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SALMO 1 Commento tratto dalla serie "Il tesoro di Davide" di C.H. Spurgeon

Ultimo Aggiornamento: 23/04/2018 09.38
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13/12/2017 13.44
 
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Propongo uno studio sul Salmo 1, tratto dal primo volume della serie "Il tesoro di Davide" di C.H. Spurgeon, nella speranza che possa essere di edificazione come lo è stato per me. Lo pubblicherò a pezzi perché è lungo... contiene il commento versetto per versetto di Spurgeon più commenti di vari predicatori importanti del 600 e del 700. Buona lettura e che il Signore possa istruirci e benedirci attraverso questo studio della Sua Parola.

SALMO 1

1 Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via de’ peccatori, né si siede sul banco degli schernitori; 2 ma il cui diletto è nella legge dell’Eterno, e su quella legge medita giorno e notte. 3 Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d’acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà. 4 Non così gli empi; anzi son come pula che il vento porta via. 5 Perciò gli empi non reggeranno dinanzi al giudizio, né i peccatori nella raunanza dei giusti. 6 Poiché l’Eterno conosce la via de’ giusti, ma la via degli empi mena alla rovina.

I - TITOLO

Questo Salmo può essere considerato  IL SALMO INTRODUTTIVO, perché introduce il contenuto dell’intero libro. Il desiderio del Salmista è insegnarci la via che porta alla vera beatitudine, come pure ammonirci a riguardo della sicura distruzione dei peccatori. Questo, in sintesi, è il tema del primo Salmo, che può essere considerato, per certi versi, come il testo sul quale l’intero libro dei Salmi compone un divino Sermone.

II - SUDDIVISIONE

Questo Salmo è composto di due parti. Nella prima (dal versetto 1 fino alla fine del terzo) Davide presenta in che cosa consiste la felicità e la beatitudine di un uomo pio, come si esprime e quali benedizioni egli riceverà dal Signore. Nella seconda parte (dal versetto 4 alla fine), egli mette a confronto la condizione e il carattere dell’empio, rivela il futuro e descrive, con un linguaggio molto efficace, il suo destino finale.

III - ESPOSIZIONE

Vv. 1,2. BEATO – Si noti che questo libro comincia con una benedizione, proprio come il famoso “Sermone sul Monte” del nostro Signore. La parola qui tradotta con “beato” è molto espressiva. Il termine originale è al plurale, ed è difficile stabilire se si tratta di un aggettivo oppure di un sostantivo. Da questo possiamo apprendere quanto siano molteplici le benedizioni dell’uomo che Dio giustifica, come pure la perfezione e la grandezza della beatitudine che egli godrà. Perciò, potremmo renderlo con: «Oh quanto è beato»! Inoltre, potremmo considerarlo (come fa Ainsworth) come una gioiosa acclamazione sulla felicità di un uomo toccato dalla grazia. Possano simili benedizioni posarsi pure su di noi! Qui l’uomo toccato dalla grazia viene descritto sia negativamente (v. 1), che positivamente (v. 2). Ecco un uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi. Egli accoglie consigli più saggi di quelli e cammina secondo i comandamenti del Signore suo Dio. Per lui i sentieri della pietà sono sentieri pacifici e piacevoli. I suoi passi sono guidati dalla Parola di Dio, non dai progetti di furbizia e di malvagità degli uomini; e questo è l’effetto della grazia interiore, che porta al cambiamento delle azioni e delle intenzioni. Notate, poi, come egli non si ferma nella via dei peccatori. Le sue nuove compagnie sono decisamente migliori delle precedenti. Sebbene sia un peccatore, è ora lavato dal sangue, risvegliato dallo Spirito Santo, e rinnovato nel cuore. Ora che si trova, per la ricca grazia di Dio, nella comunità dei giusti, non osa più accodarsi alla moltitudine che fa il male. Ancora di lui si dice: non si siede in compagnia degli schernitori. Egli non trova compiacimento alcuno negli scherni dell’ateo. Siano altri a beffarsi del peccato, dell’eternità dell’inferno e del paradiso, e dell’eterno Dio; quest’uomo ha imparato una filosofia migliore di quella dell’infedele. Egli ha troppa consapevolezza della presenza di Dio, per sopportare che il suo nome sia bestemmiato. Il seggio dello schernitore potrà anche essere elevato, ma si troverà molto vicino alle porte dell’inferno. Fuggiamo da esso, perché sarà ben presto vuoto, e la distruzione inghiottirà l’uomo che vi siede. Notate la progressione del primo versetto:

Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi
che non si ferma nella via dei peccatori,
né SI SIEDE sul BANCO degli SCHERNITORI.

Quando gli uomini vivono nel peccato, vanno di male in peggio. Dapprima essi semplicemente camminano secondo i consigli dei disavveduti e degli empi, che dimenticano Dio (il male qui è più pratico che abituale), e poi si abituano al male, e così si fermano sulla via dei peccatori, che violano di proposito i comandamenti di Dio. Se lasciati da soli, poi, fanno ancora un passo in avanti, e diventano maestri pestilenziali e tentano altre persone. È così che essi si siedono sul banco degli schernitori. Hanno acquisito a pieni voti la laurea di peccatori, e sono stati installati come veri Dottori di Dannazione, tanto da essere considerati dagli altri come Maestri di Belial. L’uomo beato, però, l’uomo che è titolare di tutte le benedizioni di Dio, non può in alcun modo essere in comunione con tali personaggi; egli si conserva puro da questi lebbrosi. Si sveste di queste cose malvagie, come di una veste sporcata dalla carne. Viene fuori dalla compagnia dei malvagi, ed esce dall’accampamento portando il vituperio di Cristo. Che grazia essere così separato dai peccatori! Si noti, ora, il suo carattere positivo. Il suo diletto è nella legge dell’Eterno. Egli non è sottoposto alla legge come a una maledizione o a una condanna, ma è in essa, e si rallegra che sia la regola della sua vita. Il suo diletto, inoltre, sta nel meditarla, nel leggerla di giorno e riflettere su di essa di notte. Nelle veglie della notte, inoltre, quando il sonno abbandona le sue palpebre, egli riflette sulla Parola di Dio. Nel giorno della sua prosperità, canta i salmi della Parola di Dio, e nella notte della sua afflizione trae conforto dalle promesse dello stesso libro. La legge dell’Eterno è il pane quotidiano dell’autentico credente. Eppure, ai giorni di Davide, quanto era piccolo il volume dell’ispirazione, perché a malapena avevano i primi cinque libri di Mosè! Quanto maggiormente, allora, dovremmo valorizzare l’intera Parola scritta, che abbiamo il privilegio d’avere nelle nostre case! Ahimè, quale infelice trattamento viene riservato a questo angelo dal Cielo! Noi non siamo come quelli di Berea, che investigavano meticolosamente le Scritture. Quanto sono pochi fra di noi coloro che possono far proprie le benedizioni del testo! Forse alcuni fra voi possono vantare una sorta di purezza negativa, perché non camminano nella via degli empi. Lasciate, però, che vi chieda: È il vostro diletto nella legge di Dio? Studiate voi la Parola di Dio? È essa per voi come l’uomo che sta alla vostra destra, il vostro miglior compagno e guida delle vostre giornate? Se non è così, questa beatitudine non vi appartiene! 
[Modificato da Ettore.87 13/12/2017 14.00]
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13/12/2017 20.40
 
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V. 3.  Egli sarà come un albero piantato, non un albero selvatico, ma un albero piantato, scelto, considerato come proprietà. È sicuro che esso non sarà oggetto dell’ultimo e terribile sradicamento, perché ogni pianta che il Padre mio celeste non ha piantata, sarà sradicata (Mt 15:13). Presso a rivi d’acqua, così anche se un ruscello dovesse prosciugarsi, egli potrà utilizzarne altri. I ruscelli del perdono e i ruscelli della grazia, i ruscelli delle promesse e i ruscelli della comunione con Cristo: essi sono fonti che forniscono sempre la loro acqua. Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d’acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, non grazie premature come i fichi fuori stagione, che non hanno mai un gusto pieno. L’uomo, però, che si diletta nella Parola di Dio, che è stato da essa istruito, produce pazienza nel tempo delle prove, come pure santa gioia nell’ora della prosperità. E la cui fronda non appassisce, poiché anche la sua parola più debole sarà eterna, persino i suoi più piccoli atti d’amore saranno ricordati. A conservarsi intatto non sarà solo il frutto, ma anche la fronda. Esso non perderà la sua bellezza, né la sua fecondità. E tutto quello che fa, prospererà. Beato quell’uomo che ha una tale promessa! Non dobbiamo, però, credere che l’adempimento di una promessa sia solo ciò che vediamo. Quanto spesso, cari fratelli miei, se giudichiamo con i nostri deboli sensi, giungiamo alla triste conclusione di Giacobbe: Tutto questo cade addosso a me (Ge 42:36 K.J.)! Noi, infatti, pur avendo ricevuto questa promessa, possiamo essere messi alla prova e turbati, tanto che ci sembra di non vedere altro che il contrario di ciò che la promessa afferma. Per l’occhio della fede, però, questa parola è sicura, e attraverso di essa noi vediamo come di fatto le nostre opere prosperano, anche se ci sembra che tutto vada contro di noi. Non è la prosperità esteriore ciò che più di tutto il cristiano desidera e apprezza, ma è la prosperità dell’anima, quella a cui anela. Noi spesso, come Giosafat, prepariamo delle navi per andare a Tarsis in cerca di oro, ma ci areniamo a Esion-Gheber. Anche in casi come questi, però, vi può essere vera prosperità, perché è spesso per la salute dell’anima che noi diventiamo poveri, afflitti e perseguitati. Le nostre cose peggiori si rivelano, infatti, le migliori. Allo stesso modo in cui vi è una maledizione nascosta nel fardello della misericordia dell’uomo malvagio, così si nasconde una benedizione nelle croci dell’uomo giusto, nelle sue perdite e afflizioni. Le prove che deve affrontare il santo, provengono dalla divina amministrazione: è attraverso di esse che egli cresce e porta frutto abbondante. 
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13/12/2017 20.49
 
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V. 4. Eccoci giunti così alla seconda parte del Salmo. In questo versetto l’autore contrappone all’immagine bella e piacevole dipinta fin ora, l’infelice condizione del malvagio, in modo da renderla ancora più evidente. La traduzione che la Vulgata e quella dei Settanta fanno di questo versetto è persino più forte: Non così l’empio, non così. Dobbiamo qui comprendere che qualunque cosa buona si dica del giusto, essa non vale nel caso dell’empio. Che cosa terribile essere doppiamente svantaggiati davanti alle promesse! Eppure, questa è esattamente la condizione degli empi. Notate bene in che modo qui è usato il termine empi, perché come abbiamo visto all’inizio del Salmo, questi non sono che i principianti del male e i meno offensivi fra i peccatori! Se questa è la triste condizione di coloro che tranquillamente perseverano nel loro comportamento immorale, e sono negligenti verso il loro Dio, quanto più terribile dovrà essere la condizione dei pubblici peccatori e degli infedeli privi di vergogna. La prima frase è una descrizione negativa degli empi, la seconda è un’immagine positiva. Qui vi è il loro carattere: son come pula, intrinsecamente privi di valore, morti, inutili, senza sostanza, facilmente eliminabili. Notate qui pure il loro destino: che il vento porta via; la morte li scaglierà via con un terribile getto d’aria nel fuoco, là dove saranno del tutto consumati.

V. 5. Staranno lì per subire il loro giudizio, e non vi sarà per loro remissione alcuna. Laggiù essi saranno colti dal terrore e non potranno reggere. Fuggiranno via, le loro patetiche difese non potranno resistere; arrossiranno e saranno coperti d’eterna vergogna. Fanno bene i santi a desiderare il Paradiso, perché non vi dimorerà alcun malvagio, né i peccatori nella raunanza dei giusti. Tutte le nostre assemblee sulla terra sono miste. Ogni Chiesa ha in sé un diavolo, poiché la zizzania cresce nello stesso solco del grano. Non c’è aia che sia ancora stata interamente ripulita dalla pula. I peccatori si mescolano ai santi, come le scorie all’oro. I preziosi diamanti di Dio giacciono nello stesso campo con i sassi. Quaggiù i giusti Lot sono continuamente tormentati dagli uomini di Sodoma. Rallegriamoci, quindi, che nella Chiesa de’ primogeniti che sono scritti nei Cieli (Eb 12:23), quando si radunerà lassù, non sarà ammessa alcuna anima non rinnovata. I peccatori non potranno vivere nei Cieli; sarebbero fuori dal loro ambiente naturale! È più facile che i pesci vivano sugli alberi, che i malvagi in Paradiso! Il Cielo sarebbe un inferno intollerabile per un uomo impenitente, se mai gli fosse permesso di entrare. Tale privilegio, però, non sarà mai accordato all’uomo che persevera nelle sue iniquità. Ci conceda Dio di potere avere un nome e un posto lassù, nei suoi cortili! 

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13/12/2017 20.57
 
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V. 6. Qui l’ebraico rende meglio il concetto: Il Signore, conoscendo la via dei giusti. Egli costantemente guarda la loro via, e anche se fosse avvolta dalla nebbia e dall’oscurità, la riconoscerebbe. Anche se si trovasse nelle nuvole e nella tempesta dell’afflizione, egli la capirebbe. Il Signore conta i capelli del nostro capo, e non tollererebbe che ci fosse fatto del male. Ma la via ch’io batto ei la sa; se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l’oro (Gb 23:10). Ma la via degli empi conduce alla rovina. Non solo essi stessi periranno, ma andrà in rovina pure la loro via. Il giusto scolpisce il suo nome sulla roccia, ma il malvagio scrive i suoi ricordi sulla sabbia. I giusti tracciano i loro solchi di terra, e vi seminano un frumento che non sarà mai pienamente raccolto, se non quando entreranno a godere dell’eternità. Per quanto riguarda i malvagi, essi arano il mare, e sebbene vi sia dietro alla chiglia della loro nave una scia scintillante, le onde ben presto vi passeranno sopra, e la loro memoria sarà spazzata via per sempre. La stessa “via” degli empi perirà. Se esiste in loro ricordo, sarà solo un ricordo della loro malvagità perché il Signore farà sì che il nome dei malvagi si corrompa e diventi come fetore al naso dei buoni, noto solo agli stessi malvagi per il suo putridume. Possa il Signore purificare i nostri cuori e le nostre vie, tanto da farci sfuggire dal destino degli empi, per godere solo della beatitudine dei giusti!
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13/12/2017 21.00
 
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IV - NOTE ESPLICATIVE E CITAZIONI DI AUTORI VARI

Salmo intero. Così come il libro dei Cantici è chiamato, seguendo l’ebraismo, il Cantico dei Cantici, essendone il più eccellente, allo stesso modo questo Salmo potrebbe essere chiamato il Salmo dei Salmi, perché contiene l’essenza del Cristianesimo. Ciò che Girolamo disse sulle epistole di Paolo, lo stesso potrebbe essere detto di questo Salmo: è una composizione breve, ma l’argomento di cui tratta è vasto e pieno di forza. Questo Salmo comincia con la beatitudine, che è la condizione che tutti desidererebbero raggiungere alla fine. Potrebbe essere ben chiamato “la guida del Cristiano”, perché esso rileva le sabbie mobili della perdizione in cui il malvagio affonda e il terreno fermo calpestato dai santi sulla via della gloria. Thomas Watson, Saints Spiritual Delight [Il diletto spirituale dei santi], 1660. 

Salmo intero. Questo intero Salmo può essere sintetizzato in due opposte proposizioni: un uomo pio è beato, un uomo empio è miserevole. Sembrano essere due sfide, quelle che ci pone il profeta: l’una, afferma che Dio preserverà l’uomo pio da tutti coloro che gli si opporranno, per essere il solo Giasone che conquista il Vello d’oro della beatitudine; l’altra, afferma che per quanto l’empio mostri di essere felice, non è che il più miserevole fra tutti gli uomini. Sir Richard Baker, 1640.

Salmo intero. Sono stato indotto ad accogliere l’opinione di alcuni antichi interpreti (Agostino, Girolamo, ecc.), che ritengono che il primo Salmo descriva il carattere e la ricompensa del GIUSTO per eccellenza, cioè del Signore Gesù. John Fry, B.A., 1842.

[Modificato da Ettore.87 13/12/2017 21.01]
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14/12/2017 09.54
 
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V. 1. Sulla vera felicità dice più il salmista in questo breve Salmo, di quanto abbiano mai detto tutti i filosofi messi assieme. Essi hanno solo scosso il cespuglio, ma Dio ha messo l’uccello nelle nostre mani. John Trapp, 1660.

V. 1. Là dove la parola beato è posta come cartello indicatore, possiamo essere sicuri che vi troveremo un uomo pio. Sir Richard Baker.

V. 1. La compagnia degli ubriaconi è una compagnia di schernitori. Matthew Henry, 1662-1714.

V. 1. NON cammina ... NON si ferma... NÉ si siede, ecc. I precetti negativi sono, in alcuni casi, più assoluti e perentori di quelli affermativi, perché dire che “cammina secondo il consiglio dei giusti”, potrebbe non essere sufficiente, perché pur camminando secondo il consiglio dei giusti, potrebbe camminare ugualmente secondo il consiglio degli empi, facendo non entrambe le cose al tempo stesso, ma entrambe in successione. Il ripetersi dell’affermazione negativa, però, lo svincola da ogni condizione di peccato. Sir Richard Baker.

V. 1. La parola (ebraica) haish è enfatica: quell’uomo, quell’uomo che fra mille vive per realizzare il fine per il quale Dio l’ha creato (Adam Clarke, 1844).

V. 1. Che non cammina secondo il consiglio degli empi. Certe condizioni si caratterizzano per il loro diverso carattere e per la loro condotta. I. L’uomo empio ha il suo consiglio. II. Il peccatore ha la sua via. III. Lo schernitore ha il suo banco dove sedersi. All’empio non interessa la religione, non manifesta zelo alcuno per la propria salvezza, né per quella d’altri, e dà consigli a coloro che sono disposti ad adottare il suo piano, senza darsi pensiero di pregare, di leggere la Scrittura, di ravvedersi, ecc. «Non c’è bisogno di queste cose; vivi una vita onesta, non ti occupare di religione, e tutto questo alla fine ti sarà sufficiente». Ora, beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio di quest’uomo, che non si conforma al suo metro, che non agisce secondo i suoi piani. Ogni peccatore ha il suo modo, la sua via per trasgredire la volontà di Dio. Uno è un ubriacone, un altro è disonesto, un altro ancora è impuro. Pochi si danno a ogni specie di vizio. Vi sono molti uomini avidi che aborrono l’ubriachezza, e molti ubriaconi che aborrono l’avidità, e così via. Ciascuno ha il peccato che più lo prende. Per questo, dice il profeta: Lasci l’empio la sua VIA (Is 55:7). Ora, beato colui che non si ferma nella VIA d’un tale uomo. Lo schernitore, per quanto lo riguarda, ha posto fine a ogni religione e a ogni senso morale. Egli si è seduto: si è del tutto accomodato all’empietà e si prende gioco del peccato. La sua coscienza è diventata insensibile, ed egli è un credente in ogni incredulità. Ora, beato è colui che non si siede sul banco degli schernitori. Adam Clarke.

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14/12/2017 10.00
 
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V. 1. In ebraico la parola beato è espressa al plurale, ashrey (beatitudini), cioè ogni beatitudine è eredità di quell’uomo che cammina in direzione opposta a quella dei peccatori. È come se si volesse dire: «Tutto va bene per quell’uomo che...». Perché stare lì a discutere e a trarre vane conclusioni? Se un uomo ha trovato la perla di grande valore, ama la legge di Dio e sta lontano dagli empi, e ogni beatitudine gli appartiene. Se, però, egli non ha trovato questo gioiello, pur cercando di ottenere ogni beatitudine, non la troverà! Questo perché come tutto è puro per i puri, così ogni cosa è amabile per chi ama e ogni cosa è buona per chi è buono; e, universalmente, come tu sei in te stesso, tale sarà anche Dio per te, sebbene egli non sia una creatura. Egli è perverso con i perversi e santo con i santi; per questo nulla può essere utile per salvezza di chi è malvagio. Nulla è dolce per colui al quale la legge di Dio non è dolce. La parola consiglio qui è senza dubbio da interpretare nel senso di decreti e di dottrine, dato che non esiste società umana che non sia formata e preservata da decreti e da leggi. Davide, però, con questo termine, colpisce l’orgoglio e la temerarietà degli empi. Lo fa prima di tutto perché essi non si umilieranno giammai a camminare sulla via del Signore, ma vorranno governare sé stessi secondo i propri consigli, e poi perché si tratta di ciò che essi considerano la sapienza e la via che a essi pare essere senza errore. Questa, infatti, è la condanna degli empi: il loro considerarsi saggi e stimarsi, rivestendo i loro errori in foggia di sapienza e di giusta via. Se, infatti, essi si presentassero agli uomini in foggia d’errore, non sarebbe segno di beatitudine, non camminare con loro. Davide qui non dice: «nella follia degli empi», o «nell’errore degli empi». Così facendo, egli ci invita a guardare attentamente ciò che è giusto solo in apparenza. Il diavolo, infatti, si traveste da angelo di luce per sedurci con la sua astuzia. Il Salmista, poi, mette in contrasto il consiglio degli empi con la legge del Signore, affinché possiamo imparare a guardarci dai lupi in veste d’agnello, che sono sempre pronti a dare consigli a tutti, a fare da maestri a tutti, e a offrire a tutti assistenza, mentre sarebbero i meno qualificati a farlo. Il termine si fermano rappresenta in modo descrittivo la loro ostinazione, il loro “collo duro” in cui si sono intestarditi, giustificandosi con parole di malizia, essendo diventati incorreggibili nella loro empietà. “Fermarsi”, nel modo figurativo in cui si esprime la Scrittura, significa essere fermi, fissi, com’è scritto nell’epistola ai Romani: Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piè, perché il Signore è potente da farlo stare in piè (Ro 14:4). Dal termine ebraico che indica “stare” deriva la parola “colonna”, come la parola “statua” dei latini. Questa è la scusa che gli empi utilizzano per rimanere sulle proprie posizioni: a essi pare di vivere rettamente e di brillare su tutti gli altri, nell’eterna mostra d’opere. Riguardo al termine si siede, ci si riferisce al seggio di chi insegna, di chi agisce come istruttore e maestro, come in Matteo: Gli scribi e i Farisei siedono sulla cattedra di Mosé ( Mt 23:2). Quelli che riempiono la Chiesa con le opinioni dei filosofi, con le tradizioni degli uomini e con il consiglio del proprio cervello, siedono sullo scranno della pestilenza. Essi, così facendo, opprimono coscienze miserevoli, lasciando da parte, per tutto il tempo, la Parola di Dio, che è l’unica Parola che può nutrire l’anima, può farla vivere e conservarla. Martin Lutero, 1536-1546. 
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15/12/2017 16.18
 
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V. 1.  Lo schernitore. Peccator cum in profundum venerit contemnet, cioè quando un uomo malvagio raggiunge il punto più basso del suo peccato, egli manifesterà tutto il suo disprezzo verso gli altri. Sarà così che allora gli Ebrei disprezzeranno Mosè, dicendo: Chi t’ha costituito principe e giudice sopra di noi (Es 2:14)? Allora Acab contenderà con Michea, perché non gli profetizzerà il bene (1 R 22:18). Ogni ragazzino di Bethel allora si farà beffe di Eliseo, e sarà tanto ardito da dirgli: Sali, calvo (2 R 2:23)! Qui c’è una sola goccia di veleno in grado di allargarsi fino a diventare un oceano venefico, come una sola goccia di veleno di serpente che, attraverso la mano, raggiunge le vene e si diffonde per tutto il corpo, fintanto che spegne tutti gli spiriti vitali. Il Signore, però, si befferà (Sl 2:4) di coloro che l’avranno fatto oggetto di derisione. Egli, alla fine, disprezzerà voi, perché avete disprezzato lui in noi. Quando un uomo sputa verso il Cielo, il suo sputo ricade sulla sua stessa faccia. Gli insulti che avrai gettato addosso ai tuoi medici spirituali, dormiranno con le tue ceneri nella tomba, per risorgere e accusare la tua anima nel giorno del giudizio. Thomas Adams, 1614. 

V. 2.  Ma la cui volontà è nella legge del Signore (Bibbia di Lutero). La volontà di cui qui si parla, è quella delizia sopraffine del cuore, quel particolare piacere che si ha nella legge, che non guarda tanto a ciò che la legge promette o a ciò che essa minaccia, ma che si compiace del solo fatto che la legge è santa, giusta e buona. È per questo che non si tratta solo di un amore per la legge, ma di quell’amorevole diletto nella legge, che non potrebbe essere sottratto né dalla prosperità, né dall’avversità, né dal mondo, né dal principe di questo mondo, perché si è fatto vittoriosamente strada attraverso la povertà, la maldicenza, la croce, la morte, l’inferno. Nel mezzo delle avversità esso brilla di luce luminosissima. Martin Lutero.

V. 2.  Ma il cui diletto è nella legge dell’Eterno. Questo diletto, di cui qui parla il profeta, è il solo diletto o piacere che non avvizzisce né impallidisce; l’unico diletto simile a un abbondante banchetto, ma senza effetti collaterali. È il solo diletto che regge tutti i tempi, e come Enea e Anchise, porta i suoi genitori sulle spalle. Sir Richard Baker.

V. 2. Su quella legge medita. In questo semplice testo vi è un mondo di santità e di spiritualità, e se noi, in spirito di preghiera e di dipendenza da Dio, ci sediamo e la studiamo, contempleremo molto di più di quello che ci appare. Può essere che, a una lettura immediata o al primo sguardo, noi non vi scorgiamo nulla o ben poco, come accadde al servo di Elia che, non vedendo nulla, fu invitato per ben sette volte a guardare meglio. «E ora che vedi?», disse il profeta, vedo una nuvoletta grossa come la palma della mano (1 R 18:41-45). Poi, poco per volta, l’intera faccia del Cielo si copre di nuvole. Allo stesso modo tu potresti dare poca importanza alle Scritture e non vedervi nulla, ma se mediti spesso su di esse, allora vedrai una luce, come la luce del sole. Joseph Caryl, 1647.

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16/12/2017 20.55
 
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V. 2.  Su quella legge medita giorno e notte: L’uomo buono medita sulla legge di Dio giorno e notte. I papisti cercano di distogliere il popolo comune da questo comune tesoro, obiettando che si tratterebbe di qualcosa di difficile. «Oh», essi dicono, «le Scritture sono difficili da comprendere, non perdere tempo a meditare, ti diremo noi che cosa significano». Potrebbero ben dire: «Il Paradiso è un luogo di beatitudine, ma la via che vi porta è ardua. Non preoccupatevi, la percorreremo noi per voi»! Così, nel gran giorno della prova, quando dovrebbero essere salvati dal loro libro, ahimè, essi non hanno alcun libro che li salvi. Invece che le Scritture, vi propongono le loro immagini. «È il libro dei laici», dicono, come se dovessero essere giudicati da una giuria di scultori e di pittori, e non dai dodici apostoli! Non lasciatevi dunque ingannare, ma studiate l’Evangelo e cercate in esso il vostro conforto. Colui che spera di ottenere l’eredita, cercherà in tutti i modi d’ottenerla. Thomas Adams.

V. 2. Meditare, com’è generalmente inteso, significa discutere, disputare, e il suo significato è sempre legato ad altre parole, come nel Salmo 37: La bocca del giusto medita sapienza (v. 30; Bibbia di Lutero). Per questo Agostino, nella sua traduzione, lo rende con «chiacchiera», ed è una bella metafora, perché indica che così come gli uccelli cinguettano, allo stesso modo egli conversa amabilmente sulla legge del Signore (perché parlare è caratteristica umana); questo dovrebbe essere il suo atteggiamento. Io non posso, però, degnamente e pienamente presentare il significato di grazia e la forza di questa parola, perché il meditare consiste prima di tutto nell’osservare attentamente le parole della legge, e poi nel confrontare diversi testi biblici sullo stesso argomento. È come un piacevole andare a caccia, anzi, come giocare con i cervi nella foresta, là dove il Signore ce li fornisce e ci rivela i loro nascosti segreti. Da questo tipo di attività ne esce un uomo ben istruito nella legge del Signore, tanto da poterla comunicare al popolo. Martin Lutero.

V. 2. Su quella legge medita giorno e notte. L’uomo pio legge la Parola di giorno, affinché gli uomini, vedendo le sue buone opere, glorificano il Padre che è nei Cieli. Lo farà poi anche di notte, per non essere osservato dagli uomini. Di giorno, per mostrare che egli non fa parte di coloro che temono la luce; di notte, per mostrare come egli è uno che può brillare nell’ombra. Di giorno, perché quello è il tempo per operare, mentre è ancora giorno. Di notte, perché il suo Maestro potrebbe giungere all’improvviso, come un ladro, e trovarlo in ozio. Sir Richard Baker.

V. 2. Non ho per me miglior riposo, che stare nel mio angolino a leggere il Libro. Thomas a Kempis, 1380-1471.



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18/12/2017 10.45
 
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V. 2. Meditare. La meditazione caratterizza e distingue un uomo. Con essa egli potrà misurare il suo cuore, per vedere se è buono o cattivo. Lasciate che io alluda a questo, poiché, come pensa nel suo cuore, così egli è (Pr 23:7 ND). Com’è la sua meditazione, tale sarà anche l’uomo. La meditazione è la pietra di paragone di un Cristiano, perché mostra di quale metallo è fatto. È un indice spirituale. Così come l’indice mostra che cosa contiene un libro, allo stesso modo la meditazione mostra ciò che il cuore contiene. Thomas Watson, Saints Spiritual Delight [Il diletto spirituale dei santi].

V. 2. Meditare è lo stesso che masticare; che in questo caso vuol dire assimilare la dolcezza e il valore nutritivo della Parola nel cuore e nella vita: questo è il modo in cui l’uomo pio può produrre molto frutto. Bartholomew Ashwood, Heavenly Trade [Il commercio celeste], 1688.

V. 2. I naturalisti osservano come per sostenere e favorire la vita del corpo sono necessarie diverse facoltà, tra le quali: 1. La facoltà di ingerire gli alimenti 2. La facoltà di ritenerli 3. La facoltà di assimilarli 4. La facoltà di trarne giovamento, avvicinandosi alla perfezione. La meditazione le comprende tutte e quattro. Essa aiuta il giudizio, la sapienza e la fede, per ponderare, discernere, per far proprie le cose fornite dalla lettura e dall’ascolto. Assiste la memoria per assicurare i gioielli delle verità divine al suo sicuro forziere. Ha un potere digestivo, e trasforma verità particolari in nutrimento spirituale. Infine, aiuta il cuore rinnovato a crescere verso l’alto e aumentare la sua capacità di conoscere quelle cose che ci sono date gratuitamente da Dio. Riassunto da scritti di Nathaniel Ranew, 1670. 
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21/12/2017 13.49
 
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V. 3. Un albero. Vi è un albero che si trova solo nella valle del Giordano, troppo bello per essere del tutto ignorato; è l’oleandro, con i suoi fiori chiari e foglie verde scuro, che dovunque cresce, rende quel luogo come un giardino rigoglioso. A esso raramente, se non mai, si allude nella Scrittura; però, può essere proprio questo l’albero piantato vicino ai ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce. A. P. Stanley, D. D., in Sinai and Palestine [Il Sinai e la Palestina].

V. 3. Un albero piantato presso a rivi. È un’allusione a un metodo di coltivazione orientale, con il quale si fanno passare costantemente rivoli d’acqua fra le file d’alberi d’un vivaio. In questo modo, artificialmente, gli alberi ricevono una costante fornitura di acqua.

V. 3. Il suo frutto nella sua stagione. In tali casi l’attesa non sarà mai delusa. Il frutto è atteso, poi nasce, e sicuramente nascerà al momento giusto. Un’educazione religiosa, sotto l’influenza dello Spirito di Dio, il quale non mancherà mai là dove viene desiderato sinceramente, produrrà certamente frutti di giustizia. Colui che legge, prega e medita, vedrà sempre fiorire l’opera che il Signore gli ha dato da compiere. Egli avrà la forza per portarla avanti, e comprenderà i tempi, i luoghi e le opportunità per svolgere il suo compito dando la massima gloria a Dio, gran bene alla sua anima, e edificazione al suo prossimo. Adam Clarke.

V. 3. Nella sua stagione. Il Signore fa il calcolo dei giorni che passano su di noi, e li mette sul nostro conto. Dobbiamo quindi usarli per il meglio, e come l’infermo che stava alla piscina di Betesda, essere pronti a entrarvi quando l’angelo smuove l’acqua. Ora la Chiesa è afflitta; è tempo, perciò, di pregare e di imparare. Ora la Chiesa cresce di numero; è la stagione della lode. Ora sto preparando un sermone; udrò quel che Dio vorrà dirmi. Ora sono in compagnia di un uomo erudito e saggio; da lui trarrò conoscenza e consiglio. Ora sono sottoposto a delle tentazioni; è il tempo più opportuno per appoggiarmi al nome del Signore. Sto occupando un posto di dignità e potere; che io consideri ciò che Dio esige da me in tempi come questi. Ecco, come l’albero della vita porta il suo frutto ogni mese, così il Cristiano saggio, come un saggio amministratore, sa quali specifici lavori eseguire mese per mese, portando frutto nella sua stagione. John Spencer, Things New and Old [Cose nuove e cose vecchie], 1658.

[Modificato da Ettore.87 21/12/2017 13.50]
23/04/2018 09.38
 
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V. 3. Nella sua stagione. Oh quale aurea e ammirevole parola! Con essa si afferma la libertà della giustizia cristiana. Gli empi hanno i loro giorni e i loro tempi stabiliti. Hanno certe opere e certi luoghi a cui attenersi strettamente, che se anche i loro vicini stessero morendo di fame, loro non se ne accorgerebbero. Quest’uomo benedetto, però, essendo libero in ogni tempo, in ogni luogo, per ogni opera e per ogni persona, sarà disposto a servirvi ogni qual volta gli si presenti l’opportunità, e qualunque altra cosa debba fare, egli lo farà. Egli non è né un Giudeo, né un Gentile, né un Greco, né un barbaro, e neanche un’altra persona in particolare. Porta frutto nella sua stagione ogni qual volta Dio o un uomo esige il suo intervento. I suoi frutti, così, non hanno nome, come anche i suoi tempi. Martin Lutero.

V. 3. La cui fronda non appassisce. Davide descrive il frutto, prima di descrivere le foglie. Lo stesso Spirito Santo insegna, a ogni fedele predicatore nella Chiesa, a sapere che il Regno di Dio non consiste tanto di parole, ma di potenza (cfr. 1 Co 4:20). E ancora: Gesù prese e a fare e a insegnare (At 1:1), che era un profeta potente in opere e in parole (Lu 24:19). E così, colui che professa la parola di dottrina, prima produca i frutti della vita, se non vuole lasciare che il suo frutto rinsecchisca, perché Cristo maledisse l’albero di fichi che non portava frutto alcuno. Come disse Gregorio, l’uomo la cui vita è disprezzata è condannato dalla sua stessa dottrina, perché predica agli altri, ma egli stesso è reprobo. Martin Lutero.

V. 3. La cui fronda non appassisce. Gli alberi del Signore sono tutti dei sempreverdi. Il freddo invernale non può distruggere il loro verde. A differenza, però, dei sempreverdi nel nostro paese, essi portano tutti del frutto. C. H. S..



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