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La Bibbia è credibile?

Ultimo Aggiornamento: 10/04/2018 12.33
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17/08/2010 13.05
 
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Chi ha ragione: la Bibbia o la scienza?

Se la Bibbia è ispirata dal Signore questo vuol dire che tutto ciò che c’è scritto è vero e, dal momento che, nella nostra civiltà, nella nostra mentalità, è vero tutto ciò che è logico, coerente e verificabile sperimentalmente ci aspettiamo che anche la Bibbia sia così. Se poi la andiamo a leggere, senza alcun aiuto, da soli, cominciamo a venir colti prima da stupore e poi da parecchi dubbi perché la Bibbia si dimostra invece illogica, incoerente e alle volte anche in disaccordo rispetto alle scoperte della scienza. Qualcuno ha anche scritto un libro partendo partendo proprio da questi presupposti, il risultato è però, alla meglio, un grosso abbaglio. Un abbaglio che nasce, in buona o in mala fede, dall’ignorare tutta l’esegesi (esegesi significa interpretazione di un testo sacro o giuridico) cattolica dei testi sacri e che cosa significa che essi siano stati ispirati da Dio. La Bibbia non è un testo scientifico, le scoperte e le ricerche scientifiche sono tese a capire come funziona il mondo e poi, con le ricadute tecniche, a darci degli strumenti da usare nelle nostre vite. Il mezzo di comunicazione che usiamo adesso, quello su cui mi potete leggere nasce proprio da questo: da una ricerca scientifica e da una ricaduta tecnica di quella ricerca. La Bibbia invece è un libro che parla della nostra vita, della nostra vita personale ed è per questo che è come la nostra vita personale: illogica, incoerente e del tutto al di là di ogni verifica sperimentale. Intendiamoci, i testi sacri sono stati e sono ancora studiati dal punto di vista storico, e si sono scoperte quelle che sono le naturali contaminazioni che si ritrovano nella formazione di qualunque testo di questo tipo (per cui i miti e le culture con cui un popolo viene in contatto finiscono con l’influenzare anche la vita di quel popolo), ma tutto questo ha un valore di scoperta storica, scientifica, non toglie nulla al valore che la Bibbia, come testo ispirato da Dio, ha per la nostra vita. Si può discutere, dal punto di vista storico, se la fuga degli ebrei dall’Egitto c’è stata e in che modo ed è indubbiamente interessante, ma nessuna scoperta o teoria storica può togliere nulla al valore che il racconto dell’Esodo ha per la nostra vita. Il popolo in schiavitù siamo noi, la nostra vita, il Faraone è il peccato, Satana, che ci tiene in schiavitù. Per liberare la nostra vita dal Faraone possiamo anche provare la prima via che tentò Mosè, cioè quella della violenza, ma non otterremo nulla, dobbiamo prima fare l’incontro col roveto ardente e poi affidarci a Lui, totalmente, anche coi nostri dubbi e Lui allora ci starà accanto e ci mostrerà come liberarci dalla schiavitù del Faraone. Non sarà un percorso semplice, non sarà un colpo di bacchetta magica a salvarci, ma prima Mosè dovrà scontrarsi coi maghi del Faraone, poi verranno le piaghe che flagelleranno l’Egitto, ma il Faraone non lascerà andare il popolo, non fino all’ultima. E poi il popolo partirà prendendo con sé l’essenziale, ma il Faraone cambierà idea e tornerà alla carica. Dio però sarà sempre al fianco del popolo e non gli mostrerà la via più breve, ma prima della Terra Promessa (la pace e la serenità a cui ognuno di noi aspira) ci saranno quarant’anni nel deserto, ci sarà il vitello d’oro e le mormorazioni del popolo contro Dio, ci sarà la manna e le quaglie, fino ai combattimenti per entrare nella Terra Promessa. Ecco allora come tutto questo racconto diventa il racconto della nostra vita, il racconto che mostra il senso della nostra vita e che ci mostra la strada, facendoci vedere quanto sia vicino al nostro vissuto, alla nostra realtà. Ecco perché diciamo che è ispirato da Dio, perché è vero non nell’ordine della scienza, ma in quello del nostro cuore, della nostra vita. Ecco perché è Parola di Dio, perché è parola che è fatto, fatto concreto e che parla al nostro cuore, al cuore proprio di ciascuno di noi, come solo un Padre che ci conosce e ci ama può fare. Allora Bibbia e scienza hanno ragione entrambe e, in alcun modo, sono in contrapposizione, perché parlano linguaggi diversi e descrivono realtà diverse.

 



[Modificato da Coordinatrice 16/02/2011 21.58]
16/02/2011 21.55
 
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Nella sezioni sotto linkate abbiamo inserito una serie di video  e di testi che cercano di ricostruire molti eventi descritti nella Bibbia
e che trovano riscontri anche nella ricerca archeologica
:


L'ARCHEOLOGIA e LA BIBBIA (video)

ARCHEOLOGIA e BIBBIA (testi)

[Modificato da Credente. 11/07/2014 16.06]
16/02/2011 21.56
 
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É verosimile la storia del pesce che inghiottì GIONA?
Articolo tratto dal periodico "LE CEP" n° 17
Il "segno" del profeta Giona e le sue conferme moderne.

Poche storie della Bibbia sono state oggetto di critiche ostili quanto quella di Giona e della "balena". Nella sua
franca ingenuità, la si legge come una favola. Il solo pensiero che un uomo potrebbe essere inghiottito da un
pesce e sopravvivere è così inverosimile alla nostra esperienza quotidiana che sembra un´assurdità contro cui
siamo sempre pronti ad accogliere delle prove. Ma c´è probabilmente anche un´altra ragione, più sottile.
Quando Thomas Hobbes di Malmesbury, che tentò di fondare tutte le virtù sull´egoismo, afferma che la pietà
consiste nell´immaginare ciò che noi stessi sentiremmo se fossimo nella situazione di suscitare pietà, egli tocca
un istinto naturale indubitabile. Pietà a parte, noi non possiamo evitare di metterci al posto di Giona, in quella
situazione orribile anche per l´immaginazione. Di conseguenza, la storia è sovente ridotta allo statuto di mito
pedagogico, o, per i più credenti, ad un miracolo verificatosi una volta grazie all´intervento divino e che,
speriamo, non si riprodurrà mai più.
Questi punti di vista richiedono una valutazione. Se il Modernismo esige che la Rivelazione sia testata
scientificamente, è evidente che la scienza utilizzata dovrebbe anch´essa essere al di sopra di ogni sospetto.
Quando una tale avventura è registrata in un testo serio come un fatto inserito tra una serie di avvenimenti
storici, essa merita d´essere trattata seriamente; non affidandosi alle impressioni o al sentimento, ma ricorrendo
ai testi razionali della fisiologia e della storia. Scopo di questo articolo, è di valutare l´avventura di Giona in
questo modo.
Ma prima bisogna, per chiarezza, esaminare più da vicino l´obiezione abituale che si tratta di un avvenimento
miracoloso, dunque impossibile. Con ciò, si vuol senza dubbio dare ad intendere che esso era dovuto a un
intervento divino che violava le leggi della natura. Questo richiede una distinzione che sarà bene tenere a
mente. Se il miracolo, nel suo senso comune, presuppone l´intervento divino -il che è indispensabile se esso è
veramente scritturale- questo intervento divino può nondimeno esercitarsi in due maniere differenti. Non c´è
forzatamente violazione delle leggi naturali. Esso può utilizzare sia delle leggi naturali ancora ignote o, se sono
conosciute, che restano al di fuori della portata dei poteri umani, sia delle leggi di Dio che trascendono le leggi
naturali che Lui ha promulgato.
La rivolta moderna contro il miracoloso è probabilmente diretta soprattutto contro l´intervento divino contrario
alla natura. Da là questa tendenza a spiegare il miracoloso con l´impiego di forze naturali sconosciute all´uomo
-ed è evidente che ne esistono molte- o inaccessibili ai suoi poteri. Ma bisogna pur comprendere che ogni
tentativo di includere questi miracoli, questi "segni" o "poteri" nei limiti delle leggi naturali e di trattarli come
degli interventi provvidenziali non esclude affatto il miracolo nel senso specifico di un intervento divino diretto.
La Scrittura riconosce chiaramente i due casi.
Sembra qui che si abbia a che fare con un miracolo in senso largo. Quando in un linguaggio adattato per la sua
semplicità ai lettori di queste prime testimonianze, il racconto biblico dice "il Signore ha preparato un grande
pesce"; "il Signore ha parlato al pesce", esso ignora le cause seconde e attribuisce al Creatore un controllo
diretto -in questo senso miracoloso- sulle sue creature marine.
Ciò è in armonia con i diversi esempi nel Vangelo che mostrano Nostro Signore esercitare un potere simile sui
pesci. Nei due casi, sono chiaramente delle forze naturali ad essere messe in opera, ma in un modo miracoloso
giacché sfuggono totalmente ai poteri umani.
Passiamo ora all´applicazione dei due test già menzionati cominciando da quello fisiologico.
Il grosso pesce in questione doveva essere un capodoglio, una specie che abita le acque meridionali in cui
Giona viaggiava e che si incontra in tutti i mari tropicali e subtropicali, che d´estate può risalire fino alle
Shetland ed anche in Islanda. Il capodoglio si distingue dalla balena o dal misticeto dei mari settentrionali per i
denti sulla sua mascella inferiore (in luogo di un fanone) che si adattano agli alveoli della mascella superiore.
Esso raggiunge una taglia enorme che può raggiungere i 15-24 metri di lunghezza. La grossa testa appare tronca
verticalmente, e raggiunge il terzo della lunghezza del corpo.
È dunque ragionevole, in accordo con Sir John Bland Sutton, supporre per Giona un capodoglio di 18 metri
(2,70m. in meno dell´esemplare del Museo di South Kensington) con una bocca lunga 6 metri, alta 4,60 e larga
2,70. Comparata a una stanza d´abitazione, si può essere inclini ad accettare la sua stima che "una tale camera
potrebbe facilmente contenere 20 Giona in piedi". Al che è stato obiettato che un capodoglio "ha anche un
´enorme lingua". Ma questa idea viene dalla confusione abituale tra il capodoglio e la balena. È quest´ultima
che ha una lingua enorme. Herman Melville, pescatore di balene, che aveva una conoscenza unica e minuziosa
della cetologia pratica, sottolinea che il capodoglio non ha lingua o quantomeno che è molto piccola, qualcosa
che rassomiglia appena ad una lingua, molto piccola per un animale così grosso. Essa è quasi incapace di
movimento, un po´ come nell´uccello.
In ogni modo Giona non ebbe l´occasione di sperimentare la stazione eretta giacché passò rapidamente nel
ventre della balena.
È qui che si incontrano le critiche più abituali al racconto. Ancora e sempre si adduce l´impossibilità per la
semplice ragione che "l´esofago o la bocca sono troppo stretti".
Questo errore proviene ancora da una confusione con la balena che "ha una piccolissima gola e si nutre di
piccoli animaletti", "di piccoli crostacei e molluschi" che abbondano nei mari àrtici. Ma i biologi ci dicono che
generalmente "la bocca dei pesci è piccola, corta, larga... ed estensibile". Sir John Bland Sutton, nella sua
conferenza, mostra "il mangiatore nero" (Chiasmodon nigrum) "mentre mangia un pesce più grosso di lui", così
come il boa costrittore mangerà facilmente un capretto più grande della sua bocca non distesa. La balena non ha
nessuna ragione di allargare il suo esofago. Il capodoglio, invece, ha una ragione permanente: "Egli nuota con
la sua mascella inferiore pendente e la sua enorme bocca beante come una caverna sottomarina". Nulla di più
facile che esserne ingoiato!
Comunque sia, non si tratta di possibilità calcolate ma di fatti sperimentati. Il capodoglio vive essenzialmente di
polipi "i cui corpi, ben più grandi di un corpo umano, sono stati ritrovati interi nel suo stomaco". "Grandi
masse di sostanza semitrasparente, di taglia gigantesca e di forma irregolare, pezzi di seppia, blocchi massicci,
tentacoli o parti spesse come un corpo d´uomo robusto". "Balena capace di divorare grossi animali", "delle
seppie quasi elefantesche". Franck I. Bullen ha dato testimonianze visive drammatiche di battaglie titaniche
"quando un capodoglio incontra una seppia di dimensioni quasi uguali". Il gestore di una stazione baleniera
dell´estremo nord dell´Inghilterra ha dichiarato che la cosa più grossa che avevano trovato in un cetaceo era "lo
scheletro di uno squalo lungo circa 5 metri". L´obiezione della difficoltà dovuta all´esofago lo fece sorridere e
spiegò che la gola di un capodoglio può inghiottire dei bocconi di 2 metri e 40 di diametro. Alla domanda se
credeva alla storia di Giona e della balena rispose: "Certamente. È certo un miracolo che Giona sia rimasto
vivo, ma sulla possibilità che abbia potuto essere inghiottito, non può esserci alcun dubbio... Si può
ragionevolmente dubitare della sopravvivenza del profeta dopo esser stato inghiottito, ma non c´è alcun dubbio
che certe specie di cetacei possano inghiottire un uomo senza il minimo inconveniente per loro".
Ma allora, c´è stato comunque un miracolo? Ecco il nuovo punto da studiare: può un uomo sopravvivere in una
balena? La risposta sembra essere che lo può, anche se alquanto scomodo. Aveva dell´aria per respirare -un
certo tipo d´aria- che è indispensabile per permettere al cetaceo di galleggiare. Il calore doveva essere
soffocante: 40°, secondo l´opinione di un esperto, situazione dovuta "al suo strato di grasso, sovente molto
spesso ma necessario perché possa resistere al freddo dell´oceano e si senta a suo agio in ogni tempo, in tutti i
mari, epoche e maree. È per la stessa ragione che un uomo che vuole attraversare la Manica si ricopre di
grasso". Questa temperatura di forte febbre, per un essere umano, non è tuttavia fatale per la vita umana.
Ugualmente il succo gastrico doveva essere molto sgradevole, ma non mortale. L´animale non può digerire
della materia vivente, altrimenti digerirebbe il proprio stomaco.
Ma allora, quanto tempo poteva sopravvivere? "Fino alla morte per fame", stima James Bartley, opinione
fondata, come vedremo, sulla sua esperienza pratica. Questo per il test fisiologico.
Vediamo ora il secondo test, quello storico. Un´avventura così strana come quella di Giona, quasi
universalmente ritenuta unica, anche se si dimostra che non contraddice le leggi naturali, sarebbe fortemente
corroborata e chiarita se potesse essere comparata ad una situazione simile. É appunto il caso di James Bartley,
non più tardi del 1891, come lo espone Sir Francis Fox nel suo libro "Sixty-Three Years of Engineering". Ma
prima di fornire i dettagli, bisogna sottolineare che tutta la storia è stata accuratamente esaminata non solo da
Sir Francis Fox, ma da due studiosi francesi, di cui uno era M. De Parville, l´editore scientifico del "Journal
des Débats" a Parigi, "uno degli studiosi più coscienziosi e meticolosi d´Europa".
Egli conclude la sua inchiesta affermando la sua convinzione che il racconto del capitano dell´equipaggio della
baleniera inglese era degno di fede. "Esistono numerosi esempi di balene che, nella furia della loro agonia,
hanno inghiottito degli esseri umani. Ma questo è la primo esempio contemporaneo dove la vittima è uscita
sana e salva".
In seguito a questa illustrazione recente, egli dichiara: "Ho finito per credere che Giona è realmente uscito vivo
dalla balena, come dice la Bibbia".
Il miglior modo per dare le grandi linee della storia è di citare il racconto di Sir Francis Fox, con la sua
benevola autorizzazione. Nel febbraio 1891, la baleniera "Stella d´Oriente" si trovava nei pressi delle isole
Falkland quando la vedetta avvistò un grande capodoglio a 5 Km di distanza. Due scialuppe furono messe in
mare e rapidamente uno dei marinai riuscì ad arpionare l´animale. La seconda scialuppa attaccò ma fu
rovesciata da un colpo di coda e i marinai gettati in mare. Uno annegò e l´altro, James Bartley, scomparve e non
poté essere ritrovato. Il capodoglio fu ucciso e nel giro di qualche ora era issato lungo il battello dove l
´equipaggio si affaccendava, armato di asce e badili, a recuperare il grasso. Lavorarono tutto il giorno e una
parte della notte. L´indomani mattina, con un paranco, lo stomaco fu issato sul ponte. I marinai furono attirati
da qualcosa che all´interno dava spasmodici segni di vita e vi trovarono il marinaio scomparso piegato in due ed
incosciente. Egli fu allungato sul ponte e un buon secchio d´acqua lo rianimò rapidamente... Per due settimane
restò come un pazzo furioso... Alla fine della terza settimana aveva totalmente superato lo choc e riprese il suo
lavoro.
Ma lasciamolo rievocare la sua esperienza in quella circostanza. Bartley afferma che avrebbe senza dubbio
potuto vivere nella sua casa di carne fino a morire di fame, giacché egli svenne per paura e non per mancanza d
´aria. Ricorda di essere stato ribaltato dal canotto nel mare... Fu allora avvolto da una grande oscurità e sentì
che scivolava lungo un passaggio liscio che sembrava farlo avanzare. La sensazione durò poco e realizzò che
aveva molto spazio. Tastò attorno e le sue mani entrarono in contatto con una sostanza vischiosa, molle, che
sembrava contrarsi al suo tocco.
Gli venne infine in mente di essere stato inghiottito dal capodoglio... Poteva facilmente respirare, ma il caldo
era terribile. Non era tale da bruciare nè da soffocare, ma sembrava aprire i pori della sua pelle ed estrarne la
vitalità...
Le parti della pelle esposte all´azione del succo gastrico: il viso, il collo e le mani, presero una tinta da pallore
mortuario e l´apparenza della pergamena... (e) non ripresero mai più il loro aspetto naturale, (ma) per il resto,
la sua salute non parve colpita da questa terribile esperienza.
Il realismo stupefacente di questi dettagli sembra avere il sigillo della verità, anche al di fuori della verifica
dovuta all´esame scientifico meticoloso di De Parville. Ma ecco una nuova conferma con l´incidente riportato
da Sir John Bland Sutton e capitato un secolo prima a Marshall Jenkins nei mari del Sud. Il giornale "The
Boston Post Boy" del 14 ottobre 1771 riporta -"secondo una fonte incontestabile", dice- che una baleniera di
Edgartown (USA), dopo avere colpito una balena, ebbe uno dei suoi canotti morso e rotto in due dall´animale
"che prese Jenkins nella sua bocca e si immerse con lui". Tornando in superficie, la balena lo aveva espulso con
i resti del canotto rotto, "pieno di contusioni ma senza ferite serie".
Da ciascuno di questi racconti si può trarre un parallelismo almeno parziale con l´avventura di Giona. Nell
´ultimo esempio, fu la balena che restituì la sua vittima. Nel primo, c´è una similitudine cronologica molto
interessante. Bisogna osservare in questo racconto che la detenzione di James Bartley "nel capodoglio" fu
-come quella di Giona- di un giorno completo tra due notti e due parti di giorno. Cosa dice il testo? "Passarono
molte ore dopo che la balena fu stivata"; ma una parte del giorno precedente e una parte della notte erano già
state occupate a uccidere e stivare l´animale. Dopo ciò, all´alba del secondo giorno, ricominciò il lavoro. "Per
tutta una giornata e una parte della notte (la seconda notte) essi lavorarono con le loro asce e badili" al loro
compito principale. Poi, dopo questa seconda notte, "l´indomani mattina", procedettero alla tappa successiva
che portò alla liberazione dell´uomo.
Così il testo storico sembra ampliamente soddisfatto dai due casi simili, ma più recenti, di James Bartley e
Marshall Jenkins. Sussisterebbe tuttavia ancora un ostacolo alla realtà storica dell´avventura di Giona.
Adesso che l´avvenimento è confermato in maniera scientifica come del tutto possibile in sé, il racconto della
Bibbia prende il suo posto come un racconto storico ordinario che richiede d´essere sottomesso ai testi abituali
della Storia. C´è tuttavia un argomento della critica moderna che lo rigetta affermando che il Libro di Giona è
stato scritto circa 700 anni dopo i fatti. Di ciò non esiste alcuna prova, è una pura congettura. Tuttavia, poiché
questo argomento verte non solo su questo caso ma su numerose questioni di storia del passato lontano, vale la
pena di esaminare attentamente in capo a quanto tempo il trascorrere degli anni tende a viziare la verità dei
racconti storici.
Vi sono due sorgenti a partire dalle quali un autore tardivo può trarre i fatti del suo racconto: a) gli archivi
pubblici, b) la tradizione. Nei due casi la conservazione della storia sarà proporzionale alla natura sorprendente
dell´avvenimento.
a) Per quel che concerne l´esistenza di archivi primitivi, ben prima dell´epoca di Giona, la dichiarazione del
Professor A. H. Sayce, il celebre egittologo, basterà come prova. Egli scriveva, il 7 luglio 1927: "L´ipotesi
´critica´ sulla data tardiva delle opere letterarie e dei codici giuridici nell´antico Oriente è morta da tempo.
Oltre al grande codice babilonese di Hammourabi pur fondato su delle leggi sumeriche anteriori, noi abbiamo 
ora i codici siriano ed ittita, sotto le due forme primitiva e più tardiva, quest´ultima datante di circa 1400 anni
avanti Cristo.
Quanto alla letteratura, sia donne che uomini scrivevano sui loro affari quotidiani ben prima del periodo di
Abramo. Le principali città dell´Asia Minore possedevano le loro biblioteche pubbliche, e delle "cronache"
comparabili a quelle del Libro dei Re (o della Genesi) erano state compilate per i lettori "popolari" a partire
dagli annali primitivi.
Ho appena finito di tradurre alcune lettere scritte da dei membri di una "società" rappresentanti una delle
firme di Babilonia che gestiva le miniere d´argento, di rame e di piombo del Taurus, 2300 anni a.C.. Esse
provenivano dalle sponde del fiume Halys, non lontano da Cesarea in Cappadocia, ed avrebbero potuto essere
scritte oggi secondo il loro stile e il genere dei loro argomenti".
b) Anche la tradizione offre un argomento affascinante. Può una tradizione sopravvivere 700 anni? Una
generazione media, di padre in figlio, è di circa 30 anni; la generazione per i bisogni della tradizione, da nonno
a nipote, è dunque di 60 anni. Bastano dunque 12 generazioni successive per trasmettere per 700 anni qualsiasi
tradizione degna di memoria. Se l´avvenimento è sufficientemente eccezionale, la tendenza universale è di
perpetuarlo così lungo le generazioni, anche se si tratta di un fatto locale. Senza dubbio basterà un esempio
tipico.
Al limite della foresta di New Forest, nello Hampshire, esiste un "guado di Tyrrell" sul fiume Avon, e lì vicino
il villaggio di Avon Tyrrell. Pochi avvenimenti nella storia d´Inghilterra fecero più scalpore all´epoca della
morte improvvisa, accidentale (?), di Guillaume II il Rosso, nel bel mezzo della tirannia che lui stesso e il suo
padre conquistatore esercitavano. Che sia giusta o meno la credenza popolare sulla mano che scoccò la freccia,
la tradizione che era quella di Walter Tyrrell sopravvive ancora nei nomi e nelle menti della gente benché siano
trascorsi 827 anni.
Riassumiamo. Il racconto di Giona si presenta nella letteratura e nella tradizione ebraiche come un fatto storico.
Non si può contestare che i controlli ai quali è sottoposto devono essere, giustamente, i più rigorosi, esatti e
imparziali che la scienza e la storia possano offrire. Ora i test fisiologici smentiscono la pretesa impossibilità di
questa avventura. Lo studio della morfologia del capodoglio e della sua configurazione dimostra perfettamente
possibile che un uomo sia inghiottito vivo e rigettato dopo un certo tempo, e che possa sopravvivere per due o
tre giorni all´interno del cetaceo. La Storia ha mostrato che un fatto simile si è prodotto successivamente
almeno una volta. D´altronde è del tutto possibile che se ne sia conservata una memoria autentica, anche per un
periodo superiore ai 700 anni.
È evidente che tutto questo affare concerne direttamente la Cristologia. Il nostro Salvatore vi si riferisce nel
corso del Suo insegnamento più solenne. Se non era vero, allora a quale titolo lo utilizzava? Lo considerava un
´invenzione o no?
Tutto il comportamento di questo Maestro, secondo il parere di tutti, denota un rispetto assoluto della verità. È
totalmente inverosimile che Egli abbia potuto indossare una storia così unica e improbabile senza un´accurata
verifica. "Ma che sia per ignoranza o per errore" -dichiara l´argomento corrente- "che differenza fa? Egli
utilizzava questa storia ben nota semplicemente come una parabola!" Se la storia fosse impossibile, l
´argomentazione sarebbe valida. Ma una volta scartata l´impossibilità, la sua utilizzazione dal Maestro nel suo
insegnamento richiede ovviamente una ricerca più seria e profonda. Se si trattava di una parabola, quale lezione
avrebbe voluto dare? La follia della rivolta contro Dio? Il dovere del sacrificio di sé per l´avanzamento del Suo
regno? No, giacché gli scritti dell´Antico Testamento pullulano di avvertimenti su un soggetto così elementare.
In realtà, Egli stesso dichiara ciò che ha in vista. Non era una parabola ma un parallelo profetico. L´inumazione
marina e la risurrezione di Giona, avvenimento veramente unico, prefigurava un altro avvenimento ancora più
unico e capitale: "come Giona... così il Figlio dell´uomo...". Come l´avventura di Giona sotto la mano di Dio
era per i niniviti la garanzia della sua missione divina, così la risurrezione del suo grande "Controtipo" fonda il
potere e l´attrattiva del Suo Vangelo di salvezza... Quale solennità non avrà avuto il Salvatore quando
annunciava il momento cruciale della salvezza del mondo e che, con l´evocazione di un avvenimento passato,
ne garantiva uno a venire! É il metodo di questa garanzia che deve attirare tutta la nostra attenzione. Il legame
tra i due è il periodo di "tre giorni".
Nostro Signore l´ha utilizzato a più riprese come un elemento essenziale della Sua profezia sulla sorte che lo
attendeva. "In tre giorni", "il terzo giorno". Ma può essere sfuggito all´attenzione degli esegeti del Nuovo
Testamento greco che ogni menzione di questa durata è marcata da solennità come per una durata del più grave
significato. Essendo il Maestro che era, sembra inconcepibile che abbia utilizzato per un tale insegnamento
quello che sapeva non essere che un mito o una favola.
Che pensare allora dell´altra ipotesi, quella della Sua ignoranza?
Per rispondere è bene rovesciare il processo normale del ragionamento. Egli aveva in Sé una tale sovrumana
perspicacia che, profeticamente, seppe predire la Sua stessa morte e resurrezione. Come questa perspicacia
avrebbe potuto venirGli meno nel giudicare la verità della storia passata di Giona?
Altra obiezione corrente viene avanzata contro la precisione della stima di "tre giorni e notti". Si sbagliava in
questo, trattandosi di Sé? Ma se conosceva in anticipo i Giorni del suo soggiorno "nelle viscere della terra",
sarebbe follia rifiutarGli un´uguale conoscenza delle ore della sua durata, tanto più che questa era interamente
sotto il Suo Volere in quanto aveva il "potere" "di deporla e di riprenderla". Tuttavia, espresso nello stile
comprensivo dell´Oriente, Egli identifica l´imprigionamento di Giona nel passato al Suo proprio nel futuro,
tanto che, qualunque sia il numero delle ore implicato in un caso, questo numero lo è ugualmente nell´altro. L
´arma si ritorce così nelle mani del critico. L´esempio di Giona evocato da Cristo non apporta nessuna prova
della Sua ignoranza ma, al contrario, facendo il parallelo storico, Egli "parlava di ciò che conosceva e
testimoniava di ciò che aveva visto", avendo davanti a Sé la visione del passato e del futuro e conoscendo i
segreti della Natura e quelli degli ìnferi. Veramente possiamo dire che quest´uomo non era un rozzo ignorante.
In verità, Egli era il Figlio di Dio!
----------------------------------------------
[1] Professore al Queen´s College di Oxford, Ambrose J. Wilson aveva pubblicato questo articolo nel 1927 sul
Princeton Theological Rewiew (t. 25, p.630-642).
18/04/2011 22.09
 
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   Nei Vangeli vi sono affermazioni paradossali che ci fanno capire come gli apostoli, si siano limitati a raccontare i fatti com'erano, con un realismo disarmante.

   Chiunque avesse voluto costruire a tavolino la narrazione di un eroe, o di una propria dottrina, mai si sarebbe sognato di inserire tali e tanti argomenti a proprio svantaggio.

   Il fatto che nonostante ciò, il Cristianesimo si sia affermato soppiantando l'ebraismo, è un miracolo che dovrebbe destare tanta meraviglia per quanta ne desta la lettura dei Vangeli.

18/04/2011 22.11
 
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Nella genealogia di Gesù vi sono quattro donne e la storia di queste stando all’ Antico Testamento, è piena di peccati. Come potrebbe un testo manipolato, iniziare così con una sfida clamorosa?

Lo stesso comunissimo nome di Gesù, male si adatta all’eroe di una mitologia. Sarebbe stato facile cambiarlo!

Gesù riserva le sue prime apparizioni ad una donna e proprio quando la testimonianza femminile, non ha in Israele nessun valore. Perché la comunità avrebbe introdotto un particolare così imbarazzante, se non fosse vero?

Se i Vangeli fossero frutto di una comunità ricca di inventiva che li avrebbe costruiti a sua misura e secondo le sue esigenze, come si potrebbe spiegare l’esigere la Fede, sulla testimonianza di discepoli che non hanno saputo vegliare solo un’ora con il loro Maestro, che sono fuggiti nell’ora del pericolo, che l’ hanno lasciato morire nell’abbandono e nella solitudine più completa? Addirittura la colonna della Fede, Pietro, il loro capo, rinnegherà il Maestro di fronte a una serva! Un’invenzione appare molto dubbia!

Quei quattro libricini hanno fra loro discordanze che sono riprova di veridicità. Sarebbe stato molto semplice eliminarle!


Non si può scrivere una storia inventata senza che Gesù appaia Risorto a Sua Madre! Nei Vangeli invece, se ciò accadde, nessuno lo saprà mai!

Giuda Iscariota! Un personaggio come Giuda non può nascere dalla fantasia! E’ figura inquietante ed imbarazzante per la prima comunità Cristiana perché dà adito a chiedersi: Gesù non sapeva scegliersi gli Apostoli?

18/04/2011 22.13
 
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I testi dicono che Gesù, nel rimproverare le città impenitenti nelle quali aveva fatto il maggior numero di miracoli, pone anche Corazin! Eppure negli stessi testi non è riportato un solo miracolo che sia avvenuto a Corazin! Prova quindi di sincerità da parte degli evangelisti.
Ha comunque certamente ragione Giovanni l’Apostolo quando dice : "Vi sono molte altre cose compiute da Gesù che se fossero scritte una per una, penso che il mondo intero non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere".

Luca, non parlandoci nella morte di Santo Stefano né di sudore di sangue, né di calice amaro, sotto certi aspetti, descrive la morte di Stefano più coraggiosa di quella del Nazareno! Come si potrebbe simulare un fatto del genere ?

Se quello degli Evangelisti fosse stato un fantastico costrutto, sarebbe stato quanto mai improprio scegliere un anziano del sinedrio come Giuseppe d’ Arimatea affinchè mettesse a disposizione di Gesù la propria tomba. Un sinedrita pietoso, in contrapposizione ad Apostoli che abbandonano il loro Maestro. Una situazione spiritualmente scomoda per essi che testimonia reiteratamente la validità veridica di questi toccanti avvenimenti.

La presenza sul Golgota di altri due condannati avrebbe potuto distorcere l’attenzione del cristiano dalla figura morente del Messia. E questo è un rischio che nessuno avrebbe corso a dimostrazione che ciò che fu scritto circa i due ladroni, era vero.

Se davvero i Vangeli fossero creazione della comunità (dei primi cristiani), resta il grave problema di sapere perchè non c'è notizia di alcuna presa di posizione favorevole a Gesù, da parte almeno di un gruppo del popolo, cui spettava di decidere se lasciare libero Gesù o Barabba. " L'affare Barabba " appare quindi il contrario stesso di un invenzione o di una manipolazione leggendaria.

Comunque si rivolti la questione, è confermata l’ipotesi che la Predicazione che ha poi portato ai Vangeli, fosse costretta a riferire anche gli episodi più imbarazzanti. Costretta dal fatto che annunciava avvenimenti accaduti di recente, in un ambiente ostile, pieno di gente pronta a smentire se ci si fosse allontanati da una cronaca esatta degli avvenimenti.

I resoconti dei Vangeli sinottici sono concisi, freddi. Né una parola di letizia alla nascita di Gesù, né un lamento per la Sua morte. Addirittura lapidario è il Vangelo di di Marco! Sono segni di una cronaca vera!

Nulla nei Vangeli ci dice della crisi spirituale che i discepoli dovettero affrontare alla morte di Cristo. In qualsiasi altra storia, che non fosse reale, sarebbe stato naturale parlarne!

Non vi è stata mai nessuna mitologia o credenza religiosa che non abbia avuto l’impegno costante, di descrivere l’aspetto fisico del suo eroe. Qui non vi è nulla di tutto questo!

18/04/2011 22.15
 
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Ci sono argomenti che pongono la prima Chiesa di fronte a drammatici interrogativi. Si devono continuare a seguire le pratiche dell’Ebraismo?E’ necessario fare circoncidere i convertiti non Ebrei?La predicazione deve estendersi fuori di Israele?E’ ancora da praticare il riposo del sabato? Queste domande sono state causa di scontri, scismi, eresie.
Sarebbe bastato "manipolare" i testi su questi argomenti perché nessuna diatriba o scisma, o eresia potesse nascere! Non è stato fatto!

La prima comunità cristiana non ha particolari narrazioni contro Giuda, Pilato né alcuno degli Ebrei. Se tutto fosse stato simulato, tutto ciò si sarebbe messo in rilievo.

I discepoli lasciarono tutto, subendo processi, persecuzioni, torture, per proclamare la Resurrezione di Cristo! Essi dovettero essere ben savi di mente, perché non solo furono creduti, ma seppero in breve costruire una gerarchia, e fondare una Chiesa che resiste nei secoli!

Come mai episodi ed insegnamenti dei Vangeli sarebbero leggendari, mentre l’ archeologia ci dice che la cornice a quella leggenda era esatta e storicamente documentata? In quei testi, è costante uno schema di dottrina che si richiama ai nomi ed ai fatti. Questi sono testi che non temevano certo la verifica, anzi l’avrebbero reclamata!

 

Il Tribunale Religioso di Gerusalemme benchè composto di potenti, non potè fare nulla perché la predicazione cristiana sulla Resurrezione si spegnesse, trovandosi di fronte alla forza incoercibile di una Verità che gli Apostoli non potevano tradire!

Perché gli Apostoli non hanno mai chiesto a Gesù dopo la Resurrezione : ma dove sei quando non sei con noi ? Come sei risorto ? Come sei venuto qui ? Dove sei stato?
E’ chiaro che queste domande non vennero rivolte per il passaggio del loro Maestro ad una dimensione superiore Dall’umano, Gesù assunse tutto il Suo Habitus divino ed i discepoli non osarono porre quesiti del genere!

Nel Vangelo di Luca,parlando di Gerusalemme e riferendosi al Tempio, Gesu' dice:.......Ecco, la Vostra Casa sta per esserVi lasciata deserta........". Nessuna comunita' che si fosse inventata le cose avrebbe mai inserito questa "Profezia" nel Vangelo, perche' nessun uomo avrebbe mai potuto ipotizzare che il Tempio non fosse mai piu' ricostruito. Nel Suo ricordo esiste oggi solo un Muro,detto "Il Muro del Pianto".

Nel Vangelo di Giovanni,Gesu' dice a Pietro:".....quando sarai vecchio tenderai le Tue mani e un altro Ti cingera' la veste e Ti portera' dove Tu non vuoi......." La Basilica di San Pietro venne costruita non casualmente sul colle Vaticano, luogo del Suo Martirio. Piu' recenti ricerche archeologiche,hanno stabilito con esattezza l' ubicazione del Suo Sepolcro.E tutto è a conferma della Profezia.

Diventando un Apostolo e mettendo il Suo genio organizzativo al servizio della Chiesa nascente, Paolo non trasse nessun vantaggio. Pertanto la Luce che l’abbagliò e la Voce che udì sulla via di Damasco furono vere! E’ bene ricordare che prima il Suo nome era Saulo, persecutore cristiano.



18/04/2011 22.17
 
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Per chi pensasse che il mito del Cristo non sia nato in un un ambiente palestinese, ma che vi fosse stato ambientato da fedeli non Ebrei, risponderemo che pensare di convertire il mondo, incarnando il Salvatore in un ebreo sarebbe come tentare di convertire un francese dell’Ottocento ai culti congolesi, tanto era il disprezzo che nel mondo antico circondava tutto quanto fosse giudeo.

Archeologia ed esegesi ci dicono che in cinque anni Gesù riscosse la Fede di molti nel contesto di una società Ebraica. E’ mancato quindi il tempo per creare un mito e se Gesù non fosse stato effettivamente il Figlio di Dio, non sarebbero mai esistite le gigantesche basi su cui a tutt’ oggi poggia il Cristianesimo Universale.

I Vangeli tacciono su nove decimi della Vita del Loro Protagonista e ciò si può soltanto spiegare con il loro nascere dall’urgenza, quasi dall’affanno di presentare una notizia : "Annunciamo la Tua Morte Signore, proclamiamo la Tua Resurrezione". Tutto il resto, diventa superfluo.

I Vangeli sfuggono ad ogni considerazione di ordine politico. Il Messia è un povero sconfitto eppure lo fanno seppellire con la ricchezza regale testimoniata dai costosissimi aromi di Nicodemo. Durante il Calvario non è testimoniato né un silenzio amaro, né una sola frase minacciosa verso i Romani da parte del popolo.Gesù dice di se stesso: il Mio Regno non è di questo mondo! Ma molte altre considerazioni si potrebbero fare!

18/04/2011 22.19
 
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Se l’Islam, l’Induismo, il Buddismo, il Confucianesimo fossero stati studiati e criticati così come lo sono i Vangeli, non avrebbero retto al vaglio della storia. Ma mai nessuno li ha criticati perché il Vero Antagonista della forza spirituale del male, è il Cristo. Contro di Lui soltanto quindi, si accaniscono l’ateismo ed il male!

V 'è una legge comune della quale tutti i detrattori del Cristianesimo sono prigionieri:la loro presa di posizione personale prevale sulla Storia e sulla ricerca archeologica. E' il loro modo di pensare che conta e non quanto effettivamente accaduto.

Con la sua persistenza ed espansione, il messaggio di Gesù, ha accettato e vinto quella "prova della storia" cui dagli inizi lo sfidava Gamaliele, il membro del Sinedrio ebraico, quando parlando degli Apostoli ai suoi colleghi, diceva: "disinteressatevi di questi uomini e metteteli in libertà perchè se questo disegno e quest’opera è degli uomini, si scioglierà da sé, ma se è da Dio non potrete disperderli".

 Quello della Resurrezione è un corpo fisico e non un fantasma! Gesù mangia dopo la Resurrezione con i viandanti di Emmaus, mangia con gli Apostoli, fa mettere a Tommaso la mano nel Suo Costato, apre le menti degli Apostoli e dei viandanti di Emmaus, alle Sacre Scritture, spesso, a loro un po’ sibilline.

Se Gesù non fosse Risorto, il condizionamento da Lui scaturito nella società, (addirittura noi contiamo gli anni prima e dopo di Cristo) sarebbe un inspiegabile miracolo.

Predetto per 4000 anni dai profeti d’Israele, Gesù non è storicamente un isolato, venuto così, di colpo e senza preavviso nella storia. Budda, Confucio, Lao Tse, Maometto, sono storicamente degli isolati.

18/04/2011 22.21
 
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NT039
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12/07/2011 23.02
 
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Recensione del libro “I Vangeli sono dei reportages”

Con questo articolo diamo avvia alla collaborazione con Marie-Christine Ceruti, laureata in filosofia alla Sorbona di Parigi, redattrice capa del bollettino “Les Nouvelles de l’Association Jean Carmignac” e professore titolare alla facoltà di teologia ortodossa di Minsk in Bielorussia. In questo primo articolo presenterà il suo libro “I Vangeli sono dei reportages anche se a qualcuno non va” (Mimep-Docete 2009, con prefazione della storica dell’antichità Marta Sordi). L’autrice si è resa anche disponibile a rispondere a domande, dubbi ed eventuali critiche che potranno essere postate nei commenti sotto l’articolo.

 

di Marie-Christine Ceruti*
*filosofa e scrittrice.

 

Immaginate per un istante che vogliate distruggere il Cristianesimo. Come ve la cavereste? Il metodo più semplice, più rapido e più radicale sarebbe attaccare i Vangeli e, per meglio operare, pretendere che raccontino storie false mai accadute. Riflettete ancora sui metodi da usare per convincere la gente: basta affermare con sicurezza che sono stati scritti tardivamente da comunità (una comunità è più abile a modificare le cose nel gioco del passa parola) che non hanno mai né conosciuto nessuno dei testimoni, né vissuto nei luoghi degli avvenimenti. Bisognerà però poter spiegare da dove vengono queste leggende e avrete bisogno di trovare delle fonti: i miti pagani anteriori, i testi ebrei (anche posteriori ai Vangeli, tanto la gente non ne sa niente), potete anche immaginare l’esistenza di testi originari, o di tradizioni segrete conosciute e trasmesse da un’élite…

Purtroppo questo è realtà ed è cosi che vengono trattati i Vangeli, non solo da atei, anticlericali o laici di professione, ma anche nei seminari, nelle facoltà di teologia, nei circoli di pie persone che vogliono saperne di più sulla loro religione e persino nei catechismi per bambini. I danni sono enormi. E non c’è da stupirsi se, specialmente nei paesi più toccati, la pratica religiosa è spaventosamente calata, i preti abbandonano il sacerdozio e c’è anche da chiedersi se delinquenza, violenza, suicidi e depressioni in aumento non trovino là la loro spiegazione.

Era urgente agire e questo mio libro si è fissato lo scopo di smascherare tutti gli inganni e le menzogne usate per screditare i Vangeli. Oltre alle truffe segnalate qui sopra, occorreva denunciare i “generi letterari” che permettono di trasformare i fatti in miti, screditare la “formgeschichte” che fa degli Evangelisti dei campioni di Lego, smentire le pseudocontraddizioni dei Vangeli, procedere al salvataggio dei miracoli e delle profezie, denunciare giochi di parole tendenziosi, rispondere all’accusa dei Vangeli modificati, dimostrare che gli Evangelisti non erano né sprovveduti né bugiardi… e altre cose ancora. Bisognava naturalmente mettersi unicamente sul piano della razionalità, della logica, delle scoperte scientifiche – specialmente archeologiche e filologiche – poiché gli avversari ponevano le loro idee (per non dire fantasie) sul piano della onnipotente scienza.

Ho ricevuto con gratitudine molte lettere di ringraziamento dopo la pubblicazione francese di questo libro da parte di persone che si sentivano smarrite, umiliate o addirittura vacillanti nella fede. Ho cercato anche di renderlo di facile lettura, con qualche punta di umorismo. Mi dispiacerebbe urtare qualcuno poiché devo riconoscere che i propagatori di queste idee ne sono le prime vittime, ma ho ancora di più in abominio che altri soffrano ben più terribili tormenti nella perdita della fede.

E non posso più sopportare l’oltraggio fatto a Colui che ha detto: “Sono la Via, la Verità e la Vita”.

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09/02/2012 11.49
 
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Gli autori dei Vangeli sono attendibili?


di Marco Fasol*
*docente di storia e filosofia

 

Nel mio ultimo articolo ho esposto alcune ragioni sul perché i Vangeli possono essere ritenuti un’opera di grande attendibilità storica. Ora ci occupiamo dei loro autori: un criterio importante per dimostrare l’attendibilità degli evangelisti ci viene dato dalla filologia. L’analisi linguistica rivela infatti  che i vangeli canonici, anche se scritti in greco, hanno numerosi termini, frasi e costruzioni di derivazione ebraica o aramaica, le lingue parlate da Gesù. L’aramaico era il dialetto parlato, l’ebraico, molto simile, era la lingua scritta.

Gli autori dei vangeli dovevano essere proprio testimoni diretti dei suoi discorsi, delle sue frasi tipiche, perché i testi conservano alla lettera questo originalissimo stile aramaico. Jean Carmignac ha così riassunto la sua esperienza di filologo, specializzatosi per trent’anni nell’ebraico di Qumram:  “Vidi che il traduttore ebreo-greco (del vangelo di Marco) aveva trasportato parola per parola conservando in greco l’ordine delle parole voluto dalla grammatica ebraica… L’anima invisibile era semitica, ma il corpo visibile era greco”. E’ ormai unanime tra gli studiosi il consenso su questo sottofondo semitico, dopo gli studi di J. Jeremias, J. Dunn, J. P. Meyer.

 
Alcuni esempi dimostrano che gli autori parlavano proprio la stessa madrelingua di Gesù e ci hanno conservato le originali creazioni linguistiche del maestro:

a)   Il testo greco mantiene numerose parole aramaiche, non tradotte: amèn = in verità, almeno 50 volte.  Abbà = papà”, unicum in tutta la letteratura rabbinica. Nessuno aveva mai osato esprimersi con questo vocativo in una preghiera rivolta a Dio. Osanna (salvaci), sabbath (sabato), talita qumi (“ragazza, alzati”) effatà (apriti), Eloì, Eloìlammà sabactani (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato) , mammona (denaro) raka (stolto),… sono 26 le parole aramaiche nei Vangeli (Joachim Jeremias), senza contare i nomi propri (Golgotha, Getsemani, Bethsaida, Bethlem…)

b)   Parallelismo antiteticoun’unica idea viene espressa con due frasi, una negativa e l’altra positiva. Viene così facilitata la memoria: “Non sono venuto per essere servito // ma per servire”.   “Non sono venuto per i sani // ma per i malati.”    “I cieli e la terra passeranno // ma le mie parole non passeranno”.   “Vi è stato detto: ama il prossimo ed odia il nemico // ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Più di cento esempi nei Vangeli! E’ uno stile tipico dell’ebraico. Nell’ebraico, però, è la prima frase la più importante. Gesù ha introdotto una novità: ha voluto concentrare il messaggio forte, più significativo, nella seconda frase, come si vede dagli esempi. E’ la seconda frase che annuncia la luce, la novità del vangelo, come in chiaroscuro. E rimane nella memoria.

c)   Passivo teologicoper osservare con il massimo scrupolo il secondo comandamento che vieta qualsiasi abuso del nome di Dio, Gesù ricorre almeno sessanta volte alla costruzione passiva della frase, lasciando il complemento d’agente sottinteso: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (da Dio). “Beati gli affamati di giustizia… perché saranno saziati” (da Dio). “Chiedete e vi sarà dato. Bussate e vi sarà aperto” . “Ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli…” E’ una novità linguistica senza corrispettivi nella letteratura ebraica dell’epoca.

d)   Costruzione ebraica della frase: rare le subordinate (paratassi, più che ipotassi); la struttura è spesso sovrabbondante, secondo lo stile semitico, molto lontano dal periodare greco: “ha aperto la bocca ed ha parlato”,… “ha alzato gli occhi ed ha visto”…”ha preso la parola ed ha detto”…  Anticipazione del predicato e di complementi al soggetto: “in principio era  il  Verbo”.

e)   Le parabolepiù di quaranta creazioni originalissime di Gesù. Si distinguono da tutti gli esempi simili nelle letterature antiche. I protagonisti, infatti, sono uomini comuni, con messaggi morali indimenticabili, grazie alla concretezza delle immagini, molto più incisive rispetto a norme universali. La paternità misericordiosa di Dio, il perdono, l’amore agapico… sono novità assolute. Le parabole sono anche un’arma polemica che stigmatizza l’ipocrisia del ceto dirigente. Il testo greco è spesso strutturato con stilemi aramaici quali parallelismi, assonanze, ripetizioni ritmate ecc.

f)    Espressioni ebraiche tipiche: figlio della luce (Lc 16,8) , figlio delle tenebre, figlio della pace, figlio del banchetto…

g)   Assonanze e ripetizioni, per facilitare la memoria. E’ uno stile estraneo al greco. “Il seminatore uscì a seminare e mentre seminava una parte del seme…”. “Temettero di grande timore”, “gioirono di grande gioia”, “desiderai con grande desiderio”.

In conclusione, il testo greco dei Vangeli è scritto da testimoni oculari diretti di Gesù, fedeli ai suoi ipsissima verba.  Un’origine tardiva dei Vangeli è improponibile a livello linguistico. Solo gli ascoltatori diretti delle parole di Gesù potevano scrivere un testo così pieno di aramaismi. L’esperienza diretta, per ogni testo storico, è evidentemente un criterio di grande attendibilità.

 

Questa attendibilità degli autori è ulteriormente avvalorata anche dalle seguenti considerazioni.

  • Martiri   per   testimoniare   quanto   avevano   scritto. Quasi tutti gli autori del Nuovo Testamento: Pietro, Paolo, Luca, Matteo, Marco, Giuda Taddeo, Giacomo … morirono martiri per quello che avevano scritto. Diedero la vita pur di non rinnegare quello che avevano predicato e scritto.

 

  •  Raccontano colpe e difetti.  Gli evangelisti hanno presentato anche fatti che avrebbero potuto tacere per rendere umanamente più verosimile il racconto (verosimile secondo una logica naturale).   Ad esempio hanno sostenuto laconcezione verginale di Maria, hanno descritto il pianto di Cristo, il suo sudar sangue, hanno evidenziato i loro difetti personali e le loro colpe (il rinnegamento di Pietro, la loro mancanza di fede durante la passione), hanno descritto le sofferenze e le umiliazioni  del Maestro… Hanno riferito che alcune donne furono le prime testimoni della risurrezione, benché la testimonianza femminile non fosse giuridicamente accettata in quell’epoca.   Si tratta di tanti episodi che secondo una logica “umana” avrebbero potuto sminuire Gesù e la sua comunità. Invece si ha l’impressione che agli evangelisti interessasse il fatto oggettivo, realmente accaduto, anche se questo andava contro le aspettative umane e sembrava essere “imbarazzante” (criterio dell’imbarazzo, indica l’oggettività del racconto).

 

  • La   sobrietà   dello   stile   narrativo. Il racconto evangelico non presenta toni epici o spettacolari. La nascita di Gesù è narrata in due righe, così la guarigione del cieco nato. Gesù è presentato in tutta la sua umanità, umiliato fino alla morte di croce. Il momento della risurrezione non viene descritto; solo le apparizioni del risorto vengono raccontate, e la descrizione presenta toni tutt’altro che epici ed esaltati.  Da queste considerazioni si ricava unafedeltà al dato storico, anche quando questo potrebbe incontrare difficoltà ad essere creduto. Il grande teologo Karl Barth nota come l’annuncio di un Dio fatto uomo, che si lasciava umiliare e crocifiggere, e che addirittura risorgeva da morte, doveva essere uno scandalo difficilissimo da accettare per la ragione e in particolare per la mentalità ebraica che si aspettava un Messia vincitore e capace di sconfiggere militarmente i nemici d’Israele.  Ed anche per i pagani fu uno scandalo, come risulta dal discorso di Paolo all’Areopago (Atti 17). Gli evangelisti non volevano, insomma, “adattare” il racconto agli ascoltatori, ma raccontare i fatti per quello che erano, anche se ciò costava loro derisioni, incomprensioni e persecuzioni.

 

  • Un popolo intero di testimoni. Un popolo intero era stato testimone dei fatti narrati nei Vangeli, eppure nessuna smentita dei fatti. E’ chiaro che, ad esempio, l’annuncio della risurrezione non avrebbe potuto reggere neppure un pomeriggio se non ci fosse stato davvero il sepolcro vuoto, visibile a tutti e se non ci fossero state le apparizioni del Risorto.  E così i miracoli della moltiplicazione dei pani, o della guarigione del cieco nato, o della risurrezione di Lazzaro, erano tutti facilmente smentibili dagli abitanti di Gerusalemme che avrebbero coperto di ridicolo un racconto falso e inventato.    Migliaia furono poi i martiri contemporanei a Cristo, che hanno testimoniato con la vita quello che affermavano. Tacito parla di una “ingens multitudo” di martiri sotto Nerone (64-67 d. C.). Questo martirio in nome della fedeltà alla propria coscienza è un fatto assolutamente nuovo per la mentalità greco-romana, in cui si riteneva che la legge politica avesse un’autorità inderogabile.  Questa novità, questa “obiezione di coscienza”  (di cui furono protagonisti non individui eccezionali come Antigone o Socrate, ma enormi moltitudini) non è storicamente spiegabile senza una motivazione oggettiva e storicamente fondata.

 

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22/05/2012 23.45
 
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Scoperti nuovi reperti del tempo di re Davide, rafforzata storicità biblica

Il caso recente è quello del team di archeologi guidati dal prof. Yosef Garfinkel, docente presso l’Istituto di Archeologia dell’Università ebraica di Gerusalemme, i quali durante scavi archeologici a Khirbet Qeiyafa, una città a ovest di Gerusalemme adiacente alla valle di Elah, hanno scoperto assemblaggi ricchi di ceramica, pietra, utensili in metallo e oggetti di culto. Sono venute alla luce, inoltre, tre grandi stanze che servivano da santuari di culto. La scoperta, si legge sul sito del governo israeliano, è «straordinaria».

La descrizione di questi luoghi corrisponde a quelle presenti nella Bibbia, durante il tempo di re Davide. I reperti, si legge, rafforzano la storicità della tradizione biblica. La città, secondo le misure radiometriche effettuate dall’Università di Oxford, è esistita per un breve periodo tra il 1020-980 aC, per poi essere violentemente distrutta. «Questa è la prima volta che gli archeologi scoprono una città fortificata in Giudea al tempo di re Davide», ha commentato il prof. Garfinkel. «Le ipotesi di chi nega la tradizione biblica per quanto riguarda Davide e sostiene che egli era una figura mitologica, o un semplice capo di una piccola tribù, vengono ora dimostrate essere errate». E’ anche la prima volta che vengono scoperti santuari dei primi re biblici, il che permette di anticipare la costruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme di 30 o 40 anni, fornendo la prima evidenza fisica di un culto al tempo di re Davide. Un culto monoteistico, profondamente differente da tutte le altre nazioni del Vicino Oriente Antico.

Spiega l’archeologo: «Nel corso degli anni, migliaia di ossa di animali sono stati trovati, tra ovini, caprini e bovini, ma non di maiale. Ora abbiamo scoperto tre sale di culto, ma senza nessuna figura umana o animale. Questo suggerisce che la popolazione di Khirbet Qeiyafa osservava i due divieti biblici – di carne di maiale e delle immagini scolpite -. Quindi praticava un culto diverso da quello dei Cananei e dei Filistei». I reperti di Khirbet Qeiyafa indicano inoltre che uno stile architettonico elaborato si era sviluppato fin dal tempo del re David, indicando la formazione di uno stato, la creazione di una élite, con un certo livello sociale e urbanistico.

 

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22/05/2012 23.55
 
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Il prof. D’Andria e il ritrovamento della tomba dell’apostolo Filippo

Quasi ogni anno l’archeologia biblica ci regala scoperte più o meno importanti per il cristianesimo. Nell‘estate 2011, è stata diffusa la notizia del ritrovamento della tomba dell’apostolo Filippo a Hierapolis, in Turchia, risalente ovviamente  al primo secolo dopo Cristo. Dopo le ovvie cautele, doverose in casi come questi, Alfredo Valvo, docente di Storia romana ed Epigrafia latina all’Università Cattolica di Milano aveva delineato la portata della scoperta: «Innanzitutto conferma della tradizione. Archeologia ed epigrafia si dimostrano una volta di più indispensabili per confermare le notizie delle fonti letterarie, prime fra tutte i Vangeli e gli Atti degli Apostoli (per quanto riguarda Filippo)».

La Chiesa ricorda San Filippo (e San Giacomo minore), due apostoli che fecero parte dei dodici scelti da Gesùe Zenit.it ha intervistato uno dei ricercatori autori della sensazionale scoperta, ovvero il prof. Francesco D’Andria, archeologo dell’Università di Lecce e attuale direttore della Missione Archeologica Italiana: «Il valore di questo ritrovamento è indubbiamente di altissimo livello, non solo per quanto riguarda la tomba dell’apostolo ma soprattutto perché intorno a quella tomba abbiamo individuato e in parte scoperto un nuovo grande complesso archeologico che si estende per l’intera collina orientale di Hierapolis. Un complesso costituito da due chiese, una grande strada processionale, gradinate in travertino, cortiletti, cappellette, fontane, una serie di vasche termali per la purificazione, alloggi per i pellegrini, un complesso che dimostra come San Filippo, a Hierapolis, nei primi secoli della storia cristiana, godeva di una grandissima popolarità e il culto a lui attribuito era massimo».

Dai Vangeli si ricava che San Filippo era un pescatore originario di Betsaida, sul Lago di Genezaret, citato solo da Giovanni (in diverse occasioni). Giovanni -spiega il prof. D’Andria- racconta come Filippo sia entrato nel gruppo degli apostoli fin dall’inizio (fu il quarto dopo Giacomo, Giovanni, Andrea e Pietro) della vita pubblica di Gesù, chiamato direttamente dal Maestro. Dagli Atti degli Apostoli sappiamo che Filippo era presente con gli altri al momento dell’Ascensione di Gesù al cielo e il giorno di Pentecoste quando si verificò la discesa dello Spirito Santo, il resto delle informazioni proviene dalla tradizione«dopo la morte di Gesù, gli apostoli si dispersero in giro per il mondo per diffondere il Messaggio evangelico. E secondo la tradizione e antichi documenti scritti dei Santi Padri, sappiamo che Filippo svolse la sua missione in Scizia, nella Lidia, e, negli ultimi anni della sua vita, a Hierapolis, in Frigia. Policrate, che verso la fine del secondo secolo era vescovo di Efeso, in una lettera scritta a Papa Vittore I, ricorda i personaggi importanti della propria Chiesa, tra cui gli apostoli Filippo e Giovanni. Di Filippo dice: ‘Fu uno dei dodici apostoli e morì a Hierapolis, come due delle sue figlie che invecchiarono nella virginità…. Altra sua figlia… fu sepolta in Efeso». La scoperta dunque, confermaovviamente le informazioni di Policrate -già ritenute attendibili dagli storici- ma anche quel che viene tramandato dalla tradizione cristiana.

Filippo morì nell’anno 80 dopo Cristo, quando aveva circa 85 anni, martire per la sua fede,crocifisso a testa in giù come San Pietro, venne quindi sepolto a Hierapolis. Nell’antica necropoli di quella città fu trovata una iscrizione che accenna a una chiesa dedicata a San Filippo, mentre in una data non precisata, il corpo di Filippo venne portato a Costantinopoli per sottrarlo al pericolo di profanazione da parte dei barbari. E nel sesto secolo, sotto Papa Pelagio I, trasferito a Roma e sepolto, insieme all’apostolo Giacomo, in una chiesa appositamente edificata per loro (oggi si chiama chiesa ‘Dei santi apostoli’).

Nella bella intervista, l’archeologo racconta gli emozionanti passi compiuti per arrivare all’incredibile scoperta, spiegando quali siano le prove “matematiche” che hanno portato a certificare l’appartenenza della tomba trovata a San Filippo.  Conclude: «il 24 novembre scorso, io ho avuto l’onore di presentare la scoperta presso la Pontificia accademia archeologica di Roma davanti a studiosi e rappresentanti del Vaticano. Anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, primate della Chiesa ortodossa, ha voluto ricevermi per avere i dettagli della scoperta, e il 14 novembre, festa di san Filippo per la Chiesa Ortodossa, ha voluto celebrare la Messa proprio sulla tomba ritrovata a Hierapolis. Ed io ero presente, emozionato come non mi era mai capitato, anche perché i canti della liturgia greca risuonavano dopo più di mille anni tra le rovine della chiesa. Nei prossimi mesi riprenderemo i lavori e sono certo che ci attendono altre importanti sorprese».

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30/05/2012 16.13
 
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Archeologia: scoperta la prova dell’esistenza della città biblica di Betlemme

Nel 2009 archeologi israeliani dell’Autorità per le Antichità di Israele hanno rinvenuto a Nazareth i resti di una piccola casa ad uso privato, databili al periodo in cui visse Gesù. Questa abitazione sorge di fronte alla Basilica dell’Annunciazione (luogo in l’angelo Gabriele annunciò alla Madonna che avrebbe dato alla luce il figlio di Dio), costruita nel 1969 sopra i resti di tre chiese precedenti, la più antica delle quali risale al periodo bizantino (IV secolo).

Yardenna Alexandre, responsabile di questi scavi archeologici, disse: «Secondo le rare fonti scritte esistenti (tra cui anche i Vangeli), sappiamo che nel primo secolo della nostra era Nazareth era un piccolo villaggio ebraico, situato in una valle. Finora era stato trovato anche un certo numero di tombe dell’epoca di Gesù, ma non si era mai scoperto alcun resto che potesse essere attribuito a questo periodo». La scoperta portò con sé una domanda: perché i primi cristiani hanno conservato questa casa, mentre non si sono curati delle case attorno ad essa? Resta il fatto, comunque, che venne dimostrato che Nazareth non solo esisteva al tempo di Gesù, ma era anche abitata.

In queste ore un’altra notizia ha fatto il giro del mondo: è stato infatti rinvenuto a Gerusalemme un sigillo che riporta la più antica menzione di Betlemme mai trovata, risalente a 2700 annni fa, nel periodo del periodo del I° tempio (1006 – 586 aC.  a.C.). Betlemme è stato il luogo di nascita di Gesù. «La Bibbia parla di Betlemme, ora vi è la prova che questa città allora esisteva, e si dimostra che era una città del Regno di Giuda, e forse anche esistente in periodi precedenti», ha dichiarato Eli Shukron, archeologo dell’Autorità israeliaina per le antichità.

La scoperta è significativa perché è la prima volta che il nome “Betlemme” appare al di fuori di un testo biblico (dove è citato 41 volte). Il sigillo è stato probabilmente utilizzato per marcare documenti di amministrazione fiscale, inviati poi a Gerusalemme, sede del potere di allora. E’ stato scoperto diversi mesi fa, dicono gli archeologi, ma ci è voluto del tempo per confermarne l’identità. Questa è la prima prova extrabiblica dell’esistenza della città di Betlemme al tempo di Gesù.

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30/05/2012 16.15
 
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Scienza:
il racconto biblico della divisione delle acque è attendibile

«Mosè stese la sua mano sopra il mare e il Signore sospinse il mare con un forte vento dell’est tutta la notte e mise a secco il mare. L’acqua ritornò e coprì i carri, i cavalieri e tutto l’esercito del Faraone, invece i figli d’Israele avevano camminato in mezzo al mare e l’acqua fu per loro un muro a destra e a sinistra» (Libro dell’Esodo 14: 28-29). E’ ancora una volta la scienza a dimostrare che la Bibbia e i suoi racconti sono una fonte storica attendibile (nonostante gli autori non avessero intenzione di riportare verità storico/scientifiche dei fatti, ma esclusivamente morali). A rivelarlo, uno studio basato su 14 simulazioni al computer, condotto dallo Us National Centre for Atmosphere Research (qui l’articolo originale) e dall’università del Colorado, pubblicato dalla rivista online Public Library Research e anticipato ieri dalla stampa britannica. In Italia è stato riportato su La Repubblica.

Un vento con una velocità di 100 chilometri orari, che spirasse per almeno dodici ore, avrebbe realmente potuto creare un “ponte” di terra lungo 5 chilometri e largo 3 per all’incirca quattro ore. Più che sufficiente per consentire a Mosè e al suo popolo di passare dall’Egitto al Sinai nel loro viaggio verso la Terra Promessa, verso Israele. Non appena il vento si fosse arrestato, le acque si sarebbero rapidamente ricongiunte, e così si spiega perché l’esercito inviato dal Faraone fu sommerso e dovette rinunciare all’inseguimento. Inoltre, analisi di reperti archeologici e misurazioni satellitari hanno permesso agli studiosi di stimare i flussi e le profondità delle acque di 3 mila anni fa nello spicchio di mare descritto dalla Bibbia. La ricerca smentisce il libro sacro solo su un punto: la traversata non sarebbe avvenuta all’altezza dell’odierna Suez, bensì una quarantina di chilometri più a nord, dove un ramo del Nilo sfiora una laguna costiera, vicino a dove oggi sorge Port Said.

Il nuovo studio aggiunge al racconto del Libro dell’Esodo anche una conferma storica: il diario del generale Alexander Tulloch, un alto ufficiale dell’esercito britannico, che nel 19° secolo, trovandosi nella laguna dove Mosè avrebbe effettuato la sua traversata, vide arrivare “una colonna di vento e diventare così forte che dovetti smettere di lavorare”. Il mattino seguente, “il lago era scomparso e i nativi lo attraversavano a piedi camminando nel fango”. E quel vento spirava “da est”, scrive l’ufficiale, proprio come quello che salvò Mosè. «La separazione della acque può dunque essere attribuita alle leggi della fisica e alla dinamica dei fluidi», commenta il professor Carl Drews, curatore della ricerca e devoto cristiano. «Molta gente si è chiesta se la storia dell’Esodo è basata su fatti storici e il nostro studio suggerisce che la narrazione biblica è perfettamente verosimile. Per i credenti sarà un miracolo del Signore, per i non credenti un miracolo della Natura, ma il risultato è lo stesso».

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15/06/2012 21.51
 
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L’archeologo Dan Bahat:
«il Santo Sepolcro è autentico»

Ha provato a fare un rapido punto sulla situazione l’archeologo israeliano Dan Bahat, in Italia in questi giorni per partecipare al Festival biblico di Vicenza. Interrogato da“Avvenire”, ha spiegato che «rispetto all’Antico Testamento la nostra conoscenza di Gerusalemme è cambiata totalmente con gli scavi nella collina della città di Davide, dove abbiamo trovato numerosi reperti sulla distruzione del 586 a.C., quella di Nabucodonosor», inoltre «sta tornando alla luce la città di Erode che è anche quella in cui è vissuto Gesù. La Gerusalemme di oggi è costruita sulla città romana che è tardiva, risale a un secolo dopo. Solo attraverso l’archeologia abbiamo potuto conoscere la città erodiana e così oggi abbiamo ritrovato quella che era la strada principale, la , il quartiere dove vivevano i sacerdoti. E poi il sistema centrale della fognatura, un’altra scoperta molto importante perché durante la rivolta contro i romani gli ebrei avevano nascosto lì dentro molte cose. Reperti che ci hanno aiutato a scoprire dettagli importanti sulla vita nel tempio».

Anche fuori da Gerusalemme gli scavi hanno aggiunto informazioni fondamentali: «Penso agli scavi a Kayafa, che è il luogo della battaglia tra Davide e Golia: si trova a Beit Shemesh, una trentina di chilometri a ovest di Gerusalemme. Abbiamo trovato un’iscrizione che cita le parole dei profeti: non fate del male alla vedova, proteggete gli orfani. Indicazioni morali che sono dei profeti più tardivi, come Isaia e Geremia. Sempre lì, poi, è venuto alla luce un centro di culto dell’epoca di Davide, decimo secolo a.C.: è la conferma che il suo regno era esteso, la dimostrazione che Davide non fu solo una figura mitologica».

Al Festival biblico però, Bahat ha parlato del Santo Sepolcro«Sono molti gli elementi che mi fanno dire: questo può davvero essere il posto della sepoltura di Gesù. Archeologicamente non ha nessun senso identificare il sepolcro di Gesù con la Tomba del Giardino, come fanno i protestanti. Dobbiamo dire la verità. E secondo me è altrettanto importante distinguere il Santo Sepolcro da altri luoghi della vita di Gesù indicati dai francescani nel XIV secolo. Quelli sì hanno un valore solo spirituale, non storico».

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09/01/2014 12.04
 
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Il Vangelo di Marco
si basa sulla testimonianza di Pietro

Vangelo di MarcoAll’estero, sopratutto in America, tantissimi studiosi del cristianesimo primitivo hanno un loro blog personale in cui pubblicano documenti, riflessioni, rispondono a domande e dialogano tra loro. Storici, teologi, biblisti, studiosi del Nuovo Testamento di diverso orientamento: cattolici, agnostici, protestanti, ebrei.

E’ molto interessante seguire il dibattito, in particolare recentementesul blog di Larry W. Hurtado, noto docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Edimburgo, è apparso uno scambio epistolare tra lui e Richard Bauckham, tra i maggiori biblisti americani, docente all’University of St Andrews e membro della British Academy e della Royal Society of Edinburgh. Bauckham, discutendo con Hurtado sul ruolo dei testimoni oculari nella formazione dei Vangeli, ha spiegato di stare lavorando ad un sequel del suo fortunato libro “Jesus and the Eyewitnesses: The Gospels as Eyewitness Testimony” (2008) (“Gesù e i testimoni oculari: i Vangeli come testimonianze oculari”), e che, in questo nuovo volume, presenterà nuove prove sul fatto che il Vangelo di Marco è basato in gran parte sulla testimonianza oculare dell’apostolo Pietro(come d’altra parte affermava già Papia).

Diciamo che non è proprio una novità, da tempo la comunità scientifica ha accertato questo dato. Secondo un’ampia parte degli studiosi, Marco avrebbe composto il suo vangelo attorno al70 d.C., seppur utilizzando materiale redatto molti anni prima, trascrivendo fonti pre-sinottiche diffuse fin dagli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù: ad esempio secondo Barth Ehrman tutto quello che riguarda la Passione. Rudolp Pesch le chiama fonti “pre-marciane”, scritte uno-due anni dopo la morte di Gesù. Willibald Bosen, ad esempio, ha fatto notare che Marco non cita il sommo sacerdote Caifa, come se esso fosse ancora in attività (vi restò fino al 37 d.C.).

Altri studiosi, invece, ritengono che tutto il Vangelo di Marco vada anticipato al 44 d.C., quando l’evangelista accompagnò Pietro a Roma. Ad affermarlo è anche la scuola dei sostenitori del papirologo José O’Callaghan, il quale ha attribuito il frammento 7Q5 dei rotoli di Qumran(trovati in grotte chiuse nel 68 d.c.) al VI capitolo del Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), comparazione confermata da successivi studi e sostenuta da innumerevoli studiosi (in Italia, ad esempio, Orsolina Montevecchi, presidente dell’Associazione Internazionale Papirologi: «è praticamente impossibile che possa trattarsi di un altro testo, magari sconosciuto. Mi pare giunto il tempo di inserire il frammento 7Q5 nella lista ufficiale dei papiri del Nuovo Testamento», “Aegyptus” 1994, p. 206-207), compresi molti iniziali critici, come J.M. Vernetche nel Simposio a Roma nel 2002 intitolato “Contributo delle scienze storiche allo studio del Nuovo Testamento”, ha pubblicamente decretato, assieme ad altri studiosi, che «è divenuta praticamente unanime l’idea che l’identificazione del gesuita catalano sul 7Q5 è la più sicura e la più chiara, comparata alle numerose altre presentate come alternative. Lo studio e il metodo scientifico di O’Callaghan e di altri autori favorevoli all’identificazione di 7Q5 con Mc 6, 52-53 sono corretti, seri e scientifici» (firmato da P.Parker, C. Roberts, C. Hemer, P. Gamet, V. Spottorno ecc). Le conclusioni di Vernet corrispondono a quelle del Simposio internazionale sul frammento 7Q5 dell’ottobre 1991 a Eichstätt, dove quasi tutti gli studiosi che vi hanno partecipato si sono detti d’accordo con la attribuzione di O’Callaghan (gli atti del Simposio sono pubblicati in M. Bernhard, “Christen und Christliches in Qumran?, Eichstätt Studien XXXII, Regensburg, Verlag Friedrich Prustet 1992).

In ogni caso l’autore del Vangelo di Marco è da ritenersi un testimone oculare, secondo Bauckham. Il quale ha anche aggiunto: «Penso anche che il “discepolo amato” scrisse lui stesso il Vangelo di Giovanni, e che anche lui è stato quindi un testimone oculare. Naturalmente il suo Vangelo è il prodotto della sua riflessione, su ciò che aveva visto durante la sua vita». Per quanto riguarda Luca, così come ha fatto Marco, «ha preso ogni occasione per incontrare i testimoni oculari e li ha intervistati. Ha raccolto materiale probabilmente da un certo numero di testimoni oculari minori dai quali ha ricevuto storie o detti individuali».


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24/04/2014 09.21
 
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Le testimonianze sulla risurrezione
sono storicamente attendibili?

Quali ragioni ci inducono a credere alla risurrezione di Cristo narrata dai primi apostoli come a un fatto storico concreto?

Mirko Testa
 
 

La scoperta della tomba vuota e le apparizioni di Gesù vennero annunciate in pubblico a meno di due mesi dalla sua morte, quando molti a Gerusalemme avrebbero sicuramente potuto smentire tutti i fatti. Come primi testimoni vennero indicate proprio delle donne, che per il diritto ebraico di allora non erano attendibili. E infine, solo un evento storico sconvolgente può motivare il “Big Bang” che spinse gli apostoli, dubbiosi, a volte increduli, ma comunque smarriti per la morte ignobile del loro maestro, a rischiare la vita pur di annunciarlo.


1) A giocare a favore dell'attendibilità storica dei racconti del sepolcro vuoto è sicuramente il ruolo centrale delle donne – in particolare di Maria Maddalena –, che per il diritto ebraico dell'epoca non avevano alcun valore come testimoni.

Il giudaismo dell'epoca di Gesù era imbevuto di “maschilismo”. E, infatti, il ritratto della donna che emerge dalla Bibbia non è molto confortante. Nel libro dei Proverbi, ad esempio, viene messa in risalto la sua natura folle, rissosa, lunatica e malinconica. Ma soprattutto, nelle Antichità giudaiche lo storico ebreo del I sec., Giuseppe Flavio, scrive che “le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra noi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso”. Quindi, non è storicamente plausibile che gli evangelisti, nel tentativo di inventare di sana pianta una leggenda, abbiano indicato proprio le donne come testimoni privilegiate del sepolcro vuoto di Gesù e delle sue prime apparizioni quando, nella società ebraica del primo secolo, non potevano testimoniare. E' vero che nell'elenco dei testimoni della risurrezione riportata nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, si pone al primo posto l'apparizione di Cristo a Pietro: “Apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15,5). Questa priorità è confermata da Luca anche se in una diversa formulazione: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34). Eppure, nel racconto più dettagliato che abbiamo sul rinvenimento della tomba vuota che si trova in Giovanni – il cui Vangelo è stato redatto posteriormente (verso la fine del primo secolo d.C.), pur presentando nei suoi strati profondi dei ricordi più arcaici di quelli stessi dei Vangeli sinottici - si legge che Maria Maddalena è stata la prima a cui è apparso il Signore risorto. Lei, che Gesù aveva liberato da sette demòni e che era divenuta sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, è la prima testimone nell'alba primaverile di quella Pasqua d'aprile dei primi anni 30. Secondo un altro Vangelo, quello di Matteo, Maria Maddalena e l'“altra Maria” incontrarono Gesù mentre tornavano dall'aver scoperto il sepolcro vuoto (Mt 28,9-10). In questi due Vangeli lo stesso Signore risorto (Gv 20,17; Mt 28,10) e un angelo (Mt 28,7) dissero alle due donne (Matteo) o soltanto a Maria Maddalena (Giovanni) di portare la notizia della risurrezione ai discepoli.  

2) Gli apostoli annunciarono pubblicamente la scoperta della tomba vuota e gli incontri con il Risorto a poca distanza dalla morte di Gesù, quando i testimoni ancora in vita a Gerusalemme avrebbero potuto smentirli.

Una ulteriore riprova della attendibilità delle fonti scritte a noi pervenute è che nessun evangelista, né altra tradizione neotestamentaria, racconta il modo in cui avvenne la risurrezione. A farlo è solo il Vangelo di Pietro, lo scritto apocrifo – quindi non inserito dalla Chiesa tra i suoi testi ufficiali – nel quale si trova il racconto più antico, a noi noto, su questo argomento che fu redatto presumibilmente in Siria, verso la metà del II sec. I primi seguaci di Gesù erano per lo più pescatori, incarnavano bene la mentalità semitica di allora, non erano visionari, avevano bisogno di prove tangibili non di vane e fumose promesse. E le manifestazioni di Gesù risorto ricalcano il carattere di esperienze concrete, di incontri reali. Due sono i verbi greci usati dal Nuovo Testamento per definire l'evento pasquale: il primo è eghéirein, letteralmente “risvegliare” dal sonno della morte a opera di Dio Padre; mentre l'altro verbo è anìstemi che indica il “levarsi in piedi”, quasi un innalzarsi dal sepolcro e dalla terra verso il cielo. In questi due verbi vi è una duplice descrizione della Pasqua che non è meramente riducibile alla rianimazione di un cadavere, come quello di Lazzaro o del figlio della vedova di Nain o della figlia del capo della sinagoga di Cafarnao, destinati tutti a morire di nuovo. Con la risurrezione si vuole sottolineare che Cristo sfugge al regno della morte e torna alla vita: non per nulla nelle apparizioni si insiste sulla verificabilità della realtà personale del Risorto che si fa toccare, parla, incontra i discepoli e mangia.


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24/04/2014 09.42
 
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3) Stando alla testimonianza degli Atti degli Apostoli, confermata dalle lettere di san Paolo ai Romani, Corinzi e Galati, la Chiesa primitiva ha inoltre predicato la risurrezione di Gesù sin dai suoi primordi, già in occasione della prima Pentecoste, quindi non più di due mesi dopo la morte di Gesù (Atti 2,24-36) Questo prova, data l'esiguità di tempo a disposizione, il fatto che le apparizioni di Gesù non potevano essere elaborazioni leggendarie del messaggio della risurrezione frutto della fede. D'altronde, in che modo gli apostoli potevano predicare la risurrezione di Gesù dai morti se gli abitanti di Gerusalemme potevano in qualsiasi momento mostrare la presenza del cadavere del loro maestro?

Il più antico documento sul Gesù risorto si trova nel capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, scritta da san Paolo a metà degli anni 50 d.C., quindi a meno di 20 anni dalla morte di Gesù. “Pietro” viene riportato con il suo nome aramaico “Kefa” che ha il significato di “Pietro” ma anche di “pietra”, segno tipico nell'Antico Testamento per indicare la stabilità, dono divino. Il biblista e teologo don Rinaldo Fabris ha spiegato ad Aleteia che “questo sta a indicare che Paolo si rifaceva a una tradizione antica proveniente da Antiochia”. Secondo la tradizione a vedere Gesù risorto furono Simon Pietro (1 Cor 15,5; Lc 24,34), Giacomo, il “fratello del Signore” (1 Cor 15,7) e Maria di Maddalena (Mt 28,9-10; Gv 20,14-18); due discepoli mentre si dirigevano verso Emmaus (Lc 24,15-31), gli undici apostoli (1 Cor 15,5; Mt 28,16-20; Lc 24,36-51; Gv 20,19-29; 21,1-23; Atti 1,3-11); un numero considerevole di apostoli (1 Cor 15,7) e in una occasione più di cinquecento discepoli “la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti”. Un dettaglio quest'ultimo importante, perché san Paolo sembra chiamare in causa quei testimoni delle apparizioni allora viventi che avrebbero potuto facilmente confermare o smentire le sue parole.

Gesù risorto non fece apparizioni al grande pubblico in generale, a Ponzio Pilato a Caifa o alla folla che aveva invocato la sua esecuzione. Come Luca e Pietro ammettono apertamente, Gesù è apparso “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi” (At 10,39-40). Quindi le testimonianze in favore della risurrezione di Gesù nel Nuovo Testamento provengono tutte da membri del movimento cristiano, non da osservatori neutrali o avversari. Un fragile appiglio per i critici dell'autenticità delle apparizioni, visto che anche alcuni non credenti come Giacomo, parente di Gesù, Tommaso o Paolo hanno incontrato Gesù risorto.

Le apparizioni accadono in circostanze normali, non in momento di estasi, né in sogno, e senza quelle caratteristiche di gloria apocalittica che troviamo altrove (Mc 9,2-8; Mt 28,3). Per don Fabris: “Le apparizioni non sono attese, non sono cercate. Non sono frutto dell'elaborazione di un lutto, o una visione, ma un intervento dall'esterno. Inoltre, si differenziano dalle apparizioni di Dio nell'Antico Testamento; dal Dio ineffabile, indicibile, invisibile di Abramo, Isaia o Geremia”. E non potevano neanche essere delle allucinazioni collettive, perché altrimenti sarebbe impossibile spiegare quanto accaduto a Paolo sulla via di Damasco, alcuni anni dopo l'apparizione a Pietro, che molto probabilmente avvenne in Galilea.

4) Nonostante diverse discordanze sui racconti pasquali, i quattro Vangeli dimostrano di concordare sugli elementi essenziali, presentando un quadro storico molto coerente dell'epoca.

Allo stesso modo, la notizia secondo cui Pilato aveva risposto ai sommi sacerdoti e farisei di affidare alle guardie del tempio la sicurezza del sepolcro di Gesù, non sarebbe un racconto con intento apologetico per rovesciare la voce secondo cui la risurrezione era stata frutto del furto del cadavere di Gesù da parte dei suoi discepoli. Matteo riferisce, infatti, che le autorità giudaiche diffusero la “diceria” che la tomba era vuota perché i discepoli ne avevano sottratto il corpo (Mt 28,11-15) per proclamare la risurrezione, una contro-informazione ripetuta nel II sec., alla quale si oppone Giustino nel suo Dialogo con Trifone e ripresa nel XVIII sec. da Reimarus. Nella sua opera Dicono che è risorto, Vittorio Messori afferma: “E' tutto molto logico, tutto molto coerente, compreso il fatto che il Crocifisso sia definito da sinedriti come plános, impostore, e quella sua e dei suoi discepoli plàne, impostura. Sono sostantivi che, nei Vangeli, sono usati solo qui e solo da Matteo; il verbo da cui derivano appare due volte in Giovanni (7,12 e 7,47). E basta. Ma anche nel quarto Vangelo, come qui, nel primo, questo termine ingiurioso (planáo significa 'fuorviante', 'commettere impostura') è messo in bocca alle autorità ebraiche e ai farisei per infangare Gesù. L'uso ritorna anche in Paolo, il quale le tre volte in cui usa planáo e i suoi derivati, lo fa sempre per ritorcere un'accusa proveniente ai cristiani dal giudaismo, come in 2 Cor 6,8: 'Siamo ritenuti impostori (plánoi) eppure siamo veritieri'. Ed è singolare notare che nei secoli, sin quasi ai giorni nostri, la polemica ebraica contro i 'galilei' cristiani, si servì soprattutto dell'accusa di impostura e accusò il rabbi Gesù di essere un impostore. Dunque, sembra proprio anche qui, nelle parole che Matteo attribuisce ai 'sommi sacerdoti e farisei' stia nascosto un preciso segnale di credibilità: sono ebrei che parlano di quel presunto Cristo proprio come i gerarchi giudei dovevano parlare di lui e come di lui avrebbero sempre parlato”.

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24/04/2014 09.44
 
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La menzione dei farisei accanto ai sommi sacerdoti è allo stesso modo un richiamo importante. Come ribadito anche negli Atti degli Apostoli (23,6-8): i sadducei – il gruppo che controllava il Sinedrio a cui apparteneva sia Caifa che suo suocero Anna – non credevano nella resurrezione dei morti mentre i farisei sì, quindi la presenza di questi ultimi nella delegazione che andò da Pilato è credibile. L'intento del racconto di Matteo non è quello di aggiustare la vicenda, tanto che colloca l'intervento delle autorità ebraiche con un giorno di distanza lasciando per un giorno la tomba incustodita. E' quindi un episodio che non serve a cancellare del tutto il dubbio sul trafugamento del corpo proprio a causa di quella prima notte in cui la tomba rimane incustodita. Don Fabris ha spiegato ad Aleteia che “la tradizione cristiana della tomba vuota non è mai stata smentita nel mondo ebraico. Ne viene data semplicemente una diversa spiegazione. E questa diceria che serpeggiava in ambiente ebraico è testimoniata molto tardivamente, nel V sec.”.


5) Solo la personale esperienza di un Gesù vivente può motivare il radicale e improvviso cambiamento avvenuto nei discepoli che da smarriti, sconfitti, umiliati divennero instancabili annunciatori della sua risurrezione.


La paura delle donne alla scoperta della tomba vuota, il primo dubbio di Maria di Magdala che pensa che il cadavere sia stato trafugato - “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto” (Gv 20,2) -, l'episodio della visita di Pietro al sepolcro che tornò a casa “pieno di stupore” ma senza ancora credere nella risurrezione, l'incredulità di Tommaso soddisfatta dallo stesso Gesù. Queste incertezze, che i Vangeli non tacciono, confermano che quello dei primi testimoni non è stata l’elaborazione di una credenza religiosa, ma un arrendersi alla realtà. Solo un evento imprevisto e imprevedibile dopo il fallimento del Calvario, poteva vincere le obiezioni di quel gruppetto sparuto di ebrei prima umiliati, impauriti e sconfitti e farne gli instancabili testimoni di un annuncio inaudito. L'esecuzione capitale di Gesù agli occhi di tutti doveva significare la fine di ogni attesa e speranza nella venuta di un Salvatore. Essere crocifissi non significava soltanto soffrire la più crudele e umiliante forma di pena capitale, ma anche morire sotto il peso di una maledizione religiosa (Gal 3,13). La crocifissione era vista come l'esecuzione di un criminale che muore lontano dalla misericordia di Dio. La nozione di Messia sconfitto, sofferente, morto e risorto dalla tomba era estranea al giudaismo pre-cristiano e molti movimenti messianici o sedicenti messianici nel secolo precedente e in quello successivo alla nascita di Gesù generalmente finirono con la morte violenta del fondatore.


Allo stesso modo le narrazioni del Nuovo Testamento mostrano che i discepoli fuggirono (Mc 14,50) e ritennero perduta la causa di Gesù (Lc 24,19-21). La vergogna della crocifissione di Gesù era uno shock così forte da richiedere molto più di una ordinaria riflessione spirituale volta a superare lo scandalo della croce e a portare i discepoli a scoprire il significato di ciò che era accaduto. Quando Gesù appare, essi in un primo momento dubitano ed esitano ad accettarne la verità (Mt 28,17; Lc 24,36-43; Gv 20,24-29). Eppure Saulo, il persecutore dei cristiani a Gerusalemme, dopo l’esperienza di rivelazione sulla via per Damasco cambia radicalmente la sua prospettiva religiosa e proclama il Vangelo ai non ebrei; Pietro, colui che aveva rinnegato Gesù, diventa il testimone ufficiale della risurrezione spingendo alla fede pasquale “gli Undici” e “gli altri che erano con loro” (Lc 24,33). Ecco quindi che solo la saldezza e verità inoppugnabile di un fatto poteva motivare un ritorno accettato sulla scena di colui che, al cospetto di tutti, era stato sconfitto, umiliato, annientato fino alla morte sulla croce. Solo l’esperienza reale di incontro con Gesù risorto, non un fantasma o il prodotto della fantasia di una comunità di visionari, potevano far superare il trauma di quel cadavere dilaniato.


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24/04/2014 09.47
 
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6) L'idea di un Messia risorto dai morti era una idea scandalosa e inconcepibile nel contesto giudaico da cui provenivano i discepoli di Gesù e non poteva derivare dai miti di morte e rinascita di dèi ed eroi propri della cultura greco-romana.

L'idea di un Gesù risuscitato dai morti non ha alcuna continuità con ciò che il popolo ebreo conosceva già di Dio. Era uno scandalo. Una speranza di risurrezione corporea alla fine dei tempi emerge in due testi apocalittici che vengono generalmente datati al II sec. a. C. (Is 26,19; Dan 12,2-3). Un libro deuterocanonico – libro dell'Antico Testamento scritto in greco accolto dalla Chiesa cattolica tra i libri sacri ma non dalla religione ebraica – registra un'attesa simile verso una nuova vita attraverso la risurrezione (2 Macc 7,9-14; 12,44). Anche molte opere apocrife attestano questa speranza nella risurrezione (Enoch etiopicoTestamento dei Dodici Patriarchi). Gli ebrei credevano per lo più nella risurrezione dei morti come destino di tutto il popolo di Dio, forse di tutti gli uomini, ma non nella risurrezione attuale di una persona. Gli stessi apostoli, in quanto ebrei devoti, ritenevano che la risurrezione sarebbe avvenuta per tutti alla fine dei tempi. E soprattutto, nessun ebreo aveva prospettato la risurrezione di un Messia crocifisso. Paolo perseguitava i cristiani proprio perché questi ebrei avevano compromesso il monoteismo ebraico adorando Gesù come il Signore.

Il biblista don Bruno Maggioni ha spiegato ad Aleteia “che l'intento non apologetico degli evangelisti si manifesta chiaramente in questa idea del tutto rivoluzionaria di Dio che si rivela in Gesù Cristo, completamente diversa da come gli uomini lo immaginavano fino ad allora: non un imperatore in trono, non onnipotente, non trionfatore”. Per don Rinaldo Fabris: “Tra la fine del I sec. e l'inizio del II sec., troviamo un movimento che si distingue nettamente e si stacca da giudaismo fondandosi su un pensiero inconcepibile, e che non si spiega senza una esperienza reale diretta e che il Gesù non solo era un profeta, un martire, un Messia di carattere politico, un riformatore. Una esperienza totalizzante che subentra a scardinare la mentalità dominante”.

Nel cercare motivazioni a questa netta cesura creata dalla comunità cristiana c'è chi ha tentato di leggere il Nuovo Testamento alla luce delle religioni greco-romane e orientali, giungendo alla formulare la teoria, secondo cui Paolo e gli autori dei Vangeli avrebbero elaborato la concezione di Gesù inteso come figura di culto analoga a quella delle religioni misteriche ellenistiche. A Gesù sarebbe stato applicato il mito di un eroe – come aveva già fatto il filosofo pagano del II sec. Celso nell'opera La vera dottrina – o di un dio morto e risuscitato, come accadde per Iside e Osiride in Egitto, Adone e Astarte e poi Attis e Cibele in Asia Minore. La fede nella risurrezione, tuttavia, è sorta a Gerusalemme, nel cuore dell’ebraismo che rigetta i miti idolatrici. La fede in Gesù risorto esiste già subito dopo la sua morte, cosicché si esclude ogni possibilità di influsso di tali miti. E', inoltre, difficile che i cristiani del primo secolo che aderivano profondamente alla nuova fede ed avevano un retroterra culturale giudaico, abbiano potuto attingere a uno schema mitologico di stampo greco-romano.

7) La risurrezione di Gesù non è tuttavia un dato “scientifico” incontrovertibile: credere in essa è sempre, in ultima analisi, un atto di fede.

La questione della fede nella risurrezione di Gesù non può essere risolta dalla sola prova storica. Accettare la verità della risurrezione e credere in Gesù Cristo risorto è molto più che un semplice ragionamento fondato su annunci e fatti chiusi nel passato cui aderire intellettualmente. Dio entra nel mondo in modo inaspettato, scioccante e paradossale. Come ha scritto il cardinale Gianfranco Ravasi nella introduzione a Inchiesta sulla resurrezione di Andrea Tornielli, indagando nei Vangeli sulla risurrezione di Cristo, “si procede quasi come su un crinale tagliente lungo il quale si devono muovere i piedi con molta circospezione, col rischio costante di scivolare lungo il versante in penombra della storia, ove conta solo ciò che è validamente attestato e sperimentalmente documentato, oppure di avviarsi lungo il versante abbagliante della luce pasquale, della gloria e dell’esperienza di fede”. Il rischio, per dirla con Pascal, è quello di cadere in “due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione”. Don Giuseppe Ghiberti, teologo e biblista che da anni si occupa della Sindone di Torino, ha commentato ad Aleteia: “Della risurrezione non c’è stata esperienza esterna diretta. Tutto fa pensare che quella esperienza non fosse possibile; comunque i primi testimoni sono giunti a fatto avvenuto. Le conseguenze invece sono storicamente qualificabili: colui che era morto, e che era nella impossibilità di qualsiasi rapporto interpersonale con la mediazione del corpo, dopo un tempo ben determinato rientra in rapporto umano, a dimensione corporea, con più interlocutori, in più circostanze. L’interpretazione di questo dato fattuale è offerta dalla fede”.


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15/06/2014 18.47
 
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Le scoperte che avvalorano i testi biblici

10/04/2018 12.33
 
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Nei libri biblici alcuni potrebbero rilevare delle incongruenze.


Qual è la regola da seguire quando incontriamo termini, frasi, cifre, fatti che ci sembrano discordanti?


Nel libro secondo del libro "CONSENSO DEGLI EVANGELISTI " di s.Agostino troviamo enunciato una norma di capitale importanza per comprendere le Scritture e anche per risolvere la nostra questione:


Nella Sacra Scrittura non è da ricercarsi altro all'infuori di quello che intende dire colui che parla.


Non sono perciò determinanti i singoli termini ma l’intenzione e il senso con cui sono state scritte.


Le divergenze, le incongruenze, le cifre discordanti e alquanto elastiche, le dottrine non esplicitate ma lasciate nel vago, le tante verità inespresse e ricavabili solo per via deduttiva, indicano che la Scrittura non è utilizzabile se viene preso a sè stante.


Infatti la sola Scrittura determina una pluralità di fedi e di confessioni religiose e non l’unità della fede, che è quella che il Signore ha comandato ai suoi apostoli di insegnare .


Come si fa a "ricercare quello che intende dire colui che parla", dal momento che vi sono questi limiti nella Scrittura?


Ecco dunque la necessità di dover far ricorso ad una autorità esterna alla Scrittura.


L’unica autorità valida per far questo, resta quella che ha effettuato il riconoscimento della ispirazione dei libri sacri. Non è possibile immaginare che lo Spirito Santo abbia assistita la Chiesa per riconoscere i libri ispirati e poi l’abbia abbandonata lasciando a chicchessia la libertà di sbranare a proprio piacimento il Corpo della Parola.


Essa può restituirci il VERO SENSO della Scrittura, attingendo e ricostruendo ogni cosa, tanto la traduzione più vicina alle intenzioni degli autori, tanto il senso che essi hanno voluto dare a ciò che hanno scritto, a partire da tutto il deposito precedente, cominciando da coloro che furono i primi anelli di una catena ininterrotta che giunge fino a noi.



Si tratta ora di capire bene il principio che nella Scrittura, non si può ammettere contraddizione.



Volutamente perciò non ho utilizzato il termine "contraddizioni"  perché tutte le parti individuate dal Concilio di Trento, sono da considerare Sacra Scrittura. Mi sono limitato a definirle " incongruenze " perché al nostri limitati mezzi di indagine,  talune frasi possono apparire in contrasto.


Però ogni nostro esame deve riconoscere umilmente che:



E’ possibile che il testo originale potrebbe essere stato mal tradotto, oppure che risultasse non ben leggibile e quindi è stato reso in modo approssimativo, oppure che sia stato interpolato con una glossa, oppure che riporta fedelmente e con esattezza dati e parole diverse pronunciate o scritte in tempi diversi che si integrano a vicenda pur apparendo contrastanti, oppure ancora che si riferisca con verità a numerazioni o concetti validissimi e in uso all’epoca in cui furono scritti ma non più in uso in seguito, oppure ancora che dietro frasi apparentemente in contrasto si celi un significato recondito e allegorico che resta da scoprire, oppure ancora che l’autore sacro riporti fedelmente e con precisione delle espressioni o dati di uomini così come essi pensavano o si esprimevano e che non sempre erano da considerare in armonia con il pensiero di Dio.    La Parola di Dio infatti riporta, per nostro ammaestramento anche quello che dicevano gli uomini o gli angeli decaduti nella loro stoltezza, e che non sono da attribuire a Dio pur essendo riportate nella Parola di Dio.



Vi possono essere, infine, altri motivi legati alla nostra parziale conoscenza filologica, storica, geografica, culturale, che non sempre è in grado, nonostante tutti gli strumenti acquisiti, di ricostruire e di definire in tutti i dettagli quello che troviamo nella Bibbia, essendo trascorsi molti secoli e non essendoci sempre dei riscontri disponibili.



Ecco il pensiero di Girolamo e di Agostino.



Diceva S.Girolamo:



…per conseguenza "se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi" resterebbero "veri, quantunque diversi" (Ep. XXXVI, XI, 2).



Sempre fedele a questo principio, se gli capitava di incontrare nei Libri Sacri apparenti contraddizioni, San Gerolamo concentrava tutte le sue cure e tutti gli sforzi del suo spirito per risolvere la difficoltà; e se giudicava la soluzione ancora poco soddisfacente, riprendeva, non appena si presentasse l'occasione, senza perdere coraggio, l'esame del problema, anche se talora non giungeva a risolverlo completamente.



Mai tuttavia egli incolpò gli scrittori sacri della minima falsità: "Lascio fare ciò agli empi, come Celso, Porfirio, Giuliano(Ep. LVII, IX, 1).


In ciò era perfettamente d'accordo con Sant'Agostino: questi - leggiamo in una delle sue lettere allo stesso San Gerolamo - aveva per i Libri Sacri una venerazione così piena di rispetto, da credere molto fermamente che nessun errore fosse sfuggito alla penna di uno solo di tali autori; perciò, se incontrava nelle Lettere Sante un punto che sembrava in contrasto con la verità, lungi dal credere ad una menzogna, ne attribuiva la colpa a un'alterazione del manoscritto, a un errore di traduzione, o a una totale inintelligenza da parte sua. Al che aggiungeva: "Io so, fratello, che tu non pensi diversamente: voglio dire che non m'immagino affatto che tu desideri vedere le tue opere, lette nella stessa disposizione di spirito in cui vengono lette le opere dei Profeti e degli Apostoli; dubitare che esse siano prive di ogni errore, sarebbe un delitto" (Sant'Ag. a San Gerol., tra le lettere di San Gerol. CXVI, 3).

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