una sola: Quella verso Cristo, che deve divenire volontà per ogni uomo. Ogni uomo deve trovare la volontà del Padre nella volontà che il Padre ha in Cristo Gesù per lui. Cristo Gesù, quindi, è il mediatore della volontà di Dio su ciascuno di noi e chi non trova la volontà di Dio in Cristo, è senza la volontà di Dio su di lui. Chi poi separa la volontà del Padre su Cristo dalla volontà che il Padre ha su di lui, rimane in eterno senza la volontà del Padre su di lui. Questa è verità eterna alla quale si assoggetta Cristo e in Cristo si deve assoggettare ogni uomo.
Questo principio dell’unica verità – verso Cristo e in Cristo verso di noi del Padre – deve convincerci di un grave errore che si commette nel mondo cristiano. L’errore è questo: la confusione tra verità di Dio e volontà di Dio.
La verità di Dio è universale, per tutti. Il Vangelo è universale, vale per ogni uomo, per sempre.
La volontà di Dio è personale, singolare. Ciò che è per una persona in particolare, non può essere per un’altra. Ogni uomo è avvolto da una particolare, singolare, volontà di Dio.
Possiamo dare la verità di Dio, possiamo insegnare il Vangelo. Non possiamo però dare al singolo la personale volontà di Dio, cioè: ciò che lui deve fare concretamente in ordine alla vita secondo il Vangelo. Il come, il dove, il quando non appartiene a nessun uomo deciderli per un altro.
La volontà di Dio, Dio non la dona a nessuno per un altro. Ognuno la riceve per se stesso.
Ognuno pertanto deve chiedere che il Signore gli manifesti la volontà perché lui la attui pienamente. Deve pregare che ogni altro accolga la volontà di Dio, ma in nessun caso può dirgli: questo vuole il Signore da te come volontà attuale di Dio sulla sua persona.
Nella Chiesa si insegna e si dona la verità. Nella Chiesa nessuno può dare la volontà di Dio. Chi la può donare è uno solo: il vero profeta, al quale il Signore la manifesta. “Dice il Signore: fa’ questo, vivi questo, scegli questa via…”. Lo dice il Signore, non l’uomo.
La vera adorazione è nel rispetto della volontà di Dio sugli altri. La vera adorazione, il vero culto è il compimento della volontà di Dio su di noi.
Leggendo secondo questa comprensione le parole del Salmo: “Allora ho detto: Ecco, io vengo poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà”: dobbiamo dire tre verità:
Allora ho detto: L’accoglienza e la risposta di Cristo. Il rapporto in Dio, ma anche tra Dio e gli uomini è di volontà. Il Padre manifesta la sua volontà. Il Figlio l’accoglie. Dona il suo sì. Dice sì al Padre. Senza l’accoglienza della volontà del Padre, tutto rimane nel Padre, niente viene nell’uomo. Senza il dono della volontà dell’uomo alla volontà del Padre, niente si compie nell’uomo, ma anche niente si compie nella Trinità, se il Verbo non avesse dato la sua volontà eterna, quella della sua Persona divina, al Padre. In Dio, nella Trinità, regnando il perfettissimo amore, la comunicazione della volontà del Padre è già accettazione da parte del Figlio e dono della propria volontà al Padre perché compia il suo pensiero eterno di creazione, di redenzione, di giustificazione, di santificazione, di perfezione dell’uomo, di ogni uomo. Come in Dio, nella Trinità, c’è manifestazione ed accoglienza, così anche deve esserci nella relazione tra Dio e l‘uomo. Dio manifesta, all’uomo la libertà, ma anche la responsabilità di accogliere, o di rifiutare.
Poiché di me sta scritto nel rotolo del libro: Il libro è l’eternità stessa di Dio. È in questo libro dell’essenza divina la vocazione che Dio ha stabilito per ogni uomo. Questo libro bisogna conoscere, non per sapere ciò che devono fare gli altri, ma perché ognuno conosca ciò che il Signore ha stabilito, o scritto per Lui. La vera adorazione, il vero culto spirituale, la vera obbedienza a Dio è il compimento nella nostra vita di ciò che Dio ha scritto per noi in questo libro. Esso si conosce solo per rivelazione, per manifestazione. Dio lo rivela a chi glielo chiede con preghiera insistente nella manifestazione della volontà di accogliere tutto e ogni singola parte che in esso vi è scritto per noi. È l’accoglienza di quanto è scritto in questo libro per noi il passaggio dalla religiosità alla fede, dall’immanenza alla trascendenza, dalla pura e semplice moralità alla santità e alla perfezione cui chiama il Signore. Cristo sa cosa Dio ha scritto per Lui. Cristo questo vuole compiere. Per questo si incarna: per obbedienza al Padre. Per questo muore: per obbedienza al Padre, per compire ciò che il Padre ha scritto per Lui fin dall’eternità. Ciò che è scritto per noi nel rotolo del libro conosciuto e attuato fa la differenza tra la religione e la vera fede. È questo il sacrificio che Dio vuole: l’annullamento, o annientamento della nostra volontà umana, perché solo questa è ciò che ci appartiene e che Dio non potrà prendersi senza che noi glielo doniamo. È solo la volontà che possiamo sacrificare al Signore e nel sacrificio della volontà tutta intera la persona. Pensarsi il bene è religione ed è immanenza. Lasciarci pensare il bene da Dio e accoglierlo è fede ed è trascendenza. È obbligo del cristiano entrare nel rotolo del libro e portare in esso ogni altro uomo. È questa la sua vocazione e anche missione.
Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà: Non basta conoscere ciò che c’è scritto nel libro. Bisogna anche farlo. Per farlo è necessario rinunciare alla nostra volontà, perché solo quella di Dio viva ed operi in noi. Cristo nell’eternità accoglie la volontà del Padre. Sulla terra fa la volontà del Padre. La fa tutta. La fa in ogni sua parte. La fa in ogni istante della sua vita. Urge allora chiedersi come Gesù fosse in grado di conoscere sempre ciò che il Signore ha scritto e scriveva per Lui. La risposta non può essere che una sola: Cristo conosceva il pensiero, o la volontà del Padre su di Lui, perché viveva in una comunione di amore, di verità, di sapienza, di saggezza, di conoscenza con lo Spirito Santo. È lo Spirito di Dio la comunione di verità e di amore all’interno della Trinità. È anche Lui la comunione di verità e di amore tra noi e Dio in Cristo Gesù. Più ci si lascia muovere dallo Spirito Santo, più si è nella capacità di fare la volontà di Dio. Lo Spirito ci dona la conoscenza, ma anche la fortezza; ci dona la scienza, ma anche il consiglio, ci dona la sapienza, ma anche il timore di Dio assieme alla pietà, o Spirito di amore, perché nulla venga tralasciato di quanto Dio ha scritto per noi nel suo rotolo. È giusto però che si dica che lo Spirito non può intervenire nella nostra vita senza la nostra invocazione e lo si invoca nella preghiera. Agisce con una più sempre maggiore opera in noi, se noi lo ascoltiamo e ne viviamo la mozione. La crescita in sapienza e grazia con Lui deve essere inarrestabile. Fino all’ultimo giorno della nostra vita sulla terra Lui ci chiama a crescere in sapienza e grazia, perché è solo in questa crescita che Lui potrà dirci le ultime e definitive cose che dobbiamo fare perché tutto ciò che è scritto nel rotolo per noi, lo possiamo compiere tutto. Cristo Gesù è l’uomo inabitato dallo Spirito Santo, da Lui perennemente mosso e spinto nel perfetto compimento di quanto il Signore aveva scritto per Lui sul suo rotolo. Cristo e lo Spirito vivono però una intensissima comunione di amore e di verità e una perenne invocazione di aiuto, di sostegno, di fortezza, di ogni altro aiuto spirituale per assolvere ad ogni desiderio del Padre.
Non basta la vocazione eterna. Occorre la disponibilità anche a compierla. Ma prima ancora bisogna conoscerla. Gesù la conosce, la realizza, impegna tutto il suo essere umano e divino nel compimento della volontà del Padre.
[8]Dopo aver detto prima: non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, [9]soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo.
Su questi due versetti, o meglio sui versetti del Salmo 39: “ Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore”, è stato detto ogni cosa.
L’Autore tuttavia sente la necessità di ricordarli, avendo come intenzione di affermare due verità:
Cose tutte che vengono offerte secondo la legge: Sacrifici, offerte, olocausti, sacrifici per il peccato sono, queste, tutte prescrizioni che nascono dalla Legge. La Legge, lo si è visto, è una delle parti dell’Alleanza. Se cade l’Alleanza, cade anche la promessa, la legge, lo stesso rito antico del sangue. Gesù non è venuto per fare queste cose, perché il Padre queste cose né vuole, né gradisce. Se il Padre non le vuole, Cristo non le compie. Se il Padre non le gradisce, Cristo non le offre. Ancora una volta siamo rinviati alla Volontà di Dio. È Dio che ha stabilito una nuova alleanza. È Lui che l’ha voluta. È Lui che ha stabilito forme e modalità nuove. È Lui che invita e chiama a passare alla Nuova ed Eterna Alleanza.
Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo: Avendo Cristo scelto di fare la volontà di Dio – e la volontà di Dio è una sola: la stipula della Nuova Alleanza nel Suo Sangue – Egli abolisce il primo patto. Abolendo il primo patto, abolisce anche il primo sacrificio. L’Alleanza Nuova comporta un sacrificio nuovo, una legge nuova, un sangue nuovo, una promessa nuova. Tutto è nuovo nella Nuova Alleanza. Così il sacrificio antico, il primo, viene abolito nel momento stesso in cui Cristo accoglie di fare la volontà di Dio, anche se effettivamente, o realmente, lo diviene nel momento in cui l’Alleanza Nuova ed Eterna è stata sigillata sulla croce.
In questi versetti del Salmo 39 è assai importante comprendere che la volontà che Cristo sceglie di fare è quella di realizzare la Nuova Alleanza. Questa è la sola, l’unica verità secondo la quale bisogna leggere questo Salmo. Altre volontà di Dio non esistono per riguardo a Cristo Gesù. Altre volontà neanche è giusto che le supponiamo come possibili per Lui.
[10]Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.
Anche le verità contenute in questo versetto sono ormai patrimonio acquisito: la santificazione è per opera di Cristo Gesù, grazie al suo corpo offerto una volta per tutte.
Tuttavia è bene aggiungere qualche altra parola di commento ad ogni singola affermazione contenuta in esso:
Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati: La volontà è quella di Dio Padre, fatta propria da Cristo Gesù. La volontà di Dio Padre è quella di stabilire una Nuova Alleanza. Cristo Gesù accoglie tutta la volontà del Padre. La porta a compimento in ogni sua parte. Niente della Volontà del Padre è rimasto incompiuto in Lui. Tutto invece è stato compiuto. Poiché la santificazione è propria della Nuova Alleanza, accogliendo la volontà del Padre e portandola a realizzazione, Gesù dona ad ogni uomo di entrare in questa Nuova ed Eterna Alleanza e di ricevere la santificazione da parte di Dio Onnipotente. L’iter è questo: Volontà del Padre, Volontà di Cristo, realizzazione della Volontà del Padre fatta propria da Cristo, stipula dell’Alleanza, santificazione dei credenti.
per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo: La santificazione è per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo. L’offerta però è il frutto dell’accoglienza da parte di Cristo Gesù della volontà del Padre: “Ecco io vengo, o Padre, per fare la tua volontà”. Il corpo di Cristo è il corpo del sacrificio, dell’immolazione. È il corpo offerto per sigillare la Nuova ed Eterna Alleanza. Come nel Vecchio Patto l’Alleanza veniva sigillata con l’aspersione del sangue dell’animale, così la Nuova è sigillata nel versamento del sangue di Cristo Gesù. È il Sangue del Suo Corpo, il corpo è della Persona divina. Per questo esso è sangue e corpo di Dio, perché Gesù è vero Dio. Quello che interessa affermare in questo versetto è che il corpo di Cristo è vero corpo del sacrificio e il sangue, vero sangue dell’Alleanza. Altra cosa che dobbiamo puntualizzare è la seguente: il sangue e il corpo dell’animale è stato sostituito con il corpo e il sangue di Cristo Gesù, sangue e corpo della Sua natura umana e per questo corpo e sangue del Signore, del Signore che è Dio. In Cristo, ciò che nell’Antico Patto si faceva nel segno del sangue dell’animale, ora lo si fa nella realtà del corpo e del sangue di Cristo. Ciò che prima era nel segno, nella figura, ora è nella sostanza, nella verità, nella realtà del vero corpo e del vero sangue di Dio.
Fatta una volta per sempre: Anche questa è verità centrale della nostra fede. Un solo sacrificio, una sola immolazione, un solo olocausto, una sola morte, una sola vita donata, una sola offerta. Ciò che ha fatto Cristo lo ha fatto una volta per sempre. Questo vuol dire che non c’è più ripetizione né di sacerdozio, né di offerta, né di sacrificio. Quanto al sacrificio c’è l’attualizzazione in ogni celebrazione dell’Eucaristia. Quanto invece al Sacerdozio, Gesù partecipa alla sua Chiesa il suo unico ed eterno sacerdozio. Tutto è in Cristo. Niente più fuori di Lui. Tutti si offre in Cristo, si offre in Cristo perché Lui oggi è l’offerente e lo è per tutta l’eternità. Quanti offrono Lui lo fanno in Lui, con Lui, per Lui. Lo fanno perché Lui ha reso loro partecipi del Suo unico ed eterno sacerdozio. Questo è anche il motivo dell’unità del Sacerdozio all’interno della Chiesa di Dio. Tutti sono veri sacerdoti, ma tutti esercitano l’unico ed eterno sacerdozio che Cristo ha loro partecipato. Il sacerdozio è di Cristo ed è Cristo che dona unità al sacerdozio della Chiesa, quello ordinato.
[11]Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati.
Quanto l’Autore afferma in questo versetto si riferisce alla Legge antica e in modo particolare all’Antica Alleanza.
Nell’Antica Alleanza molti erano i sacerdoti, molti i sacrifici, molte le offerte.
A quei tempi si viveva in una perenne ripetizione di sacrifici e di offerte sacre per il Signore.
L’Autore dice: “ogni giorno” e “molte volte”. Ogni giorno si offrivano vittime e le vittime venivano offerte molte volte.
Ciò che è importante puntualizzare è che nonostante la molteplicità delle offerte, o i sacrifici senza numero, questi non avevano la capacità di eliminare il peccato.
Si è detto cosa si deve intendere per eliminazione del peccato. Non solo si toglie la colpa, perché perdonata e la pena perché espiata, si dona anche all’uomo un cuore nuovo, uno spirito nuovo, una mente nuova, una volontà nuova perché possa vivere sempre in un crescendo di grazia e di verità, di scienza e di sapienza, fino al perfetto compimento di tutta la volontà di Dio.
Finché la nostra teologia non smetterà di considerare l’eliminazione del peccato solo come un atto giuridico, cioè come sua non più imputazione, a causa del sacrificio di Cristo, o dell’offerta del suo corpo, che è per tutti gli uomini di tutti i tempi, essa mai potrà dare una svolta nella costruzione della vera società cristiana. Non può perché lascia l’uomo nel peccato, concedendogli però la remissione della colpa e della pena. Lo lascia peccatore nella natura e lo fa santo solo giuridicamente, ma non essenzialmente, intrinsecamente, sostanzialmente, realmente, veramente, nella natura umana che è anima, spirito, corpo.
L’eliminazione del peccato è sia di quello originale che attuale; è eliminazione per atto giuridico, nel senso che presso il Signore esso è cancellato, ma anche eliminazione per nuova creazione.
Cristo ci immerge nella sua morte e con ciò distrugge la nostra natura fatta di peccato (prima eliminazione), in questa immersione avviene la cancellazione della colpa e della pena. L’uomo è rigenerato a vita nuova. È questo il primo frutto dell’eliminazione del peccato. Il sacrificio di Cristo, che produce come suo vero frutto il dono dello Spirito Santo ai credenti, conferisce a chi crede in Cristo e si pente, la remissione dei peccati, che è insieme cancellazione della colpa e della pena, ma anche dono dello stesso Spirito di Dio che rigenera i credenti e li rende partecipi della natura divina.
L’eliminazione è quindi per “deificazione” dell’uomo. L’uomo viene come divinizzato, deificato, perché pienamente conformato all’immagine di Cristo Gesù.
Il sacrificio antico non aveva questo potere. Quel sacrificio antico dava la conoscenza del peccato, ma non la sua eliminazione. Ricordava ciò che eravamo e che siamo, ma non dava il cambiamento per rigenerazione e per partecipazione della natura divina della nostra vecchia natura.
Vecchio Testamento, vecchia natura, vecchio uomo, vecchia società, vecchio rapporto dell’uomo con l’uomo. Tutto è vecchio perché tutto è intriso di peccato.
Il peccato rende una persona vecchia. Perché vecchio nella natura umana è solo il peccato. Tolto il peccato, tutto nella natura umana ritorna e ridiviene nuovo. Nuova Alleanza, Nuovo Sacrificio, Nuova Offerta, Nuovo Uomo, Nuova Rigenerazione, Nuova Santità. Tutto è Nuovo nella Nuova Alleanza perché Nuova è la carne che Cristo ha assunto dalla Vergine Maria, Nuovo è il Corpo che Lui offre, Nuovo è il Sangue che Lui versa. Il Cristo Nuovo fa nuove tutte le cose, perché inizia a fare l’uomo nuovo, facendolo a sua immagine e somiglianza.
[12]Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, [13]aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi.
L’Autore tiene a ribadire che il sacrificio è uno, uno solo; è stato offerto una volta per sempre; è stato offerto per i peccati, non di questo o di quell’altro uomo, non di questo o di quell’altro popolo, come avveniva sotto la Legge Antica.
Nell’Antico Patto per ogni peccato si offriva un sacrificio. Cristo offre un solo sacrificio per i peccati del mondo e lo offre una volta sola.
È questa l’unicità del sacrificio di Cristo: un solo sacrificio, offerto una volta per sempre per i peccati del mondo.
Che Lui non debba offrire alcun altro sacrificio lo attesta l’altra verità, che appartiene al suo stesso sacerdozio.
Egli è ora nella tenda del cielo, assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi.
Questa frase è del Salmo 109:
“Di Davide. Salmo. Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato. Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek. Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira. Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra. Lungo il cammino si disseta al torrente e solleva alta la testa”.
Finora si è citato questo Salmo per attestare l’eternità del sacerdozio di Cristo e la sua modalità: sacerdote per sempre al modo di Melchisedek.
Gesù lo cita ai Giudei per affermare la Sua Figliolanza divina, naturalmente assieme alla sua eternità: Oracolo del Signore al mio Signore. Questo lo dice Dio, il Padre, al Signore di Davide, che sarà anche suo Figlio. Il Messia è Figlio di Dio e Figlio di Davide. È eterno, perché nell’eternità è generato da Dio, ma nasce anche nel tempo, perché nel tempo sarà fatto Figlio di Davide.
Ora è giusto che dello stesso Salmo vengano prese in considerazione altre due verità:
Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra: Chi fa sedere Cristo Gesù alla sua destra è il Padre. La citazione del Salmo assume in questo contesto un valore del tutto singolare. Chi innalza Cristo alla sua destra è lo stesso Dio Padre, è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, dei loro Padri, è il loro Dio. È quel Dio che loro ogni giorno pregano e invocano. Come si fa a pregare quel Dio che esalta quel Cristo che loro abbassano, rinnegano, crocifiggono. Quale Dio potrà mai essere il loro, dal momento che non innalzano Colui che il Dio della loro fede innalza? È, come si può constatare, un problema di coerenza, di onestà, semplicemente di fede. O si crede nel Dio che innalza Cristo, o semplicemente non si crede in Dio. Gesù non si è esaltato da Sé, è stato esaltato da Dio. Da quale Dio? Dal Dio che essi invocano e nel quale credono. Come si può osservare riemerge o in un modo o nell’altro che il problema prima che cristologico e problema di fede, è un problema teologico. È la teologia che fa la cristologia, perché è Dio che genera Cristo, lo esalta, lo costituisce Messia, lo fa suo sacerdote eterno alla maniera di Melchisedek. L’”Autore” di Cristo è il Padre. Lo si è detto, è giusto che lo si ricordi: Cristo è dal Padre, è per il Padre, è con il Padre, è nel Padre, è presso il Padre.
Finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori [...]. Il Signore è alla tua destra, annienterà i re nel giorno della sua ira. Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra: Questa frase del Salmo se da una parte attesta che Cristo è nel Cielo e attende che il Signore giudichi il mondo a partire dal Suo Vangelo e dalla Sua Croce, essa in ordine al nostro tema ci insegna il non ritorno di Cristo sulla nostra terra. Egli è nel Cielo. Non scende più sulla terra. Esercita nel Cielo il suo sacerdozio in nostro favore, come memoriale presenta al Padre il suo sacrificio, la sua obbedienza, la sua morte. Essendo Lui l’eterno, il sommo e il solo sacerdote della Nuova Alleanza non ci sarà più in eterno alcuna ripetizione del sacrificio. Nessuna altra vittima dovrà essere offerta. Finisce così la ripetizione delle offerte e dei sacrifici, si entra nell’offerta del memoriale della morte e della risurrezione di Cristo al Padre, vero sacrificio, ma nel segno del pane e del vino, non più nel segno e nella realtà dell’uccisione cruenta della vittima.
Ora Gesù è nel Cielo. Ora è il tempo dell’attesa della sua venuta per giudicare i vivi e i morti. Ora non è più il tempo di pensare ad offrire altri sacrifici cruenti al Signore.
L’Antico Sacerdozio con l’Antica ritualità è finita per sempre. Il Nuovo Testamento non potrà reggersi sulla Legge Antica, deve reggersi su quella Nuova e quella Nuova è una sola: un solo sacrificio, una sola vittima, una sola immolazione per sempre per tutti i peccati di ogni uomo, di ogni popolo.
Altre Leggi non esistono, mai dovranno esistere. Chi le dovesse fare esistere, si porrebbe fuori della vera, autentica fede nel Dio dei Padri. La sua non sarebbe più retta fede, ma semplice pensiero e volontà di uomini.
[14]Poiché con un'unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Viene ora ribadita l’unicità del sacrificio di Cristo, riaffermando la potenza redentrice, salvatrice, santificatrice dello stesso.
Poiché con un'unica oblazione: L’oblazione, il sacrificio, l’offerta è una, unica, una sola. È una ed è stata fatta una volta per sempre. Perché non c’è bisogno di altre offerte, o di altri sacrifici?
Egli ha reso perfetti per sempre: La risposta è chiara, inequivocabile. Perché con una sola offerta e un solo sacrificio ha reso perfetti per sempre. Il sacrificio di Cristo si riveste di onnipotenza di grazia, di infinità di grazia. Questa onnipotenza e questa infinità è in ragione della Persona che si offre al Padre e la Persona è lo stesso Figlio eterno di Dio che sacrifica la sua volontà umana e con essa la sua vita umana, che è vita della Persona del Figlio di Dio. Ma qualcuno potrebbe obiettare: è vero. Il sacrificio è rivestito dell’onnipotenza e dell’infinità di Dio, ma è sufficiente per ogni uomo, da Adamo fino all’ultimo suo figlio che nascerà sulla nostra terra? Anche questa obiezione è risolta con chiarezza inequivocabile.
Quelli che vengono santificati: L’unica oblazione di Cristo Gesù rende perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Qualcuno potrebbe dire: anche questo è vero. Ma chi sono e a chi appartengono quelli che sono santificati? Sono semplicemente i figli di Abramo, o anche altri uomini, di altri popoli? La risposta a questa obiezione è una sola: sono santificati, o vengono santificati tutti coloro che accolgono la Parola del Vangelo e si lasciano rigenerare da Dio da acqua e da Spirito Santo. Quelli che vengono santificati sono tutti quelli che accolgono la Parola, nessuno escluso. Possono accogliere la Parola tutti gli uomini. Nessuno escluso. Il sacrificio di Cristo è stato offerto per ogni uomo, di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni discendenza. Cristo è venuto per la salvezza dell’uomo, non di un uomo in particolare. Questa verità deve essere proclamata oggi con chiarezza, anche perché serpeggia qui e là un errore che è la distruzione della nostra fede nell’unico sacrificio, nell’unica offerta, nell’unica Parola, nell’unica Chiesa, nell’unico sacramento, nell’unica salvezza. Quest’errore consiste nell’affermare che ogni religione è via di salvezza. Se è via di salvezza, Cristo viene relativizzato. Non è più il Salvatore dell’uomo, al massimo può essere un Salvatore dell’uomo. Le religioni non sono vie di salvezza, via di salvezza è la coscienza. La coscienza non appartiene alla religione, appartiene al singolo uomo. La coscienza ha però l’obbligo di conoscere la verità, di accoglierla, di viverla. La Chiesa però ha l’obbligo di annunziare la verità, di testimoniarla vivendola, secondo quando la stessa Lettera agli Ebrei ci ha insegnato circa la Parola: che deve essere promulgata, annunziata, testimoniata. Citiamo di nuovo il passo. Per la spiegazione rimandiamo alla sua trattazione già fatta in questo stesso commento:
“Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all'inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l'avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi e miracoli d'ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà” (Eb 2,1-4).
La Chiesa è il grande testimone della verità della Parola. Per questo essa esiste: per portare la Parola agli uomini e gli uomini nella Parola. Il resto, tutto il resto lo farà il Signore. Lo farà anche attraverso la Chiesa, suo strumento per testimoniare con segni e prodigi la verità della Parola che essa annunzia e proclama.
[15]Questo ce lo attesta anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto: [16]Questa è l'alleanza che io stipulerò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: io porrò le mie leggi nei loro cuori e le imprimerò nella loro mente, [17]dice: E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità.
Lo Spirito Santo che lo attesta è lo Spirito Santo che ha parlato per mezzo dei profeti. Il testo ora citato è quello di Geremia 31,33-34, sul quale tutto è stato detto. Perché allora l’Autore della Lettera lo cita in questo contesto?
La risposta è di per sé evidente. Lo cita per avvalorare l’ultimo versetto e cioè questo: [14]Poiché con un'unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
L’Autore cita il testo in cui viene annunziata la Nuova Alleanza, perché vuole che noi ci soffermiamo sulla seconda delle promesse: e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità.
È questa la vera efficacia del sacrificio di Cristo, del suo unico e solo, eterno sacrificio.
La promessa che Dio fa di non ricordare né peccati e né iniquità è verso tutti coloro con i quali egli si sta accingendo a stringere questa nuova alleanza e costoro non sono solo i figli di Israele, bensì i figli di Adamo, cioè tutti gli uomini.
Questa è la potenza, il valore infinito dell’unico sacrificio di Cristo: donare a Dio la possibilità di non ricordare i peccati e le iniquità di nessun uomo. Sull’universalità del perdono, del condono, del non ricordo non possono esistere eccezioni, di nessun genere, per nessun uomo, per nessun tempo, per nessun luogo. Questa verità è il punto centrale della Lettera e senza questa verità la Lettera perde tutto il suo valore.
[18]Ora, dove c'è il perdono di queste cose, non c'è più bisogno di offerta per il peccato.
Il sacrificio di Cristo ha ottenuto il perdono del peccato dell’uomo. Questa è la verità della fede nel suo mistero di morte e di risurrezione.
Se il perdono è stato ottenuto, non c’è più bisogno di altre offerte, di altri sacrifici.
Che senso avrebbe offrire altri sacrifici per il perdono dei peccati dal momento che il perdono è stato concesso dal Signore?
Ancora una volta l’Autore insiste perché venga abolita una volta per sempre dalla mente dei destinatari l’antica concezione che per ogni peccato occorre un sacrificio.
A volte è difficile sradicare mentalità religiose, o di fede. È anche difficile condurre un popolo, una coscienza da una fede imperfetta ad una fede perfetta.
Lui insiste e fa bene. Il perdono è stato concesso da Dio. Finisce l’offerta dei sacrifici senza numero, finisce il tempo della ripetizione del sacrificio.
Una, una sola volta, una volta per tutte, per tutti i peccati del mondo, dall’unico sommo ed eterno sacerdote Cristo Gesù nostro Signore: è questa la verità che l’Autore ci ha voluto insegnare e lo ha fatto con ogni argomentazione.
Una domanda pertinente da fare è questa: perché allora la Chiesa celebra ripetutamente il Sacramento dell’Eucaristia?
La risposta è semplice. La celebrazione della Cena del Signore è finalizzata al prendere e al mangiare. Si prende e si mangia il corpo e il sangue di Cristo che si fa nel Sacramento. Si prende e si mangia il corpo e il sangue di Cristo per vivere quanto ci insegna lo stesso Gesù, nel Vangelo secondo Giovanni, e Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi. Riportiamo i due Testi, perché ognuno se ne renda personalmente conto. L’Eucaristia è ordinata alla vita, o meglio: al compimento della vita di Cristo in noi. Essa è vero sacrificio, perché si mangia il corpo e il sangue del sacrificio e perché lo stesso sacrificio viene offerto al Padre come memoriale. Non è sacrificio cruento, è sacrificio incruento.
Gv. 6,1-70: “Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo.
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente? Rispose Gesù: Fateli sedere. C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!
Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: Sono io, non temete. Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: Rabbì, quando sei venuto qua?
Gesù rispose: In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Gli dissero allora: Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato.
Allora gli dissero: Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo. Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dá  il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dá  la vita al mondo.
Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane. Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: Io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo? Gesù rispose: Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?
Gesù disse: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? E` lo Spirito che dá  la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.
E continuò: Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: Forse anche voi volete andarvene? Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio. Rispose Gesù: Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!. Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici.
Mirabile unità tra: Cristo, fede in Cristo inviato dal Padre, Fede nella Parola di Cristo, vita secondo la Parola di Cristo, Eucaristia vita di Cristo in voi perché noi la viviamo come Lui l’ha vissuta.
Questa unità deve ricomporre la Chiesa assieme all’altra che ci insegna San Paolo. È questo il suo lavoro pastorale.
Seguiamo ora San Paolo in tutta la sua argomentazione contenuta nella Prima lettera ai Corinzi cap. 10:
“Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.
Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non diventate idolàtri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci alla fornicazione, come vi si abbandonarono alcuni di essi e ne caddero in un solo giorno ventitremila.
Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla. Perciò, o miei cari, fuggite l'idolatria.
Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane. Guardate Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l'altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne immolata agli idoli è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa? No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.
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1/15/2012 3:26 PM
 
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O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui? Tutto è lecito! Ma non tutto è utile! Tutto è lecito! Ma non tutto edifica. Nessuno cerchi l'utile proprio, ma quello altrui. Tutto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene. Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: E` carne immolata in sacrificio, astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell'altro. Per qual motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie partecipo alla mensa, perché dovrei essere biasimato per quello di cui rendo grazie? Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
E ancora al capitolo 11 così continua:
“Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall'uomo, così l'uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio.
E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E` necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi.
Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.
Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E` per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.
Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.
Quella comunità che riuscirà a vivere secondo pienezza di verità ciò che ci insegna Gesù nel Vangelo secondo Giovanni e Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi è di sicuro una comunità che ha compreso cosa è il Sacrificio della Croce e cosa è l’Eucaristia.
L’Eucaristia è la vita di Cristo che ci viene data perché noi compiamo il sacrificio della croce, quello stesso sacrificio attraverso il quale viene a noi l’Eucaristia.
Si fa il sacrificio per avere l’Eucaristia. Si fa l’Eucaristia perché noi diventiamo il Sacrificio di Cristo, oggi, nel mondo.
Ecco perché occorrono tanti altri sacrifici fino alla consumazione del mondo. Il sacrificio, l’unico, non si ripete, si attualizza, attualizzandosi si fa Eucaristia, perché noi che mangiano l’Eucaristia ci facciamo sacrificio in Cristo per il mondo intero.
Per il commento si rimanda alla trattazione già fatta a suo tempo sia per Giovanni che per Paolo. Ci si astiene da ogni sviluppo teologico ulteriore della questione perché non è il tema trattato dall’Autore ed è ben giusto che lo si abbandoni.
Una verità è giusto che la si dica con chiarezza: l’aver separato la celebrazione dell’Eucaristia dal fare comunione con il corpo e il sangue di Cristo è vero impoverimento del Sacramento. Altro vero impoverimento è l’aver separato il fare comunione con il corpo e il sangue di Cristo con l’altra comunione che è quella con la Parola. Si fa comunione con il corpo e il sangue di Cristo, per divenire sacrificio di obbedienza al Padre. L’obbedienza è nella Parola di Cristo.
Quando la Chiesa avrà perfettamente ricomposto l’unità di sacrificio e comunione, di comunione e di Parola di Cristo, essa di sicuro avrà dato una svolta non minima alla sua stessa natura di essere corpo di Cristo, per vivere in Cristo, con Cristo, per Cristo, compiendo il suo stesso sacrificio, secondo la sua medesima obbedienza alla Volontà del Padre.
È questa la fonte della vita. È questa la riforma di cui oggi ha bisogno la Chiesa. Le altre sono inefficaci, come inefficaci erano gli antichi sacrifici.

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1/15/2012 3:27 PM
 
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ESORTAZIONE ALLA FIDUCIA E AL CORAGGIO
[19]Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù,
Ancora una volta appare la sostanziale differenza tra l’Antico Patto e il Nuovo. Nell’Antico solo il sommo sacerdote poteva entrare nel santuario e non sempre. Vi entrava con il sangue di tori e di vitelli. Poi usciva.
Nel Nuovo Patto ad ogni cristiano è data piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù.
Ognuno ha questa reale possibilità di presentarsi dinanzi a Dio con il sangue di Gesù, offrendolo in sacrificio per l’espiazione dei peccati del mondo intero, per la propria purificazione, perfezione, santificazione.
È questa vera libertà, ma anche vero esercizio del sacerdozio battesimale. Attraverso il sacerdozio comune dei fedeli, ogni battezzato in Cristo può offrire al Padre il sangue di Cristo, cioè il suo sacrificio, può in Cristo, con Cristo, per Cristo compiere l’offerta del proprio sangue, della propria vita, nell’offerta del proprio corpo per il compimento perfetto della volontà di Dio, secondo quanto ci insegna San Paolo nella Lettera ai Romani, il cui capitolo 12 è tutto in insegnamento sul come fare perché questo sacrificio sia gradito e santo :
Rm 12: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dá, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite.
Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.
Il cristiano è chiamato ad entrare nel santuario, ha piena libertà di farlo. Nel santuario deve entrare con il sangue di Gesù e anche con l’offerta del proprio corpo.
Qual è allora la differenza con il sacerdozio ordinato? La differenza è sostanziale. Il sacerdote per battesimo può offrire il sangue di Cristo, ma non può fare il sangue di Cristo, non può attualizzare il Sacrificio della croce. Questa potestà è solo del sacerdozio ordinato. Questo in relazione al sangue di Cristo. Altre differenze sostanziali sono in relazione al perdono dei peccati, al dono dello Spirito Santo, al rapporto che si ha con la Parola. Ve ne sono tante altre ancora, ma non è qui il caso di elencarle tutte.
Ora è sufficiente affermare che il battezzato può realmente offrire al Padre il sangue di Cristo. Nel sangue di Cristo può e deve offrire il suo corpo, nella perfetta santità, secondo la regola che Paolo ha tracciato nella Lettera ai Romani, o semplicemente in conformità al dettato evangelico.
Questo insegna anche la Chiesa nella sua preghiera: “Pregate fratelli, dice il Sacerdote ordinato rivolgendosi ai fedeli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente”.
Come si può constatare veramente l’Antica Alleanza è finita con tutte le sue leggi, le sue obbligazioni, i suoi divieti, la sua ritualità. Ora ne è iniziata una Nuova. In questa Nuova Alleanza il battezzato ha piena libertà di entrare nel santuario con il sangue di Cristo Gesù.
[20]per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne;
La via per entrare nel santuario è Cristo.
Questa via è nuova ed è vivente. È nuova perché in totale opposizione alla vecchia via che è quella dell’Antico Testamento. Quella la poteva percorrere solo uno e qualche volta. Questa la possono percorre tutti e sempre. Tutti possono accedere al trono della Maestà divina. Tutti possono offrire Cristo al Padre. Questa è l’assoluta novità per rapporto al passato. Questa novità spesso non è neanche compresa dal cristiano, anche a causa di un culto che spesso è stato concepito sul modello dell’Antico Culto, anziché dargli la forma del Nuovo, così come richiede la Nuova Alleanza.
Non solo questa via è nuova, è anche vivente. Cristo non è morto. Cristo è risorto, è il vivente. Non solo è il vivente, tutto vive per Lui, ma anche con Lui e in Lui. Senza di Lui non c’è vita, c’è solo morte.
La via è vivente, ma non si percorre fuori di Lui, o senza di Lui. Essa è via vivente, perché Cristo è il vivente e si percorre in Lui, con Lui, per Lui.
Egli è il Mediatore della Nuova Alleanza. Di tutto ciò che è Nuova Alleanza Cristo Gesù non fu il Mediatore, è e sarà sino alla consumazione della storia. Anche nell’Eternità Egli sarà Mediatore, perché la nostra risurrezione è per mezzo di Lui e si vive in Lui, con Lui, per Lui.
Anche questa è differenza sostanziale con Mosè. Mosè stipulò l’Antico Patto. Fu mediatore quanto all’atto della stipula. Poi la sua mediazione finì. Cristo invece continua la Mediazione per tutta l’eternità. Perché ogni cosa che si compie nel Cristo si deve e si può compiere solo in Lui, solo per Lui, solo con Lui. Questa è la verità della nostra fede.
Anticamente di entrava nel santuario attraversando il velo. Il velo si apriva e si richiudeva. Il sacerdote stava solo il tempo necessario per fare il rito dell’offerta e poi usciva.
Sappiamo che quando Gesù morì in croce il velo del tempio si squarciò in due, come per indicare che quel mondo era finito per sempre.
Ora c’è un altro velo che bisogna attraversare, questo velo è la carne di Cristo. Si entra nel santuario del cielo passando attraverso la carne di Cristo, il nuovo velo.
Ma come si attraversa la carne di Cristo? Divenendo carne della sua carne, cioè corpo del suo corpo.
Il battezzato diviene corpo di Cristo, carne della sua carne, e in essa, con essa e per essa si presenta dinanzi al trono della Maestà divina, nei cieli.
Ancora una volta appare con somma evidenza che la Mediazione di Cristo Gesù è perenne, universale, abbraccia ogni nostra relazione con Dio. Senza la Mediazione di Cristo, oggi, non è possibile accedere al trono della grazia nei cieli. La via è Cristo. Il corpo è quello di Cristo. Il sacrificio è quello di Cristo. Il sangue è quello di Cristo. Tutto questo non è fuori di Cristo, è invece in Cristo.
Cristo è la via. Divenendo una cosa sola con Lui, anche noi possiamo accedere al trono di Dio per offrire il suo corpo e il nostro per il perdono dei peccati e per la nostra santificazione.
[21]avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio,
Ancora una volta il riferimento è con Mosè, costituito uomo di fiducia nella casa di Dio, come già è stato ampiamente trattato nelle pagine precedenti. Si riporta il testo di Numeri 12. Leggerlo dona chiarezza al nostro spirito, oltre che consolazione al nostro cuore:
Num. 12: “Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata; infatti aveva sposato una Etiope. Dissero: Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro? Il Signore udì. Ora Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra. Il Signore disse subito a Mosè, ad Aronne e a Maria: Uscite tutti e tre e andate alla tenda del convegno. Uscirono tutti e tre. Il Signore allora scese in una colonna di nube, si fermò all'ingresso della tenda e chiamò Aronne e Maria. I due si fecero avanti. Il Signore disse: Ascoltate le mie parole! Se ci sarà un vostro profeta, io, il Signore, in visione a lui mi rivelerò, in sogno parlerò con lui. Non così per il mio servo Mosè: egli è l'uomo di fiducia in tutta la mia casa. Bocca a bocca parlo con lui, in visione e non con enigmi ed egli guarda l'immagine del Signore. Perché non avete temuto di parlare contro il mio servo Mosè? L'ira del Signore si accese contro di loro ed Egli se ne andò; la nuvola si ritirò di sopra alla tenda ed ecco Maria era lebbrosa, bianca come neve; Aronne guardò Maria ed ecco era lebbrosa. Aronne disse a Mosè: Signor mio, non addossarci la pena del peccato che abbiamo stoltamente commesso, essa non sia come il bambino nato morto, la cui carne è già mezzo consumata quando esce dal seno della madre. Mosè gridò al Signore: Guariscila, Dio! Il Signore rispose a Mosè: Se suo padre le avesse sputato in viso, non ne porterebbe essa vergogna per sette giorni? Stia dunque isolata fuori dell'accampamento sette giorni; poi vi sarà di nuovo ammessa. Maria dunque rimase isolata, fuori dell'accampamento sette giorni; il popolo non riprese il cammino, finché Maria non fu riammessa nell'accampamento. Poi il popolo partì da Caserot e si accampò nel deserto di Paran.
Da questo episodio possiamo comprendere tutta la grandezza di Mosè. Lui però per qualche anno soltanto fu quest’uomo di fiducia. Poi anche Lui morì e lasciò il suo ministero ad Altri.
Cristo Gesù invece è morto ed è risorto. È la via Nuova e Vivente. Via eterna, per sempre, uomo per sempre costituito in fiducia sopra la casa di Dio. Di Lui non solo si parlò male. Lui fu persino crocifisso, messo a morte.
Lui – dice l’Autore – è un sacerdote grande sopra la casa di Dio e questo sacerdote è per noi, ora, nel Cielo, dinanzi al cospetto della Maestà divina. Lui è nel Cielo e noi in Lui, con Lui, per Lui.
Nel suo sommo ed eterno sacerdozio, o in Lui eterno e sommo sacerdote dei beni futuri, anche noi possiamo avere accesso al Padre, abbiamo piena libertà di accedere per offrirgli in Cristo il sangue di Cristo al Padre.
Se è stato grande Mosè al cospetto di Dio, infinitamente più grande è Cristo, il quale non solo è stato costituito sommo sacerdote sopra la casa di Dio, ma anche è entrato nel santuario del Cielo portando il suo sangue per compiere l’espiazione dei peccati del mondo intero.
Riportando il passo di Numeri 12, ognuno ha potuto constatare come Aronne si rivolga a Mosè perché implori da Dio pietà per la sorella. Mosè prega. Chiede la guarigione. Dio gli risponde, indicandogli la pena che Maria dovrà subire e il tempo. La preghiera di Mosè viene ascoltata da Dio, anche se la pena è inflitta.
Se è potente l’intercessione di Mosè, quanto più potente non dovrà essere quella di Cristo che con il suo sangue non solo ha espiato la colpa, ma anche ha estinto ogni pena dovuta ai nostri peccati?
Se Aronne si accosta a Dio per mezzo di Mosè, ci potrà essere sulla terra un solo uomo che pensi di potersi accostare a Dio senza Cristo? Questo non è possibile dal momento che solo Cristo Gesù è stato costituito sommo ed eterno sacerdote sopra la casa di Dio.
Comprendiamo allora perché l’Autore ha fatto questa lunga premessa prima di formulare chiaramente qual è il suo pensiero, che esprime nei versetti che seguiranno:
[22]accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.
Colui al quale bisogna accostarsi è Dio. Con chi ci dobbiamo accostare è Cristo Gesù. Dobbiamo accostarci secondo la verità che l’Autore ci ha già manifestato. Questa verità è la mediazione di Cristo, unico e sommo, eterno sacerdote della Nuova Alleanza.
Di Cristo Gesù e del suo sacerdozio sappiamo ora tutto. Quanto era da dire, l’Autore ce lo ha manifestato. Niente ci ha tralasciato.
Da questo momento in poi tutta l’attenzione si sposta da Cristo al cristiano, anche se di volta in volta non viene tralasciato di dare verità su Cristo, che sono come le travi portanti di un edificio.
L’Autore ora ci dice come noi dobbiamo accostarci a Dio in Cristo, quali sono i requisiti che devono abitare in ognuno di noi.
Accostiamoci con cuore sincero: il cuore è sincero quando in esso non c’è ombra di male, di peccato, di falsità, di inganno, di malizia, di perversità. Il cuore è sincero quando in esso vi è un solo desiderio: la ricerca della verità che viene da Dio e che si trova nella sua Parola.
Se nel cuore c’è anche un solo desiderio che non sia la ricerca e l’amore per la verità, esso non è sincero. Sempre il cuore non è sincero quando coabitano in esso una molteplicità di sentimenti, un miscuglio di interessi, una caterva di aspirazioni in contraddizione e in opposizione tra bene e male.
Il cristiano ha il dovere di farsi sincero il cuore. Deve vigilare che in esso non vi sia né posto, né spazio per il male. Deve mettere ogni attenzione affinché ogni concupiscenza venga espulsa e ogni falsità bandita per sempre.
Il cuore è sincero quando esso si lascia attrarre solo dalla verità di Gesù Signore secondo la Parola del Vangelo che Lui ha fatto risuonare in mezzo a noi.
Nella pienezza della fede: Nel cristiano deve regnare la pienezza della fede. Ma cosa è la fede e cosa la pienezza della fede?
La fede è ascolto della Parola di Dio e vita secondo la Parola ascoltata. Fuori della Parola non c’è vita, ma anche non c’è fede. Fuori della Parola ci sono solo pensieri umani e credenze. Lavorare senza fede è perdere inutilmente il proprio tempo. Il Signore non fa fruttificare e crescere se non la sua Parola, quella che Lui ha proferito a noi, facendola discendere dal Cielo.
La pienezza della fede è l’ascolto di ogni Parola di Dio. Di tutta la Parola che Dio ha detto ieri, ma anche di tutta la Parola che Dio dice oggi. Senza l’ascolto del Dio che parla oggi non c’è pienezza di fede. Non c’è neanche fede vera, perché la fede anche se nasce dalla Parola che Dio ha detto ieri, si comprende e si perfeziona dalla Parola che Dio dice oggi.
Oggi il Signore parla. Oggi ci manifesta la sua volontà. La pienezza della fede è l’ascolto della Parola che Dio dice oggi, Parola che interpreta e perfeziona, dona pienezza di verità a ciò che Dio ha detto ieri.
Chi si ferma a ieri, non è nella pienezza della fede. Non è neanche nella fede, perché è nella fede chi ascolta il Signore e il Signore è colui che parla oggi.
Applicato al nostro caso non è pienezza di fede, non è neanche fede l’ascolto della Parola dell’Antico Patto.
Il Signore ha fatto il Nuovo Patto in Cristo Gesù. Lo ha sigillato nel suo sangue. Chi non ascolta la Parola che Dio ha detto oggi in Cristo e che fa risuonare per mezzo della Chiesa, costui non ha fede, perché è fuori della Parola di Dio che dona salvezza, redenzione, giustificazione.
Si ferma ad una Parola antica, ad un Antico Patto che Dio ha dichiarato non più valido, perché incapace di dare salvezza.
Se i destinatari della Lettera non passano a Cristo, loro sono senza fede. La fede che hanno riguarda una Parola che Dio ha abrogato, ha dichiarato non più valida quanto al dono della vita.
Cristo Gesù, il suo Sacrificio, il suo Sangue, la sua Intercessione, la sua Morte, la sua Risurrezione sono la nostra fede. Chi non accoglie Cristo, non ha fede, non in Cristo, ma nel Dio che ha donato a noi Cristo Gesù per la nostra redenzione eterna.
Ricordiamoci che è sempre la teologia a fondamento sia della cristologia, come anche della pastorale.
Con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza: Il cuore può cadere nel peccato, nella trasgressione. Può cadere dalla retta fede. Può rinnegare il Signore.
Ognuno è chiamato a verificare la purezza del suo cuore e liberarlo da ogni cattiva coscienza.
La purificazione del cuore da ogni cattiva coscienza deve significare per tutti una cosa sola: liberare la coscienza da ogni falsità, da ogni errore, da ogni macchia che si è potuta introdurre nella fede e nella verità, nella Parola e nella sua comprensione.
Significa altresì liberarlo da ogni peccato, lieve e grave, veniale e mortale, come anche da ogni altra imperfezione, in modo che nel cuore vi sia solo Dio, la sua grazia, il suo amore, la sua speranza e nella coscienza solo la Parola di Dio, la sua verità, la più pura fede, la più retta e santa intenzione di proseguire il cammino verso Dio, nel cielo, in pienezza di fede.
E il corpo lavato con acqua pura: Il corpo si deve lavare con acqua pura, che non è quella naturale. L’acqua pura è quella di Cristo, è lo Spirito Santo, che deve bruciare dal nostro corpo anche il più piccolo residuo di peccato, di colpa, di trasgressione, di imperfezione, di concupiscenza, di superbia, di ogni altro vizio, perché esso brilli solo di santità, nella verità e nella luce di Gesù Signore.
Il corpo si lava con acqua pura quando lo Spirito lo avvolge della sua santità e lo immette in una nuova essenza, nuova natura, nell’essenza e nella natura della grazia e della santità di Dio.
Chi vuole comprendere come Dio lavi il nostro corpo può senz’altro avvalersi di ciò che Lui stesso ha rivelato attraverso il libro del Profeta Ezechiele. Vale la pena sapere come Dio ci lava e quali sono i frutti di questa purificazione. Da aggiungere che ciò che avviene nel Battesimo e nel Sacramento della Penitenza supera infinitamente quanto è descritto dall’antica profezia. In questa profezia si può comprendere cosa è la purificazione, ma anche cosa è ciò che rende impuro un uomo.
Ez. 16: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell'uomo, fa’ conoscere a Gerusalemme tutti i suoi abomini. Dirai loro: Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: Tu sei, per origine e nascita, del paese dei Cananei; tuo padre era Amorreo e tua madre Hittita. Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l'ombelico e non fosti lavata con l'acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita.
Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l'erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l'età dell'amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d'oro e d'argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio.
Tu però, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita concedendo i tuoi favori ad ogni passante. Prendesti i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi. Con i tuoi splendidi gioielli d'oro e d'argento, che io ti avevo dati, facesti immagini umane e te ne servisti per peccare; poi tu le adornasti con le tue vesti ricamate e davanti a quelle immagini presentasti il mio olio e i miei profumi. Il pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l'olio e il miele di cui ti nutrivo ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore. Oracolo del Signore Dio. Prendesti i figli e le figlie che mi avevi generati e li sacrificasti loro in cibo. Erano forse poca cosa le tue infedeltà? Immolasti i miei figli e li offristi a loro, facendoli passare per il fuoco. Fra tutte le tue nefandezze e infedeltà non ti ricordasti del tempo della tua giovinezza, quando eri nuda e ti dibattevi nel sangue! Ora, dopo tutta la tua perversione, guai, guai a te! Oracolo del Signore Dio. In ogni piazza ti sei fabbricata un tempietto e costruita una altura; ad ogni crocicchio ti sei fatta un altare, disonorando la tua bellezza, offrendo il tuo corpo a ogni passante, moltiplicando le tue prostituzioni. Hai concesso i tuoi favori ai figli d'Egitto, tuoi corpulenti vicini, e hai moltiplicato le tue infedeltà per irritarmi. Ed ecco io ho steso la mano su di te; ho ridotto il tuo cibo e ti ho abbandonato in potere delle tue nemiche, le figlie dei Filistei, che erano disgustate della tua condotta sfrontata.
Non ancora sazia, hai concesso i tuoi favori agli Assiri; ma non soddisfatta hai moltiplicato le tue infedeltà nel paese di Canaan, fino nella Caldea: e neppure allora ti sei saziata. Come è stato abbietto il tuo cuore dice il Signore Dio facendo tutte queste azioni degne di una spudorata sgualdrina! Quando ti costruivi un postribolo ad ogni crocevia e ti facevi un'altura in ogni piazza, tu non eri come una prostituta in cerca di guadagno, ma come un'adultera che, invece del marito, accoglie gli stranieri! Ad ogni prostituta si dà  un compenso, ma tu hai dato il compenso a tutti i tuoi amanti e hai distruibuito loro doni perché da ogni parte venissero da te per le tue prostituzioni. Tu hai fatto il contrario delle altre donne, quando ti prostituivi: nessuno è corso dietro a te, mentre tu hai distribuito doni e non ne hai ricevuti, tanto eri pervertita.
Perciò, o prostituta, ascolta la parola del Signore. Così dice il Signore Dio: Per le tue ricchezze sperperate, per la tua nudità scoperta nelle prostituzioni con i tuoi amanti e con tutti i tuoi idoli abominevoli, per il sangue dei tuoi figli che hai offerto a loro, ecco, io adunerò da ogni parte tutti i tuoi amanti con i quali sei stata compiacente, coloro che hai amati insieme con coloro che hai odiati, e scoprirò di fronte a loro la tua nudità perché essi la vedano tutta. Ti infliggerò la condanna delle adultere e delle sanguinarie e riverserò su di te furore e gelosia. Ti abbandonerò nelle loro mani e distruggeranno i tuoi postriboli, demoliranno le tue alture; ti spoglieranno delle tue vesti e ti toglieranno i tuoi splendidi ornamenti: ti lasceranno scoperta e nuda. Poi ecciteranno contro di te la folla, ti lapideranno e ti trafiggeranno con la spada. Incendieranno le tue case e sarà fatta giustizia di te sotto gli occhi di numerose donne: ti farò smettere di prostituirti e non distribuirai più doni. Quando avrò saziato il mio sdegno su di te, la mia gelosia si allontanerà da te; mi calmerò e non mi adirerò più. Per il fatto che tu non ti sei ricordata del tempo della tua giovinezza e mi hai provocato all'ira con tutte queste cose, ecco anch'io farò ricadere sul tuo capo le tue azioni, parola del Signore Dio; non accumulerai altre scelleratezze oltre tutti gli altri tuoi abomini.
Ecco, ogni esperto di proverbi dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo: Quale la madre, tale la figlia. Tu sei la degna figlia di tua madre, che ha abbandonato il marito e i suoi figli: tu sei sorella delle tue sorelle, che hanno abbandonato il marito e i loro figli. Vostra madre era una Hittita e vostro padre un Amorreo. Tua sorella maggiore è Samaria, che con le sue figlie abita alla tua sinistra; tua sorella più piccola è Sòdoma, che con le sue figlie abita alla tua destra. Tu non soltanto hai seguito la loro condotta e agito secondo i loro costumi abominevoli, ma come se ciò fosse stato troppo poco, ti sei comportata peggio di loro in tutta la tua condotta. Per la mia vita dice il Signore Dio tua sorella Sòdoma e le sue figlie non fecero quanto hai fatto tu e le tue figlie! Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sòdoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all'indigente: insuperbirono e commisero ciò che è abominevole dinanzi a me: io le vidi e le eliminai. Samaria non ha peccato la metà di quanto hai peccato tu. Tu hai moltiplicato le tue nefandezze più di loro, le tue sorelle, tanto da farle apparire giuste, con tutte le nefandezze che hai commesse. Devi portare anche tu la tua umiliazione, tu che hai giustificato le tue sorelle. Per i tuoi peccati che superano i loro esse sono più giuste di te: anche tu dunque devi essere svergognata e portare la tua umiliazione, perché hai giustificato le tue sorelle.
Ma io cambierò le loro sorti: cambierò le sorti di Sòdoma e delle città dipendenti, cambierò le sorti di Samaria e delle città dipendenti; anche le tue sorti muterò in mezzo a loro, perché tu porti la tua umiliazione e tu senta vergogna di quanto hai fatto per consolarle. Tua sorella Sòdoma e le città dipendenti torneranno al loro stato di prima; Samaria e le città dipendenti torneranno al loro stato di prima e anche tu e le città dipendenti tornerete allo stato di prima. Eppure tua sorella Sòdoma non era forse sulla tua bocca al tempo del tuo orgoglio, prima che fosse scoperta la tua malvagità? Perché ora tu sei disprezzata dalle figlie di Aram e da tutte le figlie dei Filistei che sono intorno a te, le quali ti dileggiano da ogni parte? Tu stai scontando la tua scelleratezza e i tuoi abomini. Parola del Signore. Poiché, dice il Signore Dio: Io ho ricambiato a te quello che hai fatto tu, che hai disprezzato il giuramento e violato l'alleanza.
Anch'io mi ricorderò dell'alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un'alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne sarai confusa, quando riceverai le tue sorelle maggiori insieme a quelle più piccole e io le darò a te per figlie, ma non in forza della tua alleanza; io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto. Parola del Signore Dio”.
Questo passo con drammaticità insegna a ciascuno di noi cosa è il corpo lavato con acqua pura, ma anche cosa è il corpo sporcato con ogni genere di idolatria e di impudicizia.
Il Signore vuole il nostro corpo nella più grande santità, perché esso è stato costituito Tempio dello Spirito Santo. È stato fatto corpo di Cristo. Santo è il corpo di Cristo che siete voi!
Il cristiano si deve accostare a Dio puro nella mente, nella coscienza, nel cuore, nel corpo. La santità deve avvolgere tutta la sua persona. La santità però è solo possibile nella pienezza della fede e questa è una sola: Credere in Cristo Gesù e nella Nuova Alleanza che Dio ha stabilito nel suo Sacrificio, ha stabilito in Lui unico e sommo, eterno sacerdote del Nuovo Patto.
Chi non ha Cristo nella sua Parola e nel suo Sacrificio, chi non ha Cristo nella sua Mediazione eterna e nel suo eterno Sacerdozio, chi non ha Cristo come via per accedere al Padre, costui non ha fede, né antica, né nuova. Non è nella fede antica, perché l’antico patto è stato abrogato da Dio. Non è nella fede nuova, perché è privo di Colui nel quale il Patto nuovo è stato stipulato. È senza fede, semplicemente. Quella che possiede è una fede senza la Parola che Dio ha fatto scendere oggi sulla nostra terra. La sua è una fede che non salva, non redime, non giustifica, non dona alcuna possibilità di avere accesso presso il padre nostro celeste.
[23]Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.
La nostra speranza è Cristo Gesù che deve introdurci nel Paradiso.
Qual era la speranza antica: cioè quella di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè? Quella di possedere la terra che Dio aveva promesso un giorno.
Qual era la speranza dei figli di Israele usciti dall’Egitto? Quella di abitare e di rimanere liberi nella terra che Dio aveva loro dato.
Questa speranza è il frutto della promessa. Sappiamo che la promessa è uno dei quattro elementi che costituiscono l’Alleanza: Legge, impegno, sangue, promessa.
Anche la Nuova alleanza ha una speranza nuova, perché ha una promessa nuova. Dio darà il regno dei cieli a tutti coloro che avranno vissuto secondo la Parola.
Dio ha promesso in Cristo il suo Cielo – questa è la nuova terra promessa – a tutti coloro che vivranno secondo la Parola di Cristo Gesù.
Dio è fedele. È fedele alla sua Parola. Possiamo dire che la giustizia di Dio è questa fedeltà alla sua parola. Se non ci fosse la promessa da parte di Dio, su che cosa si fonderebbe la sua giustizia? Su niente.
Non avremmo giustizia senza promessa. Non avremmo promessa senza la fedeltà di Dio.
Bisogna allora mantenere senza vacillare la professione della nostra speranza, proprio perché è fedele colui che ha promesso.
Si è detto che la promessa è uno dei componenti, o elementi costitutivi dell’Alleanza, sia di quella Antica che della Nuova.
Oggi però sta prendendo piede una eresia nel popolo cristiano che è la distruzione dello stesso cristianesimo. L’eresia è questa: l’eliminazione della Legge, o del Vangelo, in ordine alla promessa.
È come se l’Alleanza Nuova fosse stata costituita su due elementi: promessa e sangue, anziché quattro: legge, impegno, promessa, sangue.
Lo si è detto: se uno solo di questi elementi cade, tutta l’alleanza cade. La salvezza è oggi, nella storia, ed è nell’osservanza della Parola.
La Chiesa deve dare la Parola di Cristo, deve dare il Sangue di Cristo, perché ogni uomo osservi la Parola di Cristo, al fine di poter raggiungere la vita eterna.
Se gli uomini di Chiesa sostituiscono la Parola, rendono vana l’Alleanza. Se annullano la Parola, anche in questo caso rendono nulla l’Alleanza. Se modificano la Parola, modificano tutta l’Alleanza.
Ogni modifica che avviene in uno solo degli elementi, è una modifica, un cambiamento di tutta l’Alleanza. È questo il motivo per cui bisogna vigilare con attenzione a che pura sia l’Alleanza, puri siano tutti gli elementi di essa, puri siano conservati in chi li dona e in chi li accoglie.
Si è detto inoltre che la giustizia di Dio è la sua fedeltà alla Parola. La giustizia per ogni uomo è vivere secondo una Legge. Per gli uomini di Dio la giustizia è vivere secondo la Legge di Dio. È giusto chi osserva la Legge di Dio e la Legge di Dio oggi è il suo Vangelo.
Dio ha una Legge? Dio non ha Legge perché la sua unica Legge è la sua natura che è perfettissima carità.
Lui però nei confronti dell’uomo si è data una Legge: ha promesso il suo Cielo ha tutti coloro che osservano la Parola di suo Figlio Gesù.
Lui è giusto perché osserva questa Legge che Lui si è dato, donandola a noi.
Dio è giusto perché si è data una Parola che Lui si è obbligato a mantenere. Questa è la giustizia di Dio.
L’altra giustizia di Dio è questa: ha promesso di rendere giusti tutti quelli che credono nel suo Figlio Diletto e si lasciano battezzare nascendo da acqua e da Spirito Santo.
Anche questa Parola è a fondamento della giustizia di Dio e Lui la compie in ogni sua parte.
Una cosa deve essere però certa per tutti: non c’è giustizia né in Dio, né nell’uomo senza la Legge. Per noi la Legge è la Parola di Cristo e anche per il Signore Dio è la Parola di Cristo Gesù.
Ogni Parola che Cristo Gesù ha detto Dio si è impegnato a portarla a compimento. Ogni Parola che Lui non ha detto non può essere assunta dall’uomo per stabilire una regola di giustizia per il Signore.
Questa è la verità. Oggi cosa sta succedendo? Si fonda la promessa della vita eterna su una parola che Dio non ha detto.
Questa è purissima falsità, falsità tenebrosa ed oscura. Falsità che sta rovinando la terra, perché porta gli uomini al non timore del Signore e al non giudizio di Dio sulle loro opere.
Che il Signore ci liberi da questa orrenda, disastrosa eresia, che tanto male sta arrecando al mondo intero.
[24]Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone,
Vengono ora offerte delle vie concrete perché la professione della speranza venga rafforzata nei cuori. Queste vie consistono nell’essere l’uno il sostegno dell’altro, l’uno la forza dell’altro, l’uno il bastone dell’altro, ma anche l’uno la fede e la verità dell’altro.
L’Autore, mettendosi anche lui, nel numero dei destinatari della Lettera, invita tutti a divenire strumenti di vera crescita degli altri. Divenendo tutti strumenti e nello stesso tempo fruitori dell’opera dello strumento, la ricchezza spirituale che nasce è veramente sorprendente.
È, questa, vera regola di pastorale, che dovrebbe essere applicata in ogni comunità cristiana. Tutti, indistintamente tutti, dovrebbero applicarla. Solo così la comunità non si smarrisce, anzi progredisce sempre di più nel cammino della fede, della speranza, della carità.
Concretamente ecco cosa dice l’Autore: “Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: è questa la sua prima esortazione.
Viene qui delimitato il campo dell’aiuto reciproco: nella carità e nelle opere buone. Perché?
Il campo viene limitato alla carità e alle opere buone, perché non tutti possono aiutare gli altri nella fede. Non tutti nella fede possono aiutare tutti. Occorre in questo campo molta dottrina, molta conoscenza, soprattutto occorre tanta saggezza per dire secondo verità la Parola del Signore.
Mentre invece è assai facile potersi stimolare a vicenda nell’amare il Signore, nel compiere opere buone, nel servire i fratelli.
È facile perché è sufficiente vivere la regola d’oro del Vangelo: “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, voi fatelo loro, perché questa è la Legge e i Profeti”.
Oppure l’altra Legge che ci suggerisce San Paolo: “Portate i pesi gli uni gli altri e così avrete adempiuto la legge di Cristo”.
Stimolando ognuno il proprio fratello nella carità e nelle opere buone, la comunità si cementa nell’amore di Cristo e vicendevolmente. Si sa: una comunità nella quale regna il grande amore che nasce dalla fede in Cristo Gesù difficilmente potrà essere scalzata dalla verità. La carità è un ottimo alimento della fede e anche una sua protezione potente.
Non facilmente cade dalla fede chi vive di forte e grande carità, che quotidianamente concretizza in opere buone.
Inoltre si dona al mondo intero un segno evidente del nuovo modo di essere noi in Cristo Gesù e questo nuovo modo, che è il frutto della nostra fede, fa sì che molti si possono convertire a Cristo ed abbracciare la fede in Lui.
Anche questa è un’ottima regola pastorale dalla quale iniziare per edificare nell’unità le comunità, sovente divise, separate, lacerate e quindi facile preda del male, della tentazione, del peccato, e sovente anche dello stesso abbandono.
Per questo un buon pastore nella comunità per prima cosa deve creare l’amore vicendevole, degli uni verso gli altri. Questo amore deve trasformarsi in opera, in sostegno, in aiuto, in misericordia, in compassione, in reale intervento per risolvere i casi difficili in cui la comunità potrebbe venire a trovarsi. Partendo dall’amore trasformato e concretizzato in opere buone, tutto alla fine diventa più facile. Tuttavia questo non sempre avviene, non sempre è possibile realizzarlo in poco tempo.
A volte si richiede tutta una vita spesa per il servizio delle anime. Questo a motivo del grande egoismo che regna nei cuori e di quella chiusura ai fratelli, che solo la carità di Cristo riesce a squarciare e abolire in modo definitivo, per sempre.
Puntare sulla carità è sempre attività vincente. Tutti i grandi santi hanno puntato sulla carità. D’altronde anche Cristo fece lo stesso, consumando il suo corpo sul legno della croce. È questa la verità cristiana: l’amore vicendevole e verso tutti. È questo il motivo per cui l’Autore invita a questo aiuto reciproco, ma assai concreto, nella carità e nelle opere buone.
[25]senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda; tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina.
Dagli Atti degli Apostoli e anche dalle Lettere di Paolo sappiamo cosa avveniva nelle riunioni della comunità: si ascoltava l’insegnamento degli Apostoli, si spezzava insieme il pane, si condividevano le sostanze, si pregava insieme.
L’Autore vede nella diserzione delle riunioni un vero impoverimento spirituale della comunità cristiana. Perché?
Prima di tutto manca l’ascolto dell’insegnamento della verità di Cristo, della sua dottrina. Una comunità che non cresce in sapienza, in verità, in fede, in conoscenza della Rivelazione, o semplicemente della Parola del Vangelo, è sicuramente in cammino verso la sua morte spirituale.
La Parola è la vita sia della fede, che della speranza, come anche della carità. Una comunità che non ascolta la Parola vive di sicuro con una fede fioca, una carità spenta, una speranza stanca.
La Parola è il fuoco della fede, della speranza, della carità; è il vento impetuoso che mette ogni cosa in movimento, in crescita, in “agitazione” di compimento.
Disertare le riunioni, così come si vivevano allora, significava anche tagliarsi fuori del cammino della carità.
La comunità viveva di carità, nella carità, dalla carità, ma anche per la carità. L’essere insieme è già un grande atto di carità, un movimento e un cammino di carità. Perché sia così occorre però il pastore che continuamente verifica la carità e nello stesso tempo la stimoli, perché cresca in ogni direzione.
Questo disappunto o appunto fraterno nasce proprio dalla constatazione che era ormai divenuta come un’abitudine la diserzione dalle riunioni. E questo di sicuro non dice nulla di buono, di promettente, di santo, di semplicemente cristiano.
Bisogna che anche in questo settore della vita della comunità ognuno prenda coscienza dell’importanza di riunirsi assieme, come anche che è cosa santa e giusta stimolarsi ed esortarsi a vicenda per una crescita bene ordinata, secondo Dio, in conformità alla Parola di Cristo Gesù.
È verità: nella comunità ognuno è dall’altro. Lo è spiritualmente, ma anche concretamente. Lo è nelle cose del cielo, ma ance in quelle della terra; lo è nella fede, ma anche nella speranza e nella carità.
Tutto è dall’altro e senza l’altro nessuno sarà mai pienamente se stesso.
Come momento, o principio probante della verità oltre che della necessità di sostenersi, stimolarsi, aiutarsi vicendevolmente, l’Autore introduce il tema del giudizio finale, o della imminente ormai venuta del Signore.
Per la Chiesa delle origini tutto si vive all’ombra della verità della venuta del Signore per il giudizio finale.
Nessuno sa mai con esattezza quando questo giorno verrà, ma ognuno è invitato a vivere come se dovesse venire presto. Come se fosse quasi alle porte e stesse lì per lì per irrompere nella storia e trasportarla nella sua definitività dei cieli nuovi e della terra nuova.
Questa verità è ricordata da Gesù nella parabola delle dieci vergini. In questa parabola troviamo l’esatto concetto della frase or ora presa in esame: tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina.
Cosa dice in verità Cristo? Leggiamo:
Mt 25,1-13: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
La chiave di lettura della nostra storia è proprio questa: Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora.
Non importa sapere quando verrà la fine del mondo, quando il Signore metterà mano per fare i cieli nuovi e la terra nuova. Quello che importa e riguarda ogni singolo uomo è l’urgenza, la necessità, l’imperativo di vigilare.
Si vigila perché la fine della storia potrebbe venire per noi da un momento all’altro. Se siamo trovati privi di fede, di carità e di speranza anche per noi la porta verrà chiusa e noi sbattuti fuori.
Da qui anche l’urgenza che si fa impellente necessità di sostenersi, aiutarsi, sorreggersi vicendevolmente, di darsi concretamente una mano nella carità e nelle opere buone. È proprio in ragione della fine della nostra vita che questo deve essere fatto. Non per nulla l’Autore ha iniziato questa seconda parte della Lettera esortandoci “a mantenere senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.
La speranza è l’attesa della vita eterna definitiva che si compirà per noi nel momento della morte, momento che nessuno sa quando verrà, ma di sicuro ognuno sa che per lui verrà presto, molto presto, prestissimo.
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1/15/2012 3:28 PM
 
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DANNI DELL’APOSTASIA
[26]Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, [27]ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.
Qual è il peccato di cui qui si parla? È possibile individuarlo solo se ci lasciamo guidare dal Vangelo secondo Matteo e anche dalla Prima Lettera di Giovanni.
Mt 12,22-32: “In quel tempo gli fu portato un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. E tutta la folla era sbalordita e diceva: Non è forse costui il figlio di Davide? Ma i farisei, udendo questo, presero a dire: Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni.
Ma egli, conosciuto il loro pensiero, disse loro: Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. Ora, se satana scaccia satana, egli è discorde con se stesso; come potrà dunque reggersi il suo regno? E se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri figli in nome di chi li scacciano? Per questo loro stessi saranno i vostri giudici. Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio. Come potrebbe uno penetrare nella casa dell'uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega? Allora soltanto gli potrà saccheggiare la casa.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde. Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.

1Gv cc. 4 e 5: “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è gia nel mondo.
Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore.
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.
In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.
Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l'amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.
Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l'acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio.
Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio.
Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio. Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto.
Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s'intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c'è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato, ma c'è il peccato che non conduce alla morte.
Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Figlioli, guardatevi dai falsi dei!
Da quanto abbiamo attinto in Matteo e in Giovanni, è giusto dire immediatamente che il peccato di cui qui si parla non è il peccato contro la trasgressione dei comandamenti. Questo peccato è perdonabile.
Il peccato è contro la verità conosciuta, anzi è il combattimento, o l’impugnazione della verità conosciuta e questo è il peccato contro lo Spirito Santo.
Ulteriore domanda è questa: qual è la verità conosciuta, annunziata, proclamata, convalidata?
Una sola: Quella che attesta che Gesù Cristo è il solo, l’unico, il sommo, l’eterno sacerdote della Nuova Alleanza alla maniera di Melchisedek.
Chi cade da questa fede, chi volontariamente rinuncia a questa fede, dopo aver ricevuto la conoscenza della verità (cioè della verità di Cristo), per lui non rimane più alcun sacrificio per i peccati.
Non rimane, perché solo Cristo è Colui che espia il nostro peccato, che lo toglie dal mondo, che lo elimina dalle nostre membra.
Solo Lui ha questo potere e solo in Lui, con Lui, per Lui il peccato può essere espiato e tolto, mondato e lavato.
È questo anche il motivo per cui su quanti volontariamente rinnegano Cristo Gesù rimane soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.
L’attesa del giudizio è terribile, perché si compirà per lui secondo la legge dell’Alleanza, che insegna che la vita eterna è Cristo, è in Cristo, è nella fede in Lui, nella Sua Verità, nel Suo Vangelo, perché è Lui la nostra riconciliazione con il Padre, è Lui la sola vittima di espiazione per i nostri peccati.
Chi rinnega volontariamente Cristo Gesù, dopo averlo conosciuto e adorato, su costui incombe il giusto giudizio di Dio che dona a ciascuno secondo le sue opere. Qual è l’opera di costui, o di costoro: il rinnegamento di Cristo come loro salvezza, redenzione, giustificazione, santificazione, verità, vita, via.
Rinnegato Cristo, si rinnega l’espiazione dei peccati. Altra espiazione non esiste e per questo incombe la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli.
Sul fuoco che divora la tradizione profetica è ricca al riguardo. È sufficiente legge il profeta Malachia, la cui voce dichiara Dio testimone del peccato contro lo Spirito Santo, commesso da tutti coloro che erano convinti di una salvezza senza merito: quella che comunemente si chiama “presunzione di salvasi senza merito”, cioè senza e contro l’osservanza dei comandamenti.
Il peccato che conduce alla morte eterna è sempre il peccato contro lo Spirito Santo che si può manifestare in tanti modi:
Ostinazione nei peccati.
Presunzione di salvarsi senza merito.
Disperazione della salvezza (è il peccato di giuda).
Impegnare la verità conosciuta.
Invidia della grazia altrui.
Sono tutti peccati contro la redenzione, la grazia, la salvezza. Sono peccati contro il mistero redentore di Cristo Gesù.
Mal 3: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un'oblazione secondo giustizia. Allora l'offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani.
Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all'operaio, contro gli oppressori della vedova e dell'orfano e contro chi fa torto al forestiero. Costoro non mi temono, dice il Signore degli eserciti. Io sono il Signore, non cambio; voi, figli di Giacobbe, non siete ancora al termine.
Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete osservati. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti. Ma voi dite: Come dobbiamo tornare? Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: Come ti abbiamo frodato? Nelle decime e nelle primizie. Siete già stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta! Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova in questo, dice il Signore degli eserciti se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti. Terrò indietro gli insetti divoratori perché non vi distruggano i frutti della terra e la vite non sia sterile nel campo, dice il Signore degli eserciti. Felici vi diranno tutte le genti, perché sarete una terra di delizie, dice il Signore degli eserciti.
Duri sono i vostri discorsi contro di me dice il Signore e voi andate dicendo: Che abbiamo contro di te? Avete affermato: E` inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall'aver osservato i suoi comandamenti o dall'aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti?
Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti. Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l'orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome. Essi diverranno dice il Signore degli eserciti mia proprietà nel giorno che io preparo.
Avrò compassione di loro come il padre ha compassione del figlio che lo serve. Voi allora vi convertirete e vedrete la differenza fra il giusto e l'empio, fra chi serve Dio e chi non lo serve. Ecco infatti sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno venendo li incendierà dice il Signore degli eserciti in modo da non lasciar loro né radice né germoglio.
Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla. Calpesterete gli empi ridotti in cenere sotto le piante dei vostri piedi nel giorno che io preparo, dice il Signore degli eserciti. Tenete a mente la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull'Oreb, statuti e norme per tutto Israele. Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio.
[28]Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni.
Non tutti i peccati e non tutte le trasgressioni della legge venivano puniti con la morte.
Con la morte erano punite alcune trasgressioni gravi, fatte con volontarietà, e non tanto per inavvertenza, come lo stesso Testo Sacro ci insegna:
Num 15,22- 41: “Se avrete mancato per inavvertenza e non avrete osservato tutti questi comandi che il Signore ha dati a Mosè, quanto il Signore vi ha comandato per mezzo di Mosè, dal giorno in cui il Signore vi ha dato comandi e in seguito, nelle vostre successive generazioni, se il peccato è stato commesso per inavvertenza da parte della comunità, senza che la comunità se ne sia accorta, tutta la comunità offrirà un giovenco come olocausto di soave profumo per il Signore, con la sua oblazione e la sua libazione secondo il rito, e un capro come sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per tutta la comunità degli Israeliti e sarà loro perdonato; infatti si tratta di un peccato commesso per inavvertenza ed essi hanno portato l'offerta, il sacrificio fatto in onore del Signore mediante il fuoco e il loro sacrificio espiatorio davanti al Signore, a causa della loro inavvertenza. Sarà perdonato a tutta la comunità degli Israeliti e allo straniero che soggiorna in mezzo a loro, perché tutto il popolo ha peccato per inavvertenza.
Se è una persona sola che ha peccato per inavvertenza, offra una capra di un anno come sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio davanti al Signore per la persona che avrà mancato commettendo un peccato per inavvertenza; quando avrà fatto l'espiazione per essa, le sarà perdonato. Si tratti di un nativo del paese tra gli Israeliti o di uno straniero che soggiorna in mezzo a voi, avrete un'unica legge per colui che pecca per inavvertenza.
Ma la persona che agisce con deliberazione, nativo del paese o straniero, insulta il Signore; essa sarà eliminata dal suo popolo. Poiché ha disprezzato la parola del Signore e ha violato il suo comando, quella persona dovrà essere eliminata; porterà il peso della sua colpa.
Mentre gli Israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva legna in giorno di sabato. Quelli che l'avevano trovato a raccogliere legna, lo condussero a Mosè, ad Aronne e a tutta la comunità. Lo misero sotto sorveglianza, perché non era stato ancora stabilito che cosa gli si dovesse fare. Il Signore disse a Mosè: Quell'uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dell'accampamento. Tutta la comunità lo condusse fuori dell'accampamento e lo lapidò; quegli morì secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè. Il Signore aggiunse a Mosè: Parla agli Israeliti e ordina loro che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica; non andrete vagando dietro il vostro cuore e i vostri occhi, seguendo i quali vi prostituite. Così vi ricorderete di tutti i miei comandi, li metterete in pratica e sarete santi per il vostro Dio. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatti uscire dal paese di Egitto per essere il vostro Dio. Io sono il Signore vostro Dio.
Dt 1,1-13: “Non immolerai al Signore tuo Dio bue o pecora che abbia qualche difetto o qualche deformità, perché sarebbe abominio per il Signore tuo Dio. Qualora si trovi in mezzo a te, in una delle città che il Signore tuo Dio sta per darti, un uomo o una donna che faccia ciò che è male agli occhi del Signore tuo Dio, trasgredendo la sua alleanza, e che vada e serva altri dei e si prostri davanti a loro, davanti al sole o alla luna o a tutto l'esercito del cielo, contro il mio comando, quando ciò ti sia riferito o tu ne abbia sentito parlare, informatene diligentemente; se la cosa è vera, se il fatto sussiste, se un tale abominio è stato commesso in Israele, farai condurre alle porte della tua città quell'uomo o quella donna che avrà commesso quell'azione cattiva e lapiderai quell'uomo o quella donna, così che muoia.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire; poi la mano di tutto il popolo; così estirperai il male in mezzo a te.
Quando in una causa ti sarà troppo difficile decidere tra assassinio e assassinio, tra diritto e diritto, tra percossa e percossa, in cose su cui si litiga nelle tue città, ti alzerai e salirai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto; andrai dai sacerdoti e dal giudice in carica a quel tempo; li consulterai ed essi ti indicheranno la sentenza da pronunciare; tu agirai in base a quello che essi ti indicheranno nel luogo che il Signore avrà scelto e avrai cura di fare quanto ti avranno insegnato. Agirai in base alla legge che essi ti avranno insegnato e alla sentenza che ti avranno indicato; non devierai da quello che ti avranno esposto, né a destra, né a sinistra. L'uomo che si comporterà con presunzione e non obbedirà al sacerdote che sta là per servire il Signore tuo Dio o al giudice, quell'uomo dovrà morire; così toglierai il male da Israele; tutto il popolo lo verrà a sapere, ne avrà timore e non agirà più con presunzione.
Come già detto e come si è potuto constatare dalla legislazione dell’Antico Patto sulle colpe commesse, erano punite con la morte le trasgressioni fatte con volontarietà, con presunzione, che si rivestivano di una certa gravità.
Anche la gravità era stata definita in qualche modo nel Deuteronomio. Ecco un elenco dei più gravi peccati (Dt 27,1-26):
“Mosè e gli anziani d'Israele diedero quest'ordine al popolo: Osservate tutti i comandi che oggi vi do. Quando avrete passato il Giordano per entrare nel paese che il Signore vostro Dio sta per darvi, erigerai grandi pietre e le intonacherai di calce. Scriverai su di esse tutte le parole di questa legge, quando avrai passato il Giordano per entrare nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti, paese dove scorre latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto.
Quando dunque avrete passato il Giordano, erigerete sul monte Ebal queste pietre, che oggi vi comando, e le intonacherete di calce. Là costruirai anche un altare al Signore tuo Dio, un altare di pietre non toccate da strumento di ferro. Costruirai l'altare del Signore tuo Dio con pietre intatte e sopra vi offrirai olocausti al Signore tuo Dio, offrirai sacrifici di comunione e là mangerai e ti gioirai davanti al Signore tuo Dio. Scriverai su quelle pietre tutte le parole di questa legge con scrittura ben chiara.
Mosè e i sacerdoti leviti dissero a tutto Israele: Fa’ silenzio e ascolta, Israele! Oggi sei divenuto il popolo del Signore tuo Dio. Obbedirai quindi alla voce del Signore tuo Dio e metterai in pratica i suoi comandi e le sue leggi che oggi ti do.
In quello stesso giorno Mosè diede quest'ordine al popolo: Quando avrete passato il Giordano, ecco quelli che staranno sul mont Garizim per benedire il popolo: Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Giuseppe e Beniamino; ecco quelli che staranno sul monte Ebal, per pronunciare la maledizione: Ruben, Gad, Aser, Zàbulon, Dan e Nèftali. I leviti prenderanno la parola e diranno ad alta voce a tutti gli Israeliti:
Maledetto l'uomo che fa un'immagine scolpita o di metallo fuso, abominio per il Signore, lavoro di mano d'artefice, e la pone in luogo occulto! Tutto il popolo risponderà e dirà: Amen.
Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell'orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi si unisce con la moglie del padre, perché solleva il lembo del mantello del padre! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi si unisce con qualsiasi bestia! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi si unisce con la propria sorella, figlia di suo padre o figlia di sua madre! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi si unisce con la suocera! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi uccide il suo prossimo in segreto! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente! Tutto il popolo dirà: Amen.
Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterla in pratica! Tutto il popolo dirà: Amen.
È un dato storico: la morte sigillava certe trasgressioni gravi, volontarie. Altre erano gravate dalla maledizione.
L’Autore parla a gente che crede nella Legge Antica e che vive all’ombra di essa; che sa cosa è l’ira di Dio che incombe sui trasgressori della Legge.
Questa osservazione ci serve per comprendere quanto viene ora detto nel v. 29:
[29]Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell'alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?
Il paragone è semplice: chi trasgrediva la Legge Antica era severamente punito con la morte. Questo è il dato storico.
Prima i Destinatari della Lettera si trovavano dinanzi alla Legge. Ora invece sono posti dinanzi al Figlio di Dio, al sangue dell’alleanza con il quale sono stati santificati e allo Spirito della grazia.
La Legge, espressione e manifestazione della Volontà di Dio, veniva solamente trasgredita ed era vendicata con la morte del trasgressore.
Ora invece:
Il Figlio di Dio è calpestato
Il sangue dell’alleanza dal quale è stato santificato è profanato
Lo Spirito della grazia è disprezzato
Qui non si tratta più di un rapporto con la Volontà di Dio, manifestata nella Legge, si tratta invece di un rapporto con Dio stesso, nella Persona del Figlio e dello Spirito della Grazia; si tratta inoltre della stessa opera redentrice del Figlio che consiste nel sangue da Lui versato per la nostra redenzione eterna.
Non si tratta si fragilità, di inavvertenza, di debolezza della natura.
Si tratta di ostinazione, di ribellione, di insubordinazione, di non fede, di caduta dalla fede, di abbandono della fede, cose tutte che calpestano il Figlio di Dio, profanano il Sangue dell’alleanza, disprezzano lo Spirito della grazia.
Si tratta di vero e proprio peccato contro lo Spirito Santo, perché è il peccato di coloro che impugnano e combattono la verità conosciuta, perché promulgata e convalidata da Dio Padre, lo stesso Dio che ha promulgato e donato la Legge.
È questo il peccato di chi rinnega la verità della salvezza per ritornare nel Vecchio Patto, incapace, inefficace quanto al perdono dei peccati.
Questo peccato così grave non merita forse un pena più severa, più grande? Qual è questa pena? Essa è certamente la morte eterna, la dannazione per sempre.
È dannazione eterna perché si rinnega, si rifiuta, ci si allontana volontariamente dalla sorgente della vita eterna che è Cristo e lo Spirito della grazia.
Queste Persone sono calpestate e disprezzate; mentre il sangue della vita è profanato, dichiarato cioè non santo, non idoneo al perdono e alla remissione dei peccati.
Lo Spirito è detto della grazia perché è Lui che porta la grazia di Cristo nei cuori, trasformandoli ed elevandoli nella loro nuova dignità.
Gesù è calpestato perché è annullato nel suo unico, sommo, eterno sacerdozio a favore dell’umanità intera. È calpestato perché messo sotto i piedi e ridotto a nulla. È come se lo si dichiarasse inesistente. Lui che è il tutto viene fatto il niente assoluto. Con Lui calpestato, vengono calpestati tutti i doni di grazia che discendono da Lui, che sono il frutto della sua passione, morte e risurrezione. Veramente si è senza più salvezza.
Lo Spirito Santo è disprezzato invece perché Lui che è il nostro santificatore, che deve rigenerarci a vita nuova, che deve darci la figliolanza divina, che deve renderci partecipi della natura divina, viene messo da parte, ignorato, per ritornare all’Antica Legge da osservare dalla quale non nasce alcuna santificazione, né è data ad alcuno la remissione dei peccati.
È disprezzo perché Lui che è tutto per noi in ordine alla santificazione, viene dichiarato inutile, vano, una cosa da niente, di cui ci si può facilmente alienare.
Ora, se la trasgressione della Legge era punita con la morte sulla base o sul fondamento di due testimoni – e la Legge serviva solamente a mantenere l’uomo nell’Alleanza – quanto non dovrà essere più grande il castigo per coloro che abbandonano questa via nuova e vivente che Dio ha stabilito per la santificazione del mondo intero?
Chi, dopo essere stato rigenerato in Cristo, abbandona volontariamente questa via, la disprezza, la calpesta, la dichiara inutile e vana, pecca contro lo Spirito Santo e il suo peccato non è più perdonabile, né in questa vita, né in quella futura. Inoltre chi abbandona questa via, cade anche dalla fede nel Dio di Abramo, nel Dio dei Padri, perché è il Dio dei Padri, il Dio di Abramo che ha stabilito questa via nuova per la redenzione, giustificazione, santificazione del mondo intero.
[30]Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo.
Viene fatto chiaro ed esplicito riferimento al Cantico di Mosè in Deuteronomio 32. È il cantico dell’amore di Dio verso Israele, ma anche dell’intervento di Dio per riportare il popolo nella verità e nella giustizia vera.
Questo v. 30 è quanto manca oggi al popolo di Dio, che pensa di poter fare ciò che vuole, essere nella verità o nella menzogna, senza alcuna conseguenza per la sua vita, sia presente che futura.
La lettura del Cantico di Mosè invece deve insegnarci proprio questo: a credere che non invano il Signore parla e non invano ammonisce il suo popolo.
Il c. 32 del Deuteronomio finisce proprio con Dio che mantiene la parola pronunziata su Mosè e sull’esclusione di lui dall’entrare nella terra promessa.
Dt 32,1-52: “Ascoltate, o cieli: io voglio parlare: oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina, scenda come rugiada il mio dire; come scroscio sull'erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano. Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio!
Egli è la Roccia; perfetta è l'opera sua; tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace e senza malizia; Egli è giusto e retto. Peccarono contro di lui i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa. Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo farà sapere, i tuoi vecchi e te lo diranno.
Quando l'Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell'uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli Israeliti. Perché porzione del Signore è il suo popolo, Giacobbe è sua eredità. Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali, Il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun dio straniero.
Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia; crema di mucca e latte di pecora insieme con grasso di agnelli, arieti di Basan e capri, fior di farina di frumento e sangue di uva, che bevevi spumeggiante.
Giacobbe ha mangiato e si è saziato, sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. Lo hanno fatto ingelosire con dei stranieri e provocato con abomini all'ira. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto.
La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha procreato! Ma il Signore ha visto e ha disdegnato con ira i suoi figli e le sue figlie. Ha detto: Io nasconderò loro il mio volto: vedrò quale sarà la loro fine. Sono una generazione perfida, sono figli infedeli.
Mi resero geloso con ciò che non è Dio, mi irritarono con i loro idoli vani; io li renderò gelosi con uno che non è popolo, li irriterò con una nazione stolta. Un fuoco si è acceso nella mia collera e brucerà fino nella profondità degl'inferi; divorerà la terra e il suo prodotto e incendierà le radici dei monti. Accumulerò sopra di loro i malanni; le mie frecce esaurirò contro di loro. Saranno estenuati dalla fame, divorati dalla febbre e da peste dolorosa. Il dente delle belve manderò contro di essi, con il veleno dei rettili che strisciano nella polvere.
Di fuori la spada li priverà dei figli, dentro le case li ucciderà lo spavento. Periranno insieme il giovane e la vergine, il lattante e l'uomo canuto. Io ho detto: Li voglio disperdere, cancellarne tra gli uomini il ricordo! se non temessi l'arroganza del nemico, l'abbaglio dei loro avversari; non dicano: La nostra mano ha vinto, non è il Signore che ha operato tutto questo! Sono un popolo insensato e in essi non c'è intelligenza: se fossero saggi, capirebbero, rifletterebbero sulla loro fine: Come può un uomo solo inseguirne mille o due soli metterne in fuga diecimila? Non è forse perché la loro Roccia li ha venduti, il Signore li ha consegnati?
Perché la loro roccia non è come la nostra e i nostri nemici ne sono testimoni. La loro vite è dal ceppo di Sòdoma, dalle piantagioni di Gomorra. La loro uva è velenosa, ha grappoli amari. Tossico di serpenti è il loro vino, micidiale veleno di vipere. Non è questo nascosto presso di me, sigillato nei miei forzieri?
Mia sarà la vendetta e il castigo, quando vacillerà il loro piede! Sì, vicino è il giorno della loro rovina e il loro destino si affretta a venire. Perché il Signore farà giustizia al suo popolo e dei suoi servi avrà compassione; quando vedrà che ogni forza è svanita e non è rimasto né schiavo, né libero.
Allora dirà: Dove sono i loro dei, la roccia in cui cercavano rifugio; quelli che mangiavano il grasso dei loro sacrifici, che bevevano il vino delle loro libazioni? Sorgano ora e vi soccorrano, siano il riparo per voi! Ora vedete che io, io lo sono e nessun altro è dio accanto a me. Sono io che dò la morte e faccio vivere; io percuoto e io guarisco e nessuno può liberare dalla mia mano. Alzo la mano verso il cielo e dico: Per la mia vita, per sempre: quando avrò affilato la folgore della mia spada e la mia mano inizierà il giudizio, farò vendetta dei miei avversari, ripagherò i miei nemici.
Inebrierò di sangue le mie frecce, si pascerà di carne la mia spada, del sangue dei cadaveri e dei prigionieri, delle teste dei condottieri nemici! Esultate, o nazioni, per il suo popolo, perché Egli vendicherà il sangue dei suoi servi; volgerà la vendetta contro i suoi avversari e purificherà la sua terra e il suo popolo.
Mosè venne con Giosuè, figlio di Nun, e pronunziò agli orecchi del popolo tutte le parole di questo canto. Quando Mosè ebbe finito di pronunziare tutte queste parole davanti a tutto Israele, disse loro: Ponete nella vostra mente tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi. Le prescriverete ai vostri figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge. Essa infatti non è una parola senza valore per voi; anzi è la vostra vita; per questa parola passerete lunghi giorni sulla terra di cui state per prendere possesso, passando il Giordano.
In quello stesso giorno il Signore disse a Mosè: Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canaan, che io dò in possesso agli Israeliti. Tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai riunito ai tuoi antenati, come Aronne tuo fratello è morto sul monte Or ed è stato riunito ai suoi antenati, perché siete stati infedeli verso di me in mezzo agli Israeliti alle acque di Mèriba di Kades nel deserto di Sin, perché non avete manifestato la mia santità. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai!”.
Dio non parla invano. Non dice una parola che Egli non compie. Egli dice e fa; promette e mantiene.
La Sua Parola ora è Cristo Gesù, è Lui ora la via della vita. È via della vita nella Parola e nelle opere da Lui compiute. Nella Sua Persona e nella sua missione.
Chi volontariamente disprezza Cristo, non disprezza Cristo, ma Dio che ha dato Cristo. Così come avveniva nell’Antico Patto: chi disprezzava la Parola, non disprezzava la Parola, ma disprezzava il Dio che aveva dato la Parola.
La Parola di Dio è immutabile nei secoli. Essa si compie sempre per noi. Questa è la verità che l’Autore vuole inculcare ai suoi Destinatari.
Cristo è il dono di salvezza, l’unico ed eterno dono di Dio all’umanità, chi disprezza Cristo, disprezza Dio che ha dato il Dono. Non ha il dono e ha disprezzato Dio.
È questo il motivo per cui l’Autore può affermare:
[31]E` terribile cadere nelle mani del Dio vivente!
Quando si cade nelle mani del Dio vivente? Quando si disprezza il Signore, perché si disprezza la sua Parola.
Perché è terribile cadere nelle mani del Dio vivente? Perché ogni Sua Parola si compie per noi. Si compie la Parola di vita, ma anche la Parola di morte eterna.
Poiché chi disprezza Cristo, dopo averlo conosciuto, pecca contro lo Spirito Santo, questo peccato è non più perdonabile, né in questa vita, né nell’altra.
È questo il peccato della dannazione eterna mentre ancora si è in vita. Si vive ma da dannati. Si vive sulla terra, ma è come se fossimo già nell’inferno.
Ripeto: questa verità manca oggi al popolo di Dio. Il popolo di Dio non crede nella Parola di Dio, non ha la Parola di Dio a fondamento della sua vita spirituale, ma anche sociale, politica, amministrativa, economica, scientifica.
Non avendo la Parola di Dio, ha pensieri e teorie umani che non danno salvezza, perché è già peccato contro lo Spirito Santo la sostituzione volontaria della Parola di Dio con i pensieri dell’uomo. È questo peccato la rovina dell’umanità. Nessuno però lo vuole ammettere, nessuno si vuole convincere, nessuno vuole ritornare nella purezza della Parola.
In questo peccato contro lo Spirito Santo può cadere anche la teologia, quando anch’essa sostituisce la Parola di Dio con i molteplici pensieri “sapienti o insipienti” dell’uomo.
Finché ci sarà una Chiesa senza Parola, ci sarà anche un mondo senza vita. Questa la verità.
Dio lo ha detto: la vita è nella Parola, fuori della sua Parola non c’è vita. Questa la verità.
La vita è nella Parola di Cristo, senza la Parola di Cristo, non c’è vita, ma morte. Questa la verità.
La vita è Cristo, è in Cristo, con Cristo, per Cristo. Senza accoglienza di Cristo non c’è vita. Questa la verità.
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1/16/2012 10:57 PM
 
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MOTIVI DI SPERANZA
[32]Richiamate alla memoria quei primi giorni nei quali, dopo essere stati illuminati, avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta, [33]ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo.
La fede può anche avere un momento di crisi. Ma la crisi deve durare un momento, il tempo per la fede di rafforzarsi e poi è più che urgente riprendere il cammino, continuare sino alla fine dei nostri giorni, crescendo di fede in fede.
Come si superano questi momenti di crisi?
Certamente trovando la ragione profonda che ha permesso che la fede fosse trapiantata nel nostro cuore.
L’Apostolo Giovanni nella Prima Lettera ci dona il momento della fondazione della fede in Lui. Pietro, anche Lui ci offre il suo momento fondante.
1Gv 1,1-4: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita - poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta”.
2Pt 1,1-21: “Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo: grazia e pace sia concessa a voi in abbondanza nella conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro. La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza. Con queste ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza.
Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo.
Chi invece non ha queste cose è cieco e miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. Quindi, fratelli, cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai.
Così infatti vi sarà ampiamente aperto l'ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. Perciò penso di rammentarvi sempre queste cose, benché le sappiate e stiate saldi nella verità che possedete.
Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo. E procurerò che anche dopo la mia partenza voi abbiate a ricordarvi di queste cose.
Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio.
Chi ha forte il momento che fonda la sua fede, chi cresce in esso, chi si irrobustisce mai potrà vacillare. Trovare in esso un potente aiuto che lo libererà dalla menzogna e dall’errore.
Qual è il momento fondante la fede dei destinatari di questa Lettera? L’Autore li invita a ripensare a questo momento, perché sarà in esso che troveranno la forza di riprendere il cammino santo nella verità di Cristo Gesù.
È quanto l’Autore cerca di fare nei versetti che seguono:
Richiamate alla memoria quei primi giorni nei quali, dopo essere stati illuminati: A loro è stata predicata la Parola di Gesù. Si sono lasciati attrarre da Essa. Ad Essa si sono convertiti. Sono stati rigenerati da acqua e dal Spirito Santo. Sono stati illuminati, sono divenuti cioè luce in Cristo luce del mondo. Il battessimo è visto come il sacramento dell’illuminazione: la Parola di Dio è luce. Loro partecipano della Parola di Dio, della luce della Parola. Dio è Luce eterna, loro sono divenuti partecipi della natura divina, della luce eterna che è Dio. L’illuminazione è per trasformazione della natura. Da natura di tenebre a natura di luce, di verità, di santità, di amore, di speranza. L’illuminazione è divinizzazione, vera, del cristiano.
Avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta: Subito dopo aver ricevuto il battesimo, o non appena si sono lasciati illuminare da Dio, si è scatenata contro di loro una lotta grande e penosa. È una delle tante persecuzioni che a quei tempi si abbattevano contro i cristiani. Questa di cui parla l’Autore non fu una semplice controversia, oppure qualche imprigionamento, ma una vera e propria persecuzione che spesso si concludeva con la stessa diaspora dei cristiani, quelli che non finivano al patibolo alle carceri in perpetuo.
Ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni: L’Autore ora ci dice che in questa persecuzione alcuni venivano esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni. Era questo un modo di coercizione perché abbandonassero la fede in Cristo Gesù.
Ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo: Chi non veniva esposto pubblicamente a questi insulti e tribolazione, si faceva solidale, diveniva una cosa sola e quindi dava forza a coloro che subivano tali pene.
Domanda: Chi dava loro la forza di subire e di farsi solidali? Chi dava loro la forza di sorreggersi reciprocamente, di aiutarsi nel resistere dal cadere dalla fede?
Di sicuro la forte fede che essi nutrivano in Cristo Gesù? Perché allora la fede era forte e ora è debole?
Forse perché prima era vera e ora non lo è più. La fede o è sempre vera, o è sempre falsa. Non può essere una cosa vera un tempo, falsa un altro tempo.
San Pietro lo ha individuato nel passo or ora citato. La fede si conserva nella sua forza irresistibile se cresce in noi. Se non cresce, decresce e deperisce; se non cresce, muore.
Richiamando alla mente la fede di un tempo, degli inizi essi avranno la possibilità di riprendere il cammino nella verità di Cristo Gesù.
Dovranno fare questo, ricordando però i motivi della verità della loro fede e per questo occorre che in loro vi sia tanta onestà di confessarli pubblicamente, sostenendosi così a vicenda, in questo momento di forte e grave tribolazione.
Le scelte della vita di fede possono e debbono divenire motivi di nuova fondazione della fede.
È questa una buona, santa, sempre applicabile regola pastorale. Il motivo della fede non passa con il passar degli anni. Esso rimane e come ci ha dimostrato, o indicato sia Pietro che Giovanni, può essere sempre ripreso e applicato al caso presente, in modo che nella fede ci si radichi sempre con più grande profondità, in modo che nessuna bufera di tentazione possa sradicarci dalla verità nella quale è ora fondata tutta la nostra esistenza.
Questo deve anche muoverci perché la nostra fede non sia solamente un dire la verità, ma una fondazione della verità, una motivazione di essa. Questo però non sempre avviene ed è questa oggi la labilità della fede di molti. La loro è una fede senza fondamento, una fede non fondata, non radicata, non piantata nel mistero. È una fede esposta ad ogni alito di tentazione.
Oggi possiamo dire che c’è una fede senza “teologia”, cioè “senza fondamento di dottrina”. Questa è la labilità della fede di molti. È una fede fondata sul sentimento: aleatoria, passeggera, momentanea, istintiva, estemporanea, entusiastica, che dura il momento che dura. Poi tutto finisce e tutto sparisce con la stessa rapidità dell’entusiasmo che l’ha fatta nascere.
[34]Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi.
Ancora un vero fondamento della loro fede: c’è un’azione che è il frutto di una verità di fede.
Distinguendo l’albero che ha prodotto il frutto, noi troviamo qual è questo ulteriore fondamento della verità della loro fede, di quella stessa fede che ora è in crisi.
Leggiamo con attenzione:
Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati: È questo il primo frutto. Non si tratta di carcerati per reati comuni, di trasgressione della legge degli uomini, o di Dio. Trattasi invece di quanti sono stati messi in prigione per il nome di Gesù. Sono privi della libertà e sono nella sofferenza per la fede in Cristo. Prendendo parte alla sofferenza di questi uomini e donne, loro cosa hanno fatto se non condividere la loro fede? Si condivide la sofferenza, ma a motivo della stessa fede. La fede è una sola: Cristo Gesù unico e sommo sacerdote eterno della Nuova Alleanza. È la verità di ieri, che era condivisione della retta fede in Cristo, che bisogna mettere nel cuore, nella mente. È con essa che dobbiamo riprendere il cammino della vita. Quella era fede capace di tutto, capace anche di morire per Cristo. Questa è la forza della vera fede.
E avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze: Questo è il secondo frutto. Si lasciavano volontariamente tutte le sostanze terrene, pur di conservare la fede, la verità, Cristo Gesù. Si diveniva poveri in questo mondo per essere ricchi di Cristo, del suo amore, della sua verità, della sua speranza. Si abbandonava la ricchezza della terra per possedere pienamente la promessa di Cristo Signore. Chi dava allora questa forza se non la certezza che quanto si credeva era anche vero, era la verità assoluta, eterna, nella quale era la vita e ogni vita?
Sapendo di possedere beni migliori e più duraturi: Questo invece è l’albero che ha prodotto di così nobili e alti frutti. L’albero non è la promessa di possedere nel cielo beni migliori e più duraturi. L’albero è Cristo che promette questi beni migliori e più duraturi. L’albero è la sua Parola, la Parola di Cristo Gesù. La fede è data alla Parola, donandola alla Parola, si dona a Colui che la Parola proferisce, dice, annunzia, testimonia, attesta. Donando la fede alla Parola la si dona ad ogni contenuto della Parola, non ad alcuni sì mentre ad altri no. La Parola è una e inseparabile, come una e inseparabile è la Persona che dice la Parola. Non si può fondare una fede su una Parola che è inseparabile dalla Persona. È la Persona che garantisce la Parola e la Parola è sempre della Persona. Questo significa che nessun fondamento di fede può essere addotto se non in Cristo Gesù. Nessun altro uomo può essere principio e fondamento della fede dell’altro. Ogni altro uomo deve fondare la sua parola sulla Parola di Cristo e unire la Parola di Cristo alla Persona di Cristo.
È questa la legge perenne della fede: la Parola, Cristo Autore della Parola. Ogni altro fondamento è umano, quindi fallace, inutile, dannoso.
Domanda: Se loro hanno fondato la fede sulla Parola di Cristo e su Cristo Autore della Parola, quali sono i motivi della loro odierna crisi? Sono motivi intrinseci alla Parola, o estrinseci ad Essa. Sono motivi che nascono dal cuore, o che vengono dal di fuori della stessa persona credente? Sono motivi remoti, o recenti? Sono personali, o collettivi? Sono di uno, o di tutti insieme? Sono gli stessi motivi, o sono diversi e variegati?
Ognuno è obbligato a trovare il motivo della crisi della sua fede e dargli rapida e immediata soluzione.
Cosa suggerisce l’Autore a proposito?
[35]Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa.
Per capire cosa è la franchezza è giusto che ci si lasci aiutare dagli Atti degli Apostoli e da qualche Lettera di San Paolo.
“Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù” (At 4,13).
“Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola” (At 4,29).
“Quand'ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”. (At 4,31).
“Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani” (At 13,46).
“Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso che niente di questo gli sia sconosciuto, poiché non sono fatti accaduti in segreto” (At 26, 26).
“Annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,31).
“Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza” (2Cor 3,12).
“… Perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere” (Ef 6, 20).
Come si può constatare, la franchezza è il coraggio, la libertà, la forza che è nel cuore del discepolo e che lo spinge ad annunziare il Vangelo in tutta la sua bellezza di verità, di santità, di salvezza, di conversione, di vita eterna.
La franchezza è l’assoluta mancanza nel cuore del timore degli uomini. È quella determinazione a testimoniare Cristo anche a costo della vita, pagando di persona con la propria morte, anche di croce.
La franchezza ci fa vedere solo Dio e nessun altro; solo la volontà di Dio che ci chiama a dire il suo vangelo dinanzi ad ogni uomo.
La grande ricompensa riservata alla franchezza è questa: il dono del paradiso, dopo aver subito ogni genere di prove, comprese le persecuzioni e la stessa morte per causa del Vangelo.
La grande ricompensa è la risurrezione gloriosa in Cristo e la gioia senza fine nel regno di Dio.
Per non abbandonare la franchezza è necessario che sia forte in noi la fede. Se la fede è debole, anche la franchezza sarà debole.
Per questo motivo l’Autore si è impegnato e si impegnerà in questa Lettera a dimostrare con ogni argomentazione la verità della loro fede in Cristo Gesù unico ed eterno, sommo sacerdote della Nuova Alleanza alla maniera di Melchisedek.
La loro franchezza dovrà essere tutta finalizzata ad annunziare questa fede e solo questa. Altre fedi non esistono. Sarebbero fuori di Cristo Gesù e della sua missione sacerdotale e per questo sarebbero semplicemente false.
[36]Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa.
Alla franchezza l’Autore aggiunge ora un’altra virtù: la costanza.
Anche di questa virtù ci sono tracce nel Nuovo Testamento solo nell’Apocalisse, che è il libro dell’invito alla costanza, alla perseveranza.
“Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù”. (Ap 1,9).
“Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono e li hai trovati bugiardi” (Ap 2,2).
“Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti” (Ap 2,3).
“Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime” (Ap 2,19).
“Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra” (Ap 3,10).
“Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi” (Ap 13,10).
“Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù. (Ap 14,12).
Mentre la franchezza è la determinazione coraggiosa e forte di dire la fede, la costanza è volontà di dire sempre la fede, sempre e dinanzi ad ogni uomo, in ogni circostanza, lieta o triste, di sofferenza o di gioia, di compagnia o di solitudine, di notte e di giorno, in ogni tempo e in ogni stagione.
La costanza dice perseveranza nel tempo, carenza di stanchezza, persistenza nella testimonianza.
Gesù lega la beatitudine eterna nel cielo alla costanza, o perseveranza: “Beati coloro che persevereranno sino alla fine. Di essi è il regno dei cieli”.
Anche in questo versetto la costanza nella franchezza, o perseveranza sino alla fine è legata alla promessa, che è una sola: il regno eterno del Cielo: “Perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa”.
La costanza si vive con quotidiano sacrificio, abnegazione, rinunzia, mortificazione, solitudine, persecuzione.
Finché la morte non avrà messo il sigillo eterno sulla nostra fede, bisogna sempre perseverare e per fare questo bisogna essere costanti.
Solo alla fine si raccoglie il frutto sperato che è la ricompensa eterna promessa a tutti coloro che con franchezza hanno vissuto e testimoniato il Vangelo al mondo intero.
La costanza è sempre tentata, sempre in pericolo di perdersi. Si inizia, ma non si persevera; si comincia ma non si finisce; si intraprende il cammino, ma non si porta a termine.
La mancanza di costanza è il più grande male che affligge la fede. Così la costanza diviene sinonimo di fedeltà: fedeltà alla Parola da vivere e fedeltà alla Parola da annunziare.
[37]Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà.
Bisogna perseverare nella costanza, nella franchezza, nella fedeltà, perché il Signore è sempre alle porte. Può venire da un momento all’altro.
Il brano citato dall’Autore è tratto da Isaia. Viene qui riportato in tutto il contesto del capitolo 26 del profeta.
“In quel giorno si canterà questo canto nel paese di Giuda: Abbiamo una città forte; egli ha eretto a nostra salvezza mura e baluardo. Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà. Il suo animo è saldo; tu gli assicurerai la pace, pace perché in te ha fiducia.
Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna; perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l'ha rovesciata, rovesciata fino a terra, l'ha rasa al suolo. I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri.
Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano. Sì, nella via dei tuoi giudizi, Signore, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. La mia anima anela a te di notte, al mattino il mio spirito ti cerca, perché quando pronunzi i tuoi giudizi sulla terra, giustizia imparano gli abitanti del mondo. Si usi pure clemenza all'empio, non imparerà la giustizia; sulla terra egli distorce le cose diritte e non guarda alla maestà del Signore.
Signore, sta alzata la tua mano, ma essi non la vedono. Vedano, arrossendo, il tuo amore geloso per il popolo; anzi, il fuoco preparato per i tuoi nemici li divori. Signore, ci concederai la pace, poiché tu dài successo a tutte le nostre imprese. Signore nostro Dio, altri padroni, diversi da te, ci hanno dominato, ma noi te soltanto, il tuo nome invocheremo.
I morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno; poiché tu li hai puniti e distrutti, hai fatto svanire ogni loro ricordo. Hai fatto crescere la nazione, Signore, hai fatto crescere la nazione, ti sei glorificato, hai dilatato tutti i confini del paese.
Signore, nella tribolazione ti abbiamo cercato; a te abbiamo gridato nella prova, che è la tua correzione. Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e grida nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento; non abbiamo portato salvezza al paese e non sono nati abitanti nel mondo.
Ma di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre. Va’, popolo mio, entra nelle tue stanze e chiudi la porta dietro di te. Nasconditi per un momento finché non sia passato lo sdegno. Perché ecco, il Signore esce dalla sua dimora per punire le offese fatte a lui dagli abitanti della terra; la terra ributterà fuori il sangue assorbito e più non coprirà i suoi cadaveri”.
C’è in questo passo di Isaia una sola certezza: il Signore è il Signore della storia del mondo. Tutto è soggetto al suo volere. Il suo intervento risolutore sta per compiersi, per avvenire. Per questo è giusto, più che giusto, armarsi di franchezza, di costanza, di fedeltà.
Il Signore deve trovare ciascuno al suo posto di annunzio, di testimonianza, di proclamazione della fede. Deve trovare ciascuno vigilante nella consegna ricevuta e la consegna è una sola: perseverare nella fede, vivendola, dicendola, proclamandola, testimoniandola.
Se il Signore verrà e non ci troverà al nostro posto nella fede, per noi sarà finita per sempre. Non potremo raggiungerlo nella sua dimora di luce e di gaudio eterno.
Il Signore viene e porta con Sé la giusta ricompensa per ognuno. Per questo bisogna attenderlo con una fede ricca, operosa, testimoniante.
[38]Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace in lui.
La tentazione contro la fede è fatto usuale in Israele. Molti cadevano dalla fede a causa del male che imperversa nel mondo.
Ecco come risponde il Signore ad Abacuc, che si rivolge a Dio chiedendogli perché rimanga spettatore dinanzi ad un male che divora anche i suoi fedeli.
La risposta di Dio merita tutta la nostra attenzione. Leggiamo prima il passo di Abacuc (c. 2,1-20):
“Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti.
Il Signore rispose e mi disse: Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perchè la si legga speditamente. E` una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perchè certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.
La ricchezza rende malvagi; il superbo non sussisterà; spalanca come gli inferi le sue fauci e, come la morte, non si sazia, attira a sé tutti i popoli, raduna per sé tutte le genti. Forse che tutti non lo canzoneranno, non faranno motteggi per lui? Diranno: Guai a chi accumula ciò che non è suo, e fino a quando? e si carica di pegni!
Forse che non sorgeranno a un tratto i tuoi creditori, non si sveglieranno i tuoi esattori e tu diverrai loro preda? Poiché tu hai spogliato molte genti, gli altri popoli spoglieranno te, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e ai suoi abitanti. Guai a chi è avido di lucro, sventura per la sua casa, per mettere il nido in luogo alto, e sfuggire alla stretta della sventura. Hai decretato il disonore alla tua casa; hai soppresso popoli numerosi, hai fatto del male contro te stesso.
La pietra infatti griderà dalla parete e dal tavolato risponderà la trave. Guai a chi costruisce una città sul sangue e fonda un castello sull'iniquità. Non è forse volere del Signore degli eserciti che i popoli fatichino per il fuoco e le nazioni si stanchino per un nulla? Poiché, come le acque colmano il mare, così la terra dovrà riempirsi di conoscenza della gloria del Signore.
Guai a chi fa bere i suoi vicini versando veleno per ubriacarli e scoprire le loro nudità. Ti sei saziato di vergogna, non di gloria. Bevi, e ti colga il capogiro. Si riverserà su di te il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il tuo onore, poiché lo scempio fatto al Libano ricadrà su di te e il massacro degli animali ti colmerà di spavento, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e a tutti i suoi abitanti.
A che giova un idolo perché l'artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa o un oracolo falso, perché l'artista confidi in essi, scolpendo idoli muti? Guai a chi dice al legno: Svegliati, e alla pietra muta: Alzati. Ecco, è ricoperta d'oro e d'argento ma dentro non c'è soffio vitale. Il Signore risiede nel suo santo tempio. Taccia, davanti a lui, tutta la terra!
Abacuc è il profeta che in modo assai drammatico avverte la strapotenza del male che sconvolge l’uomo di fede. Vede anche che l’uomo di fede si lascia tentare dal male, abbandona la fede, si consegna al male.
Ecco come nel c.1 drammatizza questa tentazione:
“Oracolo che ebbe in visione il profeta Abacuc. Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: Violenza! e non soccorri?
Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L'empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto.
Guardate fra i popoli e osservate, inorridite e ammutolite: c'è chi compirà ai vostri giorni una cosa che a raccontarla non sarebbe creduta. Ecco, io faccio sorgere i Caldei, popolo feroce e impetuoso, che percorre ampie regioni per occupare sedi non sue. Egli è feroce e terribile, da lui esce il suo diritto e la sua grandezza. Più veloci dei leopardi sono i suoi cavalli, più agili dei lupi della sera. Balzano i suoi destrieri, venuti da lontano, volano come aquila che piomba per divorare. Tutti avanzano per la rapina. La loro faccia è infuocata come il vento d'oriente, ammassano i prigionieri come la sabbia.
Egli dei re si fa beffe, e dei capi si ride; si fa gioco di ogni fortezza, assale una città e la conquista. Poi muta corso il vento: passa e paga il fio. Questa la potenza del mio Dio!
Non sei tu fin da principio, Signore, il mio Dio, il mio Santo? Noi non moriremo, Signore. Tu lo hai scelto per far giustizia, l'hai reso forte, o Roccia, per castigare. Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l'iniquità, perchè, vedendo i malvagi, taci mentre l'empio ingoia il giusto? Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone. Egli li prende tutti all'amo, li tira su con il giacchio, li raccoglie nella rete, e contento ne gode. Perciò offre sacrifici alla sua rete e brucia incenso al suo giacchio, perché fanno grassa la sua parte e succulente le sue vivande. Continuerà dunque a vuotare il giacchio e a massacrare le genti senza pietà?”.
La risposta di Dio è una sola: c’è un tempo per la fede e c’è un tempo per il giudizio. Il tempo della fede è dell’uomo e tutto il tempo dell’uomo è il tempo della fede. Il tempo del giudizio è quello di Dio e non ogni tempo è tempo del giudizio di Dio.
Non perché non sia il tempo del giudizio, l’uomo è autorizzato a pensare che non vi sia giudizio. Così anche: poiché il tempo del giudizio non viene, diviene tempo di abbandonare la fede.
La fede è la via della vita. È via della vita se si rimane ancorati ad essa. Se ci si separa dalla fede, miseramente si precipita nella morte, perché dal tempo della fede si passa nel tempo del giudizio di Dio che può venire da un attimo all’altro.
Comprendiamo allora perché l’Autore si esprime così: “Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace in lui”.
La fede è ascolto di Dio; è cammino seguendo la sua Parola; è andare dietro la Sua voce. La fede è seguire Dio. È essere sempre con Lui.
Dio è la vita. Camminare con Lui, seguire Lui, ascoltare Lui è abitare nella vita, perseguire la vita, avanzare verso la vita, camminare di vita in vita.
Ha vera fede in Dio chi ha vera fede nella sua Parola, nella Sua voce, nel Suo invito, nel Suo comandamento.
Chi si discosta dalla Parola di Dio, si discosta da Dio; chi indietreggia dalla Parola di Dio, indietreggia da Dio; chi ignora la Parola di Dio ignora Dio.
Chi abbandona Dio, perché abbandona la sua Parola non è più nella vita di Dio. È fuori di essa, ma è anche senza di essa, contro di essa.
Per questo motivo il Signore non si compiace di lui. Non può compiacersi, perché Dio si compiace solo di chi ascolta la Sua Parola e dimora in essa.
Dio si compiace in Colui che si compiace nella Sua Parola. Questa è l’unica e la sola relazione di vita possibile tra Dio e l’uomo.
La fede non è in Dio. La fede è nella Parola di Dio. Essendo nella Parola di Dio è fede in Dio che parla la Sua Parola per la nostra vita eterna.
Dio è Parola di Dio sono una cosa sola. Fede in Dio e fede nella Parola di Dio devono essere sempre una cosa sola.
Questa è la via della vita. Questa è la via del Cielo. Questa è la via dell’eternità beata. Questa è la via della gloria e della luce eterna.
[39]Noi però non siamo di quelli che indietreggiano a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima.
L’Autore fa ora la sua professione di fede. Lui non è di quelli che indietreggiano a loro perdizione. Lui è uomo di fede per la salvezza della sua anima.
Si indietreggia dalla fede, ogni qualvolta si abbandona la Parola di Dio. Si è invece uomini di fede quando si accoglie la Parola e si progredisce in essa, restandole fedeli per tutti i giorni della propria vita.
La fedeltà che dona salvezza deve essere sino alla fine. Sino alla fine bisogna avanzare, progredire nella Parola se si vuole ottenere la vita eterna.
Iniziare con la fede e finire con la non fede, indietreggiare cioè dalla Parola, conduce alla perdizione eterna.
Non c’è salvezza per chi dopo aver conosciuto la Parola, retroceda da essa, abbandonandola, rinnegandola, sostituendola, annullandola, cadendo semplicemente dalla fede in essa. Non c’è salvezza, perché Dio ha costituito la Sua Parola fonte di vita eterna per noi attraverso la fede nostra in essa.
Non c’è salvezza, perché nel momento in cui si indietreggia dalla Parola, si indietreggia dalla vita. Vita eterna e Parola sono una sola realtà divina, offerta a noi per la nostra salvezza.
Manifestando la sua fede, facendo la sua professione di fede l’Autore si immedesima con i destinatari della Lettera. È come se loro insieme a lui facessero la stessa professione di fede nella Parola.
È questa una metodologia di coinvolgimento. Si manifesta la propria certezza di fede perché anche gli altri siano attratti dalla medesima certezza e sicurezza.
Questa via serve nei momenti di grande dubbio, di forte incertezza, di tentennamento, quando la fede vacilla e soprattutto quando la tentazione è così forte da travolgere nella sua morte cuore e mente dei fedeli.
La sicurezza nella fede di uno dona sollievo e fortezza anche agli altri. Così è anche della debolezza, dell’indecisione, dei tentennamenti.
Quando uno vacilla, tutti potrebbero cadere nello stesso errore. Quando uno è forte, tutti possono servirsi della sua fortezza.
Anche in questo l’Autore va imitato. Lui è degno di lode perché vede in pericolo la fede di questi uomini e di queste donne e prende la penna in mano al fine di mostrare il fondamento solido sul quale la loro fede è stata edificata, ma anche mostra la sua fermezza nella stessa fede perché altri lo imitino e lo seguano, in modo che anche loro possono fare la stessa professione di fede in Cristo Gesù, la nuova via della fede che Dio ci ha dato per la nostra salvezza eterna. In questo imita perfettamente Giosuè, secondo quanto è riferito nel libro che porta il suo nome al c. 24:
Gs 24,1-24: “Giosuè radunò tutte le tribù d'Israele in Sichem e convocò gli anziani d'Israele, i capi, i giudici e gli scribi del popolo, che si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: Dice il Signore, Dio d'Israele: I vostri padri, come Terach padre di Abramo e padre di Nacor, abitarono dai tempi antichi oltre il fiume e servirono altri dei. Io presi il padre vostro Abramo da oltre il fiume e gli feci percorrere tutto il paese di Canaan; moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. Ad Isacco diedi Giacobbe ed Esaù e assegnai ad Esaù il possesso delle montagne di Seir; Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.
Poi mandai Mosè e Aronne e colpii l'Egitto con i prodigi che feci in mezzo ad esso; dopo vi feci uscire. Feci dunque uscire dall'Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mare Rosso. Quelli gridarono al Signore ed egli pose fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi spinsi sopra loro il mare, che li sommerse; i vostri occhi videro ciò che io avevo fatto agli Egiziani. Dimoraste lungo tempo nel deserto.
Io vi condussi poi nel paese degli Amorrei, che abitavano oltre il Giordano; essi combatterono contro di voi e io li misi in vostro potere; voi prendeste possesso del loro paese e io li distrussi dinanzi a voi. Poi sorse Balak, figlio di Zippor, re di Moab, per muover guerra a Israele; mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; ma io non volli ascoltare Balaam; egli dovette benedirvi e vi liberai dalle mani di Balak.
Passaste il Giordano e arrivaste a Gerico. Gli abitanti di Gerico, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, gli Hittiti, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei combatterono contro di voi e io li misi in vostro potere. Mandai avanti a voi i calabroni, che li scacciarono dinanzi a voi, com'era avvenuto dei due re amorrei: ma ciò non avvenne per la vostra spada, né per il vostro arco. Vi diedi una terra, che voi non avevate lavorata, e abitate in città, che voi non avete costruite, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantati.
Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume e in Egitto e servite il Signore. Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume oppure gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate. Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire il Signore.
Allora il popolo rispose e disse: Lungi da noi l'abbandonare il Signore per servire altri dei! Poiché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d'Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano il paese. Perciò anche noi vogliamo servire il Signore, perché Egli è il nostro Dio.
Giosuè disse al popolo: Voi non potrete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; Egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. Se abbandonerete il Signore e servirete dei stranieri, Egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà. Il popolo disse a Giosuè: No! Noi serviremo il Signore.
Allora Giosuè disse al popolo: Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!. Risposero: Siamo testimoni!.
Giosuè disse: Eliminate gli dei dello straniero, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il cuore verso il Signore, Dio d'Israele!
Il popolo rispose a Giosuè: Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce!. Giosuè in quel giorno concluse un'alleanza con il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una grande pietra e la rizzò là, sotto il terebinto, che è nel santuario del Signore.
Giosuè disse a tutto il popolo: Ecco questa pietra sarà una testimonianza per noi; perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette; essa servirà quindi da testimonio contro di voi, perché non rinneghiate il vostro Dio. Poi Giosuè rimandò il popolo, ognuno al proprio territorio. Dopo queste cose, Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni e lo seppellirono nel territorio di sua proprietà a Timnat-Serach, che è sulle montagne di Efraim, a settentrione del monte Gaas. Israele servì il Signore per tutta la vita di Giosuè e tutta la vita degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che conoscevano tutte le opere che il Signore aveva compiute per Israele.
Le ossa di Giuseppe, che gli Israeliti avevano portate dall'Egitto, le seppellirono a Sichem, nella parte della montagna che Giacobbe aveva acquistata dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuta in eredità. Poi morì anche Eleazaro, figlio di Aronne, e lo seppellirono a Gàbaa di Pincas, che era stata data a suo figlio Pincas, sulle montagne di Efraim.
Ora l’Autore insegna loro che tutto è dalla fede. Ma è giusto che una sola domanda preliminare ce la poniamo fin da subito?
Che cosa è la fede per l’Autore? Se comprenderemo secondo verità cosa è per lui la vera fede, comprenderemo cosa manca alla nostra vita per essere nella vera fede nel Dio della salvezza.
È quanto l’Autore si accinge a fare nei prossimi capitoli.
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1/16/2012 10:58 PM
 
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TU SEI SACERDOTE PER SEMPRE

L’inefficacia è l’essenza stessa dell’Antico Culto. Ombra, non potere di condurre alla perfezione. Le promesse della Legge. L’Antica Alleanza è inefficace per essenza. Essa non poteva in nessun modo condurre alla vera salvezza, perché essa non liberava l’uomo dal peccato e dalla morte. Quanto non libera dal peccato, non libera neanche dalla morte. Quanto non libera dalla morte non è vera salvezza. L’Antica Alleanza era però figura, ombra dei beni futuri. È l’inizio del cammino verso la salvezza, ma non è perfezione di salvezza. Questo lo si può anche constatare dalle promesse della Legge che erano finalizzate al possesso e alla conservazione della Terra. L’Antica Alleanza è l’inizio del cammino verso la vita, ma non è il dono della vita eterna. Giovanni nel Vangelo lo dice con una frase assai semplice: la Legge ci fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità per mezzo di Gesù Cristo. È nella grazia e nella verità di Cristo la differenza sostanziale, abissale, divina, eterna tra l’Antica e la Nuova Alleanza.
La purificazione della coscienza: impeccabilità. Altra differenza è questa. La Nuova Alleanza ha tanta potenza di grazia e di verità non solo da rigenerare l’uomo come vera nuova creatura, ma anche di renderlo impeccabile. La grazia di Cristo ha tale forza da far sì che il cristiano rimanga nella grazia per sempre, anzi cresca di grazia in grazia fino alla perfezione del suo essere, reso in tutto conforme all’essere di Cristo Gesù.
La vera fede è nella Parola di oggi. Questione teologica e non solo cristologica. La fede è alla Parola di Dio, non a quella che Dio ha detto ieri, ma a quella che Dio dice oggi. La fede è anche alla verità che nasce dalla Parola, non alla verità di ieri, ma a quella che lo Spirito Santo suggerisce oggi, come pienezza di verità, o come verità tutta intera verso la quale egli conduce. È giusto sapere chi è Cristo. Questa è questione di pura cristologia. Conoscere Cristo è sapienza perfetta. Ma prima ancora di conoscere Cristo, bisogna sapere che Cristo è la Parola ultima, piena, definitiva, perfetta di Dio all’umanità. La questione è prima teologica, poi si fa cristologica. Se non si parte da questa verità, noi rimarremo sempre fuori dalla fede, perché crederemo nella fede di ieri e non di oggi, professeremo la verità di ieri e non di oggi, andremo al Dio che ha parlato ieri, ma non al Dio che parla oggi; cammineremo con lo Spirito che ha donato ieri la verità alla Chiesa ma non con lo Spirito che la dona oggi tutta intera. La questione che deve sempre animare la Chiesa è una sola: qual è l’ultima Parola che Dio ha proferito, proferisce, sta per proferire. Qual è l’ultima tappa della verità cui ci sta conducendo lo Spirito Santo o ci ha già condotto. È da Dio che bisogna sempre partire, dal suo Santo Spirito, dalla Parola. Partendo da Dio ci si deve interrogare cosa Dio vuole e perché lo vuole. Ma è sempre Dio che vuole. Santità perfetta è camminare sempre con l’ultima Parola di Dio, con l’ultima Verità dello Spirito Santo. Tutto infatti è dalla volontà del Padre. Tutto si deve ricondurre nella volontà del Padre. Tutto deve essere fatto per obbedire, o per compiere la volontà del Padre.
Il corpo è della Persona. Il Sangue è della Persona. Chi vuole conoscere la potenza di grazia che è racchiusa nel sangue di Cristo, offerto per la nostra redenzione eterna sulla croce, altro non deve fare che riflettere sulla Persona che il Sangue ha versato. Il corpo è quello della Seconda Persona della Santissima Trinità. Il sangue è pertanto sangue di Dio, del vero Dio. La grazia di quel sangue è tanto grande quanto è grande Dio. Per questo esso ha tanta efficacia e tanta forza da redimere e santificare il mondo intero.
Cristo Gesù escluso dal Sacerdozio alla maniera di Aronne. Cristo Gesù, Figlio eterno del Padre, essendo stato annunziato da Dio come Sacerdote in eterno alla maniera di Melchisedek, viene escluso dall’essere Sacerdote alla maniera di Aronne. Essendo Aronne sacerdote dell’Antico Patto, Dio non vuole il suo Figlio diletto sacerdote di questo Patto. Lo vuole di uno Nuovo. Lo vuole Sacerdote della Nuova Alleanza. È Dio quindi che non vuole più l’Antico Patto. Ma è sempre Dio che vuole il Nuovo Patto. Per Lui è iniziato l’Antico Patto e per Lui è finito. Per Lui è iniziato il Nuovo Patto è rimane stabile in eterno. Questa è una decisione eterna di Dio, è sua eterna volontà, alla quale ogni uomo è chiamato a dare l’assenso della sua fede.
Nel rotolo del Libro è scritta la tua volontà su di me. Cristo Gesù è dalla volontà eterna del Padre. Tutto in Cristo è dalla volontà eterna del Padre, perché il Verbo stesso è dalla eternità del Padre. Esiste eternamente il Verbo, ma eternamente esiste dal Padre. Lui è dal Padre. Questa è l’essenza del Verbo della vita. Questa essenza è eterna. Anche nel tempo, quando si fa Verbo Incarnato, è sempre dalla volontà del Padre. Come vero Dio e come vero uomo il Verbo di Dio è sempre dal Padre, dalla sua Volontà. Ma anche egli esiste per essere per la Volontà del Padre. È dalla Volontà del Padre per donarsi alla volontà del Padre. La volontà del Padre è eterna, come eterna è la vocazione di Cristo ad essere sacerdote alla Maniera di Melchisedek. Questo significa che tutto è in funzione di Cristo, tutto finalizzato a Cristo, tutto orientato a Cristo, ma anche che tutto in Cristo riceve vita, perché ogni vita è da Cristo, che è la vita eterna del Padre.
L’uomo è dalla volontà eterna di Dio in Cristo. Anche l’uomo è dalla volontà eterna del Padre. È però dalla volontà del Padre per creazione. Ma è dalla volontà del Padre in Cristo, non fuori di Lui. L’uomo è naturalmente orientato a Cristo, perché Cristo è la vita dell’uomo: vita della natura, o secondo la natura; vita anche secondo la grazia. Non c’è vita se non in Cristo, per Cristo, con Cristo. Cristo è la vita del Padre e ogni vita del Padre è data in Cristo Gesù e per Cristo Gesù. Ogni uomo per redenzione, per creazione, per santificazione, per giustificazione, per risurrezione finale è sempre per Cristo, con Cristo, in Cristo. Questa è la sua vocazione: realizzare Cristo, realizzandosi in Cristo; amare Cristo, amando la verità di Cristo, compiendo la verità di Cristo, progredendo nella verità di Cristo.
Il vero culto: compimento della volontà di Dio nella verità del Vangelo. Dopo che Cristo offrì al Padre il culto nel sacrificio del suo corpo, che è in Lui obbedienza perfetta, in tutto, sino alla morte di croce, il culto del cristiano non può essere che uno e uno solo: il compimento della volontà di Dio nella verità del Vangelo. Il cristiano vive il vero culto osservando il Vangelo. L’altro culto, quello della preghiera o dei sacramenti, è finalizzato a questo.
Ecco io vengo. Ecco io vengo, o Padre, per fare la tua volontà. È questo il culto del cristiano. È questa la sua vera adorazione. Il cristiano riconosce Dio come suo Signore e a Lui consegna la sua volontà.
Fede: accogliere ciò che Dio ha scritto per noi nel suo libro. È la fede che deve professare il cristiano: quanto Dio ha scritto per lui nel suo libro egli lo deve accogliere e vivere in ogni sua parte. Il primo libro da accogliere è il Vangelo. È questo il libro fondamentale della fede. Il secondo libro, nel quale bisogna inserire tutto il primo, è la vocazione personale voluta dal Padre fin dall’eternità. Nella fede il cristiano accoglie l’uno e l’altro libro e consegna interamente ad essi la propria vita.
Il sacrificio è della volontà. Il sacrificio del cristiano non è nel dono del corpo al Signore. È invece nel dono della volontà. Donando la volontà, si dona a Dio tutta la Persona: corpo, anima, spirito. Tutto è dato al Signore perché solo la Sua volontà risplenda e sia fatta in ogni parte.
Conoscere nello Spirito Santo. L’uno e l’altro Libro (AT e NT) si possono conoscere secondo verità, se ci si lascia guidare dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo guida però nella santità del cristiano. Il cristiano santifica corpo, anima, spirito, li offre santificati allo Spirito del Signore e Lui li conduce di verità in verità in una conoscenza piena, perfetta. Chi non è santo, mai potrà conoscere secondo verità né il Vangelo, né l’altro libro, il libro della propria vocazione.
Tutto è abolito con l’abolizione dell’Antico Patto. L’unità del Patto. Il Patto è uno, anche se composto di quattro parti: Legge, impegno, rito, promessa. Se cade il Patto, cade in ogni sua parte. Abolendo il Signore l’Antico Patto per farne un altro, uno tutto Nuovo, la Nuova Alleanza, tutto è caduto dell’Antico Patto, anche il Sacerdote che ne era il ministro. Poiché tutto è caduto, si è passato dalla particolarità, o singolarità di un solo popolo all’universalità di tutti i popoli; si è andati dalla promessa della terra alla promessa del Cielo. Questa la vera novità della Nuova Alleanza stipulata nel sangue di Cristo Gesù.
Volontà di Dio. Volontà di Cristo. Offerta del Corpo. La volontà di Dio chiede a Cristo Gesù l’offerta della volontà del vero uomo. Il vero uomo che è in Cristo offre la volontà umana alla Persona del Verbo e il Verbo si offre al Padre, si dona a Lui come Persona per compiere del Padre tutta la volontà su di essa. L’offerta della volontà non è solo della volontà, è offerta di tutta la Persona, che è anche corpo, anima, spirito del vero uomo. Questa offerta diviene anche del corpo e non sarebbe potuto essere diversamente, essendo la Persona una e indivisibile ed anche l’umanità di Cristo essendo una e indivisibile.
Una volta per tutte. Non c’è più ripetizione né delle offerte, né del sacerdozio. La Nuova Alleanza è stata stipulata nel Sangue di Cristo Gesù. La Persona è una. La sua umanità è una. La morte dell’umanità di Cristo è anche una. Essendo Lui l’unico e il solo Sacerdote della Nuova Alleanza, ma anche: essendo la Nuova Alleanza stipulata nel suo Sangue, questa offerta è una e irripetibile, è una e fatta una volta per tutte. Non c’è ripetizione dell’offerta, perché non è possibile la ripetizione della morte. Non è possibile la ripetizione della morte perché l’umanità è una e uno è il Sacerdozio che è in eterno alla maniera di Melchisedek. È in ragione dell’unicità e dell’eternità del Sacerdozio di Cristo, alla maniera di Melchisedek e non alla maniera di Aronne, che non è possibile alcuna ripetizione e neanche iterare il Sacrificio cruento della croce. Nel Sacramento della Cena c’è attualizzazione, non ripetizione.
Nell’unico sacerdozio “ordinato” partecipazione differente per ordine e grado. Chiunque viene reso partecipe del Sacerdozio eterno di Cristo Gesù, viene inserito nel suo unico ed eterno Sacerdozio, in ordine e grado differente (Vescovi e Presbiteri). Tutti sono Sacerdoti in quest’unico sacerdozio. Tutti partecipano non un altro sacerdozio, ma l’unico e il solo. Né lo esercitano fuori di Lui, ma in Lui, con Lui, per Lui, nel suo nome e con la sua autorità, in Persona Christi. Se si vuole un paragone è questo: Come coloro che sono resi partecipi della divina natura, non acquisiscono una natura divina differente, o distaccata, o separata dall’unica natura divina, ma sono inseriti vitalmente e santamente in essa, come il ferro che viene inserito nel fuoco e viene reso partecipe della natura del fuoco, così è di chi viene reso partecipe dell’unico sacerdozio di Cristo Gesù. Tutti partecipano dell’unico Sacerdozio, tutti vivono l’unico Sacerdozio, tutti rendono presente l’unico Sacerdozio, tutti agiscono nel nome e con l’autorità dell’unico Sacerdote, tutti operano in Persona Christi, l’unico e il sommo sacerdote della Nuova Alleanza. È questo il grande mistero di chi viene elevato in Cristo sacerdote in eterno alla maniera di Melchisedek.
Il vero concetto di peccato. Il vero concetto di perdono. Eliminazione per deificazione. Il peccato si connota come morte. È morte di Dio, o della sua carità, nel cuore dell’uomo, morte che trascina tutto l’uomo in un processo irreversibile che lo porta alla separazione dell’anima dal corpo (morte fisica), ma anche alla separazione delle facoltà dell’uomo razionale, intelligente, volitivo, cose queste che lo pongono in un vero dissidio interiore; morte ancora come separazione eterna dell’uomo da Dio con la dannazione nell’inferno. Il perdono non è solo remissione della colpa e cancellazione della pena, come atto giuridico. Il perdono si connota anche e soprattutto come ritorno dell’uomo in vita: anima, corpo, spirito ritrovano la loro compattezza e unità, perché in essi è ritornata la divina carità e con essa tutto Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il peccato viene eliminato non solo come ritorno in vita, ma anche e soprattutto come deificazione dell’uomo, o come uomo reso partecipe della divina natura. È questa la vera novità cristiana. Cambia essenzialmente l’uomo con il perdono di Dio. Cambia sostanzialmente perché ritorna in vita, ma soprattutto perché ritorna in Dio come il ferro nel fuoco e ricomincia a vivere. L’uomo vive solo se immerso nel fuoco dell’amore di Dio. E non c’è vera vita per l’uomo se non nella sua deificazione.
Tutto è nuovo nel Nuovo Patto. Il Nuovo Patto è vera nuova creazione. È creazione ancora più mirabile di quella antica. Nel Nuovo Patto l’uomo che è uscito da Dio viene riportato in Dio, mediante Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo. La potenza della grazia e della verità che trasformano un uomo sono contenute nell’espressione: “partecipi della divina natura”. Il Nuovo Patto opera la divinizzazione dell’uomo, in Dio, non fuori di Lui.
Dio innalza Cristo. Questione teologica e poi cristologica. Il Padre è “autore” di Cristo. Chi vuole comprendere chi è Cristo deve necessariamente partire da Dio. Chi crede in Dio, deve credere in ogni opera che Dio compie. Ora Cristo Gesù è “l’opera di Dio”. Nell’eternità è “l’opera di Dio”, non perché fatta, ma perché “generata nell’oggi eterno: oggi ti ho generato”. Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre, l’unica e sola sostanza del Padre è l’unica e sola sostanza di Cristo Gesù. Nel tempo è “l’opera di Dio”, perché concepito nel seno della Vergine Maria il giorno dell’Incarnazione, per opera dello Spirito Santo. Il Padre genera Cristo, il Padre chiede a Cristo Gesù l’Incarnazione (=parliamo sempre del Verbo Eterno che si fa Verbo Incarnato), la chiede per la salvezza dell’uomo. Per questo motivo, o ragione la questione è prima di tutto teologica, solo in secondo tempo è cristologica. “Autore” di Cristo è il Padre dalla sua generazione nei giorni dell’eternità, alla sua Incarnazione, nei giorni del tempo, nella missione, nel sacrificio, nella risurrezione gloriosa. Cristo Gesù è sempre dal Padre, ma è anche sempre per il Padre, nel Padre, con il Padre.
La non ripetizione. Perfetti per sempre. Lo si è già accennato. Il sacrificio di Cristo è l’offerta della vita della sua umanità. Lo offre la Persona divina, ma si compie nel suo corpo di carne. Ora la vita di ogni uomo è una sola. Per questo non c’è ripetizione del sacrificio della croce. Questo sacrificio è però perfetto in sé a motivo della Persona che lo offre. La Persona è divina, eterna, senza prezzo, la sua grazia è anch’essa eterna, divina, incommensurabile. È questa potenza di grazia e di verità che ci rende perfetti per sempre.
Ogni religione via di salvezza? Via di salvezza è la coscienza, non la religione. Non è la religione la via della salvezza. La via della salvezza è la coscienza. È la coscienza perché è in essa che l’uomo legge il bene e il male, il male per evitarlo, il bene per compierlo. La coscienza però va formata. Con l’intelligenza illuminata dallo Spirito Santo l’uomo discerne il male dal bene, il bene dal meglio, il meglio dall’ottimo per seguire il bene, il meglio, l’ottimo. Nessuno può rinunciare all’esercizio dell’intelligenza nella ricerca del meglio, anzi dell’ottimo per seguirlo ed entrare così nella vita.
Una volta sola: perché allora la Chiesa celebra l’Eucaristia più volte. La Chiesa celebra l’Eucaristia più volte perché Cristo le ha comandato di farlo in sua memoria: “Fate questo in memoria di me”. Deve farlo in sua memoria più volte a motivo del cammino dell’uomo verso la perfezione, verso la santità, verso il cielo. L’Eucaristia è il pane del cammino dell’uomo nuovo, Il quale ogni giorno, o almeno di domenica in domenica, se ne deve nutrire, se vuole raggiungere la santità che è la vocazione nuova cui lo chiama il Signore.
Eucaristia: mirabile unità: fede in Cristo e vita di Cristo in noi. Celebra santamente l’Eucaristia, secondo la sua essenza divina ed umana insieme, solo chi crede in Cristo Parola del Padre e fa divenire la vita di Cristo secondo la Parola del Padre vita in lui. Cosa è infatti l’Eucaristia se non il sacrificio dell’obbedienza di Cristo? Perché il cristiano mangia l’Eucaristia? Per divenire obbedienza di Cristo nella sua vita. Questa unità deve sempre cercare il cristiano. Per il raggiungimento di questa unità egli deve mangiare il Corpo e il Sangue del Signore.
Eucaristia: mirabile unità: corpo di Cristo e corpo della Chiesa. Altra unità da raggiungere è questa: l’Eucaristia è il Corpo di Cristo offerto per noi. Il Corpo di Cristo è ora la Chiesa. Si mangia il Corpo di Cristo offerto per fare del Corpo di Cristo che è la Chiesa un’offerta gradita a Dio. Si mangia Cristo per divenire nella sua offerta, offerta santa per il nostro Dio e Padre. Anche questa unità bisogna ricomporre.
Unità da ricomporre: mistero dell’Eucaristia. Il mistero dell’Eucaristia è questa unità: Si fa il sacrificio per avere l’Eucaristia. Si vive l’Eucaristia per compiere il sacrificio. Il sacrificio che si fa è quello della Croce. Attualizzando quel sacrificio il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. Si fa il sacrificio della croce perché il cristiano, corpo di Cristo, compia nel suo corpo lo stesso sacrificio dell’intero corpo. La sua vocazione è quella di divenire in Cristo sacrificio, ostia, vittima, olocausto, offerta per il nostro Dio. Se non si ricompone l’unità del sacrificio che fa l’Eucaristia e dell’Eucaristia che ci conduce al sacrificio celebriamo inefficacemente questo grande ministero.
Con Cristo il cristiano entra nel santuario del Cielo. Gesù è entrato nel Santuario del Cielo con il suo Corpo glorioso. Ora, ogni cristiano che riceve il battesimo diviene Corpo di Cristo. Anche lui nel Corpo di Cristo è nel Cielo. È nel Cielo per realtà spirituale che si è compiuta in lui. Deve camminare verso il cielo anche nella realtà materiale, cioè nel suo corpo di carne, perché questa è la sua vocazione. Egli deve portare tutto nel Cielo nel quale ora abita in Cristo, nello spirito. La via per raggiungere il cielo è questa via vivente che è lo stesso Cristo Gesù. La via vivente si percorre in Lui, con Lui, per Lui. Divenendo corpo del suo Corpo.
Con cuore sincero. Nella pienezza della fede. Cuori purificati da ogni cattiva coscienza. Il corpo lavato con acqua pura. Sono queste le modalità esatte secondo le quali bisogna camminare, se si vuole raggiungere il Cielo e indossare, o rivestirci della stessa gloria del Cristo Risorto. Il cuore è sincero quando in esso c’è solo la ricerca della verità. Si è in pienezza di fede quando si trasforma in vita ogni Parola del Vangelo. Se la Parola non è creduta, non si è nella fede. Se una sola Parola non è creduta, non si è nella pienezza della fede. I cuori sono purificati da ogni cattiva coscienza quando sono mondati da ogni peccato. Il corpo è lavato con acqua pura quando lo si libera da ogni vizio, da ogni concupiscenza; quando lo si riveste delle sante virtù. Circa la pienezza di fede, nella quale bisogna camminare, c’è da aggiungere una verità, che nel contesto ha un valore non minimo: La pienezza di fede è nel Sacerdozio di Cristo e nella Nuova Alleanza stipulata nel suo Corpo, nel suo Sangue. Chi esclude Cristo come suo unico e solo Redentore, costui non è in pienezza di fede, è semplicemente nella non fede. Le Parole del Vangelo che Lui legge sono svuotate della verità e senza verità creduta e vissuta non c’è fede.
La professione della nostra speranza. La professione della nostra speranza è una sola: attendere vigilando la venuta del Signore Nostro Gesù Cristo che dovrà porre fine alla storia, o individuale, o collettiva e trasferirci nel regno del Padre suo. La professione della nostra speranza in nessun modo potrà essere mantenuta nella sua più alta e profonda verità, se una sola falsità si introduce nel mistero di Cristo Gesù. Senza vera fede in Cristo Gesù nessuna professione di speranza sarà mai possibile. Chi vuole ricostruire la speranza nei cuori deve formare Cristo. O si forma Cristo, o si lavora invano. Falliscono tutti quei programmi di vita che prescindono dalla vera, perfetta, santa formazione di Cristo nei cuori.
Eresia deleteria: abrogare un solo elemento dell’Alleanza. La Nuova Alleanza abroga ogni elemento dell’Antica Alleanza: il Sacerdozio, la Promessa, il Rito, la stessa Legge. Quest’ultima non è stata abolita, perché la Volontà di Dio è parte perenne in ogni Alleanza. Anzi l’Alleanza è stipulata per il compimento della Volontà di Dio. La Volontà di Dio contenuta nella Legge è stata portata a compimento nelle Beatitudini, che sono la via attraverso cui chi si converte e crede al Vangelo, dona la sua vita a Dio in sacrificio, in espiazione, in olocausto, allo stesso modo di Cristo Gesù. Abrogare un solo elemento, il rito del sangue, e lasciare gli altri in vigore, è modo errato di vivere la Nuova Alleanza. Un solo elemento dell’Antica Alleanza lasciato in vigore, corrompe la Nuova e la trascina per vie non percorribili.
La giustizia di Dio. La giustizia di Dio è la sua Verità, la sua Volontà, la sua Parola. Dio è giusto in sé per essenza che è Verità, Bontà, Carità. Dio è giusto dinanzi al mondo intero perché agisce con noi sempre secondo la sua eterna Verità, Bontà, Carità. Egli è giusto con noi perché agisce sempre in riferimento alla Parola che ci ha comunicato. La giustizia in Dio verso di noi è l’adempimento di ogni Sua Parola pronunciata. Dove non c’è Parola di Dio non c’è Volontà di Dio manifestata. Lì non c’è neanche giustizia di Dio.
Stimolarci a vicenda. Esortarsi a vicenda. I cristiani non solo devono condurre a Cristo il mondo intero, portandolo nel suo Vangelo. Nel Vangelo devono rimanere loro stessi, il Vangelo vivere, il Vangelo testimoniare interamente vissuto in ogni sua parte. Per questo ognuno deve essere per l’altro aiuto, sostegno, stimolo, incoraggiamento, esortazione. Potrà fare questo chi è nel Vangelo per attrarre nel Vangelo. Chi è fuori del Vangelo mai potrà essere di aiuto agli altri. Deve lui per primo chiedere aiuto e poi divenire aiuto e sostegno per i fratelli. Aiutandosi vicendevolmente, stimolandosi ed esortandosi i cristiani costituiscono una comunità di fede forte, robusta, solida capace di vera testimonianza, di vero annunzio, di vera proclamazione del Vangelo ad ogni uomo. La creazione di una comunità cristiana compatta, solida, forte nella fede, nella carità, nella speranza è la via migliore di tutte per l’annunzio e il ricordo del Vangelo al mondo. Ognuno è chiamato ad aiutare e a lasciarsi aiutare. Questa è la via della fortificazione della fede all’interno della comunità, punto di inizio per la edificazione della stessa fede in ogni cuore che ancora non appartiene a Cristo Gesù.
Il peccato contro lo Spirito Santo. Qual è la verità conosciuta. Il peccato contro lo Spirito Santo è il peccato contro la verità della salvezza. Commette questo peccato chi impugna la verità conosciuta, chi la combatte, chi la distrugge, distruggendo chi la porta. La verità della salvezza nel nostro caso è una sola: Cristo Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote dei beni futuri, della Nuova Alleanza, del Nuovo Patto. È verità conosciuta, quindi autentica verità, perché è stato Dio stesso a darle testimonianza, a proclamarla. Se Dio ha costituito e proclamato Cristo Sommo Sacerdote della Sua salvezza, chi è l’uomo che possa impugnare una così grande verità, se non chi pecca contro lo Spirito Santo? Da questo peccato ognuno si deve guardare, perché questo peccato esclude dalla salvezza eterna. Chi cade in questo peccato è già dannato in vita.
La Legge puniva con la morte alcune trasgressioni. È questo un severo monito contro coloro che distruggono Cristo nel suo essere Sacerdote Eterno, Sommo, alla maniera di Melchisedek, Sacerdote della Nuova Alleanza. Se la Legge antica puniva alcune trasgressioni dell’Antica Alleanza – e quella era solo figura, non realtà – chi distrugge Cristo nella sua più piena ed essenziale verità, quella di essere il solo, l’unico Sacerdote della Nuova Alleanza, potrà forse pensare di sfuggire alla punizione? Questa sarà assai più grave, perché più grande è la perdizione di coloro che a motivo di questa distruzione di Cristo vengono tratti fuori della via della verità e della salvezza.
Il Figlio di Dio è calpestato. Il sangue profanato. La Spirito della grazia disprezzato. Vengono ora indicati tre gravi, anzi gravissimi peccati, che si commettono contro la Nuova Alleanza. Il Figlio di Dio è calpestato quando non viene accolto nella sua verità più piena. Chi distrugge la verità di Cristo, distrugge Cristo. Chi distrugge Cristo è senza salvezza eterna, perché non c’è salvezza se non nel Nome, cioè nella verità di Cristo Gesù. Il sangue è profanato quando lo si svuota della sua verità, della sua santità, della sua unicità. Chi ritorna nell’Antica Alleanza altro non fa che profanare il sangue di Cristo Gesù. Da sangue di salvezza, anzi da unico sangue di salvezza, se ne fa un sangue di non salvezza. Si da più valore al sangue degli animali che non a quello del Figlio di Dio. Questa è vera profanazione che esclude dalla salvezza eterna, perché solo in quel Sangue è la salvezza e senza quel Sangue nessuna salvezza sarà mai possibile. Lo Spirito della grazia è disprezzato perché non lo si accoglie nei suoi doni. È Lui che rigenera, giustifica, santifica, redime, salva, porta a compimento in Cristo la nostra vocazione. Chi calpesta il Figlio di Dio rimane senza lo Spirito della grazia e di conseguenza lo disprezza, Gli toglie ogni valore in ordine alla nostra nuova vita. Questo è vero peccato. È peccato che è concepito in noi quando ci allontaniamo dalla giusta, santa, vera, perfetta professione di fede in Cristo Gesù. Chi cade dalla retta e santa fede in Cristo, cade semplicemente da tutta la verità e da tutta la grazia che provengono da Cristo. Anche lo Spirito Santo ci è stato dato come grazia e verità di Cristo Gesù. Questa verità ci conduce ad una sola possibile conclusione: chi vuole riportare la verità della salvezza nel mondo, deve iniziare dalla retta fede in Cristo. Ogni sfasamento della fede in Cristo comporta uno sfasamento in ordine a tutta la salvezza. Nessuno può pensare di agire per la salvezza se la verità della sua salvezza è falsa nel suo cuore, nelle sue parole, nelle sue opere.
Il giusto giudizio di Dio. Il giusto giudizio di Dio è il compimento nei nostri riguardi di ogni Parola che il Signore ha proferito, sia in bene che in male. Per giusto giudizio di Dio siamo salvi, ma anche per giusto giudizio di Dio siamo condannati alla pena eterna. Chi vuole sapere quale sarà il suo giusto giudizio è sufficiente che rifletta su quale Parola di Dio è impostata la sua vita. Quale la Parola vissuta, tale il giusto giudizio di Dio. L’errore più grave di oggi è questo: ognuno si pronunzia un giusto giudizio di Dio ma senza la Parola di Dio. Senza Parola di Dio non può esistere alcun giudizio giusto, vero, santo.
È terribile cadere nelle mani del Dio vivente. È terribile per colui che si pone fuori della vera Parola di Dio, della sua verità. È terribile per colui che dopo aver conosciuto e adorato Cristo Gesù nella sua verità, passa a confessare ogni falsità su di Lui. La Parola di Dio è una, la Verità è una, la professione della fede è una. Chi cade dalla Verità, cade dalla Parola, cade dalla fede. Chi cade dalla Parola, dalla stessa Parola sarà giudicato in vita e in morte. Chi infatti cade dalla Verità, cade anche dalla Parola e dalla fede. Chi cade dalla fede, cade dalla Parola e dalla Verità. Chi cade dalla Parola, cade dalla Verità e dalla fede. Parola, Verità, fede insieme stanno, insieme cadono. Chi cade dalla Verità di Cristo Gesù, cade anche dalla verità della sua Parola e dalla verità della fede in Lui. Rimane senza salvezza eterna.
Il peccato contro lo Spirito Santo della Teologia. La teologia pecca contro lo Spirito Santo in due modi: quando si pone fuori della Parola, della Verità, della Fede in Cristo Gesù; ma anche quando ferma il cammino della Verità della fede in Cristo a ciò che di Cristo Gesù si è compreso ieri. La Teologia ha un sentiero obbligato: aiutare la comprensione della Parola, della Verità, della Fede in Cristo Gesù. L’oggetto della Teologia è la Parola di Cristo, la Verità di Cristo, la Fede in Cristo. Se la Teologia non rispetta il soggetto proprio del suo essere teologia, prima o poi incorre anch’essa nel peccato contro lo Spirito Santo.
Il momento della fondazione della fede. Il momento della fondazione della fede è per tutti la predicazione della Parola di Cristo, che ci ha annunziato la Verità di Cristo, che ci ha dato la fede in Cristo. Questo momento deve essere sempre ricordato. È il momento della fondazione del nostro nuovo essere. A questo momento bisogna sempre ritornare nei tempi di forte tentazione. Chi mantiene fisso lo sguardo su questo momento che ha fondato la sua fede, potrà superare ogni tentazione contro la fede. Chi invece si discosta da questo momento, con facilità abbandona la fede e si consegna alla falsità, all’errore, al peccato, alla morte.
L’illuminazione. Il battesimo è illuminazione, perché in esso e per esso siamo avvolti dalla luce di Cristo e condotti nel suo regno di luce infinita. È anche illuminazione perché in questo sacramento siamo fatti noi stessi luce nel Signore, luce del Signore, per illuminare il mondo. Dio è luce. Il cristiano nel battesimo diviene in Cristo partecipe della luce di Dio, diviene luce. Deve vivere come figlio della luce e non più come figlio delle tenebre. Potrà fare questo se rimarrà sempre nella verità della fede in Cristo e nel compimento della sua Parola. Ora la prima fede che lui deve avere è questa: Cristo Gesù è il Sommo, Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza.
La fede si radica nella verità. La fede non si fonda sulla teologia. La fede non può esistere senza sana dottrina. La forza della vera fede. Si è detto che Fede, Verità e Parola sono una cosa sola, o esistono insieme, o non esistono affatto. La fede ha bisogno per produrre frutti di vita eterna di una solida verità a suo fondamento. La verità che deve fondarla è quella rivelata nella Parola. Lo Spirito Santo dona l’intelligenza della Parola, dona la verità della Parola perché la si ponga a fondamento della fede. La fede non si fonda sulla teologia. È invece la teologia che si fonda sulla fede, perché la teologia è la comprensione della fede, della verità che è a fondamento della fede, della Parola che contiene la verità della fede. Fondare la fede sulla teologia è sostituire il pensiero di Dio con quello dell’uomo. Fede e sana dottrina, o complesso delle sue verità, devono costituire una cosa sola. Una fede senza sana dottrina non serve, perché è priva della sua verità, o del complesso delle verità che la rendono vera fede in Cristo Gesù. La forza della fede è la verità che è a suo fondamento, come la forza della verità della fede è la Parola di Cristo, dalla quale la verità della fede è stata tratta.
In vista di beni migliori e più duraturi. Non abbandonare la franchezza. Tutto nella Nuova Alleanza è in vista di beni migliori e più duraturi. Questi beni migliori sono la partecipazione all’uomo della divina natura in Cristo Gesù. Sono più duraturi perché vanno oltre l’estensione della nostra vita sulla terra. Sono infatti l’eredità eterna e la risurrezione gloriosa in Cristo che dovrà renderci in tutto simili a Dio: farci interamente di spirito come Lui è Spirito purissimo. Sapendo la ricchezza che gli è donata dalla fede, il cristiano è chiamato a riprendere la sua antica franchezza. La franchezza è nel dire a tutti, senza timore, il Vangelo della Salvezza, della Grazia, della Vita Eterna che Dio ci dona in Cristo Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza.
Cristo unico fondamento della fede. Il motivo della crisi della fede. Cristo Gesù è unico fondamento della fede, perché la sua Persona è l’unica nella quale è stabilito che possiamo avere salvezza. La salvezza è in Lui, ma anche per Lui e con Lui. Chi abbandona Lui, si priva dell’unico fondamento della fede. La sua fede è vuota. Il vuoto della fede è il motivo di tanta crisi nella fede. Chi vuole risollevare la fede dalla sua crisi, deve rimettere Cristo Gesù al suo centro, a suo fondamento. Cristo è la nostra fede e senza Cristo nessuna fede sarà mai possibile.
Bisogno di costanza. La fine è imminente. Al nostro posto nella fede. Il giusto vivrà mediante la fede. Tempo della fede. Tempo del giudizio. Fede nella Parola di Dio. Uomini di fede. La fede inizia. Nella fede bisogna perseverare sino alla fine. Per questo si ha bisogno di costanza. La costanza è fermezza nel compimento del cammino della fede sino alla fine. Quando si dice che la fine è imminente, si dice semplicemente che ormai tutto è stato rivelato e che il cristiano non deve attendere più alcun’altra rivelazione. Ora siamo al tempo del compimento della nostra fede e la fine in questo compimento è sempre imminente. Può venire da un istante all’altro. Mentre camminiamo verso la fine, ognuno deve rimanere al suo posto nella fede. Il posto nella fede è uno solo: compiere secondo pienezza di verità la missione che il Signore gli ha assegnato. Il cristiano dovrà sempre ricordarsi che Il giusto vivrà mediante la fede. Se lui vuole giungere in Paradiso dovrà perseverare di fede in fede. Mai dovrà dubitare, o cadere dalla fede. Chi cade dalla fede, cade dalla verità, cade dalla grazia. Ora è il Tempo della fede. Ora siamo chiamati a vivere di Parola, di Verità, di ascolto. Domani non sarà più il tempo della fede. Sarà invece il Tempo del giudizio. Saremo convocati al cospetto di Dio per rendere ragione della nostra vita di fede, di non fede, di verità, di falsità, di giustizia, di ingiustizia. La fede, quella vera, è solo Fede nella Parola di Dio. Chi esclude la Parola dalla fede, si esclude dalla fede. Essere Uomini di fede vuol dire una cosa sola: essere uomini della Parola di Cristo Gesù. Chi è vero uomo di fede ascolta la Parola, vive di Parola, nella Parola cresce ed abbonda di ogni opera buona.
Metodologia del coinvolgimento. È vera metodologia di coinvolgimento quella che ha come unico suo scopo quello di far sì che ogni uomo di fede sia, divenga, si faccia responsabile della fede del mondo intero. Quando un solo uomo viene escluso dalla sua responsabilità in ordine alla fede del mondo intero, questo avviene perché nella nostra fede c’è un vizio di fondo e questo vizio è sicuramente un peccato che milita nella nostra anima. Il cristiano inizia il suo cammino di santità proprio dalla fede, o meglio dalla professione della vera fede. Ed è professione della vera fede solo quella che dona a ciascuno la sua responsabilità in ordine alla fede del mondo intero. Chi esclude, o priva, o impedisce in qualche modo che l’altro si possa assumere e vivere per intero questa responsabilità, chi non aiuta l’altro a vivere pienamente questa responsabilità, in lui sicuramente vi è un peccato. Questa verità ci porta ad un’altra conclusione: chi vuole iniziare a camminare secondo verità nella fede, deve iniziare ad espellere il peccato dal suo cuore, dalla sua mente, dalla sua anima. La sana, retta, giusta metodologia del coinvolgimento nell’opera della fede attesta per noi che camminiamo nella vera fede.
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1/16/2012 11:00 PM
 
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CAPITOLO DECIMO PRIMO
L’ESEMPIO DEI PATRIARCHI
[1]La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.
L’Autore si accinge ora a rivelarci, o a mostrarci cosa è la fede, attraverso i frutti che essa ha prodotto.
I frutti della fede sono visibili e invisibili. I frutti visibili attestano la verità dei frutti invisibili.
Frutti visibili e invisibili sono promessi da un’unica Parola di Dio. Avendo l’unica Parola prodotto i frutti visibili, produrrà anche i frutti invisibili.
Un unico seme, un’unica Parola, un’unica produzione: visibile e invisibile, della terra e del cielo, di oggi e di domani.
Ancor prima di iniziare a spiegare cosa l’Autore vuole insegnare, o rivelare, o manifestare, o semplicemente dire ai Destinatari, perché vi riflettano e traggano per la loro vita ogni conseguenza di pensiero e di verità, di decisione e di orientamento, è giusto che venga data la nozione di fede che soggiace a tutto il suo insegnamento.
La nozione è questa: la fede che dona la vita è l’ascolto della Parola che Dio fa risuonare oggi ad un uomo particolare.
Persona particolare e Parola devono divenire nella fede una sola inseparabile realtà.
Prima regola della fede: la fede è la cosa più personale che esista. La fede di uno non può essere la fede dell’altro, perché la Parola che Dio dice ad uno non è mai la Parola che Dio dice ad un altro.
Il mistero che la Parola svela è uno. Le vie per raggiungerlo sono personali. La vocazione è personale. La missione è personale. Il luogo e la storia sono personali. Le relazioni sono personali.
Seconda regola: la verità della salvezza è una, il modo di farla propria e di realizzarla nella storia varia da persona a persona.
La verità della salvezza, pur essendo una, viene rivelata da Dio in una successione di tempi e di uomini.
Questa verità ci suggerisce la terza regola della fede: leggere la Parola di Dio di ieri alla luce della Parola di Dio di oggi. Ieri per ieri, oggi per oggi. Mai ieri per oggi, mai oggi per domani.
Questo principio, o terza regola della fede, ci dice che tutto l’Antico Testamento si comprende a partire da Cristo, che è la Parola ultima, definitiva, piena, perfetta della verità della salvezza. Ma questo principio ci dice anche che anche nell’Antico Testamento c’è un cammino nella Rivelazione che conduce a Cristo.
Questo cammino sovente è stato ignorato, dimenticato, trascurato, non tenuto in debita considerazione.
Anche il Nuovo Testamento ha la sua regola di fede: la rivelazione è stata data nella sua pienezza in Cristo Gesù. Piena invece non è la comprensione del mistero, della verità.
A questa pienezza ci conduce lo Spirito Santo giorno per giorno. Applicando il terzo principio, o la terza regola della fede, è giusto affermare che la comprensione di ieri non è retta regola di fede per i credenti in Cristo, né la comprensione di uno è regola universale.
Lo Spirito parla personalmente al cuore, alla mente. La retta regola di fede vuole che ognuno cammini secondo le vie che lo Spirito gli indica di volta in volta.
Altre indicazioni saranno offerte man mano che l’occasione lo renderà possibile, o necessario. Ora è utile tornare alle tematiche che ci suggerisce l’Autore.
Le verità di questo primo versetto sono due:
La fede è fondamento delle cose che si sperano: La fede è fondamento delle cose che si sperano a causa della Parola che promette le cose future. La Parola è di Dio. Dio garantisce ogni sua Parola con la sua Onnipotenza, la sua fedeltà, il suo amore, la sua giustizia. Dove non c’è Parola, non c’è speranza. Non c’è speranza, perché non c’è promessa. La parola dell’uomo non può creare speranza per il fatto che nessun uomo può garantire la sua parola con l’onnipotenza. L’onnipotenza è solo di Dio. Solo Lui è capace di attuare quanto dice. Lo attua per creazione dal nulla. Nulla è nell’uomo. Tutto è in Dio. Nulla è dall’uomo. Tutto è da Dio. Tutto è nell’uomo e tutto è dall’uomo che è in Dio, nella sua Parola, nella sua grazia, nella sua verità. Nessun futuro è nelle mani dell’uomo. Ogni futuro è in Dio ed è da Dio. L’uomo di Dio prega il Signore affinché compia ogni promessa di bene; ma anche l’uomo di Dio annunzia ai fratelli la Parola di Dio, portatrice delle promesse di Dio, perché l’accolgano e fondino su di essa ogni loro speranza. Ogni altro procedimento è semplicemente fallace, ingannevole, mentitore.
E prova di quelle che non si vedono: La fede è prova delle cose che non si vedono, perché essa si fonda sulla verità della Parola del Signore. Dio è vero. La sua Parola è verità. Tutto ciò che dice la Parola è vero. Si veda o non si veda, è presente o lontano, del tempo o dell’eternità, esso è vero perché la Parola lo dice vero. Lo dice vero, perché lo crea, lo dona, lo attua, lo realizza, lo compie. La prova di una cosa è la sua verità. La verità di una cosa è la sua realtà. La Parola dice la realtà futura o presente, di oggi o di domani di ciò che Dio vuole realizzare, donare, compiere per noi. In tal senso essa è prova, cioè verità della stessa cosa che dice. Una cosa deve essere chiara al cuore di tutti: la fede è prova, ma la fede è solo nella Parola di Dio, quella da Lui proferita, o che proferisce personalmente alla singola persona. Dove non c’è Parola di Dio non c’è fede. Se non c’è Parola di Dio non c’è neanche prova delle cose che non si vedono. Senza Parola ciò che non si vede non esiste per noi. Non può esistere, perché Dio non vuole che per noi esista. Può esistere in sé, può esistere anche per gli altri, ma non per noi. Per noi esiste solo ciò che il Signore dice, ha detto, o dirà.
[2]Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
Chi vive di fede si riveste della stessa verità di Dio, della sua onnipotenza, della sua gloria, della sua santità .
La buona testimonianza è il frutto della fede che essi raccolgono presso gli altri, sia presso quelli di dentro la nostra stessa fede che presso quelli di fuori, che non hanno cioè la nostra stessa fede.
Gesù lo dice: “Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro celeste”. Rendendo gloria al Padre nostro celeste, rendono gloria alla verità e ai frutti di verità che l’uomo di Dio produce con la sua fede.
Nel Vangelo, di Gesù così è detto: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22).
Un esempio di questa testimonianza di fede la troviamo nel Libro del Siracide. Riportiamo solo qualche capitolo. Per il resto rimandiamo alla fonte della Scrittura: Sir cc. 46-51.
Sir 44,1-23: “Facciamo dunque l'elogio degli uomini illustri, dei nostri antenati per generazione. Il Signore ha profuso in essi la gloria, la sua grandezza è apparsa sin dall'inizio dei secoli. Signori nei loro regni, uomini rinomati per la loro potenza; consiglieri per la loro intelligenza e annunziatori nelle profezie. Capi del popolo con le loro decisioni e con l'intelligenza della sapienza popolare; saggi discorsi erano nel loro insegnamento. Inventori di melodie musicali e compositori di canti poetici. Uomini ricchi dotati di forza, vissuti in pace nelle loro dimore.
Tutti costoro furono onorati dai contemporanei, furono un vanto ai loro tempi. Di loro alcuni lasciarono un nome, che ancora è ricordato con lode. Di altri non sussiste memoria; svanirono come se non fossero esistiti; furono come se non fossero mai stati, loro e i loro figli dopo di essi.
Invece questi furono uomini virtuosi, i cui meriti non furono dimenticati. Nella loro discendenza dimora una preziosa eredità, i loro nipoti. La loro discendenza resta fedele alle promesse e i loro figli in grazia dei padri. Per sempre ne rimarrà la discendenza e la loro gloria non sarà offuscata. I loro corpi furono sepolti in pace, ma il loro nome vive per sempre. I popoli parlano della loro sapienza, l'assemblea ne proclama le lodi.
Enoch piacque al Signore e fu rapito, esempio istruttivo per tutte le generazioni.
Noè fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell'ira fu riconciliazione; per suo mezzo un resto sopravvisse sulla terra, quando avvenne il diluvio. Alleanze eterne furono stabilite con lui, perché non fosse distrutto ogni vivente con il diluvio.
Abramo fu grande antenato di molti popoli, nessuno ci fu simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell'Altissimo, con lui entrò in alleanza. Stabilì questa alleanza nella propria carne e nella prova fu trovato fedele. Per questo Dio gli promise con giuramento di benedire i popoli nella sua discendenza, di moltiplicarlo come la polvere della terra, di innalzare la sua discendenza come gli astri e di dar loro un'eredità da uno all'altro mare, dal fiume fino all'estremità della terra.
Anche a Isacco fu fatta la stessa promessa a causa di Abramo suo padre. Dio fece posare sulla testa di Giacobbe la benedizione di tutti gli uomini e l'alleanza; lo confermò nelle sue benedizioni, a lui diede il paese in eredità e lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù.
Sir 45,1-26: “Da lui fece sorgere un uomo di pietà, che riscosse una stima universale e fu amato da Dio e dagli uomini: Mosè, il cui ricordo è benedizione. Lo rese glorioso come i santi e lo rese grande a timore dei nemici.
Per la sua parola fece cessare i prodigi e lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul suo popolo e gli mostrò una parte della sua gloria. Lo santificò nella fedeltà e nella mansuetudine; lo scelse fra tutti i viventi.
Gli fece udire la sua voce; lo introdusse nella nube oscura e gli diede a faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e di intelligenza, perché spiegasse a Giacobbe la sua alleanza, i suoi decreti a Israele.
Egli innalzò Aronne, santo come lui, suo fratello, della tribù di Levi. Stabilì con lui un'alleanza perenne e gli diede il sacerdozio tra il popolo. Lo onorò con splendidi ornamenti e gli fece indossare una veste di gloria. Lo rivestì con tutta la magnificenza, lo adornò con paramenti maestosi: calzoni, tunica e manto. All'orlo della sua veste pose melagrane, e numerosi campanelli d'oro all'intorno, che suonassero al muovere dei suoi passi, diffondendo il tintinnio nel tempio, come richiamo per i figli del suo popolo. L'ornò con una veste sacra, d'oro, violetto e porpora, capolavoro di ricamo; con il pettorale del giudizio, con i segni della verità, e con tessuto di lino scarlatto, capolavoro di artista; con pietre preziose, incise come sigilli, su castoni d'oro, capolavoro di intagliatore, quale memoriale con le parole incise secondo il numero delle tribù di Israele. Sopra il turbante gli pose una corona d'oro con incisa l'iscrizione sacra, insegna d'onore, lavoro stupendo, ornamento delizioso per gli occhi.
Prima di lui non si erano viste cose simili, mai un estraneo le ha indossate; esse sono riservate solo ai suoi figli e ai suoi discendenti per sempre. I suoi sacrifici vengono tutti bruciati, due volte al giorno, senza interruzione. Mosè lo consacrò e l'unse con l'olio santo. Costituì un'alleanza perenne per lui e per i suoi discendenti, finché dura il cielo: quella di presiedere al culto ed esercitare il sacerdozio e benedire il popolo nel nome del Signore.
Il Signore lo scelse tra tutti i viventi perché gli offrisse sacrifici, incenso e profumo come memoriale e perché compisse l'espiazione per il suo popolo. Gli affidò i suoi comandamenti, il potere sulle prescrizioni del diritto, perché insegnasse a Giacobbe i decreti e illuminasse Israele nella sua legge. Contro di lui insorsero uomini estranei e furono gelosi di lui nel deserto; erano gli uomini di Datan e di Abiron e quelli della banda di Core, furiosi e violenti. Il Signore vide e se ne indignò; essi finirono annientati nella furia della sua ira. Egli compì prodigi a loro danno per distruggerli con il fuoco della sua fiamma.
E aumentò la gloria di Aronne, gli assegnò un patrimonio, gli riservò le primizie dei frutti, dandogli innanzi tutto pane in abbondanza. Si nutrono infatti delle vittime offerte al Signore che egli ha assegnato ad Aronne e ai suoi discendenti. Tuttavia non ha un patrimonio nel paese del popolo, non c'è porzione per lui in mezzo al popolo, perché il Signore è la sua parte e la sua eredità.
Pincas, figlio di Eleazaro, fu il terzo nella gloria per il suo zelo nel timore del Signore per la sua fermezza quando il popolo si ribellò, egli infatti intervenne con generoso coraggio e placò Dio in favore di Israele. Per questo fu stabilita con lui un'alleanza di pace, perché presiedesse al santuario e al popolo; così a lui e alla sua discendenza fu riservata la dignità del sacerdozio per sempre.
Ci fu anche un'alleanza con Davide, figlio di Iesse, della tribù di Giuda; la successione reale dal padre a uno solo dei figli, la successione di Aronne, a tutta la sua discendenza. Vi infonda Dio sapienza nel cuore per governare il popolo con giustizia, perché non scompaiano le virtù dei padri e la loro gloria nelle varie generazioni.
Come si può constatare da quanto riportato e dal resto che si può leggere nella sua interezza nella Sacra Scrittura, la vita di un uomo è la sua fede. La fede vissuta è la buona testimonianza di un uomo.
Senza fede non c’è ricordo presso Dio, non c’è vero, buono, santo ricordo presso gli uomini. Illustre presso Dio è l’uomo di fede. Illustre presso gli uomini è anche l’uomo di fede in Dio.
I Destinatari della Lettera se vogliono entrare in questa buona testimonianza, devono anche loro incamminarsi sulla via della fede.
Ora è l’Autore stesso che rende buona testimonianza a quanti lo hanno preceduto nella fede. Da questa fede vissuta è venuto Cristo secondo l’umanità.
Questa è la vera forza della fede. Come anche dalla vera fede che ogni uomo vive, viene nel mondo Cristo secondo la sua vera umanità e la sua divinità. Viene Cristo Salvatore, Redentore, Messia, oggi, di ogni uomo, perché non c’è salvezza se non in Cristo Gesù.
Il paragone diviene allora assai semplice. Quanti hanno preceduto Cristo nel tempo, sono stati “veicoli” di Cristo per la loro fede. Quanti vengono dopo di Lui, anche loro sono “veicoli” di Cristo per la loro fede. Per la loro fede Cristo opera oggi, oggi salva, oggi redime, oggi converte, oggi dona redenzione, oggi crea speranza, oggi dona nuova vita, oggi porta conforto, sollievo, oggi diviene verità e grazia per il mondo intero. Oggi per la fede vera di chi crede in Lui. Oggi per l’ascolto della Parola che Dio fa risuonare nei loro cuori. Oggi per l’adesione ad ogni Parola che continua ad uscire dalla bocca di Dio. Oggi per ogni Parola di Vangelo che la Chiesa fa risuonare nel mondo. Cristo viene per la fede e senza fede Cristo non può essere veicolato nel mondo. La fede è nella Parola ultima che Dio dice, ha detto, dirà.
La fede è la vera gloria di un uomo nel tempo e nell’eternità, sulla terra e nel cielo. Senza fede non c’è gloria eterna. Un uomo è vero per quanto vera è la sua fede.
[3]Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.
Il concetto, o la verità che viene qui espressa è quella contenuta nella prima pagina della Scrittura (Gn 1,1-31):
Gn 1,1-31: “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
Dio disse: Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie. E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra. E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.
Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.
Poi Dio disse: Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Sappiamo la verità dell’universo, delle cose, dell’uomo perché la Parola ce lo ha rivelato. Se la Parola non ce lo avesse rivelato, nessuno mai sarebbe potuto pervenire alla verità di ciò che esiste.
Tutto ciò che esiste, esiste perché Dio lo ha voluto e Dio lo ha anche creato. La creazione è dal nulla.
“Dal nulla” significa una cosa sola: tutto ciò che esiste non è da se stesso, non è da altre cose esistenti prima. Tutto ciò che esiste, esiste da Dio, non per emanazione, bensì per creazione. Dio crea dal nulla per la sua onnipotenza.
Non solo tutto ciò che esiste è da Dio, ma anche la legge che lo governa è data dal Signore. Il come questo avvenga, il Signore non lo ha rivelato ed è mistero per noi. Mistero da adorare, ma anche da conoscere, per governare non arbitrariamente, ma guidati dalla saggezza e dalla sapienza di cui Dio, creandoci, ci ha fatto dono.
La Parola rivela che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.
La formazione dei mondi non è venuta da cose esistenti, visibili, come sono visibili i mondi formati. Essa viene da cose non visibili, cioè dalla Parola di Dio, dalla Volontà di Dio, dalla sua Onnipotenza creatrice.
Osservazione: Se la vita dell’intero universo viene dalla Parola di Dio, molto di più dovrà venire dalla stessa Parola la vita dell’uomo sulla terra. La Parola della vita dell’uomo sulla terra oggi è Cristo. Lontano da Cristo, senza Cristo, nessuna vita sarà mai possibile sulla terra. Cristo è la vita della Parola, ma anche la Parola della vita. Cristo è la Parola ultima, definitiva, perfetta, compiuta di Dio per la vita dell’umanità. Come tutti i mondi sono formati dalla Parola di Dio, così l’intera creazione dovrà essere “riformata”, risanata, ristabilita nella sua verità, nella sua vera realtà, dalla Parola di Cristo, da Cristo Parola di vita per ogni uomo.
[4]Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
Nel caso di Abele, contrariamente a molti altri, non abbiamo riportata nel testo della Genesi alcuna Parola esplicita di Dio. La Genesi così parla di lui:
Gn. 4,1-15: “Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore. Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.
Il Signore disse allora a Caino: Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo. Caino disse al fratello Abele: Andiamo in campagna! Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: Dov'è Abele, tuo fratello? Egli rispose: Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello? Riprese: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra. Disse Caino al Signore: Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. Ma il Signore gli disse: Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato”.
Le verità che l’Autore della Lettera agli Ebrei ci manifesta sono due, anzi tre e tutte sono incentrate sulla fede:
Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino: Non viene manifestata la Parola che ha generato la fede in Abele. È detto però il frutto della fede che la Parola ha generato. Abele crede che Dio è il suo Signore, ma anche che tutto è dono del suo Signore. La vita e tutto ciò che attiene alla vita è dono del Signore. Il Signore di ogni vita si ringrazia offrendo in dono la vita che egli ci ha donato. Quale vita gli si deve offrire: la più bella, la migliore di tutte, la prima vita delle cose e degli animali. Donando a Dio la prima vita, lo si benedice e si chiede che continui a donare altra vita per la nostra vita. Dio è il Signore della vita cui ogni vita appartiene perché è un suo dono d’amore. Il sacrificio è così offerta, ma anche implorazione di altra vita, di altra benedizione. Questa è la fede di Abele. Caino non ha fede. Offre un sacrificio, ma senza vera fede. Questo è il suo peccato: l’idolatria.
E in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni: La verità della fede di Abele gli fa offrire un sacrificio vero e un vero sacrificio. La verità del sacrificio è il frutto della verità della sua fede. La giustizia di Abele non è nell’offerta, ma nella verità della sua fede. Il giusto offre cose giuste. Un uomo è giusto quando giusta è la sua fede, quando vera è la sua verità in Dio. Dio, gradendo il sacrificio di Abele, gli attesta la verità della sua fede. Per la pastorale questo è essenziale, fondamentale, primario, indispensabile. La pastorale deve portare un uomo nella verità della fede. Chi porta un uomo nella verità della fede, lo porta nella verità della giustizia, dell’opera, del comportamento. Fare opere senza fede è deleterio. Ma che forse oggi molta pastorale non è un’opera senza fede? Senza fede significa essere senza verità, senza verità in Dio che diviene anche senza verità nell’uomo.
Per essa, benché morto, parla ancora: Abele parla al mondo intero in ragione della sua fede. La sua fede dice ad ogni uomo che Dio è il Signore della vita e che ogni vita gli appartiene. Caino invece non dona la vita a Dio, la toglie al fratello. Senza il Dio della vita, Caino diviene e si fa un uomo che toglie la vita.
Osservazione: la salvezza del mondo è nel dono della vera fede. Il Dio della vita che dona ogni vita a Dio è Cristo Gesù. Più che quello di Abele, il sacrificio di Cristo è nell’offerta della propria vita. Il Figlio di Dio dona la vita al Padre confessando che Lui è il Signore di ogni vita.
Applicazione: i destinatari della Lettera sono nell’occasione di dare anche loro la vita a Dio, di versare il loro sangue sul sacrificio della loro fede. Chi può aiutarli in questa offerta e in questo sacrificio? Solo la retta fede in Cristo. Se si allontaneranno dalla fede in Cristo Gesù, loro perderanno la retta fede nel Dio Signore di ogni vita, torneranno ad offrire il sangue di qualche animale al Signore, ma non offriranno il loro proprio sangue. Non possono appartenere al Dio della vita, perché retrocedendo dalla fede, retrocedono dalla verità della loro stessa vita: dono da offrire al Signore.
È questa la parola di Abele che parla oggi. Parla però dopo il sacrificio di Cristo e grida che al Dio della vita ogni vita appartiene non solo spiritualmente, ma anche fisicamente, realmente essa è di Dio.
[5]Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.
Ecco come questo episodio viene raccontato nel libro della Genesi (5,18-24).
Gn. 5.18-24: “Iared aveva centosessantadue anni quando generò Enoch; Iared, dopo aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni; poi morì. Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Enoch fu di trecentosessantacique anni. Poi Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l'aveva preso”.
Di Enoch il testo della Scrittura dice due verità:
Enoch camminò con Dio: cammina con Dio chi cammina nella sua verità, nella sua volontà. Enoch è un uomo vero, un uomo giusto, un uomo buono. È uomo di vera e retta fede. Anche nel suo caso non abbiamo però la testimonianza scritta di una Parola particolare rivolta a lui da Dio.
Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso: Di lui è affermato che non ha conosciuto la morte. Non sappiamo neanche come questo sia potuto avvenire. L’unico caso che conosciamo di rapimento da parte del Signore è quello che ci riferisce la Scrittura a proposito di Elia. Lo riportiamo perché ognuno possa farsi una sua particolare idea, o convinzione. Non esiste però alcuna rassomiglianza, se non nel fatto che l’uno e l’altro sono stati “rapiti” dal Signore.
2Re 2,1-25: “Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Gàlgala con Eliseo. Elia disse a Eliseo: Rimani qui, perché il Signore mi manda fino a Betel. Eliseo rispose: Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò. Scesero fino a Betel. I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone? Ed egli rispose: Lo so anch'io, ma non lo dite.
Elia gli disse: Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico. Quegli rispose: Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò. Andarono a Gerico. I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone? Rispose: Lo so anch'io, ma non lo dite.
Elia gli disse: Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano. Quegli rispose: Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò. E tutti e due si incamminarono. Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono a distanza; loro due si fermarono sul Giordano.
Elia prese il mantello, l'avvolse e percosse con esso le acque, che si divisero di qua e di là; i due passarono sull'asciutto. Mentre passavano, Elia disse a Eliseo: Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te. Eliseo rispose: Due terzi del tuo spirito diventino miei. Quegli soggiunse: Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso; in caso contrario non ti sarà concesso.
Mentre camminavano conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: Padre mio, padre mio, cocchio d'Israele e suo cocchiere. E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia, e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. Prese il mantello, che era caduto a Elia, e colpì con esso le acque, dicendo: Dove è il Signore, Dio di Elia? Quando ebbe percosso le acque, queste si separarono di qua e di là; così Eliseo passò dall'altra parte.
Vistolo da una certa distanza, i figli dei profeti di Gerico dissero: Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo. Gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui. Gli dissero: Ecco, fra i tuoi servi ci sono cinquanta uomini di valore; vadano a cercare il tuo padrone nel caso che lo spirito del Signore l'avesse preso e gettato su qualche monte o in qualche valle. Egli disse: Non mandateli! Ma essi insistettero tanto che egli confuso disse: Mandateli! Mandarono cinquanta uomini che cercarono per tre giorni, ma non lo trovarono. Tornarono da Eliseo, che stava in Gerico. Egli disse loro: Non vi avevo forse detto: Non andate?
Si afferma il fatto. Poi tutto svanisce nel mistero. Così è anche per Enoch.
Mentre il testo in esame così si esprime:
Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte: L’Autore afferma la fede di Enoch, non dice in che cosa essa consiste in particolare. Insegna però che fu a causa di questa fede che lui non vide la morte. La fede mantiene Enoch perennemente in vita. Viene così rivelato che la via della vita è la fede, allo stesso modo che la via della morte è la non fede.
E non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via: Non si trovò più il corpo di Enoch. Non lo si trovò, non perché fosse sparito, ma perché Dio lo aveva rapito. La mancanza del corpo non è segno di rapimento da parte di Dio. È rapimento quando la Parola lo dice. Lo dice per Enoch. Lo dice per Elia. Questi due furono rapiti. Altro caso invece è quello di Mosè. Mosè morì. Il suo corpo però nessuno sapeva dove era stato sepolto, perché non si facesse di lui un idolo in Israele.
Notiamo la differenza:
Dt 34,1-12: “Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!
Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè. Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele”.
Mosè muore. Si nasconde la tomba. È sepolto in un luogo segreto. Per motivi di fede si fa tutto questo.
Enoch ed Elia invece non muoiono, sono rapiti, non si trovano più, non perché nascosti dagli uomini, ma perché presi sa Dio. La differenza è sostanziale.
Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio: L’Autore aggiunge al testo della Genesi questa puntualizzazione. Come il Signore ha avvertito Elia del suo rapimento nel cielo, così ha anche avvertito Enoch. Gli ha reso testimonianza di essere a Lui gradito. Come questo sia avvenuto non è dato di conoscerlo. Poiché il testo in esame è ispirato dallo Spirito Santo, per noi è vera rivelazione, vera Parola di Dio, da credere con l’assenso di tutta la nostra fede.
Osservazione: Dio, quando uno è degno di approvazione da parte sua, glielo manifesta, perché possa continuare sulla retta via. Attraverso la voce della coscienza gli manifesta anche la sua non approvazione. Lo si è visto nel caso di Caino. Questa verità ci deve insegnare la via del vero ascolto della coscienza, della storia, dei segni dei tempi. Ogni uomo deve imparare ad ascoltare il Signore. La forza dell’uomo è la verità della sua coscienza, ma anche la sua capacità di leggere in essa il bene e il male. La forza dell’uomo è la sua capacità di ascoltare oggi e sempre il Signore, per camminare sempre con Lui.
[6]Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.
In questo versetto viene data la norma fondamentale che deve regolare ogni rapporto con Dio: questa norma è la Parola.
Ogni relazione con Dio posta fuori la Parola – di poco o di molto non ha importanza – è una relazione non perfetta, non pienamente sana, non santamente buona. È una relazione non gradita da Dio.
Ogni relazione con Dio deve essere posta sul fondamento della sua volontà, dell’obbedienza, dell’ascolto della Sua Parola.
Per questo è necessario imparare ad ascoltare il Signore; non solo, ma anche a comprenderlo. Ascolto e comprensione ci danno la pienezza della sua volontà. L’obbedienza alla sua volontà ci rende a Lui graditi.
Questo vuol dire che ognuno di noi è obbligato a togliere dal rapporto con Dio tutto ciò che non è sua volontà, sua Parola, retta comprensione della sua volontà secondo la sua Parola.
Ognuno di noi è obbligato a verificare quotidianamente il grado di verità nell’ascolto e nella comprensione della Parola di Dio, in modo che anche l’obbedienza sia in noi perfetta.
La fede non riguarda però solo la sua esistenza, riguarda l’esistenza per rapporto a noi. L’esistenza di Dio per noi è una esistenza di Creatore, di Signore, di Redentore, di Santificatore, di giusto Giudice.
Egli chiamerà ognuno di noi a rendere ragione delle opere compiute mentre era in vita, sia in bene che in male.
Egli è il Dio delle giuste ricompense. Ognuno sarà valutato da Lui secondo giustizia.
Dicendo l’autore che Egli ricompensa coloro che lo cercano, intende insegnarci la retta regola della vita: in ognuno di noi deve esserci una volontà determinata, orientata, finalizzata alla ricerca di Dio.
Dio cerca l’uomo, ma anche l’uomo deve cercare Dio. Deve cercarlo con cuore sincero, anima semplice e umile, spirito aperto, sentimento libero, pronto ad accogliere ogni più piccola manifestazione della sua presenza.
Il capitolo primo del Libro della Sapienza ci dona delle indicazioni per una fruttuosa ricerca di Dio.
Sap 1,1-16: “Amate la giustizia, voi che governate sulla terra, rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui. I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; l'onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti.
La sapienza non entra in un'anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia. La sapienza è uno spirito amico degli uomini; ma non lascerà impunito chi insulta con le labbra, perché Dio è testimone dei suoi sentimenti e osservatore verace del suo cuore e ascolta le parole della sua bocca.
Difatti lo spirito del Signore riempie l'universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce. Per questo non gli sfuggirà chi proferisce cose ingiuste, la giustizia vendicatrice non lo risparmierà. Si indagherà infatti sui propositi dell'empio, il suono delle sue parole giungerà fino al Signore a condanna delle sue iniquità; poiché un orecchio geloso ascolta ogni cosa, perfino il sussurro delle mormorazioni non gli resta segreto. Guardatevi pertanto da un vano mormorare, preservate la lingua dalla maldicenza, perché neppure una parola segreta sarà senza effetto, una bocca menzognera uccide l'anima.
Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani, perché Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale. Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle.
Cercare Dio è cercare la verità di Dio. Questa è verità piena solo nella sua Parola. La Parola poi ci dona tutto il significato della verità, perché Cristo Gesù ha affidato allo Spirito del Signore il mandato di condurre la sua Chiesa verso la verità tutta intera.
Cercare il Signore è cercare la sua Parola. Cercare la sua Parola è cercare la Chiesa. Cercare la Chiesa è cercare coloro che hanno il compito, o il mandato di darci tutta intera la verità di Dio: sono gli Apostoli e i loro successori, i Vescovi.
Di certo non cerca veramente Dio, chi rifiuta la sua Parola, la Sua verità, perché rifiuta la Chiesa che ci dona la Parola e la verità.
La fede che ci fa graditi al Signore è l’obbedienza non alla Parola, ma alla pienezza di verità che nasce dalla Parola insegnata dalla Chiesa nello Spirito Santo.
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1/16/2012 11:02 PM
 
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[7]Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.
Di Noè si parla nella Genesi nei cc. 6.7.8.9. Riportiamo il solo capitolo sesto, perché esso introduce il tema sulla fede trattato dall’Autore.
Gn. 6,5-22: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Singore disse: Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
Questa è la storia di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Noè generò tre figli: Sem, Cam, e Iafet. Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza.
Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra. Allora Dio disse a Noè: E` venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.
Ecco come devi farla: l'arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell'arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell'arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore. Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell'arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d'ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro. Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece”.
Sono tre le verità proposte alla nostra attenzione in questo versetto:
Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia: Il diluvio ancora non era iniziato quando Noè ha dato mano alla costruzione dell’arca. La costruì perché ha creduto al Signore. La sua è vera fede nella Parola del Signore. Il pio timore è la riverenza di Noè verso la Parola di Dio nella volontà di fare ogni cosa secondo il comando ricevuto, senza nulla aggiungere e nulla togliere.
Per questa fede condannò il mondo: condannò il mondo perché gli uomini vedevano che lui costruiva l’arca e nessuno si diede pensiero di ravvedersi, convertirsi, ritornare al Signore. Nel Nuovo Testamento Noè è citato per mostrare la stoltezza degli uomini, i quali, dinanzi al pericolo che li sovrasta, continuano nei loro peccati, nella loro vita sregolata, in ogni genere di idolatria e di abbandono del Signore.
Divenne erede della giustizia secondo la fede: Questa frase ha un solo significato: erede della giustizia secondo la fede è quella giustizia di cui Dio ci fa dono in seguito al nostro ascolto e alla nostra obbedienza. Per Noè questa giustizia è la salvezza della sua vita, di quella dei suoi familiari, e in loro, di quella dell’uomo, o della famiglia umana che sussiste grazie alla fede di Noè.
Osservazione: Ogni Parola di Dio contiene in sé una promessa. È giustizia secondo la fede entrare in possesso di questa promessa, solo però se si è adempiuta fedelmente tutta la Parola di Dio che la promessa conteneva. Il Paradiso è eredità della giustizia secondo la fede. Anche la benedizione di Dio è eredità della giustizia secondo la fede.
Riflettendo su questa verità (eredità della giustizia secondo la fede), chiediamoci: quante pratiche di pietà, quante azioni liturgiche, o paraliturgiche vengono compiute per dare un dono di Dio, che però sono prive, da parte di chi riceve il dono, del “diritto” che nasce della giustizia secondo la fede? Si può rimediare a questa incongruenza? Cosa fare perché questo non succeda?
La giustizia secondo la fede dovrebbe essere regola generale di santo comportamento nella comunità cristiana.
Al di là di ogni altra considerazione, Noè deve insegnare ad ogni cristiano la più grande verità della sua vita: l’ascolto e la messa in pratica della Parola di Dio, nella più assoluta fedeltà, è la più grande testimonianza resa a Dio, ma anche la più grande opera di evangelizzazione che uno possa fare.
Il perfetto compimento della Parola di Dio nella nostra vita non solo attesta la verità della Parola, ma anche manifesta la verità della nostra fede.
La fede è vera: quando nasce dalla pura Parola del Signore; quando la pura Parola del Signore è accolta e messa in pratica, ascoltata e realizzata in ogni sua parte. La Parola vera di Dio deve divenire Parola vera nel cristiano: è questo il cammino santo della Parola e quindi della fede.
Se la vera Parola di Dio non diviene vera Parola del cristiano, non c’è vera fede. Quella su cui si costruisce è una fede non vera. Il mondo per credere ha bisogno di questa garanzia, di questa certezza, anzi di questa duplice garanzia e certezza: Vera Parola di Dio che diviene vera Parola del cristiano. Una sola Parola vera di Dio e del cristiano. La verità della Parola del cristiano condanna il mondo. Solo questa Parola lo condanna. Tutte le altre lo giustificano nei suoi peccati.
[8]Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Gn. 12,1-4: “Il Signore disse ad Abram: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran”.
Volendo fare un primo punto sulla situazione, è giusto dire che ogni persona di fede vive con Dio un rapporto singolarissimo: finora la fede dell’uno non è stata la fede dell’altro, perché la Parola per l’uno non era Parola per l’altro.
La Parola detta personalmente fa sì che la fede differisca da persona a persona, perché da persona a persona differisce la Parola.
Quella di Noè è una fede con futuro di vita. È una fede con promessa evidente, che si può facilmente constatare. È una Parola detta una volta per tutte. È anche una fede che nasce una volte per tutte.
Con Abramo invece inizia un altro tipo di fede. Inizia un vero cammino nella fede. Non è però un cammino nella fede nel senso che c’è una Parola che bisogna realizzare ed essa ha un valore che abbraccia tutta la vita.
Anche questo è cammino nella fede, ma è un cammino per realizzare la Parola ascoltata. Differente è invece il cammino della fede di Abramo. Abramo cammina ascoltando il Signore. Se lo ascolta cammina, se non lo ascolta resta fermo.
La sua è una fede totalmente dipendente dalla Parola che Dio gli farà udire oggi. Questo è il cammino della fede di Abramo: cammino nella Parola attuale di Dio.
Che sia un cammino di Parola in Parola lo si deduce già dal primo comando che il Signore gli rivolge: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”.
Abramo deve partire. Il Signore gli indicherà dove andare. Quando? Al momento che Lui riterrà giusto.
Abramo deve ora imparare ad ascoltare il Signore, a discernere e a separare la voce di Dio da tutte le altre voci, anche da quelle del suo cuore.
Ci riuscirà? A volte c’era Sara a confonderlo. Ma poi interveniva il Signore e metteva ogni cosa al suo posto.
Osservazione: Si badi bene. Il cammino di Abramo nella Parola e con la Parola di Dio non è nella comprensione, è nell’ascolto, nell’obbedienza, nella realizzazione. Una cosa sempre da non fare è questa: non comprendo, interpreto, realizzo. La comprensione non deve mai annullare il “dettato” letterale della Parola, altrimenti non è più comprensione, è vera e propria alterazione. La giusta procedura è questa: non comprendo, compio quanto la Parola dice, attendo di comprendere. Oppure: Non comprendo, chiedo spiegazione a Dio, attuo quanto il Signore mi dice. Ogni altra attuazione è via umana, non divina di realizzare la Parola.
[9]Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.
Il Signore aveva chiesto ad Abramo di partire verso il Paese che Lui gli avrebbe indicato.
Ma qual è questo Paese? Per Abramo non c’è Paese. Lui deve abitare in terra, o regione straniera, come pellegrino, forestiero.
Lui non dovrà avere una stabile dimora. La sua dimora sarà una tenda, che sposterà di luogo in luogo, finché il Signore non gli avrà indicato che è giunto nel luogo del suo riposo.
Qual è la fede di Abramo? Quella di camminare ascoltando il Signore, fidandosi sempre e comunque di Lui, senza nulla attendere, se non ciò che il Signore di volta in volta gli prometteva.
Questa fede di Abramo diviene consegna alla Parola attuale di Dio. È una fede dell’oggi per l’oggi, dell’oggi per il domani, ma il domani della fede di Abramo non è una fruttificazione di ciò che Lui crede oggi e realizza, ma è un dono di Dio e quindi una sua promessa.
Lui vive di fede e Dio opera per Lui, prepara per Lui un futuro ricco di speranza.
Questa fede ti pone in perenne stato di cambiamento, di affidamento, di dipendenza. Abramo è da Dio in tutto. Questa è la fede che il Signore gli chiede: essere sempre, comunque, in tutto da Dio, dalla sua Parola, dalla Parola che di volta in volta il Signore farà giungere al suo orecchio e al suo cuore.
Questa fede richiede il pieno, totale, perfetto abbandono al Signore. Esige lo svuotamento dei pensieri, dei sentimenti, anche la libertà dalle proprie opere o realizzazioni. Se tutto è da Dio, tutto deve essere da Dio sempre.
Ma tutto è sempre da Dio, se tutto Abramo è nella Parola di Dio, nella sua volontà ed è tutto nella Parola se si fa secondo la Parola, secondo la Parola si realizza. Lui esiste per realizzare ogni Parola di Dio. Il resto, tutto il resto lo realizzerà il Signore per Lui.
La fede di Abramo è così una fede senza futuro umano, senza certezze umane, senza speranze umane. È una fede la cui speranza è creata solo ed esclusivamente dalla Parola di Dio. È una fede quella di Abramo in cui sia presente, che lo stesso futuro di Abramo è da Dio, è nella sua Parola, ma non è nella Parola detta ieri, è in quella detta oggi.
Qual è allora la differenza tra la Parola di ieri e quella di oggi? Nessuna per rapporto alla fede. La Parola di ieri diceva il futuro della vita di Abramo. La Parola di oggi dice il futuro della vita di Abramo. Il futuro della vita di Abramo è Dio, non è il frutto della fede di Abramo, o l’opera della fede di Abramo.
Questa essenziale verità della Parola di Abramo fa sì che Lui possa ascoltare ogni Parola di Dio, anche se apparentemente l’una è in contrasto con l’altra, l’una in opposizione all’altra.
Può ascoltare l’una e l’altra Parola, anche se in contrasto, perché il futuro non nasce dalla Parola ascoltata e messa in pratica, ma nasce dalla fede nel Dio che dona la Parola.
Quella di Abramo è una fede che si fa obbedienza. L’obbedienza è alla Parola, non al frutto della Parola. Poiché l’obbedienza è alla Parola lui può ascoltare e mettere in pratica tutte le Parole di Dio. Il frutto nasce dall’obbedienza, non dalla Parola.
Osservazione: Il passaggio dalla Parola all’obbedienza è la cosa più difficile da realizzare. Lo si realizza ad una condizione: che si veda Dio che crea il nostro futuro, che lo crea nella nostra obbedienza, e non più come frutto della nostra messa in pratica della Parola. Per intenderci: è come se il Signore ci dicesse di piantare un albero e noi lo piantiamo. Poi ci dice di tagliarlo e noi lo tagliamo. Il frutto che il Signore ci dà perché noi lo mangiamo, ce lo dona in virtù della nostra obbedienza, non in forza della produzione dell’albero. Il frutto cioè non lo produce l’albero, ma il Signore. L’albero ci viene dato perché noi lo piantiamo, in obbedienza a Lui, ma anche perché lo tagliamo in obbedienza a Lui. Perché dobbiamo piantarlo e perché dobbiamo tagliarlo non appartiene a noi, a noi appartiene solo l’obbedienza ad ogni Parola di Dio. È questa totale fiducia nel Signore l’opera che il Signore vuole da chi dice di avere fede in Lui. Ci sta la nostra malata razionalità ad una simile fede?
In parole molto più semplici: il futuro non è frutto della realizzazione della Parola, ma dell’obbedienza. L’obbedienza è una, una sola: al Dio che parla. La Parola potrà essere in contraddizione, l’obbedienza mai.
[10]Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
L’Autore ci rivela ora perché per Abramo non c’era spazio sulla nostra terra. Lui non era stato chiamato per abitare una città costruita da mano d’uomo.
La città che Lui attendeva e che Dio gli aveva promessa è quella eterna: la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
È questa l’altra novità della fede in Abramo: lo spostamento della promessa: dalle cose della terra, alle cose del cielo, dal presente all’eternità, dall’opera dell’uomo a quella di Dio. È uno spostamento non di lieve entità. Con Abramo la via della fede apre sull’eternità ed è questa la vera finalità della fede: ricondurre l’uomo là dove era prima: nella città del Cielo, dalla quale era stato espulso a causa del suo peccato, come si può leggere nel capitolo terzo della Genesi, dove è mirabilmente manifestato lo stato miserevole in cui sono caduti Adamo ed Eva e la loro scacciata dal Paradiso terrestre.
Gn 3,1-24: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: E` vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino? Rispose la donna al serpente: Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete.
Ma il serpente disse alla donna: Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.
Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: Dove sei? Rispose: Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto. Riprese: Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?
Rispose l'uomo: La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato.
Il Signore Dio disse alla donna: Che hai fatto? Rispose la donna: Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato.
Allora il Signore Dio disse al serpente: Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.
Alla donna disse: Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.
All'uomo disse: Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!
L'uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi. Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. Il Signore Dio disse allora: Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre! Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita.
Osservazione: La non fede ha scacciato Adamo ed Eva dal Giardino di Dio, la fede deve avere questa unica finalità: riportarlo nel Giardino. Ogni annunzio che non indica all’uomo la via del Cielo, è un annunzio non di vera, retta, autentica fede. È questa una fede che non salva l’uomo, perché lo lascia in terra straniera, in regione forestiera, senza indicargli la via della città dalle stabili fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio. La fede che salva è quella che riporta l’uomo nella città del cielo. Oggi è proprio questa fede che fa difetto. Tutto si è spostato in ambito di città terrena, forestiera, straniera per l’uomo. Quanto sarebbe bello se ogni cristiano prendesse coscienza che Dio non lo chiama per stare bene su questa terra, bensì per stare bene nel Cielo. La via della vera fede è quella che conduce un uomo in Paradiso.
[11]Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso.
Dal racconto della Genesi è giusto affermare che diverso da quello di Abramo è il cammino della fede di Sara.
La fede di Sara passa attraverso l’esperienza del compimento della Parola di Dio. Anche questa via è buona per aprirsi alla fede. Leggiamo:
Gn. 18,1-15: “Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo. Quelli dissero: Fa’ pure come hai detto.
Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce. All'armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr'egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono.
Poi gli dissero: Dov'è Sara, tua moglie? Rispose: E` là nella tenda. Il Signore riprese: Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio. Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! Ma il Signore disse ad Abramo: Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio. Allora Sara negò: Non ho riso!, perché aveva paura; ma quegli disse: Sì, hai proprio riso”.
Quanto si è detto introducendo questo versetto 11, penso trovi piena verità nelle ultime parole della citazione: “Allora Sara rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! Ma il Signore disse ad Abramo: Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio. Allora Sara negò: Non ho riso!, perché aveva paura; ma quegli disse: Sì, hai proprio riso”.
Sara veramente in un primo momento non crede: potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?
Si apre alla fede nel momento in cui il Signore le dice: C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore?
Quella di Sara è una fede che ha bisogno di spiegazione, di illuminazione, di chiarificazione, di ulteriore sostegno da parte di Dio.
Anche questo il Signore fa per i suoi amici. L’unica cosa che il Signore non farà mai è accogliere la provocazione di chi non vuole credere e lo sfida a dargli un segno di credibilità.
In questo caso c’è la durezza del cuore e la sua superbia, arroganza, tracotanza. Dio resiste ai superbi. Mentre agli umili, anche se piccoli e poveri nella fede, Lui viene sempre in aiuto.
Osservazione: come si è potuto constatare i processi e le vie attraverso i quali si forma la fede in un cuore sono molteplici e vari. Non ne esiste uno solo. Ne esistono molti. Il Signore viene in aiuto di ognuno. La condizione però è una sola: l’umiltà del cuore, la semplicità dello spirito, la chiarezza della coscienza. Dove c’è superbia, perversità, cattiva coscienza, tentazione del Signore, ipocrisia, ogni altro genere di chiusura dell’uomo in se stesso, Dio rifiuta la sua grazia. Lo abbiamo visto anche nel primo capitolo del Libro della Sapienza, citato qualche pagina fa.
[12]Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
Viene ora indicato qual è il frutto di giustizia che Dio dona ad Abramo per la sua obbedienza alla Parola: una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
Questa discendenza non è frutto di Abramo. È dono di Dio. È dono, però, che Dio fa a motivo della fede di Abramo.
Abramo crede. Dio crea. Abramo obbedisce. Dio dona. Il dono però non è il frutto della fede, è dono a motivo della fede, a causa di essa.
Osservazione: Questa verità serve per liberare l’uomo da ogni assillo di fruttificazione. Questa non nasce dalla sua opera, né dalla molteplicità delle sue azioni. Questa, cioè la fruttificazione, non è dall’uomo, è da Dio. Non è allora la molta, o la poca opera che genera molti o pochi frutti, ma è la fede con la quale si risponde al Signore. La fede è nella Parola, non nell’opera che si fa, o nelle molte opere. Questa verità ce la suggerisce anche San Pietro: abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Molto lavoro, niente frutti. Ma sulla tua Parola getterò le reti: poco lavoro, molta fede, molti frutti, anzi frutti abbondanti. Se non si entra in questa visione di fede, tutto diviene inutile. Ripeto: il frutto non è dall’opera che si svolge. È dalla benedizione di Dio, è da Dio e Dio lo dona non in seguito all’opera che si fa, ma alla fede con la quale ci si relaziona a Lui.
È questa la più pura e la più santa verità della nostra fede. Chi entra in questa verità, si libera dall’opera, entra nell’obbedienza. Il frutto è dall’obbedienza, non dall’opera.
La pastorale ha bisogno di questa verità. Chi sarà capace a dargliela? Ma chi sarà capace di accoglierla?
Questo significa forse che l’obbedienza non fa opere? Niente affatto. Significa che l’opera deve essere obbedienza. L’opera è il frutto della fede, ma il dono di Dio non è il frutto dell’opera, bensì della fede.
[13]Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra.
La fede è nella Parola della promessa. La fede è in Dio che dice una Parola di promessa.
La fede è dell’uomo. La promessa è di Dio. La fede è dell’uomo storico. La promessa è del Dio senza storia, che è prima della storia, nella storia, e dopo la storia.
La fede dell’uomo è il terreno sul quale il Signore realizza la sua promessa. L’uomo gli offre il terreno, il Signore attua la promessa secondo arcani disegni che solo lui conosce.
Che l’uomo assista o non assista al compimento della promessa nella storia non ha importanza per lui. Importante per lui è che Dio attui per lui al momento della morte la promessa che si compie nell’eternità.
Abramo e tutti i giusti dell’Antico Testamento vedono la lontano la promessa di Dio che si compie nella storia degli uomini.
Al momento della morte però gustano i frutti di questa promessa, che Dio attua per loro a motivo della loro fede.
I beni promessi non conseguiti sono quelli storici, non quelli spirituali ed eterni. Questi sono stati conseguiti. Per la loro fede Dio li ha donati loro, in previsione dell’attuazione della promessa nella storia.
Abramo è benedetto da Dio nell’eternità a motivo della benedizione storica che si sarebbe tutta compiuta in Cristo Gesù.
Altra verità è questa: si è pellegrini sulla terra perché il bene ultimo della promessa è quello eterno, non quello terreno. La patria terrena è solo uno strumento, una via, un mezzo per il raggiungimento della patria eterna e questa si può raggiungere anche vivendo da pellegrini e da forestieri sulla terra.
Questa verità ci spinge ad affermarne un’altra: la non identificazione di nessun mezzo con il fine. Il mezzo per raggiungere il fine è solo la Parola del Signore e la fede in essa. La Parola è il mezzo assoluto. La fede in essa ci consente di raggiungere la Patria eterna.
La Parola conferisce libertà ad ogni altra cosa, che diventa relativa e non assoluta. Camminando nella Parola, seguendo essa, si diventa stranieri e forestieri per ogni altra cosa, non soltanto per la terra.
Osservazione: Comprendere la pienezza di libertà che nasce dalla fede nella Parola è la via per il continuo rinnovamento della propria spiritualità. È vera spiritualità quella che non è legata a nessuna realtà storica, ma solo alla Parola e al cammino nella Parola. Questa spiritualità è vera, perché la Parola libera da ogni cammino storico della fede, da ogni promessa storica della fede, da ogni conseguimento storico della fede. Questa spiritualità è vera, perché la Parola crea la storia e la crea giorno per giorno. Questa spiritualità è vera, perché in essa non c’è alcun condizionamento della storia sulla Parola. Oggi dobbiamo confessare che molti sono i condizionamenti storici sulla Parola. Alcuni di essi sono così gravi da condizionare, soffocare, uccidere la stessa Parola.
[14]Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria.
Questo versetto si comprende solo a partire dalla vocazione di Abramo, dalla prima Parola che il Signore gli disse quando ancora era nella terra di Ur dei Caldei. Questa Parola la conosciamo: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”.
Questa ha un valore perenne. È detta ad Abramo, ma non si compie con Abramo. È detta ad Abramo, ma in Abramo è detta ad ogni suo discendente.
Ogni suo discendente deve uscire dal Paese che possiede e il Paese che possiede è quello nel quale abita, vive, dimora.
Da questo Paese deve uscire, perché deve dirigersi verso il Paese che Dio gli indicherà.
Per questo motivo ogni discendente di Abramo non può avere Patria, perché dalla Patria deve uscire, la Patria deve abbandonare.
Lui deve seguire la Parola che gli indicherà il paese in cui abitare e questa Parola non termina con Abramo, termina con l’ultimo discendente di Abramo e con quanti sono della fede di Abramo.
È questo il motivo fondamentale per cui Abramo e ogni suo discendente non possono avere qui sulla terra una città stabile e duratura. Loro sono sempre in ascolto del Signore che li chiama ad uscire verso una Patria sempre nuova, sempre da raggiungere, mai raggiungibile sulla terra, perché la Patria che essi devono raggiungere è quella eterna.
Loro sono alla ricerca. Ma non sono loro che cercano la Patria futura. Non è la loro una ricerca immanente, che nasce cioè da un loro desiderio, o da una loro volontà, motivata anche da cause esterne, ma terrene. Loro sono alla ricerca, perché Dio li mette sempre in ricerca. La loro ricerca nasce dalla loro vocazione. La loro vocazione nasce dalla Parola attuale di Dio, che li chiama sempre a trascendersi, ad andare sempre oltre il già conquistato, o posseduto.
Osservazione: Questa verità merita tutta una nostra particolare considerazione. Il futuro da cercare non può nascere da una condizione immanente nell’uomo, deve necessariamente scaturire da una condizione trascendente e questa condizione chi la può dettare è solo Dio e la sua Parola attuale da Lui fatta risuonare al cuore e all’intelligenza dell’uomo. Questo richiede una capacità di ascolto non indifferente nell’uomo e l’ascolto è uno solo: la Parola che Dio oggi fa risuonare nella sua vita. I modi e le forme sono molteplici, tanti. Al singolo l’obbligo di sapere qual è la via attraverso cui Dio gli parla e la responsabilità di ascoltare ogni Parola da Lui pronunziata. È verità: ogni futuro pensato in maniera immanente dall’uomo conduce l’uomo nell’immanenza della storia e della sua vita. Questo futuro non è di Dio. Ogni futuro accolto come pensato, voluto, manifestato, rivelato da Dio porta l’uomo nella trascendenza e lo conduce verso la “Patria” verso la quale il Signore lo chiama.
Si pensi, per esempio, quale incidenza avrebbe nella nostra storia una pastorale di trascendenza, non pensata dall’uomo, ma voluta da Dio. Anche questa pastorale è “il paese” che Dio vuole indicare ad ogni uomo che vive la fede di Abramo.
[15]Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; [16]ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
Con Dio il cammino è sempre in avanti, mai è un ritorno al passato, al vecchio, a ciò che fu.
Con Dio bisogna pensare in termini di novità. Anche qui il discorso diviene serio, impegnativo. La novità però – è necessario ripeterlo – non è data da un pensiero immanente, che nasce dalla mente e dal cuore dell’uomo. La novità è data dalla Parola sempre nuova di Dio che chiama l’uomo ad una novità sempre più nuova, più vera, più santa.
La patria migliore cui essi aspirano non nasce dalla loro mente; è messa invece nel loro cuore dalla Parola di Dio.
È giusto puntualizzare che l’Autore è ispirato dallo Spirito Santo e quindi legge alla luce attuale della verità rivelata quanto è avvenuto in tutto il corso della Storia della Salvezza.
La verità storica è la Terra Promessa. La verità di fede va oltre la Terra Promessa, poiché questa è solo una tappa della Promessa di Dio, ma non è l’essenza, la verità della Promessa del Signore.
In conclusione: con Dio si cammina sempre in avanti, mai si guarda indietro. Ciò che vede l’uomo guardando in avanti è sempre una tappa, mai la sua realtà piena, perfetta, completa. Questo ci suggerisce un’altra verità: è obbligo di chi crede in Dio non fermarsi mai alla prima comprensione della Parola della Promessa; occorre andare sempre oltre, infinitamente oltre, perché l’oltre di Dio è sempre oltre ciò che l’uomo vede nella sua immediatezza.
La seconda frase del v. 16 risulta in verità di non facile comprensione: “Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città”.
L’unica interpretazione che ci sembra in qualche modo attendibile è questa: Chi è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe se non il Dio Onnipotente? Chi è il Dio dei profeti se non il Dio Creatore dal nulla, ma anche il Dio che viene per fare nuove tutte le cose?
Essendo il nostro Dio il Signore Creatore Onnipotente egli può chiamare, può promettere, può preparare una città futura per i suoi figli e questa città futura non è sulla terra, ma nel Cielo.
È il Cielo l’abitazione futura dell’uomo e il Cielo solo Dio lo può preparare. L’uomo, nessun uomo, nessun idolo, ha questa capacità.
Lui può preparare una città per i suoi fedeli proprio perché Dio, perché si chiama Dio, perché la divinità gli appartiene per natura. Lui è essenzialmente Dio e per questo può condurre i suoi fedeli nella città futura, cioè nella città celeste, eterna.
Osservazione: Con Dio non c’è ritorno indietro. Con Dio non c’è neanche pienezza su questa terra. Con Dio c’è cammino della terra al Cielo, dalla città terrena nella quale siamo forestieri e pellegrini alla Città del cielo, che sarà la nostra dimora eterna. È questo cammino che ogni fedele ascoltatore della Parola deve intraprendere. La fede solo per questa terra e per le cose di questa terra non ha alcun senso, alcun valore, alcuna potenza di trasformazione di un uomo. La fede di un uomo è la sua eternità. La forza di ogni predicazione è di indicare la città futura, ma anche quella di aiutare ognuno per il suo raggiungimento. Questa è vera pastorale. Ancora una volta siamo chiamati a passare dall’immanenza alla trascendenza e dalla terra al Cielo.
[17]Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, [18]del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. [19]Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
Questi versetti (17 e 18) sono importanti nella trattazione dell’Autore per un nuovo concetto che egli immette nella fede di Abramo. Leggiamo il testo e poi rifletteremo un po’ sulle verità che l’Autore ci vuole insegnare.
Gn. 22,1-19: “Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: Eccomi! Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò.
Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.
Allora Abramo disse ai suoi servi: Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi. Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt'e due insieme.
Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: Padre mio! Rispose: Eccomi, figlio mio. Riprese: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto? Abramo rispose: Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio! Proseguirono tutt'e due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: Eccomi! L'angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: Il Signore provvede, perciò oggi si dice: Sul monte il Signore provvede.
Poi l'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce. Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.
Sulla questione tra Parola, obbedienza, opera di giustizia della fede si è già detto ogni cosa utile per la retta comprensione del rapporto che esiste tra realizzazione della Parola e frutti di giustizia.
L’Autore ora ci dice qual è il fondamento della fede di Abramo. Questo fondamento non è nella Parola di Dio, ma in Dio. Anche questo in qualche modo si è accennato, ma sotto altra prospettiva.
Abramo aveva ricevuto due Parole da Dio: In Isacco sarà la tua discendenza, la prima; la seconda: prendi tuo figlio, l’unico che hai e sacrificalo a me sul monte.
Queste due parole sono in evidente contrasto. Sono in contrasto per rapporto all’uomo. Non sono in contrasto per rapporto a Dio.
Il Dio Onnipotente è vero in quello che dice, perché è capace di compiere ogni parola che dice, anche se per l’uomo sono in evidente contraddizione.
Abramo non vede il contrasto tra queste due Parole, perché pensa subito all’Onnipotenza di Dio. Il Dio che chiede il Figlio, poiché Onnipotente, è anche capace di ridarmelo. Io glielo dono e lui melo ridà. Me lo dona però dopo che io gliel’ho ridato e dopo che gli ho manifestato tutta la mia obbedienza alla sua volontà.
Questa fede segna la perfezione assoluta in una persona. Questa fede infatti non guarda né l’uomo, e neanche la Parola di Dio nel suo prima e nel suo dopo. Questa fede guarda solamente Dio e lo guarda nell’istante in cui parla, ordina, vuole. Con questa fede, quando è in un cuore, c’è obbedienza perfetta, assoluta, piena. Con questa fede l’uomo si dona totalmente a Dio nella sua Parola attuale, di oggi.
Osservazione: È possibile avere una fede così perfetta, da non mettere in confronto le diverse Parole di Dio, perché si vede solo il Dio che parla e che comanda? La risposta è affermativa. Questa fede è possibile. Questa fede nasce però su un fondamento di un amore grande per il Signore: un amore che non si interroga, che non chiede. Un amore che è pieno, totale, perfetto abbandono a Lui. Quando perfezione dell’amore e perfezione della fede si incontrano in un cuore, in una mente, in una volontà, c’è obbedienza piena, dalla quale nasce la vita per l’umanità intera. A questa fede ogni cristiano è chiamato. Questa fede è fiducia totale nel Dio che non inganna, non si inganna, non mentisce, non si contraddice, non illude, non dice una cosa per un’altra; questa fede è nel Dio Signore Onnipotente e Creatore di tutte le cose. Questa fede è possibile nel rinnegamento di ogni pensiero umano. È solo rinnegandosi nei suoi pensieri che un uomo può raggiungere le vette di una fede così perfetta nel Dio che parla.
[20]Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
La fede di Isacco è nel Dio di suo padre Abramo. Egli dal padre ha ereditato questo bene divino. Dalla Genesi conosciamo l’inganno che gli fu fatto circa la benedizione, la quale invece che essere data ad Esaù fu data a Giacobbe. Ma questo non inficia minimamente la sua fede nella Parola della promessa da parte di Dio. Il testo della genesi così narra questi avvenimenti:
Gn 27,1-46: “Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: Figlio mio. Gli rispose: Eccomi. Riprese: Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, esci in campagna e prendi per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portami da mangiare, perché io ti benedica prima di morire.
Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa. Rebecca disse al figlio Giacobbe: Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti al Signore prima della morte. Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte.
Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione. Ma sua madre gli disse: Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti.
Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Così egli venne dal padre e disse: Padre mio. Rispose: Eccomi; chi sei tu, figlio mio? Giacobbe rispose al padre: Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica.
Isacco disse al figlio: Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!. Rispose: Il Signore me l'ha fatta capitare davanti. Ma Isacco gli disse: Avvicinati e lascia che ti palpi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no. Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù. Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e perciò lo benedisse. Gli disse ancora: Tu sei proprio il mio figlio Esaù? Rispose: Lo sono.
Allora disse: Porgimi da mangiare della selvaggina del mio figlio, perché io ti benedica. Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: Avvicinati e baciami, figlio mio! Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse: Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!
Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando arrivò dalla caccia Esaù suo fratello. Anch'egli aveva preparato un piatto, poi lo aveva portato al padre e gli aveva detto: Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, perché tu mi benedica. Gli disse suo padre Isacco: Chi sei tu? Rispose: Io sono il tuo figlio primogenito Esaù. Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l'ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l'ho benedetto e benedetto resterà. Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Egli disse a suo padre: Benedici anche me, padre mio!
Rispose: E` venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la tua benedizione. Riprese: Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione! Poi soggiunse: Non hai forse riservato qualche benedizione per me?
Isacco rispose e disse a Esaù: Ecco, io l'ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l'ho provveduto di frumento e di mosto; per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?
Esaù disse al padre: Hai una sola benedizione padre mio? Benedici anche me, padre mio! Ma Isacco taceva ed Esaù alzò la voce e pianse. Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse: Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede e lungi dalla rugiada del cielo dall'alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo.
Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe. Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti. Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. Rimarrai con lui qualche tempo, finché l'ira di tuo fratello si sarà placata; finché si sarà placata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno? Poi Rebecca disse a Isacco: Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?
Ci asteniamo da un qualsiasi commento su quanto è avvenuto tra Rebecca e Giacobbe. Non è tema di questa Lettera.
Ora è giusto puntualizzare una cosa sola: la benedizione è trasmissione dei doni che la Parola della promessa contiene in sé e questi doni non possono essere trasmessi se non per mezzo della fede.
Questo ci induce ad una considerazione semplice, ma efficace: senza fede nessuna benedizione potrà mai essere data. La fede con la quale è necessario dare la benedizione non è tanto nella Parola della promessa, ma nel Dio capace di mantenere la Promessa e di portarla a pienezza di realizzazione.
Osservazione: Questa verità è giusto che sia sempre presa in seria considerazione. La fede della persona che trasmette la Parola è il terreno vitale su cui bisogna piantare l’albero della benedizione che si dona nel nome di Dio. Questo perché la benedizione non opera perché proferita, opera perché si crede nel Dio che è capace di portarla a compimento, a realizzazione. Quando non si crede, neanche si tramanda la benedizione. Non si tramanda perché non si è vissuto di benedizione nella benedizione del Signore. In tal senso è come se la fede di chi trasmette mantiene in vita, in vigore, dona consistenza alla benedizione, alla Parola, alla Verità che si trasmette agli altri. Chi riceve la Parola, la benedizione di Dio, la verità del Signore, la riceve nel rigoglio della sua vita, o pienezza di vita ed è per questo che porta frutto in chi la riceve. È come se si piantasse in un terreno una piantina verde. Essa ha la forza in sé di crescere e di produrre frutti. Se invece si pianta una piantina secca, questa pur venendo messa nel terreno, non ha alcuna vitalità in sé. È già secca e mai potrà produrre frutto. Questa regola vale anche per la trasmissione del Vangelo. Se esso è vivo in noi, vivo sarà dato agli altri. Se esso è morto in noi, morto sarà dato agli altri. È secco in noi ed è secco negli altri. È questo oggi il grave problema dell’evangelizzazione. Si vuole una nuova evangelizzazione ma con il Vangelo che è morto nel nostro cuore. Oppure si vuole che il Vangelo venga annunziato al mondo, quando è alla Chiesa che bisogna annunziarlo nuovamente e per intero. Sono, questi, problemi che meritano un’attenta considerazione.
[21]Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all'estremità del bastone.
Il discorso fatto per Isacco, vale anche per Giacobbe. La fede di Giacobbe è veramente esemplare. Appare dalla Lettura del testo della Genesi, e non solo nel caso specifico della benedizione.
Gn 49,1-33: “Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: Radunatevi, perché io vi annunzi quello che vi accadrà nei tempi futuri. Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe, ascoltate Israele, vostro padre!
Ruben, tu sei il mio primogenito, il mio vigore e la primizia della mia virilità, esuberante in fierezza ed esuberante in forza! Bollente come l'acqua, tu non avrai preminenza, perché hai invaso il talamo di tuo padre e hai violato il mio giaciglio su cui eri salito.
Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l'anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore. Perchè con ira hanno ucciso gli uomini e con passione hanno storpiato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele! Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele.
Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici; davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre. Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi oserà farlo alzare? Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell'uva il manto; lucidi ha gli occhi per il vino e bianchi i denti per il latte.
Zàbulon abiterà lungo il lido del mare e sarà l'approdo delle navi, con il fianco rivolto a Sidòne.
Issacar è un asino robusto, accovacciato tra un doppio recinto. Ha visto che il luogo di riposo era bello, che il paese era ameno; ha piegato il dorso a portar la soma ed è stato ridotto ai lavori forzati.
Dan giudicherà il suo popolo come ogni altra tribù d'Israele. Sia Dan un serpente sulla strada, una vipera cornuta sul sentiero, che morde i garretti del cavallo e il cavaliere cade all'indietro. Io spero nella tua salvezza, Signore!
Gad, assalito da un'orda, ne attacca la retroguardia.
Aser, il suo pane è pingue: egli fornisce delizie da re.
Nèftali è una cerva slanciata che dá  bei cerbiatti.
Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte, i cui rami si stendono sul muro. Lo hanno esasperato e colpito, lo hanno perseguitato i tiratori di frecce. Ma è rimasto intatto il suo arco e le sue braccia si muovon veloci per le mani del Potente di Giacobbe, per il nome del Pastore, Pietra d'Israele. Per il Dio di tuo padre egli ti aiuti! e per il Dio onnipotente egli ti benedica! Con benedizioni del cielo dall'alto, benedizioni dell'abisso nel profondo, benedizioni delle mammelle e del grembo. Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni. Vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!
Beniamino è un lupo che sbrana: al mattino divora la preda e alla sera spartisce il bottino.
Tutti questi formano le dodici tribù d'Israele, questo è ciò che disse loro il loro padre, quando li ha benedetti; ognuno egli benedisse con una benedizione particolare. Poi diede loro quest'ordine: Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l'Hittita, nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nel paese di Canaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l'Hittita come proprietà sepolcrale. Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia. La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso proveniva dagli Hittiti. Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò e fu riunito ai suoi antenati.
La fede in Giacobbe si connota di un’alta moralità. Con lui la fede inizia un nuovo cammino: le azioni dell’uomo di fede non sono neutre per rapporto alla fede che professa. La fede obbliga ad una correttezza di vita morale. Ci sono dei limiti che l’uomo di fede non può oltrepassare.
Altra verità per la fede di Giacobbe è questa: la sua fede diventa ad un certo momento profezia. Essa gli consente di vedere oltre il presente perché guarda in un lontano e remoto futuro.
Osservazione: la connotazione morale della fede è uno dei più grandi difetti di certa teologia attuale. Fede e morale sono una sola inscindibile realtà. Nessuno, senza grave danno, può operare divisione in questa unità. La tentazione può attaccare singole persone e intere comunità. La vigilanza su questo argomento non è mai troppa. Inoltre quando la fede si apre all’invisibile, essa veramente raggiunge il sommo della sua perfezione. È perfetta questa fede perché vede il frutto di essa non solamente per oggi, ma per domani e per sempre. Questa fede è giusto che ogni discepolo di Gesù Cristo coltivi nel suo seno. Con questa fede si allargano gli orizzonti e si raggiunge Dio e ogni suo futuro intervento nella nostra storia.
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1/16/2012 11:03 PM
 
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[22]Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell'esodo dei figli d'Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.
La fede di Giuseppe è fede integra e pura nella Parola della promessa. L’Egitto non è la patria dei figli di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Questa terra è solo di transito, è un istante, un momento della loro storia, ma non è la loro storia. Questa la fede di Giuseppe. Giuseppe lo crede e dà anche disposizioni circa il suo futuro per dopo la sua morte.
Gn 50,15-26: “Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto? Allora mandarono a dire a Giuseppe: Tuo padre prima di morire ha dato quest'ordine: Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre! Giuseppe pianse quando gli si parlò così.
E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: Eccoci tuoi schiavi! Ma Giuseppe disse loro: Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini. Così li consolò e fece loro coraggio. Ora Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; Giuseppe visse centodieci anni. Così Giuseppe vide i figli di Efraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. Poi Giuseppe disse ai fratelli: Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch'egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe.
Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa. Poi Giuseppe morì all'età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto.
La fede di Giuseppe gli fa vedere Dio anche nelle vicende dolorose della sua vita. Essa gli fa vedere Dio con lui in ogni circostanza, lieta o triste.
Gli fa vedere anche la presenza di Dio che guida il suo popolo, come un pastore guida il suo gregge e lo conduce per il suo bene.
Con Giuseppe cambia qualcosa nella fede. Essa è fede, sì, nella Parola di Dio, ma prima ancora è fede nel Dio Signore della vita del suo popolo e di ogni singolo appartenente ad esso.
Dio è Signore non solo per il passato, non solo per il presente, ma anche e soprattutto per il futuro. Sempre Dio è il Signore del suo popolo.
Essendo Signore, Dio sempre può intervenire per condurre e conduce non secondo schemi dettati dalla ragione umana, bensì dalla sua sapienza divina ed eterna.
Perché si raggiunga questa fede è necessaria una lunga esperienza del cammino con Dio. Questa esperienza è data dalla storia della nostra fede. Così la storia diventa “luogo” della manifestazione di Dio.
Osservazione: Non è sufficiente che Dio si manifesti nella nostra storia, perché si abbia immediatamente la percezione della sua manifestazione, o la comprensione di essa. È necessaria una vera e propria rivelazione. Occorre sempre una sapienza che discende dall’Alto. Senza questa sapienza divina l’uomo non può comprendere la “storia” di Dio attraverso la storia degli uomini, o nella storia degli uomini. Se questo fosse possibile, non avremmo più bisogno di rivelazione. Invece ogni rapporto con Dio si può fondare solo ed esclusivamente su una rivelazione divina. Come questa rivelazione avvenga Dio solo lo sa. Lui solo infatti sa e conosce come parlare ad un cuore. A noi interessa sapere che non la carne e il sangue ci fanno vedere l’azione di Dio in noi, ma solo la sua grazia, la sua illuminazione, la sua sapienza, la sua rivelazione. Questo aiuto celeste è vera grazia di Dio. Con Giuseppe la fede in Dio si fa fede nella Provvidenza Dio che vigila e conduce il suo popolo per il suo bene e per il bene del mondo intero. Si passa dalla Parola di Dio all’opera di Dio, che si conosce però come opera di Dio perché Dio lo rivela e ce lo fa conoscere.
[23]Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell'editto del re.
Anche nel caso di Mosè la fede fa un passaggio essenziale. In questo caso la fede diviene scelta di obbedienza. Leggiamo il testo:
Es 2,1-10: “Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto.
Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L'aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: E` un bambino degli Ebrei.
La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino? Va’, le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. La figlia del faraone le disse: Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario. La donna prese il bambino e lo allattò.
Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: Io l'ho salvato dalle acque!
Si è detto che la fede è ascolto della volontà di Dio. L’uomo però è governato da molte parole, ma anche da molte parole tentato: sono le parole degli angeli ribelli e degli uomini che si sono lasciati conquistare da loro e sono divenuti loro strumenti di male, di peccato, di morte.
La fede con Mosè diviene “testimonianza”, “martirio”, cioè scelta della voce di Dio contro ogni altra voce che le è contraria, in opposizione, in esclusione.
È questa la scelta di Dio che diviene perdita di se stessi, o rinnegamento di se stessi. Il rinnegamento avviene perché si vuole restare fedeli alla voce del Signore e alla sua obbedienza.
Osservazione: Con Mosè si passa dalla fede in una Parola di Dio, o in molte Sue Parole, alle conseguenze per l’intera vita del singolo o del popolo che queste Parole comportano. Forse è questa l’opera più difficile da compiere per l’uomo di retta e matura fede. Questa opera è frutto di un discernimento tagliente, capace di separare il bene e il male anche nella più piccola delle sue azioni. Questo discernimento però non può essere dono naturale, o per apprendimento di sapienza umana. Un così perfetto, nobile, santo discernimento è solo per grazia di Dio, per dono celeste, per rivelazione interiore, per sapienza ispirata. Dio che parla al suo popolo, lo muove anche nell’intelligenza, nella volontà, nel cuore, nei sentimenti, perché agisce sempre e comunque secondo la sua Parola, la Sua Verità, la Sua Volontà. Questa sapienza quotidianamente ispirata è la vera vita della fede. Questa sapienza bisogna chiedere costantemente al Signore, altrimenti o ci fermiamo alla sola lettera della Parola – e questa non è pienezza di verità per noi – oppure possiamo dare noi un’interpretazione alla Parola – ma neanche questa è verità.
[24]Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, [25]preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. [26]Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa. [27]Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile.
L’Autore tiene a puntualizzare che tutto ciò che avviene in questi uomini di Dio è solo per fede. Le loro opere, decisioni, scelte, volontà, desideri, comportamenti, tutto in loro nasce dalla fede.
In questi versetti 24.25.26.27 egli aggiunge qualche altro concetto necessario per la comprensione della fede in ogni sua più piccola manifestazione. Il testo cui si riferisce è il seguente:
Es 2,11-25: In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo seppellì nella sabbia. Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: Perché percuoti il tuo fratello? Quegli rispose: Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l'Egiziano? Allora Mosè ebbe paura e pensò: Certamente la cosa si è risaputa.
Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo. Ora il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame.
Tornate dal loro padre Reuel, questi disse loro: Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta? Risposero: Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; è stato lui che ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge. Quegli disse alle figlie: Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!
Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: Sono un emigrato in terra straniera!
Nel lungo corso di quegli anni, il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero.
Per comprendere qual è lo specifico della fede di Mosè prima della chiamata che Dio gli fece nel deserto, occorre che ogni elemento di questi versetti venga esaminato singolarmente.
- Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone: Dal testo dell’Esodo sappiamo che Mosè conosceva la sua origine e la sua appartenenza. Ad un certo momento egli è chiamato dalla “voce interiore della coscienza” nella quale gli parlava il Signore ad una scelta: essere degli Egiziani, o essere degli Ebrei; essere con gli schiavi, oppure appartenere agli schiavizzatori e oppressori. È questo un elemento fondamentale della fede: l’ascolto della coscienza nella quale parla il Signore.
L’ascolto della coscienza trova nella Scrittura un posto non di poca importanza, o rilevanza. Essa è vera voce di Dio. Ma quando essa è vera voce di Dio? Questo ce lo rivela Il libro del Siracide (37,7-15):
“Ogni consigliere suggerisce consigli, ma c'è chi consiglia a proprio vantaggio. Guàrdati da un consigliere, infòrmati quali siano le sue necessità egli nel consigliare penserà al suo interesse perché non getti la sorte su di te e dica: La tua via è buona, poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà. Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco, nascondi la tua intenzione a quanti ti invidiano. Non consigliarti con una donna sulla sua rivale, con un pauroso sulla guerra, con un mercante sul commercio, con un compratore sulla vendita, con un invidioso sulla riconoscenza, con uno spietato sulla bontà di cuore, con un pigro su un'iniziativa qualsiasi, con un mercenario annuale sul raccolto, con uno schiavo pigro su un gran lavoro; non dipendere da costoro per nessun consiglio.
Invece frequenta spesso un uomo pio, che tu conosci come osservante dei comandamenti e la cui anima è come la tua anima; se tu inciampi, saprà compatirti. Segui il consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti sarà più fedele di lui. La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Al di sopra di tutto questo prega l'Altissimo perché guidi la tua condotta secondo verità.
La coscienza è voce di Dio sempre, perché Dio parla sempre attraverso la coscienza. Per ascoltarla però è necessaria una grazia particolare, un suo particolare aiuto. Aiuto e grazia devono essere implorati da Dio, sempre.
Per il momento ci interessa sapere che la coscienza è vera via per la manifestazione della volontà di Dio. I “meccanismi” per l’ascolto della coscienza attualmente non fanno parte della trattazione ed è giusto che li rimandiamo in altra sede più appropriata.
Preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato: La voce della coscienza impone una scelta. Dio parla, all’uomo l’obbligo di ascoltare, di seguire quanto egli manifesta, rivela, suggerisce nell’intimo. Mosè opera questa scelta. Sceglie di essere con il popolo del Signore. Sceglie però non la gloria del popolo, ma i suoi maltrattamenti. Rifiuta la gloria degli Egiziani che è peccato per lui.
È peccato quella gloria perché costruita sull’oppressione, sul maltrattamento, sulla privazione della dignità della persona umana. Ogni gloria che è costruita sul sangue, sull’oppressione, sul maltrattamento, sul togliere qualcosa a qualcuno è una gloria peccaminosa. Questa gloria non si può scegliere, non si deve scegliere. Questa gloria è peccato.
Altra considerazione che matura nella coscienza di Mosè è questa: la vita del peccato è di breve durata. Il peccato consuma, ma non dura. Il peccato apparentemente dona vita, invece crea e genera solo morte. Mosè sceglie di non costruire la sua vita sul peccato.
Al peccato si deve preferire la miseria, la persecuzione, il maltrattamento, la stessa morte fisica. Tutto si deve preferire, tutto si deve scegliere, ma non il peccato. Questa è la lezione di vita che nasce per l’Autore dalla coscienza di Mosè, nella quale si manifesta il Signore.
Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa: L’Autore introduce un concetto nuovo, sul quale è più che giusto e necessario riflettere.
È questa vera e propria rivelazione. Come Mosè l’abbia avuta, nessuno lo sa, né può saperlo. Il testo sacro non lo rivela.
L’obbrobrio di Cristo per ora è la persecuzione del suo popolo, la sua umiliazione, la sua schiavitù, l’oppressione crudele e violenta.
È obbrobrio di Cristo, perché è obbrobrio della discendenza di Abramo dalla quale verrà Cristo, il Redentore e il Salvatore dell’uomo.
In certo qual modo già l’Autore vede quello che poi Paolo chiamerà “il corpo di Cristo”, cioè la Chiesa di Dio.
Mosè si vede una cosa sola con il suo popolo. Se vuole essere con il popolo, deve scegliere l’obbrobrio del popolo. L’obbrobrio del popolo è obbrobrio di Cristo, ma è proprio in questo obbrobrio che si compirà la promessa della benedizione fatta da Dio ad Abramo.
Non si può scegliere di essere oggi e domani nella benedizione e nella promessa, se non si sceglie oggi di essere nel popolo che la benedizione e la promessa porta nel lungo corso della storia.
Ma essere del popolo significa accogliere la vita del popolo. Il popolo ora è nella persecuzione. Mosè sceglie la persecuzione del popolo, per avere la benedizione dello stesso popolo.
È una verità assai carica di conseguenze, questa, per la vita della fede di una persona. La scelta della fede diviene la scelta del popolo che porta la fede. La scelta del popolo che porta la fede è la scelta della sua condizione di obbrobrio, di persecuzione, di morte.
Del popolo bisogna condividere tutto: la morte e la vita, la persecuzione e la gloria, l’acclamazione e la croce, il presente e il futuro.
Con Mosè la fede del singolo si fa fede della comunità, ma anche comunione di vita con la comunità. È questo un concetto nuovissimo, che merita di sicuro ulteriori sviluppi.
Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile. C’è una verità nascosta in quest’ultimo versetto che richiede particolare attenzione nella sua individuazione.
Mosè lasciò l’Egitto, quando si rifugiò nel deserto, dopo l’uccisione dell’Egiziano.
Lui avrebbe voluto liberare il suo popolo dalla schiavitù. Era però la sua una decisione immanente, non suggerita dallo Spirito del Signore. Né lui era stato ancora investito dello Spirito di Dio e quindi era nell’impossibilità di fare qualcosa. Nessuno può fare le cose di Dio, se Dio non è con lui. Questa è la verità prima dell’opera della salvezza.
Mosè da una forza misteriosa, invisibile è attratto verso il deserto, in attesa di tempi migliori e questi tempi migliori sono i tempi che Dio ha riservato alla sua scelta, secondo l’insegnamento che viene a noi dagli Atti degli Apostoli.
Cosa allora ci vuole insegnare l’Autore in questo suo versetto? Una cosa in verità semplice: Mosè avvertiva dentro di sé che era necessario operare la liberazione del suo popolo. Sapeva che esso era nella più dura delle schiavitù.
La conoscenza del male non si trasforma però in opera di salvezza per solo forze umane. Occorre per questo una forza divina e Mosè era ancorato verso questa forza divina. Lui non perde la fede nel Signore che può liberare il suo popolo. È questo l’invisibile che lui vede.
Vede Dio come il solo capace di operare una simile liberazione. Vede se stesso incapace di poterla fare. La vede però necessaria. Sa che uno solo può: Dio.
Lui si rifugia nel deserto, ma non senza questa fede nel Signore, nel Dio dei suoi Padri. Per questa fede lascia l’Egitto, abbandona il Faraone. Se non avesse avuto questa fede, sarebbe potuto ritornare a corte e lì riprendere la vita di prima. Invece aveva scelto l’obbrobrio del suo popolo e per questo se ne va in esilio.
Osservazione: Come si è potuto constatare in Mosè ci sono diversi elementi che fanno crescere la fede. La sua è una fede che trova nella coscienza una perfetta maturazione verso il bene. È inoltre una fede che porta il singolo a non separarsi dalla comunità. Una sola fede, un solo popolo, una sola vita. La comunione di fede diviene così comunione di vita. L’unità di fede si fa unità di appartenenza. Nell’appartenenza si condivide ogni cosa: gioie, dolori, persecuzioni, gloria, schiavitù. Se la fede è una, una deve essere anche la vita che la fede genera e fa fruttificare. Inoltre la fede di Mosè si specifica anche come coscienza della necessità di una liberazione. Questa coscienza però da sola non è sufficiente ad operare. L’opera di Dio deve essere fatta da Dio. Se Dio non dona inizio all’opera, nessun uomo da solo è in grado di portarla a compimento. Mosè non può fare l’opera, sa che è necessaria. Sa che Dio la porterà presto a compimento e per questo si ritira nel deserto, abbandonando per sempre l’Egitto e i suoi antichi privilegi. Scegliendo il suo popolo, egli fin da ora sceglie la salvezza che Dio darà al suo popolo, anche se ancora non sa come Dio interverrà, ma sa che il Signore interverrà. È questo l’invisibile che lui vede.
[28]Per fede celebrò la pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
C’è una fede senza una Parola attuale di Dio e c’è una fede con la Parola attuale di Dio. La celebrazione della Pasqua è da inserire in questa fede con Parola esplicita, circostanziata di Dio. Ecco la Parola della fede:
Es. 12,1-51: “Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d'Egitto: Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.
Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto.
Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E` la pasqua del Signore!
In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dei dell'Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto.
Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne. Per sette giorni voi mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele. Nel primo giorno avrete una convocazione sacra; nel settimo giorno una convocazione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro; potrà esser preparato solo ciò che deve essere mangiato da ogni persona.
Osservate gli azzimi, perché in questo stesso giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dal paese d'Egitto; osserverete questo giorno di generazione in generazione come rito perenne. Nel primo mese, il giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al ventuno del mese, alla sera. Per sette giorni non si troverà lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievito, sarà eliminato dalla comunità di Israele, forestiero o nativo del paese. Non mangerete nulla di lievitato; in tutte le vostre dimore mangerete azzimi.
Mosè convocò tutti gli anziani d'Israele e disse loro: Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua.
Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l'architrave e gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino. Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire.
Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: E` il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case. Il popolo si inginocchiò e si prostrò.
Poi gli Israeliti se ne andarono ed eseguirono ciò che il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne; in tal modo essi fecero. A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame. Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c'era casa dove non ci fosse un morto! Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me! Gli Egiziani fecero pressione sul popolo, affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: Stiamo per morire tutti!
Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli. Gli Israeliti eseguirono l'ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d'argento e d'oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani. Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero. Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall'Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall'Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio. Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent'anni. Al termine dei quattrocentotrent'anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d'Egitto.
Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione. Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: Questo è il rito della pasqua: nessun straniero ne deve mangiare. Quanto a ogni schiavo acquistato con denaro, lo circonciderai e allora ne potrà mangiare. L'avventizio e il mercenario non ne mangeranno. In una sola casa si mangerà: non ne porterai la carne fuori di casa; non ne spezzerete alcun osso. Tutta la comunità d'Israele la celebrerà. Se un forestiero è domiciliato presso di te e vuol celebrare la pasqua del Signore, sia circonciso ogni suo maschio: allora si accosterà per celebrarla e sarà come un nativo del paese. Ma nessun non circonciso ne deve mangiare. Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi. Tutti gli Israeliti fecero così; come il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne, in tal modo operarono. Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dal paese d'Egitto, ordinati secondo le loro schiere”.
Es 13,1-22: “Il Signore disse a Mosè: Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti di uomini o di animali : esso appartiene a me. Mosè disse al popolo: Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatti uscire di là: non si mangi ciò che è lievitato. Oggi voi uscite nel mese di Abib. Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, dell'Hittita, dell'Amorreo, dell'Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri di dare a te, terra dove scorre latte e miele, allora tu compirai questo rito in questo mese.
Per sette giorni mangerai azzimi. Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore. Nei sette giorni si mangeranno azzimi e non ci sarà presso di te ciò che è lievitato; non ci sarà presso di te il lievito, entro tutti i tuoi confini. In quel giorno tu istruirai tuo figlio: E` a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall'Egitto. Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia sulla tua bocca. Con mano potente infatti il Signore ti ha fatto uscire dall'Egitto. Osserverai questo rito alla sua ricorrenza ogni anno.
Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, come ha giurato a te e ai tuoi padri, e te lo avrà dato in possesso, tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno; ogni primo parto del bestiame, se di sesso maschile, appartiene al Signore. Riscatterai ogni primo parto dell'asino mediante un capo di bestiame minuto; se non lo riscatti, gli spaccherai la nuca. Riscatterai ogni primogenito dell'uomo tra i tuoi figli. Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d'Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile, e riscatto ogni primogenito dei miei figli. Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento fra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto.
Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: Altrimenti il popolo, vedendo imminente la guerra, potrebbe pentirsi e tornare in Egitto. Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Gli Israeliti, ben armati uscivano dal paese d'Egitto. Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa.
Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte”.
È vera fede quella di Mosè perché lui esegue ogni cosa che il Signore gli dice. Ogni Parola trova il suo compimento, la sua esecuzione, o realizzazione fedele.
Questa fede finisce nell’istante in cui la Parola è adempiuta, o realizzata. Continua, deve continuare, se perdura la Parola della fede.
In questo caso la Parola perdura nel memoriale del rito della Pasqua. Di generazione in generazione i figli di Israele vivevano secondo questa Parola alcuni momenti o tempi particolari della loro vita.
[29]Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.
In questo versetto 29 è da notare un particolarità. Prima leggiamo gli eventi così come si sono svolti e poi sarà aggiunta qualche parola di commento, al fine di aiutare la comprensione.
Es 14,1-31: “Il Signore disse a Mosè: Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore! Essi fecero in tal modo.
Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva! Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi.
Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon. Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?
Mosè rispose: Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli. Il Signore disse a Mosè: Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto.
Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri.
L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero.
Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare.
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani! Il Signore disse a Mosè: Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri.
Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè”.
Il Mare si apre per miracolo. Il miracolo è per gli Ebrei. La parola della fede è per loro, non per altri.
Questo deve insegnarci che la Parola ha sempre un destinatario ben preciso. Essa agisce per il destinatario. Per quanti non sono destinatari della Parola, questa non può agire.
È questo il motivo per cui il Mare si apre per gli Ebrei e si chiude per gli Egiziani.
Se fosse stato un fatto naturale, come naturalmente si era aperto per gli Ebrei, così naturalmente sarebbe potuto anche rimanere aperto per gli Egiziani.
Essendo però l’apertura un fatto di fede, per fede si apre per coloro per i quali si deve aprire, per fede si chiude per coloro per i quali si deve chiudere.
È il frutto personalizzato della Parola che la costituisce Parola della fede, Parola di Dio.
Questa constatazione deve far sì che una fede più grande nasca nel cuore verso la Parola di Dio, o verso il Dio della Parola. Questa più grande fede deve nascere sia in colui che proferisce la Parola di Dio come anche in coloro che sono i beneficiari di essa.
Osservazione: Questa è lo specifico sia del fatto della notte della liberazione, che del giorno dell’attraversamento del Mar Rosso: la fede genera un frutto di fede. Dalla fede nasce la fede; dalla fede matura sempre una fede più grande.
[30]Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
Gerico è stata conquistata per grazia di Dio, non per stratagemma militare degli Ebrei. Ecco come sono andati i fatti.
Gs 6,1-27: “Ora Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava. Disse il Signore a Giosuè: Vedi, io ti metto in mano Gerico e il suo re. Voi tutti prodi guerrieri, tutti atti alla guerra, girerete intorno alla città, facendo il circuito della città una volta. Così farete per sei giorni. Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d'ariete davanti all'arca; il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando si suonerà il corno dell'ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé.
Giosuè, figlio di Nun, convocò i sacerdoti e disse loro: Portate l'arca dell'alleanza; sette sacerdoti portino sette trombe di corno d'ariete davanti all'arca del Signore. Disse al popolo: Mettetevi in marcia e girate intorno alla città e il gruppo armato passi davanti all'arca del Signore. Come Giosuè ebbe parlato al popolo, i sette sacerdoti, che portavano le sette trombe d'ariete davanti al Signore, si mossero e suonarono le trombe, mentre l'arca dell'alleanza del Signore li seguiva; l'avanguardia precedeva i sacerdoti che suonavano le trombe e la retroguardia seguiva l'arca; si procedeva a suon di tromba.
Al popolo Giosuè aveva ordinato: Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete. L'arca del Signore girò intorno alla città facendo il circuito una volta, poi tornarono nell'accampamento e passarono la notte nell'accampamento. Di buon mattino Giosuè si alzò e i sacerdoti portarono l'arca del Signore; i sette sacerdoti, che portavano le sette trombe di ariete davanti all'arca del Signore, avanzavano suonando le trombe; l'avanguardia li precedeva e la retroguardia seguiva l'arca del Signore; si marciava a suon di tromba. Girarono intorno alla città, il secondo giorno, una volta e tornarono poi all'accampamento. Così fecero per sei giorni.
Al settimo giorno essi si alzarono al sorgere dell'aurora e girarono intorno alla città in questo modo per sette volte; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città. La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati.
Solo guardatevi da ciò che è votato allo sterminio, perché, mentre eseguite la distruzione, non prendiate qualche cosa di ciò che è votato allo sterminio e rendiate così votato allo sterminio l'accampamento di Israele e gli portiate disgrazia. Tutto l'argento, l'oro e gli oggetti di rame e di ferro sono cosa sacra per il Signore, devono entrare nel tesoro del Signore.
Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l'ariete e l'asino.
Ai due uomini che avevano esplorato il paese, Giosuè disse: Entrate nella casa della prostituta, conducete fuori lei e quanto le appartiene, come le avete giurato. Entrarono i giovani esploratori e condussero fuori Raab, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e tutto quanto le apparteneva; fecero uscire tutta la sua famiglia e li stabilirono fuori dell'accampamento di Israele. Incendiarono poi la città e quanto vi era, soltanto l'argento, l'oro e gli oggetti di rame e di ferro deposero nel tesoro della casa del Signore.
Giosuè però lasciò in vita Raab, la prostituta, la casa di suo padre e quanto le apparteneva, ed essa abita in mezzo ad Israele fino ad oggi, perché aveva nascosto gli esploratori che Giosuè aveva inviato a Gerico. In quella circostanza Giosuè fece giurare: Maledetto davanti al Signore l'uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte! Il Signore fu con Giosuè, la cui fama si sparse in tutto il paese”.
Il Signore attraverso questo fatto vuole insegnare al suo popolo che non è per forza umana che la Terra Promessa sarà conquistata, ma per sua grazia e per un particolare dono della sua misericordia.
Vuole altresì insegnare al suo popolo che la vita è solo nella sua Parola e dalla sua Parola. Senza la sua Parola non c’è vita. Fuori della sua Parola non c’è vita.
La vita è nella sua e dalla sua Parola se fedelmente eseguita. Israele questo non dovrà mai dimenticarlo. Il giorno in cui confiderà in se stesso, sarà la morte per tutto il popolo del Signore.
[31]Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl'increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.
Quella di Raab è una fede che nasce dalla storia e diviene comunione con la storia della salvezza di Dio. La comunione è condivisione di quella stessa storia, accogliendo di farne parte, schierandosi dalla sua parte.
Gs 2,1-24: “In seguito Giosuè, figlio di Nun, di nascosto inviò da Sittim due spie, ingiungendo: Andate, osservate il territorio e Gerico. Essi andarono ed entrarono in casa di una donna, una prostituta chiamata Raab, dove passarono la notte.
Ma fu riferito al re di Gerico: Ecco alcuni degli Israeliti sono venuti qui questa notte per esplorare il paese. Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: Fa’ uscire gli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua, perché sono venuti per esplorare tutto il paese.
Allora la donna prese i due uomini e, dopo averli nascosti, rispose: Sì, sono venuti da me quegli uomini, ma non sapevo di dove fossero. Ma quando stava per chiudersi la porta della città al cader della notte, essi uscirono e non so dove siano andati. Inseguiteli subito e li raggiungerete.
Essa invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti fra gli steli di lino che vi aveva accatastato. Gli uomini li inseguirono sulla strada del Giordano verso i guadi e si chiuse la porta, dopo che furono usciti gli inseguitori. Quelli non si erano ancora coricati quando la donna salì da loro sulla terrazza e disse loro: So che il Signore vi ha assegnato il paese, che il terrore da voi gettato si è abbattuto su di noi e che tutti gli abitanti della regione sono sopraffatti dallo spavento davanti a voi, perché abbiamo sentito come il Signore ha prosciugato le acque del Mare Rosso davanti a voi, alla vostra uscita dall'Egitto e come avete trattato i due re Amorrei, che erano oltre il Giordano, Sicon ed Og, da voi votati allo sterminio.
Lo si è saputo e il nostro cuore è venuto meno e nessuno ardisce di fiatare dinanzi a voi, perché il Signore vostro Dio è Dio lassù in cielo e quaggiù sulla terra. Ora giuratemi per il Signore che, come io ho usato benevolenza, anche voi userete benevolenza alla casa di mio padre; datemi dunque un segno certo che lascerete vivi mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene e risparmierete le nostre vite dalla morte. Gli uomini le dissero: A morte le nostre vite al posto vostro, purché non riveliate questo nostro affare; quando poi il Signore ci darà il paese, ti tratteremo con benevolenza e lealtà.
Allora essa li fece scendere con una corda dalla finestra, perché la sua casa era addossata al muro di cinta; infatti sulle mura aveva l'abitazione. Disse loro: Andate verso la montagna, perché non si imbattano in voi i vostri inseguitori e là rimarrete nascosti tre giorni fino al loro ritorno; poi andrete per la vostra strada. Le risposero allora gli uomini: Saremo sciolti da questo giuramento, che ci hai fatto fare, a queste condizioni: quando noi entreremo nel paese, legherai questa cordicella di filo scarlatto alla finestra, per la quale ci hai fatto scendere e radunerai presso di te in casa tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. Chiunque allora uscirà dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sulla sua testa e noi non ne avremo colpa; chiunque invece sarà con te in casa, il suo sangue ricada sulla nostra testa, se gli si metterà addosso una mano. Ma se tu rivelerai questo nostro affare, noi saremo liberi da ciò che ci hai fatto giurare.
Essa allora rispose: Sia così secondo le vostre parole. Poi li congedò e quelli se ne andarono. Essa legò la cordicella scarlatta alla finestra. Se ne andarono dunque e giunsero alla montagna dove rimasero tre giorni, finché non furono tornati gli inseguitori. Gli inseguitori li avevano cercati in ogni direzione senza trovarli. I due uomini allora tornarono sui loro passi, scesero dalla montagna, passarono il Giordano e vennero da Giosuè, figlio di Nun, e gli raccontarono quanto era loro accaduto. Dissero a Giosuè: Dio ha messo nelle nostre mani tutto il paese e tutti gli abitanti del paese sono già disfatti dinanzi a noi”.
Introducendo la fede di Raab si è detto che essa nasce dalla storia. Questa fede però da sola non dona salvezza.
Perché questa fede generi salvezza è necessario che diventi essa stessa nostra storia, o che noi apparteniamo ad essa.
Si appartiene ad essa con scelte puntuali, precise, chiare. Raab sceglie di essere con questa storia, scegliendo di salvare gli Esploratori.
Salva la fede che diviene condivisione di vita con coloro che la Parola della fede vivono e di cui noi vediamo i frutti attraverso la storia che si compie dinanzi a noi. L’ammirazione, lo stupore, la contemplazione di questa storia da sola non è sufficiente perché vi sia salvezza.
La salvezza è nella Parola che genera la storia. Per entrare nella salvezza occorre entrare nella storia. La storia è del popolo. Si entra nella storia facendo parte del popolo che la storia vive e realizza.
Osservazione: Questa verità deve insegnarci una sola cosa: non si può stare dinanzi alla porta della Parola o della storia che dalla Parola viene posta in essere per ricevere la salvezza. La Parola che diviene storia è il modo attraverso cui il Signore ci parla perché anche noi diveniamo parte di questa storia. La scelta però è nostra e solo nostra. Se entriamo nella Parola c’è anche per noi la salvezza ; se rimaniamo fuori anche per noi si chiude la porta della salvezza. Restiamo là dove eravamo prima, con la responsabilità colpevole di non aver ascoltato la Parola che Dio ci rivolgeva attraverso la storia. Altra osservazione assai importante è questa: spetta ad ognuno che ascolta la Parola della fede trasformarla in storia, affinché la storia che nasce dalla Parola divenga voce attraverso cui il Signore chiama altri ad entrare nella sua Parola. Così è via della fede la Parola ed è via della fede la storia che nasce dalla Parola.
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1/16/2012 11:06 PM
 
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ALTRI ESEMPI DI FEDE
[32]E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, [33]i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, [34]spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri.
Leggiamo prima quanto si riferisce loro. Di alcuni riportiamo tutte le loro gesta, di altri solo un brano, come esempio, rinviando però ad una lettura integrale della loro vita con Dio. Solo in seguito puntualizzeremo, se sarà necessario, gli elementi essenziali, fondamentali, della loro fede.
Circa Barak v. Gd 4,1-24:
“Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin re di Canaan, che regnava in Cazor. Il capo del suo esercito era Sisara che abitava a Aroset-Goim. Gli Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e già da venti anni opprimeva duramente gli Israeliti.
In quel tempo era giudice d'Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. Essa sedeva sotto la palma di Debora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim, e gli Israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie. Essa mandò a chiamare Barak, figlio di Abinoam, da Kades di Nèftali, e gli disse: Il Signore, Dio d'Israele, ti dá  quest'ordine: Và, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani.
Barak le rispose: Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò. Rispose: Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini; ma il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna. Debora si alzò e andò con Barak a Kades.
Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kades; diecimila uomini si misero al suo seguito e Debora andò con lui. Ora Eber, il Kenita, si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannaim che è presso Kades. Fu riferito a Sisara che Barak, figlio di Abinoam, era salito sul monte Tabor. Allora Sisara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Aroset-Goim fino al torrente Kison.
Debora disse a Barak: Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te? Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini.
Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sisara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sisara scese dal carro e fuggì a piedi. Barak inseguì i carri e l'esercito fino ad Aroset-Goim; tutto l'esercito di Sisara cadde a fil di spada e non ne scampò neppure uno.
Intanto Sisara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Cazor, e la casa di Eber il Kenita. Giaele uscì incontro a Sisara e gli disse: Fermati, mio signore, fermati da me: non temere. Egli entrò da lei nella sua tenda ed essa lo nascose con una coperta. Egli le disse: Dammi un po’ d'acqua da bere perché ho sete. Essa aprì l'otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. Egli le disse: Sta’  all'ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: C'è qui un uomo?, dirai: Nessuno. Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì.
Ed ecco Barak inseguiva Sisara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi. Egli entrò da lei ed ecco Sisara era steso morto con il picchetto nella tempia. Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. La mano degli Israeliti si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero sterminato Iabin re di Canaan.
Circa Iefte v. Gd 11,1-40:
Ora Iefte, il Galaadita, era uomo forte e valoroso, figlio di una prostituta; lo aveva generato Gàlaad. Poi la moglie di Gàlaad gli partorì figli e, quando i figli della moglie furono adulti, cacciarono Iefte e gli dissero: Tu non avrai eredità nella casa di nostro padre, perché sei figlio di un'altra donna. Iefte fuggì lontano dai suoi fratelli e si stabilì nel paese di Tob. Attorno a Iefte si raccolsero alcuni sfaccendati e facevano scorrerie con lui.
Qualche tempo dopo gli Ammoniti mossero guerra a Israele. Quando gli Ammoniti iniziarono la guerra contro Israele, gli anziani di Gàlaad andarono a prendere Iefte nel paese di Tob. Dissero a Iefte: Vieni, sii nostro condottiero e combatteremo contro gli Ammoniti.
Ma Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: Non siete forse voi quelli che mi avete odiato e scacciato dalla casa di mio padre? Perché venite da me ora che siete in difficoltà? Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: Proprio per questo ora ci rivolgiamo a te: verrai con noi, combatterai contro gli Ammoniti e sarai il capo di noi tutti abitanti di Gàlaad.
Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: Se mi riconducete per combattere contro gli Ammoniti e il Signore li mette in mio potere, io sarò vostro capo. Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: Il Signore sia testimone tra di noi, se non faremo come hai detto.
Iefte dunque andò con gli anziani di Gàlaad; il popolo lo costituì suo capo e condottiero e Iefte ripetè le sue parole davanti al Signore in Mizpa. Poi Iefte inviò messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: Che c'è tra me e te, perché tu venga contro di me a muover guerra al mio paese?.
Il re degli Ammoniti rispose ai messaggeri di Iefte: Perché, quando Israele uscì dall'Egitto, si impadronì del mio territorio, dall'Arnon fino allo Iabbok e al Giordano; restituiscilo spontaneamente. Iefte inviò di nuovo messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: Dice Iefte: Israele non si impadronì del paese di Moab, né del paese degli Ammoniti; ma, quando Israele uscì dall'Egitto e attraversò il deserto fino al Mare Rosso e giunse a Kades, mandò messaggeri al re di Edom per dirgli: Lasciami passare per il tuo paese, ma il re di Edom non acconsentì. Mandò anche al re di Moab, nemmeno lui volle e Israele rimase a Kades.
Poi camminò per il deserto, fece il giro del paese di Edom e del paese di Moab, giunse a oriente del paese di Moab e si accampò oltre l'Arnon senza entrare nei territori di Moab; perché l'Arnon segna il confine di Moab. Allora Israele mandò messaggeri a Sicon, re degli Amorrei, re di Chesbon, e gli disse: Lasciaci passare dal tuo paese, per arrivare al nostro. Ma Sicon non si fidò che Israele passasse per i suoi confini; anzi radunò tutta la sua gente, si accampò a Iaaz e combattè contro Israele. Il Signore, Dio d'Israele, mise Sicon e tutta la sua gente nelle mani d'Israele, che li sconfisse; così Israele conquistò tutto il paese degli Amorrei che abitavano quel territorio; conquistò tutti i territori degli Amorrei, dall'Arnon allo Iabbok e dal deserto al Giordano.
Ora il Signore, Dio d'Israele, ha scacciato gli Amorrei davanti a Israele suo popolo e tu vorresti possedere il loro paese? Non possiedi tu quello che Camos tuo dio ti ha fatto possedere? Così anche noi possiederemo il paese di quelli che il Signore ha scacciati davanti a noi. Sei tu forse più di Balak, figlio di Zippor, re di Moab? Mosse forse querela ad Israele o gli fece guerra? Da trecento anni Israele abita a Chesbon e nelle sue dipendenze, ad Aroer e nelle sue dipendenze e in tutte le città lungo l'Arnon; perché non gliele avete tolte durante questo tempo? Io non ti ho fatto torto e tu agisci male verso di me, muovendomi guerra; il Signore giudice giudichi oggi tra gli Israeliti e gli Ammoniti! Ma il re degli Ammoniti non ascoltò le parole che Iefte gli aveva mandato a dire. Allora lo spirito del Signore venne su Iefte ed egli attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l'offrirò in olocausto.
Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.
Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l'unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi.
Essa gli disse: Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici. Poi disse al padre: Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne. Egli le rispose: Va’!, e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità.
Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d'Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni”.
Circa Gedeone v. Gd 6,1-8, 35:
Gd 6,1-40: “Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e il Signore li mise nelle mani di Madian per sette anni. La mano di Madian si fece pesante contro Israele; per la paura dei Madianiti gli Israeliti adattarono per sé gli antri dei monti, le caverne e le cime scoscese. Quando Israele aveva seminato, i Madianiti con i figli di Amalek e i figli dell'oriente venivano contro di lui, si accampavano sul territorio degli Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino all'ingresso di Gaza e non lasciavano in Israele mezzi di sussistenza: né pecore, né buoi, né asini.
Poiché venivano con i loro armenti e con le loro tende e arrivavano numerosi come le cavallette essi e i loro cammelli erano senza numero e venivano nel paese per devastarlo. Israele fu ridotto in grande miseria a causa di Madian e gli Israeliti gridarono al Signore. Quando gli Israeliti ebbero gridato a causa di Madian, il Signore mandò loro un profeta che disse: Dice il Signore, Dio d'Israele: Io vi ho fatti uscire dall'Egitto e vi ho fatti uscire dalla condizione servile; vi ho liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano di quanti vi opprimevano; li ho scacciati davanti a voi, vi ho dato il loro paese e vi ho detto: Io sono il Signore vostro Dio; non venerate gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate. Ma voi non avete ascoltato la mia voce.
Ora l'angelo del Signore venne a sedere sotto il terebinto di Ofra, che apparteneva a Ioas, Abiezerita; Gedeone, figlio di Ioas, batteva il grano nel tino per sottrarlo ai Madianiti. L'angelo del Signore gli apparve e gli disse: Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!
Gedeone gli rispose: Signor mio, se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato, dicendo: Il Signore non ci ha fatto forse uscire dall'Egitto? Ma ora il Signore ci ha abbandonati e ci ha messi nelle mani di Madian.
Allora il Signore si volse a lui e gli disse: Va’ con questa forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io?
Gli rispose: Signor mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manàsse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre. Il Signore gli disse: Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un uomo solo.
Gli disse allora: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli. Intanto, non te ne andare di qui prima che io torni da te e porti la mia offerta da presentarti. Rispose: Resterò finché tu torni.
Allora Gedeone entrò in casa, preparò un capretto e con un'efa di farina preparò focacce azzime; mise la carne in un canestro, il brodo in una pentola, gli portò tutto sotto il terebinto e glielo offrì. L'angelo di Dio gli disse: Prendi la carne e le focacce azzime, mettile su questa pietra e versavi il brodo. Egli fece così. Allora l'angelo del Signore stese l'estremità del bastone che aveva in mano e toccò la carne e le focacce azzime; salì dalla roccia un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime e l'angelo del Signore scomparve dai suoi occhi.
Gedeone vide che era l'angelo del Signore e disse: Signore, ho dunque visto l'angelo del Signore faccia a faccia! Il Signore gli disse: La pace sia con te, non temere, non morirai!
Allora Gedeone costruì in quel luogo un altare al Signore e lo chiamò Signore-Pace. Esso esiste fino ad oggi a Ofra degli Abiezeriti. In quella stessa notte il Signore gli disse: Prendi il giovenco di tuo padre e un secondo giovenco di sette anni, demolisci l'altare di Baal fatto da tuo padre e taglia il palo sacro che gli sta accanto. Costruisci un altare al Signore tuo Dio sulla cima di questa roccia, disponendo ogni cosa con ordine; poi prendi il secondo giovenco e offrilo in olocausto sulla legna del palo sacro che avrai tagliato.
Allora Gedeone prese dieci uomini fra i suoi servitori e fece come il Signore gli aveva ordinato; ma temendo di farlo di giorno, per paura dei suoi parenti e della gente della città, lo fece di notte. Quando il mattino dopo la gente della città si alzò, vide che l'altare di Baal era stato demolito, che il palo sacro accanto era stato tagliato e che il secondo giovenco era offerto in olocausto sull'altare che era stato costruito. Si dissero l'un altro: Chi ha fatto questo? Investigarono, si informarono e dissero: Gedeone, figlio di Ioas, ha fatto questo.
Allora la gente della città disse a Ioas: Conduci fuori tuo figlio e sia messo a morte, perché ha demolito l'altare di Baal e ha tagliato il palo sacro che gli stava accanto. Ioas rispose a quanti insorgevano contro di lui: Volete difendere voi la causa di Baal e venirgli in aiuto? Chi vorrà difendere la sua causa sarà messo a morte prima di domattina; se è Dio, difenda da sé la sua causa, per il fatto che hanno demolito il suo altare. Perciò in quel giorno Gedeone fu chiamato Ierub-Baal, perché si disse: Baal difenda la sua causa contro di lui, perché egli ha demolito il suo altare.
Ora tutti i Madianiti, Amalek e i figli dell'oriente si radunarono, passarono il Giordano e si accamparono nella pianura di Izreel. Ma lo spirito del Signore investì Gedeone; egli suonò la tromba e gli Abiezeriti furono convocati per seguirlo. Egli mandò anche messaggeri in tutto Manàsse, che fu pure chiamato a seguirlo; mandò anche messaggeri nelle tribù di Aser, di Zàbulon e di Nèftali, le quali vennero ad unirsi agli altri. Gedeone disse a Dio: Se tu stai per salvare Israele per mia mano, come hai detto, ecco, io metterò un vello di lana sull'aia: se c'è rugiada soltanto sul vello e tutto il terreno resta asciutto, io saprò che tu salverai Israele per mia mano, come hai detto.
Così avvenne. La mattina dopo, Gedeone si alzò per tempo, strizzò il vello e ne spremette la rugiada: una coppa piena d'acqua. Gedeone disse a Dio: Non adirarti contro di me; io parlerò ancora una volta. Lasciami fare la prova con il vello, solo ancora una volta: resti asciutto soltanto il vello e ci sia la rugiada su tutto il terreno. Dio fece così quella notte: il vello soltanto restò asciutto e ci fu rugiada su tutto il terreno”.
Gd 7,1-25: “Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era al nord, verso la collina di More, nella pianura. Il Signore disse a Gedeone: La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato.
Ora annunzia davanti a tutto il popolo: Chiunque ha paura e trema, torni indietro. Gedeone li mise così alla prova. Tornarono indietro ventiduemila uomini del popolo e ne rimasero diecimila. Il Signore disse a Gedeone: La gente è ancora troppo numerosa; falli scendere all'acqua e te li metterò alla prova. Quegli del quale ti dirò: Questi venga con te, verrà; e quegli del quale ti dirò: Questi non venga con te, non verrà.
Gedeone fece dunque scendere la gente all'acqua e il Signore gli disse: Quanti lambiranno l'acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; porrai da un'altra quanti, per bere, si metteranno in ginocchio. Il numero di quelli che lambirono l'acqua portandosela alla bocca con la mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l'acqua.
Allora il Signore disse a Gedeone: Con questi trecento uomini che hanno lambito l'acqua, io vi salverò e metterò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua.
Egli prese dalle mani del popolo le brocche e le trombe; rimandò tutti gli altri Israeliti ciascuno alla sua tenda e tenne con sé i trecento uomini. L'accampamento di Madian gli stava al di sotto, nella pianura. In quella stessa notte il Signore disse a Gedeone: Alzati e piomba sul campo, perché io te l'ho messo nelle mani. Ma se hai paura di farlo, scendivi con Pura tuo servo e udrai quello che dicono; dopo, prenderai vigore per piombare sul campo. Egli scese con Pura suo servo fino agli avamposti dell'accampamento.
I Madianiti, gli Amaleciti e tutti i figli dell'oriente erano sparsi nella pianura e i loro cammelli erano senza numero come la sabbia che è sul lido del mare. Quando Gedeone vi giunse, ecco un uomo raccontava un sogno al suo compagno e gli diceva: Ho fatto un sogno. Mi pareva di vedere una pagnotta di orzo rotolare nell'accampamento di Madian: giunse alla tenda, la urtò e la rovesciò e la tenda cadde a terra.
Il suo compagno gli rispose: Questo non è altro che la spada di Gedeone, figlio di Ioas, uomo di Israele; Dio ha messo nelle sue mani Madian e tutto l'accampamento.
Quando Gedeone ebbe udito il racconto del sogno e la sua interpretazione, si prostrò; poi tornò al campo di Israele e disse: Alzatevi, perché il Signore ha messo nelle vostre mani l'accampamento di Madian. Divise i trecento uomini in tre schiere, consegnò a tutti trombe e brocche vuote con dentro fiaccole; disse loro: Guardate me e fate come farò io, così farete voi. Quando io, con quanti sono con me, suonerò la tromba, anche voi suonerete le trombe intorno a tutto l'accampamento e griderete: Per il Signore e per Gedeone!
Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all'estremità dell'accampamento, all'inizio della veglia di mezzanotte, quando appena avevano cambiato le sentinelle. Egli suonò la tromba spezzando la brocca che aveva in mano.
Allora le tre schiere suonarono le trombe e spezzarono le brocche, tenendo le fiaccole con la sinistra e con la destra le trombe per suonare e gridarono: La spada per il Signore e per Gedeone! Ognuno di essi rimase al suo posto, intorno all'accampamento; tutto il campo si mise a correre, a gridare, a fuggire. Mentre quelli suonavano le trecento trombe, il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l'accampamento. L'esercito fuggì fino a Bet-Sitta a Zerera fino alla riva di Abel-Mecola, sopra Tabbat.
Gli Israeliti di Nèftali, di Aser e di tutto Manàsse si radunarono e inseguirono i Madianiti. Intanto Gedeone aveva mandato messaggeri per tutte le montagne di E`fraim a dire: Scendete contro i Madianiti e tagliate loro i guadi sul Giordano fino a Bet-Bara. Così tutti gli uomini di E`fraim si radunarono e si impadronirono dei guadi sul Giordano fino a Bet-Bara. Presero due capi di Madian, Oreb e Zeeb; uccisero Oreb alla roccia di Oreb e Zeeb al Torchio di Zeeb. Inseguirono i Madianiti e portarono le teste di Oreb e di Zeeb a Gedeone, oltre il Giordano”.
Gd 8,1-35: “Ma gli uomini di Efraim gli dissero: Che azione ci hai fatto, non chiamandoci quando sei andato a combattere contro Madian? Litigarono con lui violentemente. Egli rispose loro: Che ho fatto io in confronto a voi? La racimolatura di Efraim non vale più della vendemmia di Abiezer? Dio vi ha messo nelle mani i capi di Madian, Oreb e Zeeb; che dunque ho potuto fare io in confronto a voi? A tali parole, la loro ira contro di lui si calmò.
Gedeone arrivò al Giordano e lo attraversò. Ma egli e i suoi trecento uomini erano stanchi e affamati. Disse a quelli di Succot: Date focacce di pane alla gente che mi segue, perché è stanca e io sto inseguendo Zebach e Zalmunna, re di Madian. Ma i capi di Succot risposero: Tieni forse già nelle tue mani i polsi di Zebach e di Zalmunna, perché dobbiamo dare il pane al tuo esercito?
Gedeone disse: Ebbene, quando il Signore mi avrà messo nelle mani Zebach e Zalmunna, vi strazierò le carni con le spine del deserto e con i cardi. Di là salì a Penuel e parlò agli uomini di Penuel nello stesso modo; essi gli risposero come avevano fatto quelli di Succot. Egli disse anche agli uomini di Penuel: Quando tornerò in pace, abbatterò questa torre.
Zebach e Zalmunna erano a Karkor con il loro accampamento di circa quindicimila uomini, quanti erano rimasti dell'intero esercito dei figli dell'oriente; centoventimila uomini armati di spada erano caduti. Gedeone salì per la via dei nomadi a oriente di Nobach e di Iogbea e mise in rotta l'esercito che si credeva sicuro. Zebach e Zalmunna si diedero alla fuga, ma egli li inseguì, prese i due re di Madian, Zebach e Zalmunna, e sbaragliò tutto l'esercito. Poi Gedeone, figlio di Ioas, tornò dalla battaglia per la salita di Cheres. Catturò un giovane della gente di Succot e lo interrogò; quegli gli mise per iscritto i nomi dei capi e degli anziani di Succot: settantasette uomini. Poi venne alla gente di Succot e disse: Ecco Zebach e Zalmunna, a proposito dei quali mi avete insultato dicendo: Hai tu forse già nelle mani i polsi di Zebach e Zalmunna perché dobbiamo dare il pane alla tua gente stanca?
Prese gli anziani della città e con le spine del deserto e con i cardi castigò gli uomini di Succot. Demolì la torre di Penuel e uccise gli uomini della città. Poi disse a Zebach e a Zalmunna: Come erano gli uomini che avete uccisi al Tabor? Quelli risposero: Erano come te; ognuno di loro aveva l'aspetto di un figlio di re. Egli riprese: Erano miei fratelli, figli di mia madre; per la vita del Signore, se aveste risparmiato loro la vita, io non vi ucciderei! Poi disse a Ieter, suo primogenito: Su, uccidili! Ma il giovane non estrasse la spada, perché aveva paura, poiché era ancora giovane. Zebach e Zalmunna dissero: Suvvia, colpisci tu stesso, poiché qual è l'uomo, tale è la sua forza. Gedeone si alzò e uccise Zebach e Zalmunna e prese le lunette che i loro cammelli portavano al collo. Allora gli Israeliti dissero a Gedeone: Regna su di noi tu e i tuoi discendenti, poiché ci hai liberati dalla mano di Madian.
Ma Gedeone rispose loro: Io non regnerò su di voi né mio figlio regnerà; il Signore regnerà su di voi. Poi Gedeone disse loro: Una cosa voglio chiedervi: ognuno di voi mi dia un pendente del suo bottino.
I nemici avevano pendenti d'oro, perché erano Ismaeliti. Risposero: Li daremo volentieri. Egli stese allora il mantello e ognuno vi gettò un pendente del suo bottino. Il peso dei pendenti d'oro, che egli aveva chiesti, fu di millesettecento sicli d'oro, oltre le lunette, le catenelle e le vesti di porpora, che i re di Madian avevano addosso, e oltre le collane che i loro cammelli avevano al collo.
Gedeone ne fece un efod che pose in Ofra sua città; tutto Israele vi si prostrò davanti in quel luogo e ciò divenne una causa di rovina per Gedeone e per la sua casa. Così Madian fu umiliato davanti agli Israeliti e non alzò più il capo; il paese rimase in pace per quarant'anni, durante la vita di Gedeone. Ierub-Baal, figlio di Ioas, tornò a dimorare a casa sua. Gedeone ebbe settanta figli che gli erano nati dalle molte mogli. Anche la sua concubina che stava a Sichem gli partorì un figlio, che chiamò Abimèlech.
Poi Gedeone, figlio di Ioas, morì in buona vecchiaia e fu sepolto nella tomba di Ioas suo padre a Ofra degli Abiezeriti. Dopo la morte di Gedeone gli Israeliti tornarono a prostituirsi a Baal e presero Baal-Berit come loro dio.
Gli Israeliti non si ricordarono del Signore loro Dio che li aveva liberati dalle mani di tutti i loro nemici all'intorno e non dimostrarono gratitudine alla casa di Ierub-Baal, cioè di Gedeone, per tutto il bene che egli aveva fatto a Israele.
Circa Sansone v. Gd 13,1-16,31:
Gd 13,1-25: “Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li mise nelle mani dei Filistei per quarant'anni. C'era allora un uomo di Zorea di una famiglia dei Daniti, chiamato Manoach; sua moglie era sterile e non aveva mai partorito. L'angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare nulla d'immondo. Poiché ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio fin dal seno materno; egli comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei. La donna andò a dire al marito: Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l'aspetto di un angelo di Dio, un aspetto terribile. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: Ecco tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d'immondo, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte.
Allora Manoach pregò il Signore e disse: Signore, l'uomo di Dio mandato da te venga di nuovo da noi e c'insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro. Dio ascoltò la preghiera di Manoach e l'angelo di Dio tornò ancora dalla donna, mentre stava nel campo; ma Manoach suo marito non era con lei.
La donna corse in fretta ad informare il marito e gli disse: Ecco, mi è apparso quell'uomo che venne da me l'altro giorno. Manoach si alzò, seguì la moglie e giunto a quell'uomo gli disse: Sei tu l'uomo che hai parlato a questa donna? Quegli rispose: Sono io. Manoach gli disse: Quando la tua parola si sarà avverata, quale sarà la norma da seguire per il bambino e che si dovrà fare per lui? L'angelo del Signore rispose a Manoach: Si astenga la donna da quanto le ho detto. Non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda inebriante e non mangi nulla d'immondo; osservi quanto le ho comandato.
Manoach disse all'angelo del Signore: Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto! L'angelo del Signore rispose a Manoach: Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore. Manoach non sapeva che quello fosse l'angelo del Signore. Poi Manoach disse all'angelo del Signore: Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore? L'angelo del Signore gli rispose: Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso. Manoach prese il capretto e l'offerta e li bruciò sulla pietra al Signore, che opera cose misteriose. Mentre Manoach e la moglie stavano guardando, mentre la fiamma saliva dall'altare al cielo, l'angelo del Signore salì con la fiamma dell'altare. Manoach e la moglie, che stavano guardando, si gettarono allora con la faccia a terra e l'angelo del Signore non apparve più né a Manoach né alla moglie. Allora Manoach comprese che quello era l'angelo del Signore.
Manoach disse alla moglie: Noi moriremo certamente, perché abbiamo visto Dio. Ma sua moglie gli disse: Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato dalle nostre mani l'olocausto e l'offerta; non ci avrebbe mostrato tutte queste cose né ci avrebbe fatto udire proprio ora cose come queste. Poi la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. Lo spirito del Signore cominciò a investirlo quando era a Macane-Dan, fra Zorea ed Estaol.
Gd 14,1-20: “Sansone scese poi a Timna e a Timna vide una donna tra le figlie dei Filistei. Tornato a casa, disse al padre e alla madre: Ho visto a Timna una donna, una figlia dei Filistei; ora prendetemela in moglie. Suo padre e sua madre gli dissero: Non c'è una donna tra le figlie dei tuoi fratelli e in tutto il nostro popolo, perché tu vada a prenderti una moglie tra i Filistei non circoncisi? Ma Sansone rispose al padre: Prendimi quella, perché mi piace.
Suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dal Signore, il quale cercava pretesto di lite dai Filistei. In quel tempo i Filistei dominavano Israele. Sansone scese con il padre e con la madre a Timna; quando furono giunti alle vigne di Timna, ecco un leone venirgli incontro ruggendo. Lo spirito del Signore lo investì e, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto. Ma di ciò che aveva fatto non disse nulla al padre né alla madre. Scese dunque, parlò alla donna e questa gli piacque. Dopo qualche tempo tornò per prenderla e uscì dalla strada per vedere la carcassa del leone: ecco nel corpo del leone c'era uno sciame d'api e il miele.
Egli prese di quel miele nel cavo delle mani e si mise a mangiarlo camminando; quand'ebbe raggiunto il padre e la madre, ne diede loro ed essi ne mangiarono; ma non disse loro che aveva preso il miele dal corpo del leone. Suo padre scese dunque da quella donna e Sansone fece ivi un banchetto, perché così usavano fare i giovani. Quando lo ebbero visto, presero trenta compagni perché stessero con lui.
Sansone disse loro: Voglio proporvi un indovinello; se voi me lo spiegate entro i sette giorni del banchetto e se l'indovinate, vi darò trenta tuniche e trenta mute di vesti; ma se non sarete capaci di spiegarmelo, darete trenta tuniche e trenta mute di vesti a me. Quelli gli risposero: Proponi l'indovinello e noi lo ascolteremo. Egli disse loro: Dal divoratore è uscito il cibo e dal forte è uscito il dolce. Per tre giorni quelli non riuscirono a spiegare l'indovinello.
Al quarto giorno dissero alla moglie di Sansone: Induci tuo marito a spiegarti l'indovinello; se no daremo fuoco a te e alla casa di tuo padre. Ci avete invitati qui per spogliarci? La moglie di Sansone si mise a piangergli attorno e a dirgli: Tu hai per me solo odio e non mi ami; hai proposto un indovinello ai figli del mio popolo e non me l'hai spiegato! Le disse: Ecco, non l'ho spiegato a mio padre né a mia madre e dovrei spiegarlo a te? Essa gli pianse attorno, durante i sette giorni del banchetto; il settimo giorno Sansone glielo spiegò, perché lo tormentava, ed essa spiegò l'indovinello ai figli del suo popolo.
Gli uomini della città, il settimo giorno, prima che tramontasse il sole, dissero a Sansone: Che c'è di più dolce del miele? Che c'è di più forte del leone? Rispose loro: Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste sciolto il mio indovinello.
Allora lo spirito del Signore lo investì ed egli scese ad Ascalon; vi uccise trenta uomini, prese le loro spoglie e diede le mute di vesti a quelli che avevano spiegato l'indovinello. Poi acceso d'ira, risalì a casa di suo padre e la moglie di Sansone fu data al compagno che gli aveva fatto da amico di nozze.
Gd 15,1-20: “Dopo qualche tempo, nei giorni della mietitura del grano, Sansone andò a visitare sua moglie, le portò un capretto e disse: Voglio entrare da mia moglie nella camera. Ma il padre di lei non gli permise di entrare e gli disse: Credevo proprio che tu l'avessi ripudiata e perciò l'ho data al tuo compagno; la sua sorella minore non è più bella di lei? Prendila dunque al suo posto.
Ma Sansone rispose loro: Questa volta non sarò colpevole verso i Filistei, se farò loro del male. Sansone se ne andò e catturò trecento volpi; prese delle fiaccole, legò coda e coda e mise una fiaccola fra le due code. Poi accese le fiaccole, lasciò andare le volpi per i campi di grano dei Filistei e bruciò i covoni ammassati, il grano tuttora in piedi e perfino le vigne e gli oliveti. I Filistei chiesero: Chi ha fatto questo? Fu risposto: Sansone, il genero dell'uomo di Timna, perché costui gli ha ripreso la moglie e l'ha data al compagno di lui. I Filistei salirono e bruciarono tra le fiamme lei e suo padre. Sansone disse loro: Poiché agite in questo modo, io non la smetterò finché non mi sia vendicato di voi.
Li battè l'uno sull'altro, facendone una grande strage. Poi scese e si ritirò nella caverna della rupe di Etam. Allora i Filistei vennero, si accamparono in Giuda e fecero una scorreria fino a Lechi. Gli uomini di Giuda dissero loro: Perché siete venuti contro di noi? Quelli risposero: Siamo venuti per legare Sansone; per fare a lui quello che ha fatto a noi.
Tremila uomini di Giuda scesero alla caverna della rupe di Etam e dissero a Sansone: Non sai che i Filistei ci dominano? Che cosa ci hai fatto? Egli rispose loro: Quello che hanno fatto a me, io l'ho fatto a loro. Gli dissero: Siamo scesi per legarti e metterti nelle mani dei Filistei. Sansone replicò loro: Giuratemi che voi non mi colpirete. Quelli risposero: No, ti legheremo soltanto e ti metteremo nelle loro mani; ma certo non ti uccideremo. Lo legarono con due funi nuove e lo fecero salire dalla rupe. Mentre giungeva a Lechi e i Filistei gli venivano incontro con grida di gioia, lo spirito del Signore lo investì; le funi che aveva alle braccia divennero come fili di lino bruciacchiati dal fuoco e i legami gli caddero disfatti dalle mani. Trovò allora una mascella d'asino ancora fresca, stese la mano, l'afferrò e uccise con essa mille uomini.
Sansone disse: Con la mascella dell'asino, li ho ben macellati! Con la mascella dell'asino, ho colpito mille uomini! Quand'ebbe finito di parlare, gettò via la mascella; per questo, quel luogo fu chiamato Ramat-Lechi. Poi ebbe gran sete e invocò il Signore dicendo: Tu hai concesso questa grande vittoria mediante il tuo servo; ora dovrò morir di sete e cader nelle mani dei non circoncisi?
Allora Dio spaccò la roccia concava che è a Lechi e ne scaturì acqua. Sansone bevve, il suo spirito si rianimò ed egli riprese vita. Perciò quella fonte fu chiamata En-Korè: essa esiste a Lechi fino ad oggi. Sansone fu giudice d'Israele, al tempo dei Filistei, per venti anni.
Gd 16,1-31: “Sansone andò a Gaza, vide una prostituta e andò da lei. Fu detto a quelli di Gaza: E` venuto Sansone. Essi lo circondarono, stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città e tutta quella notte rimasero quieti, dicendo: Attendiamo lo spuntar del giorno e allora lo uccideremo. Sansone riposò fino a mezzanotte; a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li mise sulle spalle e li portò in cima al monte che guarda in direzione di Ebron.
In seguito si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. Allora i capi dei Filistei andarono da lei e le dissero: Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno mille e cento sicli d'argento.
Dalila dunque disse a Sansone: Spiegami: da dove proviene la tua forza così grande e in che modo ti si potrebbe legare per domarti? Sansone le rispose: Se mi si legasse con sette corde d'arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque. Allora i capi dei Filistei le portarono sette corde d'arco fresche, non ancora secche, ed essa lo legò con esse. L'agguato era teso in una camera interna. Essa gli gridò: Sansone, i Filistei ti sono addosso! Ma egli spezzò le corde come si spezza un fil di stoppa, quando sente il fuoco. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto.
Poi Dalila disse a Sansone: Ecco tu ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare. Le rispose: Se mi si legasse con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque.
Dalila prese dunque funi nuove, lo legò e gli gridò: Sansone, i Filistei ti sono addosso! L'agguato era teso nella camera interna. Egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. Poi Dalila disse a Sansone: Ancora ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; spiegami come ti si potrebbe legare. Le rispose: Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell'ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque. Essa dunque lo fece addormentare, tessè le sette trecce della sua testa nell'ordito e le fissò con il pettine, poi gli gridò: Sansone, i Filistei ti sono addosso! Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l'ordito. Allora essa gli disse: Come puoi dirmi: Ti amo, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande.
Ora poiché essa lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato fino alla morte e le aprì tutto il cuore e le disse: Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque. Allora Dalila vide che egli le aveva aperto tutto il cuore, mandò a chiamare i capi dei Filistei e fece dir loro: Venite su questa volta, perché egli mi ha aperto tutto il cuore. Allora i capi dei Filistei vennero da lei e portarono con sé il denaro.
Essa lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo adatto e gli fece radere le sette trecce del capo. Egli cominciò a infiacchirsi e la sua forza si ritirò da lui. Allora essa gli gridò: Sansone, i Filistei ti sono addosso! Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: Io ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò. Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. I Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con catene di rame. Egli dovette girare la macina nella prigione.
Intanto la capigliatura che gli avevano rasata, cominciava a ricrescergli. Ora i capi dei Filistei si radunarono per offrire un gran sacrificio a Dagon loro dio e per far festa. Dicevano: Il nostro dio ci ha messo nelle mani Sansone nostro nemico. Quando il popolo lo vide, cominciò a lodare il suo dio e a dire: Il nostro dio ci ha messo nelle mani Sansone nostro nemico, che ci devastava il paese e che ha ucciso tanti dei nostri. Nella gioia del loro cuore dissero: Chiamate Sansone perché ci faccia divertire!. Fecero quindi uscire Sansone dalla prigione ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare fra le colonne.
Sansone disse al fanciullo che lo teneva per la mano: Lasciami pure; fammi solo toccare le colonne sulle quali posa la casa, così che possa appoggiarmi ad esse. Ora la casa era piena di uomini e di donne; vi erano tutti i capi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva giochi. Allora Sansone invocò il Signore e disse: Signore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!
Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò ad esse, all'una con la destra, all'altra con la sinistra. Sansone disse: Che io muoia insieme con i Filistei! Si curvò con tutta la forza e la casa rovinò addosso ai capi e a tutto il popolo che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. Poi i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre scesero e lo portarono via; risalirono e lo seppellirono fra Zorea ed Estaol nel sepolcro di Manoach suo padre. Egli era stato giudice d'Israele per venti anni.
Circa Samuele si riporta solo la sua vocazione. Tutto il resto è narrato nel Primo Libro di Samuele, al quale si rimanda:
1Sam 3,1-21: “Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore chiamò: Samuele! e quegli rispose: Eccomi, poi corse da Eli e gli disse: Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! Tornò e si mise a dormire.
Ma il Signore chiamò di nuovo: Samuele! e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: Mi hai chiamato, eccomi! Ma quegli rispose di nuovo: Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire! In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.
Il Signore tornò a chiamare: Samuele! per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: Mi hai chiamato, eccomi! Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta. Samuele andò a coricarsi al suo posto.
Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: Samuele, Samuele! Samuele rispose subito: Parla, perché il tuo servo ti ascolta. Allora il Signore disse a Samuele: Ecco io sto per fare in Israele una cosa tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi. In quel giorno attuerò contro Eli quanto ho pronunziato riguardo alla sua casa, da cima a fondo.
Gli ho annunziato che io avrei fatto vendetta della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha puniti. Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata l'iniquità della casa di Eli né con i sacrifici né con le offerte!
Samuele si coricò fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però non osava manifestare la visione a Eli. Eli chiamò Samuele e gli disse: Samuele, figlio mio. Rispose: Eccomi. Proseguì: Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio agisca con te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto.
Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. Eli disse: Egli è il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene.
Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. In seguito il Signore si mostrò altre volte a Samuele, dopo che si era rivelato a Samuele in Silo, e la parola di Samuele giunse a tutto Israele come parola del Signore.
Anche per quanto riguarda Davide ci limiteremo a riportare la sua consacrazione a Re di Israele. La sua storia è contenuta nei libri 1 e 2 di Samuele, inizio del 1 Libro dei Re, 1 Libro delle Cronache.
1Sam 16,1-23: “E il Signore disse a Samuele: Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re. Samuele rispose: Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà. Il Signore soggiunse: Prenderai con te una giovenca e dirai: Sono venuto per sacrificare al Signore. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti indicherò quello che dovrai fare e tu ungerai colui che io ti dirò.
Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: E` di buon augurio la tua venuta? Rispose: E` di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio. Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio.
Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: E` forse davanti al Signore il suo consacrato? Il Signore rispose a Samuele: Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore.
Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: Nemmeno su costui cade la scelta del Signore. Iesse fece passare Samma e quegli disse: Nemmeno su costui cade la scelta del Signore.
Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: Il Signore non ha scelto nessuno di questi.
Samuele chiese a Iesse: Sono qui tutti i giovani? Rispose Iesse: Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge. Samuele ordinò a Iesse: Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui. Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: Alzati e ungilo: è lui!
Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama. Lo spirito del Signore si era ritirato da Saul ed egli veniva atterrito da uno spirito cattivo, da parte del Signore. Allora i servi di Saul gli dissero: Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio.
Saul rispose ai ministri: Ebbene cercatemi un uomo che suoni bene e fatelo venire da me. Rispose uno dei giovani: Ecco, ho visto il figlio di Iesse il Betlemmita: egli sa suonare ed è forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio di parole, di bell'aspetto e il Signore è con lui.
Saul mandò messaggeri a Iesse con quest'invito: Mandami Davide tuo figlio, quello che sta con il gregge. Iesse preparò un asino e provvide pane e un otre di vino e un capretto, affidò tutto a Davide suo figlio e lo inviò a Saul. Davide giunse da Saul e cominciò a stare alla sua presenza. Saul gli si affezionò molto e Davide divenne suo scudiero.
E Saul mandò a dire a Iesse: Rimanga Davide con me, perché ha trovato grazia ai miei occhi. Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui.
Circa i Profeti si rimanda alla Terza Parte dell’Antico Testamento, che raccoglie tutti i profeti sia Maggiori che Minori. In queste pagine si riporta solo come piccolo contributo l’inizio del ciclo di Elia, che tra i Profeti è uno dei più grandi.
1Re 17,1-24: “Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io.
A lui fu rivolta questa parola del Signore: Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo.
Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente. Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. Il Signore parlò a lui e disse: Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo.
Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: Prendimi un po’ d'acqua in un vaso perché io possa bere. Mentre quella andava a prenderla, le gridò: Prendimi anche un pezzo di pane. Quella rispose: Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo.
Elia le disse: Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra.
Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.
In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro. Essa allora disse a Elia: Che c'è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio? Elia le disse: Dammi tuo figlio. Glielo prese dal seno, lo portò al piano di sopra, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: Signore mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio? Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: Signore Dio mio, l'anima del fanciullo torni nel suo corpo. Il Signore ascoltò il grido di Elia; l'anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere.
Elia prese il bambino, lo portò al piano terreno e lo consegnò alla madre. Elia disse: Guarda! Tuo figlio vive. La donna disse a Elia: Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca.
Ora è giusto che ci chiediamo qual è lo specifico della fede ci ciascuno di loro.
Gedeone: vuole essere sicuro e chiede il segno. La sua è una fede che perdura per tutto il tempo della missione. Dopo in qualche modo anche lui cade dalla fede in Dio, perché si abbandona all’idolatria.
Barak: condiziona la fede in Dio ad un sostegno umano. Per questo Dio non gli concede la gloria.
Sansone: è forte solo perché lo Spirito di Dio lo rende forte. La sua umanità è fragile, debole. Non sa dire no alle sue passioni. Questa fragilità umana gli costa la luce degli occhi.
Iefte: ha una fede immatura. Promette a Dio il sacrificio in caso di vittoria. La vittoria è dalla fede, non dal sacrificio. Il voto di Iefte nasce dalla sua stoltezza.
Davide: ha una fede limpida, schietta. Ancora in lui manca la perfezione morale che deve sempre accompagnare la fede in Dio.
Samuele: è colui che ascolta il Signore e riferisce. Moralità e fede in lui divengono una cosa sola.
Elia: Quella di Elia è una fede forte, risoluta, robusta. Sente però la stanchezza e vuole morire. Il Signore viene in suo aiuto e lo rimette in cammino.
Perché la fede sia perfetta in un servo del Signore occorrono: Pieno ascolto attuale, nell’oggi, di ogni Parola di Dio, fedele compimento di ogni Parola ascoltata, perseveranza sino alla fine nel cammino con Dio, piena dirittura morale, cioè totale osservanza dei comandamenti, acquisizione delle sante virtù.
[35]Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. [36]Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. [37]Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati [38] – di loro il mondo non era degno! – vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
Per avere qualche idea su tutte queste persecuzioni subite dal popolo del Signore è sufficiente leggere il Primo e il Secondo Libro dei Maccabei. Vengono riportati il primo capitolo del Primo Libro e il Settimo del Secondo Libro perché ognuno possa farsi una propria opinione sui sacrifici che richiede la fede. Essa chiede il dono della propria vita.
1Mac 1,1-64: “Queste cose avvennero dopo che Alessandro il Macedone, figlio di Filippo, uscito dalla regione dei Kittim sconfisse Dario, re dei Persiani e dei Medi, e regnò al suo posto, cominciando dalla Grecia. Intraprese molte guerre, si impadronì di fortezze e uccise i re della terra; arrivò sino ai confini della terra e raccolse le spoglie di molti popoli. La terra si ridusse al silenzio davanti a lui; il suo cuore si esaltò e si gonfiò di orgoglio.
Radunò forze ingenti e conquistò regioni, popoli e principi, che divennero suoi tributari. Dopo questo cadde ammalato e comprese che stava per morire. Allora chiamò i suoi luogotenenti più importanti, che erano cresciuti con lui fin dalla giovinezza e mentre era ancora vivo divise tra di loro il suo impero. Regnò dunque Alessandro dodici anni e morì. I suoi subalterni assunsero il potere, ognuno nella sua regione; dopo la sua morte tutti cinsero il diadema e dopo di loro i loro figli per molti anni e si moltiplicarono i mali sulla terra.
Uscì da quelli una radice perversa, Antioco Epìfane, figlio del re Antioco che era stato ostaggio a Roma, e assunse il regno nell'anno centotrentasette del dominio dei Greci. In quei giorni sorsero da Israele figli empi che persuasero molti dicendo: Andiamo e facciamo lega con le nazioni che ci stanno attorno, perché da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali.
Parve ottimo ai loro occhi questo ragionamento; alcuni del popolo presero l'iniziativa e andarono dal re, che diede loro facoltà di introdurre le istituzioni dei pagani. Essi costruirono una palestra in Gerusalemme secondo le usanze dei pagani e cancellarono i segni della circoncisione e si allontanarono dalla santa alleanza; si unirono alle nazioni pagane e si vendettero per fare il male.
Quando il regno fu consolidato in mano di Antioco, egli volle conquistare l'Egitto per dominare due regni: entrò nell'Egitto con un esercito imponente, con carri ed elefanti, con la cavalleria e una grande flotta e venne a battaglia con Tolomeo re di Egitto. Tolomeo fu travolto davanti a lui e dovette fuggire e molti caddero colpiti a morte. Espugnarono le fortezze dell'Egitto e Antioco saccheggiò il paese di Egitto. Ritornò quindi Antioco dopo aver sconfitto l'Egitto nell'anno centoquarantatrè, si diresse contro Israele e mosse contro Gerusalemme con forze ingenti.
Entrò con arroganza nel santuario e ne asportò l'altare d'oro e il candelabro dei lumi con tutti i suoi arredi e la tavola dell'offerta e i vasi per le libazioni, le coppe e gli incensieri d'oro, il velo, le corone e i fregi d'oro della facciata del tempio e lo sguarnì tutto; si impadronì dell'argento e dell'oro e d'ogni oggetto pregiato e asportò i tesori nascosti che riuscì a trovare; quindi, raccolta ogni cosa, fece ritorno nella sua regione. Fece anche molte stragi e parlò con grande arroganza. Allora vi fu lutto grande per gli Israeliti in ogni loro regione.
Gemettero i capi e gli anziani, le vergini e i giovani persero vigore e la bellezza delle donne svanì. Ogni sposo levò il suo lamento e la sposa nel talamo fu in lutto. Tremò la terra per i suoi abitanti e tutta la casa di Giacobbe si vestì di vergogna. Due anni dopo, il re mandò alle città di Giuda un sovrintendente ai tributi. Egli venne in Gerusalemme con ingenti forze e rivolse loro con perfidia parole di pace ed essi gli prestarono fede. Ma all'improvviso piombò sulla città, le inflisse colpi crudeli e mise a morte molta gente in Israele. Mise a sacco la città, la diede alle fiamme e distrusse le sue abitazioni e le mura intorno. Trassero in schiavitù le donne e i bambini e si impossessarono dei greggi.
Poi costruirono attorno alla città di Davide un muro grande e massiccio, con torri solidissime, e questa divenne per loro una fortezza. Vi stabilirono una razza empia, uomini scellerati, che si fortificarono dentro, vi collocarono armi e vettovaglie e, radunato il bottino di Gerusalemme, lo depositarono colà e divennero come una grande trappola; questo fu un'insidia per il santuario e un avversario maligno per Israele in ogni momento Versarono sangue innocente intorno al santuario e profanarono il luogo santo.
Fuggirono gli abitanti di Gerusalemme a causa loro e la città divenne abitazione di stranieri; divenne straniera alla sua gente e i suoi figli l'abbandonarono. Il suo santuario fu desolato come il deserto, le sue feste si mutarono in lutto, i suoi sabati in vergogna il suo onore in disprezzo. Quanta era stata la sua gloria altrettanto fu il suo disonore e il suo splendore si cambiò in lutto. Poi il re prescrisse con decreto a tutto il suo regno, che tutti formassero un sol popolo e ciascuno abbandonasse le proprie leggi. Tutti i popoli consentirono a fare secondo gli ordini del re.
Anche molti Israeliti accettarono di servirlo e sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. Il re spedì ancora decreti per mezzo di messaggeri a Gerusalemme e alle città di Giuda, ordinando di seguire usanze straniere al loro paese, di far cessare nel tempio gli olocausti, i sacrifici e le libazioni, di profanare i sabati e le feste e di contaminare il santuario e i fedeli, di innalzare altari, templi ed edicole e sacrificare carni suine e animali immondi, di lasciare che i propri figli, non circoncisi, si contaminassero con ogni impurità e profanazione, così da dimenticare la legge e mutare ogni istituzione, pena la morte a chiunque non avesse agito secondo gli ordini del re.
Secondo questi ordini scrisse a tutto il regno, stabilì ispettori su tutto il popolo e intimò alle città di Giuda di sacrificare città per città. Anche molti del popolo si unirono a loro, tutti i traditori della legge, e commisero il male nella regione e ridussero Israele a nascondersi in ogni possibile rifugio.
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1/16/2012 11:06 PM
 
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Nell'anno centoquarantacinque, il quindici di Casleu il re innalzò sull'altare un idolo. Anche nelle città vicine di Giuda eressero altari e bruciarono incenso sulle porte delle case e nelle piazze. Stracciavano i libri della legge che riuscivano a trovare e li gettavano nel fuoco. Se qualcuno veniva trovato in possesso di una copia del libro dell'alleanza o ardiva obbedire alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte.
Con prepotenza trattavano gli Israeliti che venivano scoperti ogni mese nella città e specialmente al venticinque del mese, quando sacrificavano sull'ara che era sopra l'altare dei sacrifici. Mettevano a morte, secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i loro figli, con i bambini appesi al collo e con i familiari e quelli che li avevano circoncisi.
Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono. Sopra Israele fu così scatenata un'ira veramente grande.
2Mac 7,1-42: “Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re a forza di flagelli e nerbate a cibarsi di carni suine proibite. Uno di essi, facendosi interprete di tutti, disse: Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi.
Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco padelle e caldaie. Diventate queste subito roventi, il re comandò di tagliare la lingua, di scorticare e tagliare le estremità a quello che era stato loro portavoce, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre. Quando quegli fu mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo mentre era ancora vivo. Mentre il fumo si spandeva largamente all'intorno della padella, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, esclamando: Il Signore Dio ci vede dall'alto e in tutta verità ci dá  conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi.
Venuto meno il primo, in egual modo traevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?Egli rispondendo nella lingua paterna protestava: No. Perciò anch'egli si ebbe gli stessi tormenti del primo. Giunto all'ultimo respiro, disse: Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna.
Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani e disse dignitosamente: Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo; così lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture.
Fatto morire anche costui, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: E` bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l'adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita.
Subito dopo, fu condotto avanti il quinto e fu torturato. Ma egli, guardando il re, diceva: Tu hai potere sugli uomini, e sebbene mortale, fai quanto ti piace; ma non credere che il nostro popolo sia stato abbandonato da Dio. Quanto a te, aspetta e vedrai la grandezza della sua forza, come strazierà te e la tua discendenza.
Dopo di lui presero il sesto; mentre stava per morire, egli disse: Non illuderti stoltamente; noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose che muovono a meraviglia. Ma tu non credere di andare impunito dopo aver osato di combattere contro Dio.
La madre era soprattutto ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché vedendo morire sette figli in un sol giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di essi nella lingua paterna, piena di nobili sentimenti e, sostenendo la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il creatore del mondo, che ha plasmato alla origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi.
Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quella voce fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l'avrebbe fatto ricco e molto felice se avesse abbandonato gli usi paterni, e che l'avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato cariche. Ma poiché il giovinetto non badava affatto a queste parole il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. Dopo che il re la ebbe esortata a lungo, essa accettò di persuadere il figlio; chinatasi verso di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua paterna: Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento.
Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano. Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia.
Mentre essa finiva di parlare, il giovane disse: Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Ma tu, che ti fai autore di tutte le sventure degli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. Per i nostri peccati noi soffriamo. Se per nostro castigo e correzione il Signore vivente si adira per breve tempo con noi, presto si volgerà di nuovo verso i suoi servi. Ma tu, o sacrilego e di tutti gli uomini il più empio, non esaltarti invano, agitando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo; perché non sei ancora al sicuro dal giudizio dell'onnipotente Dio che tutto vede.
Già ora i nostri fratelli, che hanno sopportato breve tormento, hanno conseguito da Dio l'eredità della vita eterna. Tu invece subirai per giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. Anche io, come già i miei fratelli, sacrifico il corpo e la vita per le patrie leggi, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu fra dure prove e flagelli debba confessare che egli solo è Dio; con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l'ira dell'Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe.
Il re, divenuto furibondo, si sfogò su costui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. Così anche costui passò all'altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte. Ma ora basti quanto s'è esposto circa i pasti sacrificali e le incredibili crudeltà.
Questi versetti 35.36.37.38 ci rivelano la più grande verità che avvolge la nostra fede: La Parola di Dio deve essere la tenda che ripara la nostra vita, la protegge, la difende, la custodisce, la conduce verso il Cielo.
In questa tenda è la vita. Fuori di questa tenda è la morte. Per rimanere in questa tenda e restare nella vita bisogna sacrificare la stessa vita del corpo. È questa la prova suprema della fede.
A questi uomini e a queste donne è stata chiesta questa prova: il sacrificio totale di se stessi e loro lo hanno offerto a Dio. Sono rimasti nella vita, sono ora nella vita con Dio nel Cielo.
Nel v. 35 è detto anche che per fede alcune donne hanno riacquistato i loro morti per risurrezione. I casi di risurrezione nell’Antico Testamento sono solo tre: Elia risuscita il figlio della vedova di Zarepta di Sidone; Eliseo risuscita il figlio della Sunammita, l’altro caso è quello del cadavere che viene scaricato sulla tomba di Eliseo e riacquista la vita.
Anche questa è potenza e forza della fede.
[39]Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: [40]Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.
Anche se in alcuni la fede non è del tutto perfetta, è però vera fede e Dio rende loro buona testimonianza.
Noi crediamo nell’Ispirazione della Scrittura e la Lettera agli Ebrei è ispirata. Quanto essa dice è frutto nell’Autore dello Spirito Santo, che rende testimonianza della bontà della fede di tutti questi uomini e queste donne che vengono menzionati in questo contesto.
Ripeto: c’è ancora la fragilità della natura umana e la fede è incarnata in questa fragilità, ma è pur sempre vera fede in Dio.
Questa fede vera non ha conseguito ancora la promessa, perché la loro missione non era quella di realizzare la promessa di Dio, bensì quella di veicolare la Parola della promessa.
La promessa non l’avrebbe portata sulla terra un uomo. L’avrebbe portata invece l’Uomo Dio, il Dio fattosi uomo.
La perfezione non è nella Parola, è nella Persona. È la Persona che la Parola promette, annunzia, profetizza.
Finché non viene la Persona profetizzata dalla Parola, non vi potrà essere alcuna perfezione.
Questa è la verità. La perfezione è Cristo, la perfezione è in Cristo, la perfezione è per Cristo, la perfezione è da Cristo, la perfezione è con Cristo.
Essa non è nella Parola, è in Cristo. La fede in Cristo poi è fede nella Persona di Cristo che è Parola e Grazia, Verità e Vita, Via e Santificazione, Redenzione e Giustizia di Dio per noi.
Anche la fede di quanti ci hanno preceduti era fede nella Persona. La Persona loro attendevano, verso la Persona loro camminavano, la fede in Essa li attraeva e li conduceva.
Se la Parola dell’Antico Testamento spinge verso Cristo, verso la Persona della nostra salvezza, è mai possibile ritornare ad una Parola, o credere in quella Parola senza la Persona che essa promette, annunzia e profetizza?
Sarebbe questa vera stoltezza, insipienza. Sarebbe un immergersi nell’idolatria la più pericolosa: quella dell’adorazione di una Parola che è solo veicolo perché la Persona della nostra salvezza venga nel mondo.
Altra verità è questa: la Persona non la porta la Parola. La porta la discendenza. La Parola serve perché la discendenza porti la Persona.
La discendenza si è compiuta. Ma anche con Cristo le genealogia si chiude, si interrompe, finisce.
Non c’è più discendenza né di Abramo, né di Davide, perché Cristo Gesù è l’ultimo anello della discendenza dalla quale sarebbe venuta la benedizione di Dio sulla nostra terra.
Altra osservazione è questa: se si pone bene attenzione alla Lettera della Scrittura si deve affermare con assoluta certezza che la perfezione, la salvezza di Dio è sempre da una Persona che deve venire.
Questa Persona è il suo Unto, il suo Cristo, il suo Messia. Il Messia è però da venire nel futuro, mai egli è detto venuto nel passato.
Se tutto l’Antico Testamento è attesa del Messia che verrà, che senso avrebbe per questi Ebrei, Destinatari della Lettera, volgere lo sguardo nuovamente al passato, mentre la salvezza è nel presente, o nel futuro? La fede obbliga a guardare in avanti, ad ascoltare il Signore oggi, in questo tempo. Questa è la legge della fede: vivere il presente di Dio con Dio, non il suo passato, non il suo futuro. Il passato ci ha condotto al presente, il presente ci rende perfetti e ci conduce verso il futuro. Ieri per ieri, oggi per oggi, domani per domani, ma sempre con Dio, che è la verità di ogni fede e di ogni Parola di fede.
Anche per noi del Nuovo Testamento vale la stessa verità. Dio ci ha dato Cristo. Cristo non è di ieri, non sarà di domani. Cristo è di oggi.
Oggi, il Cristo di oggi, è la nostra salvezza. Oggi Lui cammina con noi per condurci nella verità e nella grazia; oggi è con noi per metterci, o immetterci sulla sua via. Oggi, ma oggi per oggi.
Cristo è sempre lo stesso: oggi, ieri, sempre. Sempre lo stesso però non è l’uomo da salvare. Sempre la stessa non è la perfezione dell’uomo. Sempre lo stesso non è il cammino dell’uomo.
La salvezza dell’uomo è Cristo che si dona oggi, che parla oggi, che dice oggi la via da percorrere per raggiungere la salvezza di Dio.
L’oggi di Dio, che diviene e si fa l’oggi di Cristo, è anche l’oggi della fede del cristiano.
Le conseguenze pastorali, ascetiche, teologiche di questa verità non sono minime, non sono poche. Provate a pensarne qualcuna. La vita ne rimarrà sconvolta.
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1/16/2012 11:08 PM
 
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TU SEI SACERDOTE PER SEMPRE

Cosa è la fede. La fede è ascolto della Parola di Dio e perfetta obbedienza ad essa. Dove non c’è Parola ascoltata e vissuta non c’è fede.
Persona, Parola di Dio, fede. La fede è relazione interpersonale, relazione tra Dio che parla e l’uomo che ascolta. Dove manca questa relazione interpersonale non c’è fede. Spesso la fede è vista come un rapporto dell’uomo verso Dio e non di Dio verso l’uomo. Quando manca il rapporto di Dio verso l’uomo non c’è fede. Quando uno decide fuori della Parola, non c’è fede.
Verità, Parola di Dio, fede. La Parola di Dio ha un contenuto di verità. Questo contenuto è oggettivo, è fuori dell’uomo di fede, di ogni uomo di fede. Quando la Parola di Dio viene privata del suo contenuto oggettivo, o della sua verità, neanche in questo contesto si può parlare di fede.
L’oggi della fede. Dio non ha parlato ieri. Ha parlato ieri. Parla oggi. Parlerà domani. La forza della fede è nell’oggi della Parola che Dio rivolge all’uomo. Senza l’oggi della Parola neanche c’è vera fede. La fede è vera se è ascolto del Dio che oggi parla al cuore dei suoi fedeli. L’oggi della Parola non significa che Dio comunica un altro mistero di salvezza. Dio è uno, il mistero è uno ed è stato rivelato tutto in Cristo Gesù. Significa invece che oggi il Signore ci dona quell’intelligenza piena, perfetta perché possiamo vivere tutta la verità che è contenuta nella sua Parola.
Verso la verità tutta intera. Oggi il Signore parla in modo “abituale” attraverso il Suo Santo Spirito che conduce la Chiesa verso la verità tutta intera. Aiuta cioè la Chiesa a comprendere in ogni tempo e in ogni luogo la verità contenuta nella Parola. La fede da vivere non è secondo la comprensione di ieri della Parola, ma secondo la verità tutta intera che oggi ci manifesta lo Spirito di Dio. Chi non entra in questa verità tutta intera, non percorre un vero, santo, giusto cammino di fede.
La comprensione di uno non è regola universale. Altra verità circa la fede è questa: la comprensione di uno non è regola universale di pienezza di verità. Lo Spirito Santo conduce tutta la Chiesa verso la pienezza della verità, non una singola persona, non una epoca particolare, non una cultura specifica, e neanche un solo luogo. L’universalità che è essenza della Chiesa deve essere universalità della comprensione della verità. Ognuno possiede, o riceve una fiammella di verità più pura e più santa. Nella comunione delle comprensioni si ha il vero cammino della Chiesa verso la verità tutta intera. Per questo occorre al cristiano che sappia ascoltare e anche fare sintesi. Dalla sua libertà nel mettere insieme più fiammelle egli cresce nella verità e può vivere con più vigore di salvezza la sua fede.
Fede e speranza. Fede fondata sulla speranza. Si è detto che la fede è rapporto interpersonale tra Dio che parla e l’uomo che ascolta. La Parola di Dio non illumina solo il presente. Dice, orienta, determina, promette anche il futuro. L’atteso del futuro promesso dalla Parola si chiama speranza. La Parola dice il futuro, lo promette. La speranza è l’attesa di questo futuro promesso. Il futuro dei futuri è per tutta la risurrezione gloriosa di Cristo in noi e il possesso dell’eredità, anche di Cristo, che è il Paradiso. Dove non c’è Parola di Dio lì non c’è neanche speranza vera, speranza cristiana. C’è la speranza che nasce dalla preghiera, ma questa speranza non è soggetta solo alla promessa di Dio, è anche dipendente dalla carità e dalla “fede” con la quale la preghiera viene innalzata al Signore. Anche questa è speranza che si fonda sulla Parola, ma la Parola non dice direttamente il futuro. La Parola ce lo manifesta sotto la forma della preghiera e dell’esaudimento.
Fede: prova delle cose invisibili. La fede è prova delle cose invisibili perché essa ha come suo unico e solo fondamento la Parola di Dio che infallibilmente si compie. La Parola di Dio come si compie visibilmente, così si compie anche nelle cose invisibili che promette, annunzia, dice, manifesta. La Parola di Dio è una. Il Dio che la dice è uno. L’unità di Dio e di Parola dice anche unità di verità del visibile e dell’invisibile. Questa verità ci deve insegnare una grande metodologia pastorale: ognuno di noi è obbligato a presentarsi al mondo con la Parola che si compie in lui, attraverso lui, con lui nel visibile. Se questa presentazione della fede, o della Parola non viene fatta, l’altro difficilmente si lascerà attrarre dalla Parola. Un esempio tra tutti: Se noi diciamo che la grazia di Dio è più potente di tutto, dobbiamo presentarci al mondo senza peccato, con l’abito delle virtù. Dobbiamo presentarci con una Parola compiuta in noi, visibilmente compiuta, oggi, in questo tempo, in questo frangente della nostra storia. La fede che si fa prova delle cose invisibili è quanto occorre se si vuole porre mano alla nuova evangelizzazione.
La testimonianza a causa della fede. La testimonianza a causa della fede è Dio che la dona, rendendo giustizia e verità a colui che ha vissuto secondo la Parola ascoltata. La fede è però ascolto perenne, quotidiano, dell’ultima Parola proferita da Dio. Chi si ferma nell’ascolto del Signore che parla, si ferma nel camino della fede. Non può ricevere buona testimonianza da parte del Signore. L’ultima testimonianza è quella al momento della morte. Essa è accoglienza nel Regno di Dio, in Cielo, nel Paradiso.
“Veicoli” di Cristo per la fede. Quanti sono venuti prima di Cristo e hanno ascoltato la Parola di Dio, ogni Parola di Dio, costoro altro non sono stati che “veicoli” del Cristo che sarebbe dovuto venire. Sono gli uomini di fede che portano Cristo nella storia. Lo hanno portato nella speranza, lo portano nella realtà, o pienezza di compimento della verità. Ogni credente, o è un “veicolo” di Cristo nella storia, oppure la sua fede o è falsa, o è imperfetta, o è inadeguata, o è semplicemente vana. Ognuno può sapere il grado di vitalità della sua fede: è sufficiente che osservi come essa porti Cristo nel mondo, tra gli uomini, in mezzo ai fratelli.
Tutto è dalla Parola. Dicendo che tutto è dalla Parola si vuole ribadire una sola verità: Non c’è fede dove non c’è Parola. La fede è la Parola vissuta. Ognuno pertanto è obbligato a dare sempre un fondamento di Parola di Dio alla sua fede. Se non le dona questo fondamento, la sua fede è fuori della sua soprannaturale verità. Bisogna che venga riportata in esso subito, senza indugi.
La fede di Abele. Non conosciamo la Parola di Dio sulla quale Abele fonda la sua fede. Sappiamo però che la fonda su una verità santa, retta, pura. Dio è il Signore di tutto. Dio si adora riconoscendolo come il Padrone di ogni cosa. Al Padrone si dona la cosa migliore. La si dona come adorazione, ma anche come ringraziamento per tutti i beni che Lui ci elargisce. Quando la verità è a fondamento delle nostre azioni, anche se non c’è una particolare, o specifica Parola di Dio, la nostra è vera fede. Abele è uomo di fede: Adora il Signore, lo riconosce Signore di quanto possiede. Gli dona la parte migliore di tutto.
La fede di Caino. La fede di Caino è falsa, perché è priva della verità che regola ogni relazione tra Dio e l’uomo. Ogni falsità che viene introdotta nella relazione che scaturisce dalla fede, rende ogni cosa che si vive all’interno della relazione anch’essa falsa. L’offerta di Caino è falsa, perché la falsità è a fondamento della sua relazione con Dio. Sarebbe assai proficuo esaminare nel nostro cuore quante relazioni false, anche nel culto, viviamo con il Signore e di conseguenza anche con gli uomini perché non sono da noi fondate sulla verità. O si mette la verità a fondamento di ogni relazione con Dio e con i fratelli, oppure esse necessariamente saranno travolte e rovinate dalla falsità. La credibilità della nostra fede si fonda sulla verità che è posta alla base di essa. È sempre non credibile quella fede che si vive su relazioni di falsità.
Ogni giustizia è nella verità della fede. Non c’è vera e perfetta giustizia né verso Dio né verso i fratelli senza il suo fondamento nella verità della fede. La verità della fede rende ogni cosa vera, mentre la falsità di essa fa sì che ogni cosa, ogni relazione diventi falsa.
Pastorale: portare ogni uomo nella verità della fede. Chi vuole operare pastoralmente in modo corretto, santo, giusto, perfetto, deve fare una cosa sola: portare ogni uomo nella verità della fede. Poiché non c’è verità della fede che non nasca dalla Parola di Dio, è vera pastorale quella che nasce dalla conoscenza della verità che scaturisce dalla Parola del Signore. Chi non pone a fondamento della pastorale la verità della fede, che a sua volta nasce dalla verità della Parola, opererà invano e per niente. Ogni sua energia è sprecata. Anche su questo principio di sana e santa pastorale è giusto che ognuno vi rifletta e ponga in atto tutti quei rimedi necessari, indispensabili, utili a far sì che la sua sia vera e santa pastorale.
La fede di Enoch. La fede di Enoch è fondata sia sull’esistenza di Dio, ma anche e soprattutto sulla sua giustizia, che dona il premio alla bontà, mentre conferisce il castigo alla malvagità. Enoch sa che Dio esiste ed è giusto, sommamente giusto. Se si vuole essere da Lui ricompensati l’uomo deve smettere di operare il male, si deve concedere tutto e interamente al bene. Enoch si consegna al bene, vive per il bene, cammina nel bene. Come per Abele, anche la fede di Enoch si fonda su una verità ed è questa verità che trasforma la vita di Enoch. Questo principio ci deve insegnare una cosa sola: anche noi siamo obbligati a porre la nostra vita in dei principi assoluti di verità che riguardano Dio. Se sapremo fare questo, la nostra storia esce dalla falsità e si inserisce nella verità, esce dal male e percorre vie di bene. Oggi questa fede sarebbe tanto necessaria, ma sono pochi gli uomini che la possiedono. Sono pochi, perché in verità pochi sono quelli che credono nel Dio giusto, che ricompensa ciascuno secondo le sue opere. Oggi tutti hanno il Dio della sola misericordia. Questa falsità posta a fondamento della loro fede, rende tutta la vita falsa, vita di male, di peccato, di vizio, di concupiscenza, di ogni superbia. Ancora una volta emerge come sia necessario portare la vita nella verità.
Ogni relazione con Dio solo sul fondamento della Parola. Chi vuole stabilire relazioni di santità con Dio, deve stabilirle solo sul fondamento della sua Parola. È essa il principio della verità e senza verità non c’è possibilità che si possa stabilire una qualche relazione secondo giustizia, quindi santità, né con Dio né con gli uomini. Questa verità deve condurci ad un impegno serio, quotidiano di ascolto e comprensione della Parola. Non basta ascoltare la Parola. Bisogna anche comprenderla. La si ascolta nello Spirito Santo. La si comprende anche in Lui, con Lui, per Lui. Il cristiano diviene così colui che perennemente è in ascolto dello Spirito che lo conduce alla vera comprensione della Parola del Signore. È questo un impegno lungo che dura tutta intera la nostra vita. Un solo giorno senza ascolto dello Spirito Santo è anche un giorno senza verità.
Come si cerca il Signore. Il Signore si cerca, cercando la verità. Cercare Dio è cercare la verità di Dio. Il Signore si cerca, cercando il bene. La verità e la bontà sono l’essenza stessa di Dio. Chi ama la verità, chi ama la bontà, dalla Verità sarà amato, dalla Bontà sarà conquistato. Anche nella fede evangelica, il cammino di ricerca del Signore è cammino di progresso nella verità. Il cristiano cammina verso la verità tutta intera, lasciandosi guidare e condurre dallo Spirito Santo. Chi non ama la Verità, non ama Dio, non lo cerca.
L’obbedienza è alla pienezza della verità. L’uomo non solo è chiamato a cercare la verità, la bontà. È anche chiamato ad accogliere la verità, la bontà che gli vengono rivelate dal Signore. Poiché il Signore cammina con l’uomo, Egli lo conduce di verità in verità, dalla verità iniziale alla pienezza della verità. L’accoglienza, o obbedienza, deve essere alla Verità tutta intera. Chi si ferma nella conoscenza della verità, non accoglie la Verità, non ama la Bontà. Questo cammino di verità in verità si è concluso nella sua rivelazione. Cristo è la pienezza della rivelazione di Dio. Non si è concluso nella comprensione della Verità del mistero, rivelatoci da Dio in Cristo Gesù per opera dello Spirito Santo. La comprensione del mistero durerà per i secoli eterni e sarà inesauribile a motivo dell’infinità che avvolge il mistero del nostro Dio e Signore. Anche nel tempo lo Spirito Santo conduce la Chiesa di comprensione in comprensione. Questo significa che dallo Spirito di Dio veniamo condotti verso la verità tutta intera.
La fede di Noè. Dopo il peccato Dio aveva parlato con Caino. Di Dio non si registrano fino a Noè altre Parole. La fede dei giusti è nella verità che si tramanda di padre in figlio, è nella giustizia che diviene eredità che il padre lascia al figlio, come suo unico, vero bene. Con Noè Dio inizia a parlare. Dopo Noè ci sarà sempre la Parola di Dio che accompagnerà il cammino dell’uomo. La fede di Noè è fede nella Parola che Dio gli ha rivolto, Parola che gli annunziava un evento futuro, contenuto solo nella Parola, ma non fuori di essa. Noè crede nella verità della Parola di Dio e costruisce l’arca che salva l’umanità. Noè insegna ad ogni uomo che la verità della storia è fatta dalla Parola. Non è la storia che fa la verità della Parola. È invece la Parola di Dio che crea la storia. Chi crede nella Parola si salva. Chi non crede si perde, muore. Viene travolto dal diluvio del male che avvolge l’umanità. Questa regola è valsa per Noè, varrà per tutti i secoli. È Dio che dice la storia. La dice nella Parola che pronunzia. Chi crede fa la storia di Dio; chi non crede si perde, perché fuori della storia fatta da Dio c’è solo perdizione nel tempo e nell’eternità.
Erede della giustizia secondo la fede. La Parola di Dio promette un bene per l’uomo. Questo bene è dato all’uomo a causa della sua fede nella Parola. La Parola è di Dio. Dio mantiene sempre la sua Parola. Il mantenimento della Parola da parte di Dio si chiama giustizia. Dio è giusto perché osserva la sua Parola sulla terra e nel cielo. Abramo è erede della giustizia che nasce dalla Parola della fede. La promessa di Dio è questa: nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. Anche Isacco è figlio della promessa, anche lui è erede della giustizia secondo la fede. Tutto in Abramo è eredità secondo la Parola della giustizia, o della fede. Dove non c’è Parola di Dio, lì non c’è neanche giustizia di Dio.
La fede di Abramo: cammino di ascolto. La fede di Abramo si connota e si caratterizza come cammino nella Parola attuale di Dio. Abramo è colui che ascolta il Signore. Ma anche: è colui che non fa dipendere l’ascolto di oggi dalla Parola di ieri. La fede di Abramo è purissima attualità: Oggi per oggi, ma anche ieri per ieri e domani per domani. Abramo cammina nella Parola che ascolta in questo istante. Questo significa però rinnegamento totale di ogni suo pensiero.
L’obbedienza è alla Parola. L’obbedienza è alla Parola ascoltata in questo istante. Senza Parola non c’è vera obbedienza. Senza Parola non c’è ascolto del Dio che è Persona, per noi Trinità di Persone, che parlano a noi per la nostra salvezza nel tempo e nell’eternità. La Parola deve essere sempre quella di Dio, la verità anche deve essere sempre quella di Dio. Dio garantisce la sua Parola, la sua Verità, la sua spiegazione della Parola e della Verità, la comprensione che Lui dona nello Spirito Santo della Parola e della Verità. Sapendo questo, ogni uomo che in qualche modo è legato alla trasmissione della Parola di Dio deve porre ogni attenzione a che rimanga non solo nella Parola di Dio, ma anche nella verità e nella comprensione che vengono da Dio.
Il frutto è dall’obbedienza, non dalla Parola. Il frutto di giustizia non nasce dalla Parola che Dio proferisce; viene invece dall’obbedienza. L’obbedienza è fede. L’uomo ascolta la Parola di Dio, vi mette tutta la fede. Poi sarà il Signore a dare il suo frutto di giustizia, che è dalla sua eterna sapienza e intelligenza infinita. Questa verità ci consente di andare oltre tutte le Parole di Dio pronunziate, proferite. Ci fa restare sempre nell’unica fede al Signore. Dio parla, lo si ascolta; Dio dice, si accoglie la sua Parola; si da ad essa compimento. Non è la Parola compiuta che genera il frutto; il frutto lo genera la fede, qualunque sia la Parola che si compie. Diciamo questo perché a volte la Parola che ci viene chiesto di attuare conduce alla nostra stessa morte, alla morte del nostro presente e futuro, presente e futuro che sono l’albero storico che deve produrre la promessa di Dio. La promessa non è nell’uomo, nel suo albero storico, la promessa è in Dio. Questa è l’essenza della fede di Abramo. Questa deve essere l’essenza della fede di ogni vero ascoltatore del Dio di Abramo.
La fede che salva: riportare l’uomo nel Cielo. La fede ha un solo obiettivo, un solo scopo, una sola finalità: riportare ogni uomo nella verità e volontà di Dio, perché possa ritornare nel Cielo. È il Cielo la Casa dell’uomo. La fede deve operare perché ogni uomo raggiunga il Cielo. Se non opera secondo questa finalità, essa è sicuramente non santa, non vera, non perfetta, non giusta. Nel Cielo si entra da santi e la fede traccia per tutti la via della vera santità, che è cammino nella verità di Gesù Signore, nel suo Vangelo.
La fede di Sara. Quella di Sara è una fede nella quale si opera una scissione tra Parola di Dio e comprensione di essa. La comprensione che Sara ha della Parola di Dio non è quella che Dio dona alla Sua Parola. Inoltre nel caso della promessa della nascita imminente di Isacco, essa ha anche dubitato della Parola del Signore. Quella di Sara è una fede in divenire, in fieri. Ancora non ha raggiunto la sua perfezione sia di sollecita risposta che di certa, perfetta comprensione della Volontà di Dio contenuta nella sua Parola.
Ogni fruttificazione è da Dio. Dono per la fede, non frutto della Parola di fede. Sull’argomento si è già accennato ogni cosa. Un esempio è sufficiente a farci comprendere la verità in relazione alla fruttificazione, o al dono di Dio in seguito alla nostra fede. Ogni albero produce un frutto secondo la sua propria natura. Tra albero e frutto c’è una corrispondenza naturale. La stessa corrispondenza non esiste tra obbedienza e frutto dell’obbedienza. Il frutto non è prodotto dall’obbedienza, perché esso è infinitamente oltre l’uomo e la sua fede. Il frutto è dono di Dio, è anche Dio che si fa dono all’uomo, ma in seguito ad un atto di fede dell’uomo. Possiamo dire che nell’obbedienza tutto è dono di grazia, ma è dono di grazia in seguito all’obbedienza, non senza l’obbedienza.
Spiritualità, Parola, Realtà storica. La Spiritualità è la particolare relazione che c’è tra anima, dono dello Spirito Santo alla persona singola, vita nella Parola della singola persona. Ogni singola persona vive però in un contesto, in una realtà storica particolare, singolare, unica. È in questa storia personale che si edifica l’edificio della spiritualità. La storia è tempo e anche la spiritualità necessita del tempo. La persona singola, nel suo tempo particolare, nei suoi carismi personali, nella particolare obbedienza alla Parola del Vangelo sono gli elementi che tracciano i tratti della spiritualità di un uomo, di una donna, di ogni altro figlio di Dio. La spiritualità è unica e irripetibile come unica ed irripetibile è la persona.
Tutto dalla Trascendenza. Dicendo che tutto è dalla trascendenza si vuole dire una sola verità: Ogni dono di grazia, di verità, ogni carisma, ogni vocazione discendono da Dio. Vengono da Lui. All’uomo però la responsabilità di accogliere ogni dono di Dio e di portarlo a frutto e a maturazione. Infiniti sono i doni che Dio elargisce, pochi però sono i cuori che li accolgono. Poche le volontà che li fanno fruttificare. La parabola dei talenti ci dice la grave, eterna responsabilità del servo infingardo che ha posto il suo talento sotto una pietra e glielo ha consegnato intatto al suo padrone.
La fede di un uomo è la sua eternità. È la sua eternità la fede di un uomo perché per la fede uno si salva, ma anche per la non fede uno si danna, si perde per sempre.
La fede di Isacco. Isacco crede nella Parola di Dio detta ad Abramo, crede nella Promessa. È debole nelle sue decisioni. Alla debolezza di Isacco supplice la fortezza di Rebecca che mette ogni cosa al suo giusto posto, facendo benedire Giacobbe, costituendolo erede della Parola della Promessa che Dio aveva fatto ad Abramo.
La fede di Giacobbe. Giacobbe è l’uomo della fede sofferta, tribolata, esposta ad ogni genere di afflizione. Dio però lo vuole forte e per questo lo aiuta insegnandogli che la fede procede nella storia lottando, combattendo con lo stesso Dio. Giacobbe aiuta la sua fede con la preghiera, irrobustendola. La fede di Giacobbe è anche pronto ascolto del Signore che parla e lo conduce in una perenne peregrinazione fino ad approdare in Egitto e lì rimanere fino alla sua morte.
Fede e morale. La morale è vita secondo la verità che è contenuta nella Parola della fede. La morale è la verità della Parola di Dio fatta nostra vita.
La fede si fa perfezione. La fede si fa perfezione portandola quotidianamente nella pienezza della verità. Si fa anche perfezione trasformando la verità in vita, compiendo ogni Parola di Dio secondo la pienezza di verità cui conduce lo Spirito del Signore.
La fede di Giuseppe. La fede di Giuseppe è pieno, totale affidamento a Dio in ogni circostanza della sua vita. Giuseppe è un abbandonato al Signore. È abbandonato nella sofferenza, nella calunnia, nella prigione; ma anche nella gloria e nell’esaltazione. Lui vive di bontà, nella bontà resta sempre. Lui non conosce il male. Questa è la grandezza della fede di Giuseppe. Poi sarà il Signore a fare di lui ciò che a Lui piacerà e quando piacerà, nelle forme e nelle modalità da Lui scelte e prestabilite.
Fede nella Provvidenza. Anche questo è uno dei tratti della fede di Giuseppe. Lui si vede strumento della Provvidenza, a Suo servizio, per la salvezza del suo popolo. Poiché si vede strumento della Provvidenza, non considera l’agire dell’uomo. Ogni azione dell’uomo è vista come una via per giungere allo svolgimento del ministero che la Provvidenza ha scelto per lui.
La fede come martirio. La fede è martirio perché ad essa bisogna consegnare tutta la vita di tutto l’uomo: corpo, anima, spirito. La consegna è fino alla morte.
La fede come scelta. La fede è scelta della verità di Dio secondo la sua Parola nell’abbandono della falsità, dell’errore, della menzogna. Una fede che non sceglie la verità, non è vera fede. Fede e scelta della verità devono essere una cosa sola, anche a costo di condurre l’uomo al martirio. È facile sapere chi crede e chi non crede: è sufficiente osservare le scelte della vita. Se sono di verità, si è nella fede; se invece sono di falsità, si è nella non fede.
La voce della coscienza. La scelta della verità della fede deve giungere fin nell’angolo più remoto della propria coscienza. Mai un uomo di fede può rinunciare alla propria coscienza che attesta la verità per lui. La coscienza però va sempre formata, illuminata, guidata mettendo in essa tutta la potenza della verità contenuta nella Parola del Signore. L’ascolto della coscienza va perfezionato. Nella coscienza del giusto abita il Signore. Al giusto è richiesto però di crescere ed abbondare in ogni giustizia, perché solo così la sua coscienza sarà santa abitazione di Dio e della sua verità.
Quando la gloria è peccato. La gloria è peccato quando è costruita sulla falsità, o quando viene edificata sulla non perfetta verità su Dio e sull’uomo, su ogni uomo. Nel peccato la gloria è sempre impura, sporca, sudicia, lercia. La gloria è vera quando essa è per solo purissimo dono di Dio. La gloria più grande per un uomo è quella di essere e di rimanere sempre nella verità del Vangelo, nella grazia di Cristo, nell’amicizia con tutti. La gloria vera è portare i nostri giorni nelle beatitudini. La gloria santa è l’obbedienza a Dio fino alla morte di croce.
Mosè si vede una cosa sola con il popolo. La fede è vera quando crea comunione con Dio e con gli uomini, quando ci fa una cosa sola con Dio e con gli uomini, una sola verità, un solo amore, una sola carità, un solo servizio, un solo culto. Se un solo uomo viene tolto dalla nostra verità, o dal nostro amore, questo solo basta ad attestare la falsità, o la non perfetta verità della nostra fede. La fede è vera se vera è la carità che essa genera nella storia. Se la carità è falsa, anche la fede è falsa; se la carità è imperfetta, anche la fede è imperfetta. Chi separa l’uomo dalla fede, costui ha una fede non buona, non santa, non giusta.
Fede e comunione di vita. La fede ci costituisce una cosa sola: con Dio e con i fratelli, con ogni uomo. Cristo ha amato il Padre donando la sua vita per noi. L’amore di Dio è amore dell’uomo. L’amore dell’uomo è divenire una cosa sola con l’uomo. È dare tutto se stesso all’uomo. Cristo Gesù ha dato ad ogni uomo la sua vita fino alla morte e alla morte di croce. Quella fede che non si fa comunione di vita nel dono della vita non è vera fede. L’amore più grande verso Dio deve divenire amore più grande verso ogni uomo. Nella fede il cristiano dona la vita a Dio per la salvezza di ogni uomo. È questa la vera comunione che si crea nella fede.
La visione del male è una cosa; la liberazione dal male è un’altra. Ogni uomo è posto dinanzi al mistero del male. Non ogni uomo conosce però tutta la potenza del male, o del mistero di iniquità. Ognuno però vede qualcosa che è male, o che non è bene né per sé né per gli altri. Vedere il male si trasforma in desiderio di liberazione dal male, a volte anche in atti concreti di liberazione. Il desiderio di liberazione dal male, ed anche gli atti concreti che devono liberarci dal male non sono liberazione vera dal male. Non è nell’uomo la capacità di liberare il mondo dal male. È in questa naturale incapacità la vanità di ogni sforzo, o impegno dell’uomo. Ciò che lui fa non è la via giusta, né santa, perché la fa senza il Signore, il solo Liberatore da ogni male. Se questa verità non è posta nel cuore e nella mente di ogni cristiano, ogni lavoro che si fa è vano, eternamente vano. Dio non può essere escluso dalla nostra storia. Chi esclude Dio si condanna alla schiavitù di ogni male. Si condanna alla distruzione della stessa umanità.
Dal male libera solo il Signore e la sua forza. Può liberare dal male solo il Signore, perché a fondamento di ogni male c’è un peccato che corrode corpo, spirito, anima dell’uomo. Dal peccato solo il Signore ci può liberare. Solo la sua forza può vincerlo. Lui però libera e vince sempre per mezzo di persone da Lui scelte perché si abbandonino pienamente, totalmente alla sua volontà e obbediscano ad ogni suo comando. Se l’uomo non diviene strumento di Dio, e lo diviene solo in una obbedienza perfetta alla sua volontà, mai sarà possibile estirpare il male, o liberare da esso. Come il male è opera contraria alla volontà di Dio, così la vittoria sul male può avvenire solo per opera conforme alla volontà di Dio e l’opera conforme alla volontà di Dio è una sola: l’obbedienza perfetta ad ogni suo comando. La disobbedienza distrugge, l’obbedienza edifica. Chi crede e obbedisce a Dio salva il mondo, perché per mezzo di Lui il Signore libera dal peccato che è fonte perenne di tutto il male che è nel mondo.
Raab: la fede che fa divenire realtà della stessa storia. Raab giunge alla fede in Dio osservando la storia che Dio opera attraverso il suo popolo. Abbraccia la fede in Dio scegliendo di divenire parte di questa stessa storia. Ne diviene parte nel momento in cui si mette a disposizione del popolo di Dio e aiuta i suoi figli. Raab ci insegna una grandissima verità: chi abbraccia la fede e non diviene parte della storia che la fede ha creato, costui non vive di vera e santa fede. La fede perfetta si ha quando si diviene una sola vita con l’altro che vive la fede che noi abbiamo abbracciato. Questa verità diviene criterio di sano discernimento. Per mezzo di essa possiamo sapere chi crede veramente, da chi non crede. Non è mai vera quella fede che è solo in Dio, ma non è comunione autentica, partecipazione vitale, con la storia che la fede ha creato e crea.
La storia che nasce dalla fede via per attrarre altri nella fede. La via per giungere alla fede è la Parola, ma anche l’opera che è frutto della Parola. L’opera che è frutto della Parola è la storia concreta di quanti credono nella Parola. L’opera si vede. La Parola si ascolta. Chi vede l’opera, chi osserva la storia che la Parola genera, mosso da Dio e dal suo Santo Spirito, può aprirsi alla fede nella Parola che ha prodotto come suo soprannaturale frutto la storia. Questa apertura alla fede deve però essere poi completata attraverso l’annunzio di tutta la Parola. La fede ha bisogno della Parola. Dove non viene data la Parola, la fede rimane solo iniziale, incipiente, incompleta. Questa fede piccola, povera non sarà mai capace di portare una persona nella pienezza delle opere che la fede esige. A questa pienezza si può giungere solo attraverso il dono della Parola piena, integra, perfetta. La storia è la verità della fede e Parola e storia devono divenire una cosa sola.
Quando la fede è perfetta. La fede è perfetta quando è fondata su tutta la Parola e quando tutta la Parola è trasformata in storia di fede. Una sola Parola di Dio non accolta, rende la nostra fede incompleta. Ma anche una sola Parola di Dio non trasformata in storia rivela che la nostra fede è imperfetta. Poiché Dio non solo ha parlato, ma parla anche oggi: la fede è perfetta quando si accoglie l’ultima Parola di Dio proferita oggi e la si trasforma in storia. L’uomo di Dio che vuole vivere di fede perfetta è sempre in ascolto del Signore che parla.
La perfezione della fede è Cristo. La perfezione della fede è Cristo, perché Cristo è la Parola ultima, definitiva di Dio che ci è stata data per rivelare e compiere il mistero della salvezza. Il vero Cristo ci dona la vera fede. Ogni fede fondata su un Cristo non vero, costituisce la fede non vera. Cristo è la Chiesa, perché la Chiesa è il Corpo di Cristo. Una fede fondata senza il Corpo della Chiesa, o fuori dell’unico Corpo della Chiesa, è anch’essa una fede non vera, non perfetta, o semplicemente falsa. Cristo Gesù conduce la Chiesa verso la pienezza della verità per mezzo del Suo Santo Spirito. Quella comunità che non cammina nella pienezza della verità cui conduce lo Spirito Santo non vive di vera e perfetta fede. Chi si ferma a ieri non possiede la vera fede, perché la fede è l’ascolto di Cristo, nel suo Santo Spirito, che oggi parla alla Sua Chiesa.
L’idolatria della Parola. Si è idolatri della Parola quando ci si ferma alla sua lettera e non si passa allo Spirito Santo che quotidianamente feconda di verità, della verità di Dio, la Parola che Lui stesso ha ispirato, ricolmandola di tutto il mistero della salvezza che si compie in Cristo Gesù, per mezzo della Chiesa. La verità non la dona la Parola, è contenuta nella Parola, ma la Parola ce la fa comprendere lo Spirito Santo. Ogni interpretazione della Parola che prescinde dall’opera dello Spirito Santo nella Chiesa è vera opera di idolatria e chi la compie è un vero idolatra della Parola. È idolatra perché insegna una Parola, ma senza la Verità dello Spirito. Assieme alla Parola che dona la verità secondo lo Spirito Santo, c’è anche il dono della grazia che bisogna attingere per essere salvati. Parola e grazia, verità e grazia sono una cosa sola e l’una e l’altra vengono date all’uomo per mezzo della Chiesa. Dove non c’è la pienezza della grazia donata neanche c’è la pienezza della verità donata e anche: dove non c’è la pienezza della verità donata, la pienezza della grazia non può operare efficacemente.
Le conseguenze pastorali della fede falsa, o non vera. La vera fede genera sempre salvezza. La fede non vera lascia ogni uomo nel suo peccato, o nella sua fondamentale imperfezione. Chi vuole trasformare l’uomo deve partire dalla vera fede. Questa va vissuta prima di tutto, poi annunziata ed insegnata. Nella vera fede si ammaestra. L’opera della pastorale deve essere sempre una ed una sola: donare ad ogni uomo la vera fede che nasce dalla vera Parola di Dio custodita nella sua più pura santità dalla Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e dalla stessa Chiesa annunziata, proclamata, insegnata, spiegata lasciandosi condurre dallo Spirito Santo verso la verità tutta intera. È vera quella comunità che insegna la Parola secondo la verità attuale dello Spirito del Signore. Una fede falsa, non vera, incompleta, ereticale, non attuale genera disastri nella pastorale, in quanto distrugge, non edifica; abbatte, non innalza; uccide, non vivifica. Questa fede non costruisce il Regno di Dio sulla nostra terra.
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1/16/2012 11:10 PM
 
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CAPITOLO DECIMO SECONDO
L’ESEMPIO DI CRISTO
[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti,
La dottrina sulla fede esposta dall’Autore è questa: tutto è davanti a noi. La fede è un cammino verso il futuro, non verso il passato.
La fede è cammino verso Dio e Dio è sempre dinanzi all’uomo.
È questo l’esempio che ci viene da tutti questi uomini e donne di fede ricordati nel capitolo undicesimo.
Altra verità della fede è questa: la fede è un cammino che si fa insieme. Essendo l’oggetto della fede uno, uno deve essere anche il suo cammino, o itinerario.
Se tutti questi uomini e queste donne hanno guardato davanti a sé, hanno guardato verso Colui che doveva venire, verso il compimento della promessa, possiamo noi fare un cammino inverso e guardare verso ciò che fu un tempo?
Se quel tempo ci invita a guardare avanti, se Mosè stesso ha guardato avanti, possiamo noi rivolgere il nostro sguardo verso Mosè e il suo tempo?
Chi dovesse fare questo agisce semplicemente da stolto.
La fede non è ripetizione di un passato. Essa è vita in un presente, con una parola presente, una verità presente, una comunità presente, uno stile presente, una forma presente, una modalità presente.
Volendo dare corpo e significato alle parole di questo v. 1, dobbiamo dire che:
Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni: Siamo in uno stesso, identico cammino. Il cammino è in avanti. È verso qualcuno che ci attende.
Deposto tutto ciò che è di peso: di peso è solo il pensiero umano. Questo è il più grande peso che impedisce ogni retto cammino della fede. Questo peso si depone con il rinnegamento di se stessi. Cosa è infatti il rinnegamento di noi stessi se non la rinunzia ad ogni nostro pensiero, desiderio, volontà nella Parola della fede?
E il peccato che ci assedia: il peccato è trasgressione della Parola, è vivere contro di essa, senza di essa, lontano da essa. Una vita moralmente sana, ineccepibile, santa è il miglior veicolo della retta fede. Quando la fede in una persona si perde, si perde sempre a causa di un peccato, di una trasgressione morale. Chi si conserva integerrimo nella morale, conserverà santa anche la sua fede, anzi crescerà di fede in fede. Questo segreto pochi lo sanno, ma è l’unica via per rimanere e aumentare, per progredire e perseverare di fede in fede. Quando non si crede, o si perde la fede c’è sempre un peccato che tiene prigioniero nel suo carcere il nostro spirito. Questa verità è assoluta. È senza alcuna eccezione.
Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti: Tutto nella fede è dinanzi a noi. Nulla è dietro di noi. Anche Cristo che è stato, è il Cristo che è e che sarà. Poiché è, è con noi. Poiché sarà, è davanti a noi. Verso di Lui dobbiamo camminare con Lui, in Lui, per Lui. Dobbiamo camminare con perseveranza, senza cioè mai stancarci, ogni giorno cominciare come se fosse il primo e vivere il primo con la stessa intensità come se fosse l’ultimo. È il cammino con Cristo che ci fa sempre nuovi nella fede, nella verità, nella vita. Camminare è lasciare, camminare è accogliere il nuovo che si apre alla nostra vista. Il nuovo di oggi però deve essere di oggi, quello di domani per domani. La fede non è ripetizione: la fede è vita.
[2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.
Viene ora presentato Cristo come modello unico cui tutti si devono ispirare nella vita della loro fede.
Anche le verità di questo v. 2 è giusto che vengano esaminate attentamente, singolarmente, una per una.
Tenendo fisso lo sguardo su Gesù: Testimoni della fede sono molti. Modello cui sempre guardare è uno solo: Cristo Gesù. Come Cristo Gesù è impronta della sostanza del Padre e dal Padre è la sua Persona, così deve essere per ciascun suo discepolo. Ogni discepolo, per essere vero, deve essere impronta sulla terra della Sua vita. Questo significa tenere lo sguardo fisso su Gesù. Lui è l’unica verità del nostro essere suoi discepoli. In Lui la nostra essenza di fede deve essere sempre verificata. I Santi sono testimoni della fede. Ma non modelli. Perché modello di tutti è Cristo e ognuno è chiamato a confrontarsi con Cristo.
Autore della fede: Gesù è Autore della fede perché Lui è il soggetto e l’oggetto insieme della nostra fede. La nostra fede è Lui, è in Lui, è con Lui, è per Lui, è da Lui. Fuori della sua Persona non c’è fede per alcuno. La sua verità è la nostra verità, la sua vita è la nostra vita, la sua via è la nostra via. Autore significa anche che Lui giorno per giorno crea la vera fede in noi, perché la conforma alla sua vita, alla sua verità, alla sua via. Cristo non è stato Autore della fede. Cristo è Autore della fede. È Autore per creazione, anzi è Autore per continua e ininterrotta creazione della vera fede nel cuore dei suoi fedeli. Se la vera fede esiste sulla terra è perché Lui la crea e la rigenera nel cuore dei suoi fedeli. Se Cristo è Autore della fede, lasciare Cristo, abbandonare Cristo, perdere Cristo, tradire Cristo, rinnegare Cristo, ritornare al passato della Legge è semplicemente uscire dalla fede. Significa in una parola: rimanere senza fede.
Perfezionatore della fede: Gesù perfeziona la fede in due modi: porta a compimento la rivelazione. In Lui Dio ci ha detto tutto. Lui è la Parola ultima, definitiva, perfetta di Dio. L’Antico Testamento trova la sua perfezione in Lui, senza di Lui è incompiuto, imperfetto. Senza di Lui, sarebbe come un aborto: ha iniziato la vita, ma non l’ha sviluppata fino alla sua perfezione. Questo è il primo modo. Il secondo invece riguarda ogni singola persona. Gesù aiuta e sostiene, chi si affida a Lui, a compiere il suo personale cammino nella fede sino alla sua perfezione. Da una fede incipiente con Lui si perviene ad una fede adulta, matura, capace di produrre ogni frutto. Per mezzo del Suo Santo Spirito Lui ci conduce alla verità tutta intera. In Lui è la pienezza della verità rivelata, in Lui è anche la pienezza della comprensione della verità rivelata. Senza di Lui la fede non sarà mai perfetta.
Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia: Viene ora detto come Gesù visse la sua fede. La fede è una scelta: la scelta della verità di Dio che esige, richiede la rinunzia alla falsità dell’uomo; ma anche la scelta della vita futura nella rinunzia alla vita del tempo presente. Questa scelta è dolorosa, di croce, di morte. Si sceglie la vita eterna passando attraverso la morte oggi nel corpo, morte sofferta, di dolore, perché si compie nella rinunzia alla stessa vita del corpo attraverso la sofferenza. La sofferenza di Cristo è stata la sua crocifissione. Questa scelta deve essere fatta con tutta la volontà, con piena coscienza, nella conoscenza di ciò cui si va incontro. Cristo Gesù scegliendo la vita eterna, ha scelto la morte di croce e ad essa si è sottoposto. Che la sua scelta sia vera, lo attesta l’affermazione dell’Autore che dichiara in questo versetto il disprezzo di Cristo per l’ignominia che nasceva proprio dalla consegna del suo popolo ai pagani e da questi al martirio per crocifissione. La croce era il patibolo di tutti quelli che non avevano alcuna dignità umana: questa è l’ignominia cui Gesù si è sottoposto, disprezzandola.
E si è assiso alla destra del trono di Dio: La scelta di Dio sulla terra porta Cristo nel Cielo dove è ora assiso alla destra del trono del Padre. La glorificazione celeste è il frutto dell’umiliazione sulla terra, dell’annientamento dinanzi agli uomini per confessare che Dio è suo Padre e Signore unico della sua vita.
[3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d'animo.
Si è detto che Gesù è il modello unico, il solo, cui ogni discepolo deve guardare al fine di raggiungere anche lui la gloria del Cielo. È questa la vocazione cristiana: raggiungere l’eternità in Paradiso, nella Casa del Padre.
Ora se Cristo Gesù ha sopportato ogni cosa, se Lui si è lasciato crocifiggere, se ha disprezzato l’ignominia, se si è fatto consegnare al martirio, nella più grande delle umiliazioni, può un suo discepolo solamente pensare di sottrarsi alla sofferenza, alla persecuzione, all’ostilità da parte dei peccatori? Può immaginare minimamente che sia possibile percorrere altre vie per raggiungere la promessa eterna legata alla sua fede?
Anche lui come il suo Maestro deve perseverare sino alla fine, senza stancarsi, senza perdersi d’animo.
Non deve né stancarsi, né perdersi d’animo perché la vocazione del discepolo è in tutto simile a quella del Maestro, senza alcuna differenza quanto alla testimonianza, o alla scelta della fede come unica e sola via sulla quale camminare per raggiungere l’eternità di gloria e di gioia.
Questo ci deve spingere ad una fede più grande, più perfetta, più totale in Cristo e questa fede deve trasformarsi nella scelta di Cristo come unico e solo Modello per la vita secondo la fede.
Per il cristiano non possono esistere altri modelli, perché altrimenti sarebbe anche facile cadere in tentazione, in errore, nella falsità di pensare che la nostra croce sia più pesante delle altre croci.
Invece guardando a Cristo e solo a Lui e scegliendolo però come unico Modello cui sempre ispirarsi, contemplando Lui dall’alto della croce, nessuna tentazione entrerà mai nel cuore, nessun dubbio turberà la mente, nessuna falsità si impossesserà del nostro spirito e noi possiamo compiere con volontà ferma, stabile, con perseveranza durevole, il cammino della nostra testimonianza nella Parola di Gesù, unica e sola via per il raggiungimento del Cielo.
La scelta di Cristo Gesù come unico e solo modello per la vita di ogni fede obbliga a cambiare tutta una pratica ascetica, nella quale l’uomo, anche se di fede provata e santa, viene sostituito con Gesù Signore.
Questo errore nessuno dovrà mai farlo. Siamo compagni nella fede, ma non modelli gli uni per gli altri. Il modello unico e solo è Lui, Gesù Cristo nostro Signore.
Se riusciremo a portare questo principio nella nostra vita di ascesi, di sicuro daremo anche alla vita cristiana un nuovo volto, una nuova dimensione.

CORREZIONE FRATERNA
[4]Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato
Se comprendiamo cosa è il peccato, capiremo anche cosa l’Autore ha in mente di dirci, di insegnarci, di rivelarci.
Il peccato di tutti i peccati nella Scrittura è l’idolatria. È questa la più sottile, la più subdola, la più fine delle tentazioni. Mai tentazione è stata più difficile da scovare, da avvertire, da sentire. L’idolatria è come l’aria che respiriamo: invade il nostro corpo e neanche ce ne accorgiamo.
L’uomo, ogni uomo respira idolatria che è la sostituzione di Dio con il pensiero, la volontà, il cuore, la mente, assieme ad ogni altra facoltà dell’uomo. Dio viene eliminato, l’uomo subentra al suo posto. Dio viene escluso, l’uomo incluso. Ma non attraverso una dichiarazione che ci fa separare dalla Parola del Signore, ma servendoci proprio della Sua Parola, dello stesso culto, di ogni altra cosa riconducibile alla rivelazione.
Si è detto precedentemente che la fede è la scelta della verità di Dio e la rinunzia alla falsità dell’uomo. Si è anche detto che questa scelta conduce l’uomo alla crocifissione e alla morte.
Questa scelta di Dio deve essere pieno rinnegamento di noi stessi, fino alla morte e questa scelta si compie, avviene proprio quando siamo chiamati a rinnegare noi stessi con la persecuzione che si abbatte su di noi e con la morte che ci minaccia da vicino.
La scelta di Dio obbliga alla rinunzia anche della vita del corpo nell’indicibile sofferenza e in ogni genere di atrocità che si potrebbe abbattere su di noi.
La persecuzione diviene così il momento culmine della fede: se si sceglie la fede, si perde la vita; se si sceglie la vita si perde la fede.
L’Autore dice ai Destinatari che loro ancora non sono neanche giunti a questo punto culmine della fede e che è bastato solo il rumore di qualche persecuzione, ma non la persecuzione, perché si mettessero in agitazione, in subbuglio, in uno stato critico della fede.
La loro fede sta per perdersi, ma non perché sono arrivati al punto della scelta tra la vita nella fede, e quindi la morte per la fede, e la vita senza la fede e quindi la morte della fede assieme alla morte dell’anima, oggi, e alla morte eterna dell’anima e del corpo, nell’eternità.
Loro hanno appena iniziato il cammino e ancora in loro vi è tanto di peccato, cioè di idolatria, cioè di pensieri umani e di volontà umana. Loro ancora non sono giunti al totale rinnegamento di se stessi.
Ecco perché loro ancora non hanno resistito fino al sangue nella loro lotta contro il peccato. La loro fede è ancora un miscuglio di pensieri di Dio e dell’uomo, perché ancora la persecuzione fino al sangue non l’ha resa perfetta.
Loro sono in uno stato di fede imperfetta e questa fede ha bisogno di molta correzione.
La persecuzione ha proprio questa finalità: far sì che essi passino dal pensiero dell’uomo al solo pensiero di Dio, alla sola sua volontà, nella pienezza e nella perfezione della verità.
Loro pertanto sono invitati a vedere nella persecuzione la vera, giusta, opportuna, salutare correzione che Dio opera nella loro fede, perché questa si liberi dall’idolatria e giunga così a pienezza di maturazione. Solo così essa potrà produrre un frutto di vita eterna.
Se con la mente si fa un piccolo passo indietro, di sicuro ci si ricorderà che questa stessa verità l’Autore l’ha detta per Cristo Gesù, quando ha affermato che “Gesù fu reso perfetto dalle cose che patì”.
Perché proprio dalle cose che patì Gesù fu reso perfetto? Perché attraverso la sofferenza della croce Egli sconfisse il peccato dell’idolatria nella sua carne. In Cristo tutto fu del Padre, tutto è del Padre, tutto sarà del Padre. In Lui niente è suo. La sofferenza della croce l’ha fatto spogliare anche del suo corpo per offrirlo al Padre. In questa offerta è la sconfitta eterna di ogni idolatria nel suo corpo.
La persecuzione ci priva di tutto ciò di cui noi mai riusciremmo a privarci. Essa ci aiuta a liberarci dall’idolatria del nostro corpo e della nostra vita. Tutto è del Padre. Niente è nostro. Tutto a Lui si deve dare.
La privazione è totale ed è perfetta solo nella morte subita per la fede.
L’Autore vuole che i Destinatari vedano ogni persecuzione come una correzione. È giusto che lo si segua nella sua argomentazione:
[5]e avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; [6]perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio.
Il testo citato è un pressante invito a rimanere e a crescere nei precetti della Legge. Chi insegna questi precetti è il Padre. L’Autore avvalora le sue parole citando un testo dei Proverbi.
Pro 3,1-35: “Figlio mio, non dimenticare il mio insegnamento e il tuo cuore custodisca i miei precetti, perché lunghi giorni e anni di vita e pace ti porteranno. Bontà e fedeltà non ti abbandonino; lègale intorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore, e otterrai favore e buon successo agli occhi di Dio e degli uomini. Confida nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza; in tutti i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri. Non credere di essere saggio, temi il Signore e sta’ lontano dal male. Salute sarà per il tuo corpo e un refrigerio per le tue ossa. Onora il Signore con i tuoi averi e con le primizie di tutti i tuoi raccolti; i tuoi granai si riempiranno di grano e i tuoi tini traboccheranno di mosto.
Figlio mio, non disprezzare l'istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto. Beato l'uomo che ha trovato la sapienza e il mortale che ha acquistato la prudenza, perché il suo possesso è preferibile a quello dell'argento e il suo provento a quello dell'oro. Essa è più preziosa delle perle e neppure l'oggetto più caro la uguaglia.
Lunghi giorni sono nella sua destra e nella sua sinistra ricchezza e onore; le sue vie sono vie deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere. E` un albero di vita per chi ad essa s'attiene e chi ad essa si stringe è beato. Il Signore ha fondato la terra con la sapienza, ha consolidato i cieli con intelligenza; dalla sua scienza sono stati aperti gli abissi e le nubi stillano rugiada.
Figlio mio, conserva il consiglio e la riflessione, né si allontanino mai dai tuoi occhi: saranno vita per te e grazia per il tuo collo. Allora camminerai sicuro per la tua strada e il tuo piede non inciamperà. Se ti coricherai, non avrai da temere; se ti coricherai, il tuo sonno sarà dolce. Non temerai per uno spavento improvviso, né per la rovina degli empi quando verrà, perché il Signore sarà la tua sicurezza, preserverà il tuo piede dal laccio. Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno, se è in tuo potere il farlo. Non dire al tuo prossimo: Va’, ripassa, te lo darò domani, se tu hai ciò che ti chiede. Non tramare il male contro il tuo prossimo mentre egli dimora fiducioso presso di te. Non litigare senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male. Non invidiare l'uomo violento e non imitare affatto la sua condotta, perché il Signore ha in abominio il malvagio, mentre la sua amicizia è per i giusti. La maledizione del Signore è sulla casa del malvagio, mentre egli benedice la dimora dei giusti. Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la grazia. I saggi possiederanno onore ma gli stolti riceveranno ignominia.
I Destinatari della Lettera sono invitati a non vedere gli uomini che provocano o suscitano la persecuzione, bensì il Signore che li educa.
È questa la verità che si evince dalla sua argomentazione:
E avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: La relazione tra Dio e il suo popolo è simile a quella che esiste tra padre e figlio. Il padre ha l’obbligo di esortare il figlio, il figlio ha il dovere di ascoltare il padre. Il padre parla per il bene del figlio. Il padre conosce il bene, lo indica al figlio, perché possa sempre rimanere nella via della verità e della giustizia.
Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui: Un padre non ha però una sua verità, o una sua volontà sul proprio figlio. Un padre deve ricordare al figlio solo la verità e la volontà di Dio. In questo contesto il padre dice al figlio che non si deve disprezzare la correzione del Signore e neanche lui si deve perdere d’animo quando il Signore lo riprende. La correzione è fonte di verità e di vita. Essere corretti dal Signore è venire da Lui riportati sulla giusta via: la via della verità e della divina volontà. Si apprezza la correzione, ci si fortifica nell’animo e si prosegue il cammino.
Perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio: Viene detto ora chi il Signore corregge e perché. Il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come suo figlio. Quando uno è corretto dal Signore deve vedere nella correzione tutto l’amore di Dio, ma anche l’appartenenza a Lui come vero figlio. Il Padre è vero Padre perché corregge e sferza il proprio figlio. È vero Padre perché lo ama. Lo ama perché lo riporta sulla via della verità e della giustizia.
La correzione nasce dall’amore di Dio Padre, è rivolta ai suoi figli, non solo perché vivano come veri figli, ma anche perché crescano nell’amore e portino frutti abbondanti. Non si è nell’amore se non si è nella verità. La verità è il fondamento, il principio di ogni amore vero. La verità nasce dall’amore, l’amore conduce alla verità perché si trasformi in amore.
[7]E` per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre?
La correzione all’inizio genera sofferenza, perché deve liberare dal male, dal peccato. Deve purificare colui che è corretto. Deve trasferirlo dal regno della falsità, totale o parziale, nella pienezza della verità, della luce, della giustizia, della volontà di Dio.
L’Autore esorta i suoi Destinatari a vedere la sofferenza nella quale loro sono caduti come vera correzione da parte di Dio.
Se sono corretti, è perché Dio li tratta come figli. Se Dio non li trattasse da veri figli, di certo non li avrebbe corretti.
Ogni figlio è corretto dal padre. Se loro sono figli, devono essere corretti dal Padre.
La correzione è qui la persecuzione. Loro sono perseguitati perché veri figli del Padre. Sono perseguitati per la loro correzione.
Sono trattati come figli e per questo sono consegnati alla persecuzione perché abbandonino ogni falsità che è nel cuore ed entrino nella pienezza della verità.
Qual è questa pienezza di verità? Il dono totale della loro vita al Signore, offerta in sacrificio per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo.
Ciò che interessa evidenziare in questo versetto è la seguente verità: il cristiano è obbligato a vedere in ogni persecuzione una manifestazione dell’amore di Dio. Dio lo vuole nella perfetta verità. Quando lui si allontana dalla perfezione della verità, Dio interviene e con ogni mezzo lo educa, perché vi possa ritornare.
Ogni persecuzione è per la nostra purificazione, e quindi è in funzione del ritorno, o dell’acquisizione della perfetta verità.
La conclusione è questa: Dio permette la persecuzione perché noi entriamo nella verità, se dalla verità siamo caduti; oppure perché noi cresciamo in una verità sempre più perfetta, se ci siamo adagiati nella verità iniziale e abbiamo smesso di camminare verso la verità tutta intera cui ci chiama lo Spirito del Signore.
La pienezza della verità è essenziale alla nostra vita, perché dalla pienezza della verità si raggiunge la pienezza dell’amore.
Poiché il nostro cuore si adagia nella verità e stenta a progredire in essa, dall’esterno Dio interviene e lo mette nuovamente in cammino verso la verità tutta intera.
Occorrono occhi di vera fede per vedere in ogni persecuzione un atto di amore del Signore che ci chiama ad un amore sempre più grande e questo amore mai sarà possibile se non siamo nella pienezza della verità. Più grande è la verità in noi, più grande sarà il nostro amore.
Quando si cade dalla verità, si cade anche dall’amore. È inevitabile che sia così, perché è la verità il fondamento, il principio sul quale è possibile innalzare l’edificio del vero amore verso Dio e verso gli uomini.
[8]Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli!
La verità contenuta in questo versetto è semplice, facilmente comprensibile.
La correzione è amore del padre verso il figlio. Un padre ama il figlio e per questo lo corregge, lo educa, lo sferza, perché percorra sempre i sentieri di Dio, secondo la sua santa legge.
Ogni figlio è corretto dal padre. Ognuno ha avuto la parte di correzione che meritava.
Se loro non vedono nella persecuzione una correzione da parte di Dio, se loro sono senza correzione, perché questa non riescono a vederla come tale, loro non sono veri figli di Dio, sono figli bastardi.
È come se il padre li avesse concepiti e poi abbandonati e questo non è da Dio. Dio non abbandona i suoi figli. Ce lo insegna Dio stesso attraverso il profeta Isaia. D’altronde lo stesso esilio non è forse la più alta e perfetta correzione da parte di Dio?
Leggiamolo Isaia che ne vale proprio la pena.
Is 49.1-26: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. Mi ha detto: Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria. Io ho risposto: Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio.
Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele, poiché ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza mi disse: E` troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra.
Dice il Signore, il redentore di Israele, il suo Santo, a colui la cui vita è disprezzata, al reietto delle nazioni, al servo dei potenti: I re vedranno e si alzeranno in piedi, i principi vedranno e si prostreranno, a causa del Signore che è fedele, a causa del Santo di Israele che ti ha scelto.
Dice il Signore: Al tempo della misericordia ti ho ascoltato, nel giorno della salvezza ti ho aiutato. Ti ho formato e posto come alleanza per il popolo, per far risorgere il paese, per farti rioccupare l'eredità devastata, per dire ai prigionieri: Uscite, e a quanti sono nelle tenebre: Venite fuori. Essi pascoleranno lungo tutte le strade, e su ogni altura troveranno pascoli.
Non soffriranno né fame né sete e non li colpirà né l'arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti di acqua. Io trasformerò i monti in strade e le mie vie saranno elevate. Ecco, questi vengono da lontano, ed ecco, quelli vengono da mezzogiorno e da occidente e quelli dalla regione di Assuan.
Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri. Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.
Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me. I tuoi costruttori accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si radunano, vengono da te. Com'è vero ch'io vivo oracolo del Signore ti vestirai di tutti loro come di ornamento, te ne ornerai come una sposa.
Poiché le tue rovine e le tue devastazioni e il tuo paese desolato saranno ora troppo stretti per i tuoi abitanti, benché siano lontani i tuoi divoratori. Di nuovo ti diranno agli orecchi i figli di cui fosti privata: Troppo stretto è per me questo posto; scostati, e mi accomoderò. Tu penserai: Chi mi ha generato costoro? Io ero priva di figli e sterile; questi chi li ha allevati? Ecco, ero rimasta sola e costoro dove erano? Così dice il Signore Dio: Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli, per le nazioni isserò il mio vessillo. Riporteranno i tuoi figli in braccio, le tue figlie saran portate sulle spalle. I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse tue nutrici. Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te, baceranno la polvere dei tuoi piedi; allora tu saprai che io sono il Signore e che non saranno delusi quanti sperano in me.
Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno? Eppure dice il Signore: Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari; io salverò i tuoi figli. Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori, si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto. Allora ogni uomo saprà che io sono il Signore, tuo salvatore, io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe.
Urge allora leggere in modo diverso la storia. Tutti questi mali che ci sovrastano, che tolgono la pace, che arrecano inquietudine e turbamenti d’animo non dovrebbero essere forse ricondotti nella correzione da parte di Dio verso noi sue creature, redente in Cristo e lavate nel suo sangue?
Che forse la Scrittura non ci insegna una teologia della storia oggi troppo spesso dimenticata anche da noi cristiani?
Leggiamo una pagina di teologia della storia in Geremia (c. 2):
Ger 2,1-37: “Mi fu rivolta questa parola del signore: Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore.
Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe, voi, famiglie tutte della casa di Israele! Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò ch'è vano, diventarono loro stessi vanità e non si domandarono: Dov'è il Signore che ci fece uscire dal paese d'Egitto, ci guidò nel deserto, per una terra di steppe e di frane, per una terra arida e tenebrosa, per una terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora?
Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov'è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili.
Per questo intenterò ancora un processo contro di voi, - oracolo del Signore - e farò causa ai vostri nipoti. Recatevi nelle isole del Kittìm e osservate, mandate pure a Kedàr e considerate bene; vedete se là è mai accaduta una cosa simile. Ha mai un popolo cambiato dei? Eppure quelli non sono dei! Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria con un essere inutile e vano.
Stupitene, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua.
Israele è forse uno schiavo, o un servo nato in casa? Perché allora è diventato una preda? Contro di lui ruggiscono i leoni, fanno udire i loro urli. La sua terra è ridotta a deserto, le sue città sono state bruciate e nessuno vi abita. Perfino i figli di Menfi e di Tafni ti hanno raso la testa.
Tutto ciò, forse, non ti accade perché hai abbandonato il Signore tuo Dio? E ora perché corri verso l'Egitto a bere le acque del Nilo? Perchè corri verso l'Assiria a bere le acque dell'Eufrate? La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l'avere abbandonato il Signore tuo Dio e il non avere più timore di me. Oracolo del Signore degli eserciti.
Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita. Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità. Oracolo del Signore.
Perché osi dire: Non mi sono contaminata, non ho seguito i Baal? Considera i tuoi passi là nella valle riconosci quello che hai fatto, giovane cammella leggera e vagabonda, asina selvatica abituata al deserto: nell'ardore del suo desiderio aspira l'aria; chi può frenare la sua brama? Quanti la cercano non devono stancarsi: la troveranno sempre nel suo mese.
Bada che il tuo piede non resti scalzo e che la tua gola non si inaridisca! Ma tu rispondi: No. E' inutile, perché io amo gli stranieri, voglio seguirli. Come si vergogna un ladro preso in flagrante così restano svergognati quelli della casa di Israele, essi, i loro re, i loro capi, i loro sacerdoti e i loro profeti. Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato. A me essi voltan le spalle e non la fronte; ma al tempo della sventura invocano: Alzati, salvaci!
E dove sono gli dei che ti sei costruiti? Si alzino, se posson salvarti nel tempo della tua sventura; poiché numerosi come le tue città sono, o Giuda, i tuoi dei! Perché vi lamentate con me? Tutti voi mi siete stati infedeli. Oracolo del Signore. Invano ho colpito i vostri figli, voi non avete imparato la lezione. La vostra stessa spada ha divorato i vostri profeti come un leone distruttore.
O generazione! Proprio voi badate alla parola del Signore! Sono forse divenuto un deserto per Israele o una terra di tenebre densissime? Perché il mio popolo dice: Ci siamo emancipati, più non faremo ritorno a te? Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti, una sposa della sua cintura? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli. Come sai ben scegliere la tua via in cerca di amore! Per questo hai insegnato i tuoi costumi anche alle donne peggiori. Perfino sugli orli delle tue vesti si trova il sangue di poveri innocenti, da te non sorpresi nell'atto di scassinare, ma presso ogni quercia. Eppure protesti: Io sono innocente, la sua ira è già lontana da me. Eccomi pronto a entrare in giudizio con te, perché hai detto: Non ho peccato!
Perché ti sei ridotta così vile nel cambiare la strada? Anche dall'Egitto sarai delusa come fosti delusa dall'Assiria. Anche di là tornerai con le mani sul capo, perché il Signore ha rigettato coloro nei quali confidavi; da loro non avrai alcun vantaggio.
Imparare a leggere ciò che avviene con gli occhi della “teologia della storia” deve significare una cosa sola: vedere la correzione che viene dall’imperversare del male come un invito pressante da parte del Signore alla nostra conversione, al ritorno di tutti noi nella sua verità, nella pienezza della verità, in modo da entrare anche nella pienezza dell’amore.
Leggere con occhi profani quanto ci sta accadendo, è segno di grande stoltezza e insipienza; è segno che le tenebre ormai avvolgono il nostro cuore e lo tengono serrato in esse, sì da non vedere neanche l’urgenza di un nostro ritorno nella verità di Dio.
La teologia della storia è scienza degli uomini spirituali, di coloro che sono attenti ad ogni più piccola correzione che viene dal Signore.
Anche negli eventi naturali la Scrittura vede sovente un modo efficace di Dio per la correzione dei suoi figli. Ce lo insegna il profeta Gioele (c. 2).
Gl 2,1-27: “Suonate la tromba in Sion e date l'allarme sul mio santo monte! Tremino tutti gli abitanti della regione perché viene il giorno del Signore, perché è vicino, giorno di tenebra e di caligine, giorno di nube e di oscurità. Come l'aurora, si spande sui monti un popolo grande e forte; come questo non ce n'è stato mai e non ce ne sarà dopo, per gli anni futuri di età in età. Davanti a lui un fuoco divora e dietro a lui brucia una fiamma. Come il giardino dell'Eden è la terra davanti a lui e dietro a lui è un deserto desolato, non resta alcun avanzo.
Il loro aspetto è aspetto di cavalli, come destrieri essi corrono. Come fragore di carri che balzano sulla cima dei monti, come crepitio di fiamma avvampante che brucia la stoppia, come un popolo forte schierato a battaglia. Davanti a loro tremano i popoli, tutti i volti impallidiscono. Corrono come prodi, come guerrieri che scalano le mura; ognuno procede per la strada, nessuno smarrisce la via. L'uno non incalza l'altro, ognuno va per il suo sentiero. Si gettano fra i dardi, ma non rompono le file. Piombano sulla città, si precipitano sulle mura, salgono sulle case, entrano dalle finestre come ladri. Davanti a loro la terra trema, il cielo si scuote, il sole, la luna si oscurano e le stelle cessano di brillare.
Il Signore fa udire il tuono dinanzi alla sua schiera, perché molto grande è il suo esercito, perché potente è l'esecutore della sua parola, perché grande è il giorno del Signore e molto terribile: chi potrà sostenerlo? Or dunque parola del Signore ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura. Chi sa che non cambi e si plachi e lasci dietro a sé una benedizione? Offerta e libazione per il Signore vostro Dio.
Suonate la tromba in Sion, proclamate un digiuno, convocate un'adunanza solenne. Radunate il popolo, indite un'assemblea, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo. Tra il vestibolo e l'altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: Dov'è il loro Dio? Il Signore si mostri geloso per la sua terra e si muova a compassione del suo popolo. Il Signore ha risposto al suo popolo: Ecco, io vi mando il grano, il vino nuovo e l'olio e ne avrete a sazietà; non farò più di voi il ludibrio delle genti.
Allontanerò da voi quello che viene dal settentrione e lo spingerò verso una terra arida e desolata: spingerò la sua avanguardia verso il mare d'oriente e la sua retroguardia verso il mare occidentale. Esalerà il suo lezzo, salirà il suo fetore, perché ha fatto molto male. Non temere, terra, ma rallegrati e gioisci, poiché cose grandi ha fatto il Signore.
Non temete, animali della campagna, perché i pascoli del deserto hanno germogliato, perché gli alberi producono i frutti, la vite e il fico danno il loro vigore. Voi, figli di Sion, rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio, perché vi dà  la pioggia in giusta misura, per voi fa scendere l'acqua, la pioggia d'autunno e di primavera, come in passato. Le aie si riempiranno di grano e i tini traboccheranno di mosto e d'olio. Vi compenserò delle annate che hanno divorate la locusta e il bruco, il grillo e le cavallette, quel grande esercito che ho mandato contro di voi. Mangerete in abbondanza, a sazietà, e loderete il nome del Signore vostro Dio, che in mezzo a voi ha fatto meraviglie. Voi riconoscerete che io sono in mezzo ad Israele, e che sono io il Signore vostro Dio, e non ce ne sono altri: mai più vergogna per il mio popolo.
Il male lo vince il Signore nella conversione dell’uomo: che è ritorno nella pienezza della sua verità e del suo amore.
Anche su Cristo Gesù si abbatté la persecuzione. Anche Lui fu reso perfetto dalla sofferenza nella verità e nell’amore.
Gesù però non è dovuto passare dalla non verità alla verità, dal non amore, all’amore. Lui è cresciuto nella verità e nell’amore sino alla fine, sino al dono totale di sé, dono di croce, oltre il quale nulla è più da compiere. In Lui tutto è compiuto; è compiuto il cammino della verità e dell’amore. Qual è questa verità: tutta la vita, in ogni sua parte, in ogni suo momento, in ogni forma, in ogni circostanza è del Padre. A lui bisogna farne un sacrificio, un’offerta, un olocausto, un’oblazione.
Perché mi accade questo? Per entrare nella pienezza della verità e dell’amore: se sono già nella verità e nell’amore. Oppure per convertirmi alla verità e all’amore: se non lo sono, perché sono nella falsità..
[9]Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita?
Quanto l’Autore dice serve per rafforzare il convincimento nella necessità dell’accoglienza di ogni correzione che viene dal Signore.
I padri secondo la carne correggono i loro figli e questi li rispettano. Li rispettano, ascoltandoli, mettendo in pratica la correzione ricevuta.
Chi è di mentalità dell’Antico Testamento conosce attraverso i Libri sapienziali che il ruolo paterno era proprio quello della correzione, o dell’educazione dei figli.
Un esempio mirabile di questa correzione, o formazione, lo troviamo nel Libro di Tobia. Anche questo testo merita una attenta considerazione da parte nostra. In esso è mostrato tutto l’amore del padre verso il figlio.
Tob 4,1-21: “In quel giorno Tobi si ricordò del denaro che aveva depositato presso Gabael in Rage di Media e pensò: Ho invocato la morte. Perché dunque non dovrei chiamare mio figlio Tobia e informarlo, prima di morire, di questa somma di denaro?
Chiamò il figlio e gli disse: Qualora io muoia, dammi una sepoltura decorosa; onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della sua vita; fa’ ciò che è di suo gradimento e non procurarle nessun motivo di tristezza. Ricordati, figlio, che ha corso tanti pericoli per te, quando eri nel suo seno. Quando morirà, dalle sepoltura presso di me in una medesima tomba.
Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell'ingiustizia. Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia.
Dei tuoi beni fa’ elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio. La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, dà  molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, poiché l'elemosina libera dalla morte e salva dall'andare tra le tenebre. Per tutti quelli che la compiono, l'elemosina è un dono prezioso davanti all'Altissimo.
Guardati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione; anzitutto prenditi una moglie dalla stirpe dei tuoi padri e non una donna straniera, che cioè non sia della stirpe di tuo padre, perché noi siamo figli di profeti. Ricordati di Noè, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nostri padri fin da principio. Essi sposarono tutti una donna della loro parentela e furono benedetti nei loro figli e la loro discendenza avrà in eredità la terra.
Ama, o figlio, i tuoi fratelli; nel tuo cuore non concepire disprezzo per i tuoi fratelli, figli e figlie del tuo popolo, e tra di loro scegliti la moglie. L'orgoglio infatti è causa di rovina e di grande inquietudine. Nella pigrizia vi è povertà e miseria, perché l'ignavia è madre della fame. Non rimandare la paga di chi lavora per te, ma a lui consegnala subito; se così avrai servito Dio, ti sarà data la ricompensa. Poni attenzione, o figlio, in quanto fai e sii ben educato in ogni tuo comportamento.
Non fare a nessuno ciò che non piace a te. Non bere vino fino all'ebbrezza e non avere per compagna del tuo viaggio l'ubriachezza. Dà  il tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Dà  in elemosina quanto ti sopravanza e il tuo occhio non guardi con malevolenza, quando fai l'elemosina. Versa il tuo vino e deponi il tuo pane sulla tomba dei giusti, non darne invece ai peccatori.
Chiedi il parere ad ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio. In ogni circostanza benedici il Signore e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine, poiché nessun popolo possiede la saggezza, ma è il Signore che elargisce ogni bene. Il Signore esalta o umilia chi vuole fino nella regione sotterranea. Infine, o figlio, conserva nella mente questi comandamenti, non lasciare che si cancellino dal tuo cuore. Ora, figlio, ti faccio sapere che ho depositato dieci talenti d'argento presso Gabael figlio di Gabri, a Rage di Media. Non temere se siamo diventati poveri. Tu avrai una grande ricchezza se avrai il timor di Dio, se rifuggirai da ogni peccato e farai ciò che piace al Signore Dio tuo”.
Se si ascoltano i padri secondo la carne, non dobbiamo molto di più ascoltare il Padre degli spiriti e sottomettersi a Lui per avere la vita?
È questo un esplicito invito ad avere più fede nel Signore e si ha più fede se si ha più amore.
La fede è questa: il Signore vuole il nostro bene, vuole il più grande bene per noi. Vuole la perfezione della verità e dell’amore.
Dio è detto in questo versetto: “Padre degli spiriti”. Dio è il Padre degli spiriti celesti, è il Padre di ogni spirito.
È anche Padre della nostra anima, che è spirito. È il Padre che dona la vita alla nostra anima riconducendola sulla via della verità, della perfetta verità, della compiutezza della verità in essa.
È il Padre che vede nello spirito di ogni uomo e sa qual è la sua necessità, il suo bisogno. Sa quale verità gli è necessaria per portare a compimento la sua missione.
[10]Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità.
Ancora un paragone e una differenza tra la correzione operata dai padri secondo la carne e quella compiuta dal Padre degli spiriti. I primi correggono per pochi giorni, finché l’altro non abbandona la casa paterna, perché diviene adulto e prende la sua vita nelle sue mani. Essi correggono anche come sembra loro, secondo i loro sentimenti, il loro cuore, la verità che è in essi. Non sempre la loro correzione è per il meglio, per la perfezione della verità nei figli.
Dio invece corregge per il nostro bene, per il bene più grande, perché il bene sia compiuto in noi.
Questa correzione ha una specifica finalità: renderci partecipi della sua santità.
Dio vuole i suoi figli santi come Lui è santo. La sua santità è purissima verità, eterno ed infinito amore.
La partecipazione della sua santità, che è frutto della partecipazione della sua divina natura, non è evento solamente ontologico, per generazione che si compie nel battesimo, quando nasciamo da acqua e da Spirito Santo – secondo quanto ci rivela Cristo Gesù nel suo discorso con Nicodemo in Gv 3 – , deve essere anche evento morale, quindi di trasformazione della nostra natura, di tutto il nostro essere in verità e in amore.
Questa trasformazione morale, o configurazione alla santità di Dio, si compie per mezzo della correzione che è una più grande chiamata a vivere tutta la verità della natura di Dio nella nostra natura.
Per raggiungere una così alta perfezione morale occorre non solo accogliere la correzione, ma anche offrire la sofferenza che nasce dalla correzione generata da una persecuzione. Inoltre bisogna esaminare la propria coscienza per scoprire cosa nella nostra vita manca della perfezione nella verità perché sia aggiunta con atto di volontà ferma e risoluta.
L’Autore stabilisce così qual è il principio della correzione operata dal Padre degli spiriti: far sì che diveniamo partecipi della sua santità attraverso la trasformazione di tutta la nostra natura in verità.
[11]Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.
È causa di tristezza e non di gioia ogni correzione perché essa ci obbliga a togliere la nostra vecchia pelle, dobbiamo “scuoiarci” di ogni imperfezione, di ogni debolezza e fragilità nella verità, per “ricuoiarci” della verità di Dio che deve essere in noi sempre più bella, splendente, piena, perfetta.
Questa operazione di “scuoiamento” dell’imperfezione produce dolore. L’uomo deve rinnegarsi nella sua umanità, nel suo corpo, nel suo spirito, nei suoi pensieri, nella sua stessa anima. È come se l’uomo uscisse da se stesso, abbandonasse la sua vecchia pelle per indossarne una tutta nuova.
È questa la tristezza, il dolore, la sofferenza che si prova, si avverte, si vive nella correzione.
Questa tristezza perdura fino a che lo “svestimento” dell’uomo vecchio non sia del tutto operato. Poi, quando comincia a nascere l’uomo nuovo, il cuore si ricolma di gioia, di pace, di giustizia. L’uomo si vede nella verità di Dio e trova pace. È nella giustizia di Dio e sente la gioia nel cuore.
Gesù dice tutto questo attraverso l’immagine del parto. Nel suo caso però non si tratta di correzione, ma di perfezione nel dono di sé al Padre. L’immagine è quella della donna quando partorisce. La donna è nel dolore perché deve dare alla luce un uomo. Poi quando l’uomo è venuto alla luce, ella è nella gioia perché una nuova vita è nata al mondo. Queste le esatte parole di Cristo Gesù:
Gv 16,1-33: “Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me.
Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi. Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà. Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete.
Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre? Dicevano perciò: Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire.
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre.
Gli dicono i suoi discepoli: Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio. Rispose loro Gesù: Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!
La tribolazione del mondo ha proprio questa finalità: preparare il nostro corpo, il nostro spirito, la nostra anima a raggiungere la pienezza della verità, la perfetta conformazione alla santità di Dio.
È la santità la gioia del cristiano ed anche la sua giustizia.
[12]Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite [13]e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
In questi versetti (12 e 13) vengono annunziate due verità che è giusto trattare separatamente. Prima però è opportuno comprendere bene il fondamento di quanto l’Autore afferma leggendo la Parola del Signore sul tema, riportata nell’Antico Testamento:
Is. 35,1-10: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d'acqua. I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie. Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa; nessun impuro la percorrerà e gli stolti non vi si aggireranno. Non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà, vi cammineranno i redenti. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
Pro 4,1-27: “Ascoltate, o figli, l'istruzione di un padre e fate attenzione per conoscere la verità, poiché io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento. Anch'io sono stato un figlio per mio padre, tenero e caro agli occhi di mia madre. Egli mi istruiva dicendomi: Il tuo cuore ritenga le mie parole; custodisci i miei precetti e vivrai. Acquista la sapienza, acquista l'intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non allontanartene mai. Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te.
Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi acquista l'intelligenza. Stimala ed essa ti esalterà, sarà la tua gloria, se l'abbraccerai. Una corona di grazia porrà sul tuo capo, con un diadema di gloria ti cingerà. Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole ed esse moltiplicheranno gli anni della tua vita. Ti indico la via della sapienza; ti guido per i sentieri della rettitudine. Quando cammini non saranno intralciati i tuoi passi, e se corri, non inciamperai. Attieniti alla disciplina, non lasciarla, pràticala, perché essa è la tua vita.
Non battere la strada degli empi e non procedere per la via dei malvagi. Evita quella strada, non passarvi, stà lontano e passa oltre. Essi non dormono, se non fanno del male; non si lasciano prendere dal sonno, se non fanno cadere qualcuno; mangiano il pane dell'empietà e bevono il vino della violenza. La strada dei giusti è come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio. La via degli empi è come l'oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere.
Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole, porgi l'orecchio ai miei detti; non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore, perché essi sono vita per chi li trova e salute per tutto il suo corpo. Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita. Tieni lungi da te la bocca perversa e allontana da te le labbra fallaci. I tuoi occhi guardino diritto e le tue pupille mirino diritto davanti a te. Bada alla strada dove metti il piede e tutte le tue vie siano ben rassodate. Non deviare né a destra né a sinistra, tieni lontano il piede dal male.
Dall’attenta lettura dei passi dell’Antica Scrittura possiamo dedurre le due verità accennate, ma non espresse nella presentazione dei versetti 12 e 13.
Queste verità sono:
La necessità di intervenire con un’azione comunitaria: Il cammino nella fede, nella Parola, nella verità di Dio non è solo operato dal singolo; è operato dal singolo nella comunità. Il cammino è nella comunione e la comunione è sostegno, aiuto, soccorso reciproco, vicendevole, degli uni verso gli altri. Non uno solo deve divenire sostegno per colui che vacilla nella verità della fede, ma tutti insieme, comunitariamente. La forza della fede è la sua comunione. La forza della verità è la partecipazione alla medesima ed unica verità. La debolezza di uno nella verità e nella fede è debolezza dell’intero corpo. La falsità di uno è falsità dell’intera comunità. La fragilità di uno rende tutta la comunità fragile, debole, zoppicante. La comunità ha l’obbligo di interventi mirati, chiari, limpidi tutti orientati a stabilire o a ristabilire la verità nel suo cammino e la retta fede nei rapporti degli uni con gli altri e dinanzi al mondo. Se quest’azione comunitaria viene omessa, non c’è alcuna possibilità di vita in essa. Tutto fallisce, quando scompare la retta fede e la vera verità in una comunità cristiana, anche in uno solo dei suoi membri. La coralità, l’unicità della verità e della fede è essenziale, indispensabile, obbligatoria. La saggezza dello Spirito Santo, che ogni singolo membro è obbligato ad ascoltare, suggerirà lungo il corso della storia quali vie seguire perché la verità risplenda nella comunità con luce sempre più splendente, anzi accecante il mondo intero.
La necessità di operare con azione personale: L’azione della comunità è tuttavia inefficace, se manca l’opera del singolo, il quale è obbligato in coscienza a verificare ogni lacuna che dovesse nascere nella verità e nella fede che lui ha abbracciato. Il cammino personale verso una santità sempre più perfetta aiuta tutta la comunità ad elevarsi, a rinsaldarsi, a scuotersi dal suo torpore, a iniziare un vero cammino secondo la pienezza della volontà di Dio che risplende nella comunità dei credenti. Chi omette il cammino personale nella verità e nella fede, chi tralascia di crescere sempre più nella partecipazione morale della santità di Dio, costui è responsabile dinanzi a Dio e agli uomini di aver privato la comunità di un aiuto indispensabile per la sua crescita in verità e in fede.
Queste due vie non devono essere in opposizione, o in contrasto, né una può ritenere inutile l’altra. Esse devono camminare insieme, sempre, per tutto il corso della storia.
Come una sola mosca, secondo il Qoelet, può rovinare tutto il lavoro del profumiere, così un solo vizio di fede portato avanti da una sola persona può rovinare l’intero lavoro di tutta una comunità.
Ognuno è obbligato a dare alla comunità la sua più alta, più perfetta, più vera santità. E per questo è giusto che si accolga la correzione che viene da Dio, ma anche quella che nasce dai fratelli nella fede, sotto forma di incoraggiamento e di sprone, di educazione e di formazione, di insegnamento e di esortazione, di ammaestramento e di guida verso la verità tutta intera.
Le forme sono molteplici. Ognuno trovi quella giusta nel momento particolare della propria storia e di quella della comunità.
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1/16/2012 11:15 PM
 
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CASTIGO DELL’INFEDELTÀ
[14]Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore,
Per la comprensione di questo versetto 14 viene citato il Salmo 33 perché è tutto un insegnamento sul come raggiungere la pace e ottenere la santificazione:
Sal 33,1-23: “Di Davide, quando si finse pazzo in presenza di Abimelech e, da lui scacciato, se ne andò.
Alef. Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Bet. Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino. Ghimel. Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Dalet. Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato. He. Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti. Zain. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce.
Het. L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. Tet. Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia. Iod. Temete il Signore, suoi santi, nulla manca a coloro che lo temono. Caf. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla. Lamed. Venite, figli, ascoltatemi; v'insegnerò il timore del Signore.
Mem. C'è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene? Nun. Preserva la lingua dal male, le labbra da parole bugiarde. Samech. Sta’  lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila. Ain. Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiutÿÿ
Pe. Il volto del Signore cÿÿÿÿo i malfattori, per cancellarne dalla terra il ricÿÿpi. Sade. Gridano e il Signore li ascolta, li salva da tutte le loro angosce. Kof. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Res. Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore. Sin. Preserva tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato. Tau. La malizia uccide l'empio e chi odia il giusto sarà punito. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, chi in lui si rifugia non sarà condannato.
Cosa è la pace? Cosa è la santificazione?
La pace è la libertà del cuore in assenza di ogni trasgressione della legge del Signore sia nei confronti di Dio che del prossimo.
Cercare la pace con tutti equivale a vivere in modo perfetto sia i comandamenti che le beatitudini.
La santificazione è cammino di verità in verità, fino alla suprema testimonianza del martirio, cioè della vita offerta al Signore per la glorificazione del suo nome.
Sia la pace che la santificazione hanno un inizio, ma anche un cammino e una perfezione. Noi siamo chiamati alla perfezione.
L’Autore dice in questo versetto che senza la santificazione nessuno vedrà mai il Signore. Si intende, dopo la morte.
Chi non è santo non può entrare in Paradiso. Se è giusto si purificherà in purgatorio. Se è reprobo, dannato, finirà nell’inferno per sempre.
Noi siamo chiamati a vivere nella più perfetta santità in modo da neanche sfiorare il purgatorio.
Il cristiano deve tendere ad una tale perfezione da entrare subito in paradiso. Questo dovrebbe essere il suo programma di vita spirituale.
Una regola buona per vivere in pace con tutti è l’arrendevolezza, sempre, per tutto ciò che sono cose di questo mondo.
Altra regola è questa: ogni peccato rompe la pace. Se è peccato mortale, la rompe in modo grave. Se è peccato veniale, la rompe in modo lieve.
A volte anche la più semplice e innocente parola può rompere la pace. La prudenza non è mai sufficiente, è sempre poca. Il cristiano è chiamato dal suo Maestro e Signore ad avere una parola la più semplice possibile: sì, si; no, no. Il di più viene dal maligno e inquina i rapporti di pace e di verità con i fratelli. San Giacomo afferma che chi non pecca di lingua è perfetto. Il governo della lingua è la prima delle norme per chi vuole cercare e perseguire la pace con tutti.
[15]vigilando che nessuno venga meno alla grazia di Dio. Non spunti né cresca alcuna radice velenosa in mezzo a voi e così molti ne siano infettati;
Seguono ora alcune indicazioni ben precise in ordine alla santità che il cristiano è chiamato a vivere nella forma la più perfetta possibile.
Prima di tutto bisogna vigilare a che nessuno venga meno alla grazia di Dio. Si viene meno in un solo modo: cadendo nel peccato grave, in seguito alla trasgressione dei comandamenti.
Ognuno pertanto deve avere come proprio programma di vita spirituale quello di osservare in tutto, anche nella forma più lieve, i comandamenti di Dio.
Baluardo perché non si cada dalla grazia è l’osservanza delle beatitudini. Ogni beatitudine osservata è come una corazza che indossiamo e che ci protegge dal cadere nel peccato mortale. A poco a poco ci libera anche dalla caduta nei peccati veniali.
Fa crescere di grazia in grazia l’Eucaristia santamente partecipata e santamente ricevuta.
La confessione devozionale irrobustisce la grazia e ci rende forti nella lotta contro il peccato.
Aiuta a conservarsi in grazia la preghiera, specie quella del Santo Rosario.
Ogni altra pratica di pietà favorisce la crescita della grazia e l’allontanamento da ogni peccato.
Radice velenosa è prima di ogni cosa l’errore nella fede e il vizio nella morale.
L’errore nella fede è simile al peccato di Lucifero in paradiso. Riesce a trascinare con sé un terzo delle stelle del cielo.
Per convincersi di questo, è sufficiente leggere la storia della Chiesa. Una sola eresia ha privato la Chiesa di molti figli. Ogni scisma l’ha lacerata nella sua vita.
Radice velenosa è anche il vizio. Un uomo infetto dal vizio riesce a trasmetterlo come si trasmette il virus in una epidemia.
Per questo ognuno è obbligato a vigilare perché non spuntino nel suo cuore né l’errore, né il vizio; ma anche a prestare molta attenzione a che non si lasci infettare da chi è già stato rovinato dall’eresia, o dal vizio.
Contro l’errore, l’eresia, lo scisma ci aiuta molto l’umiltà nella fede che diviene ascolto della Chiesa e meditazione del Vangelo.
L’umiltà è virtù fondamentale. Per suo mezzo noi non confidiamo in noi stessi, ma ci mettiamo in santo ascolto dei Pastori della Chiesa ai quali il Signore ha affidato il mandato di insegnarci la sua verità e i suoi misteri.
Nell’umiltà il Signore benedice e mai si cadrà dalla verità. Mentre nell’arroganza e nella superbia il Signore si ritira da noi e con facilità scivoliamo in ogni genere di errore e di trasformazione della verità.
Altra cosa che aiuta tanto a non cadere dalla verità è rimanere e crescere nella grazia di Dio. Nella grazia lo Spirito Santo opera in noi e ci dona tutti quegli aiuti necessari perché possiamo sempre dimorare nella verità della salvezza, anzi ci aiuta a crescere conducendoci verso la pienezza della verità.
Fonte di ogni male è il peccato. Chi si astiene dal peccato, mai cadrà nella falsità e nell’errore. Peccato è prima di tutto la trasgressione dei comandamenti. Peccato è anche la superbia, la vanagloria, l’arroganza spirituale, la presunzione e ogni altro genere di innalzamento di sé.
[16]non vi sia nessun fornicatore o nessun profanatore, come Esaù, che in cambio di una sola pietanza vendette la sua primogenitura.
La fornicazione è l’uso sessuale del corpo al di fuori del matrimonio. Un solo uomo e una sola donna per tutta la vita nell’istituto santo del matrimonio celebrato secondo la legge della Chiesa.
La fornicazione è fuori del matrimonio ed è anche prima del matrimonio. La castità prematrimoniale è legge del cristiano. Anche la castità matrimoniale è regola di santità per lui.
La profanazione invece consiste nel vilipendio delle cose sacre, compreso il corpo del cristiano, che è stato consacrato tempio dello Spirito Santo e reso membro del corpo del Signore Gesù.
Si possono profanare i sacramenti e tutte le altre realtà sacre, compreso il Vangelo.
Esempio di profanazione è presentato Esaù, che vendette la sua primogenitura. Una ricchezza divina, inestimabile, la fonte stessa della vita eterna l’ha messa sullo stesso piano di un piatto di lenticchie. Questa è la profanazione: rendere vile ciò che è prezioso; scambiare ciò che è prezioso con ciò che è vile.
La Genesi così racconta la grande profanazione di Esaù.
Gn 25,1-34: “Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe: Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Per questo fu chiamato Edom .
Giacobbe disse: Vendimi subito la tua primogenitura. Rispose Esaù: Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura? Giacobbe allora disse: Giuramelo subito. Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura”.
È facile cadere sia nella fornicazione che nella profanazione. Si pensi oggi per esempio alla profanazione dei sacramenti, specie dell’Eucaristia, della Confessione, del Matrimonio, persino del Battesimo.
La più grande riforma che la Chiesa possa fare per il risanamento della sua vita è quella di portare nella sacralità e nella santità tutti i sacramenti. Se poi riuscisse a portare anche il vangelo nella sua sacralità e santità, sarebbe questa una vera rivoluzione. Anche la preghiera dovrebbe essere ricondotta nella sua sacralità e per questo occorre portare l’orante nella santità della vita.
[17]E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, perché non trovò possibilità che il padre mutasse sentimento, sebbene glielo richiedesse con lacrime.
Ascoltiamo il racconto che ci dice perché fu respinto e poi aggiungeremo qualche breve nota di chiarificazione. Il testo è già stato citato nel capitolo 11. Per comodità del lettore lo riportiamo nuovamente:
Gn 27,1-46: “Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: Figlio mio. Gli rispose: Eccomi. Riprese: Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, esci in campagna e prendi per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portami da mangiare, perché io ti benedica prima di morire.
Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa. Rebecca disse al figlio Giacobbe: Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti al Signore prima della morte. Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte.
Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione. Ma sua madre gli disse: Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti.
Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Così egli venne dal padre e disse: Padre mio. Rispose: Eccomi; chi sei tu, figlio mio? Giacobbe rispose al padre: Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica.
Isacco disse al figlio: Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!. Rispose: Il Signore me l'ha fatta capitare davanti. Ma Isacco gli disse: Avvicinati e lascia che ti palpi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no. Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù. Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e perciò lo benedisse. Gli disse ancora: Tu sei proprio il mio figlio Esaù? Rispose: Lo sono.
Allora disse: Porgimi da mangiare della selvaggina del mio figlio, perché io ti benedica. Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. Poi suo padre Isacco gli disse: Avvicinati e baciami, figlio mio! Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse: Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!
Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando arrivò dalla caccia Esaù suo fratello. Anch'egli aveva preparato un piatto, poi lo aveva portato al padre e gli aveva detto: Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, perché tu mi benedica. Gli disse suo padre Isacco: Chi sei tu? Rispose: Io sono il tuo figlio primogenito Esaù. Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l'ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l'ho benedetto e benedetto resterà. Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Egli disse a suo padre: Benedici anche me, padre mio!
Rispose: E` venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la tua benedizione. Riprese: Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione! Poi soggiunse: Non hai forse riservato qualche benedizione per me?
Isacco rispose e disse a Esaù: Ecco, io l'ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l'ho provveduto di frumento e di mosto; per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?
Esaù disse al padre: Hai una sola benedizione padre mio? Benedici anche me, padre mio! Ma Isacco taceva ed Esaù alzò la voce e pianse. Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse: Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede e lungi dalla rugiada del cielo dall'alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo.
Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe. Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti. Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. Rimarrai con lui qualche tempo, finché l'ira di tuo fratello si sarà placata; finché si sarà placata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno? Poi Rebecca disse a Isacco: Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?
Per comprendere quanto è avvenuto tra Rebecca, Giacobbe, Isacco, Esaù è giusto che ci poniamo una domanda: può colui che ha rinnegato il Signore con il suo peccato di infedeltà, poiché è caduto dalla fede, portare innanzi la fede nel Signore? Può chi si è rifiutato di vivere nella benedizione di Dio, poiché si è messo contro la Parola di Dio, ereditare la benedizione per gli altri?
Altra domanda è questa: la vendita della primogenitura non è forse una conseguenza della caduta dalla fede e della consegna alla non fede, che si fa vita non moralmente sana?
La verità, prima che cercarla nella morale, è giusto che la si cerchi nella volontà di Dio.
Nessun cammino di salvezza è consegnato da Dio esclusivamente alla volontà dell’uomo.
Ogni cammino di salvezza è ancorato eternamente nelle mani di Dio. Se non entriamo in questa assoluta verità e cioè che Dio è l’Eterno Signore della storia della salvezza, mai comprenderemo qualcosa di ciò che si verifica attorno a noi.
L’assoluta libertà di Dio si scontra con il peccato dell’uomo, che rende colpevole l’uomo dell’esclusione dal cammino della salvezza ed esalta Dio nella sua misericordia, nel suo amore, nella sua verità.
Qui si entra però nel mistero nel quale si concilia l’inconciliabile: l’assoluta libertà di Dio e l’eterna responsabilità dell’uomo per aver profanato il suo disegno eterno di salvezza a favore della creatura fatta da Lui a sua immagine e somiglianza.
Altra verità è questa: c’è un limite nel peccato che non bisogna oltrepassare, pena l’esclusione già in questa vita dai beni eterni.
Nessun peccato sarà mai in grado di arrestare la volontà salvifica di Dio per ogni uomo. Dio è al di sopra di ogni peccato e la sua volontà trionfa nonostante il peccato.
È il mistero insondabile della misericordia di Dio, della sua grazia, che crea la salvezza nel peccato dell’uomo.
Questa verità appartiene però a Dio e a nessun uomo. Rebecca ha vero occhio di fede. Vede la via di Dio e la traccia in suo figlio Giacobbe.
Anche questo è mistero. La vede perché illuminata dalla grazia dello Spirito di Dio, che vigila ed ha cura della salvezza da operare in favore di ogni uomo.
Questo vero occhio di fede manca ad Isacco. Lui subisce, trasmette, ma non sa perché tutto questo sia capitato.
Tutti quelli che lavorano con Dio e sono suoi servi dovrebbero possedere questo occhio di vera fede.
È, questo, un dono da chiedere e da impetrare dallo Spirito Santo di Dio. Senza questa vera visione di fede, si cammina nella storia, ma da veri ciechi. Non si vede il vero secondo Dio, ma non si vede neanche il male secondo satana. Si vede la faccia dell’uomo, ma non il suo cuore, non la sua intenzione, non il suo animo, non il suo spirito. I danni arrecati alla salvezza da questa cecità potrebbero essere anche irreparabili.
[18]Voi infatti non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, [19]né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola; [20]non potevano infatti sopportare l'intimazione: Se anche una bestia tocca il monte sia lapidata.
Viene in questi versetti manifestata la sostanziale differenza tra l’agire di Dio nell’Antico Testamento e il modo di relazionarsi con l’uomo nel Nuovo testamento.
Nell’Antico Patto il modo è visibile, tangibile, terrificante. Ecco come il testo sacro parla della manifestazione di Dio a Israele specie nei tempi dell’Esodo:
Es 19,1-25: “Al terzo mese dall'uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai. Levato l'accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti:
Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti.
Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo! Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo. Il Signore disse a Mosè: Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te. Mosè riferì al Signore le parole del popolo.
Il Signore disse a Mosè: Va’ dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo non dovrà sopravvivere. Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte.
Mosè scese dal monte verso il popolo; egli fece purificare il popolo ed essi lavarono le loro vesti. Poi disse al popolo: Siate pronti in questi tre giorni: non unitevi a donna. Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso da tremore.
Allora Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono.
Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì. Poi il Signore disse a Mosè: Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine! Anche i sacerdoti, che si avvicinano al Signore, si tengano in stato di purità, altrimenti il Signore si avventerà contro di loro! Mosè disse al Signore: Il popolo non può salire al monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertiti dicendo: Fissa un limite verso il monte e dichiaralo sacro.
Il Signore gli disse: Va’, scendi, poi salirai tu e Aronne con te. Ma i sacerdoti e il popolo non si precipitino per salire verso il Signore, altrimenti egli si avventerà contro di loro! Mosè scese verso il popolo e parlò.
Es 20,1- 26: “Dio allora pronunciò tutte queste parole: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dá  il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.
Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo! Mosè disse al popolo: Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate.
Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio. Il Signore disse a Mosè: Dirai agli Israeliti: Avete visto che vi ho parlato dal cielo! Non fate dei d'argento e dei d'oro accanto a me: non fatene per voi! Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò. Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità.
Dt 4,1-40: “Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore Dio vostro che io vi prescrivo.
I vostri occhi videro ciò che il Signore ha fatto a Baal-Peor: come il Signore tuo Dio abbia distrutto in mezzo a te quanti avevano seguito Baal-Peor; ma voi che vi manteneste fedeli al Signore vostro Dio siete oggi tutti in vita. Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore mio Dio mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso.
Le osserverete dunque e le metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente.
Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E qual grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi espongo? Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.
Ricordati del giorno in cui sei comparso davanti al Signore tuo Dio sull'Oreb, quando il Signore mi disse: Radunami il popolo e io farò loro udire le mie parole, perché imparino a temermi finché vivranno sulla terra, e le insegnino ai loro figli. Voi vi avvicinaste e vi fermaste ai piedi del monte; il monte ardeva nelle fiamme che si innalzavano in mezzo al cielo; vi erano tenebre, nuvole e oscurità. Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce.
Egli vi annunciò la sua alleanza, che vi comandò di osservare, cioè i dieci comandamenti, e li scrisse su due tavole di pietra. A me in quel tempo il Signore ordinò di insegnarvi leggi e norme, perché voi le metteste in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Poiché dunque non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull'Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l'immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o femmina, la figura di qualunque animale, la figura di un uccello che vola nei cieli, la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra; perché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l'esercito del cielo, tu non sia trascinato a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore tuo Dio ha abbandonato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli. Voi invece, il Signore vi ha presi, vi ha fatti uscire dal crogiuolo di ferro, dall'Egitto, perché foste un popolo che gli appartenesse, come oggi difatti siete. Il Signore si adirò contro di me per causa vostra e giurò che io non avrei passato il Giordano e non sarei entrato nella fertile terra che il Signore Dio tuo ti dá  in eredità.
Perché io devo morire in questo paese, senza passare il Giordano; ma voi lo dovete passare e possiederete quella fertile terra. Guardatevi dal dimenticare l'alleanza che il Signore vostro Dio ha stabilita con voi e dal farvi alcuna immagine scolpita di qualunque cosa, riguardo alla quale il Signore tuo Dio ti ha dato un comando. Poiché il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso.
Quando avrete generato figli e nipoti e sarete invecchiati nel paese, se vi corromperete, se vi farete immagini scolpite di qualunque cosa, se farete ciò che è male agli occhi del Signore vostro Dio per irritarlo, io chiamo oggi in testimonio contro di voi il cielo e la terra: voi certo perirete, scomparendo dal paese di cui state per prendere possesso oltre il Giordano. Voi non vi rimarrete lunghi giorni, ma sarete tutti sterminati. Il Signore vi disperderà fra i popoli e non resterete più di un piccolo numero fra le nazioni dove il Signore vi condurrà.
Là servirete a dei fatti da mano d'uomo, dei di legno e di pietra, i quali non vedono, non mangiano, non odorano. Ma di là cercherai il Signore tuo Dio e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l'anima. Con angoscia, quando tutte queste cose ti saranno avvenute, negli ultimi giorni, tornerai al Signore tuo Dio e ascolterai la sua voce, poiché il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l'alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità dei cieli all'altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi?
Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n'è altri fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole di mezzo al fuoco. Perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro posterità e ti ha fatto uscire dall'Egitto con la sua stessa presenza e con grande potenza, per scacciare dinanzi a te nazioni più grandi e più potenti di te, per farti entrare nel loro paese e dartene il possesso, come appunto è oggi.
Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n'è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dá  per sempre.
Dt 5,1-33: “Mosè convocò tutto Israele e disse loro: Ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo dinanzi a voi: imparatele e custoditele e mettetele in pratica. Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sull'Oreb. Il Signore non ha stabilito questa alleanza con i nostri padri, ma con noi che siamo qui oggi tutti in vita.
Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco, mentre io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate saliti sul monte. Egli disse: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti. Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia il suo nome invano. Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato.
Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dá. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.
Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede. All'udire la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme, i vostri capitribù e i vostri anziani si avvicinarono tutti a me e dissero: Ecco il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua gloria e la sua grandezza e noi abbiamo udito la sua voce dal fuoco; oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l'uomo e l'uomo restare vivo. Ma ora, perché dovremmo morire? Questo grande fuoco infatti ci consumerà; se continuiamo a udire ancora la voce del Signore nostro Dio moriremo. Poiché chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo? Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo.
Il Signore udì le vostre parole, mentre mi parlavate, e mi disse: Ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolte; quanto hanno detto va bene. Oh, se avessero sempre un tal cuore, da temermi e da osservare tutti i miei comandi, per essere felici loro e i loro figli per sempre! Va’ e dì loro: Tornate alle vostre tende; ma tu resta qui con me e io ti detterò tutti i comandi, tutte le leggi e le norme che dovrai insegnare loro, perché le mettano in pratica nel paese che io sto per dare in loro possesso.
Badate dunque di fare come il Signore vostro Dio vi ha comandato; non ve ne discostate né a destra né a sinistra; camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro Dio vi ha prescritta, perché viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso.
Dt 9,1-26: “Ascolta, Israele! Oggi tu attraverserai il Giordano per andare a impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, di un popolo grande e alto di statura, dei figli degli Anakiti che tu conosci e dei quali hai sentito dire: Chi mai può resistere ai figli di Anak?
Sappi dunque oggi che il Signore tuo Dio passerà davanti a te come fuoco divoratore, li distruggerà e li abbatterà davanti a te; tu li scaccerai e li farai perire in fretta, come il Signore ti ha detto. Quando il Signore tuo Dio li avrà scacciati dinanzi a te, non pensare: A causa della mia giustizia, il Signore mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; mentre per la malvagità di queste nazioni il Signore le scaccia dinanzi a te.
No, tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua giustizia, né a causa della rettitudine del tuo cuore; ma il Signore tuo Dio scaccia quelle nazioni dinanzi a te per la loro malvagità e per mantenere la parola che il Signore ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che non a causa della tua giustizia il Signore tuo Dio ti dá  il possesso di questo fertile paese; anzi tu sei un popolo di dura cervice.
Ricordati, non dimenticare, come hai provocato all'ira il Signore tuo Dio nel deserto. Da quando usciste dal paese d'Egitto fino al vostro arrivo in questo luogo, siete stati ribelli al Signore. Anche sull'Oreb provocaste all'ira il Signore; il Signore si adirò contro di voi fino a volere la vostra distruzione. Quando io salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell'alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell'assemblea.
Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell'alleanza. Poi il Signore mi disse: Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall'Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso. Il Signore mi aggiunse: Io ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di dura cervice; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro. Così io mi volsi e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mani le due tavole dell'alleanza.
Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore vostro Dio; vi eravate fatto un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva imposta. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani e le spezzai sotto i vostri occhi. Poi mi prostrai davanti al Signore, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore per provocarlo. Io avevo paura di fronte all'ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta.
Anche contro Aronne il Signore si era fortemente adirato, al punto di volerlo far perire; io pregai in quell'occasione anche per Aronne. Poi presi l'oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte. Anche a Tabera, a Massa e a Kibrot-Taava, voi provocaste il Signore. Quando il Signore volle farvi partire da Kades-Barnea dicendo: Entrate e prendete in possesso il paese che vi dò, voi vi ribellaste all'ordine del Signore vostro Dio, non aveste fede in lui e non obbediste alla sua voce.
Siete stati ribelli al Signore da quando vi ho conosciuto. Io stetti prostrato davanti al Signore, quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi. Pregai il Signore e dissi: Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall'Egitto con mano potente. Ricordati dei tuoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla caparbietà di questo popolo e alla sua malvagità e al suo peccato, perché il paese da dove ci hai fatti uscire non dica: Poiché il Signore non era in grado di introdurli nella terra che aveva loro promessa e poiché li odiava, li ha fatti uscire di qui per farli morire nel deserto.
Al contrario essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu hai fatto uscire dall'Egitto con grande potenza e con braccio teso. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo.
Quest’ultima frase serve proprio a farci comprendere quanto fosse “terribile”, o “terrificante” la manifestazione di Dio.
È come se Dio si vedesse nella sua forza, nella sua gloria, nella sua luce, nella sua maestà, in ogni altra rivelazione della sua potenza.
È come se tutta la natura fosse a servizio della sua gloria: fulmini, tuoni, lampi, fuoco, vento, uragano, tempesta, nebbia, fumo. Tutto è a servizio della Signoria di Dio.
Il risultato di questa manifestazione è anch’esso rivelato nell’ultima frase: “Ho paura e tremo”.
Tutto questo aveva uno scopo ben preciso: creare nei cuori un rispetto riverenziale del Signore, spingendo il popolo ad una obbedienza sempre più perfetta alla sua voce, alla sua Legge. Dio avrebbe manifestato, nel timore dell’uomo verso di Lui divenuto osservanza dei comandamenti, il suo volto di pietà, di misericordia, di tenerezza e non quello della fortezza, della potenza, della distruzione e della morte. Dio sa come trattare l’uomo. Agisce con lui secondo la sua storicità, cioè il cammino compiuto nella sua umanizzazione, o nel suo costruirsi nella purezza della verità e dell’amore.
[22]Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa [23]e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, [24]al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele.
Diversa è invece la manifestazione che Dio opera per l’uomo in Cristo Gesù nel Nuovo Patto, o Nuova Alleanza.
Per comprendere quanto l’Autore vuole insegnarci, o rivelarci, è giusto che si proceda analizzando i vv. 22-24 frase per frase, quasi parola per parola.
Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste: La Gerusalemme celeste è l’Abitazione eterna di Dio, la Patria celeste, la città dalle stabili fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio. Loro, in Cristo, sono entrati nella città del Cielo. Mosè salì su un monte per incontrare il Signore. Dio scese dal cielo. Cristo è disceso dal Cielo; è salito al Cielo. Nel Cielo in Lui è salito ogni credente in Lui, ogni battezzato in Lui. Il cristiano è con Cristo nel Cielo, perché è corpo di Cristo e il corpo di Cristo è nel Cielo. C’è una relazione nuova con Dio. Nell’Antica Legge solo Mosè parlava con Dio. Nella Nuova Alleanza, nel Cielo, tutti i suoi figli hanno diritto di parlare con il Padre.
La descrizione della Gerusalemme Celeste ce la offre San Giovanni nella sua Apocalisse:
Ap 21,1-27: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate.
E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose; e soggiunse: Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E` questa la seconda morte.
Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello. L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.
La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una `sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello.
La nostra città è ora la stessa casa di Dio. È questa la nostra Patria, la nostra casa, la nostra dimora ed è eterna.
E a miriadi di angeli: Ci siamo accostati a miriadi di Angeli perché la casa di Dio è abitata di Angeli. Questi sono nostri amici perché noi siamo servi di Dio. Noi, con Cristo, siamo entrati nella loro familiarità.
All'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli: Sono questi gli altri nostri amici: tutti i santi, coloro cioè che hanno amato Dio fino al dono della loro vita, fino al sacrificio supremo. È questa la nostra santa compagnia ed è una compagnia anch’essa eterna.
Al Dio giudice di tutti: Il Dio che il cristiano adora e nel quale crede è il Dio Creatore del Cielo e della terra, è il Dio giudice dei vivi e dei morti, giudice di ogni uomo. A Lui si deve presentare ogni uomo per rendere ragione della sua vita. Anche i carnefici dei cristiani devono presentarsi al suo cospetto, ma anche i cristiani devono essere da Lui giudicati. Non c’è altro giudice se non il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
E agli spiriti dei giusti portati alla perfezione: Sono, questi, tutti i redenti, coloro cioè che si sono lasciati lavare dal Sangue di Cristo Gesù e hanno portato a compimento l’opera della loro santificazione. La grazia di Cristo ha compiuto il miracolo della perfetta purificazione da ogni male, liberi da ogni peccato, adorni di ogni virtù, ricchi di grazia e di verità.
Al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele: Cristo è il Mediatore della Nuova Alleanza e loro sono stati battezzati nell’acqua e nello Spirito che sono usciti dal suo costato aperto sulla croce. Loro sono stati redenti dal suo sangue, aspersi in esso e da esso santificati. Il sangue di Abele gridava vendetta dal suolo, innalzandosi presso Dio. Il sangue di Cristo chiede perdono, misericordia, pietà, ogni grazia di verità e di santità per ogni uomo. Per questo è più eloquente del sangue di Abele. È un sangue che implora la creazione del nuovo uomo, nella giustizia e nella santità vera.
Dal Dio lontano, terrificante, che incuteva paura, che puniva chiunque si accostava a Lui, che dimorava in luoghi inaccessibili siamo passati al Dio vicino, al Dio che ci ha fatto abitare nella sua casa, che ci ha dato i suoi amici, gli angeli, come nostri amici e compagni, che ci fa entrare in comunione con tutti i giusti, che ci lava con il sangue del Figlio suo, che versato da noi, non grida vendetta contro di noi, bensì perdono, misericordia, pietà, compassione, redenzione eterna.
Tutto è cambiato in Cristo. A loro decidere se vogliono camminare con il Dio di Mosè, il Dio del Primo Patto, il Dio lontano, terrificante, oppure con il Dio del Nuovo Patto, il Dio con noi, il Dio vicino, il Dio che ci conduce nella sua casa e ci concede di abitare con Lui nella sua dimora eterna.
Dio prima era fuori dell’uomo e l’uomo fuori di Dio. Ora invece, con Cristo, Dio è dentro l’uomo e l’uomo è in Dio. Dio e l’uomo, in Cristo, sono divenuti una sola, inscindibile, inseparabile realtà, perché ora l’uomo in Cristo è divenuto corpo di Cristo, se è corpo di Cristo è corpo del Figlio di Dio ed è Figlio di Dio come è Figlio Gesù Cristo.
Questa è la realtà della Nuova Alleanza. Con questa realtà ognuno è chiamato a confrontarsi.
[25]Guardatevi perciò di non rifiutare Colui che parla; perché se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che promulgava decreti sulla terra, molto meno lo troveremo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli.
Attenzione, però! È cambiata la realtà nostra con il dono della Nuova Alleanza, non è mutata per nulla la nostra responsabilità.
Lo si è detto, spiegando in lungo e in largo il concetto di fede.
La nostra salvezza è dalla Parola. Si crede la Parola, la si vive, si entra nella salvezza.
Senza la Parola non c’è vita, c’è morte. Chi rifiuta la Parola di vita incorre nella morte. Vi rimane, se non passa nella Parola. Vi ritorna, se abbandona la Parola.
È cambiata l’Alleanza, sono cambiati i beni, sono cambiate tutte le relazioni con Dio, è cambiato il Sangue.
Ciò che non cambia mai è la legge dell’Alleanza e questa Legge è una sola: l’ascolto della Parola che Dio pronunzia e nel quale è posta la sua vita.
Se loro non ascoltano la Parola della Nuova Alleanza, loro rimangono nella morte, perché l’Alleanza di prima è finita, si è conclusa
Rimangono anche nella morte per la legge della fede. Si è detto che la fede è nella Parola attuale di Dio, quella che Lui dice oggi.
Chi rifiuta la Parola di oggi, rifiuta la vita che Dio dona attraverso l’obbedienza alla Parola ascoltata oggi, in questo tempo.
Se il rifiuto della Parola che Dio dal Monte diceva a Mosè provocava la morte; molto di più incorreremo noi nella morte se rifiuteremo la Parola di Colui che parla dai cieli.
Chi parla dai cieli è Dio in Cristo Gesù per opera dello Spirito Santo. Parla però in modo del tutto diverso da come parlava prima.
Tuttavia non è la modalità nel dono della Parola che provoca la morte; la provoca invece il non ascolto, o il rifiuto della Parola che Dio dal cielo ha fatto risuonare per noi.
Volendo donare una verità chiara su questo versetto 25 è giusto, anzi doveroso affermare che per l’Autore la Parola di Cristo è vera Parola di Dio, che Cristo è vera rivelazione di Dio, che il Vangelo è vera via della vita.
Essendo vera Parola, vero Comandamento, vera Legge della Nuova Alleanza essa si riveste di conseguenze di perdizione e di morte per coloro che non l’ascoltano.
Nel rifiuto di Cristo, della sua Parola, della sua Alleanza, del suo Sacerdozio, del suo Sacrificio, della sua Offerta c’è la morte riservata a tutti coloro che non ascoltano la Parola della fede.
La Parola di Cristo e quella di Mosè sono messe sullo stesso piano di responsabilità; anzi quella di Cristo in un piano ancora più eminente, più alto, più eccelso. È questo il motivo per cui nessuno può pensare di poterla rifiutare impunemente. Anzi la punizione è più grande, perché più grande è la verità che essa contiene.
[26]La sua voce infatti un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo.
Il concetto che qui viene espresso è sulla stessa linea di quanto or ora affermato. Leggiamo prima i riferimenti dell’Antico Testamento e in seguito potremo accingerci a qualche altra considerazione per una più completa e perfetta comprensione:
Ag 2,1-23: “Il ventuno del settimo mese, questa parola del Signore fu rivelata per mezzo del profeta Aggeo: Su, parla a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote, e a tutto il resto del popolo: Chi di voi è ancora in vita che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi?
Ora, coraggio, Zorobabele oracolo del Signore coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi oracolo del Signore degli eserciti secondo la parola dell'alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall'Egitto; il mio spirito sarà con voi, non temete.
Dice infatti il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma. Scuoterò tutte le nazioni e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti. L'argento è mio e mio è l'oro, dice il Signore degli eserciti. La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace oracolo del Signore degli eserciti .
Il ventiquattro del nono mese, secondo anno di Dario, questa parola del Signore fu rivelata per mezzo del profeta Aggeo: Dice il Signore degli eserciti: Interroga i sacerdoti intorno alla legge e chiedi loro: Se uno in un lembo del suo vestito porta carne consacrata e con il lembo tocca il pane, il companatico, il vino, l'olio o qualunque altro cibo, questo verrà santificato? No, risposero i sacerdoti.
Aggeo soggiunse: Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca una di quelle cose, sarà essa immonda? Sì, risposero i sacerdoti, è immonda. Ora riprese Aggeo: Tale è questo popolo, tale è questa nazione davanti a me oracolo del Signore e tale è ogni lavoro delle loro mani; anzi, anche ciò che qui mi offrono è immondo. Ora, pensate, da oggi e per l'avvenire: prima che si cominciasse a porre pietra sopra pietra nel tempio del Signore, come andavano le vostre cose? Si andava a un mucchio da cui si attendevano venti misure di grano e ce n'erano dieci; si andava a un tino da cinquanta barili e ce n'erano venti. Io vi ho colpiti con la ruggine, con il carbonchio e con la grandine in tutti i lavori delle vostre mani, ma voi non siete ritornati a me parola del Signore . Considerate bene da oggi in poi (dal ventiquattro del nono mese, cioè dal giorno in cui si posero le fondamenta del tempio del Signore), se il grano verrà a mancare nei granai, se la vite, il fico, il melograno, l'olivo non daranno più i loro frutti. Da oggi in poi io vi benedirò!
Il ventiquattro del mese questa parola del Signore fu rivolta una seconda volta ad Aggeo: Parla a Zorobabele, governatore della Giudea, e digli: Scuoterò il cielo e la terra, abbatterò il trono dei regni e distruggerò la potenza dei regni delle nazioni , rovescerò i carri e i loro equipaggi: cadranno cavalli e cavalieri; ognuno verrà trafitto dalla spada del proprio fratello.
In quel giorno oracolo del Signore degli eserciti io ti prenderò, Zorobabele figlio di Sealtièl mio servo, dice il Signore, e ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto, dice il Signore degli eserciti.
Scuote la terra chi la governa, chi la domina, chi la possiede. Dio non solo promette di scuotere la terra per attestare, manifestare la sua completa e totale Signoria su di essa, quanto anche annunzia che sta per scuotere pure il cielo. Lui è Signore del Cielo e della terra, Signore di tutto l’universo creato, visibile e invisibile, di ogni creatura, animata, inanimata, spirituale. Tutto ciò che esiste è nelle sue mani.
Lui scuote la terra e il cielo per rivelare all’uomo la sua Onnipotenza, la sua Signoria, il suo Governo, o Dominio su ogni cosa.
Se il Cielo e la terra sono nel diretto governo di Dio, quanto accade, accade solo per la nostra santificazione, la nostra perfezione, perché noi possiamo rendere al Signore una più grande testimonianza di ascolto, nella consegna a Lui di tutta intera la nostra vita.
Anche la persecuzione avviene perché l’uomo di Dio si perfezioni in ogni cosa. Non dimentichiamo mai che una delle affermazioni portanti in questa Lettera è la frase che si riferisce a Gesù: “Lui fu reso perfetto dalle cose che patì e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”.
L’obbedienza alla Parola di Gesù non conduce forse anche noi alla morte e alla morte di croce? Ma perché ci conduce alla morte di croce? Non forse perché anche noi abbiamo bisogno di essere perfetti e di divenire in Cristo via di santificazione e di perfezione per il mondo intero?
Qui però occorre un vero occhio di fede e senza fede è impossibile vedere nella persecuzione la via per una più grande perfezione da completare a coronamento della nostra vita di fede.
Non è forse questo anche il pensiero di San Pietro nella sua Prima Lettera? Per convincersene, è sufficiente leggere alcuni versetti sia del capito 2 e altri del capitolo 4. Eccoli:
1Pt 2,1-25: “Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore. Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d'inciampo e pietra di scandalo. Loro v'inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati.
Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.
Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all'anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio.
State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti.
Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re. Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. E` una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.
1Pt 4,1-19: “Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti; chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, per non servire più alle passioni umane ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli.
Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano. Ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti; infatti è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito.
La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!
Carissimi, non siate sorpresi per l'incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome. E` giunto infatti il momento in cui inizia il giudizio dalla casa di Dio; e se inizia da noi, quale sarà la fine di coloro che rifiutano di credere al vangelo di Dio? E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell'empio e del peccatore? Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene.
Altra verità è questa: come Dio scuote la terra e il Cielo per la purificazione dei credenti in Cristo, così la scuote anche perché ogni sofferenza finisca e il cristiano continui nella pace la sua storia di testimonianza a Gesù Signore.
In ogni cosa che accade, il vero cristiano trova sempre un motivo p
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1/16/2012 11:16 PM
 
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Qual è questo significato che l’Autore suggerisce al nostro cuore e al nostro spirito?
Egli vuole attestare che tutto ciò che è temporaneo, ciò che non dura, ciò che è terreno, è futile. È futile anche l’attaccamento al nostro corpo e alle cose del corpo.
Una buona immagine per comprendere quanto l’Autore ci vuole dire potrebbe essere questa.
L’albero di ulivo produce frutti. Questi frutti per trasformarsi in olio di “esultanza e di letizia”, come la stessa Scrittura attesta, devono passare attraverso un lungo processo di trasformazione.
Viene prima scosso l’albero perché il frutto cada. Anticamente si abbacchiava. Ora ci sono mezzi meccanici potentissimi che scuotono l’albero con veemenza.
Subito dopo il frutto deve essere raccolto. Poi messo a macinare nel frantoio e li ridotto a pasta, dopo aver perso ogni sua consistenza.
L’annientamento del frutto ancora però non è l’olio. Occorre che la pasta ricavata dalla macinatura sia posta sotto la pressa e lì compressa con forza.
E come se non bastasse la compressione a far defluire l’olio, sempre anticamente si aggiungeva dell’acqua bollente perché favorisse il processo della liberazione dell’olio dalla massa impastata.
Sempre anticamente questo procedimento veniva operato per ben due volte, con fatica immane.
Questa stessa via deve seguire il cristiano se vuole divenire olio purissimo per il Cielo.
Anche lui deve essere scosso dalla persecuzione, macinato nel dolore e nella tribolazione, liberato da ogni scoria di vizio e di peccato, santificato nel suo cuore, nella sua anima, nel suo spirito, portato alla purezza dal lavoro di Dio.
Le cose incrollabili che devono rimanere sono la santità dell’anima, la purificazione del corpo.
Ma anche il corpo viene scosso e ridotto a pasta di terra dalla morte, perché niente in lui rimanga del suo antico peccato e perché possa rinascere nuovo, spirituale e incorruttibile al momento della sua gloriosa risurrezione in Cristo Gesù.
Tutto ciò che è creato, e in modo particolare l’anima e il corpo dell’uomo, devono venire scosse dalla tribolazione, dalla sofferenza, dal dolore in modo che niente di impuro, di meno puro, di imperfetto, di non pienamente santo rimanga in essi.
Questo è il valore della persecuzione, del dolore, della sofferenza. La vita nuova, dopo il peccato, nasce dalla sofferenza, sorge dal dolore.
[28]Perciò, poiché noi riceviamo in eredità un regno incrollabile, conserviamo questa grazia e per suo mezzo rendiamo un culto gradito a Dio, con riverenza e timore;
Le verità annunziate in questo versetto devono essere esaminate una per una. Lo richiede la diversità dei concetti che vengono introdotti in ogni frase.
Perciò, poiché noi riceviamo in eredità un regno incrollabile: Ancora una volta appare la grande differenza tra i doni dell’Antica e della Nuova Alleanza. Nell’Antica l’eredità era la Terra, esposta quotidianamente al pericolo di essere conquistata, sottratta. Nel Nuovo invece l’eredità è il Cielo. Il Cielo nessuno lo potrà mai invadere. Esso è dato una volta per tutte. Chi vi entra, rimane per tutta l’eternità. Il regno è incrollabile perché nessuno lo potrà rapire, nessuno distruggere, nessuno calpestare, nessuno disprezzare, o rovinare. Nessun uomo ha potere sul Cielo di Dio.
Conserviamo questa grazia: Questa grazia però dobbiamo conservarla. Come? Conservando intatti gli elementi dell’Alleanza, che sono: Legge, promessa, Sangue, Cielo. Lo si è detto: ogni elemento è una cosa sola con gli altri. Se un solo elemento cade, tutti gli altri cadono con esso. Il modo di conservare questa grazia è uno solo: mantenere saldi i nostri cuori nella fede di Cristo Gesù e questa fede è una sola: credere che Cristo è l’unico, il solo, il sommo Sacerdote della Nuova Alleanza e che questa è stata stabilita sulla sua Parola, che è per noi la Parola della fede, l’unica Parola della fede, e sul suo Sangue, che è l’unico Sangue dell’Alleanza offerto una volta per tutte, per sempre.
E per suo mezzo rendiamo un culto gradito a Dio: Rimanendo in questa grazia, cioè nella grazia della Nuova Alleanza, noi rendiamo un culto gradito a Dio. Cosa è infatti il culto gradito a Dio? L’offerta del corpo, della nostra vita, sul modello di Cristo Gesù, al Padre per la nostra perfezione e per la santificazione del mondo. Chi esce fuori dell’Alleanza Nuova ed Eterna, non può rendere un culto gradito a Dio. Non lo renderà gradito, perché non offrirà se stesso, ma ritornerà ad offrire un animale. Cambiando però offerta, cambia anche l’Alleanza e da Nuova diviene Antica. Ora l’Antica è abolita per sempre. Essa è veramente finita. Non esiste più. Quel culto non dona salvezza, perché vano e inefficace in sé un tempo, ora in più è stato anche dichiarato nullo da Dio.
Con riverenza e timore: Con riverenza e timore ha un solo significato: mettere ogni attenzione perché sempre e comunque si rimanga nella volontà di Dio e la volontà di Dio è una sola: che in niente si esca dalla Nuova Alleanza, ma anche che in niente si ritorni all’Antica, alle sue modalità e ai suoi statuti. Significa altresì mettere tutta la circospezione possibile perché ogni singola prescrizione della Nuova Alleanza venga osservata con purezza di cuore, libertà di volontà, corpo santificato, animo vero. Significa ancora che tutto ciò che noi facciamo, lo dobbiamo fare sempre come dinanzi al Signore, al cospetto della sua Maestà divina, di fronte alla sua verità che verrà un giorno per giudicare ogni nostra azione, compresa quella di non aver offerto il culto vero al Signore, secondo le nuove prescrizioni.
Ancora una volta l’Autore ci pone dinanzi alla Volontà di Dio. È da essa che ognuno di noi deve partire, se vuole comprendere il mistero della salvezza e da questo mistero lasciarsi comprendere, afferrare, trasformare, cambiare, scuotere, macinare, pressare, essere ridotto ad olio purissimo per essere usato per accendere la sua anima e il suo corpo di vita eterna.
Dobbiamo avere riverenza e timore perché niente resterà impunito davanti a Lui. Ognuno di noi, presentandosi a Lui, dovrà passare come attraverso il fuoco. Questo lascia intatta sola la santità, la perfetta santità, ogni altra cosa la rivela nella sua vera natura.
È questa la vera ragione, o motivo, per cui è più che urgente iniziare l’opera della nostra santificazione, nella Nuova Alleanza che Dio ha stipulato per noi in Cristo Gesù. Il v. 29 è limpido come limpida è la verità in esso annunziata.
[29]perché il nostro Dio è un fuoco divoratore (Cfr Dt 4,1-40, citato sopra)
La Bibbia vede nel fuoco uno dei più grandi flagelli che possano abbattersi su di una città, su una casa.
Il fuoco distrugge e quindi divora. In un istante cancella secoli di duro lavoro. La Scrittura vede Dio come un fuoco divoratore. Eccone il passo principale:
Is 33,1-24: “Guai a te, che devasti e non sei stato devastato, che saccheggi e non sei stato saccheggiato: sarai devastato, quando avrai finito di devastare, ti saccheggeranno, quando avrai finito di saccheggiare. Signore, pietà di noi, in te speriamo; sii il nostro braccio ogni mattina, nostra salvezza nel tempo dell'angoscia. Al rumore della tua minaccia fuggono i popoli, quando ti levi si disperdono le nazioni. Si ammucchia la preda come si ammucchiano le cavallette vi si precipita sopra come vi si precipitano le locuste.
Eccelso è il Signore poiché dimora lassù; egli riempie Sion di diritto e di giustizia. C'è sicurezza nelle sue leggi, ricchezze salutari sono sapienza e scienza; il timore di Dio è il suo tesoro. Ecco gli araldi gridano di fuori, i messaggeri di pace piangono amaramente. Sono deserte le strade, non c'è chi passi per la via. Egli ha violato l'alleanza, ha respinto i testimoni, non si è curato di alcuno. La terra è in lutto e piena di squallore, si scolora il Libano e intristisce; la pianura di Saron è simile a una steppa, brulli sono il Basan e il Carmelo.
Ora mi alzerò, dice il Signore, ora mi innalzerò, ora mi esalterò. Avete concepito fieno, partorirete paglia; il mio soffio vi divorerà come fuoco. I popoli saranno fornaci per calce, spini tagliati da bruciare nel fuoco. Sentiranno i lontani quanto ho fatto, sapranno i vicini qual è la mia forza.
Hanno paura in Sion i peccatori, lo spavento si è impadronito degli empi. Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni? Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male: costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l'acqua assicurata. I tuoi occhi vedranno un re nel suo splendore, contempleranno un paese sconfinato. Il tuo cuore si chiederà nei suoi terrori: Dov'è colui che registra? Dov'è colui che pesa il denaro? Dov'è colui che ispeziona le torri? Non vedrai più quel popolo straniero, popolo dal linguaggio oscuro, incomprensibile, dalla lingua barbara che non si capisce.
Guarda Sion, la città delle nostre feste! I tuoi occhi vedranno Gerusalemme, dimora tranquilla, tenda che non sarà più rimossa, i suoi paletti non saranno divelti, nessuna delle sue cordicelle sarà strappata. Poiché se là c'è un potente, noi abbiamo il Signore, al posto di fiumi e larghi canali; non ci passerà nave a remi né l'attraverserà naviglio più grosso. Sono allentate le sue corde, non tengono più l'albero diritto, non spiegano più le vele.
Poiché il Signore è nostro giudice, il Signore è nostro legislatore, il Signore è nostro re; egli ci salverà. Allora anche i ciechi divideranno una preda enorme; gli zoppi faranno un ricco bottino. Nessuno degli abitanti dirà: Io sono malato; il popolo che vi dimora è stato assolto dalle sue colpe.
Il fuoco indica il giudizio di Dio, giudizio inappellabile, giudizio che distrugge il peccato e lo stesso uomo che lo commette.
Affermando che il nostro Dio è un fuoco divoratore, l’Autore intende annunziare, o proclamare una delle verità centrali della nostra fede: Dio è misericordioso, pietoso, lento all’ira, giusto giudice.
Il rinnegamento di Cristo, della sua Alleanza, del suo Sangue, della sua Parola si trasforma, per chi opera questo, in un giudizio da parte di Dio di condanna eterna, per sempre, condanna incancellabile.
Questa verità – il giusto giudizio di Dio, o l’essere il nostro Dio un fuoco divoratore – è stata cancellata, radiata da molto insegnamento della teologia.
Cancellando il giusto giudizio di Dio è come se si cancellasse ogni responsabilità in ordine alla fede dell’uomo: che si creda, non si creda, che si viva secondo la fede, non si viva secondo la fede, non ha nessuna rilevanza eterna per gli uomini. La rilevanza, caso mai ci fosse, sarebbe solo su questa terra, dalla quale non si estirpa né il male e né il peccato, fonte di grande e indicibile sofferenza.
Bene e male non avrebbero alcun valore per la nostra eternità. Bene e male sarebbero solo un fatto, una questione per i nostri giorni sulla terra.
Carnefice e martire sarebbero eternamente assisi nel cielo allo stesso tavolo, ai piedi del Signore, a gustare la cena eterna. Questo è il risultato di una così grande eresia.
La salvezza è eterna, se è nel tempo. Se non è salvezza nel tempo, mai lo potrà essere nell’eternità.
Se i Destinatari della Lettera retrocedono dalla retta fede – e la retta fede è una sola: Cristo Sacerdote eterno della Nuova Alleanza alla maniera di Melchisedek – loro non incontreranno Dio come Padre pietoso e misericordioso, lo incontreranno come fuoco divoratore, il cui giusto giudizio li allontanerà dal Cielo per tutta l’eternità.
La fede è la via del Cielo e senza fede non è possibile essere graditi al Signore.
Questa verità è giusto che tutto il mondo la conosca e per questo è giusto che la Chiesa la proclami nella sua interezza, senza nulla aggiungere e nulla togliere.
Distrugge Cristo, chi distrugge la verità di Cristo. Cristo senza verità non serve alla Chiesa, non serve al mondo.
Cristo, senza verità, è anche Lui un idolo della nostra mente. Ma anche Dio senza verità è un idolo.
Che cosa è infatti un idolo? È un Dio senza verità.
Senza verità la Chiesa stessa è un idolo e tutta la sua opera vera e pura idolatria.
L’uomo senza verità è un idolo e idolatria ogni sua parola, opera, pensiero.
Anche il Vangelo, senza la verità, è bella e buona idolatria.
L’idolatria è il peccato di sempre: di ieri, di oggi, di domani. L’idolatria è la madre di tutte le eresie e di tutte le vanità di questo mondo.
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1/16/2012 11:17 PM
 
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TU SEI SACERDOTE PER SEMPRE

Nella fede: tutto è davanti a noi. Nella fede tutto è davanti a noi, perché Dio è davanti a noi con la sua Parola, la sua Grazia, la sua Verità, il suo Paradiso. Lui ci precede e ci chiama, ci attende. Il cristiano guarda sempre in avanti, nell’attesa che il Signore venga per portarlo con Lui nel suo regno di luce eterna. Guarda avanti anche perché la Parola è sempre da compiere, mai compiuta, mai realizzata tutta per intero. Il cristiano è perfetto solo nel momento in cui rivestirà la risurrezione gloriosa di Gesù Signore. Fino a quel momento egli dovrà vivere di attesa, di speranza, camminando di fede in fede e di verità in verità. Niente è compiuto in lui per il cristiano che vive di fede; tutto ancora si deve compiere, realizzare. Tutto è davanti a lui. Questa è la certezza di fede che spinge il cristiano nei solchi della storia del mondo e ne fa un pellegrino verso Cristo, per conformarsi a Lui in tutto: nella vita e nella morte, sulla terra e nel cielo, nella verità e nella grazia, nella missione e nel compimento della Volontà del Padre.
La fede: cammino che si fa insieme. Chi vuole camminare spedito nella fede deve unirsi agli altri; con gli altri divenire una sola storia di fede, una sola vita, in una comunione perfettissima nella verità e nella grazia di Gesù Signore. La forza della fede è la comunione dei cristiani. Dove non c’è comunione, lì neanche c’è vero cammino di fede. Si è un solo corpo per mistero, si deve divenire un solo corpo per cammino di fede, nella fede.
Il peso è il nostro pensiero. Per operare un santo cammino nella fede è più che necessario che ognuno si liberi, anzi abbandoni i propri pensieri. Il pensiero dell’uomo è un peso che non solo ritarda il cammino della fede, quanto anche lo fa deviare. La fede è ascolto della Parola di Dio secondo la pienezza di verità contenuta in essa e che lo Spirito Santo dice alla Chiesa giorno per giorno. Un solo pensiero umano introdotto nella Parola è sufficiente per corrompere tutta la verità della Parola. Quando questo avviene siamo senza fede. Quanto facciamo è solo opera umana.
Il peccato è assedio. Chi vuole camminare spedito sulla via della fede deve anche liberarsi, togliere dal suo corpo, dal suo spirito, dalla sua anima ogni peccato. Non solo quello mortale, ma anche quello veniale, anche il più piccolo e da noi ritenuto insignificante. Il peccato assedia corpo, anima e spirito e li chiude nella propria umanità corrotta e peccatrice, concupiscente e superba, arrogante e altera, invidiosa e spavalda. Un solo peccato è sufficiente ad assediare un’anima nella propria umanità e ogni cammino di fede viene così impedito. Un solo peccato produce più danni alla nostra fede che mille persecuzioni che vengono dall’esterno. Dona agilità alla sua fede chi si libera da ogni vizio e acquisisce ogni virtù.
Lo sguardo fisso su Gesù. Chi vuole camminare spedito nel cammino della fede, anche se è in grazia, anche se ha acquisito ogni virtù, deve tenere lo sguardo fisso su Gesù, il Crocifisso. La fede in Gesù Crocifisso ci dice che Lui è stato inchiodato per noi sul patibolo della croce. Noi siamo inchiodati per noi stessi, a causa dei nostri peccati. Chi ama Gesù Crocifisso si lascia crocifiggere con Lui per essere conforme a Lui in tutto, in ogni cosa. Noi valiamo ai suoi occhi la sua crocifissione. Questo è il pensiero che deve animarci guardandolo inchiodato sul legno. Anche la nostra vita deve valere ai nostri occhi la nostra crocifissione. Dobbiamo amarci quanto ci ama Lui e per questo dobbiamo morire per la nostra salvezza perché Lui è morto per la nostra. Chi ha questa fede supera ogni persecuzione e si fa sacrificio in onore del Signore per la sua salvezza e la salvezza del mondo in Cristo Gesù.
Autore e perfezionatore della fede. Gesù è Autore della fede perché è Lui l’oggetto della nostra fede. In Lui la fede si apre verso il Padre e lo Spirito Santo. In Lui la fede abbraccia tutti i misteri della salvezza. Lui è anche il perfezionatore della fede perché ogni Parola di Dio, proferita prima della sua venuta, trova il suo compimento, la sua perfezione in Lui, nel suo mistero. Ogni fede che non approda in Cristo e nella sua Parola è una fede non perfetta; anche se è fede in Dio e nella sua Parola, è una fede che non dona la pienezza della salvezza, né nel tempo, né nell’eternità. Questa verità ci rivela quanto sia falsa ogni teoria che ha come finalità quella di escludere Cristo Gesù dalla fede per trovare un punto di incontro solo sul Dio uno ed unico. Ci si dimentica che il Dio uno ed unico, prima di tutto non è Dio uno ed unico, ma è Dio uno e Trino. E poi ci si dimentica anche che il solo ed unico Dio ha anche una sola Parola e questa Parola trova la sua perfezione in Cristo Gesù. Ogni Parola che non termina in Cristo è una Parola imperfetta, incompleta, insufficiente, assai povera di salvezza.
Disprezzando l’ignominia. Gesù non teme di andare in croce per manifestare il suo amore per il Padre e per noi. Lui affronta la croce disprezzando l’ignominia. Si lascia lui stesso crocifiggere per attestare al mondo intero che l’amore del Padre è fino alla morte di croce, fino al dono totale di sé. Ama chi sa donarsi pienamente, totalmente, fino alla morte subita nei tormenti più atroci. È questa la forza della fede: la volontà di rinunciare alla propria vita, di offrirla ad ogni sofferenza per attestare la grandezza eterna dell’amore del Padre.
Gesù unico e solo modello. Gli altri: compagni di fede, non modelli. Gesù è il solo e unico modello nella fede perché Egli è il solo ed unico che fece tutto per amore, senza aver bisogno di qualcosa per se stesso. Tutto quanto Egli ha sofferto, lo ha sofferto per noi, per la nostra salvezza. Gli altri non sono modelli da imitare, sono compagni di fede che attestano ad ognuno di noi che vivere la fede è possibile. È possibile se si attinge da Cristo la grazia di amare sino alla fine e la fine è il dono dell’intera vita, offerta in sacrificio per rendere gloria al Signore Dio nostro.
La lotta al peccato è fino al sangue. Il peccato è dentro di noi, ma anche fuori di noi e si manifesta in noi come concupiscenza e superbia, dall’esterno come tentazione, persecuzione, violenza e attentato contro la verità. Il peccato si vince in un solo modo: consegnando la nostra vita alla morte, alla persecuzione, alla croce. C’è un momento nella vita del credente in cui gli è chiesta la vita per non peccare. Se dona la vita all’amore fino al sangue, resta nella fede; se non dona la vita, si consegna al peccato, lo commette, muore alla fede e alla verità, ritorna ad essere parte del mistero dell’iniquità dal quale il Signore lo aveva tratto fuori per mezzo del dono della verità e della grazia.
Il peccato è l’idolatria. Il peccato è idolatria perché chi lo commette sceglie la vanità, il nulla e abbandona la verità, il tutto che è Dio. Idolo è tutto ciò che è vano e al quale l‘uomo dona valore. Il peccato è la cosa più vana che esiste nel mondo e per questo ogni peccato è purissima idolatria, vanità totale, assoluto niente che però produce la morte dell’anima, dello spirito, del corpo.
Persecuzione come correzione. Vedere sempre e comunque Dio che ci educa. Dio è il Signore della storia, di ogni storia, su ogni storia. Nella storia c’è però una volontà contraria a Dio, volontà che è di satana e di ogni uomo che da lui si lascia tentare e si pone fuori dell’osservanza della sua Parola. Satana spinge l’uomo al male, ad ogni male. Ogni male che satana opera e l’uomo con lui è sempre contro l’uomo; è un male che porta e genera tanta morte nel mondo: morte spirituale, ma anche fisica. Dove un uomo genera morte dell’uomo, lì c’è sempre assenza del vero Dio; lì c’è sempre presenza di satana e di chi da lui si è lasciato tentare. Satana non vuole che l’uomo serva il Signore e per questo lo perseguita in ogni modo, anche con l’eliminazione fisica della sua vita. Il cristiano sa, per fede, che ogni persecuzione serve alla fede: o per provare la nostra fedeltà a Dio, o per rendere la fede efficace in ordine alla salvezza, o anche per liberarla da alcune abitudini che la rendono opaca agli occhi di Dio e del mondo. L’uomo di fede sa sempre vedere in ogni persecuzione, in ogni opposizione alla fede, il Signore che lo educa perché la sua fede sia sempre splendente, bella, capace di ogni frutto spirituale, santa, operatrice di verità e di giustizia in questo mondo.
Non si è nell’amore se non si è nella verità. Chi vuole rimanere nell’amore secondo Dio, deve sempre restare nella verità secondo Dio. L’amore cristiano è fare la verità di Dio, è compiere ogni sua Parola. Chi esce dalla verità non può amare secondo Dio, perché non può trasformare la verità in opera di salvezza.
Correzione e amore. La correzione è opera di vero amore perché essa ci conduce nella verità di Dio e quindi ci permette di poter cominciare ad amare nuovamente secondo la Parola di Dio dalla quale in qualche modo ci eravamo distaccati. La correzione è frutto di amore e solo chi ama corregge. Chi non ama non corregge perché a lui non interessa che si ami secondo Dio.
Paternità e figliolanza. Il primo obbligo della correzione spetta al padre. È il padre che deve correggere il figlio perché percorra sempre una via di verità e di giustizia. Se Dio ci corregge, lo fa perché ci ama come suoi veri figli. Lui è il Padre, noi i suoi figli. Da vero Padre corregge i suoi veri figli perché rimangano sempre nella sua verità e quindi nel suo amore. Questa visione di fede deve accompagnare il cristiano in ogni persecuzione. Dio ci vuole perfetti nella verità e per questo ci corregge attraverso la storia, la persecuzione, la sofferenza.
La teologia della storia. La teologia della storia è solo dei profeti. È solo di loro perché solo loro conoscono l’opera e la volontà di Dio in ogni momento in cui si svolge la nostra storia dinanzi ai nostri occhi. Loro sanno ogni cosa, perché il Signore rivela loro ogni cosa. Chi non è profeta non sa il perché certe cose avvengono, vive però di fede e per fede sa che tutto ciò che accade, accade perché lui impari ad amare Dio con l’offerta dell’intera sua vita.
La scienza degli uomini spirituali. La scienza degli uomini spirituali è una sola: conoscere sempre secondo perfezione di verità il mistero della salvezza, in modo da poterlo compiere nella loro vita in ogni sua parte. Questa scienza è vero, puro, santo dono di Dio. È dono che il Signore ci concede per opera del suo Santo Spirito e nel suo Santo Spirito. È anche scienza che si implora nella preghiera e si vive in una grande umiltà, nel più grande timore del Signore.
Il Padre degli spiriti. Il Padre degli spiriti è Dio. È Dio perché solo Lui è il Creatore non solo delle cose visibili, ma anche di quelle invisibili e le realtà invisibili che Lui ha creato sono gli Spiriti celesti, o Angeli. Spirito è anche l’anima dell’uomo. Ma questa è stata creata per vivere in un corpo per tutta l’eternità. Vive fuori del corpo solo a motivo del peccato, che ha introdotto nel mondo la morte, ma alla fine dei giorni, il giorno della risurrezione, anima e corpo ricomporranno la loro unità per l’eternità.
Fine della correzione: partecipi della sua santità. Viene manifestato qual è il fine della correzione operata dal Signore nei nostri confronti: quello di renderci partecipi della sua santità. Siamo resi partecipi della santità di Dio, divenendo partecipi della sua verità. La verità ci introduce in un amore più grande. L’amore più grande è per noi più grande partecipazione della santità divina. È questa la fede richiesta in ogni persecuzione. Chi ha questa fede si santifica, perché entra in una verità più grande, in un amore più grande.
Causa di tristezza. Frutto di pace. La correzione all’inizio non è causa di gioia, ma di tristezza. Produce e genera tristezza, perché l’uomo deve abbandonare la sua vita interamente nelle mani di Dio, deve togliersi a se stesso per darsi al suo Signore in tutto. Questo togliersi a se stesso per darsi tutto al Signore provoca sull’istante tristezza e pianto. Dopo che ci si è consegnati interamente al Signore, ci si è dati in tutto a Lui, si entra nella pace e la pace è data dal nuovo essere che si è acquisito da parte di Dio. Dio ci ricolma di sé nel momento in cui noi ci svuotiamo di noi stessi.
Scuoiamento. Svestimento. La correzione è simile allo scuoiamento di un essere vivente. Si toglie al cristiano la sua vecchia pelle di cristiano, fatta di non perfetta volontà di Dio, per mettergliene una tutta nuova, composta di sola volontà e verità del Signore. C’è sofferenza nella correzione perché ogni svestimento, ogni scuoiamento produce dolore. Bisogna abbandonare qualcosa di sé per assumere qualcosa di Dio. Più ci si libera di se stessi, più ci si veste di Dio, della sua grazia, della sua verità, della sua santità, del suo amore. Cristo Gesù sulla croce si spogliò anche fisicamente e il Signore lo rivestì di tutta la sua gloria eterna.
Rinfrancate le mani cadenti. La correzione non è fatta solo dalla persecuzione, dal dolore fisico o spirituale inferto dalla storia. Essa viene anche operata amorevolmente dai cristiani nei confronti di altri cristiani. Quando si vede un fratello di fede che non cammina secondo la fede, che non progredisce spedito nella verità e nella carità di Cristo, è giusto che lo si esorti a riprendere il cammino con tutto il vigore che la verità e la carità di Cristo urgono. Questo significa rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia infiacchite. Questo significa anche raddrizzare le vie storte. Sono vie storte quelle che si percorrono fuori della pienezza della verità e della carità che sono in Cristo Gesù. Ma anche chi cammina nella verità e nella carità di Cristo potrebbe avere momenti di stanchezza, di smarrimento, di fiacca spirituale. Chi è più forte nella verità e nella carità deve attrarre, trascinare chi è più debole. Questa correzione è vero dono di amore.
La forza della fede è la comunione nella fede. La forza della fede è la comunione nella fede. È comunione nella fede quando la nostra forza si fa carico della debolezza dell’altro e la nostra ricchezza diviene sostegno alla povertà spirituale del fratello.
Cercare la pace e la santificazione. La pace è l’armonia nella verità di Dio. Chi cerca la pace pone se stesso nella verità di Dio e da questa verità vive la sua vita come adorazione verso Dio e carità verso i fratelli. Vive nella pace chi sa donare la sua vita a Dio perché ne faccia un dono d’amore per la salvezza del mondo. La santificazione è estirpazione del nostro spirito, dalla nostra anima, dal nostro corpo di ogni falsità ed è falsità tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio sulla nostra vita. Se manca l’allontanamento dalla falsità, non c’è ricerca della santificazione e la fede che noi viviamo è falsa. La fede è vera quando ci aiuta a togliere la nostra vita dalla falsità per condurla tutta e sempre nella pienezza attuale della verità di Dio.
La radice velenosa. Radice velenosa è ogni falsità che si insinua nel nostro spirito, nella nostra mente e corrompe la verità di Dio. Un solo pensiero falso ha tanta potenza da distruggere tutta la verità di Dio in noi. Ognuno deve vigilare perché rimanga sempre nella più pura verità di Dio. Ognuno deve sapere che satana inizia sempre dal seminare nel nostro spirito una qualche radice velenosa in modo che distrugga ogni pensiero di verità divina.
Fornicazione. Profanazione. La fornicazione è l’uso improprio, peccaminoso del nostro corpo ed è fornicazione ogni uso del corpo fuori del matrimonio santo, vissuto secondo la volontà di Dio. La profanazione invece è rendere vile ciò che è nobile, profano ciò che è sacro, peccaminoso ciò che è santo. Chi cade in questi due peccati si preclude per sempre la via della propria santificazione.
Libertà di Dio e peccato dell’uomo. La libertà di Dio è cammino nella sua verità. Chi vuole camminare nella libertà di Dio si deve allontanare dal peccato che è falsità. La falsità rende l’uomo schiavo. La verità lo rende libero. L’uomo è libero solo se vive in Dio; fuori di Dio l’uomo è schiavo, prigioniero, avvolto dall’ombra della morte sia spirituale come fisica, spirituale che si trasforma anche in morte fisica. Una nave è libera nel mare. Un aereo è libero nel cielo. Un treno è libero sulle rotaie. Un uomo è libero se vive il suo statuto di uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio.
Occhio di fede. Al cristiano che vuole camminare nella libertà gli occorre un occhio di fede. Egli deve sempre vedere la verità di Dio per separarla dalla falsità e dall’errore. Cristo Gesù conosceva sempre la verità di Dio, la volontà del Padre. Mai si lasciò imprigionare nella falsità dell’uomo, neanche dalla sua compassione. Egli amò sempre secondo la volontà del Padre, mai secondo la volontà dell’uomo. Questo occhio di fede hanno i santi. Chi non ha questo occhio di fede, mai potrà giungere alla santificazione.
Volto di Dio e timore. Il cristiano che vuole camminare verso Dio deve avere sempre dinanzi ai suoi occhi il suo Santo Volto e contemplarlo con contemplazione perenne. Il Volto di Dio è volto di pace, di verità, di carità, di giustizia. Il Volto di Dio che si è fatto Volto di Cristo Gesù è anche Volto di sofferenza sulla croce, Volto macchiato di sangue nell’Orto degli Ulivi. Il cristiano contempla il Volto di Dio divenuto Volto di Cristo Gesù e nel timore del Signore, che è profonda, altissima adorazione e compimento della sua volontà, cammina realizzandolo nel suo volto, in modo che il volto del cristiano diventi volto di Cristo, come il Volto di Cristo è divenuto Volto di Dio. È questa la missione che Cristo ha conferito al cristiano: divenire suo volto di verità e di carità in questo mondo.
La Gerusalemme celeste casa del cristiano. Il cammino di ogni cristiano dovrà concludersi nella Gerusalemme celeste, in Paradiso. La terra è il deserto da attraversare. Ci guidano i Pastori della Chiesa. La colonna di fuoco e la nube è il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. La manna del cammino è il Sacramento dell’Eucaristia. Vivendo nella grazia e nella verità di Gesù Signore, il cristiano ha la sicura speranza di pervenire alla sua Casa eterna, Casa di Dio che sarà anche sua.
Sangue di Abele e sangue di Cristo Gesù. Il sangue di Cristo Gesù è più eloquente del sangue di Abele. Il sangue di Abele grida a Dio dal suolo il delitto commesso da Caino nei suoi confronti. Il Sangue di Cristo Gesù grida dalla croce ma per implorare dal Padre perdono, misericordia, pietà, compassione, amore, carità. È questa la potenza di salvezza del sangue di Cristo: la sua preghiera rivolta al Padre per il nostro perdono.
NT: Dio e l’uomo un solo corpo. Nell’Antico Testamento Dio è fuori dell’uomo, per essenza, per natura. L’uomo viene da Dio, ma è fuori di Dio, anche se Dio è in lui. Nel Nuovo Testamento con l’incarnazione Dio si è fatto uomo. Non solo Dio e l’uomo in Cristo sono divenuti un solo corpo, il corpo mistico di Gesù. In Cristo ogni cristiano è corpo del Figlio di Dio, del Verbo che si fece carne nel seno della vergine Maria. Questa è la straordinaria grazia che il Signore ha fatto all’uomo. Non solo lo ha reso partecipe della sua natura divina, ha voluto divenire con lui un solo corpo, il corpo del Signore Gesù. È questo il mistero che conferisce ogni divinità al cristiano. Gli conferisce la dignità di essere corpo del Figlio dell’Altissimo. Le implicazioni pastorali ed antropologiche non sono poche.
Dalla Parola, nella Parola, per la Parola. Questo mistero si riveste di vita se l’uomo, cioè il cristiano, si lascia convertire dalla Parola, vive nella Parola, opera per la Parola, si consegna cioè alla Parola perché sia fatta conoscere ad ogni uomo. Il cristiano annunzia la verità di Dio e di Cristo vivendo la sua verità, quella verità che lo ha fatto corpo del Signore Gesù, suo strumento per l’annunzio e il dono della salvezza ad ogni uomo. Annunziando la verità di Cristo il cristiano annunzia la sua verità. Ogni annunzio della verità di Cristo che non è annunzio della propria verità, è un annunzio non vero, perché Cristo e il cristiano sono stati costituiti una sola verità, un solo corpo di santità. Se è vero corpo di Cristo, il cristiano annunzia la verità, mostrandola.
Dal rifiuto della Parola la morte. Se tutto inizia e si consuma nella Parola, per la Parola, dalla Parola, ne consegue che il rifiuto della Parola può generare solo morte. Rimane fuori della sua nuova essenza – quella cioè di essere corpo di Cristo Gesù, verità della sua verità – chi rimane fuori della Parola e ogni volta che esce da essa. Questo ci deve portare ad una sola verità: non c’è vita se non nella Parola, dalla Parola, per la Parola. Chi vuole la vita del mondo deve donare la Parola, aiutare a rimanere nella Parola, far sì che tutti vivano per il dono della Parola.
Dio scuote la terra e il cielo. Perché? È questo un modo per annunziare il giudizio imminente di Dio su ogni carne, su ogni uomo. È anche questo il modo di invitare ogni cristiano a riflettere, pensare, meditare. Il giusto giudizio di Dio si compirà su ogni persona. Ognuno quel giorno dovrà rendere ragione della sua vita, anche di una parola vana, oziosa. Sapendo questo il cristiano mette ogni impegno a percorrere la via della santità, conformando ogni sua azione, parola, opera al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. È il Vangelo l’unico codice di salvezza eterna. Su di esso ognuno sarà giudicato dal Signore.
La persecuzione via di perfezione. Sulla persecuzione si è già detto abbastanza. Un’idea da completare è questa: spesso l’uomo si adagia nel Vangelo, nella Verità, nella Carità, nella Missione, nella Profezia. Vive come se tutto fosse stato già fatto, come se nulla rimane da fare. Il Signore interviene e ci scuote secondo forme, modalità e vie che sono efficaci per noi. Anche la persecuzione è via per rimetterci in cammino di perfezione, di santità, di più grande impegno per lavorare con frutto nella Vigna del Signore.
Occhio di vera fede per tutto ciò che accade. Al cristiano è richiesta saggezza e intelligenza di Spirito Santo perché legga secondo verità tutto ciò che accade e riporti ogni cosa nella verità di Cristo e di Dio. Se sbaglia lettura della storia, anche la sua salvezza potrebbe venire compromessa. Potrebbe egli agire su strade errate, false, su piste non percorribili, perché il Signore non vuole che si percorrano. Proprio questo oggi sembra che stia succedendo: molti cristiani si sono incamminati su piste sbagliate, proprio a motivo di una lettura non di fede di quanto sta succedendo accanto e attorno a noi. Possedere un occhio di vera fede è dono di Dio. A Dio bisogna chiederlo di volta in volta, giorno per giorno, momento per momento.
La fedeltà di ogni cosa è nella sua verità. Chi vuole essere fedele ad una vocazione, ad una missione, ad un ministero, anche alla più semplice mansione, deve camminare nell’attuale verità, o verità tutta intera, cui conduce lo Spirito del Signore. Senza verità attuale non c’è fedeltà, perché la fedeltà è sequela della verità. Senza verità neanche c’è lavoro pastorale, perché la pastorale è il dono della grazia e della verità di Cristo Gesù ad ogni uomo. La ricerca della verità deve essere il primo ministero, il primo compito, la prima occupazione di ogni strumento del Signore in ordine alla salvezza da realizzare, ma anche da donare al mondo intero.
Tutto nasce dalla sofferenza. Dopo il peccato originale, non c’è salvezza se non c’è sofferenza. La sofferenza è la madre della vita, perché per mezzo di essa ogni uomo viene generato alla vita nuova di Cristo, ma anche coopera perché molti altri ricevano lo stesso dono del Signore. La sofferenza è l’offerta del nostro corpo a Dio perché ne faccia uno strumento purissimo, santissimo, perfettisimo di amore e di misericordia per ogni uomo.
Il culto gradito a Dio. Spesso ci si domanda cosa vuole il Signore da noi. Vuole una cosa sola: l’offerta della nostra volontà a Lui perché tutta la sua volontà viva in noi. Questo è l’unico e solo culto gradito al Signore, perché il dono della nostra volontà è l’unico dono che possiamo offrire a Dio, essendo tutto il resto già di Dio. Solo la volontà è dell’uomo e solo questa possiamo offrire. Gli si offre la volontà, non facendo il bene che vogliamo, ma operando il bene che Lui vuole e che ci ha detto tutto attraverso il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Si offre la volontà a Dio ma per vivere solo la sua Parola, tutta la sua Parola.
Eredità: regno incrollabile. L’eredità che ci attende è un regno incrollabile perché è eterno come Dio è eterno, ma anche invincibile come Dio è invincibile. Nel regno di Dio non ci sarà più il male. Esso sarà posto fuori per sempre. In questo regno ci sarà solo luce, non tenebre; vita, non morte, gioia, non tristezza; verità, non falsità; carità, non odio; libertà non schiavitù; fratellanza eterna non egoismo. Il regno eterno di Dio è ricolmo di gioia indicibile, eterna. Verso questo regno dobbiamo camminare. In esso dobbiamo pervenire. Per esso dobbiamo anche, se è necessario, consegnare il nostro corpo alla morte di croce.
Riverenza e timore. Verso il regno eterno di Dio dobbiamo camminare con riverenza e timore. Riverenza e timore dono dovuti al nostro Dio a motivo della sua Santità che sovrasta il cielo e la terra. Noi dobbiamo sempre vederci alla sua Presenza santissima riconoscendolo e confessandolo come il nostro Dio e Signore. A Lui è dovuto ogni onore, ogni benedizione, ogni gloria. Questa è la riverenza. Gli è dovuto anche ogni rispetto e il rispetto è quel timore che opera in noi affinché restiamo sempre nel compimento della sua volontà. Il timore è obbedienza fino alla morte di croce.
Dio è un fuoco divoratore. Dio è fuoco divoratore perché distrugge in noi ogni peccato, ogni imperfezione, ogni vizio, ogni inconsistenza morale e spirituale. È un fuoco divoratore perché accende in noi la sua divina ed eterna carità che trasforma la nostra vita in un dono di amore, di salvezza, di redenzione per il mondo intero. Il cristiano se vuole liberarsi da ogni vizio, da ogni scoria di peccato, se vuole vincere le imperfezioni, se desidera amare allo stesso modo di Cristo, deve chiedere al Signore che lo immerga nel fuoco del suo amore, della sua carità, della sua verità, della sua misericordia e santità e lo incendi in modo continuativo e perenne. Solo così è possibile amare in modo cristiano. Questa immersione nel fuoco di Dio deve essere quotidiana, giornaliera, anzi di momento in momento.
Tutto è idolatria senza verità: Cristo, Dio, Chiesa, Vangelo, grazia, cristiano: ognuno e ogni cosa diviene un idolo senza la verità. La Chiesa se vuole portare salvezza in questo mondo, deve rivestire di verità se stessa. Riveste se stessa in un solo modo: se conserva nella pienezza della verità ogni dono eterno e divino che le è stato dato. Quando priva della sua verità tutta intera, o Dio, o Cristo, o lo Spirito, o il Vangelo, o la Grazia, tutto si trasforma in un idolo. È idolo tutto ciò che non è vero, ma al quale l’uomo dona un valore di verità. È facilissimo divenire idolatri. Basta privare di verità una sola Parola del Vangelo. Un Vangelo senza Verità è già opera da idolatri e se è opera da idolatri non si genera salvezza né per se stessi, né per gli altri. È sufficiente dire che oggi molta pastorale è senza verità, per sapere in quale baratro di idolatria sono caduti molti uomini di Chiesa.
La verità è nella Parola e nasce dalla Parola. La verità che dona verità ad ogni realtà nella Chiesa è la Parola. Anche la Parola deve essere non solo conservata nella Verità originaria ma anche condotta verso la verità tutta intera. Una sola falsità che si introduce nella Parola, corrompe tutta la Parola. La Parola corrotta è senza verità. Senza verità è pura idolatria. Quanto si fa con essa produce e genera solo vanità, rendendo vani tutti coloro che se ne servono per se stessi e per gli altri. Per conservare la verità della Parola dentro di noi, tutta la verità, dobbiamo conservare intatta l’altra verità quella della grazia. La grazia è vera se ci conduce di santità in santità. Se ci fa rimanere nei nostri peccati, anche essa è stata trasformata in pura e semplice idolatria. La verità della grazia ci consente di cercare sempre la verità della Parola; la verità della Parola ci spinge a crescere nella verità della grazia. Grazia e Parola nella pienezza della verità fanno il cristiano santo.
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1/16/2012 11:19 PM
 
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CAPITOLO DECIMO TERZO
ULTIME ESORTAZIONI
[1]Perseverate nell'amore fraterno.
L’amore fraterno è il segno distintivo del cristiano. È l’amore che lo fa riconoscere nel mondo come appartenente a Cristo Signore.
È l’amore che Cristo Gesù lasciò in eredità ai suoi discepoli, nel Cenacolo.
L’amore fraterno è però nel segno dell’Eucaristia, nel farsi cioè sacrificio, offerta, oblazione, nella volontà di Dio per la salvezza del mondo intero.
L’amore cristiano deve avere due connotazioni di verità, senza le quali non potrà mai dirsi tale.
Esso è prima di tutto obbedienza a Dio nel compimento della sua volontà. In secondo ordine è sviluppo e fruttificazione del proprio carisma e ministero.
Chi esce da queste due verità non ama secondo Dio, non ama affatto.
Il discepolo di Gesù non è chiamato ad amare solamente, è chiamato ad amare, ma compiendo in tutto il comandamento di Dio, la sua volontà.
L’amore cristiano si riveste così di un alto valore teologico, non è solamente di portata antropologica. È vero amore verso l’uomo, se prima di tutto è vero amore verso Dio.
In altre parole: è Dio che governa l’amore per l’uomo verso l’uomo e non l’uomo in modo autonomo e indipendente.
È Dio la legge unica del vero amore verso gli altri e chi si pone fuori della volontà di Dio di certo non ama.
Ognuno pertanto ha l’obbligo di connotare teologicamente il suo amore, se vuole che il suo sia vero dono ai fratelli.
In fondo cosa è l’amore se non il donare Dio ai fratelli, divenendo noi stessi partecipi della natura divina, della sua carità, della sua misericordia, della sua compassione, della sua verità?
L’amore cristiano è questo: trasformarci noi in Dio per amare secondo Dio, come Dio, in Cristo Gesù, i nostri fratelli che sono nel mondo, che Dio ha ci messo a fianco perché noi travasiamo su di loro tutto l’amore divino che il Signore ha messo in noi.
Amare secondo il proprio carisma, la propria ministerialità, altro non significa che andare presso l’uomo e portare la ricchezza con la quale il Signore ha ricolmato la nostra vita. Amare allora ha un solo significato: portare ai fratelli quei doni che Dio stesso ci ha dato, comandandoci di offrirli a loro, dopo averli però fatti fruttificare, sviluppare, portare a compimento nel nostro cuore, nella nostra mente, nella nostra intera vita. Non è difficile amare così, a condizione che si creda che solo così è possibile amare secondo Dio, nella sua verità, nella sua giustizia, nella sua santità.
In questo amore bisogna perseverare. Si persevera in un solo modo: trasformando la nostra vita in un dono d’amore. Vivendo solo per amare, per amare, però, secondo Dio.
[2]Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo.
Anche riguardo all’ospitalità viene data una specifica e particolare connotazione soprannaturale, trascendente, celeste.
L’Autore invita a vedere Dio stesso, o degli Angeli che vengono a bussare alla nostra porta.
Anche Gesù dona all’ospitalità questa dirittura soprannaturale. Chi accoglie un ospite, accoglie il Signore, accoglie Gesù, che si presenta sotto le vesti, o sembianze di un ospite, di un forestiero, di un pellegrino.
Il riferimento agli Angeli, fatto dal testo, è chiaramente riferito ad Abramo e a Lot. Loro ricevono nella loro casa degli Angeli ed è la salvezza per la loro vita.
Il testo che viene ora citato fa riferimento esplicito alla nascita di Isacco e alla salvezza di Lot dalla città peccatrice di Sodoma.
Gn 18,1-33: “Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.
Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo. Quelli dissero: Fa’ pure come hai detto. Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce. All'armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo.
Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr'egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: Dov'è Sara, tua moglie? Rispose: E` là nella tenda. Il Signore riprese: Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio. Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne.
Allora Sara rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! Ma il Signore disse ad Abramo: Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio. Allora Sara negò: Non ho riso!, perché aveva paura; ma quegli disse: Sì, hai proprio riso.
Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall'alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: Devo io tener nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso.
Disse allora il Signore: Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere! Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia? Rispose il Signore: Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città.
Abramo riprese e disse: Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere... Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città? Rispose: Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque. Abramo riprese ancora a parlargli e disse: Forse là se ne troveranno quaranta. Rispose: Non lo farò, per riguardo a quei quaranta. Riprese: Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta. Rispose: Non lo farò, se ve ne troverò trenta.
Riprese: Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti. Rispose: Non la distruggerò per riguardo a quei venti. Riprese: Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci. Rispose: Non la distruggerò per riguardo a quei dieci. Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.
Gn 19,1- 29: “I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra.
E disse: Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada. Quelli risposero: No, passeremo la notte sulla piazza. Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono. Non si erano ancora coricati, quand'ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo.
Chiamarono Lot e gli dissero: Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne! Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all'ombra del mio tetto. Ma quelli risposero: Tirati via! Quest'individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro! E spingendosi violentemente contro quell'uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta. Allora dall'interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente; quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.
Quegli uomini dissero allora a Lot: Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli. Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città! Ma parve ai suoi generi che egli volesse scherzare. Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città.
Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.
Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto! Ma Lot gli disse: No, mio Signore! Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato una grande misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. Vedi questa città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù non è una piccola cosa? e così la mia vita sarà salva.
Gli rispose: Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato. Presto, fuggi là perché io non posso far nulla, finché tu non vi sia arrivato. Perciò quella città si chiamò Zoar. Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall'alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. Così, quando Dio distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato. Origine dei Moabiti e degli Ammoniti
Apparentemente siamo noi che facciamo del bene a loro. Invece sono loro che fanno del bene a noi.
Accogliendo loro, Dio per amore di loro, ci dona la salvezza nel tempo, che apre di sicuro le porte per quella eterna.
Noi diamo loro dei beni materiali, Dio, per causa loro, apre a noi la porta dei suoi beni eterni, beni divini, di salvezza, di redenzione, anche di salute, di liberazione.
Chi vuole il bene da Dio, deve dare il bene di Dio ai fratelli e bene di Dio è ogni nostro bene. Questo bene è di Dio perché Dio lo ha dato a noi, lo ha messo nelle nostre mani, ma perché noi ne facciamo dono ai fratelli, a quelli che sono nel bisogno, in stato di necessità.
La Lettera agli Ebrei è la Lettera della vera, corretta, perfetta fede.
La vera fede in Cristo dona verità ad ogni nostra relazione, anche a quella più semplice che noi siamo chiamati a vivere con gli uomini.
Dalla fede nasce la vita. Nella fede si accoglie Cristo nella propria casa e Cristo venendo in essa, porta la sua pace, la sua benedizione, ogni sua ricchezza celeste, ogni bene, ogni santità, ogni liberazione.
È questo il motivo per cui la Chiesa deve dare la fede, formare nella fede, educare alla fede, costruire ogni rapporto secondo la fede.
Chi dona la fede, dona la vita nel tempo e nell’eternità. Proviamo a portare nella fede tutti i problemi sociali che affliggono l’umanità. Il risultato sarà di sicuro sconvolgente. Ma per fare questo, occorre la fede.
[3]Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale.
Altro vasto campo in cui il cristiano è chiamato ad amare, a manifestare la sua nuova essenza con la quale lo ha rivestito il Signore.
Per questo comandamento dell’amore, vengono date due motivazioni. Comprenderle, giova per una più perfetta osservanza di questa esortazione, o invito ad un amore universale.
Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere: La regola che qui viene donata per un buon servizio ai carcerati è quella di immedesimarsi nella loro condizione, è pensarsi carcerati insieme a loro, compagni nella stessa prigione. È questa la compassione che la Scrittura raccomanda, anzi vuole: sentirsi una cosa sola con l’altro per condividerne la condizione. Si è detto a proposito di Mosè che non si può vivere la fede senza la carità e che la fede si vive partecipando la vita dello stesso popolo. Nel popolo la vita si vive partecipando la sorte di ciascun membro. È questa la vera teologia del Corpo mistico di Cristo: un membro è tutto il corpo, tutto il corpo è un membro. Se una persona è in carcere tutto il corpo è in carcere. Questo significa pensarsi compagni di prigionia. Questa è la vera legge della carità cristiana. Questa l’essenza del vero amore: la comunione è unità e l’unità è comunione.
E di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale: Altra regola, o norma, ci viene offerta per rapporto a coloro che soffrono. La sofferenza è proprio del corpo concepito nel peccato. Ogni corpo è avvolto, o sarà avvolto dalla sofferenza, dal dolore. Ciò che vive uno, domani possiamo viverlo anche noi. L’amore, la compassione, l’aiuto, il sostegno che vogliamo per noi dobbiamo volerlo noi per gli altri. Darlo agli altri è garanzia di riceverlo noi domani, quando sarà il nostro turno per la sofferenza e per il dolore. Qui la comunione, l’unità è con la natura umana, che è stata concepita nel peccato e quindi soggetta al dolore, alla sofferenza, alla morte. Il dolore di uno deve divenire dolore dell’altro, in modo che quando sarà il nostro turno il Signore avrà compassione di noi e ci mandi un buon Samaritano che ci dia sollievo e conforto allo stesso modo con cui noi lo abbiamo recato agli altri. Una cosa deve essere vera per tutti: non speri e non confidi nella misericordia chi dinanzi al dolore altrui si è dimostrato senza misericordia, senza compassione, senza aiuto; chi si è chiuso nel suo stare bene e si è dimenticato degli altri.
La carità, oltre che farci trovare misericordia e compassione presso gli uomini, copre anche una moltitudine di peccati. Questo è il grande valore dell’amore vissuto sull’esempio di Cristo Signore.
Questo lo si è già visto in occasione dell’ospitalità e degli angeli che sono stati accolti e che sono stati da Dio costituiti per noi strumenti di liberazione e di salvezza.
[4]Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio.
La santità del matrimonio consiste in una legge assai semplice da rispettare: un solo uomo, per tutta la vita, fino alla morte. Una sola donna, per tutta la vita, fino alla morte. Prima e durante il matrimonio.
Questa legge esige, vuole che il rapporto, o l’unione sponsale, avvenga per il cristiano solo all’interno del matrimonio canonicamente celebrato.
Tutto ciò che viola questa legge è peccato.
L’adulterio è l’unione coniugale, tra uomo e donna, con violazione del patto coniugale: uomo sposato con donna sposata, o non sposata; donna sposata con uomo sposato, o non sposato. Ma anche uomo o donna non sposati con donna e uomo sposati.
La fornicazione è invece l’uso sessuale del corpo fuori del matrimonio indipendentemente se si è sposati o meno. Se si è sposati, o se ci si unisce con uomo, o donna sposata, assieme alla fornicazione dell’unione illegale, non secondo la legge di Dio, si aggiunge anche il peccato di adulterio.
La legge di Cristo a tal proposito è chiara, limpida.
Mt 5,13-20. 27-32: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
A questa regola di santità evangelica ogni cristiano è obbligato ad attenersi.
Il giudizio di Dio è per tutti coloro che si abbandono al vizio e al peccato contro la santità del matrimonio, senza ravvedersi, facendo frutti di vera penitenza nella conversione del cuore.
La fornicazione, l’adulterio sono peccati che escludono dal Paradiso, se si persevera in essi e in essi si muore, senza pentimento.
[5]La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò.
È questo un chiaro, esplicito invito ad abbandonarsi alla Provvidenza. Sia il Nuovo Testamento che l’Antico presentano una verità chiarissima al riguardo. Leggiamo prima il Nuovo e poi l’Antico e solo dopo aggiungeremo qualche parola per ulteriori chiarificazioni.
Mt 6,19-34: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?
E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Dt 31,1-30: “Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: Io oggi ho centovent'anni; non posso più andare e venire; inoltre il Signore mi ha detto: Tu non passerai questo Giordano. Il Signore tuo Dio passerà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle nazioni e tu prenderai il loro posto; quanto a Giosuè, egli passerà alla tua testa, come il Signore ha detto.
Il Signore tratterà quelle nazioni come ha trattato Sicon e Og, re degli Amorrei, e come ha trattato il loro paese, che egli ha distrutto. Il Signore le metterà in vostro potere e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che vi ho dati. Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore tuo Dio cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà.
Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: Sii forte e fatti animo, perché tu entrerai con questo popolo nel paese, che il Signore ai loro padri giurò di darvi: tu gliene darai il possesso. Il Signore stesso cammina davanti a te; egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non ti perdere d'animo!
Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti figli di Levi, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore e a tutti gli anziani d'Israele. Mosè diede loro quest'ordine: Alla fine di ogni sette anni, al tempo dell'anno del condono, alla festa delle capanne, quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto, leggerai questa legge davanti a tutto Israele, agli orecchi di tutti. Radunerai il popolo, uomini, donne, bambini e il forestiero che sarà nelle tue città, perché ascoltino, imparino a temere il Signore vostro Dio e si preoccupino di mettere in pratica tutte le parole di questa legge.
I loro figli, che ancora non la conoscono, la udranno e impareranno a temere il Signore vostro Dio, finché vivrete nel paese di cui voi andate a prendere possesso passando il Giordano. Il Signore disse a Mosè: Ecco, il giorno della tua morte è vicino; chiama Giosuè e presentatevi nella tenda del convegno, perché io gli comunichi i miei ordini. Mosè e Giosuè dunque andarono a presentarsi nella tenda del convegno. Il Signore apparve nella tenda in una colonna di nube e la colonna di nube stette all'ingresso della tenda.
Il Signore disse a Mosè: Ecco, tu stai per addormentarti con i tuoi padri; questo popolo si alzerà e si prostituirà con gli dei stranieri del paese nel quale sta per entrare; mi abbandonerà e spezzerà l'alleanza che io ho stabilita con lui. In quel giorno, la mia ira si accenderà contro di lui; io li abbandonerò, nasconderò loro il volto e saranno divorati. Lo colpiranno malanni numerosi e angosciosi e in quel giorno dirà: Questi mali non mi hanno forse colpito per il fatto che il mio Dio non è più in mezzo a me?
Io, in quel giorno, nasconderò il volto a causa di tutto il male che avranno fatto rivolgendosi ad altri dei. Ora scrivete per voi questo cantico e insegnatelo agli Israeliti; mettetelo loro in bocca, perché questo cantico mi sia di testimonio contro gli Israeliti. Quando lo avrò introdotto nel paese che ho promesso ai suoi padri con giuramento, paese dove scorre latte e miele, ed egli avrà mangiato, si sarà saziato e ingrassato e poi si sarà rivolto ad altri dei per servirli e mi avrà disprezzato e avrà spezzato la mia alleanza, e quando lo avranno colpito malanni numerosi e angosciosi, allora questo canto sarà testimonio davanti a lui; poiché non sarà dimenticato dalla sua discendenza. Sì, conosco i pensieri da lui concepiti già oggi, prima ancora che io lo abbia introdotto nel paese, che ho promesso con giuramento.
Mosè scrisse quel giorno questo canto e lo insegnò agli Israeliti. Poi il Signore comunicò i suoi ordini a Giosuè, figlio di Nun, e gli disse: Sii forte e fatti animo, poiché tu introdurrai gli Israeliti nel paese, che ho giurato di dar loro, e io sarò con te. Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge, ordinò ai leviti che portavano l'arca dell'alleanza del Signore: Prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco dell'arca dell'alleanza del Signore vostro Dio; vi rimanga come testimonio contro di te; perché io conosco la tua ribellione e la durezza della tua cervice. Se fino ad oggi, mentre vivo ancora in mezzo a voi, siete stati ribelli contro il Signore, quanto più lo sarete dopo la mia morte!
Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri scribi; io farò udire loro queste parole e prenderò a testimoni contro di loro il cielo e la terra. So infatti che, dopo la mia morte, voi certo vi corromperete e vi allontanerete dalla via che vi ho detto di seguire; la sventura vi colpirà negli ultimi giorni, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi del Signore, provocandolo a sdegno con l'opera delle vostre mani.
Poi Mosè pronunziò innanzi a tutta l'assemblea d'Israele le parole di questo canto, fino al loro termine.
Gs 1,1-18: “Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso il paese che io dò loro, agli Israeliti. Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l'ho assegnato, come ho promesso a Mosè.
Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Hittiti, fino al Mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò.
Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa.
Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada.
Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: Passate in mezzo all'accampamento e comandate al popolo: Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi passerete questo Giordano, per andare ad occupare il paese che il Signore vostro Dio vi dá  in possesso. Poi Giosuè disse ai Rubeniti, ai Gaditi e alla metà della tribù di Manàsse: Ricordatevi di ciò che vi ha ordinato Mosè, servo del Signore: Il Signore Dio vostro vi concede riposo e vi dá  questo paese; le vostre mogli, i vostri bambini e il vostro bestiame rimarranno nella terra che vi ha assegnata Mosè oltre il Giordano; voi tutti invece, prodi guerrieri, passerete ben armati davanti ai vostri fratelli, e li aiuterete, finché il Signore conceda riposo ai vostri fratelli, come a voi, e anch'essi siano entrati in possesso del paese che il Signore Dio vostro assegna loro. Allora ritornerete e possederete la terra della vostra eredità, che Mosè, servo del Signore, diede a voi oltre il Giordano, ad oriente.
Essi risposero a Giosuè: Faremo quanto ci hai ordinato e noi andremo dovunque ci manderai. Come abbiamo obbedito in tutto a Mosè, così obbediremo a te; ma il Signore tuo Dio sia con te come è stato con Mosè. Chiunque disprezzerà i tuoi ordini e non obbedirà alle tue parole in quanto ci comanderai, sarà messo a morte. Solo, sii forte e coraggioso”.
Come si potuto constatare il Signore non abbandona, non lascia. Questa sua promessa, o verità è però condizionata alla nostra osservanza della sua legge, o al nostro dimorare nei suoi comandamenti.
Lui non ci abbandona, se noi non lo abbandoniamo; Lui non ci lascia, se noi non lo lasciamo. Lui è con noi, se noi saremo con Lui.
In questo versetto ci sono due verità che devono essere esaminate separatamente, altrimenti si rischia di cadere in una trasformazione radicale della verità che diviene la più grande falsità per noi e per gli altri.
La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete: Questa prima frase del versetto annunzia quale dovrà essere la condotta del cristiano dinanzi alle cose di questo mondo: l’uso fatto con perfetta temperanza. Quanto non è strettamente necessario non appartiene al cristiano. Di queste cose non necessarie lui deve liberarsene. Se ne libera, liberando il cuore da ogni avarizia. La seconda regola di retto, giusto, santo comportamento è questa: il cristiano, per non cadere nell’avarizia, deve accontentarsi di quello che ha. Se non si accontenta, non solo cade nell’avarizia, ma anche e soprattutto il suo cuore si lascia incarcerare in ogni genere di concupiscenza degli occhi, causa di infiniti altri peccati. Questa regola è assoluta. È la regola della retta moralità che il cristiano deve sempre applicare quando si relaziona con le cose di questo mondo.
Perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò: Questa seconda affermazione del versetto vuole rassicurare il cristiano che lui può vivere senza avarizia, può accontentarsi di quello che ha, può mantenere il cuore libero, limpido, sciolto dalle cose di questo mondo, perché Dio non lo lascerà, non lo abbandonerà. Questa verità non è assoluta, è condizionata. È legata alla nostra osservanza e ricerca della giustizia, o ricerca e osservanza della Legge Santa di Dio. Dio non ci abbandona e non ci lascia quando siamo nella Casa della sua Legge, del suo Amore, della sua Verità, della sua Giustizia.
Chi vuole comprendere con pienezza di significato quanto il Signore ci vuole insegnare è sufficiente che legga la parabola del Figliol prodigo. Quando lui è nella casa, non gli manca niente. Quando lui lascia la casa, perde anche quello che ha portato con sé; è privo di ogni cosa. Non appena ritorna nella casa, ritorna nel tutto del Padre.
[6]Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non temerò. Che mi potrà fare l'uomo?
Questo versetto è una confessione di fede su quanto è stato affermato nel precedente. È il canto di fiducia dell’uomo che osserva la Legge del Suo Dio. Questo Salmo Cristo lo applica a sé a proposito “della pietra scartata dai costruttori che è divenuta testata d’angolo”.
Sal 117.1-29: “Alleluia. Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia. Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia. Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia. Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.
Nell'angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. Il Signore è con me, non ho timore; che cosa può farmi l'uomo? Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici.
E` meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell'uomo. E` meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti. Tutti i popoli mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria, nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore. Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte. Apritemi le porte della giustizia: voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. E` questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.
Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo; ecco l'opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso. Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore; Dio, il Signore è nostra luce. Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell'altare. Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto. Celebrate il Signore, perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.
Può dire con fiducia questo Salmo al Signore solo chi abita, dimora, è nella Casa della Sua Parola, della Sua Verità, del Suo Vangelo.
Chi è nel peccato non può dire le parole di questo Salmo.
Ancora una volta emerge chiaramente l’unità che deve regnare tra Parola vissuta, Parola ascoltata, Parola pregata.
Se la Parola non è ascoltata, neanche può essere vissuta e se non è vissuta neanche può essere pregata.
Si ascolta la Parola, si vive la Parola, si prega la Parola. Si può andare a Dio con le Parole di Dio – anche quelle del Padre Nostro – se si ascolta tutta la Parola di Dio e la si mette in pratica.
Quando questa unità viene spezzata, è l’intera vita che si spezza. La si può ricomporre in un solo modo: ricomponendo la Parola, o l’unità della Parola in noi. Questa unità bisogna insegnare ad ogni cristiano. In questa unità bisogna condurre ogni uomo.
Questa unità, facendo difetto, rende falsa ogni nostra preghiera.
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1/16/2012 11:20 PM
 
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FEDELTÀ
[7]Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede.
I Destinatari vengono ora esortati, o chiamati a ricordarsi “dei loro capi, i quali hanno annunziato loro la parola di Dio”.
Ricordarsi è tenerli perennemente nel cuore, è portarli nel loro cuore. Lo devono fare per un motivo di riconoscenza prima di ogni altra cosa.
La parola di Dio è giunta a noi per mezzo della loro fede, del loro sacrificio, del loro impegno. Loro si sono sacrificati e per questo bisogna tenerli nel cuore.
Si devono tenere nel cuore, soprattutto per ciò che viene detto nella seconda parte dello stesso versetto 7: “considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede”.
I capi vanno ricordati, messi nel cuore. Per loro si deve anche ringraziare e benedire il Signore che li ha mandati, ma prima ancora che li ha chiamati, costituiti, ricolmati di grazia e di verità e inviati nel mondo per l’annunzio e il ricordo della Parola che salva.
Dei capi, cioè dei loro evangelizzatori e missionari di Dio, bisogna ricordarsi perché loro sono modello di vera fede.
La loro fede è la nostra fede e per questo si deve sempre imparare dal modo come loro hanno vissuto la fede, perché anche noi la viviamo.
Imitare la fede, significa vivere di fede come loro hanno vissuto di fede, hanno realizzato la Parola di Dio nella loro vita.
Per imitarne la fede, bisogna considerare attentamente l’esito del loro tenore di vita. Qual è questo esito?
Esso è prima di tutto frutto della loro fede e questo frutto è semplicità, povertà, amore, misericordia, compassione, fiducia e abbandono in Dio, testimonianza fino al sangue, dono totale dell’esistenza al Signore.
La loro fede li ha portati a donare interamente la loro vita a Dio. Questo è l’esito del loro tenore di vita. La loro è una vita consegnata a Dio nella sua Parola.
Quale dovrà essere la nostra vita? Anche la nostra dovrà essere una vita consegnata a Dio nella Parola. In quale Parola? In quella che Dio ha fatto giungere a noi per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, che è insieme Autore e Perfezionatore della fede.
Non c’è fede se non nella Parola di Cristo Gesù. Non c’è fede se non in Cristo Gesù Parola del Padre.
A Cristo bisogna consegnare interamente la vita, perché Lui è il Capo Supremo della nostra fede, ma è anche il Capo Supremo della nostra vita.
Se poi si vuole fare un esplicito riferimento al capitolo 11, Capi nella fede sono tutti quelli che hanno guardato verso Cristo – tra quanti ci hanno preceduto – e tutti coloro che avendo accolto Cristo, a Lui conducono.
Una verità deve rimanere indiscussa nel nostro cuore e nel nostro spirito: Non c’è fede se non in Cristo, con Cristo, per Cristo, oggi e sempre. Chi distoglie lo sguardo da Cristo, lo distoglie anche dalla fede. Cristo e la fede sono una cosa sola.
[8]Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!
Questo versetto può essere letto secondo tematiche diverse e molteplici. Poiché qui il contesto è di fede, è giusto che noi lo leggiamo in relazione alla fede.
Si è detto che Cristo e fede sono una cosa sola. Mettiamo al posto di Cristo la fede e avremo questa affermazione: la fede è la stessa ieri, oggi e sempre!
Questa unità deve essere conservata in eterno, perché anche nell’eternità c’è questa unità tra Cristo e la fede, solo che nell’eternità non ci sarà più fede, ma ci sarà sempre la verità che la fede contiene e porta: Cristo e la verità sono una cosa sola.
Lo dice Lui stesso, Cristo Gesù: “Io sono la via, la verità, la vita”. La verità è il contenuto della nostra fede e la nostra fede è Cristo.
Avere una fede senza Cristo, o cambiare fede in Cristo, è non avere semplicemente fede.
Cristo non muta, non cambia, non si trasforma, non diviene un altro, non si annulla, non svanisce, e così dicasi anche della fede.
Questo vuol dire che il contenuto della nostra fede deve essere solo Cristo, tutto Cristo. Niente che non è Cristo, può essere assunto come contenuto della nostra fede.
Tutto bisogna conoscere a partire da Lui; tutto compiere osservando Lui, ascoltandolo; tutto realizzare imitando Lui e quindi conoscendolo in ogni sua parola, gesto, opera. Anche il suo silenzio deve essere per noi ammaestramento.
Ridurre la fede, o la verità di Cristo, a sola antropologia, anche santa, è cadere dalla fede.
Ridurre la fede a sola morale senza Cristo, è cadere dalla fede, è perdere la fede.
Volere il bene dell’uomo, o predicare solo il bene dell’uomo, è cadere dalla fede, perché è abbandonare Cristo Gesù.
Tutto è Cristo, tutto è in Cristo, tutto è da Cristo, tutto è per Cristo, tutto è con Cristo, che è uno e lo stesso ieri, oggi, sempre.
Poiché Cristo non cambia, non può cambiare neanche la nostra relazione con Dio e con gli uomini.
Ogni relazione con Dio e con gli uomini è vera se è stabilita in Cristo, con Cristo, per Cristo; se scaturisce dalla fede in Cristo e porta alla fede in Cristo Gesù.
Cristo Gesù è la verità di ogni cosa, di ogni relazione, di ogni vita, ma è la verità in Lui e con Lui, per Lui e da Lui, non senza di Lui.
Molti uomini di Chiesa hanno oggi rotto questa unità. Hanno lasciato Cristo per l’uomo. Sono senza vera fede in Cristo per l’uomo.
L’uomo che essi servono non è l’uomo secondo la fede, perché non è l’uomo secondo Cristo.
Tutti costoro lavorano invano, inutilmente; lavorano per il peccato, dal momento che tutto ciò che non viene dalla fede è peccato. Lavorano ma non per dare Cristo; lavorano, ma lasciando l’uomo nel suo peccato, nella sua morte spirituale; lavorano, ma non aprono all’uomo le porte della verità, della carità, della speranza che sono in Cristo Gesù. Lavorano per la morte di un uomo che loro lasciano nella morte.
A questa inutilità, vanità, peccato si può ovviare, solo se si crede fermamente nel principio enunciato e cioè che Cristo e fede sono una cosa sola, che Cristo e verità sono una cosa sola, che Cristo e salvezza sono una cosa sola. Chi separa e chi divide lavora per la morte di un uomo che è già nella morte.
[9]Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono.
Si è detto che Cristo e fede sono una cosa sola, perché Cristo e verità sono una cosa sola, come Cristo e Parola sono una cosa sola.
L’enunciato dottrinale di questa verità è il seguente: ogni introduzione di una qualsiasi altra idea, o pensiero, o desiderio, o volontà nella Parola di Cristo Gesù è dottrina diversa e peregrina.
Così anche: ogni eliminazione, anche di una sola parola, dalla Parola di Cristo, costituisce il nostro insegnamento dottrina diversa e peregrina.
Inoltre: ogni identificazione di una qualsiasi comprensione del pensiero di Cristo con il pensiero di Cristo, anche questa è da considerarsi dottrina diversa e peregrina.
Infine: l’insegnamento parziale della Parola di Cristo anche questo è da considerarsi dottrina diversa e peregrina.
Chi fa una di queste cose non insegna la retta fede, non annunzia la santa verità di Cristo Gesù.
Grazia di Dio è anche e soprattutto la verità che Dio ha fatto risplendere nei nostri cuori per mezzo del Vangelo che ci è stato annunziato.
La purezza del Vangelo salva; la trasformazione del Vangelo costituisce lo stesso Vangelo trasformato dottrina diversa e peregrina.
La verità che l’Autore introduce in questo versetto 9 è questa: l’Antica Legge con Cristo è finita per sempre. Essa non ha spazio nel Vangelo. Riportarla è rinnegare Cristo e la sua Verità, la sua Parola.
L’Antica Legge faceva questioni di cibi e di bevande. Il Vangelo fa questione non di cibo, né di bevanda, ma di purezza del cuore, della mente, dello spirito, dell’anima.
Il Vangelo fa questione di rinnovamento spirituale dell’uomo, perché sia abolito dal suo cuore e dal suo corpo ogni imperfezione morale, che è data dalla trasgressione della Parola di Gesù Signore.
Il Vangelo abolisce per sempre l’antica legislazione sui cibi mondi e immondi. Ognuno mangi secondo quello che può mangiare e nella misura in cui lo può mangiare. Con Cristo ogni cibo è mondo se l’uomo lo può mangiare, è vizio se non lo può mangiare e lo mangia ugualmente. Non è però il cibo che mangia che lo rende colpevole dinanzi a Dio, bensì la virtù della temperanza che lui non vive. Lo rende colpevole, non impuro; lo costituisce peccatore, non impuro, o immondo.
Il Vangelo, una volta annunziato, subisce l’attacco di ogni dottrina diversa e peregrina. Tutti si servono di un Vangelo trasformato per il loro tornaconto, ma non per piacere a Cristo Gesù.
È grave responsabilità del cristiano guardarsi, stare attento, vigilare perché nessuna dottrina diversa e peregrina si introduca nella sua mente e nel suo cuore.
Il tradimento, o il rinnegamento della verità del Vangelo è tradimento e rinnegamento di Cristo Gesù.
Anche San Paolo, nella Lettera ai Romani ribadisce la stessa verità: “Il Vangelo (o Regno di Dio) non è questione di cibo e di bevanda, ma di pace e gioia nello Spirito Santo”.
[10]Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo.
Altra mirabile unità tra fede e Cristo, fede ed Eucaristia.
Chi ha il diritto di mangiare l’Eucaristia? Chi professa la retta fede in Cristo Gesù.
Chi non professa la retta fede in Cristo non può mangiare Cristo Eucaristia, perché mangiare Cristo Eucaristia è mangiare Cristo per divenire nel mondo verità di Cristo, santità di Cristo, Parola di Cristo, Vangelo di Cristo, sacrificio di Cristo. In una parola: per divenire Cristo.
Se i Destinatari ritornano al servizio del Tabernacolo, cioè ritornano nella loro Antica Legge, devono essere anche esclusi dall’Eucaristia, dall’Altare della Nuova Alleanza.
Chi serve la Nuova Alleanza non può essere più a servizio dell’Antica. E chi serve l’Antica, di certo non può accostarsi contemporaneamente alla Nuova e gustare il Nuovo Cibo della Vita che Dio ha bandito per noi.
Non c’è spazio per il sincretismo nella nostra fede. Non c’è spazio per la doppia “verità”, non c’è neanche spazio per una qualsiasi altra trasformazione della Parola del Vangelo.
Ogni sincretismo, di qualsiasi natura, è vero rinnegamento di Cristo, della sua Parola, del Suo Vangelo.
Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. Il Vangelo è lo stesso ieri, oggi e sempre. La fede è la stessa ieri, oggi e sempre. La verità è la stessa ieri, oggi e sempre.
Cristo è uno, la verità è una, la fede è una, il Vangelo è uno, la grazia è una, la Parola è una. Tutto è uno e quest’uno deve essere lo stesso ieri, oggi e sempre.
Ogni alterazione dell’uno, o nell’uno è un’alterazione in Cristo.
Un Cristo alterato, trasformato, ogni sincretismo in Cristo è travisamento di Cristo, è cambiamento di Lui e lo fa non essere più lo stesso ieri, oggi e sempre. Questo Cristo, frutto di sincretismo e di incontro di dottrine diverse e peregrine, non è il Cristo di Dio. Questo Cristo non dona salvezza. Questo Cristo non serve all’uomo.
[11]Infatti i corpi degli animali, il cui sangue vien portato nel santuario dal sommo sacerdote per i peccati, vengono bruciati fuori dell'accampamento.
In questo versetto 11 viene ricordato l’antico rito dell’espiazione dei peccati. Ecco come viene descritto dal Levitico:
Lev 16.1-34: “Il Signore parlò a Mosè dopo che i due figli di Aronne erano morti mentre presentavano un'offerta davanti al Signore. Il Signore disse a Mosè: Parla ad Aronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull'arca; altrimenti potrebbe morire, quando io apparirò nella nuvola sul coperchio.
Aronne entrerà nel santuario in questo modo: prenderà un giovenco per il sacrificio espiatorio e un ariete per l'olocausto. Si metterà la tunica sacra di lino, indosserà sul corpo i calzoni di lino, si cingerà della cintura di lino e si metterà in capo il turbante di lino. Sono queste le vesti sacre che indosserà dopo essersi lavato la persona con l'acqua.
Dalla comunità degli Israeliti prenderà due capri per un sacrificio espiatorio e un ariete per un olocausto. Aronne offrirà il proprio giovenco in sacrificio espiatorio e compirà l'espiazione per sé e per la sua casa.
Poi prenderà i due capri e li farà stare davanti al Signore all'ingresso della tenda del convegno e getterà le sorti per vedere quale dei due debba essere del Signore e quale di Azazel. Farà quindi avvicinare il capro che è toccato in sorte al Signore e l'offrirà in sacrificio espiatorio; invece il capro che è toccato in sorte ad Azazel sarà posto vivo davanti al Signore, perché si compia il rito espiatorio su di lui e sia mandato poi ad Azazel nel deserto.
Aronne offrirà dunque il proprio giovenco in sacrificio espiatorio per sé e, fatta l'espiazione per sé e per la sua casa, immolerà il giovenco del sacrificio espiatorio per sé. Poi prenderà l'incensiere pieno di brace tolta dall'altare davanti al Signore e due manciate di incenso odoroso polverizzato; porterà ogni cosa oltre il velo. Metterà l'incenso sul fuoco davanti al Signore, perché la nube dell'incenso copra il coperchio che è sull'arca e così non muoia. Poi prenderà un po’ di sangue del giovenco e ne aspergerà con il dito il coperchio dal lato d'oriente e farà sette volte l'aspersione del sangue con il dito, davanti al coperchio.
Poi immolerà il capro del sacrificio espiatorio, quello per il popolo, e ne porterà il sangue oltre il velo; farà con questo sangue quello che ha fatto con il sangue del giovenco: lo aspergerà sul coperchio e davanti al coperchio. Così farà l'espiazione sul santuario per l'impurità degli Israeliti, per le loro trasgressioni e per tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda del convegno che si trova fra di loro, in mezzo alle loro impurità. Nella tenda del convegno non dovrà esserci alcuno, da quando egli entrerà nel santuario per farvi il rito espiatorio, finché egli non sia uscito e non abbia compiuto il rito espiatorio per sé, per la sua casa e per tutta la comunità d'Israele.
Uscito dunque verso l'altare, che è davanti al Signore, compirà il rito espiatorio per esso, prendendo il sangue del giovenco e il sangue del capro e bagnandone intorno i corni dell'altare. Farà per sette volte l'aspersione del sangue con il dito sopra l'altare; così lo purificherà e lo santificherà dalle impurità degli Israeliti.
Quando avrà finito l'aspersione per il santuario, per la tenda del convegno e per l'altare, farà accostare il capro vivo. Aronne poserà le mani sul capo del capro vivo, confesserà sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li riverserà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, lo manderà via nel deserto. Quel capro, portandosi addosso tutte le loro iniquità in una regione solitaria, sarà lasciato andare nel deserto.
Poi Aronne entrerà nella tenda del convegno, si toglierà le vesti di lino che aveva indossate per entrare nel santuario e le deporrà in quel luogo. Laverà la sua persona nell'acqua in luogo santo, indosserà le sue vesti e uscirà ad offrire il suo olocausto e l'olocausto del popolo e a compiere il rito espiatorio per sé e per il popolo. E farà ardere sull'altare le parti grasse del sacrificio espiatorio. Colui che avrà lasciato andare il capro destinato ad Azazel si laverà le vesti, laverà il suo corpo nell'acqua; dopo, rientrerà nel campo.
Si porterà fuori del campo il giovenco del sacrificio espiatorio e il capro del sacrificio, il cui sangue è stato introdotto nel santuario per compiere il rito espiatorio, se ne bruceranno nel fuoco la pelle, la carne e gli escrementi. Poi colui che li avrà bruciati dovrà lavarsi le vesti e bagnarsi il corpo nell'acqua; dopo, rientrerà nel campo.
Questa sarà per voi una legge perenne: nel settimo mese, nel decimo giorno del mese, vi umilierete, vi asterrete da qualsiasi lavoro, sia colui che è nativo del paese, sia il forestiero che soggiorna in mezzo a voi. Poiché in quel giorno si compirà il rito espiatorio per voi, al fine di purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al Signore.
Sarà per voi un sabato di riposo assoluto e voi vi umilierete; è una legge perenne. Il sacerdote che ha ricevuto l'unzione ed è rivestito del sacerdozio al posto di suo padre, compirà il rito espiatorio; si vestirà delle vesti di lino, delle vesti sacre. Farà l'espiazione per il santuario, per la tenda del convegno e per l'altare; farà l'espiazione per i sacerdoti e per tutto il popolo della comunità.
Questa sarà per voi legge perenne: una volta all'anno, per gli Israeliti, si farà l'espiazione di tutti i loro peccati. E si fece come il Signore aveva ordinato a Mosè.
È giusto chiedersi perché l’Autore ricorda questo antico rito secondo il quale si doveva “portare fuori del campo il giovenco del sacrificio espiatorio e il capro del sacrificio”.
Lo ricorda per insegnare ai Destinatari della Lettera l’unica e sola verità su cui sta insistendo da sempre in questo suo scritto, cioè che Gesù è vero, sommo, eterno sacerdote della Nuova Alleanza. Gesù però non è solo sommo ed eterno Sacerdote, è anche la vittima di espiazione. Lui è l’offerente e l’offerta insieme. È questa la verità che lui vuole ricordare. La ricorda nel versetto seguente e per questo vuole che essi vadano con la mente a ciò che veniva fatto nell’Antica Alleanza.
La modalità del Sacrificio è la stessa. Chi cambia è il Sacerdote che diviene anche vittima sacrificale. È Lui il nostro sangue dell’Alleanza ed è anche Lui che lo asperge.
Si può leggere ora con maggiore comprensione il v. 12:
[12]Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città.
Gesù, quale sommo, eterno, unico sacerdote della Nuova Alleanza, offrì anche Lui il sacrificio di espiazione al Signore.
Offrì se stesso, il proprio sangue, il proprio corpo. Si fece Lui vittima di espiazione per i peccati di molti.
Anche Lui, come il sommo sacerdote dell’Antica Alleanza, ha offerto il sacrificio fuori della porta della città. Non in Gerusalemme, ma fuori Gerusalemme, sul monte Calvario, o Golgota.
La similitudine con l’Antico Patto è locale, si riferisce solo al fatto che Gesù offrì se stesso fuori della porta della città. Altre similitudini non ne esistono.
Non esistono perché Cristo Gesù è nello stesso tempo Sacerdote e Sacrificio, Altare e Vittima, Offerente e Offerta.
L’altra peculiarità del sacrificio di Cristo la conosciamo: Gesù offre se stesso una sola volta, una volta per tutte, per sempre.
Anche i frutti del sacrificio di Cristo sono differenti: essi ottengono la purificazione della coscienza da ogni peccato.
L’Autore si preoccupa di dire che Gesù ha offerto anche Lui il suo sacrificio fuori della porta della città, perché non vuole che nei suoi Destinatari vi sia, o vi rimanga qualche dubbio.
Il dubbio, specie nella fede, è arma di cui spesso si serve il diavolo per trascinare dalla retta fede i credenti. Non occorrono grandi dubbi, a volte ne basta uno solo e persino piccolo.
Ricordiamo che la tentazione nel Paradiso Terrestre, la prima tentazione, iniziò proprio con la formulazione di un dubbio.
Questo piccolo stratagemma è bastato, perché Eva iniziasse a discorrere con satana e da questi venire travolta.
Diviene allora buona regola di fede non lasciare alcuna incertezza nelle verità della rivelazione. Tutto deve essere meticolosamente precisato, puntualizzato, chiarito, illuminato, specificato.
Niente deve essere lasciato senza risposta. Poiché il sommo sacerdote dell’Antica Alleanza sacrifica l’animale fuori delle porte della città, qualcuno avrebbe potuto pensare che Cristo questo non lo avesse fatto e per questa ragione avrebbe potuto iniziare a dubitare del suo vero sacerdozio, o della sua vera offerta. Naturalmente si parla e si discute con persone che vengono dall’Antica Alleanza e che hanno una fede radicata in ritualità e formulazioni che spesso imbrigliano e imprigionano la stessa libertà della verità e della fede.
Altro invece è il modo di rapportarsi con persone che nulla conoscono dell’Antico Patto. Per costoro è sufficiente affermare la verità, annunziare il mistero.
Tuttavia è giusto che in ogni manifestazione della retta fede, per quanto sia possibile ci si impegni perché nessun dubbio, di nessun genere sorga nella mente di coloro che sono i destinatari del nostro annunzio, del nostro ammaestramento, del nostro insegnamento.
Dal dubbio all’abbandono e alla negazione della verità il passo è assai breve.
[13]Usciamo dunque anche noi dall'accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, [14]perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura.
Ciò che ha fatto Cristo, ogni uomo è chiamato a farlo. Ogni uomo è invitato ad uscire fuori dell’accampamento, andare verso Cristo, portando il suo obbrobrio, cioè la nostra obbedienza a Dio Padre, e compiere anche noi il nostro sacrificio, la nostra offerta, il nostro olocausto.
Dobbiamo uscire fuori della città di questo mondo, portando ognuno la croce della propria vocazione e dell’obbedienza perfetta al Signore, perché questa è la via per andare incontro al Signore e raggiungerlo nel regno dei cieli, nella città futura, in Paradiso.
Il cristiano non ha abitazione stabile e duratura su questa terra. Questa terra è per il cristiano solo luogo di transito, di passaggio.
Egli è chiamato alla Patria eterna e per questo deve uscire dalla città di questo mondo, se vuole raggiungere la città del Cielo.
Ma deve uscire portando la croce di Cristo, fatta divenire però sua propria croce.
Come diviene la croce di Cristo croce del cristiano? In un solo modo: ascoltando la sua Parola e compiendola in ogni sua parte, incarnandola e trasferendola interamente nella nostra particolare, personale vocazione.
Il sacrificio di Cristo prima che nel corpo è sacrificio dello spirito, della volontà, dei pensieri, della mente, del cuore, di ogni sentimento e desiderio.
Anche quello del cristiano deve essere prima di tutto sacrificio della volontà e la volontà si sacrifica al Padre rinunciando alla propria e assumendo quella divina come nostra unica volontà di azione e di operazione.
Poiché la volontà di Dio è particolare su ogni persona, ognuno di noi ha la sua particolare obbedienza, la sua specifica testimonianza, il suo individuale cammino per uscire dalla città della terra e dirigersi verso quella del cielo.
Il cristiano è chiamato a riprendere il cammino della speranza. La sua patria è nei cieli. Questa verità mai dovrà uscire dal suo cuore, dalla sua mente. Verso la patria celeste si cammina realizzando e compiendo ogni Parola di Cristo Gesù, che è Parola e manifestazione della volontà del Padre. Quando il cristiano perde questa certezza di fede, questa suprema verità, egli non è più cristiano, perché ha tradito e rinnegato la sua vocazione.
Il cristiano ha una vocazione eterna. Egli è vero cristiano finché rimane nella vocazione e finché giorno per giorno la compie nella sua vita. Se smette di compiere e di realizzare la propria vocazione, egli smette anche di essere cristiano. Lo è ontologicamente, non lo è vitalmente, operativamente.
La vocazione si realizza però portando sulle proprie spalle la croce dell’obbedienza personale al Signore Dio nostro. Dobbiamo fare tutto come lo ha fatto Cristo Gesù.
In Lui anche noi dobbiamo offrire fuori le porte della città il nostro sacrificio per poter entrare nella città eterna.
È verità: il cristiano non ha, non può avere, non deve avere su questa terra città stabile e duratura, abitazione permanente.
Questa speranza deve creare nei cuori ogni buon amministratore delle cose di Dio, ogni evangelizzatore, ogni buon cristiano.
Questa speranza veramente è l’essenza della nostra fede ed è verità primaria, fondamentale di essa. Tanto da poter dire che chi non ha questa speranza viva nel suo cuore, ha smesso di essere vero discepolo di Cristo Gesù.
[15]Per mezzo di lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.
La lode che il Signore chiede ad ogni credente in Lui è la confessione della sua Signoria sopra ogni carne. Confessione che si fa non tanto con le parole – anche con queste – ma essenzialmente e principalmente con la testimonianza di una obbedienza a prova di ogni tentazione. Ecco cosa ci insegna la Scrittura:
Sal 49,1-23: “Salmo. Di Asaf. Parla il Signore, Dio degli dei, convoca la terra da oriente a occidente. Da Sion, splendore di bellezza, Dio rifulge. Viene il nostro Dio e non sta in silenzio; davanti a lui un fuoco divorante, intorno a lui si scatena la tempesta. Convoca il cielo dall'alto e la terra al giudizio del suo popolo: Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l'alleanza offrendo un sacrificio.
Il cielo annunzi la sua giustizia, Dio è il giudice. Ascolta, popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te, Israele: Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici; i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti. Non prenderò giovenchi dalla tua casa, né capri dai tuoi recinti. Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna.
Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all'Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria. All'empio dice Dio: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle? Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno. Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre. Hai fatto questo e dovrei tacere? forse credevi ch'io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati.
Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.
Os 14.1-10: “Samaria espierà, perché si è ribellata al suo Dio. Periranno di spada, saranno sfracellati i bambini; le donne incinte sventrate. Torna dunque, Israele, al Signore tuo Dio, poiché hai inciampato nella tua iniquità.
Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: Togli ogni iniquità: accetta ciò che è bene e ti offriremo il frutto delle nostre labbra. Assur non ci salverà, non cavalcheremo più su cavalli, né chiameremo più dio nostro l'opera delle nostre mani, poiché presso di te l'orfano trova misericordia.
Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore, poiché la mia ira si è allontanata da loro. Sarò come rugiada per Israele; esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell'olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano.
Efraim, che ha ancora in comune con gl'idoli? Io l'esaudisco e veglio su di lui; io sono come un cipresso sempre verde, grazie a me si trova frutto. Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda; poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v'inciampano.
Dai testi riportati dall’Antico Testamento il sacrificio di lode che il Signore gradisce, anzi desidera è il completo abbandono del peccato, con la trasgressione dei comandamenti.
Questo sacrificio è la purificazione da ogni peccato, per vivere in santità e giustizia dinanzi a Lui e ai fratelli.
Non è certamente sacrificio di lode il dire la sua gloria, o la sua lode e poi vivere come se Lui non fosse il nostro Dio, il nostro Signore, il nostro Redentore, cui è dovuta ogni obbedienza.
Confessare il nome di Dio è riconoscerlo Signore e Padre della nostra vita, cui la vita va offerta e sacrificata proprio in sacrificio di lode a Lui.
Il sacrificio della lode non è allora la preghiera. Anche la preghiera può essere sacrificio di lode. Lo è, se è richiesta di aiuto, invocazione di più grande grazia, perché solo la divina volontà sia fatta.
Vero sacrificio di lode è la preghiera di Gesù nel Getsemani, quando lui chiede al Padre che solo la sua volontà sia fatta.
Chiedendo al Padre che si compia la volontà celeste nella sua carne mortale, Egli ha iniziato ad offrire il suo sacrificio, il sacrificio della lode. Perché vera lode al Signore è l’offerta della propria volontà, prima che l’offerta del corpo, che è la conseguenza del sacrificio dell’offerta della propria volontà a Dio. Il dono della volontà a Dio diviene però sacrificio di lode se è perennemente accompagnato dal dono del proprio corpo. Altrimenti anche la preghiera diviene una parola vana. Tutto è vano presso Dio di quanto non è riempito del compimento della sua volontà. Il compimento della volontà di Dio dona verità ad ogni nostra parola, gesto, comportamento, relazione.
[16]Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.
Cristo Gesù ha donato tutto se stesso al Padre, compreso il suo corpo, che ha lasciato che fosse appeso alla croce per noi.
Di altro Lui non aveva niente su questa terra. Niente aveva, niente era in grado di donare, se non se stesso e ogni ricchezza spirituale di cui era ricolmo il suo cuore, la sua anima, il suo spirito, tutto se stesso.
Il cristiano invece – non tutti naturalmente – possiede anche beni di questo mondo, della terra.
Se dona il suo corpo in sacrificio al Signore, deve anche poter o volere dare ogni altra cosa. Anche dei beni che possiede deve offrire un sacrificio al Signore. Come lo offre? Facendone partecipi i più poveri, i più bisognosi, quelli che non hanno nulla, se non la nostra carità per vivere.
Sarebbe un cristiano veramente strano, se offrisse al Signore il sacrificio vero della lode offrendo il suo corpo in Cristo per la propria santificazione e la glorificazione di Dio e anche per amore della salvezza dei fratelli e poi si astenesse dal rendere partecipi i bisognosi delle proprie sostanze.
Sarebbero un cristianesimo totalmente falso, se si facesse consistere il sacrificio della lode in una preghiera senza offerta del proprio corpo e senza rendere partecipi dei propri beni i più bisognosi e i poveri della terra.
Il cristianesimo è offerta di tutto ciò che si è e che si possiede. Lo si offre a Dio, perché sia Lui a fare ciò che vuole.
Questo sacrificio di vera lode al Signore produce per noi un vero frutto di santificazione e quindi di vera eredità eterna.
Ci priviamo del corpo, della volontà, dei pensieri, delle cose che appartengono al mondo, ma per essere rivestiti pienamente del cielo e delle sue realtà divine.
Questo è lo scambio cui il Signore ci chiama. Con Cristo ha operato lo stesso scambio. Cristo ha dato al Padre un corpo di carne, il Signore glielo ha restituito di spirito, glielo ha dato incorruttibile e immortale, nella gloria.
Con noi farà la stessa cosa. Noi gli offriremo il nostro corpo e le cose di cui godiamo su questa terra ed Egli compirà la nostra perfetta purificazione, liberandoci da ogni peccato e preparandoci per ricevere in eredità la gloria eterna.
Dio vuole da noi un sacrificio totale, completo, perfetto, di tutto ciò che appartiene alla terra: corpo e beni materiali. Quando questo sacrificio totale viene offerto, il cristiano entra nella perfezione della sua offerta, del suo sacrificio, della sua lode a Dio. Entra nella perfezione dell’amore verso il prossimo, che deve essere reso partecipe dei beni che si possiedono.
Con questo sacrificio totale il cristiano non fa l’opzione fondamentale per i poveri della terra. Decide di divenire lui stesso povero, ad imitazione di Cristo Gesù, il più povero tra i poveri del Signore, affidato da Dio al nostro amore, alla nostra compassione e misericordia, alla nostra elemosina per avere un tozzo di pane di che sfamarsi oggi per oggi.
Nella carità, che si fa partecipazione e condivisione, vi è la perfetta imitazione di Cristo Gesù. Dio gradisce e benedice l’uomo di carità.
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1/16/2012 11:21 PM
 
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