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Testimonianze di persone speciali

Ultimo Aggiornamento: 11/07/2018 10.32
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24/11/2017 10.47
 
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Grothendieck, matematico alla ricerca di Dio



Alexander Grothendieck

Sono passati quasi tre anni da quel 13 novembre 2014, giorno in cui moriva quello che è stato definito il più grande matematico del XX secolo, e tra i più importanti di sempre: Alexander Grothendieck.

Nato nel 1928 a Berlino da famiglia ebrea, ebbe un'infanzia segnata dalle vicende storiche legate alla Seconda Guerra mondiale. «Divenuto adulto, Grothendieck meriterà il titolo di “Einstein della matematica”. Certamente, come Albert, è un ebreo; come lui viene da una famiglia del tutto atea; come lui, nel corso della sua vita verrà sempre più attratto dalla fede religiosa e dal cristianesimo». A questa figura importantissima in campo matematico e significativa sotto il profilo autobiografico, ha dedicato il suo ultimo libro lo scrittore Francesco Agnoli: Lo splendore che ci trascende - Alexander Grothendieck l’Einstein della matematica alla ricerca di Dio(Edizioni Gondolin, 2017).

Analizzando la carriera di Grothendieck, non si può che rimanere stupiti nel constatare che a neanche quarant'anni, nel 1966, era già arrivato a ottenere il massimo riconoscimento mondiale per un matematico: la medaglia Fields. Medaglia che tuttavia rifiutò, in segno di coerenza con le sue idee: «Per riceverla bisognava andare a Mosca, ma Alexander si rifiuta, in segno di protesta contro il totalitarismo sovietico. I soldi non gli interessano e rinuncia così anche agli altri premi e al relativo guadagno. [...] Nel 1988, insignito del Crafoord Prize, lo rifiuta, insieme ai 250.000 dollari annessi».

Non sono dunque le soddisfazioni personali, il successo o i soldi a mancare a Grothendieck. Eppure il matematico ha il cuore inquieto, non sazio della pura scienza matematica: ha bisogno di (un) Altro per trovare pace, si potrebbe dire parafrasando Sant'Agostino. Ecco quindi che, a un certo punto, «come era già successo al grande matematico e fisico Blaise Pascal, a Niccolò Stenone, divenuto sacerdote dopo aver fondato la geologia moderna, a Jan Swammerdam (1637-1680), considerato il padre dell’entomologia, a Gaetana Agnesi, che aveva lasciato la matematica e il successo per la fede e le opere di carità, anche Grothendieck abbandona piano piano i suoi amati studi perché sempre più attratto dalle domande spirituali. I segnali di questo mutamento di priorità ci sono già negli anni Sessanta».

Dapprima Grothendieck si avvicina al Buddismo, che però trova insoddisfacente: si tratta infatti di una religione che non è in grado di dare una risposta alla sua sete di "perché", ma che rimane sul piano del "come", del metodo... e questo, all'insigne matematico, non basta più. Il celebre matematico non può più fare a meno di Dio e la sua vita si trasforma dunque in una ricerca continua, con continui progressi e cadute... 

Ne Lo splendore che ci trascende ancora una volta Francesco Agnoli parte da una storia di vita concreta, per tanti aspetti vicina a quella di ognuno di noi, per andare quindi ad indagare lo stretto rapporto che intercorre tra Scienza e Fede e, più nello specifico, tra la matematica e il misticismo. Il tutto alla luce dell'affermazione, divenuta nota, del matematico e logico ateo Bertrand Russel: «La matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in un'eterna ed esatta verità, nonché in un mondo intelligibile al di sopra dei sensi».


05/12/2017 22.07
 
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Una splendida vocazione che renderebbe orgogliosa Santa Monica

Per anni, Louise si è recata nel santuario di Sant’Antonio di Boston per pregare per il suo figlio più giovane, che si era allontanato dagli insegnamenti cattolici ricevuti durante l’infanzia. Qualche giorno fa, un usciere alla porta della chiesa ha porto alla signora di 91 anni un programma con su scritto “Messa di ordinazione al sacerdozio”. Il nome dell’ordinando era “Anthony T. Cipolle”, proprio suo figlio.

“Mia madre andava al santuario di Sant’Antonio di Boston ogni martedì insieme a mia zia e pregava per me, perché ero uno scavezzacollo”, ha affermato Anthony Cipolle, 52 anni, ha riferito Press Herald.

Prima di arrivare al sacerdozio, Anthony ha infatti seguito una strada insolita – molteplici percorsi professionali, paternità, matrimonio e annullamento. È stato lontano dalla Chiesa per decenni, e per altri dieci ha studiato per prepararsi a diventare presbitero.

È cresciuto ad Arlington, nel Massachusetts (Stati Uniti). Suo padre, David, viaggiava spesso per lavoro. Anthony e i suoi tre fratelli avevano il permesso di rimanere alzati fino a tardi per aspettarlo. Quando David tornava a casa, leggeva ai bambini storie bibliche finché non si addormentavano.

La madre Louise portava Anthony a Messa regolarmente, ma quando è cresciuto ha smesso di frequentare la chiesa. Malgrado i buoni voti non voleva andare all’università, perché pensava che avrebbe guadagnato di più buttandosi nel mondo degli affari, e quindi ha abbandonato gli studi alle superiori. Quando la sua ragazza è rimasta incinta, i due si sono sposati in municipio. Hanno avuto un figlio, Mark.

Anthony ha iniziato a vendere macchine, poi la famiglia si è trasferita a Chicago, dove lui ha avviato una ditta di lavori idraulici. Negli affari aveva successo, ma a casa la situazione era ben diversa. Quando ha divorziato e l’ex moglie è tornata in Massachusetts, Anthony ha deciso di trasferirsi per stare più vicino al figlio. In seguito il matrimonio è stato annullato perché non era stato contratto davanti a un sacerdote cattolico. Per tre anni Anthony ha vissuto di rendita con i soldi guadagnati in precedenza.

“Ho vissuto come una rock star”, ha confessato. “Ho speso tutto”.

In quel periodo non si era ancora riavvicinato alla fede, ma la madre ha iniziato ad andare a Messa quasi ogni giorno pregando perché Anthony cambiasse vita.

Quando i soldi hanno cominciato a scarseggiare, Anthony ha ricominciato a lavorare vendendo macchine ed è diventato amico di un uomo che era andato da lui per una riparazione. Ha poi saputo che era un sacerdote cattolico, John Kilmartin. Anthony ha iniziato a fargli visita regolarmente, guardando l’evangelizzatore televisivo Billy Graham con lui il sabato sera. Ha cominciato a portare il sacerdote alle visite mediche e a lavorare come manager delle infrastrutture nella sua chiesa.

“Non mi ha mai rimproverato”, ha detto Anthony, confessando che ha iniziato a capire che voleva la fede che vedeva in padre Kilmartin. “Volevo il perdono di Dio, ma non riuscivo neanche a ricordare tutti i miei peccati e pensavo di non meritarmelo”.

Anthony ha quindi recitato il Padre Nostro, che il padre gli aveva insegnato da piccolo. Quando ha detto “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ha provato un grande senso di pace. “Nella mia vita è cambiato tutto quando quella pace è scesa su di me”.

Ha quindi iniziato a seguire le lezioni di religione per laici e a studiare il Catechismo della Chiesa Cattolica presso il St. John’s Seminary di Brighton (Massachusetts). Ha cominciato a leggere la Bibbia e a seguire lezioni serali presso il Boston College, con padre Kilmartin che lo ha aiutato a pagare la retta. Quando il suo mentore è morto, ha iniziato a pensare seriamente al sacerdozio.

James Woods, decano del Woods College of Advancing Studies del Boston College, ha aiutato Anthony a ottenere una borsa di studio. Anthony ha conseguito un baccellierato in Filosofia in meno di tre anni. Woods lo ha poi messo in contatto con la diocesi di Portland, che aveva bisogno di sacerdoti e lo ha mandato al Pope St. John XXIII National Seminary di Weston (Massachusetts), che prepara sacerdoti sopra i 30 anni. Visto che il suo percorso non era quello “classico”, Anthony dice di aver trascorso più tempo in seminario rispetto agli aspiranti sacerdoti più giovani.

Alla Messa della sua ordinazione hanno partecipato più di 800 persone, tra cui la madre Louise e il figlio Mark, che oggi ha 33 anni.

Dopo la celebrazione, il neosacerdote ha offerto le sue prime benedizioni ai fedeli, e Louise non poteva mancare. Quando suo figlio l’ha benedetta ha iniziato a piangere, portandosi al petto la testa di Anthony, che l’ha abbracciata forte.

Quanto a Mark, quando Anthony era diacono e si preparava al sacerdozio lo ha incoraggiato a considerare la sua ordinazione non come la perdita di un padre, ma come l’acquisto di una famiglia più ampia nella Chiesa cattolica.

“Ha detto che ora ho 1,2 miliardi di fratelli e sorelle”, ha confessato il ragazzo.


14/12/2017 22.37
 
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Don Michele Madonna e la sua evangelizzazione
con canti, balli e grandi feste

 

A Napoli è un punto di riferimento per molti giovani.
Uno "stile" più che rivoluzionario. In linea con la Chiesa di Papa Francesco?

Alcuni anni fa, a Napoli, don Michele Madonna ha inventato la Scuola di Evangelizzazione Diocesana al rione Montesanto, e questo suo progetto ha avuto la benedizione del cardinale Crescenzio Sepe.

La Risposta Di Dio - Don Michele Madonna

Don Michele, originario, di Portici, ha un vero e proprio carisma: sa parlare ai giovani e Gesù è il perno del suo messaggio. Le sue messe traboccano di fedeli e da tutta la regione accorrono persone ad ascoltare le sue catechesi.

 

La grande festa di preghiera del Palapartenope

Di recente, per accontentare tutti, ha dovuto addirittura affittare il PalaPartenope di Napoli per un evento improntato alla fede denominato “Vi darò un cuore nuovo. Nell’occasione, migliaia di persone hanno cantato, hanno pregato, hanno ascoltato il loro padre spirituale. Spesso, i fedeli hanno occasione di adorare comunitariamente l’Eucarestia (Fan Page, 28 novembre)

Abiti firmati e fidanzata

Quella di padre Michele è una vocazione adulta: da giovane lavorava nelle feste come dj in un locale di Casoria alla perfieria di Napoli, era fidanzato, vestiva con abiti firmati. Tuttavia, non era soddisfatto, la vita gli sembrava vuota. Trovò pace solo nella preghiera e decise di abbandonare tutto ed entrare in seminario a 22 anni.

Un’evangelizzazione che fa discutere

Ora il suo stile sta sicuramente infiammando molti giovani dei quartieri napoletani. Magari molti dei quali che erano lontani dalla chiesa. La sua evangelizzazione basata su iniziative sui generis, che gli hanno fatto guadagnare le prime pagine dei giornali negli anni passati, fa sicuramente discutere.

Guardate un po’ cosa accade in questo video diventato ultimamente evirale sui social network.

Canti, balli, feste: il successo di don Michele è un dato di fatto, ma, allo stesso tempo dovremmo porci una domanda: il suo stile si avvicina realmente a quello di Papa Francesco? O è forse troppo “rivoluzionario” per la fase di transizione che attraversa oggi la Chiesa?

Gesti, animazione e parola di Dio

Di sicuro assistere, ad esempio, ad una “lezione” della sua scuola di evangelizzazione è un’esperienza molto singolare. Il canto, i movimenti, i gesti sono centrali. La lettura della parola di Dio è movimentata, con i ragazzi della parrocchia ad animarla. Poi l’intervento di Don Michele con il suo carisma. «La fede non può essere chiusa, non solo cantando e pregando, ma con i fatti. Se sono attaccato ai soldi non ho fede, se invece dono agli altri poi sarà Dio a provvedere a me», dice ad esempio in uno dei suoi interventi Don Michele.  «E’ con Gesù che capiamo cosa significa divertirsi, vivere bene, è con lui che riempiamo il vuoto che è in noi».


14/12/2017 22.45
 
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Una splendida vocazione che renderebbe orgogliosa Santa Monica


Per anni, Louise si è recata nel santuario di Sant’Antonio di Boston per pregare per il suo figlio più giovane, che si era allontanato dagli insegnamenti cattolici ricevuti durante l’infanzia. Qualche giorno fa, un usciere alla porta della chiesa ha porto alla signora di 91 anni un programma con su scritto “Messa di ordinazione al sacerdozio”. Il nome dell’ordinando era “Anthony T. Cipolle”, proprio suo figlio.


“Mia madre andava al santuario di Sant’Antonio di Boston ogni martedì insieme a mia zia e pregava per me, perché ero uno scavezzacollo”, ha affermato Anthony Cipolle, 52 anni, ha riferito Press Herald.


Prima di arrivare al sacerdozio, Anthony ha infatti seguito una strada insolita – molteplici percorsi professionali, paternità, matrimonio e annullamento. È stato lontano dalla Chiesa per decenni, e per altri dieci ha studiato per prepararsi a diventare presbitero.


È cresciuto ad Arlington, nel Massachusetts (Stati Uniti). Suo padre, David, viaggiava spesso per lavoro. Anthony e i suoi tre fratelli avevano il permesso di rimanere alzati fino a tardi per aspettarlo. Quando David tornava a casa, leggeva ai bambini storie bibliche finché non si addormentavano.


La madre Louise portava Anthony a Messa regolarmente, ma quando è cresciuto ha smesso di frequentare la chiesa. Malgrado i buoni voti non voleva andare all’università, perché pensava che avrebbe guadagnato di più buttandosi nel mondo degli affari, e quindi ha abbandonato gli studi alle superiori. Quando la sua ragazza è rimasta incinta, i due si sono sposati in municipio. Hanno avuto un figlio, Mark.


Anthony ha iniziato a vendere macchine, poi la famiglia si è trasferita a Chicago, dove lui ha avviato una ditta di lavori idraulici. Negli affari aveva successo, ma a casa la situazione era ben diversa. Quando ha divorziato e l’ex moglie è tornata in Massachusetts, Anthony ha deciso di trasferirsi per stare più vicino al figlio. In seguito il matrimonio è stato annullato perché non era stato contratto davanti a un sacerdote cattolico. Per tre anni Anthony ha vissuto di rendita con i soldi guadagnati in precedenza.


“Ho vissuto come una rock star”, ha confessato. “Ho speso tutto”.


In quel periodo non si era ancora riavvicinato alla fede, ma la madre ha iniziato ad andare a Messa quasi ogni giorno pregando perché Anthony cambiasse vita.


Quando i soldi hanno cominciato a scarseggiare, Anthony ha ricominciato a lavorare vendendo macchine ed è diventato amico di un uomo che era andato da lui per una riparazione. Ha poi saputo che era un sacerdote cattolico, John Kilmartin. Anthony ha iniziato a fargli visita regolarmente, guardando l’evangelizzatore televisivo Billy Graham con lui il sabato sera. Ha cominciato a portare il sacerdote alle visite mediche e a lavorare come manager delle infrastrutture nella sua chiesa.

 
 

“Non mi ha mai rimproverato”, ha detto Anthony, confessando che ha iniziato a capire che voleva la fede che vedeva in padre Kilmartin. “Volevo il perdono di Dio, ma non riuscivo neanche a ricordare tutti i miei peccati e pensavo di non meritarmelo”.

Anthony ha quindi recitato il Padre Nostro, che il padre gli aveva insegnato da piccolo. Quando ha detto “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ha provato un grande senso di pace. “Nella mia vita è cambiato tutto quando quella pace è scesa su di me”.

Ha quindi iniziato a seguire le lezioni di religione per laici e a studiare il Catechismo della Chiesa Cattolica presso il St. John’s Seminary di Brighton (Massachusetts). Ha cominciato a leggere la Bibbia e a seguire lezioni serali presso il Boston College, con padre Kilmartin che lo ha aiutato a pagare la retta. Quando il suo mentore è morto, ha iniziato a pensare seriamente al sacerdozio.

James Woods, decano del Woods College of Advancing Studies del Boston College, ha aiutato Anthony a ottenere una borsa di studio. Anthony ha conseguito un baccellierato in Filosofia in meno di tre anni. Woods lo ha poi messo in contatto con la diocesi di Portland, che aveva bisogno di sacerdoti e lo ha mandato al Pope St. John XXIII National Seminary di Weston (Massachusetts), che prepara sacerdoti sopra i 30 anni. Visto che il suo percorso non era quello “classico”, Anthony dice di aver trascorso più tempo in seminario rispetto agli aspiranti sacerdoti più giovani.

Alla Messa della sua ordinazione hanno partecipato più di 800 persone, tra cui la madre Louise e il figlio Mark, che oggi ha 33 anni.

Dopo la celebrazione, il neosacerdote ha offerto le sue prime benedizioni ai fedeli, e Louise non poteva mancare. Quando suo figlio l’ha benedetta ha iniziato a piangere, portandosi al petto la testa di Anthony, che l’ha abbracciata forte.

Quanto a Mark, quando Anthony era diacono e si preparava al sacerdozio lo ha incoraggiato a considerare la sua ordinazione non come la perdita di un padre, ma come l’acquisto di una famiglia più ampia nella Chiesa cattolica.

“Ha detto che ora ho 1,2 miliardi di fratelli e sorelle”, ha confessato il ragazzo.


17/03/2018 17.27
 
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Me ne sono andata in Francia per scappare da Dio,
invece Lo stavo cercando

GIRL IN PARIS
 

Finalmente ero in un paese laico, libero, davvero civile, non come l'Italia, retrograda e bigotta, pensavo. Ma mi ero sbagliata. Che rivoluzione, la conversione!

di Elena Biondi

Sono arrivata in Francia a ventitré anni grazie a uno scambio fra la mia università e quella di Tolosa e fin dall’inizio del mio soggiorno avevo un solo desiderio: lasciarmi tutto alle spalle e non tornare più indietro. Vedevo l’Italia come una terra arretrata e bigotta, un luogo dominato dall’influenza nefasta della Chiesa che l’aveva tenuta ancorata al passato.

Per questo motivo, come capii con chiarezza solo anni dopo, fra le tante mete possibili avevo scelto proprio la Francia, paese in anticipo su molte mode e tendenze. Già allora (siamo negli anni 90) la vigorosa tradizione laica e anticlericale aveva segregato la religione all’ambito privato della vita delle persone, per farla il più delle volte sparire definitivamente dal panorama sociale ma anche dal cuore della gente, dato che una fede non più annunciata non è neanche pienamente vissuta. Proprio perché la Chiesa vi faceva sentire molto meno la sua presenza, rispetto all’Italia, questo paese per me rappresentava idealmente un luogo civile e avanzato, ovvero tutto il contrario di quello da cui provenivo. Adesso fatico a ricordare il mio stato d’animo di allora poiché, come ho scritto altrove, in seguito – per mia somma fortuna – il Signore mi ha fatto comprendere l’errore in cui ero caduta.

Tornando alla “me” di quegli anni, ricordo che coltivavo questo rancore, travestito da indifferenza, per rivolta verso la mia famiglia che mi aveva appunto dato un’educazione cattolica. I motivi sarebbero complicati da spiegare nei dettagli: una ribellione adolescenziale mal gestita e ravvivata da amici e insegnanti anticlericali e relativisti. Inutile sviscerare quei soliti cliché, che avevo assorbito come idee originali e verità assolute: Galileo, le crociate, Giordano Bruno, l’inquisizione

In una parola, secondo questi discorsi di cui mi ero abbondantemente nutrita, tutte le opinioni andavano bene indistintamente, tranne ovviamente quelle cattoliche. Queste idee mi avevano formata in profondità, orientando la mia visione del mondo proprio negli anni in cui stavo elaborando una mia identità. L’educazione cattolica che la mia famiglia mi aveva impartito aveva dunque finito di rappresentare ai miei occhi la fonte di tutti i mali, avendo represso – così credevo – il meglio di me. Emigrando in Francia cercavo di ritrovare quella libertà che secondo me una Chiesa oppressiva mi aveva fino ad allora sottratto. Fu così che presi il treno e, senza conoscere una parola di francese, sbarcai a Tolosa in un giorno di fine agosto.

Non voglio però fare di tutta l’erba un fascio: in quello slancio verso l’esterno – e l’estero -, in quel desiderio di uscire dalla gabbia c’era anche qualcosa di molto positivo. C’era una spinta letteralmente irreprimibile a conoscere cose sempre nuove e ad ampliare i miei orizzonti con esperienze reali, esperienze che nessun libro – lo sapevo bene – avrebbe potuto sostituire. Anni dopo, seguendo corsi di teologia, ho appreso che “cattolico” deriva dall’espressione greca katà òlos, che si può tradurre proprio con “universale”. Il cattolico è – deve essere – aperto alla realtà, una realtà vista come un tutto unico ma con mille sfaccettature, tutte da esplorare.

Finalmente ero in un paese laico, libero, davvero civile, non come l'Italia, retrograda e bigotta, pensavo. Ma mi ero sbagliata. Che rivoluzione, la conversione!

 La realtà è creata da Dio e di Lui ci parla se riusciamo a guardarla senza porre in mezzo le nostre proiezioni mentali. Ora io, intuendo confusamente di averne, cercavo di ripulire la mia visione del mondo, allargandola e confrontandola con altre. Così avrei potuto operare confronti e smascherare gli stereotipi, cioè le idee che non fossero confermate dalle mie personali esperienze sul campo.

Ecco, da allora molte cose in me sono cambiate, tanto che come ho detto stento a ricostruire il mio percorso, ma questo desiderio prepotente lo ritrovo dentro di me ancora oggi con la stessa intensità, quello che è cambiato è l’obiettivo. A differenza di prima non è più fine a se stesso, non alimenta più una sorta di “bulimia intellettuale” certo molto autogratificante. Con la conversione si è indirizzato verso l’alto e verso l’Altro, verso Colui che ne è la fonte, ma anche il fine ultimo. Più passa il tempo e più sono consapevole che la passione per la conoscenza rappresenta la parte migliore di me, quella aperta alla trascendenza e all’Assoluto. Cercare la Verità avvicina a Dio, la Verità ci farà liberi e di conseguenza, come ha detto qualcuno, la menzogna ci renderà schiavi. Non esistono vie di mezzo. Così, paradossalmente, imbarcandomi in quell’avventura credevo di fuggire da Dio ma in realtà Lo cercavo con tutta me stessa.


18/03/2018 21.49
 
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Questa suora santa è morta il mese scorso,
e vale la pena di meditare sulla saggezza che ci ha lasciato e di memorizzarla

Non dimenticherò mai la prima volta in cui ho incontrato suor Caritas. La sua salute era in declino e si era appena trasferita a Boston per iniziare la fase finale della sua vita. Un giorno stavo camminando nell’atrio e ho visto una suora anziana a circa 15 metri da me. Mentre mi dirigevo verso di lei ha spalancato le braccia come per avvolgermi. Ho pensato: “Questa suora mi sta sicuramente confondendo con qualcun altro. Non la conosco”. Ma suor Caritas non era confusa. Era piena di gioia alla vista di una giovane consorella. Mi ha abbracciata, mi ha guardata negli occhi e ha iniziato a bersagliarmi di domande. Non dimenticherò mai il suo benvenuto. Posso dire in tutta onestà di non essere mai stata accolta con tanto amore da una persona estranea.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo

Suor Maria Caritas, FSP, è morta il 1° febbraio. Non era famosa. Conduceva una vita nascosta, soprattutto negli ultimi anni a Boston. In precedenza era stata a Toronto e in quella zona aveva degli stretti familiari. Per lei è stato molto difficile quando le è stato chiesto di trasferirsi a Boston per via della sua salute, ma alla fine, anche se lo spostamento le è costato, si è arresa alla volontà di Dio.

Suor Caritas è sempre stata una persona dal carattere forte. Suor Anne Flanagan ha scritto di lei in un articolo recente: “È cresciuta in Sicilia, con un carattere forte e determinato come il suo cognome: Forte!”

Angelica Forte era nata in Italia, terza figlia di genitori affettuosi ai quali era stato consigliato di abortirla. Hanno invece recitato novena su novena e lei alla fine è nata sana. La sua famiglia la chiamava “la bambina del miracolo”.

Da giovane aveva molti pretendenti, e quando decise di entrare in convento la madre la portò da un sacerdote e gli chiese di convincerla invece a sposare un giovane che riteneva particolarmente adatto. La giovane Angelica, che aveva cercato di spiegare alla madre che il suo cuore apparteneva già a Gesù, alla fine si alzò e mise le mani sulla scrivania del sacerdote. “Padre!”, esclamò, “dica a mia madre che se le piace tanto quel ragazzo se lo può prendere!”

La santa suora è morta il mese scorso. Vale la pena di meditare sulla saggezza che ci ha lasciato e di memorizzarla. Nel corso della sua vita religiosa, suor Caritas ha mantenuto il suo splendido spirito audace. È stata missionaria in Canada e ha imparato l’inglese e il francese. Ha affrontato molte sofferenze, inclusa alla fine una lunga malattia debilitante, ma in ogni sofferenza si è arresa a Dio, confidando nel Suo amore.

Una volta ha scritto quale fosse il segreto della sua vita religiosa: “Non faccio niente per me stessa, e quindi vedo l’aspetto positivo in ciò che va fatto e non mi trattengo mai”.

Suor Caritas è stata un esempio per le sue consorelle, soprattutto nel modo in cui ha preso a cuore il suo nome religioso, Carità. Con la grazia di Dio, ha provato ad essere fonte di carità per chi la circondava.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo
Il rosario e altri oggetti personali di suor Caritas

Scriveva sul suo diario piccole note che la incoraggiassero: “Caritas, non ti stancare; prega, prega, prega”. Il modo deciso in cui ha cercato di mettere in pratica il suo nome era uno splendido omaggio al Dio che amava così tanto e che è l’Amore stesso.

Dopo la morte di suor Caritas, le consorelle hanno trovato questo elenco nel suo diario. Coglie lo spirito del modo semplice e splendido in cui ha cercato di incarnare la carità nella sua vita e offre un progetto di vita e d’amore per tutti noi.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo

10 Cose di cui uno non si pente mai:

1. Fai del bene a tutti
2. Non parlar male di nessuno
3. Prima di decidere rifletti
4. Non parlare quando sei agitato
5. Aiuta chi è sfortunato
6. Ammetti il tuo errore
7. Sii paziente con tutti
8. Ascolta ma non per raccontare
9. Non credere a cose spiacevoli sugli altri
10. Preparati a morire (questo sottolineato)


14/04/2018 12.21
 
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14/04/2018 12.23
 
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14/04/2018 12.24
 
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17/04/2018 11.13
 
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Il conduttore televisivo FABRIZIO FRIZZI,  era un cattolico fervente.
Oltre ad essere un volto storico dell'Unitalsi, con la quale accompagnava i malati a Lourdes

FABRIZIO FRIZZI

«Ho sempre avuto la gioia di vivere e di godere la vita momento per momento, l’esperienza brutta che ho dovuto affrontare non ha fatto altro che confermare quello che già sapevo. La vita va goduta, perché non sai mai quello che succede domani».

Così su Tv Sorrisi e Canzoni (23 gennaio 2018) Fabrizio Frizziraccontava la sua malattia, dalla quale si era ripreso dopo una lunga degenza. Il 23 febbraio 2017, il popolare conduttore televisivo scomparso oggi, aveva subito una grave emorragia cerebrale. Stava lavorando per l’Eredità, la trasmissione di Raiuno, quando si sentì male e fu portato in ospedale, dove si certificò l’ictus.

Da allora ha iniziato a lottare «come un leone», per tornare quello di un tempo. Tra mille difficoltà aveva anche ripreso la conduzione, ma le sue condizioni non erano mai tornate stabili.

Stella e la Madonna

Frizzi era una persona molto credente. In un’intervista ad Oggi (2013) rivelava il suo rapporto con la fede, confidando di aver chiesto la protezione della Madonna per la figlia Stella, nata a maggio 2013 dalla moglie Carlotta Mantovan.

Il conduttore diceva di considerare la figlia, avuta a 53 anni, come un dono di Maria.  «Ringrazio Dio e la Madonna tutti i giorni. Durante la gravidanza ci sono stati problemi seri, e ci siamo affidati a Maria. Abbiamo chiesto protezione per la mamma e la bambina. E ora che tutto è andato bene, il senso di gratitudine è forte», confidava il conduttore.

“Faccio anche da mamma”

E, a proposito dell’esperienza della paternità, Frizzi rivelava: «Sono un papà, ma se serve sono in grado anche di fare da mamma. Di pappe e pannolini se ne occupa soprattutto Carlotta. Lo fa molto volentieri, ma ogni tanto mi delega e io lo faccio con grande piacere».

I viaggi a Lourdes

Da 15 anni, Frizzi era il volto ufficiale della Giornata nazionale dell’Unitalsi. E in prima persona ha accompagnato i malati a Lourdes così come ha condotto molte manifestazioni nella Basilica sotterranea di San Pio X davanti a 15.000 persone, malati e volontari. Di loro, ricordava in una testimonianza rilasciata a Tv2000 «colpiva il sorriso e la gioia di stare insieme in qauel momento speciale» (Famiglia Cristiana, 26 marzo).

Quando donò il midollo osseo

Ma non solo. Il conduttore, nel 2000, ha compiuto un grande ed indimenticabile gesto di solidarietà verso il prossimo. Per Valeria Favorito, nata nell’ ’88, la vita è ricominciata proprio grazie a Frizzi, dopo la diagnosi di leucemia mieloide acuta. Dopo anni di ricerca di un donatore compatibile, finalmente da Roma qualcuno disse: «Sono pronto». Era proprio lui al telefono: Fabrizio Frizzi!

«La generosità è una parola con cui tanti si riempiono la bocca, tu invece in silenzio, con semplicità e riservatezza, lo hai fatto davvero. Ora il mio sangue è il tuo sangue», disse la donna dopo la felicità riconquistata, aggiungendo con commozione: «Ogni giorno ringrazio Dio per avermi fatto rivivere la vita grazie a te».

La fede ritrovata con suor Gemma

Invece, in un’intervista a Pontifex (2010) il conduttore confessava di aver ritrovato la fede, dopo un periodo di incertezza, grazie alla Santa della Bellezza, Gemma Galgani, ammirando una sua immaginetta. «Io sono sempre stato cattolico, ma ad un certo punto della mia vita mi ha assillato il tarlo del dubbio, della sfiducia. Un caro parente stava morendo per una grave malattia ed io non accettavo questa idea, il mio animo era turbato».

ŚWIĘTA GEMMA GALGANI
EAST NEWS

Un giorno a Lucca, rammentava Frizzi, «il mio sguardo cadde sulla immaginetta di san Gemma Galgani e quel volto bello, pacifico e armonioso, il suo sguardo puro mi hanno rasserenato e in un certo senso convertito. Devo a San Gemma Galgani l’aver ritrovato la fede, quella vera».

 





14/06/2018 19.14
 
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Il veterano di guerra si converte a 95 anni:
«E’ da una vita che Ti cercavo»

L’australiano Stanley Everett compirà 96 anni a luglio e da pochi giorni ha ricevuto i sacramenti cattolici del Battesimo, dell’Eucarestia e della Cresima.

I tanti anni alle spalle non gli hanno tolto la lucidità: «Mi sembra che ho ancora tanto da imparare. Tanto per cominciare, inizio a fare il segno della croce quando gli altri hanno già finito», ironizzando sull’ormai lentezza dei movimenti.

Il 17 maggio scorso ha ricevuto la Prima Comunione nella cappella Villa Maria Centre, a Fortitude Valley (Australia). «Un completo cambiamento della mia vita. Per tutta la vita l’ho cercato», ha detto riferendosi a Colui che, unico, salva l’esistenza umana dall’effimero nulla a cui è altrimenti destinata.

Ufficiale per la Gran Bretagna e l’Australia durante la Seconda guerra, Stanley Everett fu inviato in Nord Africa dove venne addestrato per disinnescare e detonare mine antiuomo. Oggi è un veterano di guerra, si è convertito e frequenta la diocesi di Brisbane.

Dopo 95 anni di ricerca di quel Volto, ora dice di essere giunto a casa. «E’ il Signore che mi ha portato qui. Nella vita puoi sempre guardarti indietro, se hai retrospettiva, guardi indietro e dici: “Questo l’ha voluto il Signore”». E ancora: «Se cerchiamo le cose che abbiamo voluto fare noi, troveremo spesso una pagina vuota. Ma se cerchiamo ciò che Lui ha fatto nella nostra vita, non ci sarà spazio in quella pagina. Perché sarà piena».

In una società che idolatra (e, forse, sopravvaluta) la gioventù, Papa Francesco ci ricorda invece l’importanza degli anziani e dei nonni, che sono «le radici e la memoria di un popolo». La testimonianza di Stanley è un bell’esempio di ciò.


19/06/2018 23.44
 
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Błaszczykowski, il capitano della Polonia ci mette la faccia:
«io non mi vergogno di Gesù»

Il Mondiale di calcio è iniziato, lasciando a casa la nostra Nazionale. Oggi la selezione polacca sfida il Senegal e a guidare la Polonia è il difensore Jakub Błaszczykowski. Nome impronunciabile, poco conosciuto da noi (nonostante una parentesi nella Fiorentina), ma famoso in Germania e considerato eroe nazionale in patria.

Il suo personaggio va oltre all’ambito sportivo. Originario di Częstochowa, il più importante luogo mariano per i polacchi, all’età di 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e lei gli morì tra le braccia. Assieme al fratello Dawid è cresciuto con la nonna, Felicja Brzeczeck, una devota cattolica che trasmise a loro la fede, accompagnandoli a Messa ed instillando in loro l’abitudine della preghiera e della lettura del Vangelo, cosa che il calciatore rivela di fare ancora oggi.

E’ grazie alla fede che è emerso dal dolore per quanto accadutogli. La vicenda è divenuta nota nel 2012 quando, poco prima dell’inizio del campionato europeo, Jakub si assentò per ragioni personali. Scoprì infatti che il padre -che non vedeva dal giorno dell’omicidio- stava per morire e volle incontrarlo, per perdonarlo. «Quello che mi è successo da bambino ha dato una svolta di 180 gradi alla mia vita», ha confessato. «Non capirò mai cosa è successo o perché è successo, ma quel ricordo mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Darei tutto per vedere mia madre viva».

Błaszczykowski è oggi molto coinvolto nelle opere caritatevoli della Chiesa cattolica ed è un testimonial della Caritas polacca. Organizza feste tra sacerdoti ed atleti d’élite per raccogliere fondi da destinare ai bisognosi ed ogni anno dona magliette sportive ed altri oggetti firmati alle organizzazioni cattoliche, che a loro volta li mettono all’asta. Il capitano polacco ha anche partecipato ad iniziative di evangelizzazione come il National Reading Day. E’ sposato e padre di una figlia.

Nel 2011 ha partecipato alla campagna “Non mi vergogno di Gesù”, organizzata dal mondo cattolico polacco in risposta all’azione di alcuni studenti che hanno chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole superiori. In un video ha affermato: «Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

All’iniziativa ha partecipato anche il suo collega e amico polacco, Robert Lewandowski (che si dice in dirittura d’arrivo alla Juventus). Abbiamo già parlato di lui in un precedente articolo: «No, non mi vergogno di Gesù o della mia fede», ha dichiarato l’attuale attaccante del Bayer Monaco. «So che Dio è con me. Quando si parla di fede, sappiamo che nella vita moderna e nel mondo tutto sta andando molto velocemente, spesso dimentichiamo i nostri valori e ciò che è veramente più importante per noi. Per quanto mi riguarda, questa fede mi aiuta sul campo, ma anche al di fuori di esso, aiutandomi ad essere un brav’uomo e fare meno errori possibili».


01/07/2018 21.58
 
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Błaszczykowski, il capitano della Polonia ci mette la faccia:
«io non mi vergogno di Gesù»

Il Mondiale di calcio è iniziato, lasciando a casa la nostra Nazionale. Oggi la selezione polacca sfida il Senegal e a guidare la Polonia è il difensore Jakub Błaszczykowski. Nome impronunciabile, poco conosciuto da noi (nonostante una parentesi nella Fiorentina), ma famoso in Germania e considerato eroe nazionale in patria.

Il suo personaggio va oltre all’ambito sportivo. Originario di Częstochowa, il più importante luogo mariano per i polacchi, all’età di 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e lei gli morì tra le braccia. Assieme al fratello Dawid è cresciuto con la nonna, Felicja Brzeczeck, una devota cattolica che trasmise a loro la fede, accompagnandoli a Messa ed instillando in loro l’abitudine della preghiera e della lettura del Vangelo, cosa che il calciatore rivela di fare ancora oggi.

E’ grazie alla fede che è emerso dal dolore per quanto accadutogli. La vicenda è divenuta nota nel 2012 quando, poco prima dell’inizio delcampionato europeo, Jakub si assentò per ragioni personali. Scoprì infatti che il padre -che non vedeva dal giorno dell’omicidio- stava per morire e volle incontrarlo, per perdonarlo. «Quello che mi è successo da bambino ha dato una svolta di 180 gradi alla mia vita»ha confessato«Non capirò mai cosa è successo o perché è successo, ma quel ricordo mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Darei tutto per vedere mia madre viva».

Błaszczykowski è oggi molto coinvolto nelle opere caritatevoli della Chiesa cattolica ed è un testimonial della Caritas polacca. Organizza feste tra sacerdoti ed atleti d’élite per raccogliere fondi da destinare ai bisognosi ed ogni anno dona magliette sportive ed altri oggetti firmati alle organizzazioni cattoliche, che a loro volta li mettono all’asta. Il capitano polacco ha anche partecipato ad iniziative di evangelizzazione come il National Reading Day. E’ sposato e padre di una figlia.

Nel 2011 ha partecipato alla campagna “Non mi vergogno di Gesù”, organizzata dal mondo cattolico polacco in risposta all’azione di alcuni studenti che hanno chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole superiori. In un video ha affermato«Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

All’iniziativa ha partecipato anche il suo collega e amico polacco, Robert Lewandowski (che si dice in dirittura d’arrivo alla Juventus). Abbiamo già parlato di lui in un precedente articolo«No, non mi vergogno di Gesù o della mia fede», ha dichiarato l’attuale attaccante del Bayer Monaco. «So che Dio è con me. Quando si parla di fede, sappiamo che nella vita moderna e nel mondo tutto sta andando molto velocemente, spessodimentichiamo i nostri valori e ciò che è veramente più importante per noi. Per quanto mi riguarda, questa fede mi aiuta sul campo, ma anche al di fuori di esso, aiutandomi ad essere un brav’uomo e fare meno errori possibili».

 

11/07/2018 10.27
 
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Le domande sulla vita non badano ai titoli nobiliari



CHARLOTTE CASIRAGHI




Ha inaugurato per il Principato di Monaco i Rencontres Philosopihques e tra le sue ambizioni c’è quella di avvicinare i bambini alla filosofia anche se, non è la prima a riconoscerlo, i bambini possiedono una innata profondità di domande ed un rigore che spesso non rintracciamo più negli adulti. Sono cioè naturaliterfilosofici. La sequenza dei perché con i quali spesso inchiodano mamma e papà perché rivelino loro il senso delle cose è la dimostrazione più ricorrente e lampante di questa loro urgenza.


La bellissima Charlotte, figlia secondogenita della principessa Caroline e di Stefano Casiraghi, ha forse la stessa sana inquietudine, non più infantile ma esistenziale, alla quale crede di aver trovato casa proprio negli studi filosofici. Ai pochissimi e sceltissimi giornalisti presenti alla serata conclusiva e all’incontro la mattina seguente per la presentazione dell’iniziativa di cui è volitiva promotrice la Mademoiselle risponde alla domanda sulla genesi di questa sua passione in questo modo:



Gli incontri sono stati importanti. Anche le letture. Ma non posso dirle: “Ho letto un saggio ed è successo questo”; solo che ho una natura inquieta, e che mi sono sempre posta domande sulla vita, la morte, il tempo…


(…) Ho sempre letto molti libri e poesie: danno emozioni profonde, e acuiscono la sensibilità. La filosofia è stata determinante nel riuscire ad accogliere questa intensità senza perdermi. (Io Donna)



Non manca la riflessione sulla strutturale e forse solo apparenteimmediatezza garantita dall’Olimpo del web dove, come Zeus, Google sa e governa molte cose e al quale sembra che possiamo ma ormai dobbiamo chiedere tutto. Invece, osserva Charlotte la filosofia esige tensione, tempo, forse anche attesa. 


Diciamolo subito così non ci distrae più: la giovane, bellissima, ricchissima mademoiselle può decidere di abbracciare una causa simile perché è appunto ricca, bella, influente e preservata dalle molte angustie che invece attanagliano le vite di gran parte dei mortali. Ma mortale è lei pure e questo non dà pace ai ricchi come non ne dà ai poveri. E sia i poveri sia i ricchi sono dotati di ragione e di passioni.



Non si può dire: «Le domande su amore, desiderio, corpo, accoglienza non mi interessano»: sono il cuore della vita (Ibidem)



La sua “passione” più specifica si concentra proprio sulle passioni e sulle emozioni. E’ proprio su questo tema che ha scritto e pubblicato il suo primo libro, Archipel des passions nato dalla collaborazione con il suo professore di liceo, Robert Maggiori. Nelle loro conversazioni messe su carta invitano ad approcciare le passioni e le emozioni in modo maggiormente umano, ovvero a governarle e a non subirle. Non male come proposito.






Una notazione preziosa e universale, sebbene ferocemente minacciata dall’attuale ondata ideologica gender, che emerge dall’intervista riportata su Io Donna è quella sulla nascita:

D-Nella sua lettura, la nascita è considerata il primo gesto di ospitalità. Dato che è mamma, questi temi la toccano in modo speciale?
R-È un grande errore pensare che solo una madre sia in grado di comprendere la relazione tra nascita e accoglienza: al contrario siamo tutti coinvolti da questa prima “ospitalità” che abbiamo avuto e ci ha protetto. (Ibidem)

Tutti siamo nati da una madre, anche i padri. Anche le donne che hanno figli, anche i figli che non diventano padri. Charlotte di figli ne ha già uno di 4 anni ed è in attesa del secondo, da un altro uomo. E se vive con questa irrequietezza (non solo quella che le ha fatto cambiare compagni ma proprio l’inquietudine esistenziale che denuncia lei stessa) di sicuro si sarà lasciata interrogare dalla sua stessa esperienza di maternità.

Questa giovane donna, brillante studentessa, giornalista e scrittrice, modella, icona di stile e tutto il resto avrà forse capito, non solo dai libri ma anche per i dolori che non sono mancati nella sua vita (ha perso il papà a soli 5 anni), pur essendo ricca e piena di privilegi che “anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni! (Luca 12, 15)?

 


11/07/2018 10.32
 
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Nel mondo ci sono 5.000 vergini consacrate.
Che pregano per tutti 

CONSECRATED VIRGINITY
 
 

Un documento vaticano approfondisce le caratteristiche e la disciplina di questa vocazione speciale fuori dai monasteri

Il Vaticano ha pubblicato questo 4 luglio l’Istruzione Ecclesiae Sponsae Imago sull’Ordo Virginum, che disciplina la vocazione di circa 5.000 “vergini consacrate” (secondo dati del 2016).

Il documento è quindi rivolto alle donne che scelgono di essere vergini e restano nel loro contesto ordinario di vita per evangelizzare e servire. Queste consacrate vivono da sole o in comunità, e alcune si dedicano a insegnare o al servizio in ospedali o missioni, senza essere suore. Vivono in ogni continente, in varie diocesi.

Le “vergini consacrate” offrono la propria testimonianza di vita nell’ambito della società e della Chiesa, ha ricordato il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il cardinale João Braz de Aviz.

Si tratta del “primo documento della Sede Apostolica che approfondisce la fisionomia e la disciplina di questa forma di vita”, e il testo viene alla luce a seguito del Rito liturgico e delle norme approvate da Papa Paolo VI.

Il nuovo rito di consacrazione con cui una vergine si consacrava a Dio come “immagine della Chiesa sposa di Cristo” è stato approvato quasi 50 anni fa (21 maggio 1970) su mandato di Papa Montini, ma era una tradizione radicata nel cristianesimo dei primi secoli.

Dopo il Concilio Vaticano II e dopo secoli, si è concessa alle donne vergini questa forma di consacrazione, prima riservata solo alle suore.

 

L’Ecclesiae Sponsae Imago vuole aiutare a scoprire la bellezza di questa vocazione e a mostrare come il Signore “trasfigura la vita di tante donne” ogni giorno, ha affermato il porporato.

Il documento è una guida rivolta ai vescovi e alle vergini consacrate, così come alle donne in formazione. Il testo è rivolto alle donne interessate a questa “peculiare vocazione”, ha spiegato il segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, monsignor José Rodríguez Carballo, O,F.M.

Immagini della cerimonia di una vergine consacrata:

“Alcuni passi del Nuovo Testamento testimoniano che già nelle comunità apostoliche erano presenti donne che, accogliendo il carisma della verginità, lo abbracciavano come stabile condizione di vita per occuparsi con cuore indiviso delle cose del Signore”, ha ricordato.

“Insieme con le altre forme di vita ascetica, la scelta della verginità fiorì spontaneamente in tutte le regioni nelle quali il cristianesimo si diffondeva, assumendo le caratteristiche di uno stato di vita pubblicamente riconosciuto nella Chiesa come Ordo virginum, con espressione analoga a quelle usate per indicare gli altri Ordines (Ordo episcoporum, Ordo presbyterorum, Ordo diaconorum, Ordo viduarum)”.

Significato

Monsignor José Rodríguez Carballo ha spiegato il significato che aveva questa vocazione nelle prime comunità cristiane e il grado di ammirazione che ha raggiunto tra i credenti cristiani, sottolineando che è stata anche motivo di persecuzione e martirio.

Le vergini consacrate ricevevano il titolo di sposa di Cristo. In loro, infatti, si riflette l’immagine della Chiesa, vergine perché conserva intatta la fede, sposa perché indissolubilmente unita a Cristo suo Sposo, madre perché il Crocifisso Risorto genera in lei la vita nuova secondo lo Spirito.

Martirio

Durante la persecuzione dei cristiani, molte vergini cristiane affrontarono il martirio. In seguito questa decisione virginale rimase circondata da grande considerazione e stima. Dal IV secolo, questo stato di vita si consolidava col rito solenne della consacrazione delle vergini, presieduto dal vescovo diocesano.

Vita familiare e sociale

 

Le vergini consacrate si sono mantenute all’interno del loro contesto familiare e sociale, partecipano attivamente alla vita della comunità cristiana e mantengono un legame con il vescovo, che esprime il carattere escatologico della Chiesa, la Sposa purificata e santa per amore dello Sposo, che vigila sul suo ritorno glorioso e anticipa l’incontro con Lui.

Nel Medioevo, le vergini consacrate si sono riunite a poco a poco nei monasteri per via della nascita del monachesimo e per complesse ragioni storiche e culturali.

È stato così che nel diritto canonico lo stato di vita consacrata femminile è arrivato a identificarsi con la vita contemplativa di clausura.

Monasteri

Il rituale della consecratio virginum, utilizzato solo in alcuni monasteri, si è arricchito nella sua forma di celebrazione, ma confinato alla comunità monastica ha influito sul vincolo con la comunità cristiana, caratteristica della comunità delle origini, che aveva un riferimento diretto all’autorità episcopale. Questa situazione è durata fino al Concilio Vaticano II, solo con alcune eccezioni.

Concilio Vaticano II

Dopo il Concilio sono state gettate le basi per la revisione del rito, e la Congregazione vaticana per il Culto Divino ha promulgato il nuovo Ordo, in cui era prevista la possibilità di consacrare donne che restano nel loro contesto di vita.

“Ripresa dopo molti secoli e in un contesto storico, sociale ed ecclesiale radicalmente mutato, questa consacrazione ha rivelato una sorprendente forza di attrazione”.

Il Concilio Vaticano II ha risposto al desiderio di molte donne che volevano dedicarsi totalmente al Signore e ai fratelli, “ma anche alla contestuale riscoperta dell’identità propria della Chiesa particolare nella comunione dell’unico Corpo di Cristo”.

Nel documento si spiega che “la verginità cristiana si pone così nel mondo come segno manifesto del Regno futuro perché la sua presenza rivela la relatività dei beni materiali e la transitorietà del mondo stesso”.

In questa nuova Istruzione, la Chiesa indica che “le donne che ricevono questa consacrazione sono chiamate a vivere la docilità allo Spirito santo, a sperimentare il dinamismo trasformante della Parola di Dio che fa di tante donne diverse una comunione di sorelle e ad annunciare con la parola e con la vita il Vangelo di salvezza”.

“A Maria, icona perfetta della Chiesa, esse rivolgono lo sguardo, come alla stella che orienta il loro cammino. Alla sua materna protezione la Chiesa le affida”.

Il Vaticano spera di riunire nel 2020 a Roma tutte le vergini consacrate del mondo in un incontro internazionale per commemorare il 50° anniversario del rito accanto al Successore di Pietro.



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