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RICERCA SU GESU' NELLA STORIA

Ultimo Aggiornamento: 07/07/2018 16.45
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09/11/2015 18.48
 
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Passione, morte e risurrezione di Gesù:
fatti accreditati anche dalla storia

Gesù in croceLa Pasqua è la festività più importante per i cristiani: senza risurrezione Gesù sarebbe stato soltanto uno dei tanti saggi profeti apparsi nella storia, forse il più ammirabile, forse ispirato dallo Spirito Santo, ma senza la capacità di sconvolgere l’umanità e la vita di miliardi di persone.

Risorgendo è restato nel mondo, si è reso incontrabile da chiunque, ha espresso la volontà del Padre di mischiarsi tra gli uomini, donando loro il senso ultimo della vita: l’attesa di infinito che ognuno di noi vive dentro di sé non è un inganno della natura, ma è una promessa che verrà certamente mantenuta. La vita è il percorso della libertà dell’uomo, chiamato a riconoscere questo, a testimoniarlo e ad attendere il mantenimento di tale promessa vivendo già un anticipo, qui e ora, di compimento.

Ma cosa dice la storia di quei tre giorni che sconvolsero l’umanità? La passione, la morte e la risurrezione di Gesù hanno lasciato tracce storiche? Per rispondere a questa domanda ci affidiamo principalmente a due autorità internazionali: John P. Meier, docente di Nuovo Testamento alla Notre Dame University e unanimamente riconosciuto il più eminente studioso vivente della storicità del cristianesimo, e Bart D. Ehrman, direttore del dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina e studioso di Nuovo Testamento. Quest’ultimo è una figura di secondo piano rispetto ai più importanti esperti del tema ma ha la particolarità di essere un non credente, molto spesso onesto e oggettivo. In realtà la posizione personale non dovrebbe contare nulla in quanto il metodo scientifico non si basa sul principio di autorità e, sia il cattolico Meier che l’agnostico Ehrman, sono chiamati a dimostrare le loro tesi in modo oggettivo alla comunità scientifica e solo su questo si basa la loro autorevolezza. Tuttavia, preferiamo considerare anche il suo punto di vista essendo, per molti che non fanno questo ragionamento, una fonte imparziale in quanto non cristiano e non credente.

 

Consideriamo i principali eventi che hanno caratterizzato gli ultimi giorni della vita pubblica di Gesù:

ULTIMA CENA. L’ultima cena tra Gesù i suoi discepoli non è oggetto di discussione tra gli studiosi, si accetta la sua storicità ma solitamente ci si divide sul fatto se sia stata o meno un banchetto pasquale. Questo perché i sinottici sembrano apparentemente affermare che Gesù volle celebrare la pasqua ebraica, al contrario di quanto riporta il Vangelo di Giovanni. Il prof. Meier, nel suo celebre “Un ebreo marginale”, ha tuttavia evidenziato che non c’è nessuna contraddizione tra le due fonti perché «se si separano dai racconti sinottici della passione i riferimenti, posteriori o redazionali, alla pasqua presenti attualmente, comprendiamo che l’ultima cena nella tradizione sinottica soggiacente non è un banchetto pasquale analogamente a quanto avviene per l’ultima cena nel vangelo secondo Giovanni» (p. 397). Gesù, infatti, non celebrò la Pasqua ebraica con i suoi discepoli durante l’ultima cena ma, sentendosi braccato dalle autorità ebraiche e romane, «organizzò un solenne banchetto d’addiocon la cerchia più intima dei suoi discepoli immediatamente prima della pasqua […] nella casa di qualche sostenitori benestante di Gerusalemme il giovedì verso il tramonto, quando cominciava il quattordicesimo giorno di nisan […]. Se ammettiamo la fondamentale storicità del racconto eucaristico, dobbiamo ammettere che Gesù nell’ultima cena disse alcune cose sorprendenti e senza precedenti che non possono essere spiegatesemplicemente ipotizzando il contesto di un banchetto rituale giudaico […], non sorprende che quanto fece durante il suo ultimo banchetto con la cerchia più intima dei suoi discepoli non coincida esattamente con nessuno rito religioso convenzionale del tempo». Questo è uno dei diversi casi con i quali solitamente si dimostra che il Vangelo di Giovanni, seppur scritto posteriormente e basato su altre fonti indipendenti, spesso risulta essere più affidabile storicamente rispetto ai sinottici.

TRADIMENTO DI GIUDA. Il processo a Gesù inizia in seguito al tradimento da parte di Giuda, secondo il prof. Ehrman«ci sono ottime ragioni per credere che Gesù sia stato tradito da uno dei suoi discepoli, Giuda Iscariota. Ovviamente, il dato è attestato da una molteplicità di tradizioni indipendenti: il Vangelo di Marco, la Fonte M, il Vangelo di Giovanni e il libro degli Atti. Inoltre, la tradizione sembra soddisfare il criterio della dissomiglianza e non dà l’idea di essere un’invenzione cristiana successiva» (B.D. Ehrman, “Did Jesus Exist?”, HarperCollins Publishers 2012 p. 335).

PROCESSO A GESU’. Per quanto riguarda la descrizione analitica del processo, il prof. Ehrman fatica a trovarlo storicamente affidabile in quanto non c’è nessun testimone nei Vangeli che affermi di aver assistito in prima persona agli eventi descritti (non la pensano così celebri studiosi, come N.T. Wright). Quello su cui può pronunciarsi, tuttavia, è il motivo per cui venne messo in croce: «Un elemento anomalo dei racconti evangelici che narrano la morte di Gesù è che Pilato l’abbia condannato alla crocifissione per essersi definito “re dei giudei”. L’attestazione è multipla e presente in tutte le tradizioni, inoltre soddisfa il criterio della dissomiglianza, perché, da quanto ne sappiamo, è un appellativo che i primi cristiani non usarono mai per riferirsi a Gesù. Non possono aver fabbricato ad arte l’accusa che gli fu effettivamente rivolta, e sembra probabile sia stato quello il suo crimine» (p. 336).

EPISODIO DI BARABBA. Pilato, indeciso sul da farsi, domanda alla folla se preferisce liberare Gesù o Barabba, noto malfattore della città. E’ un episodio molto conosciuto, soddisfa il criterio della molteplice attestazione e, secondo il prof. Meier e molti altri studiosi, «è uno dei più antichi strati del primitivo racconto della passione» (p. 399). E’ giusto per questo considerare la sua alta probabilità storica, sopratutto dopo che numerosi studiosi -come Richard L. Merritt– hanno rilevato che nel mondo antico era abbastanza diffuso l’uso di liberare qualche prigioniero in occasione delle feste. Il prof. N.T. Wright, tra i principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone, ha sostenuto -tramite i testi dello storico romano Tito Livio- la certezza storica dell’uso di liberare prigionieri a Pasqua. I governatori romani si comportavano così per accontentare le folle e mostrare rispetto verso le feste ebraiche (N.T. Wright, “Gli ultimi giorni di Gesù”, San Paolo 2010, p.28).

CROCIFISSIONE. Nessuno studioso serio nega la storicità della crocifissione di Cristo, il prof. Ehrman ha infatti spiegato che «è assai improbabile che i primi seguaci di Gesù, essendo ebrei palestinesi, abbiano inventato di sana pianta l’idea del messia crocifisso, il criterio della dissomiglianza è perciò soddisfatto. L’asserzione trova molteplici attestazioni in tutte le nostre tradizioni (Vangelo di Marco, Fonti M e L, Vangelo di Giovanni, epistole paoline, testi di Giovanni Flavio e di Tacito). Se ciò di cui siamo alla ricerca sono solide probabilità, questa è una tradizione che vantaun alto grado di probabilità. Gesù è stato crocifisso!» (p. 191).

MORTE E SEPOLTURA. Per quanto riguarda la datazione, possiamo dire che la data più probabile della morte di Gesù secondo la maggioranza degli studiosi è il 7 aprile del 30 d.C., i motivi sono diversi e accenniamo soltanto al fatto che si è arrivati a questa conclusione sopratutto scartando le ipotesi meno probabili (il confronto solitamente avviene tra il 29, il 30, il 32 e il 33 d.C.). Il prof. Ehrman ha riconosciuto che, grazie alle lettere paoline scritte verso la metà degli anni Trenta, le notizie sui fatti che hanno caratterizzato la morte e la sepoltura di Gesù così come li conosciamo oggi, «risalgono probabilmente a un paio di anni circa dopo la morte di Gesù» (p. 132), ovvero vicinissime agli eventi. Secondo il prof. Jacob Kremer, ritenuto il più importante biblista del 20° secolo, «la maggior parte degli esegeti considerasaldamente affidabili le dichiarazioni bibliche relative al sepolcro vuoto» (J. Kremer, “Die OsterevangelienGeschichten um Geschichte”, Katholisches Bibelwerk 1977, pp. 49-50). Il prof. Raymond Brown, docente emerito presso l’Union Theological Seminary di New York, ha più volte mostrato l’alta probabilità storica della sepoltura organizzata da Giuseppe d’Arimatea«dal momento che una creazione cristiana immaginata dal nulla sul fatto che un membro Sinedrio ebraico abbia fatto una cosa così onorevole è quasi inspiegabile, conoscendo l’ostilità nei primi scritti cristiani verso le autorità ebraiche, responsabili della morte di Gesù. Mentre l’alta probabilità non corrisponde a certezza, non vi è nulla nelle fonti pre-evangeliche sulla sepoltura di Gesù da parte di Giuseppe d’Arimatea che potrebbe non farla considerare storica» (R. Brown, “The Death of the Messiah”, 2 vols. Garden City 1994, 1240-1241).

RISURREZIONE. Abbiamo mostrato qualche tempo fa che c’è la possibilità di avanzare prove indirette a conferma della storicità della risurrezione di Gesù, mentre per quanto riguarda le prove dirette occorre riconoscere che in linea generale i miracoli possono essere affermati con certezza per sola fede. «Benché sia un avvenimento reale avvenuto a Gesù Cristo», ha spiegato il prof. Meier, l’evento della risurrezione«non è avvenuto nel tempo e nello spazio e perciò non dovrebbe essere chiamato storico» (p.186). Possiamo però approcciarci ad esso indirettamente attraverso vari argomenti: è noto agli storici, ad esempio, che quello della risurrezione di Cristo è un racconto molto antico, come spiegato dal prof. Ehrman quando ha ammesso la testimonianza di esso nelle lettere di San Paolo, scritte prima dei Vangeli. Lo studioso americano ha inoltre usato numerose pagine contro i negatori della storicità dei Vangeli, spiegando che l’evento della risurrezione da loro descritto è unico e originale in tutta la storia della letteratura precedente: «La morte e la resurrezione di Gesù sono un evento unico, tra le antiche divinità del Vicino Oriente non si riscontra nulla di simile. Chiunque pensi che Gesù si stato plasmato prendendo a modello tali divinità deve portare qualche prova -di qualunque genere- che gli ebrei palestinesi furono influenzati» da quei racconti. In ogni caso, «le differenze tra Gesù e gli dei di morte e rinascita dimostrano che Gesù non fu plasmato con le loro caratteristiche, persino nel caso che ai suoi tempi ci fossero persone che parlavano di quelle divinità» (p. 234,235). Uno studioso, ben poco cristiano come il teologo Hans Küng, ha riconosciuto che «non fu la fede dei discepoli a risuscitare Gesù ma fu il resuscitato a condurli alla fede» (H. Küng, “Essere cristiani”, Rizzoli 2012, p.421).

 

Arrivati alla fine di questo piccolo resoconto possiamo concludere che gli eventi che ricorderemo e celebreremo questa settimana sono ilcardine della fede cristiana e contemporaneamente fatti documentati e incarnati nella storia (per la risurrezione parliamo di documentazione storica indiretta), sostenuti da un ampio grado di attendibilità e probabilità.


09/12/2015 18.32
 
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I miracoli sono inseparabili dalla figura del Gesù storico



Miracoli paganoAd un certo punto della storia, almeno dal 1700 in poi, gli uomini hanno iniziato a vergognarsi di Gesù Cristo. Com’era possibile conciliare i racconti evangelici, i miracoli e gli esorcismi di Gesù, con la fede nella Dea ragione? Così studiosi, esegeti, biblisti, teologi e intellettuali hanno cominciato ad idealizzare il profilo di Gesù, privandolo delle caratteristiche che lo rendevano “scomodo” ai loro contemporanei.


Un Gesù “light”, più digeribile dalla dieta intellettuale razionalista e secolarizzata. I miracoli vennero tralasciati o demitizzati, definendoli “simboli” e non eventi storicamente accaduti. Tuttavia, con la cosiddetta third quest (terza via), ovvero la ricerca contemporanea sul Gesù storico avviatasi dagli anni ’90, sono state messe da parte le opere di “fantasia” degli studiosi ottocenteschi (Schweitzer e Bultmann), ripristinando un po’ le cose. «Le attuali ricerche sulle fonti bibliche ed extrabibliche confermano che un Gesù senza miracoli non solo non è storico, ma non è neppure concepibile». Ad affermarlo è il prof. Gianmario Pagano, biblista, realizzatore di serie e mini-serie su Gesù per progetti televisivi Rai e Mediaset, e autore del libro I miracoli di Gesù (Paoline 2008).


Un volume agile (134 pagine), adatto a chi vuole introdursi ad un aspetto del Gesù storico che anima da tempo gli studiosi: i miracoli, per l’appunto. Lo fa in modo attendibile anche perché si richiama esplicitamente in alcune parti al miglior testo scientifico attualmente in circolazione, ovvero il volume 2 di “Un ebreo marginale”, di J.P. Meier (che, con le sue 1300 pagine, non è proprio alla portata di tutti).


La prima osservazione utile da fare è che al contrario dei vangeli apocrifi, i racconti dei miracoli di Gesù nei vangeli canonici sono sì molto numerosi, ma esposti in modo sobrio, senza particolare enfasi. Anzi, osserva lo studioso, «i Vangeli canonici raccontano un Gesù che compie miracoli conprudenza, a volte persino con ritrosia, cosciente di esporsi a dei pericoli, ma come se tale modo di agire facesse parte dei suoi doveri» (p.6). Il miracolo è un segno, una testimonianza, non una prova di Dio.


La seconda osservazione, ancora più interessante, è valutare l’effettiva storicità dei miracoli nel Gesù storico. Sorprendentemente, il fatto che Gesù compisse dei miracoli è una delle cose che soddisfa maggiormente i criteri utilizzati dagli storici per valutare la probabilità di un fatto, a partire dalcriterio della molteplice attestazione«le fonti Q, M, L, Marco, Giovanni e Flavio Giuseppe», spiega Pagano, «ne fanno apertamente menzione». Inoltre, compaiono diversi brani in cui Gesù stesso parla dei miracoli che ha compiuto (Mt 11,5-6 ecc) e invia i discepoli a compiere loro stessi miracoli (Mt 10,8//Lc 10,9). Anche lo storico ebreo Flavio Giuseppe accerta che «in quel tempo apparve Gesù, un uomo saggio. Infatti fu operatore di fatti sorprendenti, un maestro di persone che accoglievano la verità con piacere». Il brano è il noto Testimonium Flavianum, parole che fanno parte del nucleo riconosciuto come autentico da ormai quasi tutti gli studiosi. I miracoli soddisfano anche il criterio della coerenza: i vari episodi convergono e si sostengono a vicenda ed è «difficile escludere che la fama popolare di Gesù sia dovuta almeno alla combinazione, in lui davvero speciale, tra parola e miracoli» (p. 36). Anche il criterio dell’imbarazzo è soddisfatto: in alcuni casi i Vangeli indicano che Gesù fu sospettato di essersi accordato con il diavolo per i suoi esorcismi, un sospetto che difficilmente gli evangelisti avrebbero riportato se Gesù non avesse compiuto alcun esorcismo, mettendolo così in una posizione di ambiguità rispetto ai destinatari dei loro vangeli.


Uno studioso serio del Gesù storico sa quindi che «i miracoli sono di fatto inseparabili dalla figura storica di Gesù e contribuiscono a determinarla. In tutte le fonti Gesù è associato ad atti prodigiosi. La grande popolarità della sua persona e del suo messaggio appaiono persino inspiegabili se si ignorano del tutto i miracoli. Se non si ritengono i miracoli verosimili, si finisce per accusare di inverosimiglianza le fonti nel loro complesso, quelle stesse che invece guadagnano sempre più fiducia sotto ogni altro punto di vista quanto più vengono studiate dagli specialisti» (p. 41,42). Ovviamente non puó esserci la dimostrazione palese che Gesù compiva miracoli, tuttavia si può affermare che certamente si considerava una persona capace di operare miracoli ed esorcismi e tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui direttamente o indirettamente, amici e nemici, lo consideravano come capace di compiere prodigi inspiegabili.


L’ultima parte del libro è invece dedicata ad una riflessione originale, ovvero la modalità secondo cui gli evangelisti raccontano i miracoli di Gesù. Attraverso di essi comunicano infatti dei contenuti e appaiono come «la riproposizione drammatica di un evento significativo della vita di Gesù»(p.79). Non sono quindi dei racconti inseriti per puro stupore dei lettori ma «rileggere i miracoli in chiave drammatica aiuta a coglierli come strumenti interpretativi adeguati a cogliere la loro profonda “intenzionalità”: essi indicano con forza la presenza misteriosa tra gli uomini del fondamento di una speranza non vana» (p. 133).


Un bel libro, adatto a chi vuole approcciarsi per la prima volta al Gesú storico e alla storicità dei miracoli descritti nei Vangeli.



18/12/2015 15.34
 
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Tirando le somme.

Quante fonti antiche non cristiane citano Gesù? Includendo Giuseppe Flavio ci sono ben 10 fonti storiche non cristiane scritte entro 150 anni dalla vita di Gesù: Giuseppe Flavio, Tacito, Plinio il Giovane, Flegonte di Tralles, Tallo, Svetonio, Luciano, Celso, Mara Bar Serapion e Il Talmud. Come esempio di confronto, negli stessi 150 anni, ci sono soltanto nove fonti non cristiane che citano Tiberio Cesare, l’imperatore romano all’epoca di Gesù.

Quindi, anche non considerando tutte le fonti cristiane (di cui noi difenderemo la storicità e validità) Gesù è menzionato una volta in più rispetto all’imperatore romano! E se includiamo le fonti cristiane, gli autori che citano Gesù sono ben 43 rispetto ai dieci di Tiberio (nove più uno, che sarebbe il Vangelo di Luca). Potete trovare elencate 42 delle 43 fonti nel libro “The case for the Resurrection of Jesus” di Gary Habermas e Michael Licona (loro non includono il Talmud, di cui noi, in altri articoli, difenderemo la sua antica datazione e la sua storicità).

Alcune fonti non cristiane come il Talmud, Tacito e Celso, potrebbero essere considerate addirittura fonti anti cristiane e comunque non hanno nulla che contraddica i documenti del Nuovo Testamento. E quindi cosa possiamo imparare da queste fonti e anche da quelle non cristiane più neutrali?

Possiamo ricostruire, solamente con queste fonti, una storia che è sorprendentemente congruente con il Nuovo testamento. Unendo infatti queste dieci fonti possiamo vedere come:

  1. Gesù visse durante l‘epoca di Tiberio Cesare
  2. Visse una vita virtuosa
  3. Era un operatore di miracoli
  4. Aveva un cugino chiamato Giacomo
  5. Era acclamato come Messia
  6. Fu crocifisso sotto Ponzio Pilato
  7. Fu crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica
  8. Oscurità e terremoti avvennero quando morì
  9. I suoi discepoli credettero che egli risorse dai morti
  10. I suoi discepoli erano disposti a morire per la loro credenza
  11. Il cristianesimo si espanse rapidissimamente sino a Roma
  12. I suoi discepoli rigettarono gli dei pagani e adorarono Gesù come Dio.

Questa lista in 12 punti è molto sintetica: per un approfondimento vedere James Patrick Holding, “Shattering the Christ myth: Did Jesus not exist?”

In vista di tutte queste citazioni non cristiane, la teoria che Gesù non sia mai esistito è chiaramente irragionevole. Come poterono 10 scrittori non cristiani scrivere collettivamente una storia simile a quella del Nuovo Testamento se Gesù non fosse mai esistito?

Ma le implicazioni sono ancora più profonde di questo. Che cosa stanno a significare queste fonti nel confronto del Nuovo Testamento? Questi autori non fanno altro che confermare ciò che dice il NT. Infatti anche se questi autori non cristiani non credevano nella Resurrezione, riportarono che i discepoli certamente credettero ciò.


27/01/2016 23.16
 
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Si può ammirare davvero Gesù senza credere in Dio?
Purtroppo no

 La storia e la vita di un uomo che ne delineano ancor più compiutamente la grandezza, in tutta la sua evidenza. Gesù è un uomo che ha saputo mettere in gioco la propria vita, sino a perderla, per un ideale di rinnovamento. Ci sono sempre stati a memoria d’uomo esempi di grande determinazione. Per citarne solo due, Gandhi e Francesco d’Assisi. La storia di Gesù conserva quel fascino irresistibile dove radici, storia, cultura, filosofia e religione si intersecano. Potrei azzardare e dire che dal punto di vista letterario la vita di Gesù è certamente tra le storie più avvincentiche io abbia mai letto».

Molto apprezzabile questa profonda posizione, ben lontana dall’ateismo sciatto e banale di tanti suoi colleghi. Anche Papa Francesco ha ricordato che «il mondo secolarizzato non mostra disponibilità verso la persona di Gesù: non lo ritiene né Messia, né Figlio di Dio. Al più lo considera un uomo illuminato. Separa, dunque, il messaggio dal Messaggero, il dono dal Donatore». Eppure il fascino laico verso Gesù si rivela involontariamente un grave torto verso lo stesso Messia, nonché una posizione poco razionale.

Un grave torto perché per affermare la grandezza di Gesù bisogna censurare il grande tema dei miracoli e degli esorcismi, non a caso sempre accuratamente evitato poiché lo renderebbero immediatamente ben poco apprezzabile agli occhi di tanti moderni. Preferiscono innamorarsi di un Gesù idealizzato. Come ha ben spiegato John P. Meier, tra i più importanti biblisti viventi: «per quanto sconcertante possa apparire alla sensibilità moderna, è abbastanza certo che Gesù fu tra le altre cose, un esorcista ebreo del I secolo e probabilmente dovette non poco della sua fama e del richiamo di seguaci alla sua pratica di esorcismi (insieme al potere di compiere altri tipi di miracolo» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol.2, Queriniana 2003, p. 486). Il prof. Graham Twelftree, docente di Nuovo Testamento e cristianesimo primitivo presso la Regent University, ha ancor meglio precisato: «minimizzare od emettere l’importanza degli esorcismi e dei miracoli di Gesù durante il ministero pubblico può rendere Gesù più comprensibile o accettabile ai moderni, ma crea un’immagine distorta del Gesù storico» (G. Twelftree, “Gospel Perspectives. The miracles of Jesus”, JSOT 1986, p.361).

Proprio la capacità di compiere miracoli è una delle caratteristiche più confermate, avvalorate e certe da parte degli studiosi del Gesù storico, ed è proprio l’aspetto più trascurato dai diversi “atei cristiani”: «liquidare i miracoli così in fretta non rende giustizia all’ampia attestazione dell’attività taumaturgica di Gesù praticamente in tutti gli strati della tradizione evangelica. Le narrazioni dei miracoli di Gesù non si fondano affatto su congetture, né su una apologetica cristiana posteriore», come d’altra parte constaterà anche Flavio Giuseppe. «Un Gesù completamente senza miracoli, idea propagata da pensatori dell’Illuminismo come Thomas Jefferson, è un eccellente esempio di rimaneggiamento e rifusione di un profeta ebreo del I secolo per adattarlo alla sensibilità di un’elité intellettualmente moderna» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol.2, Queriniana 2003, p. 24)

Ma non è soltanto questo aspetto a stridere con la “mitologia di Gesù” da parte di tanti scettici e razionalisti, occorre anche ricordare che è lo stesso Gesù che sostiene di scacciare i demoni con il dito di Dio (Mt 12,22-30//Lc 11,14-23), -detto verificato come autentico dalla maggioranza degli studiosi- attraverso il quale «afferma che il regno di Dio è in relazione con la sua persona in quanto il Regno si fa presente, diviene una realtà ora, attraverso di lui» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol.2, Queriniana 2003, p. 487-521). Egli si pone di fronte al mondo come il Figlio di Dio, tanto da chiamarlo “papà” (“abbà”), «un appellativo sconosciuto nella tradizione giudaico-palestinese precristiana», egli si manifesta come colui che ha introdotto nella realtà il regno di Dio.

Com’è dunque possibile per un non credente ritenere un “uomo illuminato” una persona che afferma esplicitamente di essere il Figlio di Dio, mandato da Lui per annunciare il suo Regno e introdurlo tra gli uomini? Un falegname di Nazareth che si proclama la Via, la Verità e la Vita, che dice di compiere esorcismi e miracoli? Certo, lo abbiamo già fatto notare, l’ammirazione verso Gesù da parte di coloro che sono lontani dalla fede è certamente unaposizione apprezzabile. Tuttavia non crediamo sia possibile ammirare Gesù senza credere in quello che lui diceva di essere. Davanti a lui vediamo solo due posizioni possibili: o Gesù mentiva spudoratamente, e quindi non può essere ammirato in quanto completamente pazzo e fuori di sé, oppure affermava il vero. Era quello che diceva di essere. O è un pazzo scatenato o è il figlio di Dio. Posizioni intermedie, purtroppo, non possono esistere


02/03/2016 09.56
 
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Jesus Christ in cross © life_in_a_pixel / Shutterstock - it

COME E' STATA RITROVATA LA CROCE DI GESU'

La croce di Gesù da chi è stata ritrovata? E come è stata riconosciuta? Le fonti storiche dipanano un mistero che si trascina da secoli. In “Indagine sulla croce di Cristo” (edizioni La fontana di Siloe)Massimo Olmi, attraverso una inchiesta ben documentata, prova a sciogliere i dubbi e ricostruire quello che è accaduto dopo la morte di Gesù.

GLI SCAVI DI ELENA

Diversi testi patristici ci informano del ritrovamento, nella prima metà del IV secolo, del santo legno e della sua conservazione. Stando al racconto di Rufino, la madre di Costantino si recò a Gerusalemme per cercare il luogo della crocifissione del Signore. In quel luogo, gli antichi nemici della Chiesa avevano eretto una statua di Venere – in modo da far apparire come adoratori della dea tutti quelli che si avvicinavano per adorare Cristo – e avevano ammassato del terriccio.

TRE CROCI SIMILI

Allora Elena fece rimuovere tutto ciò che c’era di profano e, dopo aver fatto scavare fino in profondità, rinvenne tre croci riposte in ordine sparso. La gioia di quel ritrovamento fu inizialmente tanta, ma presto diminuì perché la somiglianza delle tre croci era tale da rendere difficile il riconoscimento di quella del Salvatore. Per la verità, gli addetti ai lavori rinvennero anche il titulus scritto da Pilato in greco, latino ed ebraico, ma anch’esso non offriva sufficienti garanzie al fine di riconoscere la croce.

IL MIRACOLO

A quel punto il vescovo di Gerusalemme, Macario, ebbe un’idea e ordinò di portare i legni rinvenuti presso una donna di alto rango che giaceva in fin di vita a causa di una grave malattia. Si recò dunque con Elena dalla donna morente, s’inginocchiò e pregò il Signore affinché fosse possibile riconoscere il santo legno attraverso la guarigione della malata.

TRA GERUSALEMME E COSTANTINOPOLI

Accostò quindi a lei una delle croci, ma non ottenne nulla. Applicò poi il secondo legno, ma il risultato fu lo stesso. Non appena però accostò la terza croce, la moribonda aprì gli occhi, si alzò dal letto e iniziò a camminare per la casa magnificando la potenza di Dio. Raggiunto dunque il suo scopo, Elena portò via con sé, a Costantinopoli, una parte del santo legno e fece collocare la rimanente parte in una cassetta d’argento, che lasciò a Gerusalemme.

LA PRUDENZA DI SANT’AMBROGIO

Tornando alla croce, oltre a Rufino anche altri scrittori dell’epoca riferiscono che essa fu riconosciuta per via di un miracolo. Sant’Ambrogio (340 circa-397 d.C.), però, nell’orazione funebre per l’imperatore Teodosio, ricorda l’inventio crucis e non parla di alcun fatto prodigioso. Dice semplicemente che Elena riconobbe la croce del Signore dal titulus.

Le fonti sembrano dunque non essere concordi su come si riuscì a riconoscere lo strumento di supplizio utilizzato per Gesù

NEL PALAZZO IMPERIALE

Come abbiamo visto, Rufino riferisce che l’imperatrice lasciò una parte della croce sul luogo e portò via con sé l’altra. Teodoreto afferma che la madre di Costantino fece portare parte della croce nel palazzo imperiale. Il resto del legno, dopo averlo fatto mettere in una teca d’argento appositamente realizzata, lo consegnò al vescovo di Gerusalemme affinché lo custodisse per le future generazioni.

LEGNO DI NOCE

Nel 570 circa, un anonimo pellegrino di Piacenza scrisse nel suo diario di viaggio di aver visto a Gerusalemme, in una stanza della basilica fatta costruire da Costantino, il legno della croce e di averlo «adorato e baciato». Secondo il pellegrino, che ebbe modo di baciare e tenere tra le mani anche il titolo, il lignum crucis era di noce.

71707

 http://it.aleteia.org/2016/02/25/come-e-stata-ritrovata-la-croce-di-gesu/?utm_campaign=NL_it&utm_source=daily_newsletter&utm_medium=mail&utm_content=NL_it-Feb%2027,%202016%2009:01%20am


03/03/2016 15.17
 
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«Gesù di Nazaret è certamente esistito,
lo dico da studioso agnostico»

ehrman 
 
di Bart D. Ehrman*
*docente di Nuovo Testamento presso l’Università di North Carolina

 
da Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, pp. 3-8

 

Ogni settimana ricevo due o tre e-mail in cui mi si chiede se Gesù sia esistito o meno come essere umano. All’inizio, qualche anno fa, ho pensato che si trattasse di una domanda stravagante e non l’ho presa sul serio. Gesù è esistito, certo. Lo sanno tutti. O no?

Il quesito tuttavia si è ripresentato e ben presto ho cominciato a domandarmi perché tanta gente me lo rivolgesse. Il mio stupore si è accresciuto non appena sono venuto a sapere che in certi ambienti mi viene, erroneamente, attribuita la tesi secondo cui Gesù non è mai esistito. Mi sono meravigliato perché la mia formazione di studioso è avvenuta sul Nuovo Testamento e sul cristianesimo delle origini, e da trent’anni dedico la mia ricerca alla figura storica di Gesù, ai vangeli, al movimento cristiano primitivo e ai primi tre secoli di storia della Chiesa. Come tutti gli studiosi del Nuovo Testamento, ho letto migliaia di libri e articoli in inglese e in altre lingue su Gesù, sui vangeli e sul cristianesimo delle origini, ma ero del tutto all’oscuro, come la maggior parte dei miei colleghi, dell’esistenza di un simile corpus dii testi improntati allo scetticismo.

Va premesso che nessuno di questi libri è stato scritto da esperti del Nuovo Testamento o da studiosi del cristianesimo delle origini che insegnano in scuole di teologia, nei seminari, o nelle università più importanti, e nemmeno in quelle di second’ordine americane o europee (né di altri parti del mondo). Per quanto ne so, nessuno studioso del cristianesimo delle origini, tra le migliaia che insegnano negli istituti citati, nutre alcun dubbio circa l’esistenza di Gesù.

Basta una rapida ricerca su Internet per capire quanta influenza abbia avuto in passato quello scetticismo radicale e con quanta rapidità si stia diffondendo tutt’oggi. Per decenni è stata l’opinione dominanti in paesi come l’Unione Sovietica. Fatto ancora più sorprendente, pare che oggi sia l’opinione prevalente in certe regioni del mondo occidentale, fra cui alcune aree dei paesi scandinavi. Gli autori di questa letteratura scettica si ritengono “miticisti”, cioè persone convinte che Gesù sia un mito, intendendo un racconto privo di basi storiche, una narrazione storicamente verosimile di fatti che in realtà non sono mai avvenuti. Gesù sarebbe un mito perché i tanti racconti antichi che lo vedono protagonista sono privi di basi storiche. La sua vita e i suoi insegnamenti sarebbero stati inventati dai primi narratori orali.

Come ho già detto, l’opinione che Gesù sia esistito è condivisa pressoché da tutti gli specialisti della disciplina. Ciò non costituisce di per sé una prova, naturalmente: l’opinione degli studiosi, in fondo, è solo un’opinione. Eppure, quando dovete prendere un appuntamento con il dentista, volete che sia un esperto, giusto? Qualcuno potrebbe replicare che la storicità di Gesù è un caso diverso, poiché si tratta di storia e gli studiosi hanno la stessa facoltà di accedere al passato di chiunque altro. Ma non è così. Milioni di lettori hanno acquisito le proprie “conoscenze” sul cristianesimo delle origini da Dan Brown, autore del Codice Da Vinci. Ma la lor è stata una scelta sensata? Tutti gli storici seri del movimento cristiano primitivo, nessuno escluso, hanno dedicato molti anni di vita ad acquisire le conoscenze necessarie per diventare esperti nel loro settore di studi. La sola lettura delle fonti richiede competenze in una serie di lingue antiche: greco, ebraico, latino e spesso aramaico, siriaco e copto, per non parlare delle lingue moderne usate nell’ambito specialistico (tedesco e francese, per esempio). E questo è solo l’inizio. Per acquisire competenze sono necessari anni di paziente esame dei testi e una conoscenza approfondita della storia e della cultura greca e romana, delle religioni del mondo mediterraneo antico, pagano ed ebraico, della storia della Chiesa cristiana e dell’evolversi della sua vita sociale e della sua teologia, oltre, naturalmente, a molte altre cose.

Ora, se tutti coloro che hanno dedicato anni di studio al raggiungimento di tali competenze sono convinti che Gesù di Nazaret sia stato una figura storica, il dato deve far riflettere. Non è una prova, lo ripeto, ma se non altro dovrebbe far sorgere qualche dubbio. Eppure, non c’è modo di persuadere i teorici della cospirazione che i loro assunti poggiano su prove troppo esili per essere convincenti, mentre invece sono del tutto persuasive quelle a favore della storicità di Gesù. E sono sostenute da tutti gli studiosi del mondo antico, del Nuovo Testamento, della classicità, delle origini cristiane del Nord America e, in generale, del mondo occidentale. Molti di loro non nutrono interessi personali e, per la verità non lo faccio nemmeno io. Non sono cristiano e non sono interessato ad appoggiare la causa cristiana o a promuovere un programma di orientamento cristiano. Sono un agnostico molto vicino all’ateismo, e la mia vita e la mia visione del mondo non sarebbero diverse se Gesù non fosse esistito.

Come storico, penso che le prove siano importanti. E così il passato. E per chi attribuisce valore alla prove e al passato, l’esame imparziale del caso porta a una conclusione inequivocabile: Gesù è davvero esistito, e se qualcuno lo nega con tanta insistenza non è perché abbia esaminato le fonti con le lenti obiettive delle storico, ma perché il suo diniego serve ad altri propositi. Da una prospettiva imparziale, una sola affermazione è possibile: Gesù di Nazareth è esistito.


24/03/2016 12.30
 
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COS'ERA L'«ORRIBILE FLAGELLO»
CON CUI FURONO TORTURATI GESÙ E L'UOMO DELLA SINDONE

Cos'era l'«orribile flagello» con cui furono torturati Gesù e l'Uomo della Sindone

di Flavia Manservigi

 

L’Uomo della Sindone è Gesù? Per molti studiosi, l’impressionante coincidenza tra i segni di tortura che hanno lasciato un’impronta sul telo e il racconto della Passione che si trova nei Vangeli è sufficiente a dimostrare tale identità. L’Uomo della Sindone, come Gesù, fu incoronato di spine e il suo costato fu trafitto da una lancia. Come il Salvatore, l’Uomo della Sindone fu flagellato abbondantemente – come dimostrato dalla serie di numerosi piccoli segni di forma irregolare impressi sul Lenzuolo, traccia inequivocabile delle ferite provocate dai colpi di sferza -, come se quella fosse l’unica pena cui era stato condannato, mentre in seguito fu anche crocifisso. Ciò concorda pienamente con il Vangelo di Giovanni, che parla delle due condanne inflitte a Gesù da Pilato.

L’ipotesi di una possibile identificazione tra i supplizi subiti dall’Uomo della Sindone e quelli inferti a Gesù comporta la necessità di verificare se effettivamente i segni presenti sul telo siano compatibili con le forme di tortura che erano applicate nel I secolo nel mondo romano.

Per quanto riguarda la flagellazione, in ambito romano essa era codificata secondo un rigido protocollo legislativo, e prevedeva l’utilizzo di un’ampia gamma di strumenti, di cui il più terribile in assoluto - utilizzato per punire i reati più gravi - era l’horribilis flagrum, un flagello dotato di corregge terminanti con estremità contundenti, in grado di battere e lacerare le carni. Secondo gli studiosi, sarebbe stato usato proprio questo strumento per flagellare l’Uomo della Sindone; molti sindonologi ritengono inoltre che questo flagrum fosse del tipo taxillatum, ossia dotato ditaxilli (piccoli ossicini di animale, altrimenti noti come astragali).

È opportuno precisare, però, che il termine taxillatum non è mai usato nelle fonti storiche: è stato infatti coniato solo nel XVI secolo dal filologo e umanista Giusto Lipsio per rendere la parola greca “astragalato”. Meglio quindi, per riferirsi a questo strumento, parlare di flagrum “dotato di astragali”. È inoltre opportuno considerare che questo tipo di flagrum non era usato dai soldati Romani a scopi punitivi, ma veniva utilizzato dai sacerdoti della dea orientale Cibele durante rituali di autoflagellazione. L’associazione tra Gesù, l’Uomo della Sindone e il flagrum “astragalato” è quindi molto improbabile.

Tuttavia, diverse fonti databili all’epoca romana e ai primissimi secoli dell’era cristiana ci parlano di flagra dotati di estremità contundenti, quindi compatibili con le tracce sindoniche: il Codice Teodosiano, così come vari autori - tra cui Zosimo e Prudenzio - descrivono le plumbatae, palline di metallo che erano poste all’estremità degli orribili flagelli per imprimere ancor più orribili punizioni.

Numerosi dizionari di archeologia romana e cristiana, datati tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, ci informano che esemplari di questo tipo di flagrum sarebbero stati rinvenuti a Ercolano e nelle catacombe di Roma, e sarebbero quindi databili a periodi vicinissimi a quello in cui visse Gesù. Ad oggi, non abbiamo notizie in merito ai flagra di Ercolano: essi sono stati probabilmente dispersi in qualche collezione privata, o potrebbero essere stati smembrati in più parti.

Discorso diverso vale per i flagra delle catacombe, di cui quattro esemplari sarebbero oggi conservati presso i Musei Vaticani, dove essi sono catalogati come flagelli bronzei romani (invv. 60564-60567). La comprovata esistenza di questi flagra dalla forma compatibile con le tracce sindoniche sembrerebbe togliere ogni dubbio circa la possibilità che l’Uomo della Sindone sia stato flagellato con strumenti utilizzati in ambito romano nell’epoca in cui visse Gesù.

È però necessario precisare che i quattro flagelli erano esposti insieme ad altri reperti, a loro volta classificati come strumenti di tortura, ma che in realtà avevano ben altri usi: uno di questi, inventariato come “graffione”, è stato in seguito identificato con un porta lucerne etrusco. Da qui il dubbio che anche i flagelli siano in realtà qualcosa di diverso, non legato all’ambito della tortura; tale eventualità è avvalorata dalla somiglianza tra le terminazioni di questi reperti con quelle di alcuni oggetti rinvenuti nella necropoli villanoviana di Verucchio (RN), classificati come pendenti ornamentali o stimoli per cavalli. Il problema circa l’esatta identificazione dei quattro “flagelli” dovrà quindi essere oggetto di ulteriori approfondimenti.

Ciò non toglie che l’uso di flagelli dotati di corregge terminanti con oggetti contundenti, quindi compatibili con i segni visibili sull’impronta sindonica, fosse sicuramente diffuso in un’epoca prossima al periodo in cui visse Gesù: questo dato è attestato da fonti storiche e letterarie, come abbiamo visto.

Inoltre, il fatto che in un’epoca non lontana dal I secolo si facesse uso di flagelli terminanti con estremità contundenti è dimostrato anche da altre testimonianze: all’interno di un numero del Bollettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica datato al 1859, l’etruscologo Gian Carlo Conestabile della Staffa riporta la notizia del ritrovamento, nella zona di Volterra, di un oggetto identificato con un flagello di bronzo, formato da «sei lunghe catenelle che vanno a riunirsi tutte in un’asta serpeggiante […]; tre di quelle catenelle sono doppie, e tre semplici, formate da anelli e fornite in punta di una pallina».

Gli Etruschi, quindi, usavano flagelli terminanti con estremità contundenti; dagli Etruschi, i Romani avevano mutuato non solo la pratica della flagellazione, ma anche l’uso di alcuni strumenti per flagellare: è ipotizzabile, quindi, che i Romani avessero “ereditato” anche questo oggetto.

Sebbene, quindi, le testimonianze archeologiche ad oggi in nostro possesso non siano totalmente sicure, ciò non toglie che esista compatibilità tra gli strumenti in uso per la flagellazione nei primissimi secoli dell’era cristiana e i segni visibili sull’impronta lasciata dall’Uomo della Sindone.

Ovviamente questo dato, da solo, non rappresenta la prova definitiva del fatto che Gesù e l’Uomo della Sindone siano la stessa persona; tuttavia, l’analisi delle fonti porta ad avvalorare la possibilità che l’Uomo della Sindone abbia subito una tortura tipica dei luoghi e dei tempi in cui Gesù visse, operò e accettò di caricare sulle proprie spalle la croce più grande per la salvezza dell’umanità. 


29/03/2016 18.10
 
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La Resurrezione di Gesù
è storicamente attendibile, non è un mito

sepolcro vuotoDalle biografie liberali su Gesù Cristo di Ernest Renan e Rudolf Bultmann, lo studio sulla storicità dei Vangeli ha fatto enormi passi in avanti. Anche gli studiosi critici più razionalisti hanno dovuto riadattare i loro convincimenti: dal Gesù storico mai esistito siamo finalmente giunti ad avere, anche da parte loro, il riconoscimento della sua esistenza certa, fino addirittura all’ammissione della storicità degli avvenimenti accaduti nei suoi ultimi giorni, dal processo alla sepoltura.

Ne abbiamo parlato l’anno scorso, rilevando un quasi unanime accordo tra gli studiosi, credenti e non credenti, ragionevoli o razionalisti. Le posizioni si discostano dal ritrovamento del sepolcro vuoto e, sopratutto, dalla resurrezione di Gesù. A pochi giorni dalla Pasqua, approfondiamo ancora di più le cose, dopo aver però chiarito che soltanto chi ha ricevuto il dono della fede può “accedere” al Gesù risorto, la storia non ha alcuna capacità di determinare le verità di fede. Può dare il suo importante contributo, ma è sbagliato confondere i piani ed aspettarsi dall’indagine storica certe conferme o certe smentite che non è e non sarà mai in grado di dare.

 

1) Innanzitutto, i Vangeli mostrano che quella di Gesù è una resurrezione completamente diversa da quella degli altri racconti di resurrezione descritti dagli evangelisti (la figlia di Giairo, la vedova di Nain e Lazzaro). Per questi, si tratta di un ritorno alla vita temporale, soggetta nuovamente a morte. Nel caso di Gesù, invece, gli evangelisti usano un altro linguaggio: egli non è più soggetto a morte, appare come visione eppure mantiene una corporalità. «La morte e la resurrezione di Gesù sono considerate un evento unico» nella storia, ha riconosciuto lo studioso agnostico B.D. Ehrman(Did Jesus Exist?, HarperCollins Publisher 2013, p.228), ed effettivamente non esiste nulla di simile nella tradizione ebraica, la quale insegnava semmai una sorta di rapimento corporale in cielo (per esempio nei casi di Enoc, Elia, Esdra e Baruc). Se fosse un’invenzione degli apostoli, perché discostarsi così pesantemente dalla tradizione ebraica? Se volevano affermare che Gesù era il Messia, Colui che compiva le profezie ebraiche, perché inventare una resurrezione tanto distante e inedita dalla tradizione religiosa dell’Antico Testamento?

2) Un secondo aspetto poco ricordato è che per ogni fedele ebreo, il giudizio del sinedrio, il supremo tribunale ebraico, rappresentava nientemeno che il giudizio di Dio, e il sinedrio stabilì che Gesù era un bestemmiatore, un miscredente, un maledetto da Dio. Eppure, un pugno di giudei (pescatori, per lo più) improvvisamente fronteggia tale giudizio, iniziando a predicare che tale condannato è il Salvatore che il mondo attende. Cosa può essere accaduto per motivare questi devoti ebrei a sfidare il supremo (e divino) giudizio del sinedrio, addirittura sostenendo che Dio, risuscitando Gesù, si sarebbe pronunciato in maniera categorica contro tale sentenza? Non erano teologi o membri dello stesso sinedrio, ma un gruppo di pescatori e qualche donna, oltretutto gli stessi che poco prima scappavano impauriti, rinnegavano Gesù, si disperdevano delusi e amareggiati. L’unica risposta ragionevole, anche in questo caso, è quella che loro stessi offrono: furono testimoni di un evento eccezionale, la resurrezione di Gesù, l’unico motivo valido per decidere di lasciare tutto e cambiare vita, sfidando persecuzioni, vessazioni da parte della loro comunità di origine e di appartenenza, da parte dei loro familiari e amici. Fino al martirio.

3) Senza la resurrezione rimarrebbe inspiegabile anche la celebrazione della domenica fin dagli albori del cristianesimo (At 20,7; 1Cor 16,2; Ap 1,10), mentre per gli ebrei il giorno sacro è il sabato, come stabilito dalla legge mosaica. Questi uomini, dunque, non solo osano sfidare la concezione biblica della resurrezione, affermando un concetto totalmente inedito e nuovo, non solo osano sfidare il giudizio del sinedrio (il giudizio di Dio, per gli ebrei), ma correggono anche la legge mosaica per affermare che il giorno sacro è quello in cui è risorto Gesù. Senza considerare, ne abbiamo già parlato in altri contesti, che osano -ancora una volta- raccontare che le prime testimoni di tale resurrezione sono delle donne. Un’altra controproducente follia. «Nel mondo patriarcale in cui vivevano quei cristiani», ha commentato Ben Witherington III, docente di Nuovo Testamento presso l’Asbury Theological Seminary di Wilmore, «non è credibile che un gruppo con una tale mentalità potesse inventarsi una storia simile. Analogamente, non vi sono motivi validi per pensare che questi racconti sulle apparizioni avessero la propria origine nell’Antico Testamento, che a stento menziona il concetto della resurrezione dai morti» (B. Witherington III, Una reposiciòn de la resurrecciòn, in P. Copan, Un sepulcro vacto. Debate en torno a la resurecciòn de Jesùs, Voz de Papel 2005, p.183,184) Per José Miguel Garcia, noto esegeta del Nuovo Testamento presso l’Università Complutense di Madrid, «l’analisi delle testimonianze e degli avvenimenti può portare a concludere che senza il fatto reale della resurrezione, molte cose rimarrebbero senza spiegazione» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia, BUR 2008, p.274). Come ha precisato ancheJustin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, «nessuna spiegazione naturalistica è in grado di spiegare tutti i fatti. Questo è anche il motivo per cui vi è una spiegazione naturalistica diversa per ogni scettico che cerca di spiegare le origini del cristianesimo».

4) Abbiamo già accennato al sepolcro vuoto come elemento di discussione tra gli studiosi, eppure gli argomenti a favore sono schiaccianti. Tra i principali sicuramente il comportamento delle autorità ebraiche: se il corpo di Gesù fosse stato nel sepolcro, senza dubbio lo avrebbero detto, sarebbe stato infatti il miglior modo per screditare l’annuncio della resurrezione. Se non lo hanno fatto è perché non hanno potuto: per tutto il tempo in cui hanno cercato di impedire la diffusione del cristianesimo, i membri del sinedrio non hanno mai negato il dato del sepolcro vuoto, semplicemente lo hanno spiegato appellandosi alle dicerie del furto del corpo di Gesù da parte degli apostoli. Ebbene, anche se lo avessero rubato, rimane la domanda già fatta in precedenza: perché inventare dal nulla un concetto, difficile e totalmente inedito, di resurrezione come quella descritta per Gesù? Avrebbero potuto semplicemente avvalersi dei contenuti della tradizione ebraica.

Vi sono altri argomenti decisivi a favore del sepolcro vuoto, ben sintetizzati dal filosofo W.L. Craig, docente presso la Houston Baptist University: «Diverse ragioni hanno portato la maggior parte degli studiosi a questa conclusione: a) Il racconto del sepolcro vuoto fa parte del materiale più antico utilizzato da Marco. b) L’antica tradizione citata da Paolo 1 Corinzi 15,3-5 implica il sepolcro vuoto. c) Il racconto è semplice e non mostra i segni di abbellimento tipici delle leggende. d) Il fatto che la testimonianza femminile non avesse molto peso nella Palestina del I secolo gioca a favore della storicità di tale informazione. e) L’iniziale accusa, da parte degli ebrei, che i discepoli avevano trafugato il corpo di Gesù presuppone che il corpo, di fatto, non si trovava nel sepolcro» (W.L. Craig, Intervenciones iniciales, in P. Copan, Un sepulcro vacto. Debate en torno a la resurecciòn de Jesùs, Voz de Papel 2005, p.30). Tanto che uno dei principali biblisti del secolo scorso, Jacob Kremer, ha concluso:«Decisamente, la maggior parte degli eruditi rimane salda sull’affidabilità di quanto è scritto nella Bibbia a proposito del sepolcro vuoto» (“Die Osterevangelien–Geschichten um Geschichte”, Katholisches Bibelwerk, 1977, pp. 49-50).

 

La Resurrezione di Gesù, dunque, è l’elemento centrale che illumina diversi fatti ed eventi storici che altrimenti rimarrebbero senza alcuna ragionevole spiegazione. Per questo, in mancanza di argomenti alternativi degni di plausibilità, è possibile definirlo come fatto storico, descritto nei Vangeli che sono indubbiamente libri di fede, ma anche «fonti storiche importanti», come ammette lo studioso agnostico B.D. Ehrman (Did Jesus Exist?, HarperCollins Publisher 2013, p.75). Alcuni di questi fatti storici, che trovano ragionevole spiegazione soltanto se si considera un evento realmente accaduto anche la Resurrezione, sono stati elencati da Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary: «La tomba vuota, le apparizioni a Pietro e Paolo (che sappiamo anche essere andati incontro alla morte per questa convinzione), la conversione improvvisa del persecutore dei cristiani Paolo di Tarso, l’esplosione incredibile di questa setta ebraica che adorava come Dio un uomo crocifisso e risorto di nome Gesù, la trasformazione di secolari usanze ebraiche, come la circoncisione e la Pasqua, e così via. Come si spiega questo esplosivo movimento a Gerusalemme nel primo secolo, basato su queste inedite convinzioni in un falegname crocifisso e risorto di nome Gesù? La sua resurrezione è l’unica spiegazione che rappresenta tutti i dati e ogni spiegazione alternativa naturale è morta un migliaio di volte nel corso degli ultimi 200 anni». Gli ha fatto eco Craig A. Evans, docente di Nuovo Testamento e direttore del programma di specializzazione presso l’Acadia Divinity College: «L’argomentazione storica non può da sola forzare a credere che Gesù sia risorto dai morti; essa è tuttavia utilissima a spazzar via la sterpaglia sotto la quale vari tipi di scetticismo sono andati a nascondersi. La proposta che Gesù è risorto corporalmente dai morti possiede un’ineguagliabile capacità di spiegare i dati che sono al cuore stesso del primo cristianesimo» (C.A. Evans, Gli ultimi giorni di Gesù, San Paolo 2010, p.114).

Si è liberi di essere scettici ed agnostici sulla questione, ovviamente, ma se si segue la ragionevolezza e ci si avvale dei criteri storici, si finirà inevitabilmente come Tommaso ai piedi del Gesù risorto. Dicendo: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28).


[Modificato da Credente. 31/01/2017 10.58]
11/04/2016 15.03
 
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Possediamo i Vangeli originali?
No, ma non è un problema

AmanuensiIl professore di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, nonché direttore del Center for the Study of New Testament ManuscriptsDaniel B. Wallaceha pubblicato di recente una risposta ad alcune affermazioni di un intellettuale americano contro la storicità dei Vangeli e contro il cristianesimo in generale.

Tra le tante confutazioni proposte, ci interessa in particolare quella che risponde a questa tesi d’accusa: «nessuno di noi oggi ha mai letto l’originale dei Vangeli, tranne una cattiva traduzione che è stato alterata centinaia di volte, prima di arrivare a noi». Ovvero: nessuno possiede le copie originali dei Vangeli ma soltanto traduzioni di traduzioniche inevitabilmente avrebbero modificato il senso e le parole contenute nel testo originale, dunque non si può sapere cosa davvero scrissero gli autori dei Vangeli.

La tesi è citata dallo studioso agnostico Bart Ehrman nel suo noto libro “Misquoting Jesus”, tuttavia la posizione di Ehrman non è così radicalecome viene riportata da quanti lo usano a loro supporto. Egli ad esempio riconosce che «la gran parte delle differenze tra le copie in nostro possessosono del tutto irrilevanti. In genere dimostrano solo che gli antichi scribi non conoscevano l’ortografia meglio della maggioranza di noi (oltre a non disporre di dizionari ne, tantomeno, del controllo ortografico automatico)» (Harper Collins Publishers 2005, p.16). E ancora: «Gli scribi, sia i non professionisti dei primi secoli sia gli amanuensi professionisti del Medioevo, erano decisi a “salvaguardare” la tradizione testuale che trasmettevano. La loro principale preoccupazione non era quella di modificare la tradizione, bensì di preservarla per se stessi e per coloro che sarebbero venuti dopo. La maggioranza tentava senza dubbio di lavorare in modo fedele accertandosi che l’opera riprodotta fosse uguale a quella ereditata. Ciononostante, ai primi testi cristiani furono apportate delle modifiche. Talvolta (spesso) gli scribi commettevano errori, sbagliando l’ortografia di una parola, tralasciando una riga o anche solo confondendo le frasi che avrebbero dovuto copiare. E di tanto in tanto modificavano il testo di proposito, introducendovi una “correzione” che in realtà finiva per essere un’alterazione di ciò che aveva scritto in origine l’autore». Tuttavia, ha aggiunto, «non vorrei destare la falsa impressione che questo tipo di modifica di ordine teologico si verificasse ogni volta che uno scriba si metteva a copiare un brano. Accadde in modo sporadico» (p. 205, 206).

Il prof. Wallace ha quindi aggiunto che «in realtà oggi ci stiamo avvicinando sempre di più al testo originale del Nuovo Testamento e sempre più manoscritti vengono scoperti e catalogati». Anche se alcune traduzioni, soprattutto quelle successive, si basano su traduzioni in altre lingue dal testo greco (quindi, una traduzione di una traduzione del greco), queste non sono affatto le traduzioni che gli studiosi utilizzano per arrivare fedelmente alla formulazione originale. Complessivamente, ha spiegato, «possediamo almeno 20.000 manoscritti in greco, latino, siriaco, copto e altre lingue antiche che ci aiutano a determinare la formulazione originale». Quasi 6000 di questi manoscritti sono in greco. Abbiamo inoltre più di un milione di citazioni del Nuovo Testamento da parte dei padri della Chiesa. «Non c’è assolutamente nulla nel mondo greco-romano che arrivaneanche lontanamente vicino a questa ricchezza di dati, il Nuovo Testamento ha più manoscritti all’interno di un secolo o due dall’originale di ogni altra cosa del mondo greco-romano. Se dobbiamo essere scettici sull’originale del Nuovo Testamento, allora lo scetticismo dovrebbe esseremoltiplicato mille volte per tutta la letteratura greco-romana e antica». Proprio in questi giorni, per l’appunto, è stato scoperto un testo che potrebbe essere la più antica copia di un vangelo, ovvero un frammento del Vangelo di Marco, risalente al primo secolo.

Anche Ehrman offre comunque una confutazione della sua stessa tesi nel libro “Did Jesus Exist?”, rispondendo proprio a quelli che chiama “miticisti” (coloro che non credono ai Vangeli e all’esistenza di Gesù), i quali usano questo argomento contro l’attendibilità dei Vangeli: «I Vangeli sono tra i libri del mondo antico che hanno più riscontri». E’ vero, le migliaia di manoscritti che possediamo non sono le copie originali e presentano delle varianti,«ma la portata del problema non è tale da rendere impossibile farsi un’idea di quanto scrissero gli antichi autori cristiani. Non esiste un solo critico testuale che la pensa diversamente perché nella stragrande maggioranza dei casi la formulazione delle frasi da parte degli autori non è in discussione» (Harper Collins Publishers 2012, p.181-183). Ovvero l’autenticità e non autenticità di un brano è tranquillamente rilevabile.


15/04/2016 12.06
 
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Dall’«ebraicità di Gesù» alla «cristicità dell’ebraismo»:
il percorso della ricerca storica

gesù ebreoCon questo articolo siamo lieti di dare avvio alla collaborazione con don Silvio Barbaglia, biblista e docente di Scienze bibliche presso lo Studio teologico “San Gaudenzio” di Novara, istituto affiliato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano. Da poco ha pubblicato il volume Gesù e il matrimonio (Cittadella 2016), ed è anche autore di Il digiuno di Gesù all’ultima cena. Confronto con le tesi di J. Ratzinger e di J. Meier (Cittadella 2011), è diventato noto al grande pubblico in particolare per aver ottimamente confutato le tesi di Luigi Cascioli sulla non esistenza storica di Gesù di Nazareth.

 

di don Silvio Barbaglia*
*docente di Scienze bibliche presso lo Studio teologico “San Gaudenzio” di Novara

 

Come è noto, la Terza ricerca sul Gesù storico è stata caratterizzata dalla riscoperta della cosiddetta «ebraicità di Gesù»; si è sostenuto con forza, in queste posizioni, che Gesù fosse anzitutto ebreo e che appartenesse, dalla sua nascita e per la sua provenienza, a quelle strutture culturali del mondo ebraico, anzitutto.

Invece, l’immagine di Gesù, promossa dalla tradizione credente e dalla critica, nel corso della storia della ricerca, era centrata sull’istanza dell’originalità di Gesù rispetto al suo contesto storico, funzionale a coglierne l’unicità e la peculiarità entro tale originalità; all’opposto, la linea interpretativa che volle vedere e rileggere Gesù nel suo contesto culturale ebraico – promossa in buona parte da alcuni eminenti studiosi di parte ebraica e non solo – ha condotto sempre più ad assottigliare tutti gli aspetti di originalità delle posizioni e delle azioni del Nazareno nel suo contesto, fino a rendere il paradigma dell’unicità e della peculiarità di Gesù sempre più inconsistente e frutto di operazione meramente ideologica, lontana da una presunta fedeltà storica. Questa è, in sintesi, oggi, la posta in gioco della deriva scaturita dalla riscoperta dell’«ebraicità di Gesù».

Occorre però rimarcare un elemento di novità in tutto ciò. Le ricerche pubblicate dal rabbino Daniel Boyarin e del suo seguito, in tema di «ebraicità di Gesù», hanno contribuito, in anni recenti, ad assottigliare ulteriormente le differenze tra Gesù e il suo contesto giudaico nella linea, però, di riconoscervi già in origine, una connessione stretta e connaturata tra ebraismo e cristianesimo, nel momento dell’origine (I secolo d.C.); poiché non di due religioni si trattava ma della stessa, entro distinte forme di comprensione delle identiche fonti e riferimenti istituzionali e legislativi. Diversamente, però, da come il teorema dell’«ebraicità di Gesù» era prima declinato – sostenendo che gli elementi di netta differenza tra ebraismo e cristianesimo fossero opera dell’interpretazione ecclesiale ma non certo del Gesù storico – Boyarin ritiene, in controtendenza, che questi stessi tratti (come la divinizzazione del personaggio gesuano, l’idea di una divinità sdoppiata in Padre e Figlio, di un redentore Dio e uomo insieme, soggetto agente di un processo di salvazione con la sua morte e resurrezione) sono già tutti inscritti e attestati tra i Giudaismi del Secondo Tempio, e l’esperienza storica di Gesù si sarebbe collocata in dialettica con tali aspetti.

Ciò che tradizionalmente veniva inteso come il «pacchetto teologico» della differenza e novità assoluta del cristianesimo, secondo il Boyarin, è invece già presente e preparato dallo stesso Giudaismo: l’originalità di Gesù consisterebbe, invece, nell’avere rivolto a sé e, con lui i suoi seguaci, tali caratteristiche già presenti nelle tradizioni teologiche di alcuni Giudaismi del Secondo Tempio. Il paradosso di tale esito di ricerca sull’«ebraicità di Gesù», che originariamente aveva spinto verso una radicalizzazione della differenza e della distanza tra Gesù e il Cristo, tra l’ebreo di Galilea e la Chiesa di Paolo, giunge con queste più recenti interpretazioni a ritrovare una sintesi di unità tra quelli che si ritenevano essere aspetti inconciliabili proprio in seno allo stesso ebraismo.

Questo significa riqualificare lo stesso paradigma dell’«ebraicità di Gesù»: non più teso a strappare il Gesù storico al cristianesimo, per ricollocarlo tra i suoi pari, nel contesto giudaico del primo secolo, attribuendo unicamente alla comunità primitiva la responsabilità d’avere, in qualche modo, tradito la realtà storica e l’intenzionalità originaria del proprio maestro, bensì rileggere e rieditare le stesse radici giudaiche al fine di aprirle ad interpretazioni che il cristianesimo ha fatto proprie nella storia, ma che già risiedevano presso la coscienza ebraica del I sec. della nostra era. Più che una relativizzazione del personaggio cristologico di Gesù di Nazaret, tale posizione tende ad un ampliamento di prospettive dello stesso contesto culturale e religioso dell’ebraismo di allora, troppo spesso letto in antagonismo con le idee teologiche che il cristianesimo ha fatto proprie e quindi ritenuto alieno a ciò che di più proprio appartenne al cristianesimo delle origini.

Questo tipo di apertura, dopo l’epoca della scoperta dell’«ebraicità di Gesù» vede ora, potremmo dire, una riscoperta della «cristicità dell’ebraismo», ovvero di quelle categorie storiche e teologiche che il cristianesimo delle origini è andato a rivisitare perché presenti nelle operazioni stesse della ricerca midrashica sulle Sacre Scritture, ricerca già avviata e istruita dallo stesso rabbì Gesù. La conseguenza più diretta che ne scaturisce è quella di far cadere la tradizionale frattura storica ed ermeneutica che ha caratterizzato tutta l’epoca della riscoperta dell’«ebraicità di Gesù» e, ancor prima, della ellenizzazione del cristianesimo: ovvero la rottura tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, dove al primo corrispondeva l’istanza storica, meramente ebraica e al secondo l’interpretazione di una chiesa in missione e quindi profondamente ellenizzata nei suoi contenuti e intenti; il tutto a discapito di una continuità nella fedeltà storica del dato originario. Tale prospettiva più recente offre forse più chances nelripensare una continuità sistemica già connaturata allo stesso alveo originante dove si diffuse l’input iniziale che diede vita ad una costellazione ideologica basilare e identitaria del personaggio Gesù di Nazaret, fondata su attese e riletture convalidate da alcune linee teologiche già preparate e attestate in alcuni Giudaismi del Secondo Tempio.

La stessa istanza universalistica che ha caratterizzato la missione del Giudaismo cristiano del I sec. è possibile rintracciarla al livello del Gesù storico in dialettica con il teorema maggioritario dei gruppi giudaici, quello universalistico-gerosolimitano che vedeva il convenire di tutte le nazioni a Gerusalemme, al monte Sion, verso il Tempio (cfr. Is 2,1-5 e Mi 4,1-3), sostenuto ulteriormente dall’opera di Erode il Grande e i suoi successori per l’ampliamento dell’area templare al fine di favorire al massimo livello le feste di pellegrinaggio e la centralizzazione dell’unico luogo di culto, con evidenti ricadute economiche di profitto. La posizione di Gesù si colloca invece entro uno schema che relativizzava il principio dell’unicità del luogo di culto in Gerusalemme, in difesa della libertà di Dio Padre di entrare ed uscire dal suo Tempio, e di abbandonarlo a motivo dell’infedeltà del popolo eletto; teologia conosciuta e consacrata nel libro santo del profeta Ezechiele che, dall’esilio, vede la «gloria del Signore» lasciare ed allontanarsi dal Tempio. Posizione teologica che Gesù fa propria, in territorio critico, come la Samaria: «Né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre…» (cfr. Gv4,21ss).

E su queste e molte altre premesse vissute e difese fino alla morte da Gesù ha avuto inizio una storia millenaria di testimonianza di fede. Tale prospettiva richiede di prendere le distanze anche rispetto ad alcune conclusioni o sollecitazioni di Daniel Boyarin ma di trattenere l’intuizione di fondo, funzionale ad ampliare le facce del poliedro dell’interpretazione giudaica della cristologia, in origine.


30/04/2016 16.40
 
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Il Gesù storico
e i criteri per valutare l’autenticità del Nuovo Testamento

studio 

di Michael R. Licona*
*docente di Teologia presso la Houston Baptist University e studioso di Nuovo Testamento.

 tratto da S. McDowell, A New Kind of Apologist, Harvest House Publishers 2016.

 La prima questione è quella di definire cosa si intende per “Gesù storico”. Sebbene gli studiosi non siano d’accordo su una definizione, la maggior parte sembra soddisfatta della seguente: dopo che i dati sono stati setacciati, ordinati e valutati, il “Gesù storico” è il Gesù storico che si può dimostrare con ragionevole certezza, non partendo dalla fede in Lui.

E ‘importante osservare che il “Gesù storico” non è il vero Gesù, quello che camminava e insegnava in Giudea e Galilea, ma è il Gesù che si può conoscere tramite i risultati dell’indagine storica. Il vero Gesù era molto di più del “Gesù storico”, c’è inoltre il Gesù nei Vangeli. Questo terzo Gesù è anch’esso una rappresentazione parziale del vero Gesù, che aveva molti più elementi della sua personalità, disse e fece molte altre cose rispetto a quanto possa essere stato riportato in un Vangelo con una lunghezza inferiore a venticinquemila parole. Capire queste distinzioni è molto importante. Come fanno gli storici ad arrivare a conclusioni per quanto riguarda Gesù? Ci sono diversi approcci e vari strumenti utilizzati all’interno di ogni approccio, quello più comune al momento è riconoscere che Gesù era un predicatore itinerante ebreo che è vissuto nella Palestina del primo secolo, all’interno di una una cultura ebrea e greco-romana. In questo modo si assume un contesto di fondo che aiuta ad una comprensione più precisa di ciò che Gesù ha insegnato e l’impatto che può avere avuto su coloro che lo ascoltavano.

Vengono poi applicati dei criteri di autenticità alle parole e alle azioni di Gesù conservate nei Vangeli, essi riflettono principi del senso comune. Se due o più fonti indipendenti una dall’altra forniscono resoconti simili dello stesso evento, possiamo avere più fiducia che l’evento si è realmente verificato rispetto a quando ci riferiamo ad una fonte soltanto. Questo è chiamato il criterio dell’attestazione multipla. Un esempio concreto è la sepoltura di Gesù, riferita sia dal Vangelo di Marco che dalle lettere di Paolo, fonti indipendenti tra loro, evento che quindi soddisfa il criterio della attestazione multipla. Se una fonte ostile od estranea alla fede cristiana offre un resoconto che conferma le fonti cristiane, possiamo avere più fiducia che tale evento si è verificato, dal momento che la fonte ostile non dovrebbe essere influenzata dagli autori delle fonti cristiane. Questo è chiamato ilcriterio delle fonti indifferenti. Ad esempio, Tacito -per il quale il cristianesimo era il male e una malevole superstizione (Annali 15,44), riporta l’esecuzione di Gesù da parte di Ponzio Pilato, un resoconto del tutto compatibile con quello che troviamo nei Vangeli. Gli storici possono così avere più fiducia nel fatto che l’evento si è realmente verificato.

Se i Vangeli forniscono un episodio o un detto di Gesù che sarebbe stato imbarazzante per il movimento paleocristiano, possiamo avere più fiducia che tale elemento sia storico, dal momento che è improbabile che l’autore cristiano inventi contenuti che avrebbero potuto sminuire la causa per il quale scriveva. Questo è chiamato il criterio dell’imbarazzo. Ad esempio, Marco riporta che Pietro ha rimproverato da Gesù, il quale, a sua volta, ha rimproverato Pietro, chiamandolo “Satana” (Marco 8, 31-33). Dal momento che Pietro era il leader della chiesa di Gerusalemme, sembra davvero improbabile che i primi cristiani abbiano inventato e conservato una tradizione che lo discreditava in modo così pesante. Gli storici preferiscono avere resoconto da testimoni oculari o da una fonte scritta vicino all’evento che si propone di descrivere. Questo è chiamato il criterio dell’attestazione precoce. Ad esempio, quasi tutti gli studiosi concordano sul fatto che Paolo ha conservato una tradizione orale in 1 Corinzi 15, 3-7, che risale ai primi giorni della chiesa cristiana e il cui contenuto, anche se non necessariamente nella forma in cui è stato scritto, molto probabilmente risale agli apostoli di Gerusalemme.

Sarebbe bello se gli storici potessero salire su una macchina del tempo, tornare al passato e verificare le loro conclusioni. Dal momento che non è possibile, si può soltanto stabilire le questioni solo con diversi gradi di certezza. Ed è del tutto normale che la mancanza di dati possa portare gli storici ad una falsa conclusione, questo è vero sia per gli eventi biblici che per ogni altro evento dell’antichità. Di conseguenza, la soddisfazione di uno o più criteri di autenticità in relazione a specifici detti o azioni di Gesù, può stabilire la loro autenticità con “ragionevole”, ma non “assoluta”, certezza.  Molti scettici, dentro e fuori del mondo accademico, hanno un approccio del genere: “Fino a quando non vi è una spiegazione alternativa al racconto biblico che non possa essere assolutamente smentita, il racconto biblico non deve essere preso sul serio”. Un tale approccio suggerisce una comprensione superficiale di come funziona l’indagine storica. Uno storico competente abbraccia quello che ritiene essere la spiegazione più probabile dei dati disponibili, dal momento che c’è poco che può essere stabilito con una tale certezza del lontano passato non c’è spazio per stabilire un’alternativa estremamente improbabile.

Nel corso degli ultimi venti anni sono comparsi una serie di libri e articoli dove si sostiene che Gesù è un mito mai esistito, ma soltanto una manciata degli autori hanno qualche credenziale accademica. Purtroppo, la maggior parte dei lettori dei “miticisti” (come vengono comunemente chiamati questi autori) non sono abituati al pensiero critico e a confrontare le fonti. Per loro, Earl Doherty e Dee Murdock (aka Acharya S) sono credibili quanto John Meier e NT Wright. Eppure, né Doherty né Murdock sono mai andati oltre ad una laurea, mentre Meier e Wright vantano diversi dottorati in settori pertinenti ed insegnano studi neotestamentari presso le prestigiose università. Non sto affermando che la mancanza di credenziali accademiche vieta di avere buoni argomenti, ma che l’assenza di un’adeguata formazione ed esperienza nei campi appropriati è la causa dei loro eclatanti errori e delle inverosimili tesi “negazioniste”.  I lettori dovrebbero capire che la pubblicazione sul World Wide Web non basta a rendere studiosi di fama mondiale, dal momento che l’unica credenziale che si deve avere per pubblicare su Internet è quella di saper respirare.

E’ comunque importante riconoscere che presentare buoni argomenti ad uno scettico non ci assicura che ne uscirà convinto. Le loro obiezioni a seguire Gesù possono essere intellettuali, emotive o volitive. E’ loro responsabilità prendere una decisione corretta, è nostra responsabilità condividere il messaggio di speranza di Cristo “con dolcezza e rispetto” e “con grazia”, ​​come Pietro e Paolo ci hanno insegnato. Il messaggio del Vangelo è già offensivo per qualcuno, non abbiamo bisogno di renderlo ancora più ostile presentandolo in un modo che manca di dolcezza, rispetto e tolleranza. Quando combiniamo la conoscenza intellettuale con un cuore profondamente attento ai nostri amici non credenti, saremo piacevolmente sorpresi di trovarci impegnati in dialoghi molto più divertenti ed efficaci di quanto potremmo mai immaginare.


05/05/2016 18.41
 
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L’alfabetizzazione nel primo secolo e la scrittura dei Vangeli



papiriAlcuni critici negano la tradizionale paternità dei vangeli sostenendo che difficilmente possono essere stati scritti da qualcuno vicino a Gesù, poiché l’analfabetismo sarebbe stato molto diffuso nell’antico Israele.


E’ allora importante segnalare la recente scoperta realizzata da ricercatori della Tel Aviv University e pubblicata negli atti della National Academy of Sciences, secondo cui l’alfabetizzazione in quell’area era molto più diffusa di quanto si pensi già dal 600 a.C., cioè verso la fine del primo tempio di Gerusalemme, quindi prima del periodo secondo il quale molti studiosi ritengono sia stata composta la maggior parte dei testi biblici, tra cui il Pentateuco, rifacendosi proprio ai livelli di alfabetizzazione della popolazione all’epoca. Ed invece, il team di ricerca di Tel Aviv ha suggerito che nel regno di Giuda vi potevano essere almeno 100.000 persone alfabetizzate e questo «implica la presenza di una infrastruttura educativa che potrebbe sostenere che la composizione dei testi biblici esisteva già prima della distruzione del primo Tempio».


Si potrebbe quindi estendere queste interessanti conclusioni dei ricercatori israeliani anche per quanto riguarda la composizione dei Vangeli. Se l’alfabetizzazione ebraica in quella zona era già diffusa e prolifica prima del 600 a.C., certamente lo sarà stato ancora di più nel 30 d.C. Ciò significa che le persone attorno a Gesù erano in grado di creare i loro appunti con i detti e le azioni di Gesù già durante la sua vita pubblica, ai quali hanno potuto far riferimento gli autori dei vangeli. Già oggi gran parte degli studiosi sostengono l’esistenza di fonti scritte, non soltanto orali, presinottichechiamate fonte Q (a cui hanno fatto riferimento gli evangelisti Matteo e Luca), fonte L (a cui ha fatto riferimento il solo Luca), una fonte indipendente per Matteo, Marco e una per Giovanni. Documenti molto antichi, tanto che San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, datata tra il 54 e il 57 d.C., riferisce di scritti esistenti prima della sua conversione, avvenuta nel 35 d.C. (ad esempio in 2 Cor 8,18-19), che la scuola esegetica di Madridritiene essere «gli originali semitici delle fonti di Luca, scritte nel primo decennio dopo la morte di Gesù, tra l’anno 30 e il 40» (J.M. Garcia, Los orígenes históricos del cristianismo, Ediciones Encuentro 2008, p.59).


Lo studioso agnostico Bart D. Ehrman è forse il più importante portavoce di questa critica ai vangeli, nel suo libro Did Jesus Exist? (HarperCollins Publishers 2012) infatti scrive: «è stato dimostrato quanto fosse scarso il livello di alfabetizzazione nel mondo antico», sostenendo questa affermazione attraverso due studi. Il primo è quello di William Harris, secondo il quale «nei periodi migliori solo il 10% della popolazione del mondo antico sapeva leggere e forse copiare qualche parola scritta», il secondo è di Catherine Heszer, la quale «dimostra come all’epoca di Gesù forse solo il 3% degli ebrei palestinese fosse in grado di leggere e scrivere» (p. 49). Mentre lo studio di Harris è un’analisi comparativa che sembra essere stata smentita dallo studio dell’Università di Tel Aviv citato in precedenza, sulla “dimostrazione” della Heszer bisogna rilevare una bugia da parte di Ehrman.


Infatti, il noto studioso cita il titolo dello studio della ricercatrice della London University, ma senza far riferimento alla pagina o al capitolo in cui essa dimostrerebbe quello che Ehrman le vuole far sostenere. Questo perché, se ci si reca a leggere il lavoro della Heszer –come ha fatto Jimmy Akin-, si legge: «il tasso esatto di alfabetizzazione tra gli antichi ebrei non può essere determinato». Facendo a sua volta riferimento ad un altro autore, cioè alle affermazioni del rabbino ortodosso Meir Bar-Ilan, la studiosa afferma: «se il tasso medio di alfabetizzazione tra gli ebrei palestinesi era solo il 3 per cento, come sostiene Bar-Ilan, o leggermente superiore, deve in ultima analisi rimanere senza risposta» (C. Heszer, Jewish Literacy in Roman Palestine, Mohr Siebeck 2001, p.496).


Quindi, al contrario di quanto scrive Ehrman, la Heszer non dimostra nulla, ma semplicemente si rifà ad una affermazione del rabbino Bar-Ilan e allo studio di William Harris. Entrambi, però, hanno ricevuto buona risposta dal recente studio israeliano, secondo il quale l’alfabetizzazione ebraica era già ampiamente diffusa prima del 600 d.C. e quindi, per deduzione, ancor di più nel primo secolo d.C.. Tanto che Alan Ralph Millard, professore emerito di Ebraico e di Lingue semitiche presso la School of Archaeology, Classics and Egyptology dell’Università di Liverpool, ha scritto (per leggere l’intera pubblicazione bisogna essere registrati alla rivista scientifica): «le prove che dimostrano che la lettura e la scrittura erano ampiamente praticatenell’era di Gesù cresce alla scoperta di ogni nuova iscrizione, abbiamo diverse testimonianze che ci conducono a ritenere in quel luogo e in quel tempo un maggior livello di alfabetizzazione di quanto a volte si suppone e molte persone comuni, non soltanto l’élite, sapevano leggere e probabilmente anche scrivere». Per questo, ha concluso, «non c’è motivo di dubitare dell’esistenza di fonti e testimoni oculari di ciò che ha detto e fatto Gesù di Nazareth».



16/05/2016 13.02
 
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29/05/2016 22.22
 
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Nel Vangelo di Marco,
perché non si parla delle apparizioni del Gesù risorto?

dubbio tommasoSpesso il finale del Vangelo di Marco suscita qualche perplessità, in particolare quando si racconta delle donne che videro la tomba vuota di Gesù e ricevettero l’invito di un angelo ad avvertire gli apostoli della resurrezione del Signore. Il brano si conclude così: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,1-8).

Molti obiettano: se non dissero niente a nessuno, come si è trasmesso il messaggio della risurrezione agli apostoli? E perché negli altri Vangeli si racconta, invece, che esse corsero a riferire l’annuncio? Alla domanda ha risposto recentemente il teologo domenicano padre Angelo Bellon, riportando un’osservazione intelligente:«Questo non esclude che, cessata la paura, abbiamo raccontato tutto, come si evince dagli altri vangeli. E infatti l’hanno raccontato. Diversamente come avrebbe potuto Marco dire che esse tennero per sé la notizia e non dissero nulla? Se la notizia non si fosse risaputa, Marco non avrebbe dovuto scrivere più nulla e avrebbe dovuto fermarsi al racconto della morte e sepoltura».

La riflessione è logicamente valida: se le donne non avessero mai raccontato quanto riferito dall’angelo al sepolcro, Marco non avrebbe potuto scrivere che “non dissero niente a nessuno”. Lo stesso è stato sostenuto dal celebre studioso di Nuovo Testamento, l’olandese William Hendriksen(in Exposition of the Gospel According to Mark, Grand Rapids 1975).

Risolta questa questione, rimane aperto il dibattito sul finale del Vangelo di Marco, la maggior parte degli studiosi sostiene infatti -con valide ragioni- che la parte riguardante Marco 16,9-20 sia stata aggiunta in un secondo momento. Sulla prestigiosa Bibbia di Gerusalemme, si legge: «tra il versetto 8 e il versetto 9 c’è nel racconto una soluzione di continuità. D’altronde si fatica ad accettare che il secondo Vangelo nella prima redazione si arrestasse bruscamente al versetto 8. Da qui la supposizione che la finale originaria sia scomparsa per una causa a noi sconosciuta e che la finale attuale sia stata redatta per colmare la lacuna. Essa si presenta come un riassunto sommario delle apparizioni del Cristo risorto, la cui redazione è sensibilmente diversa dallo stile abituale di Marco, concreto e pittoresco. Tuttavia l’attuale finale è stata conosciuta fin dal II secolo da Taziano e da Ireneo e ha trovato posto nella stragrande maggioranza dei manoscritti greci e traduzioni dei primi secoli. Se non si può provare che ha avuto Marco per autore, resta sempre, secondo l’espressione di Swete, un’autentica reliquia della prima comunità cristiana».

Il prof. Michael R. Licona, docente di Teologia a Houston Baptist University e noto studioso del Vangelo, ha affermato«Concordo con quasi tutti gli studiosi sul fatto che il Vangelo di Marco probabilmente si è concluso con 16,8 e che i versi 16,9-20 sono stati aggiunti in seguito. E’ possibile che Marco non avesse intenzione di concludere così il suo Vangelo, credo che non fosse stato in grado di concluderlo a causa di una malattia, della prigionia o la morte. E’ anche possibile che il finale di Marco sia andato perduto». La perdita del finale del Vangelo di Marco è ipotizzata anche da altri studiosi importanti, come Craig A. Evans e RT France .

In ogni caso, certamente Marco era a conoscenza delle apparizioni del Risorto dopo la morte, anche perché lo predisse lo stesso Gesù durante l’Ultima Cena: «Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea» (Mc 18,28). E lo stesso disse l’angelo alle donne che trovarono il sepolcro vuoto: «Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,7). Inoltre, ha proseguito ilprof. Licona«le apparizioni di Gesù sono descritte anche nelle lettere di Paolo, il quale probabilmente le ha scritte prima che Marco scrivesse il suo Vangelo. E se gli Atti degli Apostoli sono corretti (vedi capitoli 12 e 15), Marco conosceva Paolo e aveva anche viaggiato con lui durante uno dei suoi viaggi missionari. Quindi, è molto probabile che aveva familiarità con i racconti che Paolo menziona. Sostenere, perciò, che Marco non sapeva delle apparizioni è del tutto speculativo e, a mio parere, sbagliato».


29/05/2016 22.28
 
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Il Vangelo di Marco si basa sulla testimonianza di Pietro



Vangelo di MarcoAll’estero, sopratutto in America, tantissimi studiosi del cristianesimo primitivo hanno un loro blog personale in cui pubblicano documenti, riflessioni, rispondono a domande e dialogano tra loro. Storici, teologi, biblisti, studiosi del Nuovo Testamento di diverso orientamento: cattolici, agnostici, protestanti, ebrei.


E’ molto interessante seguire il dibattito, in particolare recentemente sul blog di Larry W. Hurtado, noto docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Edimburgo, è apparso uno scambio epistolare tra lui e Richard Bauckham, tra i maggiori biblisti americani, docente all’University of St Andrews e membro della British Academy e della Royal Society of Edinburgh. Bauckham, discutendo con Hurtado sul ruolo dei testimoni oculari nella formazione dei Vangeli, ha spiegato di stare lavorando ad un sequel del suo fortunato libro “Jesus and the Eyewitnesses: The Gospels as Eyewitness Testimony” (2008) (“Gesù e i testimoni oculari: i Vangeli come testimonianze oculari”), e che, in questo nuovo volume, presenterà nuove prove sul fatto che il Vangelo di Marco è basato in gran parte sulla testimonianza oculare dell’apostolo Pietro (come d’altra parte affermava già Papia).


Diciamo che non è proprio una novità, da tempo la comunità scientifica ha accertato questo dato. Secondo un’ampia parte degli studiosi, Marco avrebbe composto il suo vangelo attorno al 70 d.C., seppur utilizzando materiale redatto molti anni prima, trascrivendo fonti pre-sinottiche diffuse fin dagli anni immediatamente successivi alla morte di Gesù: ad esempio secondo Barth Ehrman tutto quello che riguarda la Passione. Rudolp Peschle chiama fonti “pre-marciane”, scritte uno-due anni dopo la morte di Gesù. Willibald Bosen, ad esempio, ha fatto notare che Marco non cita il sommo sacerdote Caifa, come se esso fosse ancora in attività (vi restò fino al 37 d.C.).


Altri studiosi, invece, ritengono che tutto il Vangelo di Marco vada anticipato al 44 d.C., quando l’evangelista accompagnò Pietro a Roma. Ad affermarlo è anche la scuola dei sostenitori del papirologo José O’Callaghan, il quale ha attribuito il frammento 7Q5 dei rotoli di Qumran (trovati in grotte chiuse nel 68 d.c.) al VI capitolo del Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), comparazione confermata da successivi studi e sostenuta da innumerevoli studiosi (in Italia, ad esempio, Orsolina Montevecchi, presidente dell’Associazione Internazionale Papirologi: «è praticamente impossibile che possa trattarsi di un altro testo, magari sconosciuto. Mi pare giunto il tempo di inserire il frammento 7Q5 nella lista ufficiale dei papiri del Nuovo Testamento», “Aegyptus” 1994, p. 206-207), compresi molti iniziali critici, come J.M. Vernet che nel Simposio a Roma nel 2002 intitolato “Contributo delle scienze storiche allo studio del Nuovo Testamento”, ha pubblicamente decretato, assieme ad altri studiosi, che «è divenuta praticamente unanime l’idea che l’identificazione del gesuita catalano sul 7Q5 è la più sicura e la più chiara, comparata alle numerose altre presentate come alternative. Lo studio e il metodo scientifico di O’Callaghan e di altri autori favorevoli all’identificazione di 7Q5 con Mc 6, 52-53 sono corretti, seri e scientifici» (firmato da P.Parker, C. Roberts, C. Hemer, P. Gamet, V. Spottorno ecc). Le conclusioni di Vernet corrispondono a quelle del Simposio internazionale sul frammento 7Q5 dell’ottobre 1991 a Eichstätt, dove quasi tutti gli studiosi che vi hanno partecipato si sono detti d’accordo con la attribuzione di O’Callaghan (gli atti del Simposio sono pubblicati in M. Bernhard, “Christen und Christliches in Qumran?, Eichstätt Studien XXXII, Regensburg, Verlag Friedrich Prustet 1992).


In ogni caso l’autore del Vangelo di Marco è da ritenersi un testimone oculare, secondo Bauckham. Il quale ha anche aggiunto: «Penso anche che il “discepolo amato” scrisse lui stesso il Vangelo di Giovanni, e che anche lui è stato quindi un testimone oculare. Naturalmente il suo Vangelo è il prodotto della sua riflessione, su ciò che aveva visto durante la sua vita». Per quanto riguarda Luca, così come ha fatto Marco, «ha preso ogni occasione per incontrare i testimoni oculari e li ha intervistati. Ha raccolto materiale probabilmente da un certo numero di testimoni oculari minori dai quali ha ricevuto storie o detti individuali».



26/06/2016 22.53
 
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La città di Nazareth
esisteva certamente anche al tempo di Gesù

nazarethPiù passa il tempo, più l’analisi critica dei Vangeli viene approfondita e più ci viene restituita un’immagine del Gesù storico che è tranquillamente sovrapponibile a quella che tutti i cristiani hanno ricevuto nella loro educazione.

Ma, come è giusto accettare le numerose conferme che arrivano dalla comunità scientifica sulla storicità di Gesù, è altrettanto doveroso tenere in considerazione le perplessità o le smentite di alcuni particolari sulla vita del Nazareno. Una questione assai discussa in campo accademico, ad esempio, è la sua città di nascita. Betlemme, come da sempre viene insegnato, oppure Nazareth? Gli studiosi sono divisi, anche se quest’ultima sembra essere sostenuta dall’opinione dominante. John P. Meier, docente di Nuovo Testamento alla Notre Dame University, tra i principali biblisti viventi e colui che è riuscito volutamente ad offrire, nel suo monumentale lavoro, l’opinione sulla vita del Gesù storico maggiormente condivisa dai suoi colleghi, seppur tendente anche lui ad accreditare Nazareth come effettivo luogo di nascita, ammette che «non è possibile avere certezza su questo punto» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol.1, Queriniana 2008, p.210). Diversi studiosi, infatti, sostengono la storicità della nascita a Betlemme, il prof.Jerome Murphy-O’Connor, docente di Nuovo Testamento presso l’École Biblique di Gerusalemme, è stata forse la voce più autorevole tra essi.

In entrambi i casi, tuttavia, la vera città di origine di Gesù è stata Nazareth, in essa è avvenuta l’Annunciazione a Maria e in essa il Messia ha abitato ed è cresciuto. Non a caso, viene chiamato il Nazareno. Ci è stato tuttavia segnalato un articolo di un miticista scettico, René Salm, il più recente critico dell’esistenza storica della città di Nazareth ai tempi di Gesù. «Se Nazareth non esistesse»ha scritto Salm, «significa che gli evangelisti hanno mentito in modo piuttosto significativo. Dopo tutto, tale luogo è citato almeno dieci volte nei Vangeli canonici e gli Atti degli Apostoli. In altre parole, questo non sarebbe un singolo errore, ma un’invenzione calcolata e ricorrente nei vangeli». Questo comprometterebbe totalmente l’attendibilità degli scritti evangelici ed infatti, continua Salm, «la paletta dell’archeologo fa paura perché potrebbe dimostrare che le cose non sono accadute come dicono le Scritture, quindi la Bibbia non è la parola di Dio». Lo scettico si avventura quindi in una lunga (quanto scarna di note bibliografiche) ricostruzione storica della cittadina, affermando: «possiamo quindi trarre una conclusione scioccante per i fedeli cristiani: l’archeologia mostra abbastanza chiaramente che i racconti evangelici di Nazareth sono fittizi, non veri. Stando così le cose, si può chiedere: “Anche Gesù di Nazareth è stato una finzione?”».

Per lui, la cittadina è stata abitata durante l’età del Bronzo, ma non annoverò alcun abitante ai tempi dei romani, nel I secolo. Basandosi sulle tombe rinvenute nell’area, afferma che venne ripopolata nel II° secolo dagli ebrei in cerca di nuova sistemazione dopo la distruzione di Gerusalemme. Per confutare tale tesi, bisognerebbe innanzitutto prendere sul serio tale René Salm, e questa è la parte più difficile. Non soltanto questo signore è privo di qualunque titolo accademico in ambito storico o archeologico, ma nemmeno presenta le sue credenziali generali. Senza considerare che si autodefinisce “miticista”, negando quindi l’esistenza storica di Gesù di Nazareth, una posizione antiscientifica che non è più possibile sostenere nel 2016.

Potrebbe comunque dire cose vere, anche senza competenze specifiche, per cui vale la pena -data anche l’ampia visibilità che ha guadagnato sul web- replicare alle sue affermazioni. Bisognerebbe però premettere una notazione fondamentale, ben espressa dallo studioso agnostico Bart D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina: «Una delle asserzioni più frequenti negli scritti dei miticisti è che Nazareth non sarebbe mai esistita, la logica inerente a questa tesi sembra quella secondo cui se i cristiani inventarono la città di Gesù, probabilmente inventarono anche il personaggio. Potrei sbarazzarmene con relativa facilità, facendo presente che è un’argomentazione poco pertinente: se Gesù è esistito, come suggeriscono le prove a nostra disposizione, ma Nazareth è un’invenzione, come asseriscono i miticisti, ebbeneGesù arriverà da altrove. Che Barack Obama sia nato o no negli Stati Uniti non conferma e non smentisce il dato della sua nascita» (B.D. Ehrman,Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, p.194). E’ una tesi non pertinente sulla storicità di Gesù, dunque.

Entrando nel merito, stupisce che Salm dia ampio risalto a qualcosa che gli studiosi sanno da tempo: Nazareth non è mai menzionata nella Bibbia ebraica, negli scritti di Giuseppe Flavio o nel Talmud, ma compare per la prima volta solo nei vangeli. Capiremo, alla fine di questo articolo, il perché. Lo stesso Ehrman dedica un’ampia risposta proprio alle tesi di questo scettico, dopo aver a sua volta sottolineato che non si tratta né di uno studioso, né di un archeologo. Salm sottolinea che le tombe ritrovate nell’area di Nazareth non erano in uso nella Galilea della metà del I secolo, pertanto non risalgono ai tempi di Gesù e quindi la cittadina non esisteva. «E’ difficile comprendere perché le tombe di Nazareth che si possono far risalire all’epoca immediatamente successiva dovrebbero indicare che ai tempi di Gesù non c’era una città. In che modo il fatto che si possa stabilire l’esistenza di un centro abitato in un periodo più tardo dimostra che in precedenza la città non era popolata? Il fatto che nessuna delle tombe ritrovate risalga all’epoca di Gesù che cosa dimostra? Assolutamente nulla» (p. 197), ha risposto il prof. Ehrman. Inoltre, occorre considerare che le tombe delle persone non facoltose (nessuna testimonianza di famiglie facoltose a Nazareth) erano poco profonde e non sepolcri scavati nella roccia come quelle trovate in epoca successiva. «Non succede quasi mai che le fosse dei poveri resistano tanto a lunga da essere scoperte dagli archeologi» (p. 197), scrive lo studioso. Tuttavia, a proposito di tombe, il biblista americano Jack Finegan, professore emerito di Storia del Nuovo Testamento e Archeologia al Pacific School of Religion di Berkeley (California), ha precisato: «Delle ventitré tombe ritrovate, due di esse contenevano ancora oggetti come lampade di ceramica, vasi e recipienti di vetro risalenti al I, III o IV secolo dell’era cristiana. Quattro delle tombe erano invece chiuse con pietre rotolate, un tipo di chiusura tipico del tardo periodo ebraico, fino al 70 d.C. Dalle tombe, pertanto, si può concludere che Nazareth era un insediamento fortemente ebraico nel periodo romano» (J. Finegan, The Archaeology of the New Testament, Princeton University Press 1992, pp. 44-46). Ovvero, al tempo di Gesù.

Al di là dei «macroscopici errori logici» (p. 198) della tesi di Salm relativi al fianco della collina dove tradizionalmente viene collocata Nazareth, Ehrman riferisce che «molti reperti archeologici degni di fede indicano che Nazareth esisteva ai tempi di Gesù e che, analogamente ad altri villaggi e cittadine di quella parte della Galilea, era stata edificata sul fianco della collina, nei pressi delle future tombe scavate nella roccia. Inoltre, gli archeologi hanno portato alla luce una fattoria collegata al villaggio che risale all’epoca di Gesù» (p. 198). Ehrman si riferisce al ritrovamentodel 1996-1997 di una sorta di azienda agricola di epoca romana, con terreno agricolo, torchio, torri di guardia, pietre per la frantumazione delle olive, sistemi di irrigazione e un’antica cava, sono state anche rinvenute 165 monete risalenti al periodo ellenistico, al XIV o XV secolo, ma anche a quello romano, in cui visse Gesù. Questo ha portato gli studiosi a sostenere che «la prova archeologica a disposizione, suggerisce che l’insediamento di Nazareth è esistito nel periodo del Secondo Tempio, compresa la zona intorno alla attuale Basilica dell’Annunciazione».

Il prof. Gregory Jenks, della facoltà di Teologia presso la Charles Sturt University, ha anche segnalato che gli antichi materiali ritrovati sotto l’attuale convento delle Sisters of Nazareth, scoperti nel 1884, sono stati datati al I° secolo, basandosi su analisi stratigrafiche (K.R. Dark, “Early Roman-Period Nazareth and the Sisters of Nazareth Convent” Antiquaries Journal 2012). Nel 2009, inoltre, è stata anche scoperta a Nazareth una casa risalente al tempo di Gesù, come l’archeologa Yardenna Alexandre, direttrice degli scavi dell’Israel Antiquity Autority ha confermato a Ehrman. I frammenti ceramici collegati all’abitazione, spaziano dal 100 a.C. al 100 d.C., i vasi sono di gesso e argilla, a conferma della povertà di chi l’ha abitata. Lo ha spiegato la stessa Yardenna all’Associated Pressscrivendo«La prima abitazione trovata a Nazareth può essere fatta risalire al tempo di Gesù. Le scoperte suggeriscono che Nazareth era un piccolo villaggio fuori mano composto da circa 50 case, costruite su un appezzamento di crica quattro acri (1,6 ettari), popolato da ebrei di modesta condizione economica». Non sorprende, dunque, che tale insignificante cittadina non sia mai stata nominata dalla Bibbia ebraica, da Giuseppe Flavio o dal Talmud.

Grazie a tutte queste prove, nessuno studioso serio mette più in dubbio l’esistenza di Nazareth nel I° secolo. Diversi archeologi hanno anche direttamente replicato a Salm, tra essi Ken Dark, direttore del Nazareth Archaeological Project: «Non ci risulta che Salm possieda titoli in ambito archeologico o che vanti esperienze di lavoro sul campo», ha precisato prima di replicare dettagliatamente a tutte le sue asserzioni. «Nel complesso, la sua tesi di fondo è insostenibile sul piano archeologico» (K. Dark, Review of Salm, Myth of Nazareth, in “Bullettin of the Anglo-Israel Archaelogical Society”, 2007). Gli archeologi Stephen J. Pfann e Yehudah Rapuano, a loro volta hanno scritto: «le valutazioni personali di Salm rivelano una mancanza di competenza nel settore e l’assenza di una seria ricerca delle fonti. La sua analisi e critica vanno relegati nell’ambito del “mito”» (S.J. Pfann & Y. Rapuano, On the Nazaret Village Farm Report: A Reply to Salm, in “Bullettin of the Anglo-Israel Archaelogical Society”, 2008). Ecco che fine fanno le tesi dei miticisti: ridotte, loro sì, a dei “miti”.


31/01/2017 11.02
 
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 IL PROBLEMA DELLA SCARSITA’ DELLE FONTI NON CRISTIANE


Per la maggior parte le fonti non cristiane sono di scarso valore per chi è interessato al Gesù storico. Come ha spiegato il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, «le fonti pagane ed ebraiche sul cristianesimo dei primi secoli sono per lo più scarse e brevi. Tale peculiarità è dovuta sopratutto all’origine insignificante della fede cristiana, che fa la sua comparsa nel mondo come un fatto umano qualsiasi e per giunta in Palestina, una regione del tutto emarginata dai centri di potere» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 19).


L’eminente studioso J.P. Meier, professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University e tra i più importanti biblisti viventi, ha confermato: «Dal punto di vista della letteratura giudaica e pagana del secolo successivo a Gesù, il Nazareno fu al massimo un puntino sullo schermo del radar […]. Fu semplicemente insignificante per la storia nazionale e mondiale, agli occhi degli storici giudei e pagani del I. sec. e dell’inizio del II sec. d.C.», senza contare che «il processo e l’esecuzione di Gesù lo resero marginale in un modo terrificante e ripugnante». Se si ipotizza un bilancio possiamo dire che «Gesù è stato un ebreo vissuto in una Palestina giudaica direttamente o indirettamente controllata dai romani. In un certo senso, egli appartenne a entrambi i mondi; alla fine fu rigettato da entrambi. Gesù per primo marginalizzò se stesso» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana 2008, p. 16). Il biblista italiano Romano Penna, ordinario di Origini Cristiane presso la Pontificia Università Lateranense, ha confermato: «Il mondo della grande cultura greca e romana del I secolo è rimasto del tutto estraneo alle origini del fatto cristiano, le quali da una parte non avevano titoli umani sufficienti per richiamare la sua attenzione, e dall’altra neppure lo pretendevano» (R. Penna, L’ambiente storico-culturale delle origini cristiane: una documentazione ragionata, EDB 1986, p. 270). Gli evangelisti, come ha giustamente ricordato il prof. R. Penna, non avevano alcuna intenzione di creare quella che oggi intendiamo essere una biografia storica, «le fonti rimaste su Gesù non hanno mai avuto l’intenzione di registrare tutto o la maggior parte delle parole e delle azioni del suo ministero pubblico, per non parlare del resto della sua vita» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 27).


Occorre considerare che, per chi crede, tutto questo non fa altro che confermare la principale caratteristica di Dio: l’umiltà dell’introdursi tra gli uomini silenziosamente, partendo da un pugno di poveri pescatori in una piccola e povera regione di una marginale provincia romana. Eppure, bisogna anche ricordare che «le distruzioni di massa operata da Vespasiano e poi da Adriano spazzarono via tutti gli archivi di Gerusalemme», come ha notato la storica Barbara Frale (B. Frale, La Sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino 2009, p. 127). Anche Karl Adam, professore di teologia morale presso l’Università di Strasburgo, ha fatto notare che «l’insieme della tradizione letteraria dell’epoca dell’impero romano fino ai tempi di Tacito e Svetonio è andata perduta» (K. Adam, Gesù il Cristo, Morcelliana 1943, p. 61). Restando sullo storico romano Tacito, ad esempio, sono andati perduti molti libri della sua opera Annali, nella quale ha delineato la storia di Roma dal 14 al 68 d.C. «Sfortunatamente per noi», ha osservato il prof. J.P. Meier«una delle lacune negli Annali si trova nella trattazione del 29 d.C., con la narrazione che riprende nel 32 d.C. Di conseguenza, l’anno più probabile del processo e della morte di Gesù (30 d.C.) non è presente negli attuali manoscritti degli Annali» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 86).


In secondo luogo, occorre precisare che «chiunque abbia familiarità con la storia antica non dovrebbe turbarsi perché i dati principali nella vita di Gesù devono restare approssimativi, lo stesso vale per la maggioranza dei personaggi storici dell’epoca grecoromana […]. Le lamentele per la scarsità e la ambiguità delle fonti sono un tratto comune alla maggior parte delle biografie degli imperatori romani» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 28, 355). Flavio Giuseppe, ad esempio, non viene mai nominato nelle fonti greche e romane, non c’è nessun testimone oculare per lui. Non conosciamo le date di nascita e/o morte di Erode Antipa, di Ponzio Pilato, di Girolamo e degli imperatori Nerva e Traiano. Quello che sappiamo con certezza di Alessandro Magno può essere raccolto in poche pagine (oltretutto risalenti a 400 anni dopo la sua morte), così come per Socrate, la prima menzione di Erodoto risale a 100 anni dopo la morte. Dobbiamo anche pensare che «giudei e pagani di questo periodo, se pure erano informati di un nuovo fenomeno religioso all’orizzonte, sarebbero stati più informati sul gruppo nascente chiamato cristianesimo che su colui che era ritenuto il suo fondatore, Gesù. Alcuni di questi scrittori, almeno, avevano avuto contatti diretti o indiretti con cristiani; nessuno di loro aveva avuto contatti con il Cristo che i cristiani adoravano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012).


Se dunque consideriamo la volontaria emarginazione di Gesù di Nazareth, l’insignificanza geografica del luogo in cui ha vissuto, l’impotenza sociale e politica dei suoi discepoli (pescatori, poveri, donne ecc.), la perdita della maggior parte del materiale storico relativo agli anni di Gesù che avrebbe potuto riferire notizie su di lui, se consideriamo che conosciamo poche cose certe della maggior parte dei personaggi storici grecoromani e che le intenzioni degli evangelisti non erano quelle di realizzare una biografia ufficiale e completa di Gesù, allora, risulta davvero ancora più sorprendente essere in possesso di numerose notizie coincidenti e attendibili al di fuori dei Vangeli sugli eventi iniziali del cristianesimo, che confermano quanto già sappiamo dai vangeli. Come ha spiegato il prof. J.P. Meier«Gesù fu un ebreo marginale, che guidò un movimento marginale in una provincia marginale di un immenso impero romano. Desta meraviglia che qualche giudeo o pagano colto lo abbia conosciuto o si sia minimamente riferito a lui nel I sec. o all’inizio del II. Sorprendentemente, c’è un certo numero di possibili riferimenti a Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 57). Il prof. Michael K. Licona, studioso di Nuovo Testamento e docente di Teologia presso la Houston Baptist University, ha scritto«sfido a citarne qualcuno diverso da Gesù che sia vissuto nel primo secolo (ad esempio, Augusto, Tiberio, Nerone, ecc) e che è stato menzionato da almeno 10 scrittori che non condividono le sue convinzioni, e che scrivono entro 150 anni dalla sua vita. Non esiste alcuna persona del primo secolo così attestata come lo è Gesù».


 
 


31/01/2017 11.06
 
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Le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth




Fonti extrabibliche2In questo dossier abbiamo raccolto tutte le testimonianze storiche e le reminiscenze sulla persona di Gesù di Nazareth (e sulla primitiva comunità cristiana), rinvenibili negli scritti cristiani extra-canonici (cioè al di fuori dei vangeli ma all’interno del Nuovo Testamento), negli scritti cristiani extra-testamentari (al di fuori del Nuovo Testamento) e negli scritti extra-cristiani (composti da autori non cristiani) dei primi duecento anni dell’era volgare.


Negli ultimi secoli c’è stato un confronto serrato su questo argomento in quanto il problema dell’esistenza storica di Gesù Cristo era al centro dell’attenzione degli studiosi. Oggi non è più così, il dibattito si è spostato su altro, dato che nessuno studioso serio mette più in dubbio il Gesù storico: a far maturare lo studio della storicità del cristianesimo non è stata la scoperta di nuove fonti extrabibliche su Gesù, ma l’aumento di attendibilità storica che hanno guadagnato, agli occhi della comunità scientifica, i quattro Vangeli canonici e gli altri libri cristiani contenuti nel Nuovo Testamento (lettere paoline, Atti degli apostoli ecc.).


Come ha scritto lo studioso agnostico B.D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, le fonti evangeliche «sono bastate a convincere quasi tutti gli studiosi che si sono anche solo interessati al tema. Non parliamo infatti di un unico vangelo che, verso la fine del I secolo, riportò gesta e parole di Gesù, ma di un certo numero di vangeli», e di scritti cristiani, «del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Attestano l’esistenza di Gesù e convalidano lo stesso insieme di dati […]. Ancora più degno di nota è il fatto che quelle testimonianze indipendenti attingano a un numero relativamente ampio di scritti antecedenti, vangeli che non ci sono pervenuti ma sono quasi certamente esistiti. E’ stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alcuni di essi risalgono come minimo agli anni Cinquanta dell’era volgare e sono, a loro volta, indipendenti uno dall’altro […]. Cosa ancora più importante, ciascuno di quei numerosi testi evangelici si fondava su tradizioni orali, alcune di esse hanno senz’altro avuto origine nelle comunità palestinesi di lingua aramaica, probabilmente agli anni Trenta, non molto dopo la data tradizionale della morte di Gesù […]. Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture inspirate, i vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 75, 93-95).


Le fonti extrabibliche, lo premettiamo fin da ora, non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai vangeli, piuttosto possono essere utili per confermare tali scritti che, tuttavia, sono sufficienti a sostenere la storicità dei dati che affermano. Prima di andare ad esaminare le tracce che la persona di Gesù ha lasciato al di fuori dei vangeli affronteremo il problema della scarsità di queste fonti.
Il dossier a cui rimandano i seguenti links, resta in continuo  ampliamento.

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 


05/03/2017 17.08
 
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L’affidabilità storica dei Vangeli,
risposta alle obiezioni più comuni

nuovo testamento attendibilitàDurante il 2016 l’associazione americana The Best Schools ha messo a confronto per diversi mesi due importanti studiosi del Nuovo Testamento, Bart D. Ehrman, docente di Religious Studies presso l’University of North Carolina, e Michael R. Licona, docente di Teologia presso la Houston Baptist University.

Ehrman è forse il principale studioso di livello con un punto di vista scettico sull’attendibilità storica del Nuovo Testamento, grazie a questo confronto abbiamo anche scoperto che è stato tra gli allievi preferiti di Bruce Metzger, uno dei più importanti biblisti cristiani del secolo scorso. Licona, invece, anch’egli molto noto e apprezzato nell’ambito accademico, sostiene il punto di vista contrario. In questo articolo abbiamo raccolto ampie sintesi dei loro interventi.

Innanzitutto andremo a smontare un mito su B.D. Ehrman: leggenda vuole che si sia allontanato dalla fede cristiana evangelica a causa dei suoi studi biblici. Lui stesso tuttavia ha chiarito le cose nella sua intervista iniziale«Quando ho iniziato ad insegnare alla Rutgers University a metà degli anni 1980 mi è stato chiesto di preparare una lezione sul problema della sofferenza, così come presentata in diverse parti della Bibbia […]. Allora ero un cristiano profondamente impegnato. E ho continuato ad esserlo per anni dopo. Ma ho cominciato a lottare a fondo con il problema della sofferenza […] e sono arrivato ad un punto in cui non credevo avesse più senso. Non potevo più credere che ci fosse un Dio che si preoccupava del suo popolo ed era attivo nel mondo, intervenendo e rispondendo alle preghiere, e contemporaneamente l’esistenza di un bambino innocente che muore di fame ogni cinque secondi. Ad un certo punto ho smesso di credere».

Per quanto riguarda M. Licona, nella sua intervista iniziale appare chiaro l’opposizione all‘infallibilità delle Scritture, ovvero all’errato convincimento (sostenuto da diversi evangelici, protestanti e dai Testimoni di Geova) che tutto ciò che afferma la Bibbia sia privo di errore. Non è così, «l’infallibilità biblica non è il fondamento della fede cristiana; Gesù lo è. Se Gesù è risorto, il cristianesimo è vero, anche se dovesse risultare che la Bibbia non è accurata in ogni dettaglio».

 

Entriamo ora nel merito delle tre grandi obiezioni avanzate da B.D. Ehrman e dalle tre risposte date da M. Licona.

1) OBIEZIONE: DISCREPANZE TRA I QUATTRO EVANGELISTI.
Prima di affrontare la prima obiezione, Ehrman ha tenuto a premettere che «i Vangeli, le loro storie e le azioni di Gesù sono sempre state e sempre saranno a me cari. Tra le altre cose, ho sempre cercato di rendere i valori che promuovono e l’etica che insegnano il centro della mia vita morale, e io incoraggio a fare altrettanto. Senza dubbio sono i libri più importanti che siano mai stati scritti, per me sono i libri più importanti della nostra civiltà e per la mia vita. Ciò non significa però li ritenga sempre storicamente accurati. Al contrario, anche se contengono preziose informazioni storiche sulla vita e la morte di Gesù, essi contengono anche una buona dose di materiale che non è storico». Rispetto a questo materiale non storico, Ehrman ha comunque precisato che «solo perché non è accaduto nella storia, non significa che non possa essere “vero” in qualche altro senso. Potrebbe essere un tentativo da parte dell’autore di trasmettere una “verità” su Gesù che è importante per la sua comprensione di lui».

«I Vangeli certamente contengono informazioni di importanza storica su Gesù», ha proseguito lo studioso scettico americano, citando come esempio le «ottime ragione storiche sul suo arrivo a Gerusalemme per celebrare la cena pasquale, sull’aver fatto arrabbiare i leader ebraici e romani, sull’essere stato arrestato e processato da Ponzio Pilato, essere stato trovato colpevole di tradimento contro lo Stato, ed essere stato crocefisso». Ma, «molti dettagli dei racconti evangelici non possono essere corretti». In particolare, Ehrman cita le contraddizioni sull’ultima cena contenute nel racconto di Marco (per il quale era la cena pasquale) e nel vangelo di Giovanni (per il quale il pasto si è svolto a mezzogiorno ed era il giorno di preparazione alla Pasqua). «Giovanni ha cambiato un dato storico trasmettere una verità», è stato il commento dello studioso. «E’ l’unico che parla di Gesù come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, cioè come l’agnello pasquale tanto che nel vangelo di Giovanni egli muore lo stesso giorno in cui gli agnelli pasquali vengono massacrati nel tempio, nel giorno di preparazione per la Pasqua». Il problema, secondo Ehrman, è che «questo genere di cose succede dappertutto nei Vangeli», creando il materiale non storico di cui parlava.

Ehrman elenca quelle che ritiene essere le discrepanze tra i diversi vangeli, anche rispettive ai racconti della resurrezione (quante donne c’erano al sepolcro? La pietra era già rotolata via o la fanno spostare loro? Gesù appare ai discepoli a Gerusalemme come si legge nel vangelo di Luca, o in Galilea, come scrive Matteo? ecc.), concludendo così: «se i testimoni sono in contrasto gli uni con gli altri di volta in volta, non possono essere ritenuti affidabili». Forse la discrepanza più significativa riguarda la cacciata dei mercanti dal Tempio che avviene, per Marco alla fine della vita di Gesù, per Giovanni all’inizio. Ma lui stesso precisa che si tratta in gran parte di dettagli, «piccole, piccole differenze […]. So che alcuni di voi stanno leggendo queste istanze di discrepanze e non sono affatto impressionati».

RISPOSTA: DETTAGLI CHE NON ALTERANO L’ATTENDIBILITA’ STORICA.
Prima di entrare nel dettaglio della risposta, Licona ha premesso che «se consideriamo “storicamente affidabile” un documento solo se è privo di errori, allora dobbiamo considerare inaffidabile tutta la letteratura antica». Gli storici romani Sallustio e Tacito, ad esempio, hanno «spostato gli eventi dal loro contesto originario, trapiantandoli in un altro al fine di evidenziare un particolare aspetto», ma senza «distorcere intenzionalmente “verità”». Licona è d’accordo sul fatto che Giovanni abbia modificato la data e l’ora della crocifissione per enfatizzare il punto teologico che Gesù è il nostro agnello pasquale, definendolo un espediente letterario «utilizzato anche da storici greci, romani ed ebrei», aggiungendo che solo perché un testo utilizza dei dispositivi letterari «non significa che deve essere automaticamente classificato come letteratura piuttosto che come storia». Non è solo il genere biografico di quel tempo che permetteva queste piccole modifiche per comunicare meglio la verità, anche nel film Apollo 13 (1995), ad esempio, elogiato per la sua accuratezza storica, il regista ha reso molto più difficile la vita degli astronauti di quanto realmente accaduto, mettendo in bocca ai protagonisti parole mai dette realmente (come la famosa frase: “Il fallimento non è contemplato!”).

Inoltre, ha proseguito lo studioso cristiano, dato che «tra 1000 anni ci sarà un diverso modo di scrivere e raccontare, sarebbe ingiusto se gli storici del futuro considerassero inaffidabile la storia dei primi anni del ventunesimo secolo, solo perché oggi non abbiamo gli stessi standard di scrittura che avranno loro». Per questo occorre «pensare all’attendibilità storica alla luce delle convenzioni letterarie appartenenti al genere storico dell’epoca in cui è stato scritto», e non attraverso «le moderne convenzioni che richiedono una precisione quasi forense». Ovviamente, questo non significa «che l’autore non avrebbe potuto includere un piccolo numero di storie leggendarie, ma che una larga maggioranza di ciò che viene riportato è vero. Ad esempio, Svetonio è considerato uno dei migliori storici di Roma e consideriamo la sua “Vita dei Cesari” storicamente affidabile nonostante abbia usato in modo a volte indiscriminato le fonti e inserito, di tanto in tanto, storie leggendarie». Naturalmente, ha voluto precisare, «la “licenza artistica” ha i suoi limiti e alcuni autori sono andati così lontani che riteniamo inaffidabile ciò che hanno scritto».

Secondo Licona, «se leggiamo i Vangeli dal punto di vista dei dispositivi compositivi utilizzati da alcuni dei più fini biografi storici di quel periodo, la maggior parte delle contraddizioni tra i vangeli si scioglie, tra cui la maggior parte di quelle citate da Ehrman». Si, «ci sono alcune differenze che rimangono per le quali non ho alcuna spiegazione, ma anche queste non alterano la sostanza complessiva delle storie in cui appaiono». Tutti sanno, ad esempio, che il Titanic è affondato, ma i sopravvissuti si sono contraddetti l’un l’altro: alcuni hanno detto di aver visto la nave rompersi in due prima di affondare, altri giurarono che è affondata intatta. «Come avrebbero potuto sbagliarsi?», si è chiesto lo studioso. «E’ stata la notte più terrificante della loro vita, guardavano intensamente una nave lunga 800 piedi e sentivano le urla di chi era ancora a bordo, amici, familiari e colleghi. Non so come hanno fatto a sbagliarsi, ma nessuno ha citato le testimonianze contraddittorie concludendo che il Titanic non è affondato! La differenza riguardava un dettaglio periferico che non cambia l’essenza della storia e coloro che hanno ascoltato le loro testimonianze apprendevano il nocciolo accurato di ciò che era accaduto nel suo complesso. Allo stesso modo, praticamente tutte le differenze nei Vangeli riguardano dettagli periferici. Non ci sono vangeli che riferiscono che Gesù non è stato crocifisso o che la tomba era occupata dal cadavere di Gesù o che non è risorto».

Se andiamo oltre ai dettagli controversi, ha spiegato il prof. Licona, e considerando che gran parte di quanto descrivono riceve conferma dalle fonti non cristiane e dalle lettere di Paolo, «abbiamo ragione di credere che gli evangelisti non erano né troppo indiscriminati nell’uso delle loro fonti né troppo creduloni». Certo, «non possiamo escludere che alcune storie dei Vangeli contengono leggende o abbellimenti», ma certamente tutti e quattro «presentano un ritratto simile di Gesù come Figlio unico e divino di Dio, che è venuto a portare il regno di Dio, offrire la salvezza, che fu crocifisso, e sconfisse la morte». Infatti, chi è abituato a studiare «come gli storici più antichi riportano gli stessi eventi e li confronta a come vengono riportate le storie su Gesù, osserva chiaramente che le somiglianze tra i quattro vangeli sono a dir poco notevoli rispetto a come altri storici antichi riportano gli stessi eventi». Eppure «Ehrman vorrebbe che i racconti siano privi di qualsiasi licenza compositiva che alteri i dettagli. Questo requisito esclude non solo i Vangeli, ma tutta l’antica letteratura storica e rende il termine “storicamente affidabile” privo di significato»Perciò, concludendo, «la domanda non è se i Vangeli sono di “ispirazione divina”, “infallibili” o “senza alcun errore.”, ma se risultano storicamente affidabili sulla vita, gli insegnamenti e la risurrezione di Gesù. L’attendibilità storica ​​non richiede che tutto quanto riportato dagli autori si è verificato esattamente come descritto, né che gli autori non debbano aver incluso un piccolo numero di storie leggendarie, abbellimenti, o errori. “Attendibilità storica” ​​significa che una grande maggioranza di ciò che viene riportato è vero nella misura in cui i lettori ottengono il nocciolo accurato di ciò che si è verificato. I Vangeli, essendo conformi a questo, sono storicamente affidabili».

 

2) OBIEZIONE: TRADIZIONE ORALE POCO ATTENDIBILE, SI MODIFICA NEL TEMPO.
Nella seconda grande obiezione, il prof. Ehrman ha sostenuto che «i Vangeli sono stati scritti da cristiani altamente alfabetizzati, di lingua greca e che vissero 40-65 anni dopo la morte di Gesù. Non erano testimoni oculari degli eventi, perché essi appartenevano per la maggior parte alle classi inferiori, erano analfabeti e contadini della Galilea rurale di lingua aramaica» e «gli studiosi si sono resi conto che gli autori evangelici hanno acquisito le loro storie di Gesù dalla “tradizione orale”, cioè, dai racconti su Gesù che erano entrati in circolazione con il passaparola dal momento della sua morte. I Vangeli sono stati scritti tra il 70-95 d.C., da 40 a 65 anni dopo gli eventi che raccontano, e ciò significa che gli scrittori evangelici stanno riportando storie che sono state raccontate mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, tra i cristiani di tutto l’impero romano, in luoghi diversi, in tempi diversi, anche in lingue diverse. Le storie quasi certamente sono cambiate nel corso del tempo. Ecco perché ci sono così tante differenze tra di loro».

RISPOSTA: LE FONTI DEGLI EVANGELISTI ERANO DIRETTE.
Secondo Licona, la tradizione orale era in realtà ben sottoposta al vaglio della chiesa primitiva. Infatti, ha spiegato«un numero significativo di studiosi moderni del Nuovo Testamento, forse anche una maggioranza risicata, afferma che la fonte utilizzata da Marco è stato uno dei discepoli più vicini a Gesù, Pietro, mentre Luca si è rifatto a Paolo (con il quale aveva viaggiato) e la fonte primaria di Giovanni era un testimone oculare, uno dei discepoli di Gesù». Quindi, ha avvertito, «non è affatto vero che Marco, Luca e Giovanni sono i destinatari di storie su Gesù che erano state tramandate da qualche centinaio di persone prima di arrivare a loro». Inoltre, mentre Plutarco scrisse le sue Vite parallele (raccolta di biografie) a circa 150-200 anni dalla morte dei protagonisti, «con le date più ampiamente accettate dagli studiosi moderni, i Vangeli sono stati scritti nel giro di soli 35-65 anni dagli eventi che pretendono di descrivere. Quando i Vangeli sono stati scritti, in particolare i Sinottici, la gente che sapeva cosa era realmente accaduto era ancora in vita».

Inoltre, anche accettando l’analfabetismo di gran parte dei dodici apostoli, «gli autori evangelici avrebbero potuto essere aiutati da uno scriba che scriveva sotto la loro supervisione. Paolo ne ha fatto spesso uso, così come hanno fatto Cicerone e Bruto, anche se erano altamente istruiti». Bisogna anche considerare, aggiungiamo noi, che il substrato aramaico è «riflesso nei quattro Vangeli», tanto che diversi detti «sono proprio estranei all’ebraico e al greco» (cfr. J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol. 1, Queriniana 2006, p. 261-263): bisogna quindi ricontestualizzare l’obiezione di Ehrman sulla lingua utilizzata e parlata dagli autori degli scritti evangelici, che sembra essere la stessa utilizzata da Gesù e dai testimoni oculari degli eventi.

Per quanto riguarda la tradizione orale, essa è risultata essere abbastanza affidabile dai lavori sulla conservazione delle antiche tradizioni su Gesù trovate nei Vangeli, realizzati da diversi studiosi: Birger Gerhardsson, Samuel Byrskog, Kenneth Bailey, James DG Dunn, Werner Kelber ed Eric Eve. Noi stessi, ha aggiunto Licona, ricordiamo perfettamente eventi accaduti decine di anni fa, «sopratutto quando quei fatti si sono svolti in un contesto ricco di emozione e/o importanza personale, venendo fissati nella memoria in modo vivido». I primi cristiani, che oltretutto apparteneva ad una cultura orale, vennero sconvolti dall’insegnamento inedito di Gesù (ne siamo stupiti noi ancora oggi), lo osservarono «guarire i paralitici, i ciechi, i lebbrosi, gli indemoniati, lo videro camminare sull’acqua, confrontarsi con i leader ebrei, essendo crocifisso e poi risorgere. Una tale esperienza con Gesù avrebbe influenzato chiunque, tanto da rimanere fissata nella memoria per tutta la vita». Essi, inoltre, viaggiarono con lui di città in città, sentendolo predicare quotidianamente e, ovviamente, «non ci si aspetta che Gesù predicasse un sermone inedito in ogni villaggio, ma che utilizzasse una decide di prediche da adattare al tipo di pubblico, esponendo i suoi insegnamenti attraverso parabole e linguaggio iperbolico, facile da ricordare. I discepoli avranno ascoltato questi insegnamenti molte volte, correggendosi tra loro quando vennero inviati a predicare da Gesù. Si può capire come tale processo potrebbe aver facilitato la capacità dei discepoli di Gesù di ricordare ciò che egli insegnava, anche a distanza di molti anni».

 

3) OBIEZIONE: GESU’ NON HA MAI DETTO DI ESSERE DIO.
La terza obiezione di Ehrman si è basata sull’identità di Gesù, ha infatti affermato«Se il Gesù storico davvero non predicò dicendo di essere Dio in terra, c’è qualcos’altro che poteva forse dire di più significativo? Questa sarebbe la cosa più sorprendente che, concettualmente, avrebbe potuto dire. Eppure, come si spiega il fatto che tali parole non si trovano in nessuna delle nostre fonti precedenti a Giovanni? La spiegazione più probabile è che Gesù in realtà non ha detto queste cose. Si può certamente pensare che le parole di Gesù riportate da Giovanni siano teologicamente vere, cioè che in realtà Gesù era Dio in terra. Ma, storicamente, queste non sono probabilmente le cose che Gesù ha effettivamente detto di se stesso».

Inoltre, Ehrman ha accennato ad una tesi che ripete spesso nei suoi libri: «La mia opinione è che i primi seguaci di Gesù lo ritenevano un uomo, venendo poi a credere che era stato risuscitato dai morti. Col passare del tempo, altri cristiani cominciarono a pensare che Gesù non era originariamente un essere umano, ma che era stato un essere divino per tutta la vita, e hanno quindi sviluppato una teologia dell’incarnazione. Sto dicendo che il cristianesimo è iniziato con un’esaltazione cristologia e poi ha sviluppato una incarnazione cristologia».

RISPOSTA: GESU’ HA SCELTO DI RIVELARSI IN MODO PROGRESSIVO.
L’errore di Ehrman, secondo Licona, è non aver considerato che «la prima letteratura cristiana conosciuta è stata scritta da Paolo, il quale certamente ha creduto che Gesù era Dio in modo non diverso da quanto lo si attesta nel Vangelo di Giovanni». I racconti evangelici mostrano che Gesù svela la sua divinità in modo lento e progressivo, quasi pedagogico ed enigmatico. Un caso è esemplificativo: «In Marco 2,1-12, i capi ebrei accusano Gesù di blasfemia per aver perdonato i peccati di un paralitico, poiché solo Dio può perdonare i peccati. La risposta di Gesù si può riassumere in questo modo: “Questo è corretto. Solo Dio può perdonare i peccati!”». Allo stesso modo, Gesù compie miracoli che tutti sapevano essere possibili solo a Dio, «quando viene riconosciuto il genere biografico del Vangelo di Marco, è del tutto evidente che il ritratto che fa Marco di Gesù è quello di un essere che è, in un certo senso, Dio. E questo è il punto di vista anche di Paolo, che scrisse prima di Marco e di Giovanni».

Tornando a ciò che scrive Paolo e confrontandolo con Giovanni, Licona ha sintetizzato così: «Paolo predicò che Gesù preesisteva in forma di Dio, ancor prima di assumere un corpo umano (Fil 2, 6-11; cfr Gv 1, 1-2, 9,14); Paolo predicò che Gesù è il creatore dell’universo (1 Corinzi 8,6; Col 1,16 cfr. Giovanni 1,3,10). Paolo predicò che Gesù ha ricevuto lo stesso titolo e l’onore di Dio, il quale ha condiviso con il Figlio la gloria (Fil 2,9-11; cfr Is 45,23; Gv 17,5)». Concludendo, «si nota che questi insegnamenti sono chiari paralleli nel vangelo di Giovanni. E quando si aggiunge che allo stesso modo Marco ha a sua volta presentato Gesù come Dio in un certo senso, si osserva un ritratto coerente di Gesù, presentato da tutti loro, anche se con differente enfasi».

 

Sia il prof. Ehrman che il prof. Licona hanno parlato di molte altre cose nel loro confronto, ma per un maggior ordine abbiamo estratto soltanto gli argomenti più importanti di entrambi. Un dibattito ad alto livello, come ci auguriamo possa accadere prima o poi anche in Italia.


23/10/2017 23.17
 
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SI FECE BUIO DOPO LA CROCIFISSIONE



 

Perché il sole si “oscurò” il Venerdì Santo?

Alcuni teologi credono che Gesù sia morto il 3 aprile 33. Ciò corrisponde ai dati storici secondo cui in quel giorno si verificò un’eclissi lunare (e non solare). Secondo il sito Star of Bethlehem, “quando era in carica Pilato, nel periodo di Pasqua ci fu soltanto un’eclissi lunare visibile da Gerusalemme. E si è verificata il 3 aprile 33 d.C.”

Inoltre, “Quando quella sera la luna si alzò, era rosso sangue… Le equazioni di Keplero indicano che la luna era già in eclissi, già rosso sangue [non riceveva alcuna luce diretta dal sole, ma era illuminata soltanto dalla fioca luce rifratta e arrossata dall’atmosfera terrestre]… Necessariamente, questo significa che l’eclissi ha avuto inizio prima dell’alba lunare. I software ci permettono di guardare sotto l’orizzonte e vedere l’ombra della Terra cominciare l’eclissi. Così facendo, scopriamo che alle 3 del pomeriggio, mentre Gesù esalava l’ultimo respiro sulla croce, la luna stava diventando rosso sangue”.

Negli Atti degli Apostoli, Pietro fece riferimento a una profezia del libro di Gioele, che sembra confermare questo fenomeno: “Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue” (Atti 2:20).



Secondo la computazione giudaica, il giorno cominciava al tramonto del sole, ed era diviso in due parti di sei ore per una (più lunghe o più corte secondo il mutamento di stagione), la prima dal tramonto all'alba, l'altra dall'alba al tramonto. Il nostro Signore fu crocifisso all'ora terza dopo l'alba (cioè alle nove ant. - all'ora del sacrifizio mattutino), ed era rimasto sospeso alla croce, esposto a tutti i vituperii di cui lo coprivano i suoi nemici, per tre ore prima della discesa delle tenebre. Devesi notare inoltre che, la soprannaturale oscurità si produsse appunto nella parte più luminosa del giorno, dalle dodici alle tre pom. (l'ora in cui il sacrifizio serale veniva offerto nel tempio). È del tutto impossibile di spiegare questa oscurità a mezzo d'un eclisse di sole (benché argomentando da una menzione fatta da Flegone, e dopo lui da Thallus, di un eclisse più oscuro del solito avvenuto nella 202a Olimpiade, che sincronizza quasi coll'epoca della crocifissione, alcuni abbiano tentato di spiegarla a questo modo), poiché il primo giorno della nuova luna e il primo giorno del mese essendo identici, la pasqua, osservata il 15 di Nisan, cadde in giorno di piena luna, quando cioè un eclisse era impossibile. Le parole: «e il sole scurò» del ver. 45 non dovevano considerarsi come un segno od un miracolo distinto dall'oscurità di cui parlasi nel versetto antecedente. È meramente un'amplificazione dello stesso fatto, ed è inteso a mostrare quanto profonde e dense fossero quelle tenebre. Inquanto all'estensione di esse, i Sinottici tutti usano la stessa parola, terra, che, nel suo senso più largo, dinota l'intiero globo, orbis terrarum, ma che di frequente viene applicato dagli Evangelisti, in un senso ristretto, al paese di Giudea
La causa del sole oscurato per tre ore è ancora un mistero della scienza, e probabilmente è un atto miracoloso di Dio. 



Luca 23,44 
44 Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; 45 il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo.

Tutti i Sinottici testimoniano di questo avvenimento, e sarebbe stato assurdo di aver scritto e messo in giro un tal racconto, così presto dopo ch'era avvenuto e nel paese in cui era accorso, se non fosse stato un fatto molto noto . 

Africano cita il cronista del II secolo Flegonte di Tralles: «Flegonte racconta che sotto l'impero di Tiberio Cesare si era verificata un'eclissi solare totale in una data di plenilunio dalla sesta alla nona ora». Eusebio di Cesarea, nel suo Chronicon, conferma quanto dice Flegonte affermando che il quarto anno della duecentoduesima Olimpiade (32-33 d.C.) «seguì un'eclissi del sole, grande, e più osservabile di quante n'eran prima accadute: il giorno alla ora sesta si converse in notte così tenebrosa, che si videro in cielo le stelle; ed il terremoto nella Bitinia rovesciò vari edifici della città di Nicea». 

Tertulliano nell'Apologeticum testimonia l'eclissi che si verificò verso mezzogiorno durante la crocifissione: 
capo 21[18] In presenza della sua dottrina, da cui venivano soprafatti, i maestri e i maggiorenti dei Giudei si esasperavano al punto (tanto più che un'immensa moltitudine piegava a lui), che alla fine davanti a Ponzio Pilato lo trassero, il quale allora la Siria per parte dei Romani governava; e con la violenza dei loro consensi gli estorsero che fosse loro consegnato per essere crocifisso. Lo aveva predetto egli pure che così avrebbero fatto: questo sarebbe poco, se predetto non lo avessero precedentemente anche i profeti. 
[19] E tuttavia, confitto in croce, molti prodigi, propri di quella morte, manifestò. Ché lo spirito emise da sé con la parola, l'ufficio prevenendo del carnefice. Nello stesso istante il giorno, mentre il sole a mezzo il suo giro segnava, fu sottratto. è vero, la stimarono un'eclisse coloro che non seppero che codesto, anche, sul conto di Cristo era stato predetto. Con tutto ciò quell'avvenimento mondiale registrato lo trovate nei vostri archivi. 
.....[24] Tutti questi avvenimenti riguardanti Cristo, Pilato, egli pure dentro di sè cristiano, al Cesare di allora, Tiberio, annunziò. Ma anche i Cesari avrebbero in Cristo creduto, se o i Cesari non fossero necessari al mondo, o i Cesari essere anche cristiani avessero potuto. 
[25] Inoltre i discepoli, sparsisi per il mondo, in conformità del comando del maestro Dio, obbedirono; e dopo aver molto sofferto essi pure per parte dei Giudei, che li perseguitavano, da ultimo, a causa della crudeltà di Nerone, per la fede nella Verità ben volentieri in Roma sangue cristiano seminarono. 
----------------- 
Tertulliano aveva accesso agli archivi di Roma imperiale e faceva riferimento a quegli archivi per varie notizie inserite nei suoi scritti, e che quindi tutti i suoi lettori del mondo romano al suo tempo avrebbero potuto controllare. 
Quindi anche se egli era cristiano, dovendo difendere i cristiani, doveva nel suo Apologetico, dire necessariamente cose verificabili dai suoi interlocutori romani. Ecco perchè questo suo scritto può essere ritenuto di valore anche storico. 
L'intera opera, in una traduzione adattata la puoi trovare anche qui: 
APOLOGETICO DI TERTULLIANO 

In alcune lettere scritte sotto il nome di Dionigi l'Areopagita, l'autore sostiene di aver assistito a un'eclissi solare da Eliopoli il giorno della crocifissione. Dionigi, che studiò astronomia nella città di Eliopoli, sostenne che "o il Creatore di tutta la terra sta morendo, o questo mondo che vedo sta finendo". 

Anche negli apocrifi si trovano accenni a questo fenomeno così come anche al processo di Gesù da parte di Pilato. Ma per quanto riguarda gli apocrifi, siccome sono ricostruzioni fantasiose e prive di attendibilità storica, a volte dipendenti dai Vangeli canonici, è freferibile non prenderle in considerazione.


[Modificato da Credente. 23/10/2017 23.23]
24/10/2017 12.59
 
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LA TORTURA DELLA CROCIFISSIONE

Nel racconto dei Vangeli si sorvola sui particolari della crocifissione di Gesù. Questa forma di tortura, nota ai lettori dei Vangeli, è censurata nei testi dell’ambiente greco-romano. Solo nelle satire di Orazio e nelle commedie di Plauto, o in alcuni testi giuridici e astrologici si parla in modo realistico della morte in croce.

In un testo oratorio, Cicerone, senza esagerare, chiama la croce il supplizio “più crudele e atroce”, “il massimo e vertice delle pene inflitte ad un condannato a morte” (Cicerone, In Verrem 11,5 [165.168.169]).
Nel discorso in difesa del senatore romano Gaio Rabirio, nel 63 a.C., Cicerone riesce a strappare il consenso popolare a favore del suo protetto, presentando in tutta la sua crudezza la tortura e l’infamia della croce, indegna di un cittadino romano e uomo libero. Cicerone chiede che le sofferenze della crocifissione e il nome stesso della croce «siano tenuti lontani non solo dal corpo dei cittadini romani, ma perfino dai loro pensieri, dai loro occhi e orecchie» (Cicerone, Pro C. Rabirio V,16).
27/10/2017 09.44
 
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Piccola “Vita di Gesù” extra-evangelica.

Gesù fu, non già un eone celestiale, bensì
“un uomo” (Romani, 5, 15) “fatto da donna” (Galati, 4, 4), discendente da
Abramo (Gal, 3, 16) per la tribù di Giuda (Ebrei, 7, 14) e per il casato di
David (Rom., 1, 3).
Sua madre aveva nome Maria (Atti, 1, 14); egli era
chiamato Nazareno (Atti, 2, 22) “quello da Nazareth” (Atti, 10, 38) (§ 259,
nota seconda), e aveva dei “fratelli” (I Corinzi, 9, 5; Atti, 1, 14) di cui uno
chiamato Giacomo (Gai., 1, 19) (§ 264). Fu povero (I Cor., 8, 9,)
mansueto e dimesso (II Cor., 10, 1). Ricevette il battesimo da Giovanni
Battista (Atti, 1, 22).
Raccolse discepoli con cui visse in relazione assidua
(Atti, 1, 21-22); dodici di essi furono chiamati “apostoli”, ed a questo
gruppo appartennero fra altri Cefa, ossia Pietro, e Giovanni (I Cor., 9, 5;
15, 5-7; Atti, 1, 13. 26). In vita sua operò molti miracoli (Atti, 2, 22) e
passò beneficando (Atti, 10, 38).
Una volta apparve ai suoi discepoli
gloriosamente trasfigurato (II Pietro, 1, 16-18). Fu tradito da Giuda (Atti,
1, 16~19). Nella notte del tradimento istitui l'Eucaristia (I Cor., 11, 23-25),
agonizzò pregando (Ebrei, 5, 7), fu oltraggiato (Rom., 15, 3) e posposto ad
un assassino (Atti, 3, 14); pati sotto Erode e Ponzio Pilato (I Timoteo, 6,
13; Atti, 3, 13; 4, 27; 13, 28).
Fu crocifisso (Gai., 3, 1; I Cor., 1, 13. 23; 2,
2; Atti, 2, 36; 4,10) fuori della porta della città (Ebrei, 13, 12); fu sepolto (I
Cor., 15, 4; Atti, 2, 29; 13, 29).
Risorse dai morti il terzo giorno (i Cor., 15,
4; Atti, 10, 40); quindi apparve a molti (I Cor., 15, 5-8; Atti, 1, 3; 10, 41;
13, 31) ed ascese al cielo (Rom., 8, 34; Atti, 1, 2. 9-l0; 2, 33-34).
02/04/2018 15.41
 
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I primi indizi della resurrezione


di Gianni Valente



...

Don Antonio Persilli, non era soddisfatto delle correnti traduzioni del brano evangelico di Giov.20,6-9.
Ripartì allora dall’inizio, dalla prima volta che, a quanto scrivono i Vangeli, un uomo aveva iniziato a credere nella resurrezione di Gesù. Ossia da quella scena davanti al sepolcro in cui era stato sepolto il corpo di Gesù, dove erano arrivati trafelati Giovanni e Pietro, quella domenica mattina. "È lì che, come racconta nel suo Vangelo, davanti a ciò che era rimasto nel sepolcro spalancato, ormai senza il corpo di Gesù, Giovanni "vide e credette".
A differenza di Pietro, che era rimasto solo confuso e quasi turbato dalla mancanza del corpo di Gesù". Come prima cosa, don Antonio registrò con stupore che la gran parte degli esperti neanche si soffermavano su questo episodio che aveva causato la prima, embrionale presa d’atto della resurrezione di Gesù da parte del discepolo prediletto. 

Poi, leggendo e rileggendo la pericope evangelica dei due apostoli davanti al sepolcro, concordò che in effetti le versioni di uso corrente non facevano capire perché Giovanni aveva iniziato a credere nella resurrezione di Gesù proprio da quel momento. "Ad esempio, nel Nuovo Testamento pubblicato dalla Cei è scritto che i due discepoli, scrutando all’interno del sepolcro, videro "i teli ancora là, e il sudario, che era stato posto sul suo capo, non là con i teli, ma in disparte, ripiegato in un luogo". Ora, non si capisce proprio per quale motivo Giovanni, per aver visto una simile scena, ossia delle bende funerarie e un sudario ripiegato, avrebbe dovuto intuire che Nostro Signore era risorto. Anzi, un simile salto logico a me farebbe sorgere dubbi sulla sanità mentale di Giovanni…". 

E in effetti, in tanti hanno sparlato di Giovanni come del primo idealista visionario, l’anti-Tommaso, il modello del cristiano che per credere non-ha-bisogno- di-vedere. Ma tutto questo a don Antonio non quadrava. Decise di andare più a fondo. Riprese in mano l’originale greco dei Vangeli e i manuali di greco biblico. Raccolse gli studi e gli articoli più aggiornati sugli usi funerari dell’antico mondo ebraico. Tra un battesimo, un’estrema unzione e una benedizione delle case, si avventurò in una vera e propria indagine storico-linguistica. 

Scoprì che le traduzioni ufficiali del brano evangelico in questione erano infelici. Finivano per rendere incomprensibili dei particolari che invece erano indispensabili per cogliere cosa era accaduto quel giorno a Giovanni.
 Bisogna seguire bene tutti i passaggi. "Secondo l’uso del tempo, i morti con effusione di sangue venivano sepolti senza essere lavati né unti. Il sangue era considerato la sede del principio vitale, e quindi andava sepolto insieme al cadavere. I Vangeli ci avvertono che Giuseppe d’Arimatea, il ricco sinedrita padrone del sepolcro in cui fu posto Gesù, aveva portato per l’inumazione un rotolo di tela, mentre Nicodemo aveva portato una "mistura di mirra ed aloe di circa cento libbre", più o meno trentacinque chili. Dal rotolo di tela erano stati tagliati tutti i pezzi necessari a ricoprire e fasciare il corpo di Gesù: il telo più grande, con cui fu avvolto tutto il corpo insanguinato, anche per evitare che chi si occupava dell’inumazione lo toccasse con le mani nude; le fasce, abbastanza larghe (nell’originale greco: tà ¶yónia, tà othónia), che vennero fatte girare intorno al lenzuolo, per tenerlo stretto intorno al corpo; e il sudario, un fazzoletto quadrato che fu posto sul capo di Gesù, come testimonia lo stesso Giovanni. I profumi, a cui si ricorreva per coprire il cattivo odore, erano stati versati all’interno delle fasciature e anche sulla superficie in cui era stato posto il corpo di Gesù". Ora, proprio nella pericope che descrive la scena dei due apostoli davanti al sepolcro, errori grammaticali e di traduzione creano malintesi sulla posizione in cui Giovanni e Pietro trovarono tutti questi panni. Spiega Persili: "Nell’originale greco è scritto che Pietro, entrando nel sepolcro, vide tà ¶yónia keímena (tà othónia keímena).
Ho già detto che la versione della Cei traduce questa espressione con "i teli ancora là". Altre versioni la traducono con "i teli per terra". In realtà il verbo keîmai (keîmai), da cui viene il participio keímena (keímena), non significa genericamente "essere lì" né tantomeno "stare per terra". Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, in una posizione orizzontale. Ciò vuol dire che i due videro non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse. Erano rimaste immobili al loro posto. Probabilmente in una nicchia scavata nella parete, tipica dell’architettura funeraria di tipo signorile, in cui era stato posto il corpo di Gesù. Semplicemente, ora quel corpo non c’era più, e le tele si erano afflosciate su se stesse". Gli errori di interpretazione si ripetono, secondo Persili, anche riguardo alla posizione del sudario. L’originale greco usa ben venti parole per descriverla. Le versioni correnti introducono tutte l’idea che il sudario si trovi spostato rispetto al punto in cui si trovava quando il corpo di Gesù era stato sepolto.
La versione Cei, ad esempio, traduce: "e [videro] il sudario, non là con i teli, ma in disparte, piegato in un luogo". Don Antonio, davanti a tali traduzioni, freme. E dice la sua: "keímenon (keímenon), come già keímena (keímena), è participio di keîmai (keîmai), giacere. O° metà tÓn ¶yonívn keímenon (Ou metà tôn othoníon keímenon) significa che il sudario non era disteso come le altre bende. Ma, al contrario (così va tradotto l’avverbio xvr짠 khorìs –, in senso modale), appariva arrotolato (•ntetuligménon  entetyligménon –, dal verbo •ntulíssv  entylísso –, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare. Così si può tradurre eɧ ²na tópon (eis héna tópon), che le versioni correnti traducono banalmente come "in un luogo". Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perché su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante". 
Se questo fu lo spettacolo che si presentò ai due apostoli, si può comprendere perché a quella vista il discepolo che Gesù amava poté intuire ciò che era accaduto. Non lo avevano portato via. Era risorto nel suo vero corpo, come aveva promesso, con parole che nemmeno i suoi avevano capito. Spiega don Antonio: "Era impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce per una improvvisa rianimazione, o che fosse stato portato via, da amici o da nemici, senza slegare le fasce o manometterle in qualche maniera. Se le fasce erano rimaste al loro posto, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, era il segno che Gesù era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa ai panni che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi. Un intervento sovrannaturale aveva sottratto quel corpo dalla nicchia nel sepolcro, lasciando tutte le cose intatte, senza manomettere i teli funerari. Giovanni, davanti al sepolcro, non fece nessun salto mistico. Nel suo Vangelo, soffermandosi così minuziosamente sulla posizione delle fasce, voleva solo descrivere la prima traccia storica della resurrezione". 
Se ripensa ai tanti esperti che hanno passato la vita su queste cose, senza riuscire a tradurre degnamente quattro versetti dal greco, gli viene quasi da ridere. Intanto, gli spunti delle sue ricerche non autorizzate li ha raccolti in un libro. Ne aveva proposto la pubblicazione ad alcune case editrici cattoliche. Respinsero al mittente il manoscritto, bocciandolo per il tono "eccessivamente apologetico". Alla fine se lo pubblicò da solo, nel 1988 (Sulle tracce del Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Edizioni C. P. R.). A distanza di una dozzina d’anni, il volumetto sta uscendo dalla clandestinità. Lo si trova perfino in qualche libreria cattolica. E anche padre Jean Galot, illustre professore della Gregoriana, in un recente saggio su La Civiltà Cattolica ha citato ricerche aggiornate che confermano le "scoperte" di don Persili (cfr. 30Giorni, n.7/8, 2000). Lo hanno anche chiamato in televisione. Dice don Persili: "Adesso, mi hanno invitato a parlare, su a Pordenone. Mi hanno anche chiesto il mio curriculum. Gli ho scritto un foglietto con la data di nascita, quella di battesimo, e quella di quando sono diventato prete. Non è che avessi altro, da raccontare…". Poi questo don Nessuno si alza dalla sedia. Sono quasi le quattro. Deve andare a suonare la campana: "La suono tutti i giorni, a quest’ora. Sa, è per ricordare il momento in cui i primi due, Giovanni e Andrea, hanno incontrato Gesù: "Erano le quattro del pomeriggio", dice il Vangelo…". 
Sulla via del ritorno, attraverso i vicoli di Tivoli, tornano in mente le parole di Péguy, quando avvertiva che il nostro è un tempo in cui la realtà viene difesa solo da gente così, "individualità senza mandato".

01/06/2018 13.55
 
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07/06/2018 18.58
 
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La prima e completa fonte su Gesù di Nazareth? Risale al 30 d.C.



I quattro Vangeli sono inattendibili essendo stati redatti a molti anni di distanza dai fatti che pretendono narrare. Così si sente dire spesso, ma è un’affermazione falsa. Vediamo perché.


Innanzitutto più volte abbiamo sottolineato che le informazioni su Gesù di Nazareth sono più numerose e vicine ai fatti raccontati rispetto a moltissimi altri personaggi storici, come Giulio Cesare, Adriano, Marco Aurelio, Giuseppe Flavio, Socrate, Alessandro Magno ecc. Tanto che il celebre studioso John Robinson ha commentato: «La ricchezza dei manoscritti, e, soprattutto, lo stretto intervallo di tempo tra la scrittura e le prime copie esistenti, di gran lunga fanno dei Vangeli il miglior documentato testo di qualsiasi scritto antico della storia» (Can we Trust the New Testament?, Grand Rapids 1977, p. 36).


In secondo luogo, gli evangelisti hanno tratto gran parte delle informazioni da fonti pre-sinottiche (orali e scritte), in circolazione già pochi anni dopo la morte di Gesù. «Alcuni discepoli di Gesù», ha aggiunto il principale biblista vivente, John P. Meier, «possono aver cominciato a raccogliere e sistemare detti di Gesù anche prima della sua morte» (Un ebreo marginale, Vol. 1, Queriniana 2006, p. 157).


Ma c’è un altro argomento su cui vorremmo soffermarci più dettagliatamente: le lettere di San Paolo scritte, come tutti sanno, precedentemente ai Vangeli. In particolare, la Prima Lettera ai Corinzi è stata composta nel 50-55 d.C., dunque soltanto circa vent’anni dopo la crocifissione del Cristo. In essa sono già presenti tutti i “dati salienti del cristianesimo”: è morto per i nostri peccati; fu seppellito ed è risorto il terzo giorno; apparve a Pietro, e poi ai Dodici; apparve a più di cinquecento fratelli; apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; per ultimo è apparso anche a Paolo stesso.


In questa lettera Paolo afferma di voler trasmettere ai lettori quel che lui stesso ha ricevuto (παραλαμβάνω) direttamente dai discepoli. Il defunto ebreo ortodosso Pinchas Lapide rimase così impressionato da tale lettera (il capitolo 15, in particolare) che la definì «una formula di fede che può essere considerata come una dichiarazione di testimonianza oculare» (The Resurrection of Jesus: A Jewish Perspective, Ausburg 1983, p. 98-99). Il biblista Richard Bauckham, dell’Università di Leeds, ha sottolineato che il termine “testimonianza oculare” «non ha significato forense, ma significa osservatori di prima mano di quegli eventi». Ovvero, Paolo è entrato in contatto con «informatori che parlavano per conoscenza diretta» (Jesus and the Eyewitnesses, William B. Eerdmans Publishing Company 2006).


Anche gli studiosi più critici sono concordi che ciò che Paolo sta trasmettendo lo ha appreso nell’imminenza dei fatti descritti. Lo studioso non credente Gerd Lüdemann ha affermato: «gli elementi della tradizione citati da Paolo devono essere datati ai primi due anni dopo la crocifissione di Gesù, non più tardi di tre anni. La formazione delle tradizioni di apparizione menzionate in 1 Cor. 15,3-8, cade tra il 30 e il 33 d.C.» (The Resurrection of Jesus Christ: A Historical Inquiry, Promethus 2004, p. 38). L’agnostico Bart. D. Ehrman ha scritto: «Paolo deve aver incontrato Cefa e Giacomo tre anni dopo la sua conversione, ricevendo le tradizioni che riportò nelle sue lettere, verso la metà degli anni Trenta, diciamo nel 35 o nel 36. Le tradizioni che ereditò erano, ovviamente, più vecchie e risalivano probabilmente a un paio d’annicirca dopo la morte di Gesù. Ciò dimostra in modo lampante quanto fosse di pubblico dominio, immediatamente dopo la data tradizionale del suo decesso o quasi, che Gesù fosse vissuto e morto (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132). Lo stesso affermano studiosi del calibro di John Dominic Crossan, EP Sanders, Gary Habermas, Ulrich Wilckens, Joachim Jeremias, Robert Funk («La convinzione che Gesù fosse risorto dai morti aveva già messo radici nel momento in cui Paolo si convertì intorno al 33 d.C. Dato che Gesù morì verso il 30 d.C., il tempo per il loro sviluppo era quindi di due o tre anni al massimo», What Did Jesus Really Do?, Polebridge Press 1996).


Tutto questo attesta una semplice verità: il contenuto dei Vangeli (compresa passione, morte e resurrezione di Cristo) era già noto, diffuso e discusso appena dopo la morte in croce di Gesù. Quando tutti i testimoni oculari (amici e nemici dei Dodici apostoli) erano ancora vivi e potevano smentire tali racconti, se fossero stati falsi o alterati. Il Sinedrio e i nemici di Cristo, se avessero voluto, avrebbero taciuto immediatamente i suoi seguaci…ma nessuna fonte ebraica o romana riporta nulla del genere. Anzi, fonti non cristiane come Giuseppe Flavio, confermano i contenuti evangelici.


Lasciamo la conclusione al già citato non credente Bart D. Ehrman, ricercatore dell’Università della Carolina del Nord: «Non dobbiamo attendere il Vangelo di Marco, datato attorno all’anno 70, per sentir parlare del Gesù storico. La prova, che traiamo dagli scritti di Paolo, combacia perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo. Paolo dimostra che, a pochi anni di distanza dal periodo in cui era vissuto Gesù, i suoi seguaci discutevano di quanto aveva detto, fatto e vissuto il maestro ebreo palestinese che era stato crocifisso dai romani su istigazione delle autorità ebraiche. E’ una straordinaria convergenza di prove: le fonti evangeliche e i resoconti del nostro primo autore cristiano. E’ difficile spiegare tale convergenza se non dando per certa l’esistenza di Gesù» (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132, 133).



[Modificato da Credente. 07/06/2018 18.59]
07/06/2018 19.09
 
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 FONTI EBRAICHE


Gli studiosi si sono divisi sull’importanza delle fonti ebraiche in rapporto alla storicità del cristianesimo: a parte l’importante testimonianza di Flavio Giuseppe, rimangono i testi del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo. Alcuni storici negano completamente qualsiasi riferimento a Gesù nei testi rabbinici (ad esempio J. Maier), altri sostengono che i materiali rabbinici primitivi (compresa la Mishnà) non parlano di Gesù, pur ammettendo l’esistenza di alcune allusioni negli scritti tardivi ai quali però non attribuiscono alcun valore storico, ad esempio J.P. Meier afferma: «al contrario di altri studiosi non penso che il materiale rabbinico […] ci offra nuove informazioni affidabili o detti autentici, indipendenti dal Nuovo Testamento» (Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13). lo stesso pensa C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College: «Un serio problema nel fare uso di queste tradizioni è che probabilmente nessuna di esse è indipendente dalle fonti cristiane» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.376). Un terzo gruppo di studiosi, invece, rintraccia brevi accenni a Gesù, comunque di scarso valore storico in quanto hanno un tono fortemente polemico e di scarsa obiettività (ad esempio J. Klausner).


 


FLAVIO GIUSEPPE
Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – poco dopo il 100 d.C.) è autore di due grandi opere: La guerra giudaica (iniziata dopo il 70 d.C.) e Antichità giudaiche (scritta nel 93-94 d.C.). L.H. Feldman, tra i più importanti studiosi dello storico ebreo, ha notato che per le fonti delle sue opere avrebbe avuto facilmente accesso agli archivi degli amministratori provinciali, custoditi a Roma nella corte imperiale (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 194-195). Entrambi i libri contengono passi che menzionano Gesù.

Il testo relativo a Gesù de La guerra giudaica non è riconosciuto come autentico, si tratta di una lunga interpolazione che si trova solo nell’antica versione russa (slava), preservata in manoscritti russi e rumeni. Sono pochi gli studiosi a sostenerne l’autenticità (tra essi ad esempio R. Eisler o, più recentemente, G.A. Williamson nel suo The World of Josephus, Brown and Company 1964, p.308-309).

Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i due passi interessanti delle Antichità giudaiche, quello meno discusso compare nel libro XX e racconta un episodio accaduto nel 62 d.C., prima della rivolta ebraica: «Essendo questo tipo di persona [cioè, un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò un sinedrio di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e alcuni altri. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati» (Antichità giudaiche, XX, 9,1). Questo passo si trova nella principale tradizione manoscritta greca delle Antichità, senza alcuna variante di rilievo, cita di sfuggita Gesù come per qualificare meglio Giacomo essendo esso un nome molto comune nell’uso giudaico e negli scritti di Flavio Giuseppe. Il riferimento a Gesù non proviene da mano cristiana e neppure da fonte cristiana, né il Nuovo Testamento né i primi scrittori cristiani, Paolo compreso, parlavano di Giacomo come “fratello di Gesù” ma più solennemente “fratello del Signore” o “fratello del Salvatore”. Senza contare, poi, che il racconto di Giuseppe del martirio di Giacomo differisce, per il tempo e per il modo, da quello di Egesippo (il quale parla di caduta dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme prima dell’assedio alla città). L.H. Feldman, grande studioso di Flavio Giuseppe e professore presso la Yeshiva University, ha osservato infatti che «pochi hanno dubitato della genuinità di questo passo su Giacomo» (L.H. Feldman, Josephus and Modern Scholarship, Loeb Libray vol. 10, p. 108).

Per quanto riguarda il secondo brano, noto come Testimonium Flavianum, da secoli la sua autenticità è oggetto di discussione dal momento che in essa troviamo espressioni tipiche di Flavio Giuseppe ma anche tre frasi chiaramente cristiane. Nella citazione del brano che segue sottolineiamo le tre espressioni controverse: «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (Antichità giudaiche XVIII, 3.3).

La posizione degli studiosi è molteplice: alcuni considerano questo passo essenzialmente autentico (come L. von Ranke, F. K. Burkitt e A. von Harnack), altri studiosi preferiscono invece considerare l’intero passo come l’interpolazione di un copista cristiano mentre un terzo gruppo di studiosi, infine, parla di semi-autenticità considerando l’innegabile presenza di interpolazioni cristiane (delle glosse cristiane molto antiche, dato che Eusebio di Cesarea trasmette la versione greca citata in Hist. Eccl I, 11,7-8), ma non così determinanti da inficiare la paternità del testo a Giuseppe (lo studioso B.D. Ehrman ha spiegato infatti che gli amanuensi cristiani «aggiunsero qualche parola qua e là per essere certi che il lettore capisse il senso», in Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 62). Questi studiosi hanno infatti ricostruito quello che potrebbe essere stato il brano originale, eliminando le tre interpolazioni: «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere riceve la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un’accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannato alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino a oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere». Il testo è molto simile a quello tradizionalmente riportato anche perché le piccole aggiunte cristiane non avevano lo scopo di modificare il pensiero di Giuseppe, ma piuttosto essere piccole aggiunte chiarificatrici: «Il Testimonium è così misurato, con soltanto un paio di frasi tutto sommato prudenti inserite qua e là, che non sembra proprio un racconto cristiano apocrifo scritto per l’occasione. Piuttosto, è molto simile agli interventi reperibili in tutta la tradizione amanuense dei testi antichi: il lavoro di ritocco che un copista avrebbe potuto eseguire con facilità […]. La maggioranza degli studiosi del giudaismo antico, e gli esperti di Giuseppe Flavio, ritengono che uno o più copisti cristiani avrebbero leggermente “ritoccato” il passo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 63, 66).

La maggioranza degli studiosi fa parte del terzo gruppo, il prof. L.H. Feldman ha rilevato infatti che tra il 1937 e il 1980, su 52 studiosi che si sono occupati approfonditamente della questione, 39 hanno giudicato il Testimonium Flavianum come autentico; 10 studiosi lo hanno considerato del tutto o in gran parte autentico; 20 studiosi lo hanno accettano con alcune interpolazioni, 9 studiosi con diverse interpolazioni, e solo 13 studiosi lo hanno considerato totalmente un’interpolazione cristiana (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 197). Tra i sostenitori dell’autenticità ci sono anche diversi studiosi ebrei, come Paul Winter e lo stesso Feldman, studiosi cristiani non confessionali, come S.G. Brandon e Morton Smith, studiosi non credenti come B.D. Ehrman, importanti studiosi protestanti, come J.H. Charlesworth, e studiosi cattolici come J.P. Meier, C.M. Martini, W. Trilling e A.M. Dubarle (oltre a Lane Fox, Michael Grant, Crossan, Borg, Tabor, Thiessen, Frederiksen, Flusser ecc.). Tra essi anche J.M. Garcia, che ha scritto: «Questa terza ipotesi sembra essere la più probabile per tre motivi. In primo luogo il testo, con vari rimaneggiamenti, appare in tutti i manoscritti greci, arabi e siriaci. In seconda istanza, lo stile e il linguaggio del brano, eliminate le chiare interpolazioni cristiane, sono tipici di Giuseppe Flavio. Infine, la concezione di Cristo che trasmette non è cristiana, in quanto Gesù viene considerato come un saggio, un predicatore di un certo successo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40). Il prof. A. Nicolotti ha scritto: «i critici moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo del Testimonium come sostanzialmente autenticonella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene per molti esso ha aver subito prima del secolo IV delle interpolazioni cristiane. E non manca chi, diversamente spiegando le parti cosiddette “cristiane”, ritiene che queste interpolazioni non esistano, e che il testo sia interamente autentico (Étienne Nodet, per esempio). L’importante monografia di Serge Badet (favorevole all’autenticità completa) affronta tutti questi problemi ed è un riferimento imprescindibile».

Il biblista americano J.P. Meier ha studiato a fondo il problema, concludendo: «c’è una ragione sufficiente per sostenere che tale brano provenga da Flavio Giuseppe? La risposta è affermativa» e si basa su una serie di argomenti: (1) Il “Testimonium Flavianum” è presente in tutti i manoscritti greci e latini ed è ben difficile immaginare che l’invenzione di una scriba cristiano possa apparire identica su tutti i codici pervenutici; (2) La conferma di autenticità deriva dal brano già citato sul martirio di Giacomo, come ha spiegato il biblista J.M. Garcia: «Senza dubbio tutti gli studiosi considerano autentico il racconto sul martirio di Giacomo e, di conseguenza, anche il riferimento a Gesù, giacché non è il modo cristiani di alludervi. Orbene, il fatto che Giuseppe Flavio non si soffermi a specificare chi sia questo Gesù ci porta a supporre che lo abbia già fatto in un brano precedente; l’unico possibile è quello denominato Testimonium Flavianum» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40); (3) Il vocabolario e la grammatica del passo (senza interpolazioni) è molto coerente e caratteristico dello stile e della lingua di Flavio Giuseppe, al contrario dello stile del Nuovo Testamento; (4) La descrizione di Gesù, spogliata dai tre passaggi cristiani, è concepibile sulla bocca di un giudeo che non è particolarmente ostile al cristianesimo ma non sulla bocca di un cristiano antico o medioevale (esprime una cristologia insufficiente, anche considerando i tre passi palesemente cristiani): «se un copista avesse voluto introdurre negli scritti di Giuseppe una solida testimonianza delle qualità di Gesù (facendo del Testimonium una tarda interpolazione), l’avrebbe fatto senz’altro con più fervore e in modo più scontato» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Anche parlare di “tribù” non è concepibile nel linguaggio cristiano e suggerisce un tono dispregiativo; (5) Flavio Giuseppe sembra ignorare materiale e affermazioni fondamentali nei quattro vangeli canonici, addirittura contrastando le informazioni (secondo Giuseppe, Gesù convinse molti giudei e molti pagani, al contrario di quanto dicono i vangeli) e non riflette un modo cristiano di trattare la questione del motivo della condanna a morte di Gesù. Un altro esempio è la trattazione completamente separata di Giovanni Battista e Gesù, senza nessun rapporto tra loro, contraddicendo il quadro neotestamentario del Battista come precursore di Gesù. La definitiva conclusione di J.P. Meier è che «una regola metodologia fondamentale è che, a parità di condizioni, si deve preferire la spiegazione più semplice, che comprende anche la più ampia quantità di dati. Perciò sostegno che la spiegazione più probabile del Testimonium è che, privato delle tre affermazioni ovviamente cristiane, contiene quanto Flavio Giuseppe scrisse». Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, ha infatti osservato che «questo è uno dei tanti motivi per cui gli studiosi ritengono la fonte di Flavio Giuseppe indipendente dal Nuovo Testamento» (Jesus Outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, Grand Rapids 2000, p. 27)

Sempre lo studioso americano Meier, ha anche risposto all’obiezione principale di coloro che negano l’autenticità del Testimonium, ovvero lo strano silenzio su questo brano da parte dei padri della chiesa prima di Eusebio. Se non lo hanno citato, dicono i critici, è perché ancora nessun cristiano lo aveva inventato e attribuito a Flavio Giuseppe. Il biblista americano ha fatto notare: «I padri della chiesa non erano interessati a citarlo, infatti non sostiene minimamente il contenuto principale della fede cristiana in Gesù come Figlio di Dio che è risorto da morte. Questo spiegherebbe perché Origine nel III sec. affermava che Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Messia. Il testo di Origene del Testimonium era privo delle interpolazioni e, senza di esse, il Testimonium attestava semplicemente, agli occhi dei cristiani, l’incredulità di Flavio Giuseppe. Non era dunque un utile strumento apologetico per rivolgersi ai pagani o un utile strumento polemico nelle controversie cristologiche tra i cristiani. In realtà, se non c’era nella copia di Giuseppe in possesso di Origene qualcosa come il testo che abbiamo ricostruito, rimane da chiedersi che cosa nel testo ha spinto Origene ad affermare apoditticamente che Flavio Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Cristo. Il passo su Giacomo nel libro 20 non è una ragione sufficiente». Per questo, «il tono distaccato, o ambiguo, o forse di considerazione abbastanza scarsa, del Testimonium, è probabilmente la ragione per cui i primi scrittori cristiani (specialmente gli apologisti del II sec.) lo passarono sotto il silenzio, per cui Origene si dolse che Flavio Giuseppe non credesse che Gesù era il Cristo, e per cui un (alcuni) interpolatore(i) aggiunse(ro) le affermazioni cristiane verso la fine del III sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 71,85). Anche B.D. Ehrman, della University of North Carolina, ha usato questa contro-argomentazione: «la versione ridotta di Giuseppe -quella ritenuta originale da altri studiosi, senza le integrazioni cristiane- contiene ben poche informazioni di cui i primi scrittori cristiani avrebbero potuto servirsi per difendere Gesù e i suoi seguaci dagli attacchi degli intellettuali pagani. E’ un’esposizione assai neutrale. Il fatto che Gesù fosse ritenuto un saggio o che avesse compiuto opere straordinarie non avrebbe fatto molta strada nel repertorio degli apologeti cristiani». In ogni caso, «la mia opinione sulla storicità di Gesù non dipende dall’affidabilità della testimonianza di Giuseppe, anche se ritengo sostanzialmente autentico il brano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 64, 350). Come Meier e Ehrman la pensano anche, ad esempio, Louis H. Feldman della Yeshiva University (in Josephus, Judaism and Christianity, Brill Academic Pub 1997, p.55), Edwin M. Yamauchi della Miami University (in “Josephus and the Scriptures” Fall 1980, pp.213,214) e tanti altri.

Una recente scoperta ha gettato inoltre nuova luce sul dibattito: nel 1972 il prof. Shlomo Pinès dell’Università di Gerusalemme ha sostenuto l’autenticità del Testamentum Flavianum nella versione conosciuta dalle fonti antiche (seppur con piccole variazioni) basandosi su un codice arabo del X sec. che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale) di Agapio, vescovo cristiano di Ierapoli (Siria), il quale ha riportato il passo delle Antichità Giudaichenella seguente forma: «Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie”» (S. Pines, An Arabic version of the Testimonium Flavianum and its implications, Israel Academy of Sciences and Humanities 1971). Il testo, seppur Agapio affermi di basarsi su una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa (morto nel 785), andata persa, è stato comunque riconosciuto come attendibile e privo di interpolazioni cristiane, la maggior parte degli studiosi lo considera originale di Flavio Giuseppe o, comunque, molto vicino a quanto ha davvero scritto.

Sintetizzando il contributo di Flavio Giuseppe, si può affermare: «La mera esistenza di Gesù è già dimostrata dal primo accenno a Gesù nel racconto della morte di Giacomo, nel libro 20. Il più esteso Testimonium nel libro 18 ci mostra che Flavio Giuseppe era informato almeno di alcuni fatti salienti della vita di Gesù. Indipendentemente dai quattro vangeli, ma confermando la loro presentazione fondamentale: durante il governo di Ponzio Pilato -dunque tra il 26 e il 36 d.C.- apparve sulla scena religiosa della Palestina un uomo chiamato Gesù. La sua reputazione nacque dalla sapienza che manifestò nell’operare miracoli e nell’insegnare. Conquistò un ampio seguito, ma (perciò?) i capi giudei lo accusarono davanti a Pilato. Pilato lo fece crocifiggere, ma i suoi ferventi seguaci rifiutarono di abbandonare la loro devozione a lui, nonostante la sua morte disonorevole» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 83-85). Giuseppe, lo ricordiamo, era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale che fece parte dell’élite del Tempio durante la vita pubblica, il processo e la condanna di Gesù: questo significa che disponeva di informazioni di prima mano su quanto testimoniava. Ci si aspetterebbe da lui una confutazione di quanto affermavano i seguaci di Gesù, una negazione dei miracoli e, se consideriamo come attendibile la versione di Agapio, un commento scettico alla notizia della resurrezione. Invece il ritratto di Gesù è segnato dal rispetto verso quest’uomo, riconoscendone con realismo l’eccezionalità. «In sintesi, Giuseppe offre in questi due passi qualcosa di unico tra tutte le antiche testimonianze non cristiane su Gesù: un testimone neutrale, indipendente e molto attendibile ci riferisce che Gesù fu un uomo saggio che i suoi seguaci chiamavano “il Cristo”», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.103-104). Ribadiamo dunque l’importante dato dell’indipendenza di Flavio Giuseppe dalle fonti cristiane, in quanto «non c’è nessuna attestazione probante che conoscesse uno qualsiasi dei quattro vangeli» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 116).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato bSanhedrin 43a)
Un baraitha del II secolo, conservata nel trattato Sanhedrin del Talmud di Babilonia, recita così: «Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della pasqua. Disse Ulla: “Credi tu che egli sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto “Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno» (Sanhedrin B, 43b).

Alcuni studiosi, il più radicale è certamente J. Maier (cfr. J. Maier, Jesus von Nazareth in der talmudischen Uberlieferung, Wissenschaftliche Buchgesellsschaft 1978, p. 263-275), si sono rifiutati di identificare questo reo con Gesù, ritenendo l’appellativo “il nazareno” un’aggiunta posteriore. A loro giudizio si farebbe riferimento a un certo Yeshu, discepolo di un rabbino del 100 a.C., nominato in Sanh. 107b, reo di aver praticato la stregoneria e di aver esortato Israele al peccato. Altri la pensano diversamente, il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, ha spiegato ad esempio che «l’appellativo “il nazareno” è molto ben testimoniato. D’altra parte, sembra molto probabile che in origine il nome di Yeshu non figuri nel passo di bSanh 107b, considerato che la stessa notizia appare priva di nomi in altri due posti (cfr bSot47a e pHag77d)». Inoltre, sono tante le coincidenze con Gesù: «accuse analoghe contro Gesù appaiono nel Nuovo Testamento (Mt 12,24; Lc 23,2), l’essere appeso va sicuramente interpretato in riferimento alla crocifissione visto che è un fato ben noto. E’ molto improbabile che questo termine qui stia ad indicare un’esposizione del cadavere dopo la lapidazione. Di fatto il testo non dice nulla sull’esecuzione della lapidazione: il che risulta sorprendente, qualora proprio quello sia stato il metodo di esecuzione. Singolare la coincidenza relativa al giorno della morte di Gesù in questo testo rabbinico e nel vangelo di Giovanni (19,14)» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 33-35).

La prof.ssa Jaqueline Genot-Bismuth, docente di Ebraismo antico presso l’Università di Parigi, ha sottolineato come il riferimento a Yeshu (=Gesù) concorda con la cronologia della passione del quarto vangelo, «così in qualche modo i due testi si autenticano a vicenda e ci fanno dedurre che la tradizione a cui fanno capo risalga bene a dei testimoni oculari» (J. Genot-Bismuth, Un homme nommé Salut: genèse d’une “hérésie” a Jérusalem, O.E.I.L 1986, p. 267). Anche J. Klausner, importante storico israeliano, ha accettato questo riferimento a Gesù di Nazareth (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 23), mentre J.P. Meier non lo ha ritenuto un passo indipendente dai vangeli: «qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato pTa’anit 65b)
Un altro possibile riferimento è contenuto nel trattato sul digiuno, che recita: «Abbahu dice: “Se qualcuno ti dice “Io sono Dio”, egli è un mentitore; (se ti dice) “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; (se ti dice) “Io ascenderò al cielo”, lo dice e non lo può fare».

Sembra qui apparire una polemica su quanto affermato da Gesù davanti al sinedrio, come riferisce Mc 14,62. Tenendo però presente l’informazione offerta da Celso secondo cui i falsi profeti hanno utilizzato espressioni simili, il testo potrebbe anche alludere a tali falsi profeti e messia e non necessariamente a Gesù.

 

TALMUD BABILONESE (Trattato b’Aboda zara 16b)
Nel trattato dedicato all’idolatria e agli idoli, si legge: «Rabbi Eliezer disse: una volta camminavo al mercato superiore di Sepporis e incontrai uno dei discepoli di Ješu ha-nôserî (Gesù il nazareno), chiamato Giacobbe del villaggio di Sekhanjaa. Egli mi disse: “Nella vostra Torah è scritto: ‘Non porterai il denaro di una prostituta nella casa del Signore’ (Dt. 23,19). Com’è? Non si può con esso costruire una latrina per il sommo sacerdote? Io non gli risposi. Egli mi disse: “Così mi ha insegnato Gesù il nazareno (Ješu ha-nôserî): ‘Fu raccolto a prezzo di prostitute e in prezzo di prostitute tornerà’ (Mi 1,7); da un luogo di sozzura è venuto e in un luogo di sozzura andrà”. La parola mi piacque; perciò io fui arrestato di eresia».

Il rabbino Eliezer è uno dei maestri più citati nella tradizione rabbinica, il testo non riporta un detto autentico di Gesù ma riflette piuttosto la convivenza tra giudei e cristiani in Palestina. Secondo alcuni studiosi (ad esempio J. Jeremias), le versioni più antiche del racconto parlano di un detto eretico attribuito a questo discepolo di Gesù senza specificarne il contenuto, il detto sarebbe stato inventato successivamente per soddisfare la curiosità dei lettori e per screditare Gesù. Anche J.P. Meier si dichiara scettico sull’autenticità del passo, ritenendo che sia «un’invenzione polemica per mettere in ridicolo Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 103). Lo studioso ebreo J. Klausner, invece, ha sostenuto l’affidabilità del passo (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 37-44).

 

TALMUD BABILONESE (Sinedrio 67a)
Nel Sinedrio 67a del Talmud si legge: «E lo hanno fatto a Ben Stada a Lidda, essi lo appesero alla vigilia della Pasqua ebraica Ben Stada era Ben Padira Rabbi Hisda ha detto: “Il marito è Stada, la madre di l’amante Pantheraera sposato con Stada. Sua madre era Miriam, una lavandaia o dal parrucchiere”».

Come ha scritto B.D. Ehrman, «da tempo gli studiosi hanno ammesso che tale tradizione sembra rappresentare un ingegnoso attacco all’idea cristiana della nascita di Gesù quale “figlio di una vergine”. Il termine greco che traduce la parola vergine è parthenos, la cui pronuncia è assai simile a quella di Panthera» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 69). Molto probabilmente non è un brano indipendente dai vangeli.


27/06/2018 22.23
 
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Come porre domande difficili su Gesù







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Un nuovo libro risponde allo scetticismo di Bart Ehrman


Ricordo vividamente di essermi fermato in una stazione di servizio Shell di Kansas City per fare rifornimento. C’erano molte pompe libere, ma ero io a non essere libero. Stavo ascoltando l’autore Bart Ehrman demolire dei passi del Nuovo Testamento su NPR e non volevo perdermi una parola.


Era interessante non perché era un attacco alla mia fede, ma perché la sua critica non sembrava affatto un attacco. Aveva tutti i requisiti per essere un esame giusto e obiettivo delle prove a favore – e nella maggior parte dei casi contro – della divinità di Cristo, della verità della resurrezione, dell’infallibilità della Scrittura e altro.


Era estremamente convincente, e all’epoca non avevo ancora Jesus, Interpreted per rispondergli.


Ora ce l’ho.


L’autore di questo nuovo libro è il dottor Matthew J. Ramage, teologo presso il Benedictine College del Kansas. Ha ricevuto grande attenzione per il suo libro precedente che affrontava il “problema” Bibbia, Dark Passages of the Bible.


In entrambi i testi, Ramage prende in considerazione le questioni contemporanee fondamentali relative alla Scrittura attraverso l’operato di Papa Benedetto XVI. I libri sono eruditi ma non impenetrabili nel modo in cui è spesso la teologia accademica per i lettori laici. Per me, il libro di Ramage è una guida indispensabile alle opere teologiche di Papa Benedetto sulla vita di Cristo.


 

Ramage sottolinea cosa dice il Papa e perché, e si riferisce anche direttamente alla mia esperienza alla stazione di servizio. Jesus, Interpreted è una risposta diretta all’opera di Ehrman, anche Jesus, Interrupted. Spiega Ramage:


“Ho scelto Ehrman come mio rappresentante principale dell’accademia moderna perché tende a basare le sue argomentazioni sulle visioni condivise tra gli esperti, perché è estremamente popolare ed è un interprete imparziale non così sopraffatto dalla sua agenda da pensare che ogni persona razionale dovrebbe vedere le cose come lui”.


Ramage ha chiaramente un grande rispetto per Ehrman, e questo aiuta a prendere sul serio le sue domande – quelle che ho sentito su NPR e altre.


Per capire i Vangeli bisogna comprenderne obiettivo. “Lo scopo principale dei Vangeli”, scrive Ramage, “è proclamare Gesù. Non sono documenti puramente storici, ma non sono nemmeno antistorici”.


Per analogia, pensate alle menzioni per la Medaglia d’Onore. Presentano le storie degli eroi di guerra nei tratti essenziali, ma con l’obiettivo di proclamare il loro eroismo al mondo.


Presumibilmente, se qualcuno dovesse elaborare un resoconto più dettagliato della vita di ogni eroe, rivelerebbe sottigliezze e sfumature. Un critico militare potrebbe usarle per gettare dei dubbi sulle citazioni. Un ammiratore dei militari potrebbe invece usarle per approfondire la storia raccontata dalle citazioni stesse.


Questo è il punto centrale che Ramage vuole sottolineare. Come dice Ratzinger, “una pura obiettività è un’astrazione assurda… la prospettiva dell’osservatore è un fattore che condiziona e determina il risultato dell’esperimento scientifico”. Per questo, il dibattito sulla Scrittura è fondamentalmente una disputa non tra storici, ma tra filosofi.


Sapere questo significa che Ramage può spesso concedere punti chiave a Ehrman in un modo tale che gli lascia trarre da questi tutta la vita. Ad esempio, quando Ehrman dice che la cristologia della Chiesa si è sviluppata più nei primi decenni del cristianesimo che in tutti i secoli dello sviluppo dogmatico che sono seguiti, pensa che stia dicendo che l’identità di Gesù era un punto interrogativo a cui i primi cristiani – non Gesù stesso – hanno risposto.


Questo non turba Ramage.


“La domanda è se la cristologia sviluppatasi in questo periodo sia stata il frutto di una riflessione vera e provvidenziale sul mistero di Gesù o un tentativo di controllo fuorviato, delirante, disperato o perfino connivente”, spiega.


Fa quindi un esempio. Ehrman cita Paolo in Romani 1, 3-4, quando dice che Gesù è stato “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti”.


Poiché Ehrman vuole affermare che Paolo credeva che Gesù fosse angelico, non divino, decide che la definizione “con potenza” sia stata “probabilmente aggiunta” a un credo precedente ereditato da Paolo.


Ramage chiede: “Chi emerge di più da questa sorta di esegesi, il volto del Gesù storico o quello dell’interprete?”


Il libro agisce allo stesso modo con molte delle domande di Ehrman, non tanto ponendole e ricontestualizzandole. Ramage offre un grande servizio indicando infatti quali nuovi approcci si guadagnano e quali temi fondamentali vengono ignorati anche dagli studiosi della Bibbia più scettici.


Se quello in cui credono i cattolici è vero, la nostra fede non solo può sopportare un esame rigoroso, ma ne verrà anche rafforzata. Jesus, Interpreted fa esattamente questo.




04/07/2018 11.28
 
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l Gesù storico è una leggenda? Alcune risposte a Dan Barker




lordolegendNei tanti blog e siti web cattolici presenti sulla rete notiamo spesso una grossa lacuna negli argomenti trattati: il Gesù storico. E’ un tema poco approfondito anche nelle parrocchie e nella Chiesa, sono rarissimi gli incontri nei circoli culturali cattolici e nelle iniziative delle diocesi, nonostante sia e sia stata una passione di Benedetto XVI. Secondo noi è un tema importante, moltissimi credenti covano ancora dubbi e paure a parlare della storicità del cristianesimo, sicuramente dovuti a false informazioni comparse sui media.


Noi, che qualche studio sul Gesù storico lo abbiamo intrapreso, abbiamo il dovere di informare che non c’è nulla da temere ma, al contrario, la ricerca sul Gesù storico può essere molto utile alla fede, a stabilizzarla e a confermarla. Inoltre, impedisce di ridurre la fede in Cristo ad un messaggio simbolico/mitico ed è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana a un’importante ideologia di qualsiasi genere.


Per questo, anche oggi, diamo spazio ad un approfondimento sul tema commentando il dibattito avvenuto il 6 giugno 2015 negli Stati Uniti tra Dan Barker, ex pastore protestante, scrittore ateo e co-fondatore della Freedom From Religion Foundation, e Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary. La pagina Wikipedia italiana di Barker è pessima: secondo l’autore lo scrittore avrebbe lanciato una “sfida” ai cristiani sulla storicità di Gesù e nessuno la avrebbe accolta (a parte due anonimi sacerdoti che poi si sono tirati indietro). Barker è autore di tre libri sul cristianesimo (“Losing Faith in Faith”, “Godless” e “Life Driven Purpose”), dove si occupa anche del Gesù storico, tuttavia è facile notare che non ha alcun titolo accademico nel suo curriculum e la bibliografia che cita a suo sostegno non include nessun serio studioso del cristianesimo primitivo, a parte RJ Hoffman e Bart Ehrman. Egli fa parte di miticisticioè il gruppo di scrittori/giornalisti/opinionisti americani che negano l’esistenza di Gesù, parlando di storia leggendaria. Una tesi ormai decaduta, gli stessi studiosi che Barker cita a suo (presunto) sostegno, Hoffman ed Ehrman, hanno entrambi scritto numerosi libri contro i miticisti e a sostegno del Gesù storico, seppur entrambi si dichiarino non credenti.

Durante il dibattito con J.W. Bass, Barker ha usato alcuni argomenti per sostenere che Gesù è una leggenda, andiamo a confutarli.


1) La città di Nazareth esisteva ai tempi di Gesù.
Fin dall’inizio del suo discorso di apertura, Baker ha dichiarato che la città di Nazareth non esisteva al tempo di Gesù, ne ha parlato anche nel 1992 nel libro “Losing Faith in Faith” (p. 191), sostenendo che Nazareth non sarebbe esistita fino a prima del secondo secolo. Tuttavia, è alla portata di tutti la notizia che le scoperte archeologiche hanno definitivamente dimostrato che Nazareth esisteva ai tempi di Gesù (grazie anche al lavoro dell’archeologo italiano Bellarmino Bagatti). Non solo, nel 1962 il professor Avi-Yonah dell’Università di Gerusalemme ha rinvenuto vicino all’antica Cesarea Marittima una lapide di marmo grigio, datata al III secolo d.C, che cita la località di Nazareth (testimoniandone l’esistenza da tempi ben più antichi), mentre nel 2009 l’archeolologa Yardenna Alexandre ha scoperto anche una casa privata risalente all’epoca di Gesù. Lo stesso Bart Ehrman, citato come fonte da Baker, afferma in un suo testo: «Molte convincenti prove archeologiche indicano che in realtà Nazareth esisteva ai tempi di Gesù e che, come gli altri villaggi e le città in quella parte della Galilea, è stata costruita sul fianco della collina. Gesù è veramente venuto da lì, come conferma l’attestazione multipla» (“Did Jesus Exist?”, HarperOne 2012, p 191). Dunque il primo argomento usato da Baker è completamente in contrasto con i fatti.

 

2) Tacito si riferisce a Gesù in Annali 15,44
Nel suo secondo argomento Baker ha sostenuto che lo storico romano Tacito non si riferisce a Gesù Cristo nel suo celebre passo di “Annali” 15,44, quando scrive: «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Come abbiamo dimostrato nel nostro apposito dossier, l’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi, J.P. Meier -tra i maggiori biblisti viventi- ha scritto: «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). Lo stesso Bart Ehrman, a cui Baker si affida, ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che non ne sostenga l’autenticità. E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù. Il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57,58). Oltretutto occorre ricordare che oltre a Tacito, esistono almeno 9 autori non cristiani che, tra il 50 d.C. e il 170 d.C., testimoniano l’esistenza di Gesù (molti in modo indipendente).

 

3) San Paolo ritenne l’apparizione di Gesù fisica e corporale.
Le lettere di San Paolo sono molto importanti perché la maggior parte scritte a ridosso della morte e resurrezione di Cristo, prima ancora dei Vangeli. Dan Baker ha contestato il fatto che Paolo riteneva fisica e corporea la risurrezione di Gesù, sostenendo che la parola greca ὤφθη, da lui usata, indica un’esperienza visionaria, spirituale. Occorre dargli ragione sul fatto che a volte questa parola greca è utilizzata nella Bibbia per indicare un’esperienza visionaria/spirituale, ma è falso che non venga mai utilizzata anche per indicare un’esperienza fisica, corporea. Ad esempio ὤφθη compare in Lc 24,34 (“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”) e lo stesso Baker ha concordato sul fatto che Luca presenta una apparizione fisica del Gesù risorto (è indubitabile, d’altra parte, se si legge tutto il brano, sopratutto Lc 24, 36-43). Ma anche nella traduzione greca dell’Antico Testamento questa parola viene adoperata per le apparizioni fisiche, ad esempio in Gn 46,29 (Giuseppe incontra Giacobbe), Es 10,28 (Mosè e il Faraone), 1Re 3,16 (due prostitute si recano da Salomone), 1Re 18,1 (Elia si reca da Acab) ecc. Quindi, basarsi soltanto su questa parola greca non può aiutare a decidere la questione.

Inoltre, secondo Baker, Paolo in 1 Corinzi 9, non afferma di aver “visto” il Signore («Non ho veduto Gesù, Signore nostro?»). Per lui è una «traduzione sbagliata». Eppure, la traduzione greca è οὐχὶ Ἰησοῦν τὸν κύριον ἡμῶν ἑόρακα, dove la parola greca ἑόρακαderiva da ὁράω, che significa “(io) vedo”. La cosa comunque importante è che Baker ha riconosciuto che la parola ἀνάστασις è utilizzata per indicare la resurrezione fisica. Egli ritiene però che Paolo non l’abbia mai utilizzata, anche se la conosceva, ed invece è vero il contrario dato che la utilizza nella Lettera ai Romani 1,4 (ritenuta totalmente autentica di Paolo): «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» («ἐξ ἀναστάσεωςνεκρῶν, Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ κυρίου ἡμῶν), tanto che nel procedere del dibattito anche lui stesso lo ha riconosciuto. Ma anche nella stessa Lettera ai Corinzi, che tanto ha creato obiezioni al noto ateo, Paolo utilizza molte volte la parola ἀνάστασις per riferirsi alla risurrezione: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti (ἐκ νεκρῶν ἐγήγερται, nda), come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda). Se non esiste risurrezione dai morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda), neanche Cristo è risuscitato! (ἐγήγερται)» (1 Corinzi 15, 12-13, 20-21). Si può dunque concludere che Paolo disse di aver ricevuto un’apparizione fisica di Gesù (tanto da trasformarlo in un istante da cacciatore di cristiani ad apostolo tra le genti) e, di conseguenza, di credere alla sua resurrezione fisica e corporale.

 

4) I 500 testimoni oculari della resurrezione di Gesù
In 1 Corinzi 15,6, Paolo afferma rispetto a Gesù: «In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti». Questa affermazione è stata spesso al centro del dibattito tra i due relatori: entrambi hanno concordato che la maggioranza degli studiosi ritiene il brano attendibile, tuttavia non sono unanimi nel ritenere se Paolo abbia appreso questa informazione direttamente o in seconda mano. E’ inoltre appurato che tutti i principali studiosi (Lüdemann, Dunn, EP Sanders, J.P. Meier, NT Wright ecc.) concordano sul fatto che Paolo scriva vent’anni dopo i fatti ma citi informazioni che ha appreso entro 2-5 anni dalla morte di Gesù. Secondo Baker non può averle apprese direttamente a causa della distanza tra Gerusalemme e Corinto, tuttavia sappiamo per certo che Pietro e Giacomo hanno viaggiato frequentemente da Gerusalemme a Corinto. Inoltre, sappiamo che Paolo, a causa del suo passato, dovette dimostrare la sua buona fede e credibilità ai primi cristiani, offrire un’informazione falsa come i 500 testimoni oculari, facilmente verificabile da chiunque, avrebbe oscurato non poco la sua reputazione. Oltretutto, occorre osservare che Paolo spiega anche che di questi 500 testimoni oculari, alcuni sono vivi mentre altri sono morti. Qualcosa di parallelo c’è in Flavio Giuseppe quando sostiene che 23 anni dopo l’evento di cui parla le persone sono ancora vive, lo dice «per dimostrare» ciò che afferma (Antichità giudaiche, 20,266). Ugualmente Paolo fornisce questa informazione per invitare i suoi uditori ad andare a verificare, “sono ancora vivi!”.

 

5) Anche se Gesù è risorto non è il Signore?
Un’affermazione scioccante e molto importante è stata pronunciata da Dan Baker negli ultimi 15 minuti del dibattito: anche se Gesù è risorto dai morti e c’è un Dio, tuttavia non lo avrebbe accettato e riconosciuto come il Signore. E’ una onesta rivelazione di un pregiudizio ideologico che muove gli oppositori della storicità di Cristo: egli non DEVE essere quel che disse di essere. Perciò, prove ed argomenti di fatto poco importano a loro.

Questo è molto importante da capire per chi si interessa del Gesù storico: le prove storiche sono molto importanti ma non costituiscono il motivo per chi decide di credere o non credere in Lui. La fede nasce soltanto come dono in coloro che hanno fatto un misterioso incontro personale con Gesù, ed avevano il cuore e la libertà aperti per riconoscerLo. Non c’è altro modo di “originare” la fede se non facendone un’esperienza diretta. E’ la presenza viva di Gesù, qui e ora, che attrae e innamora, le “prove storiche” dei Vangeli possono solamente essere una conferma di quel che si crede. Non il motivo.

 


07/07/2018 16.43
 
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Storicamente attendibile
Nel suo libro A Lawyer Examines the Bible, l’avvocato Irwin H. Linton osserva a riguardo di Luca 3:1, 2:

Qui l’evangelista menziona sette autorità pubbliche per stabilire quando Gesù Cristo iniziò il suo ministero. Notate i particolari menzionati da Luca: “Nel quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode era governante del distretto della Galilea, ma Filippo suo fratello era governante del distretto del paese dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania era governante del distretto dell’Abilene, ai giorni del capo sacerdote Anna e di Caiafa, la dichiarazione di Dio fu rivolta a Giovanni figlio di Zaccaria nel deserto”.
[Modificato da Credente. 07/07/2018 16.45]
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