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CASUALITA' O CAUSALITA' ?

Ultimo Aggiornamento: 10/08/2018 11.42
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30/03/2010 12.57
 
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La disputa tra evoluzionisti e creazionisti è sempre accesa.  Quello che ci interessa evidenziare in questa sezione è la non scientificità di talune argomentazioni evoluzioniste, soprattutto quando si fa riferimento alla nascita della vita sulla terra.
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30/03/2010 12.57
 
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L'ateo insiste che un creatore non esiste perché, dice, la materia è sempre esistita, ma è chiaro che la materia non è sempre esistita. La terra è talmente calda che all'interno è ancora allo stato fuso, però è sospesa nello spazio che è estremamente freddo. Essa sta perdendo rapidamente il suo calore e sta giungendo alla temperatura dello spazio che la circonda, tuttavia non è ancora fredda. Se si stesse raffreddando da tutta l'eternità, sarebbe già fredda, ma non è così. È perciò stata creata tanto recentemente che non ha avuto il tempo di raffreddarsi completamente, quindi la materia non è eterna. La terra ha avuto un'origine recente.

Una scoperta sorprendente fu fatta nell'esplorazione della luna. Poiché la luna è più piccola della terra e le cose piccole si raffreddano con maggiore rapidità, gli scienziati si sorpresero molto nel trovare che anche la nostra piccola luna è ancora calda rispetto a ciò che la circonda! È chiaro che ha cominciato a raffreddarsi così di recente che ancora sta perdendo considerevole calore: dunque non può essere eterna.

Una scoperta più recente e ancora più sbalorditiva è stata fatta studiando le fotografie mandate dalla sonda Voyager 1 nel 1979. È quella della più grande attività vulcanica mai conosciuta nel sistema solare. Si è trovata su un satellite ancora un po' più piccolo della nostra luna: si chiama Io e gira attorno al pianeta Giove. B.A. Smith, il capo gruppo degli scienziati che studiano queste fotografie, ha detto: « I vulcani della terra non si avvicinano neppure a questa forza! I vulcani di Io eruttano alla velocità di un fucile potente. Sapevamo già che Io era giovane, ma non avevamo capito quanto fosse nuovo veramente; la superficie di Io si sta formando in questo momento! » 1.

Il nostro sole sta perdendo peso alla velocità di sei milioni di tonnellate al secondo. Sta durando dall'eternità questo processo? Se così fosse ci deve essere stato un tempo in cui il sole era infinitamente grande e riempiva l'intero spazio.

Se il sole e le stelle bruciano idrogeno o qualsiasi altro materiale per mezzo di una reazione radioattiva o di qualunque altro mezzo noto, in un tempo infinito si sarebbero tutte consumate e la combustione sarebbe cessata.


Oppure, prendiamo ad esempio gli elementi radioattivi come l'uranio e il torio. Questi si decompongono continuamente; qualsiasi data quantità si dimezzerà in tanti (diciamo « X ») anni. Un numero « X » di anni or sono, v'era quindi nel mondo il doppio della quantità ora esistente di uranio; 2x anni fa v'era il quadrupla della quantità... e così via fino alla notte dei secoli. Giungiamo così alla conclusione che un'eternità di anni or sono deve essere esistita una quantità infinita di quel solo elemento! E questo è impossibile »2.


È impossibile non solo in teoria, ma anche sul piano pratico in quanto che la decomposizione di un elemento radioattivo produce altri elementi che dovrebbero ancora oggi esistere in infinita quantità.

La continua espansione dell'universo, poiché le stelle e le galassie apparentemente vengono proiettate verso l'esterno come da un punto centrale nel quale ebbero origine tutte, implica anche una data d'origine. « Si valuta che se si espandesse al ritmo calcolato da questi teorici per un quinto del periodo di vita attribuito al sole, l'universo si svuoterebbe virtualmente di galassie visibili » 3.

Tutto ciò ha costituito un tale problema per l'ateo che alcuni sono arrivati ad accettare la teoria secondo la quale l'universo vive « ab eterno », passando attraverso periodi di espansione e di contrazione. L'impossibilità, comunque, dì trovare una causa a questi cicli e la mancanza di ogni prova a riguardo ne hanno impedito l'accettazione generale.

L'esistenza di questa teoria però, mostra il riconoscimento da parte degli evoluzionisti che le prove propendono per un momento creativo, e che le altre teorie per cui lo universo sarebbe cominciato come effetto di un'esplosione, o del raffreddamento di gas non fanno nulla per rispondere alla domanda: « Da dove è venuta la materia esplosa; o da dove sono venuti i gas? » Questo riconoscimento demolisce anche la solita affermazione degli atei: « Iddio non ha creato l'universo », a meno che essi non riescano a cancellare le prove schiaccianti che invece dimostrano che esso abbia avuto un inizio. Essi comprendono la necessità di una spiegazione di ripiego nel caso si scarti la normale spiegazione della creazione divina. L'evoluzione come fede di ripiego, è alquanto superficiale e fornisce soltanto una scappatoia anziché una risposta al quesito fondamentale: « Da dove è venuta la materia? ».

Perfezione dell'universo

Un ateo era seduto un giorno su un bel prato e guardava i fili d'erba, le foglie del trifoglio e i fiorellini. Più guardava questa scena riposante più si sentiva turbato, perché dovunque guardava, alla ricerca del caso e del caos, trovava simmetria. Dovunque avesse infatti voluto rivolgere lo sguardo, dal piccolo atomo al grande sistema solare, invece del caos avrebbe trovato ordine.


« Consideriamo la terra sulla quale viviamo. Essa è inclinata di un angolo di 23 gradi. Se non fosse così, il vapor d'acqua degli oceani salirebbe al polo nord e al polo sud, condensandosi ed accumulandovi montagne di ghiaccio.

Se il sole producesse la metà del suo calore geleremmo tutti, e se ne desse il doppio arrostiremmo »4.

« La terra gira alla velocità di milleseicento chilometri circa all'ora. Se girasse a soli centosessanta chilometri, la durata del giorno e della notte ne sarebbe decuplicata, le piante sarebbero bruciate dal

sole durante il giorno e le pianticelle morrebbero per il gelo durante la notte... Se la luna fosse a soli ottantamila chilometri dalla terra, il mare invaderebbe tutte le terre, comprese le più alte montagne... Se gli oceani fossero più profondi, il biossido di carbonio e l'ossigeno sarebbero completamente assorbiti e le piante non potrebbero esistere. Se l'atmosfera fosse più rada, migliaia di meteore che si bruciano ogni giorno nell'aria, cadrebbero sulla terra causando terribili incendi »5.


Mentre la maggior parte delle cose si contraggono allorché gelano, l'acqua aumenta invece di 1/11 del suo volume. Ciò fa galleggiare il ghiaccio sulla superficie di un lago, impedendo che esso geli al fondo e causi quindi la morte dei pesci.

Proprio l'ateo che discute contro il principio di un universo che obbedisce all'ordine, incoscientemente regola il proprio orologio su strumenti che a loro volta sono regolati sul corso delle orbite ordinate degli astri seguite da un osservatorio in Inghilterra o da orologi atomici, traendo vantaggio così da un'altra prova della regolarità dell'ambiente nel quale vive6.

Che cosa dà vita all'ordine invece che al disordine nel l'universo? Semplicemente il caso? Se questo fosse vero, potremmo pensare che a causa di un'esplosione fra i rottami di uno scasso verrebbe fuori qualche orologio, un'automobile nuova, o almeno una semplice casa! L'ordine esige che qualcuno metta le cose in ordine, ma la mente che si ribella alla fede in Dio deve credere che l'universo complesso e meravigliosamente ordinato nel quale si trova è venuto all'esistenza completamente da solo, che non è il risultato di una mente o di un piano, come avverrebbe se si trovasse un bell'orologio svizzero formatosi a seguito di un'esplosione in un deposito di ferraglia.


Come ha creato il mondo Iddio?

Pur non potendo sapere esattamente come Iddio ha creato il mondo, vi sono alcune cose da esaminare che potrebbero dare qualche indicazione. Si dovrebbe per prima cosa notare che le prove già menzionate indicano in modo schiacciante che v'è stato un momento in cui il mondo ha avuto origine, piuttosto che essere eterno. Poiché non v'era presente nessun essere umano per descrivere questa origine, è ragionevole esaminare quello che Dio ne ha rivelato nella Bibbia. Parti-colarmente utili sono tre passi: « Avanti che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e il mondo, anzi, ab eterno in eterno, tu sei Dio » (Sal. 90: 2). Qui troviamo affermato che Dio è eterno, laddove il mondo venne creato ad un certo momento. « Le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti » (Ebr. 11: 3). « Io ho fatto la terra, gli uomini e gli animali che sono sulla faccia della terra, con la mia gran potenza... » (Ger. 27: 5). Dio non ci descrive in maniera particolareggiata il meccanismo impiegato per creare il mondo, tuttavia Egli dice, che ciò avvenne mediante la sua potenza e non a partire da cose visibili. Quel che ci dice coincide esattamente con quanto sappiamo delle relazioni atomiche. La materia può cambiarsi in energia, come in bombe atomiche, ma l'energia può cambiarsi anche in materia. Occorre una grande quantità di energia per produrre un po' di materia, ma attraverso metodi noti si può operare il cambiamento. Pur non potendo affermare con certezza che fu questo il mezzo impiegato per creare il mondo ed al quale si riferiva Iddio quando diceva: « Io ho fatto la terra, gli uomini e gli animali che sono sulla faccia della terra, con la mia gran potenza... », si tratta almeno di una possibile semplice spiegazione che coincide con la conoscenza scientifica attualmente disponibile. Ciò è certamente più semplice ed esige minor fede di quanta ne richieda qualsiasi teoria evoluzionista.

Sembrerebbe anche logico qui un sottinteso morale. Se Dio possiede la capacità di creare il mondo e quello che esso contiene, ha anche la capacità di giudicarci. È molto probabile che una parte dell'opposizione levatasi contro Dio creatore, oggi, sia dovuta a ribellione contro questo fatto.

Le leggi della termodinamica

La scienza ha stabilito alcuni punti di riferimento che sono stati considerati fondamentali per una comprensione del mondo intorno a noi e per predire la direzione nella quale possono svolgersi i processi naturali. Fra i più fondamentali e i più ampiamente applicabili di questi è quello costituita dalle leggi della termodinamica, la prima delle quali si occupa della conservazione dell'energia. La seconda, che è stata altrettanto documentata è quella dell'entropia. Essa trova applicazione qui perché afferma fra l'altro la tendenza irreversibile al passaggio ad un ordine inferiore nei processi naturali di un sistema autonomo. In altri termini, tutti i processi naturali portano ad un aumento della casualità nel sistema in esame. Lasciando le cose a se stesse perché siano dirette dal caso, come si afferma che si sia prodotta l'evoluzione, esse non vanno verso un grado di organizzazione sempre maggiore, ma piuttosto minore. L'intera idea di evoluzione è contraria a questa legge della scienza che in altri campi è considerata fondamentale per una comprensione del funzionamento di ciò che ci circonda.

Per illustrare questo supponiamo che a causa della crisi energetica tu decida di non usare la tua nuova automobile, ma di parcheggiarla nel deserto lasciando direttive ai tuoi eredi perché possano trovarla fra mille anni. Quando quelli arriveranno sul luogo, è più probabile che troveranno la macchina tutta arrugginita e sparsa sul terreno anziché diventata un razzo intercontinentale.

Il miracoloso evolversi nell'organizzazione e nella complessità, quale occorrerebbe per sviluppare l'automobile in un razzo, è esattamente ciò che richiederebbe l'evoluzione dal semplice al complesso.

Gli evoluzionisti spesso cercano di rifiutare questo dicendo che il sole aggiunge energia dall'esterno del sistema termodinamico terrestre e perciò la seconda legge (entropia), non è applicabile. È un fatto però ben dimostrato che l'energia non controllata distrugge più che creare! Quale città è mai stata costruita con una bomba ? Oltre all'energia occorre un « organizzatore » che programmi le giuste reazioni chimiche esattamente dove necessario e al preciso momento giusto.

Gli evoluzionisti spesso obiettono: « Se la seconda legge della termodinamica non permettesse lo sviluppo nella complessità necessario all'evoluzione, non permetterebbe neppure che un seme diventasse un albero ». Effettivamente questa illustrazione serve soltanto a sottolineare la necessità di un fattore organizzativo, poiché senza l'ADN* che dirige il processo, gli alberi oltre a non crescere, non esisterebbero nemmeno.

L'evoluzionista forse spera che la selezione naturale superi la tendenza universale verso la disorganizzazione, ma è impossibile che mutamenti casuali potrebbero mai produrre il tipo di ordine che gli esseri viventi posseggono. Comunque il passo più difficile per l'evoluzione è quello di spiegare l'apparizione della prima vita, quando essa pone come postulato che si stanno formando molecole sempre più complesse (e più complesse sono più tendono a decomporsi spontaneamente). La selezione naturale non avrebbe potuto aiutare le molecole che non hanno vita. Esse non hanno le caratteristiche sulle quali la selezione naturale opera: la colora-2ione protettiva, la forza, l'abbondanza di prole, ecc. Esse sono soltanto molecole alla deriva in un oceano. La teoria dell'evoluzione, nondimeno, richiede che, contrariamente alla seconda legge della termodinamica e a tutte le osservazioni odierne, si siano formate in grande concentrazione molecole sempre più complesse. La maggior parte delle molecole di cui è composta la vita sono infatti così complesse che i migliori scienziati non sono ancora riusciti a produrle nei loro più sofisticati laboratori.

L'origine della vita

Abbiamo guardato ai primi problemi, insuperabili per gli evoluzionisti, e cioè l'origine della materia e dell'universo ordinato. Abbiamo anche accennato al fatto che la legge dell'entropia renderebbe impossibile qualsiasi grande progressione in complessità, e che nel caso della formazione della prima vita essa legge si applicherebbe per forza. Adesso, tuffiamoci davvero in questo problema dell'evoluzione della prima vita; problema forse più difficile di tutti per l'evoluzionista, malgrado che il più delle volte egli cerchi di coprire questo fatto scrivendo che dovunque le condizioni sono favorevoli, la vita si inizia da sola.

Essendo l'evoluzione la teoria dello sviluppo di forme di vita più semplici verso forme più complesse, si nota che, arrivando alla forma più semplice, la vita avrebbe avuto origine da ciò che non ha vita, perché questo è più semplice ancora. Alla stessa maniera degli altri problemi sollevati dall'evoluzione, si può accettare questa affermazione come una possibilità soltanto fino a che non ci si chiede: « Come? » Come da una cosa inerte si sia potuto generare un essere vivente.

Quando si pone questa domanda l'unica risposta è quella della generazione spontanea, teoria molto in voga prima delle scoperte di Luigi Pasteur. Secondo la teoria della generazione spontanea, la carne degli esseri morti darebbe vita ai vermi; l'acqua stagnante genererebbe gli insetti e così via. Prima non c'erano ed ora ci sono: prova apparente che si sono sviluppati dal nulla. Luigi Pasteur, invece, scoprì forme microscopiche di vita e trovò che la sterilizzazione ne arrestava il processo di proliferazione. Da quel momento l'inesistenza della generazione spontanea venne considerata come uno dei fatti scientifici meglio documentati.

L'evoluzionista, tuttavia, è costretto a contraddire questa realtà inoppugnabile continuando ad affermare che la prima vita si sviluppò spontaneamente nell'oceano, ma poiche ciò non accade oggi, deve accettare per fede che sia avvenuto nel passato. Credere nella generazione spontanea fu facile per Darwin, perché, avendo pubblicato la sua teoria prima della scoperta di Pasteur, non potè conoscere prove contrastanti.

L'idea che fosse facile crederci mi colpì un giorno, quando il mio bambino, tutto eccitato, mi mostrò le « semplici » cellule, guizzanti in una goccia di acqua stagnante, che vedeva attraverso il microscopio. Mentre guardavo mi resi conto che anche ai tempi di Darwin quelle cellule dovevano essere apparse semplici, come apparivano a me attraverso quel microscopio giocattolo. Per ironia del caso, poco tempo prima, avevo letto in un giornale, che l'uomo era finalmente riuscito ad operare la sintesi del più semplice enzima, ma che ne restavano ancora migliaia di più complicati, per poterne ottenere quanti ne produce una cellula ordinaria. Gli enzimi vengono usati dalla cellula come catalizzatori nelle numerose reazioni chimiche, necessarie alla sua vita.

Le proteine che compongono le cellule sono sostanze complicate, formate da varie combinazioni di varie molecole di acidi aminici. Per produrre le proteine dagli aminoacidi,, si dovrebbe provocare una serie di reazioni complicate nello ordine giusto, usando gli enzimi adatti al momento opportuno. Questo procedimento così complicato mostra la impossibilità di una formazione in modo spontaneo. Perciò-quando sentiamo che la scienza è riuscita a produrre acidi aminici o, perfino, proteine complete, ciò non dimostra affatto che è stata prodotta la vita, e tanto meno che sia accaduto per caso nella natura. Infatti, sarebbe come dire, dopo aver scoperto le leggi chimiche per sintetizzare l'alluminio in laboratorio, che ciò dimostra che gli aeroplani (perché fatti di alluminio) sarebbero stati prodotti spontaneamente dalla natura e non da una fabbrica!

Non basta un semplice miscuglio di alcune proteine per produrre la vita: occorrono molte proteine specifiche con interazioni complicate fra di loro. Ci sono, ad esempio, molte proteine al macello o nei cimiteri, ma esse non producono la vita.

Gli aminoacidi dai quali sono composte le proteine sono di due tipi: alcuni posseggono certi atomi, attaccati alla destra; altri li hanno alla sinistra. Chimicamente sono gli stessi e quantunque sono prodotti in laboratorio, vengono metà di un tipo e metà dell'altro, come le nostre mani: metà destre e metà sinistre. Dunque, prodotti in laboratorio, in condizioni che potrebbero esistere anche in natura, sono metà di un tipo e metà dell'altro. Nella vita, però, tutte le proteine sono del tipo di sinistra. Tutte! E nessuno può spiegarlo. Sembra che Dio le abbia fatte così.

La legge delle probabilità enunciata da Borei asserisce che quello che capita per puro caso, non capita se la probabilità è estremamente scarsa. Egli dice: « Possiamo calcolare che 10 50 è il livello di probabilità minimale. Quando la probabilità è inferiore, l'opposto può essere anticipato con certezza, nonostante il numero di occasioni che si presentano nell'intero universo ».

È stato stimato che il numero totale di molecole di proteine mai esistite sulla terra non avrebbe superato il 10 52. Se la loro grandezza media fosse uguale a quello della proteina media nell'essere vivente più semplice, esisterebbe soltanto una possibilità su 10 71 che una sola molecola di proteine, avente tutti gli aminoacidi del tipo a sinistra, si sarebbe formata per caso. Ammettendo che la più semplice sostanza capace di vivere richiederebbe soltanto 239 proteine (che è probabilmente troppo poco) la probabilità di trovare questo numero di proteine con aminoacidi del tipo a sinistra tutti nello stesso posto allo stesso tempo è una su 10 293345.

Per aiutarci a capire la grandezza dei numeri di cui abbiamo parlato, Coppedge ci da l'illustrazione di un'ameba che si muove così lentamente da spostarsi soltanto di 2,5 cn.. all'anno. A questa velocità, le ci vorrebbero 10 28 anni per attraversare l'universo. Perché essa non perda il suo tempo, noi le diamo un lavoro da fare: deve portare con sé un atomo, e poi tornare per prenderne un altro. A questa velocità, potrebbe portare tutti gli atomi nell'universo, attraverso l'intera sua lunghezza, in 10 107 anni. Wald ci scrive in un modo tipico degli evoluzionisti di come la vita iniziò. Egli dice: « Malgrado quanto possa sembrare impossibile l'origine della vita, o qualsiasi passo necessario per essa, dato sufficiente tempo, quasi certamente capiterà...

« Il tempo è infatti l'eroe della storia. Il tempo a disposizione è due miliardi (2 x 10 9) di anni. Quello che a noi sembra impossibile non significa più niente. Data una tale quantità di tempo, l'impossibile diventa possibile, il possibile probabile, e il probabile quasi certo. Dobbiamo soltanto aspettale. Il tempo stesso fa miracoli »8.

Il breve accenno che abbiamo appena fatto della probabilità statistica di uno solo dei molti passi necessari all'origine della vita dimostra chiaramente quanto è ingenua questa posizione.

Se fosse poi capitato l'impossibile e le proteine neces-sarie per produrre la vita si fossero formate spontaneamente, allo stesso modo non avrebbero dato alcun risultato. Torniamo al nostro ipotetico aereo e immaginiamo che tutti i pezzi si siano formati e poi ammucchiati spontaneamente. Avremmo per questo un aereo? No, di certo? Qualcuno potrebbe obiettare: « Ma se li buttassimo tutti in un grande recipiente e li rigirassimo per un certo tempo, potrebbe capitare qualche cosa! ». Anche qui la ragione ci dice che, così facendo, si finirebbe soltanto col consumare i pezzi. Occorre invece un'intelligenza che li sappia mettere ognuno al proprio posto!

Per l'apparecchio, comunque, il problema sarebbe fantasticamente semplificato, perché è tanto facile da costruirsi che persino la tecnica di 50 anni fa ci è riuscita. La cellula invece è talmente complicata, che, anche se costruissimo il più grande laboratorio del mondo e lo facessimo dirigere dai migliori scienziati, non saremmo ancora capaci di fare quello che l'evoluzione richiede dalla cellula.

Adesso che abbiamo posto le fondamenta, possiamo considerare i problemi più seri circa l'evoluzione della vita. Se il primo aereoplano si fosse formato per caso e fosse stato in grado di funzionare, sarebbe durato soltanto per un certo periodo, poi si sarebbe consumato ed eventualmente decomposto. Per la cellula, generatasi spontaneamente, si sarebbe posto lo stesso problema, e di nuovo il mondo si sarebbe trovato senza vita. Quello formatosi per caso allora, non sarebbe dovuto essere un semplice aereoplano, ma un apparecchio che contenesse dentro di sé una piccola fabbrica capace di costruirne altri identici!

Anche se questo fosse accaduto, le difficoltà dell'evoluzionista non sarebbero ancora superate. La cellula capace di riprodursi, indubbiamente si consumerebbe e morirebbe insieme alle cellule da essa prodotte.

La prima cellula allora non dovrebbe essere stata capace di produrre soltanto nuove cellule per permettere la continuazione della vita, ma avrebbe dovuto anche saper passare alle sue progenie le istruzioni necessarie per poter continuare il processo di riproduzione.

Quando Dio creò la cellula, risolse questo problema con l'ADN, che ne dirige l'organizzazione, ordina le opportune reazioni e passa una copia di queste istruzioni alla generazione successiva di cellule. Perciò pensare che l'ADN sia stato creato senza un'intelligenza da concepirlo, richiede una mente già talmente condizionata dalle idee evoluzioni-stiche, che riesce a chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

Tuttavia se ciò non fosse vero e la vita capace di ripro-dursi si fosse veramente prodotta per caso, i problemi dell'evoluzione sarebbero ancora insoluti. Gli evoluzionisti dicono che la prima cellula vivente si sarebbe sviluppata in un'atmosfera priva di ossigeno.

Ciò è necessario poiché se l'atmosfera primitiva conteneva ossigeno, gli elementi chimici organici che avrebbero dovuto unirsi per formare la vita, si sarebbero ossidati e non si sarebbe potuta produrre nessuna forma di vita. Tuttavia anche senza la presenza dell'ossigeno, la maggior parte della materia necessaria per formare la vita è troppo instabile per poter resistere per i lunghi periodi di tempo necessari perché si verificasse l'evoluzione molecolare.

Le prove tuttavia che l'atmosfera primitiva della terra conteneva realmente ossigeno sono abbondanti. Nella sua eccellente trattazione sull'origine della vita, Duane Gish da un certo numero di queste prove. Fra esse egli discute le ricerche compiute da un altro scienziato in questo campo, dicendo:

« Dopo aver fatto allusione al fatto che la maggior parte dei grandi depositi di ferro si sono formati nel tardo precambriano o erano ampiamente erosi a quel tempo, egli afferma che il minerale ferroso della catena del Vermillon, nel Minnesota, è molto più antico (Keewatin) e così la trasformazione per ossidazione del minerale ferroso in ossido ferrico si è verificata in epoca molto remota della storia della terra. Più avanti, nella stessa pubblicazione afferma che la presenza di ferro fortemente ossidato giustifica la presunzione di esistenza di un'atmosfera ossidante » 9.

Egli fa anche notare che i gas dei vulcani sono ricchi ai ossigeno. Ora si ritiene che gran parte dell'atmosfera primitiva era costituita da questi gas. Pare perciò che nella atmosfera primitiva, ci fosse ossigeno. Se non ci fosse stato, ciò non aiuterebbe l'evoluzione perché la sua assenza potrebbe recare all'evoluzione un sostegno equivalente soltanto a quello che potrebbe toglierle. Infatti la vita sulla terra non poteva sussistere se non vi fosse stato uno strato protettore di ozono (una forma di ossigeno) nella stratosfera che ci protegge dai raggi ultravioletti, i quali altrimenti cadrebbero su di noi in quantità letale.

Con l'ossigeno, dunque, le molecole in via di formazione si sarebbero ossidate; senza ossigeno, sarebbero state tutte uccise dai raggi ultravioletti.

Non c'è via di scampo!
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30/03/2010 12.59
 
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Arrivando adesso a considerare gli esperimenti sull'origine della vita, Gish fa la seguente constatazione importante:


« Una considerazione importantissima, spesso trascurata o vo-lutamente ignorata a proposito dell'origine della vita è la pronta distruzione dei composti organici ad opera delle stesse fonti di energia usate per formarli. Infatti, una delle caratteristiche di tutti gli esperimenti sull'origine della vita è l'immediato allontanamento dalla fonte di energia dei prodotti della reazione appena for-matisi, per evitare la distrazione. Per esempio, l'apparecchio usato da Miller nei suoi esperimenti classici per la formazione di alcuni aminoacidi e di altri semplici composti organici ottenuti mediante una scarica elettrica in una miscela di metano, ammoniaca, idrogeno e acqua, comprende un sistema per isolare immediatamente dopo la loro formazione, i prodotti ottenuti mediante la reazione. L'esame degli apparecchi usati da altri ricercatori per i loro esperimenti sull'origine della vita, mostra che tale sistema d'isolamento costituisce una caratteristica comune. La tendenza degli studiosi di chimica organica di allontanare immediatamente i prodotti delle reazioni dalle fonti di energia impiegate per la loro sintesi, prima che si verifichi un importante deterioramento di questi prodotti è comprensibile. Tuttavia sulla terra primitiva, non c'era presente nessun chimico che avrebbe potuto farlo, perciò una volta formati, i prodotti ottenuti sarebbero stati soggetti alle forze distrattrici delle scariche elettriche, del calore o dei raggi ultravioletti che ne avevano provocato la sintesi » 10.


Un'altra ragione importante che giustifica l'uso del sistema per isolare i prodotti della reazione è quella di concentrare gli aminoacidi, ecc. così ottenuti, in quanto la loro quantità è minima. Se la vita fosse cominciata nel mare, la presenza di una tal quantità d'acqua mescolata con le piccole quantità di materie organiche complesse utilizzabili per formare la vita, avrebbe dato acqua che per usi pratici sarebbe stata come semplice acqua marina. Le complesse molecole organiche non potrebbero raggiungere mai una concentrazione sufficiente perché si scompongono molto più facilmente di quanto si formino. Anche ammettendo che non si scomponessero, ma che continuassero a costituirsi e ad accumularsi più o meno eternamente, un'adeguata concentrazione dei composti organici necessari sarebbe lo stesso impossibile. La ragione è che la maggior parte delle teorie sull'origine della vita presuppongono la presenza di una concentrazione abbastanza alta nell'acqua di ammoniaca e di altri composti contenenti azoto derivato dall'atmosfera. Anche se si dissolvesse nel mare tutto l'azoto disponibile nel mondo e ne risultassero composti formatisi a casaccio, la concentrazione di ogni composto di azoto utilizzabile ai fini dell'evoluzione si ridurrebbe ad una debole traccia 11.

Supponendo tuttavia che sia avvenuto un miracolo, permettendo così la realizzazione del desiderio emesso dall'evoluzionista, di modo che fosse disponibile una quantità sufficiente di ciascun elemento e che le sostanze si formavano e non si scomponevano ma gradualmente si arrivasse a fare degli oceani quel « brodo organico » di cui parlano gli evoluzionisti, vi sarebbe stata una concentrazione dei particolari materiali necessari alla vita? Diamo uno sguardo alle possibilità statistiche di mettere nell'ordine giusto le molte combinazioni dei pochi aminoacidi necessari per ottenere una particolare proteina:


L'ordine degli aminoacidi in una proteina contenente solo dodici specie diverse di aminoacidi, d'un peso molecolare 34.000 (all'in-circa trecentoquaranta aminoacidi, quindi una proteina relativamente semplice) potrebbe esser disposta in 10300 maniere diverse! In altre parole, agli inizi della terra avrebbero potuto sorgere 10300 molecole proteiniche composte dei dodici stessi aminoacidi e del peso molecolare 34.000. Se avessimo soltanto una di ciascuna di queste molecole, il peso totale sarebbe di gr. 10280, ma il peso della terra è di soli gr. 1027! Se l'intero universo traboccasse di proteine, non si riuscirebbe a trovare neppure una di ciascuna di queste molecole! 12 .


Perciò possiamo dire con certezza che il caso non avrebbe mai prodotto una concentrazione delle specifiche proteine necessarie per la vita.

Se in questa situazione impossibile, per un caso la giusta combinazione di composti organici vaganti nel mare venivano a incontrarsi per un momento, occorreva qualcosa per tenerli legati, altrimenti il mare che li aveva uniti li avrebbe separati di nuovo. Perciò ad un certo punto occorreva che si formasse qualcosa capace di rimanere insieme.

Sfortunatamente i complessi coacervi e le altre cose considerate come aventi qualità simili a quelle delle cellule e che forse avrebbero potuto evolversi trasformandosi in cellule, sono privi di una reale membrana, ed in tal modo si decompongono facilmente. Invece di evolversi nel corso degli anni, essi si dissolverebbero ed il loro contenuto si perderebbe di nuovo nel mare.

Discutendo a proposito dell'interessante strato esterno della cellula, J. D. Ratcliff lascia parlare la stessa cellula:


« Fantastico come la mia struttura interna è il mio muro esterno. La mia membrana ha uno spessore di mm. 0, 0000001 appena. Fino ad epoca molto recente, gli scienziati consideravano questo ricoprimento sottile come poco più di una specie di stretto sacco di cello-fané. Grazie al microscopio elettronico, ora si rendono conto che è una delle mie componenti più importanti. Agendo da portinaio, la membrana cellulare decide che cosa va lasciato entrare e che cosa respinto. Essa controlla l'ambiente interno della cellula mantenendo in perfetto equilibrio sali, materie organiche, acqua ed altre sostanze. La vita dipende assolutamente da ciò.

Quali sono le materie prime necessarie per produrre le proteine della cellula? La membrana lascia entrare quelle giuste, respingendo le altre. È chiaro che possiede un sistema di riconoscimento perfezionato » 13 .


Un altro problema è che le molecole, necessarie alla vita, sono per la maggior parte molto complicate e, si po-irebbe dire in maniera generica, più sono complicate, maggiore è la tendenza a scomporsi in sostanze più semplici. Wald ne discute in questi termini:


Nella vasta maggioranza dei casi che c'interessano, il punto d'equilibrio si trova verso quello della dissoluzione. In altri termini, la dissoluzione spontanea si verifica con molta maggiore facilità e quindi molto più rapidamente della sintesi spontanea. Per esempio, l'unione spontanea, graduale, delle unità di aminoacidi per formare una proteina, ha poche probabilità di verificarsi e potrebbe prodursi solo in un ampio spazio di tempo, mentre la dissoluzione di una proteina, negli aminoacidi che la compongono avviene con molta maggiore facilità e perciò con rapidità molto maggiore. Ci troviamo dinanzi ad una situazione analoga a quella della paziente Penelope che aspettava Ulisse; ma ancora peggiore. Ogni notte ella disfaceva quel che aveva tessuto di giorno, ma nel nostro caso in una notte si può facilmente disfare l'opera di un anno o di un secolo.


Wald continua dicendo: « Credo che si tratti del problema più arduo per noi, attualmente il più debole del nostro ragionamento » 14 .

Le proteine di esseri viventi non si formano da sé. Abbiamo già detto che la scienza moderna è in grado di operare la sintesi solo di alcune delle più semplici. Ciò indica chiaramente la fallacità del ragionamento di quelli che ritengono che nella natura potrebbe esservi qualche modello che porta inevitabilmente alla loro formazione. Invece, queste sostanze sono prodotte da enzimi precisi che agiscono da catalizzatori in ciascuna reazione necessaria.

Queste reazioni non si producono a casaccio, ma ciascuna va iniziata nella giusta successione e fermata dopo che si è ottenuta la giusta dose della proteina, ecc., che si sta producendo. Se la reazione continuasse in maniera incontrollata, essa consumerebbe tutte le materie disponibili allo stesso modo in cui l'incendio di una foresta potrebbe distruggere non solo gli alberi destinati a fornire legna da ardere, ma anche quelli destinati a fornire altro tipo di legname.

Anche una produzione misurata di una proteina complessa non sarebbe di nessuna utilità se si verificasse in una cellula che non ne prevede l'utilizzazione o, se avvenisse nell'ordine o al momento sbagliato in una cellula che potrebbe utilizzarla.

Le specifiche sostanze necessarie alla vita di una cellula si potrebbero paragonare alle parti di una macchina. Ciascuna di esse è necessaria se la macchina funziona come si deve, ma qualsiasi di esse rovinerebbe il funzionamento se gettata lì a casaccio. Qualunque adeguata spiegazione di come l'evoluzione elaborerebbe un valido programma per ordinare e controllare le necessarie reazioni chimiche manca del tutto.

La forza che ordina e controlla gli esseri viventi si chiama ADN, ed essa non si produce spontaneamente. Si riproduce da una ADN già esistente e riceve così tutte le istruzioni codificate per la costruzione della cellula con tutte le sue complesse reazioni. Perciò la formazione casuale di questa piccola parte soltanto della prima cellula sarebbe impossibile. Sarebbe più probabile che il nastro di un cervello elettronico contenente il programma di istruzioni completo per la costruzione e il funzionamento del più complicato stabilimento automatizzato di oggi si formasse da solo nell'oceano, piuttosto che si formasse così una molecola di ADN. Il programma che l'ADN ha è più complicato.

Io perciò prevedo che man mano che si conoscerà meglio l'impossibilità dell'evoluzione della prima vita sulla terra, gli evoluzionisti si allontaneranno sempre più da questa impossibile soluzione e guarderanno allo spazio. Il famoso astronomo Sir Fred Hoyle e un professore di matematiche applicate di Cardiff, Chandra Wickramasinghe, hanno già proposto la teoria che la vita giunse sulla terra su una cometa 15 . Ciò, in verità, avrebbe richiesto una strana forma di vita che sopravvivesse alle radiazioni letali, al freddo intensissimo, alla mancanza di atmosfera dello spazio per periodi di tempo estremamente lunghi ed evitasse l'incenerimento causato dal riscaldamento all'entrare nell'atmosfera terrestre e lo schiacciarsi nell'impatto con la terra. Dovunque poi si fosse sviluppata, la nuova vita avrebbe avuto ancora da superare gli stessi ostacoli della generazione spontanea della vita che avrebbe incontrato qui sulla terra. Queste difficoltà messe insieme precluderanno senza dubbio la generale accettazione della teoria di Sir Fred Hoyle. L'articolo comunque implica che un autorevole scienziato evoluzionista si rende conto dell'impossibilità che la vita qui sulla terra si sia sviluppata da molecole senza vita.

Dunque ciò che io prevedo è che fra gli evoluzionisti diventerà sempre più comune l'idea che la prima vita sia giunta dallo spazio con un UFO. Sebbene questo non aiuti minimamente a superare gli ostacoli inerenti l'evoluzione della prima vita qua sulla terra, almeno non aumenta le difficoltà quanto la teoria di Hoyle. Ciò che fa è di spedire tutto nel regno del mistero e dell'impiegabile. Sarebbe alquanto ingiusto per noi domandare come si sviluppò la prima vita se è stato definito che essa è giunta con qualche mezzo sconosciuto da chissà dove.

La vita in laboratorio

Di tanto in tanto, sentiamo dire che alcuni scienziati sono riusciti a creare la vita in una provetta. Continuando la lettura ci accorgiamo che non hanno veramente creato la vita dalla non vita, ma qualche componente soltanto. Un annunzio importante in tale senso fu quello che il dottor Kornberg era riuscito a creare un virus. In realtà era successo soltanto che gli scienziati avevano scoperto come nascono i virus, problema complicatissimo e difficilissimo che aveva richiesto molti anni di lavoro. Il virus si serve di cellule viventi per produrre altri virus. Il dottor Kornberg aveva calcolato il sistema al punto da poter produrre virus da una cellula vivente senza servirsi di un virus vivo.

L'opinione della scienza oggi è che il virus non è stato la prima vita dalla quale tutto si è sviluppato. Benché più semplice della più semplice cellula, il virus presenta troppe difficoltà. Si è già detto che suo unico cibo sono le cellule viventi. Questo fatto è sufficiente da solo a negargli il carattere di prima vita, a meno che questa situazione non si sia creata nel corso degli anni. Oltre a questo problema, la conoscenza attuale che il virus dipende anche da altre cellule per riprodursi ha convinto la maggioranza degli scienziati che il virus non è fonte di vita, ma prodotto di essa. Ad ogni modo alla data in cui scriviamo, gli scienziati non sono ancora d'accordo se il virus debba o no esser considerato cosa vivente.

La maggioranza di quelli che credono nell'evoluzione ora sarebbe d'accordo nel dire che la cellula anzicché il virus deve aver costituito la prima vita, dalla quale si sono evolute le altre forme di vita. La semplice cellula può sembrare a prima vista una cosa veramente semplice nonostante sia più complicata del virus. Ma è un po' come quando si guarda un calcolatore elettronico. A prima vista sembra una semplice scatola di metallo grigia, qualcosa che si potrebbe quasi supporre creatasi per caso da sola. Un esame più accurato mostra tuttavia che la cellula, come il calcolatore elettronico, è qualcosa di fantasticamente complicato. Nonostante tutti gli anni di studio, gli scienziati cominciano appena a capire un po' qualcosa circa la cosiddetta « semplice cellula ». Ogni anno presenta il suo elenco di complicazioni di recente scoperta e delle quali Darwin era all'oscuro, che rendono sempre più difficile accettare l'idea di uno sviluppo a partire da elementi chimici del mare.

Il dottor Wilder Smith fornisce questo esempio rivelatore della logica intesa a negare Iddio mediante la creazione sintetica della vita:


Si attende con esultanza il raggiungimento della vita sintetica considerandolo l'ultimo chiodo che dovrebbe richiudere la bara di Dio. Ma si tratta di logica valida?

Ogni anno io pubblico articoli sui miei esperimenti di sintesi sulla lebbra e la tubercolosi, riferendo i metodi esatti di sintesi e di prova biologica dei prodotti. Supponiamo che un mio collega leggendo i miei articoli trovi interessanti i risultati e decida di ripetere egli stesso il mio lavoro. Dopo uno o due anni trova i miei risultati esatti (lo spero!) e corrette le attività biologiche dei prodotti sintetici. A sua volta riferisce i suoi risultati nella stampa scientifica ed in conclusione riassume di aver ripetuto i miei esperimenti, di averli trovati esatti e quindi eliminato per sempre il mito dell'esistenza di Wilder Smith. Io non esisto affatto poiché egli ha potuto ripetere la mia opera! Si tratta di logica veramente inconcepibile! Tuttavia tale è la posizione effettiva dei darwinisti e dei neo-darwinisti di oggi 16.


Per concludere diciamo che se la scienza sarà in grado di produrre la vita da ciò che non ha la vita, non sarà avvenuto per caso ma costituirà il risultato dell'opera di mi-gliaia di sommi scienziati che avranno studiato questo problema per anni. Ciò non proverà perciò che la vita poteva venire da sola, ma che invece poteva essere creata da un essere intelligente. Ciò non costituirebbe quindi solo l'unica conclusione logica, ma è anche ciò che la Bibbia ci ha detto essere avvenuto: « Nel principio Iddio creò i cieli e la terra » (Gen. 1:1).

Riassumendo, la risposta che fornisce l'evoluzione alla domanda: « da dove è venuta la vita? » consiste nel far risalire la prima vita a tempi molto lontani e nel dire che la prima forma di vita era molto semplice. Gli autori della maggior parte dei libri di testo sembrano sperare che al lettore sfugga il fatto che questa spiegazione non ha in pratica fornita nessuna risposta alla domanda: Da dove è venuta la vita nel principio? ma che ha fatto soltanto apparire il problema molto più remoto e fatto sembrare meno ovvia e meno importante la loro incapacità a darvi una risposta.
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30/03/2010 13.02
 
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Il metodo dell'evoluzione

Se l'evoluzione è realmente avvenuta, deve esservi qual-che mezzo biologico mediante il quale si poteva verificare. Naturalmente gli evoluzionisti hanno molto riflettuto su ciò ed esperimentato. Il pensiero di Lamarck a tale riguardo era che l'organismo si adattava al proprio ambiente e che la sua discendenza ereditava i caratteri acquisiti dai genitori. Lamarck riteneva anche che gli organismi davano vita a nuovi organi quando se ne presentava la necessità e che lo sviluppo di questi ultimi era proporzionale al loro uso. Si tratterebbe in questo caso di un metodo quasi perfetto di attuazione dell'evoluzione. L'idea tuttavia si ferma di fronte ad un problema insormontabile, che è quello che le cose non vanno in tal modo!

Con la venuta della scienza sperimentale fu ben presto chiaro che i cambiamenti verificatisi durante la vita di un organismo non si trasmettono ai suoi discendenti.

Un esperimento fatto per stabilire questo fu quello di tagliare di generazione in generazione la coda ai topi. La prole continuò a nascere con la coda della stessa lunghezza. Se ci avessero pensato, gli Ebrei hanno fatto la circoncisione per più di 3000 anni con simile risultato. Se i caratteri acquisiti dai genitori fossero ereditati dai figli, dovreste avere grossi muscoli nel caso che vostro padre li avesse sviluppati facendo lavori fisici che voi non avete fatto. Se voi avete imparato a suonare il piano, i vostri figli dovrebbero saperlo fare, e così via. Non avviene così neppure per quei piccoli mutamenti che numerose generazioni acquisiscono, nonostante il fatto che di tanto in tanto qualche scienziato annunzia di aver scoperto il contrario di qualche piccola eccezione. La scienza oggi non considera più come spiegazione razionale dell'evoluzione umana, la teoria che ebbe molto peso ai tempo di Darwin, cioè che fossero trasmesse da genitori a figli le caratteristiche acquisite mediante l'adattamento all'ambiente.

L'aspetto più importante della teoria di Darwin era la lotta per la vita e la sopravvivenza dei più forti. L'idea era che gli organismi che subiscono variazioni utili sopravviveranno per riprodursi e trasmettere ai loro discendenti le proprie capacità. Quest'idea sembra buona, ma deve funzionare entro i limiti delle leggi dell'eredità. Dopo il riconoscimento intorno al 1900 del valore dell'opera di Gregorio Mendel, padre della scienza della genetica, gli scienziati hanno imparato molto sulle leggi della genetica, scoprendo che esse non forniscono il tanto ricercato metodo attraverso il quale avrebbe potuto prodursi l'evoluzione. Un'occhiata a queste leggi ce ne dirà il perché.

Le leggi di Mendel

1. La legge della segregazione. Nella formazione delle cellule di riproduzione, coppie di geni determinanti una data caratteristica si separano fra di loro entrando in differenti cellule di riproduzione.

2. Legge dell'assortimento indipendente. Nella formazione delle cellule della riproduzione, i geni aventi caratteristiche diverse (per esempio, lunghezza dello stelo e colore del fiore) si assortiscono indipendentemente l'uno rispetto all'altro. Nella fecondazione si riassortiscono per caso.

Le leggi di Mendel mostrano che i caratteri recessivi possono mancare per una o più generazioni per riapparire più tardi. Quando riappaiono sono gli stessi di prima e non costituiscono una nuova caratteristica aggiunta. Ad eccezione delle mutazioni, quello che può sembrare nuovo in un animale o in una pianta non è altro che una nuova associazione di caratteristiche già esistenti negli antenati. Contrariamente a ciò, Darwin credeva che si verificavano continue piccole variazioni nuove.

Applicando la teoria di Darwin della selezione naturale alle leggi dell'eredità, gli organismi con caratteristiche che li rendono meno capaci di gareggiare nella lotta per l'esistenza, eliminano queste caratteristiche morendo senza moltiplicarsi. I caratteri buoni possono esser trasmessi dai genitori che li possiedono, ma deve trattarsi sempre di caratteri esistenti nel sistema ereditario. La selezione naturale e la lotta per l'esistenza possono operare reali cambiamenti nelle generazioni successive, come è stato mostrato controllando artificialmente questa selezione per procreare galline con più carne e meno ossa, e così via. Ma non poteva essere questo il metodo seguito dall'evoluzione, poiché non aggiunge nulla di nuovo, non facendo che operare una selezione e facendo risaltare i caratteri già presenti nel meccanismo ereditario. La vita non avrebbe mai potuto progredire passando da una semplice cellula alla complessità che vediamo ora con questo metodo, poiché non viene aggiunto nulla di nuovo.

La poliploidia

Un altro fenomeno che sembrava offrire qualche speranza come possibile soluzione circa i mezzi attraverso i quali avrebbe potuto verificarsi l'evoluzione è la poliploidia. Si tratta del risultato di una divisione cellulare anormale nel quale una cellula riceve un numero di cromosomi multiplo di quello abituale. Non è difficile sperimentare la poliploidia poiché esiste una sostanza chimica in grado di provocarla.

La poliploidia produce generalmente piante gigantesche e si è mostrata molto utile di recente per produrre frutti e fiori molto più grandi di quelli ottenibili con mezzi normali. Essa può anche essere impiegata per produrre quelle che vengono a volte classificate come nuove specie perché si riproducono fra di loro ma sono sterili se incrociate con le piante normali che le producono. Questo metodo tuttavia è di poco aiuto per l'evoluzionista alla ricerca del meccanismo dell'evoluzione, poiché non si aggiunge nulla di nuovo. Si tratta di un raddoppiarsi o un triplicarsi dei cromosomi già esistenti. Inoltre la poliploidia riduce la fecondità delle piante ed è rara negli animali.

Le mutazioni

Il carattere disperato della ricerca da parte degli evoluzionisti di una possibile soluzione circa il mezzo che avrebbe potuto permettere l'evoluzione, è mostrato dal fatto che sono stati obbligati a scegliere quella delle mutazioni. E non già perché questa soluzione offra una buona probabilità logica, ma perché sono stati costretti ad eliminare tutti quei mezzi che, in un primo momento erano sembrati più adatti ad offrire reali, buone possibilità. Infatti, esaminati ad uno ad uno, quei mezzi si sono dimostrati inefficaci per permettere l'evoluzione, dato che non aggiungevano nulla di nuovo, ma rimaneggiavano soltanto quelle caratteristiche già presenti nel meccanismo dell'ereditarietà.

Nel nucleo di ogni cellula, dalla più semplice alla più complessa, esistono fili a spirale, simili a scale a chiocciola, e composti di acido desossiribonucleico, abbreviato ADN. Questi fili si trovano nei cromosomi e contengono i geni che controllano chimicamente i processi che avvengono nelle cellule.

Se l'ADN di un microbo venisse raddrizzato, sarebbe mille volte più lungo del microbo stesso. La lunghezza di quello in una cellula umana è di 1,70 metri. Abbiamo circa 60 mila miliardi di cellule in tutto il corpo che moltiplicate per 1,70 m. di ADN in ogni cellula, da 102 miliardi di chilometri. Dice il professor F. C. Crick, Premio Nobel: « Se i nastri DNA di un uomo -- di uno solo, -- venissero collegati uno di seguito all'altro, potrebbero circoscrivere tutto il sistema solare » 1 .

Un piccolo cambiamento accidentale che, occasionalmente, può verificarsi nella struttura chimica dei geni, viene chiamato mutazione. Tali mutazioni producono effetti fisici e fisiologici nell'organismo per la maggior parte dannosi, se non addirittura mortali. La maggior parte delle mutazioni sono di carattere recessivo, e perciò l'effetto non diviene evidente fino a che un individuo non riceve tali geni da tutti e due i genitori. Animali, piante ed esseri umani che hanno un gene mutante e che sopravvivono, lo trasmettono alle generazioni successive.

Paragoniamo l'ADN al nastro di un cervello elettronico che porti istruzioni per dirigere una fabbrica funzionante con l'automazione. I geni, i quali forniscono un codice chimico, potrebbero essere paragonati ai singoli messaggi incisi sul nastro, che dirigono il lavoro della fabbrica. Nella fabbrica, i messaggi appropriati provenienti dal nastro, sarebbero portati alle varie macchine. Nelle cellule, copie dei messaggi emanati dall'ADN vengono portati da un'altra sostanza chiamata ARN *, ai meccanismi della cellula che pro-ducono le migliaia di sostanze chimiche, diverse ed altamente complesse, necessarie alla vita. Nel caso delle forme di vita superiori, certi organi, le ghiandole per esempio, producono sostanze chimiche che vengono usate nel corpo assai lontano dal punto in cui sono prodotte.

Copie del nastro del cervello elettronico (o ADN) vengono prodotte e trasmesse da genitori a figli col riprodursi della famiglia, e nascono così « nuove fabbriche ».

Immaginiamo ora che le fabbriche costruiscano piccoli motoscooter giocattolo. Se nel momento in cui viene copiato il nastro, si verificasse un errore, il motoscooter potrebbe venir fuori con un manubrio rotto, o mancare di un faro, ma sarebbe difficile concepire la possibilità di un errore accidentale che provocasse la fabbricazione di una ruota di ricambio e la mettesse al posto giusto. Credere perciò che se si facessero alquanti errori selezionati nel copiare il messaggio, si porterebbe la fabbrica a produrre veri moto-scooter e quindi automobili ed infine aviogetti, sarebbe proprio come credere che le mutazioni o i cambiamenti accidentali nei geni potrebbero trasformare una cellula in pesci, rettili, uccelli e mammiferi.


« In altri termini, l'ateo vorrebbe farci credere che, se delle dattilografe dovessero copiare l'esemplare di un libro riguardante il meccanismo e la costruzione di motoscafi fuoribordo e ripetere più volte il lavoro di copiatura, i loro eventuali errori potrebbero trasformare gradualmente il libro in istruzioni tecniche per la costruzione ad esempio di un sottomarino atomico. È questa la difficoltà che deve affrontare il materialista: egli crede che questi errori di trascrizione, invece di dar vita ad un'opera priva di nesso, come sarebbe logico supporre, assumerebbero man mano lo stesso tono tecnico che ci si potrebbe aspettare dai migliori cervelli del mondo. Le istruzioni date per fare un riccio di mare si perfezionerebbero, dal punto di vista della quantità e della tecnica, sì da dare come prodotto, un uomo »2.


In pratica un essere vivente sta in un equilibrio tanto delicato che le varie parti devono funzionare quasi perfettamente perché rimanga in vita, e la possibilità di un cambiamento accidentale che lo migliori, è molto minore della possibilità che avrebbe un orologio che cade a terra di funzionare meglio. Anzi sappiamo bene che con maggior violenza lo scagliamo a terra, minori sono le probabilità che esso continui a funzionare. Lo stesso avviene nelle mutazioni: quanto maggiore è il cambiamento, tanto minori sono le possibilità che l'organismo sopravviva. Quello che si è veramente osservato nelle mutazioni è che provocano degenerazione e, quando si verificano in vaste proporzioni, l'organismo ne viene distrutto.

È possibile che un numero veramente infinitesimale delle mutazioni osservate può realmente recare vantaggio, ma tuttavia è possibile che la maggior parte, se non la totalità, di queste mutazioni « buone » costituiscano correzioni di precedenti mutazioni nocive. Per esempio, allorché si fosse lasciato cadere un orologio su di un lato e qualcosa all'interno si fosse storto, il lasciarlo cadere sull'altro lato potrebbe eccezionalmente, raddrizzare la deformazione precedente.

Chiunque sia convinto che le mutazioni costituiscano il processo per mezzo del quale sono venute alla vita tutte le cose meravigliose che esistono intorno a noi, troverà difficoltà a credere nel carattere nocivo, e non già utile di esse. Per convincersi della veridicità di questa affermazione, basterà esaminare l'atteggiamento della scienza verso le radiazioni atomiche, che aumentano la frequenza delle mutazioni. È noto a tutti come il timore che l'accrescersi delle radiazioni in seguito ad esperimenti atomici causasse un numero sempre crescente di mutazioni, sia stato tale da indurre Russia e America, sempre discordi su ogni problema, di accordarsi nel porre termine a tali esperimenti nell'atmosfera. Nessuno scienziato, che lo conosca, vuole che si continuino gli esperimenti nell'atmosfera perché pensa che le radiazioni, generando le mutazioni, migliorino l'uomo, benché ciò dovrebbe essere quanto mai auspicabile se queste, come si vuole asserire, ci avessero realmente portati dalla singola cellula alla vita attuale.

Tutti gli scienziati, dunque, sono concordi nel riconoscere nocive le mutazioni, quando esse coinvolgono i loro figli. In altre occasioni invece, alcuni sono disposti ad accettare per cieca fede l'idea che nel passato le mutazioni abbiano provocato effetti tanto utili da portare avanti la vita alla perfezione che osserviamo oggi. Se poi dicono che la evoluzione non si è verificata per caso, ma guidata da Dio, perciò quello che oggi è dannoso, un tempo portò beneficio, si combatte non solo contro la scienza, ma anche contro ciò che Iddio ha rivelato circa la creazione. Si segue una religione di propria fattura.

Come hanno avuto origine gli organi?

Darwin diceva: « Se si potesse dimostrare l'esistenza di qualsiasi organo complesso che non avrebbe potuto formarsi mediante numerose successive e lievi modifiche, la mia teoria crollerebbe completamente »3. Poiché Darwin non sapeva niente delle mutazioni, egli pensava che le variazioni normalmente riscontrate fra membri di ogni specie fossero in grado di fornire i mutamenti necessari. Perciò l'evoluzione non sembrò esser cosa troppo difficile. Sapendo, come lo sappiamo noi tuttavia, che queste variazioni normali non aggiungono nulla di nuovo, ma presentano solo diverse mescolanze di caratteristiche già esistenti, gli evoluzionisti odierni devono fondarsi sulle mutazioni, le quali sono quasi sempre nocive, perché si verifichino i veri e propri cambiamenti.

Ogni organo che vorremmo esaminare è molto complicato, e più complicato è un organo, più difficile è che esso sia venuto alla vita senza alcun piano intelligente. Per illustrare il problema, con una delle cose più semplici che ci viene in mente, prendiamo solo una piccola parte di un orecchio. Immaginiamo che per un piano prestabilito o per caso le parti più complicate, cioè: l'orecchio esterno, il timpano, e tutto l'orecchio interno siano già al loro posto. Tutto ciò che chiediamo all'evoluzione è di darci i tre ossicini che sono posti insieme in maniera tale da fornire una leva complessa che unisce il timpano e la membrana dell'orecchio interno per rendere l'udito un poco migliore di quanto sarebbe senza di essi.

Anche se per mezzo di mutazioni si producessero ossicini in numero sufficiente sì che tre di essi si adattassero per caso in modo da fornire una leva complessa, probabilmente essi non sarebbero al posto giusto per funzionare e sarebbero infine eliminati. Gli evoluzionisti hanno perciò cercato di formulare teorie secondo le quali le mutazioni potevano modificare le strutture esistenti sì che qualsiasi organo sarebbe utile all'organismo in ogni stadio del suo sviluppo cosicché non venga eliminato. In organi con funzioni complicate ciò diviene sempre più improbabile. Nel caso semplice degli ossicini dell'orecchio si è postulato che l'evoluzione si è verificata a partire da un tipo di rettile chiamato terapside che aveva già un ossicino nel capo che recava le vibrazioni da una delle grandi ossa della testa ad un altro. Ciò lascia da spiegare solo due ossicini. Uno di essi sarebbe costituito dalla giuntura della mascella inferiore che era all'estremità di un osso alquanto sottile. Si suppone che tale pezzo di osso si staccò dalla mascella cambiando forma e posizione per congiungersi con l'altro ossicino già sul posto. Ciò lasciava alle mutazioni il compito di sviluppare un'altra giuntura prima che il terapside morisse di fame.

Poiché una delle ossa veniva presumibilmente dalla estremità della mascella inferiore, l'altro, circa i quali si deve ancora fornire una spiegazione, sarebbe venuto dalla mascella superiore. Non mi è ancora chiaro come si supponga che ciò risolva il problema di come ogni stadio dell'evoluzione dovesse fornire qualche aiuto all'organismo per non essere eliminato. Citerò perciò l'essenziale di una delle migliori dichiarazioni in merito che uno dei principali organismi di ricerca degli U.S.A. è riuscita a trovarmi. Parlando di questi due ultimi ossicini quest'autorità dice: « Non occorre una grande immaginazione per pensare all'osso quadrato ed a quello articolato divisi, per così dire, fra le esigenze contrastanti delle funzioni masticatorie e quelle uditive, le prime richiedenti ossa massicce e stabili rivestite di muscoli, le seconde ossicine delicate mobili e sospese. Se realmente esistesse questo dilemma salomonico ne consegue che i mammiferi devono la loro esistenza a qualche sconosciuta terapside che giunse all'ispirato compromesso di conciliare le funzioni masticatorie con una giuntura nuova di zecca per consacrare queste ossa ai bisogni più impellenti dell'udito sensibile all'aria » 4.

Mi sembra ovvio che invece della terapside sia stato Iddio a vedere il bisogno ed a provvedere ai particolari. Si guardi dove si vuole, è difficile trovare un organo il cui sviluppo si possa realmente spiegare mediante metodi evolutivi.

Certi tipi di prove però sono generalmente impiegati a sostegno della teoria dell'evoluzione. Esamineremo una ad una quelle più ampiamente in voga.
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30/03/2010 13.24
 
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L'anatomia comparata

Tu somigli ad una scimmia! Naturalmente questo non è del tutto vero, ma vi sono alcune somiglianze reali, benché sia ovvio che vi sono molte differenze. A causa della somiglianzà, l'evoluzione dice che o l'uomo è derivato dalla scimmia o che ambedue discendono da un comune antenato.

Le somiglianze possono certo suggerire qualche raffronto, ma non necessariamente un genere di parentela.

Davanti a me, mentre scrivo, vi sono sugli scaffali un certo numero di libri. Due di essi sono quasi identici. La copertina è la stessa, la carta dello stesso tipo; solo lo spessore e le parole che vi sono contenute sono diverse. Qualcuno che non si intende di libri potrebbe concludere che quello più voluminoso costituisca un prodotto dell'evoluzione del più piccolo. La vera ragione della loro somiglianzà invece risiede nel fatto che appartengono alla stessa collana pubblicata dallo stesso editore. L'evoluzione è solo una delle possibili spiegazioni della somiglianzà. L'origine nella mente dello stesso progettista è con altrettanta probabilità la vera ragione della somiglianzà. La somiglianzà del disegno non costituisce la prova logica contro l'esistenza di un progettista.

Un altro esempio è quello datoci dalla natura, quando si osserva la somiglianzà, in formato ridotto, dell'atomo con il sistema solare. Ambedue hanno un nucleo intorno al quale girano i pianeti. Nessuno tuttavia, sulla base dell'anatomia comparata, propone un'evoluzione del sistema solare a partire dall'atomo poiché nessuno dei due è essere vivente, ma le similarità sono altrettanto vere quanto quelle che vengono citate per provare i legami dovuti all'evoluzione. Se v'è qualcosa che la somiglianzà ci mostra, è che i due hanno avuto origine nella mente dello stesso creatore. Parimenti, la somiglianzà della struttura animale indica una creazione ad opera dello stesso Dio.

L'embriologia

« L'ontogenesi ricapitola la filogenesi. Cioè l'individuo si sviluppa assumendo successive strutture che sono quelle stesse acquistate dalla sua specie, modificandosi nel corso dei tempi » 1. Questa era considerata una legge fondamentale dell'evoluzione. L'idea è che l'embrione umano attraversa gli stessi stadi nel suo sviluppo di quelli attraversati dagli esseri umani nel loro processo evolutivo. Nel passato questo argomento era stato impiegato largamente, ma di recente la Enciclopedia Britannica la considera una grossolana ed eccessiva semplificazione 2. Altri evoluzionisti sono più categorici, ritenendo impossibile adattarla alla conoscenza più attuale secondo cui le caratteristiche dell'adulto sono contenute nei geni della prima cellula dell'embrione. L'evoluzionista A. O. Woodford demolisce questa che era considerata un tempo una prova dell'evoluzione:


Ma le implicazioni della embriologia riguardo alla discendenza non vengono più prese sul serio oggi giorno. I piccoli geni contenuti nella prima cellula di un nuovo individuo contengono l'intero programma del suo sviluppo successivo. I geni sono simili al programma di un computer che gli dice quel che deve fare ed in quale ordine. Il programma per lo sviluppo di un organismo può comprendere una variazione favorevole della norma precedente, e la variazione può divenire carattere distintivo di una nuova specie. Ma solo il caso potrebbe produrre una variazione della forma adulta e produrre anche ad uno stadio immaturo la precedente forma adulta 3.


Dobbiamo ancora esaminare l'argomento, tuttavia, poiché esso è usato ancora spesso, particolarmente nei testi più elementari, i quali sfortunatamente spesso si interessano più di « smerciare » la teoria che dei metodi usati per smerciarla. Sembra infatti che occorra molto più tempo per abbandonare una « prova » dell'evoluzione rivelatasi sbagliata che per adottarne una nuova.

Manifestamente vi sono certe somiglianze fra un embrione umano e certe forme inferiori di vita, ma le somiglianze esistono poiché la maggioranza degli animali sono alquanto simili nella loro struttura basilare, essendo composti di cellule, ed anche nella loro funzione basilare, in quanto hanno bisogno di nutrimento, di ossigeno e di un sistema di eliminazione dei residui. È naturale perciò che nel corso del suo sviluppo l'embrione umano rassomigli ad alcuni animali inferiori, dovendo compiere le stesse funzioni. Quel che erano i suoi antenati non ha nulla a che vedere con queste somiglianze.

In pratica, le somiglianze usate come prova dell'evoluzione sono abbastanza superficiali. Le famose « branchie » dell'embrione umano quasi sempre citate dagli evoluzionisti per provare questo argomento, non fanno che illustrare ciò. Ad un mese l'embrione ha, su quello che diventerà il collo, certe pieghe che si potrebbero considerare somiglianti a branchie di un pesce. Qualunque somiglianzà è tuttavia molto superficiale, poiché queste pieghe non hanno né la funzione branchiale né sono costituite della stessa materia delle branchie, ed a poco a poco formano la mascella, il collo, ecc. L'argomento basato sulle fenditure branchiali offre altrettante prove che l'uomo derivi dal pesce quanto la faccia a forma di luna di un cinese ne dia per sostenere che egli discende dalla luna.

Gli organi vestigiali

Il ragionamento sostenuto dall'evoluzione a proposito degli organi residuali o rudimentali è che l'esistenza di certi organi non aventi alcuna funzione mostra che essi sono avanzi del processo evolutivo, cioè organi che avevano una funzione durante la linea evolutiva in un certo momento, ma che oggi non sono più d'alcuna utilità all'organismo, benché ancora presenti in esso.

Secondo gli evoluzionisti odierni, l'evoluzione si è ve-rificata mediante mutazioni, le quali sono piccoli cambiamenti, avvenuti per caso. Gli evoluzionisti sostengono che non vi fu alcun piano di un creatore a dirigerne il corso.

Perciò, se il complesso degli organi che abbiamo oggi esiste in seguito a un processo evolutivo, dovremmo, evidentemente, trovare molti organi non necessari che non apportano alcun beneficio all'organismo, ma che d'altro canto non gli nuocciono; non solo organi che funzionavano in un animale inferiore, ma anche altri organi che potevano eventualmente trasformarsi in qualcosa di utile o scomparire del tutto. Per esempio, con tante ossa realmente utili che abbiamo, dovrebbe esistere qua o là un osso che non ha nessuna funzione ma che non produce alcun danno. Oppure, perché dovrebbero esservi soltanto due occhi sul davanti della testa? Non avrebbe potuto esservi un altro occhio in un posto dove non faceva né bene né male, se tutto ciò non era dovuto che al caso?

Si dovrebbero certamente trovare organi che funzionavano ad un certo stadio del nostro sviluppo evolutivo ma che non sono più necessari. Inoltre, se l'evoluzione continua, dovrebbero esservi cose che adesso fanno poco o nulla, ma che nelle ere a venire si trasformeranno in organi finora sconosciuti. Nella ricerca di questi organi rudimentali, le passate generazioni di scienziati hanno trovato negli esseri umani centottanta organi non esercitanti una funzione nota. Alcuni di questi sono maggiormente sviluppati in animali inferiori.

Un tempo questi pochi organi venivano citati come prova a favore dell'evoluzione. Tuttavia col progredire della scienza, si è scoperto che molti di essi erano ghiandole producenti ormoni necessari all'organismo. Per altri si scoperse che funzionavano allo stato embrionale dell'individuo, mentre alcuni altri fungevano solo da riserva quando sopravveniva la distruzione di altri organi. Dei pochi restanti, altri funzionavano solo in momenti di emergenza. Gli organi che potremmo definire residuali oggi sono molto pochi ed un numero sempre crescente di scienziati ritiene che non ve ne siano affatto: cioè, questi pochi organi per i quali la funzione non è ancora chiara servono probabilmente ad usi che si scopriranno un giorno.

Il numero ridotto di organi considerati oggi vestigiali costituisce valida prova contro l'evoluzione. Naturalmente se tutti i nostri organi si formassero a causa delle mutazioni, il numero degli organi vestigiali dovrebbe essere maggiore. Inoltre, qualche organo vestigiale non potrebbe mai costituire prova contro la creazione ad opera di Dio, la quale permette mutazioni del tipo di quelle che sono state realmente osservate e che, quasi tutte, producono degenerazioni. Se esiste qualche organo che veramente non ha nessuna funzione oggi, questo si spiegherebbe facilmente. La teoria dell'evoluzione richiede che vi siano molti organi adesso inutili, che col passare del tempo si svilupperanno o degenereranno. La scienza invece, ha trovato che ne esistono pochi o niente. Questa degli organi è divenuta una prova importante contro l'evoluzione e non si dovrebbe semplicemente cessare dal farne menzione nei libri.

Appendice

L'organo di cui ci si è maggiormente serviti per provare l'evoluzione è l'appendice. In alcuni animali che hanno raggiunto uno stadio meno evoluto, l'appendice è più grande che nell'uomo, ed in alcuni ha una funzione chiara. Si afferma che l'uomo è prodotto dell'evoluzione da un animale ipotetico, dotato di appendice più grande e funzionante. Vi sono, tuttavia altri animali considerati meno evoluti di quelli aventi appendice funzionante, dotati di appendice più piccola di quella dell'uomo e non funzionante, e vi sono altri animali che non ne hanno affatto. Se siamo onesti nel servirci dell'appendice come prova del fatto che l'uomo è più evoluto degli animali dotati di appendice più grande e funzionante, siamo costretti a riconoscere che ciò prova che lo uomo è meno evoluto degli animali in cui essa è meno sviluppata o persino assente. Si potrebbe inoltre dire, altrettanto facilmente, che questi animali rappresentano un'evoluzione dell'uomo. Secondo l'Enciclopedia Britannica: « Gli animali dotati di uno stesso organo completamente sviluppato e in stato funzionale vengono considerati vicini dal punto di vista ancestrale, ad animali aventi l'organo residuale »4. Ciò rende l'uomo vicino per discendenza ai marsupiali ed al coniglio, nei quali l'appendice è ben sviluppata, e lontano dalle scimmie che sono generalmente prive di appendice. Altri scienziati pensano che l'appendice non sia affatto un organo residuale, ma che abbia una sua funzione, forse nel combattere le infezioni, essendo tessuto linfatico come le tonsille.

Gli organi residuali dell'uomo successivamente citati con maggior frequenza, sono i muscoli del cuoio capelluto e delle orecchie, i quali sono sviluppatissimi per esempio nel cavallo, che se ne serve per scacciare le mosche che si fermano sulla sua testa. Si sostiene che l'uomo ha le mani per scacciare le mosche e che non ha bisogno dei muscoli della testa e delle orecchie, per cui essi sono residuali. Intanto io considero questo come un insulto personale, poiché riesco facilmente a muovere il cuoio capelluto e le orecchie e spesso li contraggo per allontanare le mosche! Se le persone, che ricorrono a questo ragionamento, hanno dei muscoli degenerati, devono esser seriamente impediti, dovendo fermarsi in ciò che stanno facendo per scacciare ogni mosca che li molesta, e certamente saranno eliminati alla fine di una lotta impari per la sopravvivenza del più forte!

Invece di provare l'evoluzione, il numero ridotto degli organi, di cui non si conosce l'uso, costituisce una valida prova che essi non si sono formati per mezzo di mutazioni dovute al caso, e il fatto che esso venga tuttora citato dimostra semplicemente l'esiguità delle prove a favore della evoluzione.
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12/04/2010 23.44
 
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PERCHE CREDERE: SPUNTI DI APOLOGETICA

Ma quale caso?


1. Quando - costi quel che costi - non si vuole ammettere l'esi­stenza di Dio, quando non si vuole riconoscere l'opera di un Essere intelligente che ha ordinato l'universo e finalizzato la natura non intelli­gente, ecco spuntare il caso. Domandate a chi non crede in Dio quale sia la causa dell'ordine mirabile che osserviamo nel creato ed ecco comparire la "magica", irragionevole risposta: il caso.

2. Tutto ha avuto origine per caso, l'ordine è nato per caso e per caso si mantiene tuttora.

3. Questa pseudo-risposta è di una miseria culturale assoluta, anche se sostenuta da studiosi (sono sempre meno, in verità) di materie scientifiche o filosofiche, e il cattolico deve rendersene conto. Quanto sia irrazionale rifarsi al "caso" per spiegare l'universo, lo lasciamo dire ad illustri scienziati, anche non credenti. Vedremo che sono proprio loro i primi ad escludere che il caso possa essere all'origine della bellezza, della complessità, dell'armonia del micro e del macrocosmo che essi studiano approfonditamente.

4. Le dichiarazioni che di seguito riportiamo andrebbero memo­rizzate da ogni cattolico e utilizzate senza risparmio di energie nel corso di discussioni e dibattiti, a scuola, nel mondo del lavoro e tra amici, con lo scopo di mostrare come sia molto più ragionevole ammettere l'esi­stenza di Dio che rifarsi al "caso" per negarla.

5. Cominciamo da uno scienziato competente e molto famoso, il fisico italiano Carlo Rubbia, premio Nobel 1984. Ecco le sue parole: "Parlare di origine del mando porta inevitabilmente a pensare alla crea­zione e, guardando la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il risultato di un 'caso', di scontri tra 'forze' come noi fisici continuiamo a sostenere. Ma credo che sia più evidente in noi che in altri l'esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell'irraziona­le" (in CARLO FIORE, scienza e fede, Elle di ci, Torino 1986, p. 23).

6. Prestiamo attenzione alle parole di Rubbia che abbiamo sottoli­neato. Egli parla da osservatore, da scienziato che sta "guardando la na­tura". Non sta facendo un discorso di Fede, nemmeno enuncia verità fi­losofiche. Egli, da scienziato che studia il creato, si accorge che l'ordine in esso esistente è a tal punto così complesso (la scienza è in grado, solo parzialmente, di misurarlo e di coglierne l'intrinseca perfezione, ma non certamente di dar vita a nulla di simile) che non può essere attribuito al cieco caso.

7. Sentiamo un altro scienziato, questa volta un non credente, 1'a­strofisico Stephen Hawking: "Le leggi della scienza quali le conosciamo oggi contengono molti numeri fondamentali, come la grandezza della carica elettrica dell'elettrone e il rapporto della massa del protone a quella dell'elettrone [...]. Il fatto degno di nota è che i valori di questi numeri sembrano essere stati esattamente coordinati per rendere possibile lo sviluppo della vita" (Dal big -bang ai buchi neri, Rizzoli 1992, p. 147).

8. Hawking non crede in Dio. Tuttavia, come scienziato constata che le leggi della scienza contengono numeri che sembrano essere stati esattamente coordinati. Da chi, domandiamo noi? Non certamente dal caso, perché il caso non coordina alcunché, cioè non mette in ordine ele­menti disparati come quelli che troviamo nel creato. Perché non ammet­tere molto più ragionevolmente l'esistenza di un Coordinatore onnipo­tente, cioè di Dio?

9. Dello stesso Hawking riprendiamo un'affermazione che abbiamo ricordato nel precedente capitolo: "L'intera storia della scienza è stata una graduale presa di coscienza del fatto che gli eventi non acca­dono in modo arbitrario, ma che riflettono un ordine sottostante" ("citato in EUGENIO CORTI - GIANCARLO CAVALLERI, scienza e Fede, Mimep - Docete, Pessano 1995, p. 16).

10. Se gli eventi non accadono in modo arbitrario, cioè se non acca­dono a caso, perché "riflettono un ordine sottostante", non resta che am­mettere l'esistenza di un Essere intelligente, cioè di Dio, che li ha ordinati.

11. Grichka Bogdanov è laureato in fisica teorica. Con suo fra­tello Igor, astrofisico, e il filosofo francese Jean Guitton è autore di un best-seller intitolato "Dio e la scienza" (Bompiani 1992). Sentiamo che cosa dice a proposito del caso: " Una cellula vivente è composta di una ventina di aminoacidi che formano una 'catena' compatta. La funzione di questi aminoacidi dipende a sua volta da circa duemila enzimi specifici... I biologi giungono a calcolare che la probabilità che un migliaio di enzimi si raggruppi per caso in modo ordinato fino a formare una cellula vivente (nel corso di un'evoluzione di diversi miliardi di anni) è dell'ordine di 10100 (uno seguito da mille zeri) contro 1" (pp. 41-42).

12. I dati forniti dal fisico Grichka Bogdanov sono illuminanti. Se il calcolo degli scienziati esclude che il caso sia l'autore dell'ordine esi­stente tra gli enzimi che compongono una sola cellula, come è possibile credere che l'ordine regnante nell'universo intero sia frutto del caso? Davvero, negare Dio quale autore del creato e attribuire al "caso" l'or­dine e la complessità dell'universo è del tutto irragionevole.

13. Sentiamo ancora le parole di Grichka Bogdanov: "Affinché la formazione dei nucleotidi porti "per caso" all'elaborazione di una molecola di RNA (acido ribonucleico) utilizzabile, sarebbe stato necessario che la natura moltiplicasse i tentativi a casaccio nello spazio di almeno 1015 anni (vale a dire 1 seguito da 15 zeri, cioè un milione di miliardi di anni), il che è un tempo centomila volte più esteso dell'età complessiva del nostro uni­verso" (ibidem, p. 44).

14. Credenti e non credenti devono riflettere di fronte a questi dati. Se, come afferma la scienza, per costruire a caso una sola molecola di RNA non può bastare l'età complessiva del nostro universo, come si sarebbe potuto generare "per caso" l'intero creato?

15. Sempre riferendosi al caso, il professor Bucci, del Campus Bio­medico di Roma, parlando ad un congresso internazionale che aveva per tema "La probabilità nelle scienze" riportava un paragone che andrebbe obbligatoriamente memorizzato tanto è illuminante, semplice e decisivo: "Supponiamo che io vada in una grotta preistorica e vi trovi incisa, su una parete, una scritta, per esempio: 'Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura chè la dritta via era smarrita', e che io dica ai miei colleghi: in quella grotta, a causa dell'erosione dell'acqua, della soli­dificazione dei carbonati e dell'azione del vento, si è prodotta, per caso, la prima frase della Divina Commedia. Non mi prenderebbero per matto? Eppure non avrebbero nulla da ridire se dicessi loro che si è formata per caso la prima cellula vivente, che ha un contenuto di informazioni equivalente a 5000 volte l'intera Divina Commedia" (tratto da EUGENIO CORTI - GIANCARLO CAVALLERI, scienza e Fede, Mimep-Docete, Pessano 1995, p. 13).

16. Un altro esempio riguardante l'impossibilità e l'irragionevo­lezza del caso ci è offerto dallo scienziato John Carew Eccles, neurofi­siologo australiano di fama mondiale, premio Nobel 1963 per la fisiolo­gia e la medicina. Ascoltiamo le sue parole: "Supponiamo l'esistenza di un magazzino immenso di pezzi aeronautici, tutti nelle loro casse o sugli scaf­fali. Un edificio enorme, mettiamo di mille chilometri per lato. Arriva un ciclone che, per centomila anni, fa roteare e scontrare tra loro quei pezzi. Quando finalmente si placa, dove c'era il magazzino c'è una serie di quadrimotori, già con le eliche che girano... Ecco: stando proprio alla scienza, le probabilità che il caso abbia creato la vita sono più o meno quelle di questo esempio. Con, pergiunta, un'aggravante: da dove vengono i materiali del magazzino?" (tratte da: VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul Cristiane­simo, Mondadori, Milano 1993, p. 174).

17. Sempre riferendosi al caso, lo scienziato astronomo e matema­tico Fred Hoyle, nato nel 1915, diceva: "Ma è davvero possibile che il caso abbia prodotto, nel brodo primordiale di cui si favoleggia, anche sol­tanto gli oltre duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo umano? Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la probabilità che questo sia avvenuto casualmente è pari alla probabi­lità di ottenere sempre 12, per 50.000 volte di fila, gettando due dadi sul tavolo (due dadi non truccati, ovviamente, aggiungiamo noi). Più o meno la stessa probabilità, insomma, del vecchio esempio della scimmia che, bat­tendo su una macchina da scrivere, finirebbe con lo sfornare tutta intera la Divina Commedia, con capoversi e punteggiatura al punto giusto. E que­sto, ripeto, solo pergli enzimi, perché l'improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci si allarga a tutte le innumerevoli condizioni necessarie alla vita: tutti 'numeri' usciti dal cilindro del caso? Se si risponde sì, si esce dalla ragione" (tratto da: VITTORIO MESSORI, cit., pp. 174-175).

18. Chi di ragione se ne intende, Hoyle e gli scienziati che abbiamo fin qui ricordato, non teme di considerare "irragionevole" chi ricorre al caso per spiegare l'origine del creato e l'ordine che vi regna. I cattolici dovrebbero mostrare maggiore fermezza e superare ogni com­plesso di inferiorità culturale, giovandosi, nel difendere la ragionevolezza della esistenza di Dio, anche delle affermazioni che abbiamo riportato.

19. Il fisico Alfred Kastler (1902-1984), premio Nobel 1966, dichiaratamente ateo, interrogato sulla possibilità che il caso sia all'orgine di quanto, come fisico, era oggetto dei suoi studi, rispondeva: "Suppo­niamo che nel corso di uno dei prossimi voli lunari venga esplorata la faccia sconosciuta della Luna, cioè quella che ci è opposta e che non vediamo mai, ma che gli astronauti possono raggiungere. Fino ad oggi, essi sono sempre atterrati sulla parte visibile della Terra perché le comunicazioni via radio rimangono possibili mentre non lo sono più quando ci si trova sull'altra faccia.

Supponiamo che essi abbiano la sorpresa di scoprire una fabbrica automa­tica che produce alluminio: esistono attualmente sulla terra fabbriche com­pletamente automatiche.

Essi vedrebbero da un lato delle pale che scavano il suolo e raccolgono l'allu­mina; dall'altro le barre di alluminio che ne escono. Essi vi troverebbero apparecchiature tipiche della fisica, processi di elettrolisi, poiché l'alluminio viene prodotto mediante elettrolisi di una soluzione di allumina nella crio­lite.

In altre parole, dopo aver esaminato questa fabbrica, essi constaterebbero solo il verificarsi di normali fenomeni fisici perfettamente spiegabili con le leggi della causalità.

Essi ne dovrebbero forse concludere che il caso ha creato tale fabbrica, oppure che degli esseri intelligenti sono discesi sulla Luna prima di essi e l'hanno costruita?

Ambedue queste possibilità di spiegazione sono reali. Ma pongo la domanda: sarebbe logico ritenere che il caso ha unito le molecole in modo tale da creare siffatta fabbrica automatica? Nessuno accetterebbe questa interpretazione.

Ebbene, in un essere vivente troviamo un sistema infinitamente più complesso di una fabbrica automatica. Voler ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma, non posso ammettere programma senza programmatore: del quale però non voglio costruirmi un'immagine" (Alfred Kastler in CHRISTIAN CHABAN1S, Dio esiste? No, rispondono..., Mondadori, Milano 1974, pp. 28-29).

20. È, quella di Kastler, una posizione per certi versi strana. Egli ammette l'esistenza di un "programmatore", dunque di un Essere intelli­gente - perché per programmare bisogna essere intelligenti - ma la sua riflessione si ferma qui. Non lo vuole chiamare Dio, e così il suo ateismo è salvo, anche se al prezzo di fare a pugni con la logica. Tuttavia, per il cattolico basta sottolineare come ogni scienziato onesto non può fare a meno di ammettere che l'ordine del creato, "il programma", non può esistere senza "programmatore", cioè non può essersi creato per caso. Di fronte a chi non crede, il cattolico avrà buon gioco nel mostrare che il "programmatore" di cui parla Kastler - è evidente - non può che essere una Intelligenza straordinaria, infinita, tanto grande da poter programmare, cioè creare e ordinare, l'universo intero. Noi diciamo che questo Programmatore è Dio.

21. Un altro non credente, uno scienziato famoso, Jean Rostand, naturalista: "Dal punto di vista scientifico manca qualcosa alla spiega­zione mediante il caso. E difficile ingoiare il fatto che l'uomo sia apparso sulla terra in virtù di questi lapsus molecolari" (p. 51). E ancora: "Ho detto no a Dio [...], ma la domanda ritorna a porsi in ogni momento. Mi dico: è possibile? Per esempio, a proposito del caso mi ripeto: non può essere il caso a combinare ali atomi. Ma allora che cosa è?" (p. 46). Infine, a p. 59: "Disgraziatamente non riesco a immaginare altro che il caso. Ma bio­logicamente sembra difficile spiegare anche un fiore mediante il caso" (Jean Rostand, in CHRISTIAN CHABANIS, Dio esiste? No, rispon­dono..., op. cit.).

22. Quanta palese e sofferta riflessione in queste parole. Rostand è ateo e deve negare l'esistenza di Dio ad ogni costo. Ma quando si domanda chi può aver dato vita all'ordine esistente in un minuscolo fiore - immaginarsi nell'universo intero - deve ricorrere, per balbettare una risposta che non sta in piedi, all'immaginazione: "disgraziatamente non riesco ad immaginare altro che il caso". Invece, "biologicamente", cioè scientificamente, egli sa bene che il caso non spiega nemmeno un fiore. Come sarebbe più ragionevole ammettere l'esistenza di Dio.

23. Riprendiamo un'affermazione che abbiamo ricordato nel pre­cedente capitolo. Ce la offre Jean Dorst, professore di zoologia dei mammiferi e degli uccelli, già direttore del Museo Nazionale di Storia Naturale. Ecco le sue parole: "L'ecologia indica come il diverso assorti­mento delle specie non sì è stabilito a caso" (tratto da RENE LAUREN­TAIN, Dio esiste ecco le prove [Le scienze erano contro. Ora conducono a Lui], Piemme, Casale M.to 1997, p. 53).

24. Una negazione decisa del caso come autore dell'armonia e del­l'assortimento delle varie specie esistenti in natura. Negazione ribadita più avanti, con altre parole: "Il costituirsi del mondo vivente, nel corso di qualche miliardo di anni, non è concepibile senza un disegno" (p. 53). Dunque, per spiegare la bellezza del creato ci vuole un disegnatore, quindi un Essere intelligente, infinitamente intelligente. E questo essere è Dio.

25. L'astrofisico americano Trinh Xuan Thuan, di origine vietna­mita: "[...] l'universo è regolato con estrema precisione. Occorre poco più di una decina di numeri per descriverlo: la forza di gravitazione, la velocità della luce, la cifra che misura la dimensione degli atomi, la loro massa, la carica degli elettroni, ecc. Ora, basterebbe che uno di questi numeri fosse diverso e l'universo non esisterebbe (noi compresi, di conseguenza). Si tratta di un congegno a orologeria assai delicato, poiché, con lo scarto di qualche decimale, nulla accadrebbe e l'universo risulterebbe sterile. Il Big-Bang ori­ginale doveva possedere una certa densità; le stelle, produrre carbone; la terra, trovarsi a una certa distanza dal sole; l'atmosfera, avere una buona composizione. Era necessario tutto questo perché comparisse la vita. Erano possibili migliaia di altre combinazioni. I fisici le ricreano in laboratorio, ma nessuna ha originato la vita. Questo concorso di circostanze è troppo straordinario perché il caso ne sia il solo responsabile. Ecco perché sono certo che c'è un Creatore" (tratto da RENÉ LAURENTAIN, Dio esiste ecco le prove [Le scienze erano contro. Ora conducono a Lui], cit. p. 70).

26. Finalmente sentiamo il parere di una studiosa di filosofia, Sofia Vanni Rovighi, che commenta alcuni dati scientifici forniti da E. Poli, nel volume Homo Sapiens, il quale afferma che la sostanza del cervello "è un complicatissimo feltro di cellule e fibre, dotato di straordinarie capacità operative che nell'uomo ci sono 12 miliardi di neuroni "dei quali il 95% si trova nella corteccia cerebrale. Si calcola che una grossa cellula del midollo spinale (gatto) sia in contatto con 30.000 giunti interneuronici [...]. In to­tale, nel fèltro neuronico dell'atomo esisterebbe un milione di miliardi di collegamenti ecc... [ ... ]. In confronto - è stato detto - i più perfezionati cal­colatori non fanno alcuna impressione"

27. Poli sostiene che tutto questo è frutto di un'evoluzione durata milioni di anni senza che ci fosse un progetto, un fine da raggiungere, un piano operativo. Ma il filosofo, la Vanni Rovighi in questo caso, si domanda: ma è mai possibile che il caso, sia pure durante un'evoluzione durata milioni di anni, abbia prodotto questa incredibile organizzazione, questo complicatissimo intreccio ordinato?

28. E prosegue: "Tutti abbiamo sentito il paragone: è possibile che buttando innumerevoli volte a casaccio il contenuto di una sacco pieno di lettere dell'alfabeto ne venga fuori l'Iliade o la Divina Commedia? Si può rispondere: non è contraddittorio che ciò avvenga, ma quale uomo ragione­rebbe così?" (SOFIA VANNI ROVIGHI, La filosofia e il problema di Dio, Vita e pensiero, Milano 1986, p. 74).

29. Questo capitolo è giunto al termine. Mi pare che siano stati raccolti elementi sufficienti per affermare la totale irrazionalità, la più completa irragionevolezza, la più straordinaria assurdità del caso, mentre abbiamo confermato la ragionevolezza e la logicità di chi afferma che all'origine dell'universo ordinato, che ciascuno di noi - confortato dalle osservazioni scientifiche - vede, non può esserci che una Intelligenza ordinatrice infinita: Dio.

30. Sono dati raccolti dal mondo della scienza, sui quali è possibile un'ultima riflessione di carattere filosofico, offerta dallo studioso Batti­sta Mondin: "assumere il caso come spiegazione di qualcosa di estrema­mente e profondamente razionale quale è la teleonomia è cadere in patente contraddizione, perché si afferma e si nega allo stesso tempo la razionalità. Nella teleonomia la razionalità è incarnata, è reale. Rifugiarsi nel caso che è un non ente, un nulla per spiegarla, significa sconfessare apertamente quanto si era già apertamente riconosciuto" (BATTISTA MONDIN, Dica chi è? Massimo, Milano 1990, p. 232).

31. Se il caso, dunque, a detta degli stessi scienziati, non può essere ritenuto la causa dell'ordine e del finalismo presenti nel cosmo, ne consegue la necessità di ammettere l'esistenza di un Essere ordinatore e finalizzatore, dunque intelligente: questo Essere è ciò che chiamiamo Dio.
01/05/2010 08.40
 
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CASO? MA NEMMENO PER CASO!!!
Autore: Gianpaolo BARRA

Per negare Dio si tira in ballo il caso. Al quale si attribuiscono più
miracoli di quanti ne abbia mai compiuti Dio. La scienza - quella libera
da pregiudizi al caso non crede ormai più. Parlano gli scienziati.
I contendenti si riducono, come sempre, a due soli. Nella sfida per spiegare
l'ordine meraviglioso dell'universo, Dio e il caso si contendono la vittoria.
Stando ad alcuni, e noi siamo tra questi, solo una suprema intelligenza può
essere all' origine del creato, dell' armonia che vi regna, dell' ordine
sottostante i fenomeni che osserviamo.
Secondo altri, l'armonia dell'universo è prodotta casualmente, non esiste alcun
progettista, men che meno un Dio creatore, ordinatore e finalizzatore.
Poi succede che siccome Dio è una ipotesi che non viene nemmeno presa in
considerazione, ecco che a scuola, nei dibattiti televisivi, sulle pagine di
quotidiani e riviste, tra i due contendenti il caso ha spesso la meglio.
E noi cattolici facciamo la figura di chi, non al passo coi tempi, è un
sottosviluppato culturale, bisognoso di aggiornamento, di chi ha messo in
soffitta il sapere scientifico per fare posto alla fede.
Ma davvero solo chi crede, solo chi ignora le conquiste della scienza, solo chi
non s'aggiorna, può sostenere l'ipotesi Dio come ordinatore dell'universo?
Una semplice indagine ci svela che tra gli scienziati, credenti e non credenti, al
caso ci credono ormai in pochi.
Non ci crede per niente Carlo Rubbia, fisico di casa nostra, premio N obel 1984,
secondo il quale "l'ordine troppo preciso" che si scopre guardando la natura,
osservando il creato, studiando la sua struttura "non può essere il risultato di
un caso".
Una affermazione autorevole, ma Rubbia passa per credente, arriva a Dio
"percorrendo la strada della ragione" e sostiene che sono quelli che negano Dio
a seguire "la strada dell' irrazionale".
Un collega di Rubbia, un fisico, anche lui premio Nobel nel 1966, Alfred Kastler
(1902-1984) in Dio non ci credeva. Ma quando si interrogava, come scienziato,
sulla possibilità che il caso fosse all' origine di quanto la sua scienza gli faceva
conoscere, rispondeva con un paragone illuminante.
Sentiamolo: "Supponiamo che nel corso di uno dei prossimi voli lunari venga
esplorata la faccia sconosciuta della Luna, quella che ci è opposta e che non
vediamo mai, ma che gli astronauti possono raggiungere. Fino ad oggi, essi
sono sempre atterrati sulla parte visibile dalla Terra perché le comunicazioni
via radio rimangono possibili, mentre non lo sono più quando ci si trova sull'
altra faccia".
E prosegue: "Supponiamo che essi abbiano la sorpresa di scoprire una fabbrica
automatica che produce alluminio: esistono attualmente sulla terra fabbriche
completamente automatiche. Essi vedrebbero da un lato delle pale che
scavano il suolo e raccolgono l'allumina; dall' altro le barre di alluminio che ne
escono. Essi vi troverebbero apparecchiature tipiche della fisica, processi di
elettrolisi, poiché l'alluminio viene prodotto mediante elettrolisi di una
81
soluzione di allumina nella criolina.
In altre parole, dopo aver esaminato questa fabbrica, essi constaterebbero solo
il verificarsi di normali fenomeni fisici perfettamente spiegabili con le leggi della
causalità.
Essi ne dovrebbero concludere che il caso ha creato tale fabbrica, oppure che
degli esseri intelligenti sono discesi sulla Luna prima di essi e l'hanno
costruita?".
Che cosa risponderebbero i nostri lettori? Il buon senso, prima ancora che
elementari nozioni di filosofia, farebbe loro dire che la fabbrica non si
costruisce per caso. Nessuno, solo che avesse un po' di sale in zucca, potrebbe
attribuire al caso la creazione di una fabbrica automatica sulla Luna.
"Ebbene - concludeva il Nobel Kastler - in un essere vivente troviamo un
sistema infinitamente più complesso di una fabbrica automatica. Voler
ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo. Se esiste un
programma, non posso ammettere programma senza programmatore: del
quale però non voglio costruirmi un' immagine".
E, tuttavia, non è raro che insegnanti poco istruiti diano per scontato ciò che
per Kastler è ovviamente assurdo.
Ma il rifiuto del fisico austriaco di "costruirsi un'immagine" di quel
"programmatore" che tutto ha fatto ordinatamente nasconde una scelta -
meglio, una non scelta - che oggi è comoda per molti.
Se il caso è assurdo, non resta che Dio. Ma ammettere Dio implica una vera
conversione, un mutamento, una nuova prospettiva che coinvolge la vita
stessa, non solo la professione. Allora, per evitare responsabilità, per svicolare
platescamente dalla scelta, meglio rifiutare di "farsi un'immagine" del
programmatore, di pensarci, di indagare, di approfondire.
Atteggiamento tutt' altro che scientifico, ma per molti è così.
Il buon senso, o il senso comune, alza la sua voce perenne e universale. Dio
esiste, e ha lasciato tracce evidenti della sua presenza e della sua opera. Una
di queste è l'ordine regnante nell'universo.
Ma il buon senso fa difetto a molti. Non a Fred Hoyle, astronomo e
matematico: "Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto
che la probabilità che questo sia avvenuto casualmente [sta parlando della
possibilità che nel brodo primordiale di cui si favoleggia si sarebbero prodotti
anche solo gli oltre duemila enzini necessari al nostro corpo] è pari alla
probabilità di ottenere sempre 12, per 50.000 volte di fila, gettando due dadi di
fila sul tavolo" .
Dadi non truccati aggiungiamo noi alle parole di Hoyle, che prosegue: "Più o
meno la stessa probabilità del vecchio esempio della scimmia che, battendo su
una macchina da scrivere, finirebbe con lo sfornare tutta intera la Divina
Commedia, con capoversi e punteggiatura al punto giusto". E se è impossibile
che per caso si siano formati gli enzimi, può essere che sia accaduto a caso il
sorgere della vita? Non serve la fede per rispondere: ma nemmeno per caso.
Basta il buon senso.
Le esemplificazioni rendono bene il frutto delle complicate ricerche scientifiche.
Quella dell'australiano John Carew Eccles (1903-1997), premio Nobel per la
fisiologia e la medicina nel 1963, è di una straordinaria immediatezza:
"Supponiamo l'esistenza di un magazzino immenso di pezzi aeronautici, tutti
82
nelle loro casse o sugli scaffali. Un edificio enorme, mettiamo di mille
chilometri per lato. Arriva un ciclone che, per centomila anni, fa roteare e
scontrare tra loro quei pezzi. Quando finalmente si placa, dove c'era il
magazzino c'è una serie di quadrimotori già con le eliche che girano... Ecco:
stando proprio alla scienza, le probabilità che il caso abbia creato la vita sono
più o meno quelle di questo esempio. Con, per giunta, un' aggravante: da dove
vengono i materiali del magazzino?" .
I tempi stanno mutando, e il positivismo scientifico che ha regnato nel secolo
scorso e fino a qualche decennio orso no è in pensione. Il caso sta perdendo la
sua sfida con Dio. La scienza è oggi una finestra aperta sul Creatore. Gli
scienziati più accorti, scevri da pregiudizi ideologici, scorgono nell' ordine del
creato l'impronta di un Autore, di una Intelligenza suprema, di Dio. Qualcuno
non lo chiama ancora così, ma che il caso non c'entri nulla con quel che
studiano sembra ormai assodato.
Ora, questa scoperta deve diventare di dominio pubblico. Anche a scuola,
anche nei dibattiti televisivi, dove chi nega Dio dimostra di mancare non solo di
Fede ma anche di buon senso.
Ricorda
- "L'universo si presenta in una quasi inesauribile varietà di esseri, di forme, di
strutture, che non appaiono disordinate e irregolari, ma ordinate e sottostanti a
leggi ben definite".
(Vittorio Marcaozzi - Caso e finalità, Massimo, Milano 1976, pag. 8)
- "La cultura dominante pretende di far passare per verità assolute una serie di
menzogne. Questa cultura dice: "La scienza è nemica della fede". L'antitesi
scienza-fede è la più grande mistificazione culturale di tutti i tempi".
(Antonio Zichichi, tratto da Carlo Fiore - scienza e fede, Elle Di Ci, Torino 1986,
pag. 5)
Bibliografia
VITTORIO MARCOZZI
Caso e finalità
Massimo, Milano 1976.
EUGENIO CORTI
GIANCARLO CAVALLERI
Scienza e fede
Mimep-Docete, Pessano (MI) 1995).
RENE' LAURENTIN
Dio esiste.
Ecco le prove (Le scienze erano contro.
Ora conducono a Lui)
Piemme, Casale Mon.to 1997.
ANTONINO ZICHICHI
Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo
(tra Fede e scienza)
83
04/05/2010 18.56
 
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Critica al caso:considerazioni statistiche

Sopra abbiamo riportato alcuni esempi per dimostrare l'incredibile improbabilità che l'azione del caso possa essere all'origine della vita.Ora riportiamo le considerazioni di vari scienziati per rendere ancora più evidente quanto già affermato.

-Il fisico A. Kastler,premio Nobel 1966,era ateo.Ciò nonostante affermava:
"In un essere vivente troviamo un sistema infinitamente più complesso di una fabbrica automatica.Voler ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo.Se esiste un programma,non posso ammettere programma senza programmatore".
Parole di uno scienziato ateo!E il suo ateismo egli lo giustificava ammettendo la possibilità che il programmatore non fosse anche il creatore dell'universo,ma si limitasse a ordinare una materia già esistente(ipotesi già avanzata da Kant).
In realtà quest'ultima considerazione filosofica,poggia su basi fragilissime:infatti un ordinatore che agisca dall'interno per ordinare una materia preesistente,non giustifica l'ordine intrinseco che gli elementi della natura presentano!Vale a dire che la materia risulta finalizzata non solo per come sono coordinati gli elementi tra loro,ma anche per come sono ordinati al loro interno.Si pensi all'ordine cosmico:esso è possibile non solo grazie alle leggi fisiche che determinano il movimento dei corpi celesti,ma prima ancora perchè la materia stessa,nella sua struttura,presenta quelle proprietà fisico-chimiche fondamentali che rendono possibili le leggi fisiche!E tali proprietà intrinseche può averle determinate solo chi ha forgiato la materia,cioè il Creatore.Quindi non regge neanche un pò l'ipotesi di un programmatore contingente e calato in una realtà che si limita ad ordinare;mentre è molto più logico pensare ad un programmatore trascendente che si pone al di fuori della realtà da lui creata e ordinata.

-Lo scienziato ateo J. Rostand afferma:
"Disgraziatamente non riesco ad immaginare altro che il caso.Ma biologicamente sembra difficile spiegare anche un fiore mediante il caso".

-Fred Hoyle,astronomo e matematico(colui che teorizzò lo stato stazionario come possibile giustificazione dell'eternità dell'universo),afferma cose sconcertanti:
"E' davvero possibile che il caso abbia prodotto,nel brodo primordiale di cui si favoleggia,anche soltanto gli oltre 2000 enzimi necessari al funzionamento del corpo umano?
Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la probabilità che questo sia avvenuto è pari alla probabilità di ottenere sempre 12,per 50000 volte di fila,gettando due dadi sul tavolo[...]E questo,ripeto,solo per gli enzimi,perchè l'improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci si allarga a tutte le innumerevoli condizioni necessarie alla vita:tutti "numeri" usciti dal cilindro del caso?Se si risponde sì,si esce dalla ragione
".

-Il neurofisiologo J.C. Eccles,premio Nobel 1963,lancia una provocazione analoga a quella comparsa sulla rivista American Scientific(e che abbiamo riportato sopra):
"Supponiamo l'esistenza di un magazzino immenso di pezzi aeronautici,tutti nelle loro casse o sugli scaffali.Un edificio enorme,mettiamo di mille kilometri per lato.Arriva un ciclone che,per centomila anni,fa roteare e scontrare tra loro quei pezzi.
Quando finalmente si placa,dove c'era il magazzino c'è una serie di quadrimotori,già con le eliche che girano[...]
Ecco:stando proprio alla scienza,le probabilità che il caso abbia creato la vita sono più o meno quelle di quest'esempio.
Con un'aggravante,per giunta:da dove vengono i materiali di costruzione?
".
E così abbiamo modo di riflettere anche sul fatto che il caso può agire sulla materia,ma non la presuppone!Il caso non spiega l'esistenza della materia...

-Concludiamo questa serie di citazioni con la più fantasiosa,e forse anche la più sconvolgente.Il biochimico molecolare Bucci si serve di questa similitudine per rendere l'idea di quanto sia assurdo considerare il caso e la materia come uniche basi all'origine della vita:
"Supponiamo che io vada in una grotta preistorica e vi trovi incisa su una parete una scritta,per esempio: - Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura chè la diritta via era smarrita - e io dica ai miei colleghi:in quella grotta a causa dell'erosione dell'acqua,della solidificazione dei carbonati e dell'azione del vento,si è prodotta per caso la prima frase della Divina Commedia.Non mi prenderebbero per matto?
Eppure non avrebbero nulla da ridire se dicessi loro che si è formata per caso la prima cellula vivente,che ha un contenuto di informazione equivalente a 5000 volte l'intera Divina Commedia
".

E per chi volesse controbattere che l'ordine del cosmo non è poi così perfetto in quanto la natura stessa si rivolta contro l'uomo(pensiamo ai terremoti,gli uragani,le alluvioni;oppure che lo stesso sistema solare sarà spazzato via un giorno,quando il sole esploderà in una supernova),dico che la risposta ci è data sul piano teologico:la causa della sofferenza e della morte,che ha corrotto la natura e ha umiliato l'uomo,è tutta lì:nel peccato originale;con esso i progenitori dell'umanità hanno provocato la prima,vera Catastrofe(con la C maiuscola)della storia della Creazione!
Inoltre l'esistenza del male non può essere impugnata come antitesi all'esistenza del finalismo.Il male in ogni sua forma,non sussiste da solo,ma si presenta come privazione di qualcosa:la malattia è privazione della salute,ad esempio.Ne deriva che il male non costituisce una negazione del finalismo,ma al contrario lo presuppone!Infatti rappresenta una perturbazione dell'ordine naturale,senza il quale non esisterebbe nemmeno(e a questo ragionamento si ricollega la teoria pascaliana del "re decaduto" che esponiamo nel post successivo).

Chiudo con una citazione;il grande scienziato Louis Pasteur amava ripetere ai suoi collaboratori:"Ricordatevi che un pò di scienza potrà allontanarvi da Dio,ma molta scienza vi ricondurrà a Lui ".

Riferimenti bibliografici:
- "L'esistenza di Dio" Giacomo
Samek Lodovici

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10/05/2010 22.55
 
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Complessità ed evoluzione: la strategia del "bricolage"
In questo e nei successivi paragrafi vorremmo argomentare che la complessità
dei sistemi biologici sembri essere del tutto sui generis e necessiti, per essere intesa e
apprezzata, di una prospettiva storica ovvero evolutiva. I viventi sono "macchine"
complesse costituite da migliaia di elementi interagenti (cellule) a loro volta costituiti
da proteine e da altri composti quali lipidi e glicidi. In particolare le proteine sono a
loro volta codificate da geni che si trovano nel DNA. Il dato più importante e
sconvolgente che emerge dai dati riguardanti l'intera sequenza genomica di organismi
apparentemente cosi' diversi, quali il nematode Caenorhabditis elegans (un
millimetro di lunghezza, poco più di 1.000 cellule, 20 giorni di vita, circa 19.000
geni), il moscerino Drosophila melanogaster (organismo interamente post-mitotico,
30 giorni di vita, circa 18.000 geni), il topo Mus musculus (un mammifero di 20
grammi di peso, lunghezza massima di vita 2 o 3 anni) e l'Homo sapiens (lunghezza
massima di vita oltre 120 anni, costituito da centinaia di miliardi di cellule, circa
35.000-60.000 geni ) c'è una sostanziale "somiglianza" a livello genetico.
Infatti, la maggior parte dei geni presenti nell'uomo ha un omologo
corrispondente non solo nel topo, un mammifero evolutivamente "vicino", ma anche
nella D. melanogaster e nel C. elegans, due invertebrati evolutivamente
apparentemente lontani. La differenza nel numero assoluto dei geni tra l'uomo da una
parte e il verme C. elegans dall’altra non è poi cosi' grande come ci si sarebbe
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potuto attendere ed è ancora minore se si considera che i singoli specifici geni di
questi due organismi sono largamente simili ("omologhi") e che di molti geni sia il C.
elegans che l'uomo hanno più copie diverse con piccole differenze tra loro. A questo
riguardo è stato dimostrato che determinati geni umani immessi (il termine tecnico è
transfettati ) nel genoma del C. elegans sono perfettamente funzionanti e capaci di
vicariare le funzioni degli omologhi geni dei vermi sperimentalmente inattivati.
Uno studio recente ha utilizzato le più avanzate tecniche bioinformatiche ed i
dati disponibili sulle più aggiornate banche dati per rispondere alla seguente
domanda: quanto sono simili i funghi e gli umani dal punto di vista genetico? Per
capire la portata di questa domanda ed il significato della risposta che è emersa si
deve ricordare come gli studi di genetica che hanno utilizzato i sopramenzionati
sistemi-modello hanno contribuito grandemente alla nostra comprensione del
funzionamento dei geni umani. Tra questi sistemi i lieviti ed altri membri del regno
dei funghi, sono stati tra quelli più utilizzati, essendo tra gli eucarioti più semplici,
riproducendosi in tempi molto rapidi ed in terreni di coltura estremamente poveri. Lo
studio ha confrontato il genoma umano con quello del Saccharomyces cerevisiae
(uno dei lieviti più studiati) e di altri membri del regno fungino, quali
Schizosaccharomyces pombe, Candida albicans, Neurospora crassa e Cryptococcus
neoformans, e ha valutato successivamente la similarità della proteomica fungina con
quella umana. Facendo alcune assunzioni statistiche che sarebbe troppo lungo
descrivere qui, si è così potuto evidenziare che il 25,6% delle proteine umane hanno
una controparte nel solo S. cerevisiae e che questa percentuale sale fino ad oltre il
50% se si considerano gli altri quattro sopramenzionati membri del regno dei funghi.
Si tratta di dati straordinari se si considera la distanza evolutiva tra uomo e funghi.
La logica architettonica che ne emerge è dunque la seguente: l'evoluzione è
fondamentalmente conservazione, ed una volta che nel corso dell'evoluzione si sia
arrivati a costruire un gene, ed una relativa proteina, strutturalmente adeguati e
funzionanti, essi sono stati conservati lungo tutto l'arco evolutivo, facendone
eventualmente di ciascuno di essi piu' varianti diverse.
Se dunque due organismi quali il verme C. elegans e l' uomo, che hanno
prestazioni e sono capaci di performance cosi' diverse per quanto riguarda
complessità degli organi, lunghezza della vita, comportamenti etc., sono costituiti da
proteine largamente omologhe codificate da geni altrettanto omologhi, dove sta il
"trucco" per capire la loro differenza? Il trucco sembra che vada ricercato in una
strategia combinatoria ("bricolage") che si basa sull' acquisizione nel corso dell'
evoluzione di modalita' di assemblaggio e di regolazione che consentano la
costruzione di macchine estremamente complesse, utilizzando gli stessi elementi ma
combinandoli secondo regole progressivamente piu' complicate e creando
sottosistemi funzionali sempre più connessi tra loro.
La "complessizzazione" delle regole nel corso dell' evoluzione è di fatto uno
degli argomenti meno conosciuti e sul quale si sta appuntando l' attenzione dei
ricercatori. Ancora una volta sembra che valga anche a questo livello una logica
combinatoria, in cui regole elementari vengono assemblate per costituire circuiti di
regolazione più complessi. Tanto per dare una idea delle conseguenze di questo
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scenario per la bio-medicina, vi ricordo che si fanno oggi esperimenti in cui Dal
punto di vista teorico è presumibile che possa succedere anche l'inverso, ma
ovviamente nessuno pensa di transfettare geni di verme nell' uomo.
[Modificato da Credente. 10/05/2010 22.56]
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26/07/2012 11.54
 
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14/09/2012 23.41
 
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A sostegno di una nuova teoria dell’evoluzione

di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica

 

Quando si tenta di fare critica scientifica al neo-darwinismo è difficile, se non impossibile, evitare l’accusa di sostenere tout court il creazionismo (in forma più o meno camuffata) e quindi di porsi al di fuori del discorso scientifico. Nel migliore dei casi, può capitare di sentirsi dire qualcosa del genere: “Va bene la critica, ma se ci si limita a quella e non si propone un’alternativa valida… la critica rimane scientificamente lettera morta e l’alternativa alla teoria neo-darwiniana coincide, di fatto, con il creazionismo”. In realtà, questo tipo di osservazione (quando è espressa in buona fede) ha senso, se si pensa a come la critica al neo-darwinismo sia effettivamente usata da certe organizzazioni per sostenere posizioni religiose fondamentaliste, decisamente anti-scientifiche. Sennonché, alle volte ci si dimentica – o si finge di dimenticare – che non tutti i dissidenti dal neo-darwinismo sono pastori protestanti della Bible belt statunitense.

Prima di proseguire nel discorso, conviene fermarci brevemente per richiamare alcuni concetti. Innanzitutto, è chiaro che l’evoluzione (intesa come cambiamento nel tempo della struttura e della composizione della biosfera terrestre) è un fatto scientificoinnegabile, suffragato da innumerevoli prove. Di norma, si usa distinguere tramacro‑evoluzione e micro‑evoluzione. Con il termine macro‑evoluzione si indica la comparsa nella biosfera di nuove funzioni, organi e gruppi tassonomici;  la micro‑evoluzione si identifica invece di solito con la variabilità intra-specie (che include l’apparizione di nuove varietà o sotto-specie), ma più in generale comprende tutti i fenomeni che implicano la specializzazione o la perdita di funzioni attraverso piccole variazioni ereditabili. Per esempio, l’evoluzione dell’occhio e la comparsa dei cordati, dei tetrapodi (i vertebrati terrestri) e degli euteri (i mammiferi placentati) costituiscono tutti casi di macro‑evoluzione. D’altro canto, la separazione del cane (Canis lupus familiaris) dal lupo (Canis lupus lupus) è una faccenda puramente micro‑evolutiva.

Per quanto riguarda le evidenze scientifiche dell’evoluzione, quelle della macro-evoluzione sono esclusivamente paleontologiche; per la micro‑evoluzione, invece, esistono moltissime osservazioni “in vitro”, oltre a quelle classiche “in vivo” (come il famoso caso della Biston betularia).  Tra le prove di laboratorio va ricordato, in particolare, lo storico esperimento sui batteri di Lenski, che è una splendida dimostrazione di adattamento micro-evolutivo (dovuto, nello specifico, alla perdita di una particolare funzione enzimatica). Senza entrare nel dettaglio, ricordiamo che il neo-darwinismo (per meglio dire, la “Sintesi Moderna dell’evoluzione”) è quella particolare interpretazione scientifica dei fenomeni evolutivi per cui la macro‑evoluzione non differisce sostanzialmente dalla micro‑evoluzione. In altri termini, secondo la teoria neo-darwiniana dell’evoluzione gli eventi macro-evolutivi sono dovuti al lento accumularsi – nel corso di ere geologiche – di una lunga serie di cambiamenti micro-evolutivi. Niente di più, niente di meno.

Ora, il punto è questo: la Sintesi Moderna (figlia, come è noto, della teoria originaria della selezione naturale di Darwin e della genetica, sviluppata intorno alla metà del XX secolo) è in grado di spiegare in modo pienamente soddisfacente la micro‑evoluzione. Per fare ciò, non richiede di andare oltre la semplice interpretazione dei fenomeni biologici fornita dalla fisica e dalla chimica della fine del XIX secolo, di impianto tipicamente riduzionistico. Purtroppo, però, la spiegazione della macro‑evoluzione non si può affatto considerare una conseguenza immediata di tale teoria: è richiesto, per così dire, un supplemento interpretativo, un fondamento filosofico che assicuri che l’approccio riduzionistico sia davvero in grado di giustificare ogni aspetto della realtà scientificamente esplorabile. Tale fondamento (totalmente filosofico, perché non suffragato da nessuna prova scientifica) è perfettamente stigmatizzato nell’opera più nota di Jacques Monod, “Il Caso e la Necessità”.

Caso (o politica, o chissà cos’altro) volle che nel corso del XX secolo il neo-darwinismo – vale a dire la rappresentazione monodiana dell’evoluzione – diventasse dominante tra gli specialisti del campo, assurgendo al rango di dogma indiscutibile. Questo nonostante le sempre più schiaccianti evidenze del fatto che un’interpretazione riduzionistica non basti a render conto di tutti gli aspetti della realtà materiale: evidenze provenienti dalla meccanica quantistica e dalla fisica dei sistemi complessi, ma anche dalla stessa biologia. È ormai assodato, per esempio, che la relazione tra genotipo e fenotipo di un organismo (vale a dire, tra l’informazione genetica e la sua espressione nel vivente) è di carattere altamente non lineare: le piccole variazioni fenotipiche caratteristiche della micro‑evoluzione coinvolgono di norma aree del genoma distanti eppure fortemente interdipendenti, mentre le mutazioni genotipiche puntiformi risultano neutre dal punto di vista macro-evolutivo o hanno effetti distruttivi sull’individuo. Secondo il premio NobelBarbara McClintock il genoma è un organello reattivo che può essere spinto alla riorganizzazione da qualche “shock”, portando alla comparsa di nuovi gruppi tassonomici: dunque, il DNA non andrebbe più considerato come il semplice portatore passivo di informazione del dogma monodiano – lentamente mutante nel tempo per effetto di piccole variazioni casuali – ma come un sistema complesso, capace di reagire in modo non lineare a sollecitazioni esterne. Inoltre, è ormai dimostrato che uno dei motori più importanti nei fenomeni evolutivi non è la mutazione genetica casuale, ma il trasferimento orizzontale di geni tra individui di una data popolazione. Tutto ciò è difficile da spiegare nella prospettiva strettamente riduzionistica del neo-darwinismo di stampo monodiano; ed è per questo che sono esistiti ed esistono scienziati che, pur essendo lontanissimi da idee creazioniste, lo hanno giudicato errato: Goldschmidt,SchindewolfDe VriesLøvtrupCroizatLima-de-Faria (per citarne solo alcuni).

Insomma, non sempre la critica al neo-darwinismo è da intendersi come strumentale a qualche sconsiderata teologia fondamentalista (così come il neo-darwinismo stesso, in quanto teoria scientifica, non dovrebbe essere strumentale a qualche altrettanto sconsiderata, e altrettanto fondamentalista, ateologia). D’altra parte, fin dalle origini il darwinismo si è cautelato da ogni tentativo di falsificazione scientifica. Il suo fondatore ebbe infatti a dichiarare: «Se si potesse dimostrare che esista un qualsiasi organo complesso, che non possa essere stato prodotto in alcun modo mediante molte piccole modificazioni successive, la mia teoria sarebbe completamente rovesciata. Ma io non riesco a trovare nessun caso del genere» (tratto dal capitolo VI de “L’origine delle specie”). In pratica, Darwin stabilì che per confermare la validità della sua teoria nella spiegazione di una data problematica evolutiva, sarebbe bastato escogitare una plausibile storia di adattamento e selezione naturale – non importa quanto improbabile, non importa se non verificabile. Pertanto, nonostante le pressioni provenienti da ogni area della scienza, è perfettamente possibile continuare ad avere fede nella Sintesi Moderna, a patto di riuscire a trovare una spiegazione riduzionistica, una narrazione selezionista darwiniana – una just-so story, insomma – che dia conto dello specifico fenomeno biologico esaminato. Il fatto è che questo è sempre possibile: considerata l’universalità del codice genetico nella biosfera terrestre, si può sempre immaginare che si sia verificata, a un certo punto nel remoto passato, un’opportuna mutazione genetica, seguita da una determinata successione di selezioni e adattamenti micro-evolutivi che hanno prodotto l’effetto osservato!

C’è un piccolo particolare, però: ogni nuova just-so story introduce un elemento sempre più pesante di fortuna nella narrazione della storia della vita. In altre parole, nella prospettiva darwiniana le cose sarebbero andate “proprio così” nel corso dell’evoluzione, non perché fosse inevitabile che lo facessero, ma perché qualche imponderabile fattore contingente avrebbe tutte le volte impostato, per un puro accidente fortuito, il corso degli eventi in un certo modo. Guarda caso, questo risultava sempre essere il modo più appropriato affinché, in un lontano futuro, potessero comparire organismi di capacità cognitive e complessità crescenti. Quest’ultima riflessione appariva particolarmente evidente a Stephen Jay Gould, che dedicò l’ultimo capitolo del libro “La vita meravigliosa”all’elencazione di una serie (parziale) delle “felici circostanze” che hanno portato alla comparsa della vita intelligente sulla Terra. Secondo l’analisi di Gould, se anche uno solo degli scenari descritti si fosse svolto in maniera differente, con ogni probabilità oggi il nostro pianeta non sarebbe abitato da una specie in grado di sviluppare scienza e tecnologia affidabili.

D’altra parte, il dogma monodiano non lascia via di scampo: nell’ambito di tale schema, ogni innovazione evolutiva dipende esclusivamente da particolarissimi eventi contingenti e da concomitanti mutazioni genetiche casuali, ognuna con una probabilità di verificarsi inesprimibilmente piccola

Nel precedente articolo abbiamo cominciato ad affrontare il problema dell’eventuale superamento scientifico della Sintesi Moderna, e più esattamente del riduzionismo monodiano quale paradigma esplicativo di ogni cambiamento evolutivo.

Per comprendere esattamente cosa comporti inquadrare l’evoluzione nello schema neo‑darwinista, andiamo ad analizzare uno degli esempi di “onnipotenza della contingenza” esaminati da Stephen Jay Gould nell’ultimo capitolo deLa vita meravigliosa, riguardante l’origine dei vertebrati terrestri (i tetrapodi).

Circa 370 milioni di anni fa, nel Devoniano, i pesci dominavano i mari. Si ritiene che i vertebrati terrestri moderni discendano da un piccolo gruppo di questi, l’ordine degli osteolepiformi dei pesci sarcopterigi (“dalle pinne carnose”). La maggior parte dei pesci sfoggiava, e sfoggia tuttora, pinne costituite da una serie di raggi sottili irradiantisi dall’asse dorsale. Senza nessun motivo, invece, un oscuro antenato dei sarcopterigisviluppò una struttura della pinna molto diversa, fissata a un robusto asse aggiuntivo perpendicolare al corpo. Questa soluzione si sarebbe rivelata indispensabile per la conquista della terraferma… ma non aveva nessun tipo di vantaggio evolutivo evidente in ambiente subacqueo. Una recente ricerca condotta da Stephanie Pierce, Jennifer Clack e John Hutchinson ha in effetti evidenziato che ittiostega – a lungo ritenuto una forma di transizione tra pesci e anfibi, interamente acquatica ma capace di comode “passeggiate all’asciutto” – fosse in realtà del tutto impossibilitato a compiere i movimenti necessari per camminare. Un semplice pesce dalle pinne carnose, insomma, dotato per combinazione di alcune delle caratteristiche necessarie all’uscita dall’acqua. Come si afferma nell’articolo: «I primi tetrapodi, e i pesci che hanno dato loro origine, furono inizialmente interpretati come animali adatti all’ambiente terrestre con pinne o arti capaci di sopportare pesi. Fin dai primi anni ‘90, tuttavia, nuove scoperte fossili e interpretazioni anatomiche hanno dimostrato che i primi vertebrati dotati di arti avevano abitudini primariamente acquatiche e che gli arti si sono evoluti prima dell’abilità di “camminare” sulla terraferma”. La comparsa della caratteristica indispensabile per la futura evoluzione dei tetrapodi non sarebbe stata, dunque, nient’altro che un puro e semplice “colpo di fortuna”.

Ora, la domanda che Gould pone è la seguente: sarebbe possibile immaginare, in una Terra in cui ciò non fosse avvenuto – in un pianeta abitato cioè solo da invertebrati e vertebrati marini privi di forti arti – l’esistenza di scienziati capaci di porsi le nostre stesse domande sull’origine della vita intelligente? Secondo Gould no: gli insetti, gli unici animali forniti di buone capacità di manipolazione fine viventi in ambiente terrestre, non hanno mai mostrato una tendenza all’evoluzione di doti cognitive di alto livello, pur essendo comparsi molto prima dei mammiferi. Si badi bene: qui non si nega la possibilità di spiegare il successo evolutivo dei discendenti del primo ignoto sarcopterigio con qualche scenario neo-darwinista di “selezione del più adatto” (ne esistono diversi di plausibili), o magari di giustificare l’origine stessa del passaggio al tetrapodismo (“evidentemente si è trattato di un evento di exaptation da strutture organiche preesistenti”, si dice); piuttosto, si sottolinea la casualità di importanti “innovazioni” macro-evolutive, che si sarebbero rivelate adatte alla bisogna solo molto tempo dopo la loro comparsa. In realtà,basta pensare a quanto sia improbabile la fissazione nel genoma dell’informazione relativa a una singola proteina utile – mediante i soli meccanismi riduzionistici di mescolamento e mutazione puntiforme del DNA – per capire quanto poco convincentesia ognuno dei suddetti scenari evolutivi: anche il fenomeno dell’exaptation, in fondo, conta sul riadattamento di un numero finito di strutture organiche già funzionanti, sebbene per scopi diversi.

In definitiva, bisogna rendersi conto che l’intera storia della vita sulla Terra è costellata di “coincidenze fortunate” di questo genere; e sebbene sia sempre possibile una spiegazione riduzionistica conforme allo schema “mutazione genetica casuale ‑ selezione naturale”, capace di spiegare a posteriori ognuno di tali eventi, questa soluzione non si può ritenere soddisfacente dal punto di vista scientifico. Come abbiamo più volte osservato, infatti, l’assunto riduzionistico che l’evoluzione non sia in definitiva altro che una lunghissima successione di “eventi fortunati” – ognuno, tra l’altro, con una probabilità bassissima di verificarsi, data la relazione non lineare tra genotipo e fenotipo – conduce a una sola possibile conclusione logica: deve esistere una quantità infinita dirisorse probabilistiche (casi possibili e tempo a disposizione) utilizzabili dal processo evolutivo. In altre parole, il dogma monodiano porta alla credenza nel multiverso. Un’idea, questa, che non è affatto sostenuta dalla scienza e che entra in conflitto, più in generale, anche con la logica (vedere per esempio quiqui e qui).

Se, dunque, l’interpretazione della realtà fatta a partire da certe premesse assiomaticheporta a conclusioni poco sostenibili dal punto di vista logico e scientifico, che cosa ne dobbiamo dedurre? Indubbiamente che ci deve essere qualche errore – di carattere scientifico o logico – nelle premesse, oppure nelle varie ipotesi assunte nel corso dell’interpretazione successiva.
A me sembra che il dilemma si possa ricondurre a due alternative:

  1. O è sbagliato l’approccio riduzionistico al problema dell’evoluzione biologica;
  2. O è sbagliata l’idea di un’evoluzione guidata solo dal caso.

Si capisce che nessuna delle due alternative è in contrasto con una visione teistica, mentre solo la seconda lo è decisamente con quella ateistica (salvo che non si voglia ammettere, con Richard Dawkins e lo scrittore di fantascienza David Brin la possibilità di un ID alieno). Da un punto di vista strettamente scientifico, sanamente agnostico, la prima alternativa sembrerebbe dunque essere l’unica possibile. Certamente, l’abbandono di un paradigma così profondamente consolidato quale quello riduzionistico potrà sembrare a tanti un salto nell’ignoto; tanto più che molti intravedono in questa operazione il “rischio” di giungere a una forma di conoscenza della realtà materiale comunque “sporcata” da tentazioni teleologiche o neo-platoniche, che trovano francamente intollerabili. Ma tant’è: se la scienza vorrà mantenere il suo carattere galileiano originario, dovranno essere le interpretazioni filosofiche a piegarsi all’evidenza empirica, e non viceversa.

Potrebbe dunque valere la pena di costruire una teoria evolutiva che emerga finalmente dalle sabbie mobili della Sintesi Moderna? Secondo il famoso microbiologo Carl Woese, certamente sì. Si tratterebbe, in realtà, di mirare alla fondazione di una vera e propria“Fisica dei Sistemi Viventi” (definita così in analogia con la Fisica dei Sistemi Complessi). Insomma, si dovrebbe tentare di sottrarre la teoria dell’evoluzione dalle grinfie del Casomonodiano, allo scopo di riportarla nell’alveo della Necessità scientifica e riconciliarla così con l’evidenza empirica.
A me pare che la strada verso la costruzione di una Fisica dei Sistemi Viventi dovrà necessariamente procedere attraverso i seguenti passi:

  1. demolizione (parziale) del vecchio edificio dogmatico, attraverso argomenti epistemologici e osservazioni scientifiche (“pars destruens”);
  2. costruzione di una possibile “impalcatura” per la futura erezione del nuovo edificio, soprattutto attraverso considerazioni epistemologiche non limitate dal paradigma riduzionista, e
  3. graduale inserimento di vecchi e nuovi dati scientifici come “mattoni” per la costruzione del nuovo edificio (“pars construens”).

Come sappiamo, molti scienziati e filosofi hanno lavorato e stanno lavorando al punto 1dell’elenco precedente; pochi ai punti 2 o 3Eva Jablonka e Marion Lamb, per esempio,hanno proposto una teoria dell’evoluzione “a quattro dimensioni”  in cui si rigettal’immagine dell’”Albero della Vita” di darwiniana memoria (più correttamente, alla luce di quanto si sa oggi grazie alla paleontologia, del “Cespuglio della Vita”) e si adotta invece quella di una “rete” di strette relazioni che si estendono sia nello spazio (attraverso la condivisione orizzontale dei genomi) che nel tempo (attraverso l’ereditarietà: genetica, epigenetica, comportamentale e simbolica). D’altra parte, la teoria di Jablonka e Lamb, pur rifiutando il principale caposaldo del neo-darwinismo (il gradualismo) – e giungendo perfino ad ammettere la possibilità di trasmissione ereditaria di tipo lamarckiano – non sembra ancora capace di distaccarsi da un quadro interpretativo riduzionistico: non viene infatti prospettato alcuno schema di livello superiore (una Fisica dei Sistemi Viventi, insomma) che spieghi in qualche modo i meccanismi di interazione che creano e tengono insieme la “Rete della Vita”. Un’altra just-so story, dunque, solo di dimensioni gigantesche.

Eppure, nell’evoluzione a quattro dimensioni fanno capolino due importanti elementi nuovi: l’ereditarietà comportamentale e simbolica. Ora, il comportamento e i simboli sono oggetti di studio tanto scientifico quanto filosofico, che fanno parte di quel mondo “mentale” che tende a sfuggire, come sappiamo, ad un’analisi riduzionistica (vedere qui equi). Insomma, si intravede nella teoria di Jablonka e Lamb un “punto cieco” che lascia probabilmente spazio a una rilettura delle scienze evolutive finalmente affrancata dal dogma monodiano.

Credo, in conclusione, che si debba e si possa fare molto di più dal punto di vistainterpretativo, rispetto a questi – pur importantissimi – tentativi di rifondazione di un paradigma scientifico ormai sclerotizzato, quale è il neo-darwinismo. È evidente, infatti, che un’impresa del genere richieda, oltre a una quantità di prove sperimentali, dosi massicce di “interpretazione filosofica”. In quest’ultimo senso, ogni contributo (per quanto piccolo) può essere importante. Penso, perciò, sia proprio arrivato il momento in cui chiunque abbia fiducia nella scienza galileiana e creda nella capacità della ragione umana di leggere la Realtà (ma soprattutto non tema di incappare in tentazioni teleologiche), cominci seriamente a darsi da fare per la realizzazione della tanto attesa “pars construens” di una nuova teoria dell’evoluzione, per la costruzione di una vera Fisica dei Sistemi Viventi.

Un interessante tentativo sta per essere avviato sul sito web di Enzo Pennetta, www.criticascientifica.it, come viene spiegato in questa pagina.

[Modificato da Credente. 15/09/2012 17.10]
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15/09/2012 17.23
 
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Lo psicolgo Matt J. Rossano:
«più studiamo l’evoluzione e meno appare casuale»

Per qualche anti-teista, la natura capricciosa dell’evoluzione sembrava rappresentare finalmente l’obiezione principale al cristianesimo, il quale mette l’uomo al centro, apice dell’opera creativa di Dio, il vero scopo della creazione stessa. Ancora oggi qualche neo-darwinista, debole rimasuglio del grande movimento filosofico/ideologico che nacque per divulgare il più possibile l’evoluzion-ismo, tenta di ragionare come Dio e sostiene che un Creatore non avrebbe mai scelto percorsi del genere per far apparire l’uomo.

Ma, come spiegava in Ultimissima 9/10/11 Michele Forastiere, le cose pare stiano mettendosi sempre peggio per gli amici neo-darwinisti. Lo ha spiegato su “Huffington Post”, il sito web più visitato al mondo, lo psicologo Matt J. Rossano, docente alla Southeastern Louisiana University ed esperto in psicologia evolutiva: «Sempre più spesso-dice l’evoluzionista-, la scienza sta dimostrando che il processo evolutivo ha fatto i conti con molti vincoli che limitano la sua possibilità e forzano i suoi percorsi».

Porta come esempio di questo il fenomeno della onnipresente convergenza evolutiva, cioè la tendenza per cui specie diverse che vivono nello stesso ambiente, sottoposte agli stessi stimoli ambientali, si evolvono sviluppando strutture o adattamenti molto simili. Come scrive il paleobiologo di Cambridge, Simon Conway Morris in “Life’s Solution” (Cambridge Press 2003), esiste solo un numero limitato di modalità con cui l’evoluzione può risolvere i problemi di adattamento posti dagli ecosistemi della terra. Di volta in volta, l’evoluzione si imbatte sempre nelle stesse caratteristiche di progettazione generale. A questo occorre aggiungere, secondo Rossano, l‘effetto Baldwin e i recenti risultati nel campo dell’epigenetica (chi vuole approfondire può farlo leggendo l’articolo originale), i quali -sommati agli effetti di convergenza- «sono solo alcuni dei meccanismi che servono come vincoli direzionali sui percorsi dell’evoluzione». La ha riconosciuto anche l’antropologo Melvin Konner«Non ci sono intrinsechi fattori di guida nell’evoluzione, ma ci sono intrinsechi vincoli e canalizzazioni lungo i quali l’evoluzione è facilitata a procedere» (M. Kooner, “The Evolution of Childhood”, Harvard Press 2010).

Lo psicologo conclude dunque sottolineando come, naturalmente, «nessuno di questi fattori garantisce il nostro arrivo sul palco evolutivo. Essi, tuttavia, aumentano la probabilità che una creatura complessa, razionale, capace di intrattenere sia idee scientifiche e religiose possa emergere». E ancora: «Più comprendiamo evoluzione, meno sembra fondata la paura dei creazionisti o la dissoluzione di Dio cui bramano alcuni atei».

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15/09/2012 17.30
 
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Il fisico Polkinghorne:
«la casualità è un dono di Dio alla libertà dell’uomo»

Uno degli esponenti di spicco del rapporto tra scienza e religione è sicuramente John Polkinghorne, fisico teorico e pastore anglicano, co-protagonista nel 1964 insieme a Murray Gell-Mann e George Zweig della storica scoperta dei quark, già docente di Fisica Matematica presso l’Università di Cambridge ed eletto Fellow della Royal Society nel 1974.

In questi giorni partecipa al Meeting di Rimini 2011, importante festival cattolico organizzato dal movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, e in un’intervista ha dichiarato rispetto al rapporto tra scienza e fede: «amo dire che sono due occhi: posso vedere con l’occhio della scienza e posso vedere con l’occhio della religione. E guardando con due occhi insieme posso vedere più lontano e più in profondità di quanto possa fare l’uno o l’altro di essi da solo».

Affronta poi il discorso della casualità presente in natura, argomento molto apprezzato dalla cultura anti-teista come “prova” dell’inesistenza di un progetto (divino). Egli dice:«”Caso” è una parola molto difficile: bisogna fare in modo di essere sicuri di capire cosa si intende con essa. Il caso deve essere accuratamente distinto dalla contingenza, cioè dal perché questa particolare cosa accade. E non è necessariamente privo di un significato. Per esempio, accade una particolare mutazione e la natura prende una particolare direzione. Se si fosse verificata una mutazione leggermente differente la vita sarebbe stata deviata, avrebbe preso una direzione leggermente differente. Ma non c’è nessuna «favola senza senso raccontata da un idiota». Il caso non è la negazione del finalismo del mondo». Poi precisa meglio concentrandosi proprio sulle mutazioni genetiche: «Se non ci fossero mutazioni genetiche, non ci sarebbero nuove forme di vita. Se non ci fossero mutazioni genetiche per tutto il tempo, allora ovviamente non ci sarebbero nuove specie da sottoporre alla selezione naturale. La fecondità del mondo proviene dall’interazione tra il caso a livello microscopico e la necessità. La fecondità del mondo appare esistere, come amiamo dire in termini scientifici, al margine del caos, cioè a metà strada tra ordine e disordine. Il troppo ordinato è troppo rigido, il troppo disordinato è troppo informe. La giusta miscela dei due è ciò che produce la vera fecondità».

Così arriva ad esprimere la sua visione, in piena sintonia con quanto ha dichiarato tempo fa: «la Creazione divina non è una sorta di proprietà divina in cui Dio abbia posto ogni cosa, in cui faccia accadere tutto. Il dono di Dio è il dono dell’amore, e il dono dell’amore è anche il dono di qualche dovuta forma di indipendenza alle creature che sono amate. Poco dopo che Charles Darwin aveva pubblicato “L’origine delle specie”, il sacerdote inglese Charles Kingsley (1819-1875) disse che Darwin aveva mostrato che Dio ha creato il mondo non già bell’e pronto, con tutto già fissato, ma ha fatto una cosa incredibile: Dio ha creato il mondo dotandolo di un futuro, perché alle creature sia permesso di essere se stesse e di fare se stesse.Questa è la maniera teologica di pensare al mondo che si evolve».

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03/08/2014 12.07
 
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Il caso non esiste






Esiste invece l'incapacità umana di spiegare tutto.
Così dice la scienza empirica.

 
di Giorgio Masiero

La scienza empirica non può dimostrare l’azione del caso né l’assenza d’intelligenza in nessun fenomeno naturale. Perché? Perché né l’uno né l’altra sono grandezze misurabili nel Sistema internazionale di unità di misura, taglierebbe corto Galileo Galileo. Per questo basilare motivo, la diatriba “Darwinismo contro Intelligent Design” (reale nei Paesi anglosassoni e inventata in Italia dai darwinisti per evitare il confronto epistemologico) è sul lato scientifico una gigantesca perdita di tempo.

Ai nostri giorni molti credono di sapere e nessuno ammette volentieri d’ignorare, cosicché la scappatoia del caso va di moda. È la parolina magica con cui molti divulgatori scientifici celano una verità sgradevole per il loro mestiere: la conoscenza imperfetta che ogni disciplina scientifica ha dei fattori in gioco in ogni fenomeno, per definizione di metodo scientifico. Quando questa imperfezione è determinante a impedirci predicibilità evocano il caso, allo stesso modo in cui gli antichi evocavano un nume per ogni fenomeno inspiegato, piuttosto che riconoscere la loro ignoranza. 

Possiamo predire dove cadrà la pallina della roulette? No, perché è impossibile per dimostrazione matematica misurare, con la precisione necessaria a predire dove si fermerà, la velocità iniziale, la direzione e lo spin impressi alla pallina dal croupier, nonché tutte le forze e gli attriti che questa incontrerà durante il suo moto. Anche il fil di fumo della sigaretta d’un giocatore, o il respiro d’un altro, o le micro vibrazioni provocate dal passaggio di un’auto davanti al casino influiscono decisivamente sull’esito. La fisica, pur avendo le equazioni necessarie a calcolare la traiettoria, ha predicibilità zero e ciò i credenti postmoderni chiamano caso.

Aristotele definì il caso come intersezione di due linee indipendenti di causalità, riferendosi all’incontro di due effetti causati da due libere volontà. Io decido di andare a teatro, un amico decide autonomamente la stessa cosa e così c’incontriamo casualmente al teatro. Nell’Universo fisico però, quello della scienza naturale, non esistono linee causali indipendenti. Un asteroide colpì la penisola dello Yucatan 65 milioni di anni fa: la sua traiettoria, risultata dall’esplosione d’una supernova lontana, finì con l’intersecare l’orbita terrestre, risultata dalla contrazione della nebulosa all’origine del sistema solare. Anche la casualità di quell’evento – che ha solleticato la fantasia di tanti biologi evoluzionisti – è un eufemismo per velare la nostra incapacità predittiva. 

La parola “caso” non è tabù, basta intendersi: mai siamo in presenza d’un Agente onnipotente occulto (il “caso assoluto”), né d’un mistero, ma solo dei limiti della scienza empirica. Misteriosa semmai è la testardaggine di coloro che si rifiutano di riconoscere quei limiti, ben stabiliti da Galileo e poi da Kurt Gödel, Karl Popper, Thomas Kuhn, ecc.; o che addirittura equiparano l’ignoranza alla somma sapienza, come ha fatto un biologo deboluccio in fisica e in epistemologia scrivendo che il caso è “la risposta soddisfacente per antonomasia” nei fenomeni dove “è dimostrato [sic!] che il caso è il motivo” del loro accadimento. Al contrario, il caso assoluto è la massima irrazionalità: l’essere che viene dal non essere. S’è mai udita contraddizione logica più grande?

Da : Il Timone

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03/08/2014 12.09
 
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Il CASO
[tratto dal libro "La Vera Religione" di don Pasqualino Fusco]

Tutte le meraviglie che vediamo nell'universo e nella natura hanno avuto una mente che le ha create ed organizzate o tutto ciò è dovuto al caso?

Chiamiamo CASO la concomitanza di varie cause che si incontrano nel loro agire e producono un effetto insperato, senza che il loro incontro e la loro produzione siano stati previsti e voluti da un essere intelligente. Il caso può produrre effetti meravigliosi come raffigurazioni approssimative, ritrovamenti impensati, combinazioni utili. Il caso è stato studiato dall'alta matematica moderna e da questo studio sono state dedotte alcune leggi.

LEGGI DEL CASO

1 - La prima legge del caso è l'irregolarità. Esso è incostante: avvengono cioè casi fortunati, ma non si ripetono in serie.
2 - La seconda legge è la mancanza di un piano che coordini tutte le parti e le unifichi, piano che invece troviamo evidentissimo nelle opere d'arte o di tecnica dovute ad un essere intelligente.
3 - Il caso è necessariamente incostante. Anche se il caso avesse prodotto un insieme complicato di parti che concorrono al medesimo fine, subito dopo lo distruggerebbe, perché è assolutamente contraria alla sua natura di forza cieca l'azione conservatrice in favore di qualche fortunata combinazione e tanto più la produzione ripetuta o addirittura in serie di essa.
4 - Il caso non è graduale. È più probabile che si formi improvvisamente per caso qualche cosa, piuttosto che gradualmente. La gradualità, infatti, suppone una ripetizione in serie di casi miracolosi sempre più complessi nella stessa linea.

Sono appunto queste caratteristiche: irregolarità, mancanza di un piano, non gradualità e l'incostanza che ci permettono di distinguere i prodotti del caso dalle opere di esseri intelligenti.
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05/05/2018 23.24
 
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L'UNIVERSO HA UNA MENTE?
Scritto da N.Nobile Migliore
Michael Egnor, studioso dell'intelligent design ha scritto un articolo che analizza le tesi del filosofo Philipp Boff secondo il quale l'universo avrebbe una mente simile a quella posseduta dall'uomo. Questo perche' l'universo e' finemente sintonizzato per nascita della vita, se infatti la forza nucleare che tiene insieme i diversi elementi di un atomo e' superiore a 0,006 tutto l'idrogeno presente nell'universo si trasformerebbe negli elementi pesanti; se fosse inferiore a 0,006 tutto l'universo sarebbe costituito di solo idrogeno.

In ambedue i casi sarebbe impssibile la vita. Se la forza di gravita' fosse leggermente piu' alta di come e', si formerebbero stelle molto piccole con una brevissima durata di vita, di 10.000ianni circa; se fosse leggermente piu' bassa ci sarebbe la fuga degli elementi della materia gli uni dagli altri.

Oltre a queste che abbiamo appena riportato vi sono altre costanti che sono finemente sintonizzate alla nascita della vita. La probabilta' che il cieco caso abbia creato i valori delle costanti sintonizzate alla vita e' di 1/10elevato a 240, impossibile a verificarsi col puro caso.

Davanti a questa impossibilità Boff attribuisce all'universo una mente simile a quella umana, ma in realta' non e' possibile sostenere questa tesi perche' allora tutto avrebbe una mente, anche gli atomi. Noi sappiamo che la mente esiste quando c'e' un corpo simile a quello umano, in condizioni naturali. La mente certamente esiste ma e' trascendente all'universo che e' contingente, non ha in se stesso la ragione della sua esistenza; la mente che e' esterna all'universo ha creato l'universo e lo ha reso idoneo alla nascita della vita ed e' una Mente che ha in se stessa la ragione della sua esistenza.
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31/07/2018 20.19
 
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L’Universo non nasce dal “nulla”:
la meccanica quantistica indica un “qualcosa”

L’Universo è nato da una ‘singolarità’ dello spazio-tempo, all’incirca 13,8 miliardi di anni fa: è un fatto ormai accettato dalla comunità scientifica. Pur essendo sicuri di questa “nascita esplosiva”, gli scienziati non sono riusciti a trovare un accordo sulla ‘causa’ che può averla generata e, quindi, sul ‘perché’ e sul ‘come’ sia ‘inizialmente’ avvenuta.

Sull’argomento esistono grosso modo due gruppi di opinione: i filo-casuali, che hanno come punto di riferimento il caso, credono che l’Universo sia nato dal nulla e non ci sia stata nessuna causa iniziale e cercano di dimostrarlo ipotizzando meccanismi compatibili con le attuali conoscenze fisiche; e i filo-causali, che negano la nascita spontanea, forti anche del principio metafisico che ‘niente può derivare dal nulla’, e che cercano perciò di mostrare con argomenti, anche filosofici, che il Big Bang ha invece comportato una causa che lo ha generato. Questa dicotomia è presente anche in altri ambiti della scienza, ad esempio in biologia per quanto riguarda il problema insoluto della nascita della vita, vedendo opposti schieramenti simili.

 In effetti i due aggettivi casualisti e causalisti differiscono solo per lo spostamento di una vocale ma si riferiscono a due visioni del mondo agli antipodi: c’è tra essi la stessa distanza che passa tra zero e infinito, tra il niente e il tutto. Vien da sé che il primo gruppo è composto, seguito e supportato principalmente da scienziati e non che hanno come denominatore comune l’ateismo, mentre il secondo è sostenuto soprattutto da ricercatori credenti in Dio, convinti che oltre la natura, descritta dalle scienze, esista un mondo trascendente che la fisica non può indagare.

In questo confronto tra due concezioni diametralmente opposte si inseriscono le considerazioni critiche che il ricercatore Neil Shenvi ha espresso recentemente contro chi attribuisce il Big Bang ad una fluttuazione quantistica e afferma che l’Universo sia quindi nato dal nulla.

Shenvi fa notare che in meccanica quantistica una fluttuazione viene descritta da una funzione d’onda ed apparirebbe ben strana se questa si riferisse al nulla. Per definizione, infatti, una funzione d’onda descrive lo stato quantico di qualcosa, come sovrapposizione di stati quantici incompatibili ognuno con il suo peso di probabilità (ad esempio stato ‘testa’ e stato ‘croce’ di una moneta non truccata che hanno un peso 50% ciascuno) e la fluttuazione non è altro che il collassare di questa funzione in uno degli stati molto improbabili, e quindi con peso piccolo, che la compongono. Lo stesso vuoto, che potrebbe avvicinarsi al concetto di nulla di cui si parla, in realtà è un oggetto quantico in cui nascono e scompaiono continuamente coppie di particelle-antiparticelle anche virtuali, e perciò tutto si può dire tranne che esso sia ‘nulla’.

La critica di Shenvi cade a pennello contro l’anti-teista (come si autodefinisce) Lawrence M. Krauss, autore del libro Un Universo dal Nulla (2012) che sostiene la tesi secondo cui l’Universo sarebbe nato da una fluttuazione quantistica e “quindi dal nulla”. Shenvi fa notare che quando Krauss venne intervistato dal filosofo Sam Harris, nonostante questi gli abbia chiesto più volte cosa intendesse con il termine ‘nulla’, non seppe rispondere in maniera convincente. Krauss, in tale intervista, è stato trattato pur sempre meglio rispetto alla quasi stroncatura fattagli sul New York Times da David Albert, professore di Filosofia alla Columbia University e autore di “Meccanica quantistica ed esperienza”, che concluse la recensione al libro di Krauss dando ragione agli apologeti credenti perché, a suo parere, il fisico non aveva saputo definire essenzialmente cosa fosse questo ‘nulla’ di cui parla. Albert, tra l’altro, metteva in risalto che, pur trattando la fisica moderna solo di ‘campi’ la cui disposizione è equivalente all’esistenza o meno di particelle, Krauss si riferisce in maniera impropria al campo che non definisce particelle come al nulla, dimenticando che ogni campo, anche quello che definisce il vuoto, non è nulla ma è già qualcosa!

Siamo ben lontani quindi dalla postfazione al suo libro scritta, a suo tempo, dal biologo Dawkins: questi prevedeva, forse in maniera un po’ imprudente ed affrettata, che le affermazioni di Krauss avrebbero messo la parola fine alle discussioni sull’esistenza di Dio, paragonando addirittura il loro impatto in cosmologia, e di riflesso in teologia, nientemeno a quello provocato in biologia dalle tesi di Darwin con il suo ‘L’origine delle specie’. Purtroppo per Krauss finora, a sei anni dall’uscita del libro, non pare ci siano stati segni decisivi in tal senso e anzi il dibattito sembra più vivo che mai.

Tornando all’intervista rilasciata a Sam Harris, il fisico Krauss si definisce ‘anti-teista’ in quanto contrario all’idea di Dio: ritiene che l’uomo debba vivere la sua vita senza seguire i ‘capricci’ (sic) di un eventuale Creatore. Assume, dunque, un grande pregiudizio anti-religioso che nella discussione del tema lo fa apparire poco imparziale. Fra l’altro, oltre a non chiarire cosa intenda per il nulla –come abbiamo già parlato-, afferma che l’Universo e le sue leggi fisiche potrebbero anche essere nati contemporaneamente e che nulla impedirebbe la continua nascita di altri universi con leggi fisiche proprie, magari differenti. Con ciò Krauss riprende l’idea dell’esistenza di infiniti universi che nascerebbero continuamente, ipotesi introdotta tempo fa per cercare di superare le difficoltà che sorgono nello spiegare la struttura finemente antropica dell’Universo. Una tesi, però, che presenta problemi con il rasoio di Occam, introduca un infinito attuale, non appaia verificabile sperimentalmente e presupponga l’esistenza di una specie di madre di universi di origine sconosciuta e natura misteriosa. Dall’ipotesi del nulla iniziale si passerebbe così a quella della genitrice, che sarebbe tutto fuorché il nulla e non risolverebbe comunque il dilemma dell’origine, in quanto si dovrebbe spiegare come e quando questa madre sia nata.

Mi sembra che una situazione simile si sia presentata anche in biologia per quanto riguarda il problema della nascita della vita sulla Terra, nel momento in cui alcuni hanno ipotizzato come soluzione la panspermia, cioè l’arrivo della vita da fuori del sistema solare: la risposta data non ha risolto il dilemma dell’origine ma lo ha semplicemente spostato più in là nello spazio e nel tempo.

Con buona pace di Krauss e del suo mentore Dawkins, credo si possa affermare che attualmente il problema dell’origine dell’Universo, così come quello della vita, non sia stato ancora risolto e che, perciò, non sia neanche riuscito – e personalmente dubito che lo sarà mai – il tentativo scientifico di escludere l’esistenza di un eventuale progetto divino e, quindi, di un intervento trascendente nella creazione.

Salvatore Canto


[Modificato da Credente. 31/07/2018 20.20]
10/08/2018 11.42
 
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A guidare l’evoluzione non è il caso ma «precisi percorsi interni»



CasualitàIl prof. Stuart A. Newman, docente di Biologia presso il New York Medical College, ha spiegato che il «gradualismo adattazionista, anche se ancora popolare in alcuni ambienti scientifici, è sempre più messo in discussione e trovato difettoso dai biologi evoluzionisti che lavorano in un set esteso di discipline». Questo perché, ha scritto ancora, «lo scenario fisico-genetico per l’origine delle forme multicellulari complesse non è affatto aperto e senza limiti», ma risponde a vincoli interni pre-esistenti.


Diversi altri evoluzionisti, da diverso tempo, stanno riconoscendo una direzionalità internaall’evoluzione biologica, mettendo da parte quella casualità estrema assunta a divinità da certi polemisti antiteisti. Ad esempio, lo zoologo dell’Università di Pisa Ludovico Galleni, ha parlato del «chiaro segno della presenza di vincoli interni, morfologici e/o genetici che, una volta raggiunta una soluzione morfologica, condizionano i passi successivi, ben al di là del gioco sconnesso mutazione-selezione» (L. Galleni in “Complessità, evoluzione, uomo”, Jaca Book 2011, pag. 162).


Insomma, a guidare l’evoluzione (anche umana) non è soltanto casualità ma, sopratutto, una misteriosa direzionalità. La celebre rivista “New Scientist” si è occupata di questo nell’ultimo numero -ripreso anche sui media– raccontando come «il caso domina il nostro mondo» e come, in ultima analisi, esso appaia sempre meno casuale. Lo ha fatto dando la parola a Andreas Wagner, biologo dell’Università di Zurigo e del Santa Fe Institute che da dieci anni studia le mutazioni casuali dell’evoluzione ed è giusto a questa conclusione nel suo libro “Arrival of the Fittest: Solving Evolution’s? Greatest Puzzle” (Current 2015): più che di «sopravvivenza del più adatto» bisognerebbe parlare di «arrivo del più adatto». Un arrivo non derivato dal frutto della casualità su un numero enorme di tentativi, ma da precisi «percorsi» attraverso i quali l’evoluzione trova l’innovazione in modo più efficiente e sempre più lontano dalla casualità.


Ritornano alla mente le parole del celebre biologo e genetista statunitense Richard Lewontin, quando ha spiegato che «il segreto, ancora largamente misterioso dell’evoluzione, risiede senz’altro in proprietà interne, nell’organizzazione dei sistemi genetici, non nella selezione naturale». Il principale argomento della propaganda scientista, questo vorremmo far notare, è dunque semplicemente una vecchia ed errata credenza. «La selezione naturale è l’orologiaio cieco, cieco perché non vede dinanzi a sé, non pianifica conseguenze, non ha in vista alcun fine», scriveva Richard Dawkins nel 1996. Erano affermazioni anacronistiche già allora, figuriamoci oggi.


Ma anche se avesse avuto ragione Dawkins, se l’evoluzione biologica non fosse teleologica, dove sarebbe il problema? Non ci sarebbe, come ha spiegato il filosofo tedesco Robert Spaemann, della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco: «non è necessario che il processo evolutivo venga inteso come processo teleologico, vale a dire che in esso il generatore del nuovo non sia il caso. Ciò che è il caso visto dal punto di vista della scienza naturale, può essere intenzione divina tanto quanto ciò che è riconoscibile per noi come processo orientato verso un fine. Dio agisce tanto attraverso il caso quanto attraverso leggi naturali» (R. Spaemann, “Dio oggi. Con Lui o senza lui cambia tutto”, Cantagalli 2010, p.75).

fonte: https://www.uccronline.it/2015/03/30/a-guidare-levoluzione-non-e-il-caso-ma-precisi-percorsi-interni/


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