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Domande e risposte sulla fede

Ultimo Aggiornamento: 12/04/2018 10.54
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05/09/2014 20.01
 
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Capita di sentirsi soli, abbandonati. Con quale spirito bisogna vivere la fede in quei momenti? : con quale spirito bisogna vivere la fede cattolica quando i vacillamenti avvengono ripetutamente, anziché saltuariamente?



Risponde don Carlo Nardi, docente di Patristica alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.


Se si prendono sul serio le parole di Gesù sulla croce: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,56) possiamo capire che anche Lui ha sperimentato questa condizione di totale abbandono da parte del Padre.
Certo, era una citazione dal Salmo 21 (22), ma Gesù non stava facendo letteratura, anche se quelle parole gli erano note dall’ebraico delle Scritture.
Piuttosto stava vivendo pienamente la sua vita nell’imminenza della sua morte: lui che nella fede professiamo, vogliamo professare vero uomo come me e te, e vero Dio come il Padre e lo Spirito Santo. Ma allora ci vien da dire: Com’è possibile? Come stanno le cose?

In quelle parole di Gesù c’è nello stesso tempo luce e buio. Così è tutta la nostra percezione della fede. La si vuole come luce, come comprendo da come tu ne parli: proprio quando ti senti vacillare, tu dici il tuo bisogno, il tuo desiderio di luce. Ma proprio in questo la fede è anche oscurità. Perché non è evidenza. Perché altrimenti non sarebbe fede. L’atto di fede non è una conclusione di un procedimento razionale, e non solo come due più due fa quattro, ma neppure come evidenza storica.

Ma allora come mai san Paolo dice culto ragionevole? (Rm 12,1) Non senza un perché nella versione latina si parla di ragionevolezza: ci sono aneliti nelle religioni e nel pensiero umano a un Dio vicino, umano, unico ma anche in varie personificazioni: si tratta di un desiderio di incarnazione, di un Dio che si fa uomo? e di Trinità di un Dio che è uno ma non solitario? In rapporto alla vicenda di Cristo ci sono testimonianze storiche non solo cristiane, ma anche pagane, poche, ma significative. Però tutte queste premesse non fanno scattare automaticamente la fede. Nella ricerca storica tra l’altro, come in tribunale, vige il principio «fino a prova contraria». Non senza un perché Gesù dice a Pietro Non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, che io sono il Messia, figlio di Dio, ma il Padre che è nei cieli, ossia non la tua umanità, compreso il razioncinio, ma la grazia di Dio (Mt 16,17): altrimenti non sarebbe fede ma conclusione di un ragionamento. E se la fede è un dono, la fede ci abbraccia, anche quando ci sentiamo al buio.




D’altra parte la ragionevolezza del cristianesimo è proprio nella sproporzione rispetto alle risorse della ragione umana: Dio che è quel bambino, quel tuo coetaneo, quel crocifisso e poi risorto ed ora vivo in quel pane e vino che non sono più pane né vino ma lui, tutto quanto: insomma, l’incarnazione di un Dio che grida a Dio: Perché mi hai abbandonato? (Mt 27,45). Nel mondo antico di parlava di manifestazioni, di metamorfosi e apoteosi divine, ma si provava un senso di raccapriccio per un Dio fattosi uomo e crocifisso. Proprio perché tutto questo è ineptum - diceva uno dei primi cristiani, Tertulliano nel suo libro La carne di Cristo (5,3) - ossia «inadatto», «disadatto» e quindi «improponibile», «impresentabile», mi va bene. Proprio perché il cristianesimo fa venire le vertigini con un Dio fatto bambino e condannato a morte - un cazzotto nello stomaco -, mi torna.

Di più, almeno in questa sede, non mi sento di dirti. Avere vacillamenti, momenti di oscurità, pensieri tormentosi che s’intrufolano, come tarli, nella mente a suggerire: «Com’è possibile?» non è uno stato straordinario nel cristiano. C’è da avvezzarci a questi momenti di buio. Può succedere già nella prima adolescenza, e poi nei vari passaggi, scansioni, svolte nella vita, in situazioni di vuoto, di delusioni interiori: può l’essere «ragazzo», come ti dici, e insieme uomo immerso in un lavoro precario, ma con tutte le responsabilità. Una tua coetanea, santa Teresa del Bambin Gesù, nella sua autobiografia parla di simili pensieri assillanti. Però questi oscuramenti non risparmiano nessuna età. Anche il Gentilissimo Signor Teologo, come con deferenza e un po’ troppe maiuscole tu chiami chi ora ti scrive, conosce e come momenti del genere! E non solo momenti.

E a quel punto che fare? A quel punto dire: «Eccomi», anche se quel pensiero suggerisce che non c’è nessuno ad ascoltarti. Eccomi è una breve parola nella quale c’è il dire e il fare, il mettersi a disposizione. Fu sulle labbra di Abramo, padre nella fede, e della Madonna. Fede è anche fidarsi, e comporta non solo la mente, ma anche il cuore, gli affetti, il corpo: riguarda me e te tutti interi. È in ballo anche la volontà, per cui: Signore, credo; voglio credere; vieni in aiuto alla mia mancanza di fede (Mc 9,23), Dio, vieni a salvarmi (Sal 69 [70], 2). Dunque, rischiare con la volontà. Risolutamente: Perché dormi, Signore? (Sal. 44 [43], 24).

I mezzi moccoli di Giobbe piacquero al Padre più delle ricette dei suoi amici che venuti a consolare, finirono per rimbrottarlo, sicuri, com’erano, dei loro ragionamenti. Invece c’è da metterci, come siam buoni a farlo, nelle mani di quel Dio che non sembra neppure che ci sia, ma che forse mi sta dietro a proteggermi o accanto a camminare con me (Emmaus …) o davanti a chiamarmi a una nuova stagione, come tu lasci pensare nel tuo biglietto. Se la fede è dono di Dio: è un qualcosa che ci previene, ci sostiene, ci abbraccia.

E prima e dopo …? I «valori cattolici», ma non come una sfilza di principi e di regole: innanzitutto Gesù come persona con cui ci si ragiona. E anche la preghiera; la Bibbia non a bella mostra tra gli scaffali, ma sul comodino; anche la curiosità, anche lo studio. Tu parlavi dei sacramenti «fatti»: ma sono vivi, dal battesimo alla confessione. Sacramenti da vivere, ora e non «domani, domani, domani», come suggeriscono altri pensieri sono sempre pronti a insinuarsi per bloccare ed avvilire. Presente nel «mondo cattolico»: concretamente tra fratelli e sorelle in una comunità cristiana da fratello; e siamo anche figli di chi ci ha portato ai sacramenti e ce li amministra. E fratelli nel mondo così com’è - non solo espressamente cattolico - a «creare dignità», come tu dici, per quanto può dipendere da te, ventottenne in colloquio anche con te stesso, in una revisione e più di una revisione di vita, come ho inteso.
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18/10/2014 18.14
 
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Cos'è la Divina Provvidenza, e come agisce nella vita delle singole persone? Come si concilia con il libero arbitrio?
Maria Elisa L.

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia

Dio una volta creato il mondo non lo abbandona a se stesso, ma se ne prende cura, soprattutto perché dentro di esso vi abita l'uomo, verso il quale si sente come un genitore. Questo «prendersi cura» si chiama Provvidenza. Cosa vuol dire? Gesù lo spiega con degli esempi che riportiamo: «Guardate gli uccelli del cielo non seminano e non mietono..., Guardate i fiori del campo non tessono, non filano... eppure neanche Salomone vestiva così» (Cf. Mt 6, 25-34). Il Padre: «Fa sorgere il "suo" sole… e fa piovere sopra i buoni e i cattivi, sopra i giusti e gl'ingiusti» (cf. Mt 5,45).

Come una madre segue il figlio e lo provvede di tutto quanto è necessario perché possa crescere sano, educato, sapiente, buono, e quant'altro, così Dio. Addirittura Gesù sottolinea che il Padre fa questo non solo per coloro che lo amano, ma anche per quelli che lo odiano, perché tutti sente come suoi figli. Questa cura, attenzione, premura, dedizione che Dio ha per gli uomini è la Provvidenza divina.

Come si concilia con il libero arbitrio? Benissimo. Infatti una madre quando si prende cura del figlio non lo obbliga a diventare avvocato o musicista, non lo obbliga a sapere tutto lo scibile umano, non lo obbliga a diventare alto due metri… ma semplicemente crea intorno al figlio tutte quelle condizioni e gli offre quelle qualità che poi metteranno il figlio in condizione di scegliere il meglio per se stesso, e il senso che, da se stesso, vorrà dare alla vita.

Il libero arbitrio è la capacità che l'uomo ha di determinare ciò che vuol fare, e scegliere il modo migliore per poterlo ottenere. E questa qualità dell'essere umano, cioè la libertà, non viene assolutamente toccata da Dio, anzi ne è così garante che, come dice Gesù, un uomo può anche scegliere di bestemmiare, odiare, insultare Dio, ma il Padre fa sorgere anche su di lui il «suo» sole. Il libero arbitrio, cioè la possibilità di scegliere il senso della propria vita, viene limitato più dalle circostanze storiche e umane che da Dio, che al contrario fa di tutto affinché l'uomo non cada nelle reti ferree del peccato e negli abbrutimenti del male, che sono le vere restrizioni al libero arbitrio. E Dio (si legga anche Genesi 3,8-10, dove Jawè arriva dopo il peccato, e non prima) ha sempre e rigorosamente applicato questo suo non interventismo nelle scelte umane.

La lettrice probabilmente pensava al conflitto che può esserci tra libero arbitrio e predestinazione o prescienza che Dio ha rispetto alle cose create e in particolare verso l'essere umano. Il discorso in effetti è diverso. Ovviamente dobbiamo supporre che Dio sa tutto ed ha presente tutte le vite umane in tutto quello che hanno fatto, fanno e faranno. Non entro in questo problema, ma rispondo ancora alla domanda: come agisce Dio nella vita degli uomini? Detto che ciascuno è libero di scegliere come crede il senso da dare alla sua vita, e detto che Dio sa anche di questo, in generale si può rispondere che Dio non interviene su questo "diritto assoluto" della persona di fare quello che vuole: l'autodeterminazione è nell'uomo la dote o la proprietà per eccellenza della sua natura, eliminata questa è annientata la persona stessa.

Tuttavia Dio qualche volta interviene, quando sceglie una tal persona per un compito particolare o speciale, come nel caso di S. Paolo, che sarebbe stato un ottimo aguzzino e persecutore dei cristiani, e tale voleva essere. Dio però lo chiama a sé per farlo un suo apostolo, modificando di fatto i propositi di Paolo. Così in altre occasioni, come nelle conversioni di tante persone, vi dobbiamo vedere non vere e proprie forzature esistenziali, ma considerarle sempre nell'ambito della provvidenza verso gli uomini stessi, perché possano trarre beneficio dai propri simili. Insomma a volte, è vero, Dio si serve di uomini per fare del bene agli uomini, e in questo caso può intervenire nelle scelte personali. Si può dire che Dio dall'eternità aveva scelto Paolo per farlo suo apostolo, ed è andato contro le intenzioni di Paolo che per servire lo stesso Dio, pensava bene di distruggere i cristiani.

Uno scontro tra due volontà, ma quando Paolo ha capito che colui che lo obbligava ad altro era quel Dio che voleva servire, disse «in me la grazia non è stata vana» (1 Cor 15,10). Spesse volte negli uomini si fa presente quello che Dio vuole da essi, e spesso è proprio quello che gli uomini gli chiedono, ma lo fa in modi e in forme più discrete, e per questo gli uomini non ci fanno attenzione e proseguono imperterriti nei loro indirizzi, non sempre ottimali. Che Dio dunque sappia perfettamente come le cose andranno, non intacca le libere scelte umane, e ciò è visibile per contrario, ossia quando un uomo decide di andare contro Dio stesso, e Dio non lo ostacola, come una madre nulla può fare pur essendole chiaro dove condurrà il cattivo agire del figlio.
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26/10/2014 21.12
 
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Nel


 libro dell'apocalisse vi è una distinzione tra 1° e 2° resurrezione e si parla di un periodo di pace di mille anni, dopo i quali sarà liberato satana. Non riesco a collocare l'ultima venuta di Gesù con il periodo di pace di mille anni. Mi potete aiutare a capire?







Massimo  Volpe

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura

Com'è noto, l'Apocalisse è l'ultimo libro del Nuovo Testamento (e delle sacre Scritture). La parola greca significa «Rivelazione», quella che ha ricevuto Giovanni, prigioniero «a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» (Ap 1,9), nell'isola di Patmos, nel mare Egeo di fronte ad  Efeso. Rapito in estasi il «giorno del Signore» (Ap 1,9), gli è stato ordinato di scrivere «le cose che ha visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo» (Ap 1,19): il contenuto delle visioni del libro dell'Apocalisse.

Va detto anzitutto che il libro di Giovanni non può essere spiegato senza fare ricorso ad una interpretazione limpida dei simboli che la percorrono (dai colori, ai numeri, alle bestie alle vesti, e così via): è la caratteristica di questo tipo di letteratura, sia all'interno che al di fuori dei libri biblici, tipico di tempi di persecuzione. Se non si comprende questa premessa si può abusare del significato dell'Apocalisse. Essa non annuncia eventi futuri (soprattutto quelli che vanno sotto il nome di eventi «apocalittici»), bensì vuole indicare - detto brevemente - la teologia della storia della comunità dei discepoli di Cristo, perseguitati da coloro che, nel corso degli eventi della storia umana, si oppongono alla sua vittoria sul male e sulla morte.

Nel libro le forze ostili ai credenti sono rappresentati in diversi modi: per esempio dalle due bestie che riproducono in maniera idolatrica la Trinità (Ap 13). La vittoria di Cristo invece è descritta, fra l'altro, con l'immagine l'Agnello immolato, che sta in piedi come vincitore (Ap 5,6).

Verso la fine, dopo che è stato cantato il canto di trionfo per le nozze dell'Agnello con la Gerusalemme nuova (Ap 19,1-9), e prima che queste nozze vengano compiute (Ap 21,9-27), il libro dell'Apocalisse introduce il tema del regno dei mille anni. Il testo a cui è il lettore fa riferimento descrive una visione di Giovanni, che riportiamo per intero: «
 
 
Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni;  lo gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po' di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni;  gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni. Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra» (Ap 20,1-8).

L'interpretazione di questo regno di mille anni ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Credo vada evitato di pensare in termini quantitativi ad un regno millenario proiettato nel futuro (il mille è un numero simbolico, la durata di un giorno divino secondo il Salmo 90), che nel testo è chiamato la «prima risurrezione». È più opportuno pensare che il testo si riferisca ad una interpretazione profetica della storia umana: in essa il bene e il male coesistono. Al male, inteso come potenza personale (cf. Ap 11,2.3) viene concesso un potere ma sempre limitato («verrà sciolto per un po' di tempo»; cf. anche Ap 12,12). Se può inquietare l'allusione al fatto che «satana verrà liberato dal suo carcere  e uscirà per sedurre le nazioni», va ricordato che, dopo che «il mare, la morte e gli inferi» avranno restituito tutti i loro morti, gli sarà riservata la morte eterna («seconda morte»), insieme a tutti coloro il cui nome non è scritto nel libro della vita (Ap 20,14-15).

Giovanni quindi, intravede e descrive il frutto della salvezza definitiva: al termine della vicenda umana, quando Dio con il suo Cristo dimorerà in mezzo agli uomini dopo aver cancellato il dolore e la morte dalla storia umana, ci saranno un cielo e una terra nuovi: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
sources: TOSCANA OGGI

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28/11/2014 15.35
 
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Domanda:
Ho letto questa frase di un noto biblista: «Nella tradizione cristiana Isacco è diventato simbolo di Gesù sacrificato dal Padre sulla croce». Mi riferisco in particolare alle parole «Gesù, sacrificato dal Padre sulla croce». Alla luce di una nuova sensibilità religiosa e a una più matura esegesi dei testi, non le pare che sarebbe opportuno presentare la morte redentrice di Gesù staccandosi da una visione che difficilmente oggi può essere accettata dal credente, almeno detta in questi termini? Non è forse il Figlio che si offre volontariamente in sacrificio, attraverso una prova terribile che se potesse allontanerebbe da sé, e non il Padre che sceglie di sacrificare il Figlio?
D.N.

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Come rileva giustamente la nostra lettrice l’espressione «Gesù sacrificato dal Padre sulla croce» non è felicissima, e genera un certo disagio. Bisogna però comprendere perché a volte si arrivi a questo genere di associazioni, in particolare tra l’episodio del tentato e scampato sacrifico di Isacco da parte di Abramo (Gen 22), e la morte di Gesù sulla croce.

È vero che nella tradizione cristiana, a partire dai Padri della Chiesa Isacco è divenuto uno dei «tipi» di Cristo, ovvero una delle figure che preannuncia qualcosa della vita e della persona del Signore Gesù. Ma in genere la figura di Isacco rapportata a Cristo è utilizzata per significare l’umiltà, l’arrendevolezza, l’obbedienza di Cristo al Padre, come lo fu quella di Isacco rispetto a suo padre Abramo.

Ora, però, nella frase citata, si insinua anche un altro parallelo, ovvero quello tra Abramo che sacrifica il figlio Isacco e Dio che «sacrifica» il Figlio Gesù. Questo accostamento ha la sua presunta ragione nel testo di Rm 8,32, l’unico testo del Nuovo Testamento che accenna a un tale accostamento. Ma occorre capire bene il testo per non fargli dire cose che non dice e non può dire. In effetti Rm 8,32 afferma che «Egli (Dio), che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci concederà forse ogni cosa insieme a Lui?».

La connessione con il testo di Gen 22 è data dalla presenza di un padre e un figlio e dal verbo «risparmiare» con il quale Dio «approva» Abramo per la sua fede per due volte. Così recita Gen 22,12: «L’angelo disse: ”Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito“». E in seguito al versetto 16: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni».

Nei due casi il verbo «risparmiare» nella versione greca è il medesimo che troviamo in Rm 8,32. L’impressione è che per Paolo, dunque, la situazione di Gen 22 e quella di Gesù siano analoghe. Tuttavia occorre precisare alcuni dati. In primo luogo Paolo non utilizza né la terminologia, né la concezione di sacrificio da parte del Padre per quello che riguarda la morte di Gesù. In secondo luogo la situazione non è perfettamente analoga nei due casi. Nel caso di Abramo egli «sacrifica» il figlio Isacco a Dio, nel secondo è Dio stesso che non «risparmia» il suo figlio e lo «dona» a noi. Le due dinamiche e la terminologia sono molto diverse. Non si può, infine, di certo, parlare di sacrificio nel secondo caso, termine che indica un rapporto cultuale con Dio, mentre il rapporto che viene espresso tra Dio e noi (consegnando il suo Figlio) è di donazione, di grazia offerta.

Ora, se l’espressione in questione, visto anche queste annotazioni, sembra non appropriata, è anche vero che il tema del sacrificio per quanto riguarda la morte di Cristo non è per nulla inappropriato. A partire da alcuni testi nel NT (in particolare la lettera agli Ebrei), tutta la tradizione della Chiesa cattolica ha affermato il valore sacrificale della croce di Gesù, non certamente nel senso che Dio ha sacrificato il suo Figlio, ma nel senso che la morte di Gesù è il sacrificio perfetto che Dio gradisce, ovvero la sua volontà di amore fino all’ultimo.

Un’ultima considerazione. Ci guida in questo ancora il testo di Romani 8,32. In esso si afferma che il Padre ha «consegnato» il Figlio a favore nostro. In questo caso il parallelo con Abramo che Paolo sembra supporre è pertinente. Come Abramo fu pronto a sacrificare tutto a Dio, offrendo ciò che aveva di più caro, così Dio, nella consegna del Figlio per noi, ha dimostrato di donarci tutto quello che aveva di più caro, tanto che l’Apostolo può affermare: forse non ci donerà ogni altra cosa insieme con Lui? Non si può pensare ad un amore più grande, al quale Gesù ha partecipato pienamente e liberamente, mettendo la sua volontà nella volontà di salvezza di Dio.
sources: TOSCANA OGGI
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13/01/2015 17.29
 
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Perché i cristiani possono mangiare i frutti di mare?




Frutti di mareMolto spesso alcuni critici della Chiesa cercano di trovare qualche contraddizione sui suoi pronunciamenti morali sostenendo più o meno questo: «Sempre quando un religioso fervoroso afferma che l’omosessualità è peccato, esso cita Levitico 18:22: “Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole”». Eppure, fanno notare, l’Antico Testamento, pone altri divieti oltre all’omosessualità che gli stessi cristiani non rispettano. E dunque si contraddicono.


Viene quindi solitamente elencata la lista delle varie privazioni contenute in particolare nel Levitico, come il divieto di mangiare carne di porco (Lv 11,7-8), i frutti di mare (11,9-12), non tagliarsi i capelli (Lv 19,27), non radere la barba (Lv 19,27) ecc. Dunque l’accusa si completa: «Siccome i cristiani amano mangiare i frutti di mare trovano una spiegazione per invalidare i loro peccati, che sono ammorbiditi a seconda della loro voglia contemporanea».


Per spiegare il senso di questi apparentemente bizzarri “divieti” e per rispondere a tale accusa si dovrebbe ricordare che il Levitico è un testo scritto in ebraico, composto da numerose prescrizioni rituali ad uso dei sacerdoti e dei leviti (i custodi del Tempio), che Mosè diede agli Ebrei durante il soggiorno nel deserto del Sinai.
 Come è stato ben spiegato, il Levitico fu scritto durante l’esperienza dell’esilio dove la comunità giudaica, a causa della sconfitta babilonese (586 a.C.), aveva perduto il re, il tempio, la terra. In questa situazione, si concepì nuovamente come comunità religiosa, guidata dai leviti, garanti della fedeltà e identità giudaica, in mezzo a popoli pagani, i cui usi e cultura potevano trascinare nell’idolatria. Il divieto di mangiare carne, ad esempio, serviva per evitare che gli uomini proseguissero nei sacrifici animali per “ingraziarsi” Dio, come appunto facevano i pagani. L’incessante appello alla santità e alla purità rituale era una scuola di formazione per una coscienza religiosa retta e crescere nel rapporto con Dio. E’ quello che fanno ancora oggi i cristiani durante il periodo di Quaresima: si pongono dei sacrifici per “costringersi” a far memoria di Dio, fortificare la capacità morale e il dominio di sé.

Oltre a questa premessa occorre aiutare a far comprendere cosa siano i patti biblici stipulati da Dio con l’uomo per aiutarlo a staccarsi dagli idoli e a raggiungere una fede certa, in un unico Signore. Ce ne sono diversi nell’Antico Testamento: nell’alleanza con Noè, ad esempio, le persone non avevano limiti nel mangiare: «Tutto ciò che si muove ed ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come l’erba verde» (Gn 9,3). Nella cosiddetta Vecchia alleanza, invece, come abbiamo visto, Dio chiede ad Israele dei piccoli sacrifici (presenti in Levitico e ne Deuteronomio 14,1-21). Israele però non fu in grado di mantenerla, l’idolatria si diffuse e ci fu bisogno della cosiddetta “Nuova Alleanza”.

E’ stata infatti predetta dal profeta Geremia«Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore […] Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato»(Geremia 31, 31-34). La nuova alleanza venne compiuta con Gesù Cristo, lui stesso disse di essere venuto per compiere la “Legge dei Profeti” (Mt 5,17; Lc 24,44). E durante l’ultima Cena disse: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per ilperdono dei peccati» (Mt 26,27, Mc 14,23, Lc 22,20). Ecco dunque la nuova legge che libera l’uomo dell’antica alleanza (e dalle prescrizioni rituali). L’apostolo Paolo lo esplicita meglio: «Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo» (1 Cor 9,21).

Lo stesso Gesù ribaltò le prescrizioni contenute nella Vecchia alleanza, tutte le volte che proclama i vari «avete inteso che fu detto…ma io vi dico…». Così come annullò le prescrizioni sul cibo«”non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo […]. Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?” Dichiarava così mondi tutti gli alimenti» (Mc 7, 18-23). Negli Atti degli Apostoli si racconta anche di una visione di Pietro di vari quadrupedi, rettili e uccelli. «Allora risuonò una voce che gli diceva: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia!”. Ma Pietro rispose: “No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano”»(Atti 10: 13-15). Similmente poi ne parlò anche San Paolo (1 Tim 4, 2-5).

La visione della Chiesa sull’etica e sulla morale (anche sessuale), dunque, si appoggia anche all’Antico Testamento, ma sopratutto si basa sul Nuovo Testamento (per quanto riguarda l’omosessualità: Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) e, sopratutto, sulla Tradizione della Chiesa. Non siamo infatti una “religione del Libro”, la Bibbia va sempre interpretata e, come ha spiegato Papa Francesco, «la sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza».


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22/06/2015 21.09
 
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Dio

di Stefano Biavaschi

Chi ci ha creato?

Ci ha creato Dio.
Chi è Dio?

Dio è l'Essere perfettissimo. Creatore e Signore del Cielo e della terra.


Con queste due risposte san Pio X dava inizio al suo Catechismo. La prima ci rammenta che gli uomini e il mondo non esistono da sempre nè provengono dal caso o dal nulla. Noi siamo perchè Egli ci ha voluto, chiamandoci all'esistenza. Ad alcuni può sembrare un dato scontato, ma in realtà è dimenticato sia da molti ricercatori che impostano le loro indagini partendo da presupposti sbagliati che col tempo mostrano tutta la loro fragilità (dopo aver però fatto gran danno alla verità e agli uomini); e sia da molte persone che nel quotidiano vivono come se la loro esistenza fosse del tutto casuale. Basterebbe la sola Fede in questo primo punto del Catechismo, che già si vedrebbe e s'imposterebbe la vita in modo profondamente diverso. Riconoscere che Dio è Creatore significa capire l'origine delle cose, e quindi il senso e la direzione da dare all'esistenza. Del resto questa prerogativa Gli spetta di diritto e nessun'opinione umana, per quanto radicata, gliela potrà mai togliere.

Il Catechismo sottolinea inoltre che "Dio ha fatto dal nulla tutte le cose", ed è curioso che questa verità di fede sia talvolta impugnata da quei non credenti che preferiscono rivolgersi alla sola scienza, quando la stessa scienza ha finalmente confermato che tutta la materia e l'universo intero non esistono affatto da sempre. Anzi, finanche il tempo ha inizio con l'universo stesso. La fede del Catechismo aggiunge alla nostra conoscenza anche altri dati a cui la scienza non potrà mai arrivare, per esempio che Dio non ha abbandonato a se stesso l'universo dopo averlo creato, ma anzi "ha cura e provvidenza delle cose create, e le conserva, e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita".

Dio inoltre è onnipresente, vale a dire presente in ogni luogo, ed è eterno, cioè presente in ogni tempo, sebbene, come "purissimo spinto"', non sia soggetto al divenire, e in Lui non ci sia un prima o un dopo. Un altro attributo di Dio è l' onniscienza: "Dio sa tutto, anche i nostri pensieri". Essendo la natura trascendente di Dio al di fuori del tempo, Egli conosce anche tutto il nostro futuro. L'errata comprensione di quest'ultima caratteristica ha indotto alcuni a ritenere (vedi Calvino) che se il futuro è conosciuto da Dio allora esso è da Lui predestinato.

In realtà la conoscenza delle cose non influisce per forza sullo svolgimento delle cose stesse, allo stesso modo in cui l'uomo può prevedere diversi fatti senza che egli sia responsabile di questi. Pur essendo Dio onnipotente (altro suo attributo) ci lascia infatti il dono della libertà. Infine, il Catechismo insegna che Dio è Signore, ossia padrone assoluto di tutte le cose. Il termine padrone oggi piace poco per l'uso cattivo del potere esercitato dagli uomini, ma la signorìa di Dio è una signoria costruita sull'Amore.

Dire, come abbiamo detto all'inizio, che Dio è perfettissimo significa "che in Dio è ogni perfezione, senza difetto e senza limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita". Dio dunque "non può fare il male, perchè non può volerlo" essendo appunto bontà infinita. Desidera anzi che partecipiamo a questa Sua signoria sulle cose, entrando a far parte del Suo Regno, realizzato fra noi dall'azione di Grazia.
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29/05/2017 10.27
 
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di padre Angelo Bellon OP 


 Quesito



Caro Padre Angelo,
ti scrivo perché ogni tanto non capisco come mai la traduzione del Vangelo cambi. La ratio sarebbe per facilitare la lettura ed avvicinarla alla lingua parlata corrente, ma così non mi pare. Il Vangelo di questa sera parla del ripudio della moglie, che non deve essere esercitato per non esporre la moglie ad adulterio. A parte che si parla sempre dell’indissolubilità del matrimonio e si omette il caso di porneia, che evidentemente richiederebbe il ripudio, giustificato da Gesù stesso. In questo caso porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte. Tutto ciò viene sempre sorvolato e non ne ho mai sentito trattare da nessun sacerdote durante l’omelia. Capisco che si intenda glissare, perché altrimenti tutti i matrimoni decadrebbero all’istante, ma non mi sembra corretto alterare la Scrittura in modo così marcato. Nel  foglietto che ho trovato in Chiesa questa sera si è tradotto porneia con unione illegale!!!!!! Ma questa è una corbelleria bella e buona, notare che subito dopo Gesù dice: dite si al si e no al no, tutto il resto viene dal maligno!
Perché non si dicono le cose come stanno? 
Perché non si dice la verità e la si nasconde con giravolte linguistiche?
Tutto ciò altro non fa che alimentare la tesi che la Chiesa abbia manipolato nei secoli la Parola di Gesù a suo uso e consumo. Che ne dici?
“Io invece vi dico che chiunque ripudia la propria donna (= moglie), ad eccezione del caso di fornicazione (in greco: porneia), fa sì che essa sia adultera e chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). 
Eugenio

Risposta del sacerdote

Caro Eugenio,

1. secondo il Vangelo di Matteo Gesù viene interrogato da alcuni Farisei sull'argomento del matrimonio. I moralisti di quel tempo si dividevano in due scuole riguardo al divorzio.

Alcuni, che appartenevano alla scuola di Hillel, lo consideravano possibile per numerosi e svariati motivi... A questi liberali si opponevano i discepoli di Shammai che lo permettevano soltanto in caso di condotta immorale o di adulterio della moglie. 

I Farisei che interrogano Gesù sembrano essere della scuola più rigorosa, quella di Shammai. Essi si scandalizzavano per il fatto che Gesù mangiasse con i pubblicani e i peccatori e anche perché nel suo insegnamento presentava una concezione meno rigorista della loro sul riposo del sabato. Proprio per questo erano portati a pensare che Gesù si schierasse da parte dell’altra scuola.

2. Lo interrogarono dunque chiedendo: “È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” (Mt 19,3).
Gesù non si lascia prendere nel tranello facendo proprie le opinioni degli uni o degli altri, ma dà una risposta che esclude il divorzio: “Ora io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie - salvo il caso di porneia - e ne sposa un'altra, commette adulterio” (Mt 19,9).

3. L'inciso di Matteo - salvo il caso di porneia - ha fatto pensare ad  alcuni che Gesù concedesse il divorzio in caso di adulterio e la possibilità per il coniuge leso di risposarsi. Ma se questo fosse stato il pensiero di Gesù, si sarebbe schierato dalla parte della scuola di Shammai, mentre chiaramente Gesù si pone al di sopra delle parti.

Inoltre i discepoli con la loro reazione: “Se tale è la condizione dell'uomo verso la donna, non conviene sposarsi” (Mt 19,10), fanno intendere che hanno capito in senso assoluto l'insegnamento di Gesù, e non nel senso di Shammai perché altrimenti non si sarebbero stupiti.

4. Ma che cos’è questa porneia?

Certamente non si tratta di adulterio, perché in greco l’adulterio o il tradimento coniugale vengono indicato con un termine proprio: moicheia.

La traduzione della CEI del 1974 aveva tradotto: “eccetto in caso di concubinato”. L’attuale (del 2008) traduce: “in caso di unione illegittima”. L’attuale “in caso di unione illegittima” rende meglio l’idea e fa capire che si tratta di un falso matrimonio.

La traduzione precedente diceva “concubinato” e il concubinato non è un vero matrimonio, ma un falso matrimonio. In sostanza dunque non cambia nulla. L’espressione “unione illegittima” è più intelligibile di quella di concubinato.

5. Per comprendere bene questo inciso è opportuno notare anche che né Marco né Luca ne fanno menzione e non danno alcuna possibilità di divorzio: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 19,11-12); oppure ancora: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16,18).

6. Va ricordato anche che sempre nel Vangelo di Matteo, nel contesto del discorso della montagna, Gesù esclude in ogni caso un secondo matrimonio per i divorziati: “Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di porneia (unione illegittima), la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5, 32).

Questa dottrina è ripresa da san Paolo quando dice: “La donna sposata, infatti, per legge è legata al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è liberata dalla legge che la lega al marito. Ella sarà dunque considerata adultera se passa a un altro uomo mentre il marito vive; ma se il marito muore ella è libera dalla legge, tanto che non è più adultera se passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3) e “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11).

7. Da questi diversi testi emerge la seguente dottrina: 

- il matrimonio è indissolubile; 
- chi ripudia la moglie la espone a diventare adultera, e di ciò diviene colpevole; 
- e se ne sposa un'altra commette adulterio; 
- in caso di infedeltà della moglie, l'uomo dandole il libello del ripudio non l'esporrà all'adulterio, e quindi non ne sarà colpevole, poiché l'adulterio è già stato commesso, ma egli non potrà risposarsi, come neanche la moglie ripudiata, senza commettere
adulterio.

8. Tu dici: “porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte”.

Dici bene, ma solo in parte. Si può tradurre, sì, con fornicazione. Ma che cos’è la fornicazione? Per fornicazione s’intende il rapporto sessuale tra due persone che non sono sposate. Il concubinato è uno stato di fornicazione permanente. È un’unione, sì, ma è un’unione illegittima perché le persone non sono sposate.

9. Tu non commetti un errore quando scrivi: “porneia è traducibile con fornicazione”, ma lo commetti quando scrivi: “per intendersi tradimento”. No, la fornicazione non è la stessa cosa che un tradimento. Il tradimento è nel genere dell’adulterio, è un venir meno alla fedeltà coniugale.

10. Allora se vuoi tradurre “fornicazione”, puoi farlo. Ma devi intendere per fornicazione quello che questa parola significa, senza confonderla con l’adulterio. La CEI avrebbe potuto tradurre “fornicazione”, ma subito tanti sarebbero caduti nell’errore in cui involontariamente sei caduto anche tu: di intenderla per adulterio. “Fornicazione”, “unione illegittima”, “falso matrimonio”, “concubinato” si equivalgono.

Ecco, come vedi la Chiesa non manipola i testi sacri. Sa che sono parola di Dio. Come potrebbe permetterselo?

Ti ringrazio comunque del quesito che sarà servito per chiarire a molti le idee.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.

Padre Angelo


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05/04/2018 11.24
 
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CREDENTE: I soldati andarono ad accertarsi della morte di Gesù e stavano per spezzargli le gambe, ma non lo fecero avendo constatato la sua morte. Ma ammettiamo che tale morte non fosse davvero tale. Allora il colpo di lancia che gli forò il cuore, da cui uscì sangue e siero, dovrebbe togliere ogni dubbio sulla morte effettiva di Gesù. E poi dopo la resurrezione Gesù apparve a porte chiuse, oppure disparve improvvisamente. Tutto ciò non si potrebbe ammettere se non presupponendo una trasformazione radicale della condizione fisica di Gesù. Se i discepoli sono andati a morire per una tale fede nella morte e nella vera resurrezione di Cristo, direi che vale la pena di credere ai vangeli sia quando ci annunciano la morte che quando ci annunciano la resurrezione di Cristo.

Giovanni Shaolin Caltana il Vangelo di Marco ritenuto il più antico si ferma al sepolcro vuoto e non fa cenno di altro, le aggiunte sono posteriori, e questo lo confermerebbe anche un cattolico onesto. ammesso che Gesù sia stato risorto da Dio per qualche miracolo particolare, come altri miracoli che si raccontano in altre storie il Vangelo stesso non parla affatto della sua nascita miracolsa. purtroppo elementi storici e mitici sono mescolati in un cokctail difficilmente distinguibile e i resoconti che abbiamo sono tutti di parte. se uno vuole credere creda ma pretendere che ci siano elementi incontestabili per affermare che ci sia una sola versione della storia è falso.

CREDENTE: Certo, io credo ai 4 Vangeli così come ci sono conservati e tramandati dalla Chiesa. Diceva Origene che la Chiesa ha 4 vangeli mentre gli eretici ne hanno tanti. Al di fuori di questi, che vanno integrati fra loro per comprendere tutto il messaggio che Dio ha voluto ci pervenisse per la nostra salvezza, vi è oscurità e disorientamento. Ognuno può scegliere liberamente cosa seguire.


Giovanni Shaolin Caltana Facile dire vangeli, ma dietro quelli che abbiamo oggi ci sono tante versioni diverse fra loro. Anche io posso credere che la Luna sia sorretta da un unicorno color arcobaleno. Questa è la posizione della fede ma se non è provata è puro pregiudizio fatto di castelli in aria quindi non si può spacciare per vera in modo certo ed assoluto. queste sono teorie infondate scientificamente e anche le parole di Origene lasciano il tempo che trovano; chi sono gli eretici e secondo chi e sulla base di cosa? non vedo depositari assoluti della verità. i vangeli sono documenti ma non si può credere che siano la parola stessa di Dio scesa dal cielo in un libretto tascabile pronto per l'uso a meno di non provarlo. inoltre altri vangeli ci sono degli stessi anni ed ugualmente con validità storica, sono rifiutati solo perchè non in linea con la teologia cattolica? mi sembra poco convincente.

CREDENTE:
la Scrittura si può accettare come sacra ed espressione della volontà di Dio solo all'interno di una comunità vivente che lo eredita, lo conserva, lo garantisce e lo trasmette. Se si perde di vista il legame indissolubile con la Chiesa all'interno del quale sono sorti i testi sacri, tutto diventa opinabile. Gesù è la Parola incarnata, da Lui abbiamo avuto la Verità, che Egli ha lasciato il compito di perpetuare agli apostoli. Dicendo di andare ad ammaestrare le genti per la salvezza. Abbiamo tutto ciò che occorre.


Giovanni Shaolin Caltana : questa è la scusa usata dal cattolicesimo per imporre con autorità i suoi dogmi facendo emergere la figura tirannica del prete e tagliare ogni libertà di interpretazione, la tradizione sovrapposta alla Bibbia e di fatto ne prende il posto. io ho fatto parte per più di trenta anni di tale comunità, ma non ho deciso di abdicare alla ragione. la tua fede la rispetto ma come ogni fede è frutto di scelta che si basa su preferenze e pregiudizi non sul ragionamento

CREDENTE: La ragione non è da sottovalutare o da escludere. E' proprio questa che ci fa discernere cosa ritenere come Bibbia e a chi dar retta per la sua interpretazione. E' chiaro, per me, che solo coloro che si sono presi la responsabilità, a partire da ciò che avevano ereditato come DEPOSITO della fede, di dichiarare come sacri ed ispirati certi testi e non altri, solo ad essi può essere attribuito anche il diritto dovere di spiegarli correttamente.


Giovanni Shaolin Caltana : questa è la cosiddetta tradizione apostolica ma il fatto è ben più complicato. io sono uscito dalle chiese proprio perchè fanno le cose troppo facili. questo deposito saldo non penso che esista dato che Paolo e Giacomo in realtà erano avversari acerrimi con visioni opposte, molti cristiani pensavano che Gesù era solo un profeta, magari adottato da Dio al battesimo, i vangeli hanno molti punti diversi, gli evangelisti non erano gli apostoli ma persone vissute tempo dopo, il Nuovo testamento è composto per 1/3 da scritti di una persona che non ha mai conosciuto Gesù (Paolo), dispute sulla circoncisione e altro già scaldavano gli animi, vari accenni nella stessa Bibbia suggeriscono interpretazioni gnostiche già al tempo apostolico, che l'epistola di Giuda cita brani di scritti apocrifi. la fede vuole appianare tanti conti che non tornano e resta rispettabile come fede ma quando (come spessissimo è accaduto nella storia e qualcuno fa ancora oggi) pretende di essere l'unica verità, imporsi come scientifica ed imporsi senza discussioni, allora non è più rispettabile.

CREDENTE: nel dire che Paolo e Giacomo fossero nemici acerrimi e con visioni opposte ti riferisci probabilmente al periodo antecendente alla conversione di Paolo. Altrimenti dovresti documentare questa supposta inimicizia e diversità dottrinale. Due degli evangelisti erano apostoli e due erano diretti discepoli degli apostoli, vissuti collaborando con loro. Paolo ha ricevuto per rivelazione e per istruzioni di Gesù quanto ha scritto e il suo insegnamento è stato accettato col beneplacito delle cosiddette "colonne" a cui lui ha sottoposto la sua dottrina(cf Galati 2,1 Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. 2 Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano.) Per il resto Gesù non ha affidato a tutti il compito di ammaestrare le genti ma a persone precise che a loro volta lo hanno affidato a persone precise. (2Timoteo 2,2 ... le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.) QUindi nulla è stato lasciato al caso e in balia di ogni vento. Dio, in quanto onnipotente, non ha permesso che il suo progetto di salvezza andasse disperso o vanificato. Occorre solo accertarsi che tante obiezioni trovano risposta .

Giovanni Shaolin Caltana: No no, dopo la conversione erano ai ferri corti. Giacomo ed i suoi erano per la legge, la circoncisione e tutto il resto, Paolo veniva considerato nemico degli ebrei, dopo la conversione al tempio lo stavano per uccidere come già era avvenuto a Efeso credo. Atti da una versione oltremodo edulcorata della storia d'altronde è di parte paolina, mentre Paolo nelle lettere ai Corinzi si lamenta molto di questo fatto, dei contrasti con gli apostoli secondo la carne che hanno conosciuto Gesù ed ai Galati parla di Pietro che giudaizzava per paura di quelli di Giacomo. poi Giacomo è stato ucciso, Piertro era ondivago ed il partito dei giudeocristiani che aveva anche vangeli propri è stato distrutto con le guerre giudaiche, questa è la nascita del cristianesimo paolino-giovanneo. Sulle presunte rivelazioni di Paolo non ci credo altrimenti tutte le rivelazioni devono essere accolte, anche quelle gnostiche. che gli evangelisti siano gli apostoli è detto dalla tradizione ma ormai è storicamente inattendibile, che un pescatore semianalfabeta come Giovanni conoscesse il greco e fosse amico del sommo sacerdote non è credibile, infatti il Giovanni evangelista è Giovanni il presbitero, di Efeso vissuto a fine primo secolo. poi la tradizione della chiesa può raccontare quello che vuole e chiamare Dio come giustificazione come vuole ma le analisi storiche imparziali fatte su testi scoperti da poco come a Qumran, Nag Hammadi fanno rileggere il tutto delle testimonianze cristiane e non cristiane in ben altra luce che la storia semplice e tranquillizzzante che è stata costruti da Costantino in poi ed imposta all'Occidente con la forza e l'autorità

CREDENTE: Le rivelazioni ricevute da Paolo sono state confrontate con le istruzioni ricevute di presenza da Gesù dai maggiorenti tra gli apostoli, come risulta da Galati 2,9 ...e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.--- Gli apostoli o i loro autorizzati successori non hanno riconosciuto allo stesso modo doceti o gnostici. Quindi ovviamente non tutte le rivelazioni sono da Dio. Quella di Paolo è stata confermata dal consesso apostolico ed egli quindi poteva insegnare, forte di quella approvazione. Le opinioni circa la necessità della circoncisione da parte dei giudaizzanti, furono tutte dissolte nel concilio di Gerusalemme come risulta da Atti 15 e in quel consesso erano compresenti sia Paolo che gli apostoli. La conclusione fu che Pietro, Paolo, Giacomo e tutti gli altri furono unanimi nelle decisioni. Pietro riconobbe pure la correttezza di un rimprovero ricevuto da Paolo, in merito ad un suo comportamento incoerente. Quindi di fatto, i particolari sono stati chiariti e tutte queste presunte divergenze e contrapposizioni non ci sono.
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06/04/2018 11.21
 
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E' legittimo chiedersi:
Perchè Gesù piange se sa che dopo un pò avrebbe risuscitato Lazzaro? e Perchè lo fa, sapendo che lo restituisce a questo mondo che è dominato da un altro "principe"?


Rileggiamo il passaggio in questione da Gv 11, 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove l'avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!»
35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»
38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro.------- Provo a dare la mia chiave di lettura. Gesù pianse, perchè i giudei non credevano in Lui, e perchè anche dopo il segno esteriore più grande, il settimo dei segni descritti da Giovanni, la resurrezione di Lazzaro appunto, i giudei non solo avrebbero continuato a NON CREDERE in Lui che si era appena proclamato la "resurrezione e la Vita, ma avrebbero addirittura organizzato la sua condanna a morte, proprio argomentando che a seguito di questo miracolo se non lo avessero ucciso, tutti avrebbero aderito a Lui. Notare il verso 38 dove Gesù freme DI NUOVO dopo che alcuni giudei obiettarono: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?... Non volevano capire prima e non lo avrebbero accettato dopo che lo risuscitò.

Veniamo alla seconda domanda. Perchè Gesù non lasciò che Lazzaro andasse al Padre ma lo fece tornare in questo mondo dominato dal diavolo? Perchè Gesù ha vinto il mondo e anche il diavolo e sa che non solo Lazzaro ma tutti gli uomini, si possono salvare dalle grinfie del diavolo, credendo e seguendo Lui. Altrimenti dovrebbe togliere dal mondo non solo Lazzaro ma tutti noi. Mentre ci vuole far vivere un certo tempo in questo mondo in modo da potergli dimostrare il nostro amore e la nostra fedeltà, accettando la sua grazia salvatrice.
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11/04/2018 22.53
 
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Qualcuno sostiene che nei primi secoli la chiesa avrebbe apostatato e non avrebbe più avuto il favore e la guida divina.
Quindi per giustificare la formazione, la conservazione e il riconoscimento dei Libri ispirati che formano l'attuale canone, così come si è venuto determinando nei primi secoli cristiani, ricorre al seguente ragionamento:
Dio si può servire di persone malvagie anche per conseguire un fine positivo e con tale osservazione ritiene di poter dimostrare che Dio si sia servito della chiesa apostata per formulare un canone infallibilmente corretto.

RIsposta: 1Corinzi 2,7-8 dice:
7 ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria 8 e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.

----- In questo versetto si dice che i dominatori del mondo (visibili o invisibili), con la crocifissione di Cristo, hanno agito come espressione diretta del male ma non si può dire che sia stato Dio stesso ad ispirarli o a spingerli a uccidere il Signore della Gloria, perchè se si dicesse questo si accuserebbe Dio di indurre gli esseri al male e quindi non potrebbe ritenere nessuno responsabile delle azioni che compie, mettendo in discussione tutta la questione del libero arbitrio.
Tuttavia nei suoi imperscrutabili disegni, Dio ha volto al bene di tutta l'umanità la perversa congiura contro il suo Figlio che ha avuto come epilogo l'atroce passione e morte di Cristo, ma che si è mutato in riscatto di grazia e misericordia per tutti coloro che ne vogliano beneficiare. Questo caso mostra che non è Dio a spingere al male i maligni per ottenerne un bene. Ma conosce il modo per poter comunque utilizzare quello che è e resta un male, commesso liberamente e deliberatamente dagli esseri, per farlo servire ad un bene.

Non è invece la stessa cosa, quando Dio si propone di ottenere un bene da persone che sono già al suo servizio per il bene e che Egli sa di poter direttamente ispirare e spingere ad ottenere il bene che si propone.
Non è minimamente pensabile che nel caso della formazione, della conservazione, della trasmissione e del riconoscimento di tutti i Libri veramente ispirati, nella loro integrità, (il cui processo ha richiesto diversi secoli ) Dio si possa essere servito di persone dedite al male e alla distruzione delle sue opere, della sua Parola e di quanto avrebbe dovuto servire per l'edificazione del suo regno. Se tutto questo fosse dipeso da persone malvagie o ispirate dal male, avrebbero senza dubbio provveduto a distruggere tutto. Ma se tutto questo non è avvenuto è perchè quella chiesa, fondata da Cristo, ha agito sotto la guida dello Spirito Santo.
12/04/2018 10.54
 
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Perchè le date della Paqua celebrata da Gesù, sembrano divergere tra la cronologia dei sinottici e quella di Giovanni?

In Giovanni 18,28 si evidenzia come la pasqua degli ebrei non fosse ancora stata consumata, poichè si dice che essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter consumare la Pasqua. Pertanto quando Yeshùa viene condotto li, non era ancora stata celebrata la Pasqua. Passando ai sinottici, se si legge la maggior parte delle traduzioni sembra quasi che contraddicano Giovanni e che il giorno della morte sia persino il 16 Nissàn.

Il nucleo del problema sta nella errata traduzione di passi come quello di Marco 14:12 in cui troviamo scritto "Il primo giorno degli azzimi....". Il testo greco è: "te pròte emèra ton azΰmon". Una costruzione simile è presente in Giovanni 1:15 "...perchè era prima di me" ovvero "pròtòs mu". Pertanto la traduzione corretta non è "il primo giorno degli azzimi" (che sarebbe il 15 Nissàn, ma ciò è impossibile perchè in tal giorno l'agnello pasquale era gia stato scannato) ma "il giorno prima degli azzimi".

Il giorno ebraico va da tramonto a tramonto; Yeshùa manda i discepoli a preparare per la Pasqua (da consumare dopo il tramonto del 14) ma quella stessa notte (dopo i tramonto del 13, quindi già nel 14 Nissàn) viene arrestato, successivamente incriminato, e ucciso nel pomeriggio dello stesso giorno, ovvero sempre il 14 Nissàn, ovvero il giorno della preparazione per il "sabato" (non quello settimanale) in cui gli ebrei scannavano l'agnello pasquale che consumavano dopo il tramonto, cioè all'inizio della festività degli azzimi (15 Nissàn).
Ci sarebbe da considerare anche il punto di vista lucano che potrebbe destare delle perplessità, ma anche il quel caso è sufficiente un'attenta analisi del testo per comprendere la questione. Per i riferimenti linguistici riguardo la traduzione vedasi Liddell-Scott.
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