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COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S.GIOVANNI

Ultimo Aggiornamento: 07/08/2018 18.21
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30/12/2011 12.54
 
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Commento di s.Agostino

PROLOGO

[Motivo della scelta: la lettera è di Giovanni e parla della carità.]

La Santità Vostra ricorda che siamo soliti commentare il Vangelo di Giovanni seguendo il criterio della lettura continuata. Senonché sono giunti quei giorni solenni e santi nei quali essendo nella Chiesa fissate particolari letture tratte dal Vangelo ed insostituibili in queste annuali ricorrenze, abbiamo dovuto sospendere la trattazione del programma iniziato; ma ciò non significa che l'abbiamo abbandonato. Stavo appunto pensando quali pagine della Scrittura, intonate alla gioia di questi giorni, dovessi, con l'aiuto del Signore, nel corso di questa settimana, commentarvi così da terminare la trattazione in sette o otto giorni, quando mi capitò sott'occhio l'Epistola del beato Giovanni. Era una buona occasione di ritornare a sentire, col commento della sua Epistola, la voce di quello stesso di cui avevamo, per il momento, messo da parte il Vangelo. Soprattutto perché in quest'Epistola, così gustata da coloro che hanno conservato sano il palato del cuore per sentire il sapore del pane di Dio e che è assai nota nella Chiesa, si tesse, più che in altri scritti, l'elogio della carità della quale Giovanni ha detto molte cose, anzi pressoché tutto. Chi ha conservato in sé la capacità di udire, non può che gioire di quanto ode. Questa lettura sarà allora per lui come l'olio sulla fiamma. Se c'è in lui qualcosa da nutrire, essa lo nutre, lo fa crescere, lo fa durare. Per altri la lettura sarà come una fiamma accostata all'esca; avverrà che chi era senza fiamma di carità, potrà prendere fiamma per effetto della nostra predicazione. Ne risulta perciò che in certuni si dà accrescimento a ciò che già c'è in loro; in altri viene fatta accendere la fiamma della carità che loro manca: e così tutti godiamo in unità di carità. Ma dove è carità, c'è pace, e dove c'è umiltà, c'è carità. E' tempo ormai di sentire l'apostolo Giovanni e noi cercheremo di esporvi ciò che, davanti alle sue parole, il Signore ci suggerirà, così che possiate anche voi comprenderle bene.
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30/12/2011 12.55
 
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OMELIA 1

Quello che era da principio...

Attraverso la fede possiamo pervenire al Verbo incarnato, esserne illuminati ed averne la vita, se confesseremo umilmente i nostri peccati ed obbediremo al comandamento nuovo della carità fraterna.

[Il Signore si è reso visibile per vivificare i nostri cuori.]

1. Quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e le nostre mani hanno toccato del Verbo di vita (1 Gv 1, 1). Quegli che colle sue mani tocca il Verbo, può farlo unicamente perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi (Gv 1, 14). Questo Verbo fatto carne fino a potersi toccare con le mani, incominciò ad essere carne nel seno della Vergine Maria. Non fu invece a quel tempo che egli incominciò ad essere Verbo, perché Giovanni dice che il Verbo era fin dall'inizio. Dal momento che avete appena sentito ripetere le parole: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio (Gv 1, 1), potete confrontare se Giovanni, nella sua Epistola, sia in perfetta armonia col suo Vangelo. Qualcuno potrebbe riferire l'espressione Verbo di vita a qualche particolare modo di parlare del Cristo e non allo stesso suo corpo che fu toccato con le mani. Ma osservate le parole che seguono: La vita stessa si è manifestata (1 Gv 1, 2). Dunque Cristo è il Verbo di vita. Ma come si è manifestata? Essa era fin dall'inizio, ma ancora non si era manifestata agli uomini; s'era invece manifestata agli angeli che la contemplavano e se ne cibavano come del loro pane. Ma che cosa afferma la Scrittura? L'uomo mangiò il pane degli angeli (Sal 77, 25). Dunque la vita stessa si è manifestata nella carne; perché si è manifestata affinché fosse visto anche dagli occhi ciò che solo il cuore può vedere e così i cuori avessero a guarire. Solo col cuore si vede il Verbo; cogli occhi del corpo invece si vede anche la carne. Noi potevamo vedere la carne, ma per vedere il Verbo non avevamo i mezzi. Allora il Verbo si è fatto carne e questa la potemmo vedere, onde ottenere la guarigione di quella vista interiore che sola ci può far vedere il Verbo.

[Sposalizio tra il Verbo e la carne.]

2. Noi l'abbiamo veduto e ne siamo testimoni (1 Gv 1, 2). Forse alcuni di voi, fratelli, ignari di greco, non sanno quale significato ha in greco il termine testimonio, termine comunissimo del vocabolario religioso. Il greco chiama martiri quelli che il latino chiama testimoni. E chi mai non sentì parlare di martirio? su quali labbra di cristiano non risuona ogni giorno il nome dei martiri? Potesse quel nome stabilirsi anche nel cuore, tanto da farci imitare le sofferenze dei martiri e non metterle invece sotto i piedi. Per questo Giovanni ci ha detto: Noi abbiamo visto e ne siamo testimoni: noi abbiamo visto e siamo i suoi martiri. Questi, dando testimonianza sia di quanto videro, come di quanto udirono da testimoni oculari, sopportarono tutte le sofferenze del martirio perché quella testimonianza spiacque agli uomini contro i quali era diretta. I martiri sono i testimoni di Dio. Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini affinché a sua volta gli uomini abbiano come loro testimone Dio stesso. Abbiamo visto - dice Giovanni - e siamo suoi testimoni. Dove videro? nella rivelazione; ma dire rivelazione è come dire sole; essi perciò videro in questa nostra luce. Ma colui che fece il sole, come poté essere visto, se non perché egli ha posto nel sole la sua tenda e, quale sposo che esce dal talamo, balzò innanzi, come un gigante, verso la sua meta (Sal 18, 6)? Chi fece il sole è prima del sole, prima della stella del mattino, prima degli astri tutti, prima di tutti gli angeli. Egli è il vero creatore poiché: tutto per mezzo di lui fu creato e senza di lui niente fu fatto (Gv 1, 3); ma perché anche con quegli occhi della carne che vedono il sole egli fosse visto, pose la sua dimora nel sole stesso, fece cioè vedere a noi la sua carne nel chiarore di questa luce terrena. L'utero della Vergine fu la sua stanza nuziale, poiché è là che si sono uniti lo sposo e la sposa, il Verbo e la carne. Poiché sta scritto: E saranno i due una sola carne (Gn 2, 24); ed anche il Signore dice nel Vangelo: Dunque non sono due ma una sola carne (Mt 19, 6). Molto opportunamente Isaia ricorda che quei due sono un solo essere; parlando in persona di Cristo dice: Egli pose sul mio capo una mitra come al suo sposo e mi arricchì di un ornamento come la sua sposa (Is 61, 10). Qui, come si vede, è uno solo che parla e si dichiara insieme sposo e sposa, poiché non sono due ma una sola carne. E ciò avviene perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi. La Chiesa si unisce a quella carne ed abbiamo il Cristo totale, capo e membra.

[Conosciamo il Verbo incarnato con gli occhi della fede.]

3. Noi - dice Giovanni - siamo testimoni e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e si è manifestata in noi, cioè in mezzo a noi; più chiaramente si direbbe: manifestata a noi. Le cose dunque che abbiamo visto e sentito le annunciamo a voi. Faccia bene attenzione la vostra Carità: Le cose che abbiamo visto e udito noi vi annunciamo. Essi videro presente nella carne il Signore stesso, da quella bocca raccolsero le sue parole e ce le hanno trasmesse. Perciò anche noi abbiamo sentito, sebbene non abbiamo visto. Siamo forse meno felici di quelli che videro ed udirono? Ma perché allora aggiunse: Affinché anche voi abbiate parte insieme con noi (1 Gv 1, 2-3)? Essi videro, noi no, e tuttavia ci troviamo insieme; la ragione è questa, che abbiamo comune tra noi la fede. Ci fu un tale che, avendo visto, non credette e volle palpare per arrivare in questo modo alla fede. Disse costui: Io non crederò se non metterò le mie dita nel segno dei chiodi e non toccherò le sue cicatrici. Il Signore permise che le mani degli uomini lo palpassero per un poco, lui che sempre si offre allo sguardo degli angeli. Il discepolo dunque palpò ed esclamò: Signor mio e Dio mio. Egli toccò l'uomo e riconobbe Dio. Il Signore allora, per consolare noi che non possiamo stringerlo con le mani, essendo egli già in cielo, ma possiamo raggiungerlo con la fede, gli disse: Tu hai creduto, perché hai veduto: beati quelli che non vedono e credono (Gv 20, 25-29). In questo passo siamo noi stessi ritratti e designati. S'avveri dunque in noi quella beatitudine che il Signore ha preannunziato per le future generazioni; restiamo saldamente attaccati a ciò che non vediamo, perché essi che videro ce lo attestano. Affinché - afferma Giovanni - anche voi abbiate parte con noi. Che c'è di straordinario a far parte della società degli uomini? Aspetta ad obiettare; considera ciò che egli aggiunge: E la nostra vita sia in comune con Dio Padre e Gesù Cristo suo Figlio. Queste cose ve le abbiamo scritte, perché sia piena la vostra gioia (1 Gv 1, 3-4). Proprio nella vita in comune, proprio nella carità e nella unità, Giovanni afferma che c'è la pienezza della gioia.

[Anche noi possiamo divenire luce, se illuminati dalla luce che è Dio.]

4. Questo è il messaggio che udimmo da lui ed annunciamo a voi (1 Gv 1, 5). Che cosa abbiamo qui? Essi videro e palparono con le loro mani il Verbo di vita; palparono Colui che dall'inizio era unico Figlio di Dio e divenne nel tempo visibile e palpabile. A quale scopo venne, quale novità ci annunciò? Che insegnamento volle impartirci? Perché mai fece ciò che fece così che, essendo Verbo, divenne carne, essendo Dio, soffrì da parte degli uomini le cose più indegne, sopportò gli schiaffi dati da quelle stesse mani che egli aveva plasmato? Che cosa ci volle insegnare? Che cosa mostrare? Che cosa annunciare? Sentiamo. Se noi sentiamo discorrere di questi fatti, cioè della nascita e della passione di Cristo, senza ricavarne un insegnamento, ciò significa piuttosto un'evasione che un arricchimento dello spirito. Senti parlare di grandi cose? Bada con quale frutto ne senti parlare. Che cosa dunque volle insegnare il Verbo, che cosa annunciare? Ascolta cosa dice Giovanni: Poiché Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre (1 Gv 1, 5; cf. Gv 8, 12). Qui egli parla di luce, non c'è dubbio, ma le sue parole sono oscure: è bene allora che la luce stessa di cui ci ha parlato l'Apostolo, rischiari i nostri cuori per comprendere ciò che egli disse. E' questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il creatore dalla sua creazione, la sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s'accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s'accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce. E' questo che Giovanni ci vuole insegnare.

[I nostri peccati sono le tenebre che respingono quella luce.]

5. Forse ci si potrebbe chiedere se abbiamo dato un'interpretazione troppo precipitosa. Giovanni stesso ce lo dirà con le dichiarazioni che seguono. Da quanto ho detto all'inizio della predica, dovete ricordare che tutta quest'Epistola è un'esortazione alla carità. Dio è luce - dice Giovanni - e in lui non ci sono tenebre. Che cosa aveva detto prima? Affinché vi associate a noi e possiamo essere insieme con Dio Padre ed il Figlio suo Gesù Cristo. Pertanto se Dio è luce e in lui non ci sono tenebre e noi dobbiamo associarci a lui, le tenebre che sono in noi devono essere disperse, affinché in noi ci sia la luce; tenebre e luce non possono stare insieme. Fa perciò attenzione a ciò che segue: Se noi diremo di essere una sola cosa con lui ma camminiamo nelle tenebre siamo mentitori (1 Gv 1, 6). Tu sai che anche Paolo dice: Che comunanza c'è tra luce e tenebre? (2 Cor 6, 14). Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v'è salvezza fuor che nell'unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l'Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1 Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia. Ma i peccati? Ascolta il seguito: Il sangue di Gesù Cristo ci purificherà da ogni delitto (1 Gv 1, 7; cf. Eb 9, 14; Ap 1, 5). Dio ci ha dato una grande assicurazione e noi a buon diritto celebriamo la Pasqua, nella quale fu versato il sangue del Signore per mezzo del quale siamo purificati da ogni delitto. Restiamo perciò tranquilli. Il diavolo aveva nei nostri riguardi e per nostro danno un credito di schiavitù, ma col sangue di Cristo esso fu eliminato. Dice infatti Giovanni: Il sangue del Figlio suo ci purifica da ogni delitto. Che significa: da ogni delitto? Fate attenzione: ormai nel nome e per causa del sangue di Colui che questi fanciulli hanno appena professato, tutti i loro peccati sono stati mondati. Sono entrate qua dentro come creature antiche e ne escono nuove. Entrarono vecchi e ne uscirono infanti. La vecchiaia è antichità, vita decrepita: l'infanzia invece viene da una rigenerazione: è una vita nuova. Che faremo? Non solo a costoro sono stati condonati i peccati del passato, ma anche a noi; vivendo poi in mezzo al mondo forse abbiamo commesso altri peccati, dopo che i precedenti ci erano stati totalmente condonati e cancellati. Veda perciò ciascuno di fare ciò che è in grado di fare; confessi le cose come sono, affinché colui che è sempre uguale a se stesso, ieri ed oggi, possa curare noi che un tempo non eravamo, adesso invece abbiamo l'esistenza.

[Condanna ciò che sei, se vuoi che Dio ti perdoni.]

6. Fa' dunque attenzione a ciò che Giovanni dice: Se diremo che in noi non c'è peccato, ci inganniamo ed in noi non c'è verità. Se dunque ti confesserai peccatore, la verità è in te, poiché la verità è luce. Non ancora pienamente splende la tua vita, perché vi sono dei peccati; ma ecco, cominci ormai ad illuminarti, poiché riconosci i tuoi peccati. Considera le parole che seguono: Se confesseremo i nostri delitti, egli è fedele e giusto per condonarceli e purificarci da ogni iniquità (1 Gv 1, 8-9). Qui Giovanni non si riferisce soltanto ai peccati del passato, ma anche a quelli eventualmente commessi al presente; l'uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce empiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la confessione dei peccati: perché nessuno si reputi giusto, e l'uomo che prima non era ed ora è, innalzi la cresta davanti a quel Dio che vede ciò che è. Prima di tutto ci sia dunque la confessione, poi l'amore: che cosa fu detto della carità? La carità copre la moltitudine dei peccati (1 Pt 4, 8). Vediamo se appunto Giovanni non esorti proprio alla carità, in considerazione dei delitti che stanno nascosti dentro le anime. Soltanto la carità elimina i delitti. La superbia invece distrugge la carità, mentre questa toglie i delitti. L'umiltà è collegata alla confessione, per mezzo della quale ci dichiariamo peccatori; ma l'umiltà non è quella per cui ci dichiariamo peccatori soltanto con la lingua; come se, dichiarandoci giusti, non dispiacessimo agli uomini, a causa della nostra arroganza. Questo lo fanno gli empi e i dissennati. Dicono: io so di essere giusto, ma mi conviene dichiararlo davanti agli uomini? Se mi dichiarerò giusto, chi sopporterà questo, chi lo tollererà? Sia nota davanti a Dio la mia giustizia, io tuttavia mi dichiarerò peccatore; non già perché lo sono, ma perché l'arroganza non mi renda odioso. Di' agli uomini ciò che tu sei e dillo a Dio. Se non dirai a Dio ciò che sei, Dio condannerà ciò che troverà in te. Vuoi che egli non pronunci condanne? Accusati da te stesso. Vuoi che perdoni? Vedi in te stesso, sì da poter dire a Dio: Distogli il tuo sguardo dai miei peccati. Ripeti a lui anche le altre parole di quel salmo: Poiché io riconosco le mie iniquità (Sal 50, 11 5). Che se confesseremo i nostri delitti, egli fedele e giusto, può da essi scioglierci e purificarci da ogni iniquità. Ma se diremo che non abbiamo peccato, lo trattiamo da ingannatore e la sua parola non è in noi (1 Gv 1, 9-10). Se dirai: non ho peccato, tratti lui da menzognero, proprio quando vuoi presentare te come veritiero. Come è possibile che Dio sia menzognero e l'uomo veritiero, dal momento che la Scrittura si oppone a questa conclusione? Ogni uomo è menzognero, Dio solo è veritiero (Rm 3, 4). Dio dunque è veritiero per se stesso, tu sei veritiero per mezzo di Dio; da te stesso invece sei menzognero.

[Preoccupati di migliorare sempre.]
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7. Ma perché non sembri che Giovanni ha lasciato via libera ai peccati, dicendo: Egli, fedele e giusto, può purificarci da ogni iniquità; perché poi gli uomini non concludessero: dunque pecchiamo pure, facciamo con tranquillità ciò che vogliamo, poiché Cristo ci purifica, Egli, fedele e giusto, ci purifica da ogni iniquità; ecco qui toglierti ogni falsa sicurezza e destarti un opportuno timore. Vai in cerca di una pericolosa tranquillità: sii piuttosto preoccupato. Egli, fedele e giusto, può scioglierci dai nostri delitti, se sempre sarai dispiaciuto di te stesso e cambierai condotta, migliorandoti. Che cosa aggiunge poi Giovanni? Figliuoli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate. Ma il peccato potrebbe insinuarsi nella vita di un uomo; che cosa farà costui? Ditelo! S'abbandonerà alla disperazione? Ecco, ascolta: Se uno - dice Giovanni - peccherà, abbiamo presso il Padre un avvocato, Gesù Cristo, il giusto, e lui stesso è il propiziatore dei nostri peccati (1 Gv 2. 1-2). Lui dunque è l'avvocato; tu bada di non peccare: ma se il peccato verrà fuori ugualmente, data la debolezza della natura, subito fa di sentirne dispiacere, subito condannalo; se lo condannerai, potrai presentarti al giudizio con animo tranquillo. Vi troverai l'avvocato: non temere di perdere la causa, una volta che avrai confessato il tuo peccato. Se può capitare in questa vita che uno faccia affidamento su chi ha scioltezza di lingua e riesca a cavarsela, tu che fai affidamento sul Verbo, potrai forse correre il rischio di perderti? Grida più forte: Abbiamo un avvocato presso il Padre.

[Riconosci che solo Cristo ti può giustificare.]

8. Considera come Giovanni stesso si tenga nell'umiltà. Egli certamente era un uomo giusto e grande, poiché attingeva dal petto del Signore i segreti di alti misteri; attingendo dal suo petto, fu lui, proprio lui, a portare in luce la Divinità del Signore: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio (Gv 1, 1). Grande qual era, quest'uomo non disse: abbiamo un avvocato presso il Padre, ma: Se qualcuno peccherà, abbiamo un avvocato. Non disse: avete come avvocato Cristo stesso. Egli invece ci presentò Cristo, non se stesso, e disse: Abbiamo, non già: avete. Preferì mettersi nel numero dei peccatori, per avere nel Cristo il suo avvocato, piuttosto che presentare se stesso come avvocato invece di Cristo e trovarsi poi tra i superbi degni di condanna. Fratelli, ecco chi abbiamo per avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto: egli è propiziazione per i nostri peccati. Chi ha aderito a questa verità, non ha causato né eresie né scismi. Da dove sono derivati gli scismi? dal fatto che gli uomini dicono: Noi siamo giusti; e aggiungono: noi santifichiamo gli immondi, noi rendiamo giusti gli empi, noi eleviamo preghiere, noi impetriamo grazie. Che cosa disse invece Giovanni? Se uno peccherà, abbiamo come avvocato presso il Padre Gesù Cristo, il giusto. Qualcuno avrà da obiettare: dunque i santi non intercedono per noi? i vescovi e i presbiteri non chiedono in nome del popolo? Esaminate la Scrittura e vedete come anche chi comanda si raccomanda alle preghiere del popolo. Paolo apostolo dice ai fedeli: Pregate in pari tempo anche per noi (Col 4, 3). Prega l'Apostolo per i fedeli, pregano questi per l'Apostolo. Noi, o fratelli, preghiamo per voi, ma voi pregate per noi. Le membra preghino per loro stesse, vicendevolmente, la testa interceda per tutti. Nessuna meraviglia perciò che Giovanni, colle parole successive, voglia chiudere la bocca a quanti portano divisioni nella Chiesa di Dio. Dopo aver detto: Abbiamo Gesù Cristo, il giusto; egli stesso è propiziazione dei nostri peccati; avendo di mira coloro che si sarebbero divisi ed avrebbero detto: Eccolo qui il Cristo, eccolo là (Mt 24, 23), quelli che vorrebbero restringere ad una fazione colui che tutti riscattò e tutto ha in suo potere, subito Giovanni aggiunse: Non solo dei nostri peccati ma dei peccati di tutto il mondo (1 Gv 2, 2). Che significa questo, o fratelli? Certamente anche noi l'abbiamo trovato nelle distese di regioni boscose (Sal 131, 6), abbiamo trovato la Chiesa in tutte le nazioni. Questo dunque è il Cristo propiziazione dei nostri peccati, non soltanto dei nostri, ma dei peccati di tutto il mondo. Poiché trovi la Chiesa in tutto il mondo, non seguire quelli che falsamente si presentano come giustificatori ma in realtà sono causa di divisioni. Resta su quel monte che ha coperto tutta la terra (cf. Dn 2, 35): poiché Cristo è propiziazione dei nostri peccati, non solo dei nostri, ma dei peccati di tutto il mondo, da lui riscattato col suo sangue.

[Ama in modo che tutti diventino tuoi fratelli.]

9. Proseguendo Giovanni dice: In questo lo conosciamo se osserveremo i suoi comandamenti. Quali comandamenti? Chi dice di conoscerlo e non osserva i suoi comandamenti è menzognero e in lui non c'è verità. Ma tu torni a chiedere: quali comandamenti? Giovanni ti dice: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l'amore di Dio (1 Gv 2, 3-5). Vediamo se questo comandamento non sia l'amore. Ci domandavamo quali fossero questi comandamenti e Giovanni ci risponde: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l'amore di Dio. Esamina il Vangelo e vedi se non è questo precisamente quel comandamento. Dice il Signore: Vi dò un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). A questo segno noi conosciamo di essere in lui, se in lui saremo perfetti (1 Gv 2, 5). Egli parla di perfetti nell'amore. Ma qual'è la perfezione dell'amore? E' amare anche i nemici ed amarli perché diventino fratelli. Il nostro amore infatti non deve essere carnale. E' buona cosa chiedere per un altro la salute del corpo; ma se questa mancasse, non deve scapitarne la salute dell'anima. Se auguri al tuo amico la vita, fai bene. Se ti rallegri per la morte del tuo nemico, fai male. Forse la vita che auguri all'amico è inutile, mentre quella morte del nemico di cui ti rallegri, può essere a lui utile. Non è certo se questa nostra vita sia utile o inutile, mentre è indubbiamente utile la vita presso Dio. Ama i tuoi nemici con l'intento di renderli fratelli; amali fino a farli entrare nella tua cerchia. Cosí ha amato colui che, pendendo sulla croce, disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Non che abbia detto: Padre, costoro abbiano una vita lunga; loro che mi uccidono abbiano a vivere; ma ha detto: Perdona loro perché non sanno quello che fanno. Egli li volle preservare da una morte perpetua con una preghiera piena di misericordia e di forza. Molti tra essi credettero e fu loro perdonato di aver versato il sangue di Cristo. Quando si mostrarono crudeli, versarono quel sangue; quando credettero, lo bevvero. In questo noi conosciamo che siamo in lui, se in lui saremo perfetti. Il Signore ci ammonisce ad essere perfetti quando ci parla del dovere di amare i nemici: Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste (Mt 5, 48). Chi dunque dice di rimanere in lui, deve camminare come lui camminò (1 Gv 2, 6). In quale modo, o fratelli? Che ammonizione è questa? Colui che dice di rimanere in lui - cioè in Cristo - deve camminare come lui camminò. Che ci ammonisca forse di camminare sul mare? No, evidentemente. Ci ammonisce invece di camminare nella via della giustizia. Quale via? L'ho ricordato. Egli, quando era inchiodato alla croce, camminava proprio su questa via, che è la strada della carità. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, camminerai sulla strada del Signore.

[E' il comandamento nuovo, perché riguarda l'uomo nuovo.]

10. Dilettissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico, che avevate fin dall'inizio. Quale antico comandamento intende ricordare? Quello che avevate fin dall'inizio. Esso è vecchio in quanto già l'avevate udito. Altrimenti sarebbe in contraddizione col Signore che disse: Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate a vicenda. Ma perché lo chiama comandamento vecchio? Non perché riguarda il vecchio uomo. Perché allora? Perché è: Quello che avevate fin dall'inizio. Il comandamento vecchio è la parola che avete udito (1 Gv 2, 7). Vecchio dunque perché già l'udiste. Ma Giovanni ci mostra che si tratta anche di un comandamento nuovo, quando dice: Ancora vi scrivo un comandamento nuovo. Non un altro comandamento ma quel medesimo che chiamò vecchio ed è ad un tempo vecchio e nuovo. Perché? Ciò si è verificato in lui ed in voi. Avete udito perché esso viene detto vecchio: perché già lo conoscevate. Perché allora viene detto nuovo? Perché: le tenebre se ne sono andate ed ormai splende la luce vera (1 Gv 2, 8; cf. Gv 13, 34). Da ciò deriva che si tratta di un comandamento nuovo: le tenebre riguardano l'uomo vecchio, la luce l'uomo nuovo. Che dice l'apostolo Paolo? Spogliatevi dell'uomo vecchio e rivestitevi dell'uomo nuovo (Col 3, 9-10). Che dice ancora? Un tempo voi foste tenebre, ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8).

[Amare il fratello è camminare nella luce, cioè in Cristo.]

11. Chi dice di essere nella luce - ecco che si rivela tutto il suo pensiero - chi dice di essere nella luce ed odia il fratello è ancora nelle tenebre (1 Gv 2, 9). Ahimé, o fratelli, fin quando vi dovremo dire: Amate i nemici (Mt 5, 44)? Guardatevi almeno dall'odiare il fratello, che è cosa peggiore. Se voi amate soltanto i fratelli, perfetti non sarete, ma se li odiate, che siete mai? Dove siete? Ciascuno guardi nel suo cuore; non tenga odio contro il fratello, per qualche dura parola che ha ricevuto; per litigi terreni, non dobbiamo diventare terra. Chi odia il fratello, non può dire di camminare nella luce. Anzi, non dica di camminare in Cristo. Chi dice di essere nella luce e odia il suo fratello è ancora avvolto nelle tenebre. Poniamo che un pagano diventi cristiano. Capitemi: quando era pagano, era nelle tenebre; ora è diventato cristiano. Sia lode al Signore, dicono tutti, e si congratulano e ripetono le parole augurali dell'Apostolo: Un giorno foste nelle tenebre; ora invece siete nella luce del Signore. Colui che adorava gli idoli, ora adora Dio; adorava cose da lui fatte, adora adesso chi fece lui. E' cambiato. Sia lode a Dio; tutti i cristiani se ne rallegrano. Perché? Perché adesso egli è adoratore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e detesta i demoni e gli idoli. Giovanni prende a cuore questo individuo e, nonostante la festa che tutti gli fanno, nutre qualche preoccupazione per lui. O fratelli, accettiamo volentieri questa sollecitudine materna. Non senza motivo nostra madre ha delle apprensioni per noi, anche quando gli altri si congratulano con noi e questa madre è la carità. Essa è nel cuore di Giovanni, quando fa queste raccomandazioni. E perché le fa se non perché teme per qualcosa che è in noi, pur se gli altri ci fanno congratulazioni? Che cosa teme? Chi dice di essere nella luce. Che significano queste parole? Significano: colui che dice di essere cristiano e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Qui non occorrono spiegazioni, ma c'è da gioire se la cosa non s'avvera, c'è da piangere se essa si avvera.

[Se possederai la carità, non potrai separarti né da Cristo né dalla Chiesa.]

12. Chi ama il suo fratello, resta nella luce, e in lui non c'è scandalo (1 Gv 2, 10; cf. Gv 13, 34). Vi scongiuro in nome di Cristo: è Dio che ci nutre, ristoreremo i nostri corpi in nome di Cristo, come già abbiamo fatto un poco, ed ancora faremo; che la mente abbia il suo cibo. Questo affermo, non perché debba ancora parlare a lungo; il testo della lettura sta per finire: ma facciamo in modo che il tedio non diminuisca la nostra attenzione per queste cose che hanno grandissima importanza. Chi ama suo fratello, resta nella luce ed in lui non c'è scandalo. Chi sono coloro che patiscono o danno scandalo? Coloro che trovano motivo di scandalo in Cristo e nella Chiesa. Chi trova motivo di scandalo in Cristo, è come colui che viene scottato dal sole, mentre colui che trova motivo di scandalo nella Chiesa, è come colui che viene scottato dalla luna. Dice il salmo: Di giorno il sole non ti brucerà né di notte la luna (Sal 120, 6) e significa: se avrai mantenuto la carità, non soffrirai scandalo né a motivo di Cristo, né a motivo della Chiesa. Non abbandonerai Cristo né la Chiesa. Chi abbandona la Chiesa, come può essere nel Cristo, se non appartiene alle sue membra? Come può essere nel Cristo, se non fa parte del suo corpo? Subiscono lo scandalo dunque quelli che abbandonano o Cristo o la Chiesa. Da che cosa desumiamo che il salmo dicendo: Di giorno il sole non ti brucerà, né di notte la luna, vuole che nel termine "bruciatura" si veda indicato lo scandalo? Innanzi tutto fai attenzione alla similitudine; come colui che viene scottato dice: non riesco a tollerare, non sopporto, e perciò si allontana; cosí coloro che non sopportano alcune cose nella Chiesa e si allontanano dal nome di Cristo o della Chiesa, patiscono scandalo. Osservate infatti quale scandalo hanno subito, come scottati dal sole, quegli uomini carnali ai quali Cristo predicava di dare la sua carne dicendo: Chi non mangerà la carne del Figlio dell'uomo e non berrà il suo sangue, non avrà in sé la vita. Circa una settantina di persone dissero: Che discorso duro è questo? e si allontanarono da lui; rimasero i dodici. Quelli furono tutti scottati dal sole e se ne andarono, non riuscendo a sopportare la forza della parola di Cristo. Rimasero dunque i dodici. E perché non credessero di fare un favore a Cristo credendo in lui, quando invece era Cristo a compiere per loro un beneficio, ai dodici rimasti il Signore disse: Volete andare anche voi? Sappiate infatti che non voi siete indispensabili per me, ma io per voi. Ma essi, che non erano stati scottati dal sole, risposero per bocca di Pietro: Signore, tu hai parole di vita eterna: dove potremo noi andare? (Gv 6, 54 61 68 69). E chi sono quelli che vengono scottati dalla Chiesa, come dalla luna nel corso della notte? Quelli che han fatto scisma. Ascoltate la parola stessa dell'Apostolo: Chi è ammalato e non lo sono anch'io? Chi patisce scandalo e io non ne brucio? (2 Cor 11, 29). Come avviene che non c'è scandalo in colui che ama i fratelli? Perché chi ama i fratelli sopporta tutto per l'unità, perché l'amore fraterno consiste nell'unità della carità. Supponiamo che ti offenda uno qualunque che è cattivo, o che tu giudichi cattivo o anche soltanto immagini tale: abbandoni forse per questo tanti altri che sono buoni? Ma che carità fraterna è quella che si mostra in questi Donatisti? Accusano i Cristiani di Africa e perciò abbandonano l'universa terra. Non c'è forse santo alcuno nel mondo? E questi, senza neanche essere ascoltati, furono da voi abbandonati. Ma se amate i fratelli, non ci sarebbe scandalo in voi. Ascolta la voce del salmo: Quanta pace a chi ama la tua legge e non c'è scandalo per lui (Sal 118, 165). Annunzia gran pace a coloro che amano la legge di Dio e perciò soggiunge che non c'è scandalo per loro. Coloro infatti che si scandalizzano perdono la pace. E chi (è detto nel salmo) non patisce scandalo o non lo fa? Chi ama la legge di Dio. Ecco, esso è nella carità. Obietterà qualcuno: si tratta di chi ama la legge di Dio e non di chi ama i fratelli. Ascolta allora ciò che dice il Signore: Un comando nuovo io vi dò, di amarvi gli uni e gli altri. La legge non è forse un comando? E come non si patisce scandalo se non sopportandosi scambievolmente? Dice l'apostolo Paolo: Ci sopportiamo l'un l'altro nell'amore, cercando di mantenere l'unità di spirito in un legame di pace (Ef 4, 2-3). E che questa sia la legge di Cristo lo si deduce dalle parole stesse dell'Apostolo che questa legge raccomanda: Portate, dice, l'uno il peso dell'altro e cosí adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2).

[Gli eretici si sono separati dalla Chiesa, perché hanno odiato i fratelli.]

13. Poiché chi odia il proprio fratello sta nelle tenebre e cammina nelle tenebre e non sa dove va. Che gran cosa, fratelli miei; fate attenzione, ve ne preghiamo. Chi odia il proprio fratello cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre l'hanno accecato (1 Gv 2, 11). Chi è più cieco di coloro che odiano i propri fratelli? E lo vedete che sono ciechi poiché sono andati a sbattere contro la montagna. Vi ripeto le stesse cose perché non vi sfuggano. Questa pietra che è stata staccata dal monte senza concorso di mano umana non è forse il Cristo, nato dalla stirpe regale di Giuda, senza concorso di uomo? Non è lui quella pietra che ha infranto tutti i regni del mondo, cioè tutte le dominazioni degli idoli e dei demoni? Non è lui quella pietra che, cresciuta fino a divenire un gran monte, ha riempito tutto l'universo (cf. Dn 2, 34-35)? Non è forse vero che noi mostriamo a dito questo monte, cosí come facciamo con la luna, quando è al terzo giorno? Quando gli uomini vogliono, ad esempio, vedere la luna nuova, dicono: Ecco la luna, eccola là; se poi sono presenti persone incapaci di individuarla e che dicono: dove è?, allora si alza il dito perché la vedano. A volte capita che alcuni vergognosi di apparire ciechi, affermano di vederla, mentre non è vero. E' cosí che noi o fratelli, mostriamo la Chiesa? Non è cosa visibile chiaramente? Non ha essa raccolto nel suo seno tutte le genti? Non si verifica la promessa fatta tanti anni or sono ad Abramo: che le genti sono benedette nel suo seme (cf. Gn 22, 18)? La promessa fu fatta ad un solo credente, ed il mondo si è riempito di migliaia di credenti. Ecco il monte che copre tutta la superficie della terra: ecco la città della quale fu detto: Non può una città, edificata su una cima, restare nascosta (Mt 5, 14). Ma quelli vengono a urtare contro la montagna. E quando si dice loro: salite! essi rispondono: dove, se non c'è monte? Trovano più facile sbattere la testa contro di essa, che non cercarvi rifugio. Ieri è stato letto Isaia: chiunque di voi era attento, ha compreso non solo cogli occhi ma con le orecchie, né solo con le orecchie del corpo, ma con quelle del cuore: Negli ultimi giorni, sarà visibile il monte della casa del Signore, stabilito sulla cima delle montagne. C'è qualcosa più visibile di una montagna? Ma ci sono anche monti sconosciuti, perché occupano uno spazio limitato della terra. Chi di voi conosce il monte Olimpo? Parimenti coloro che abitano là, non conoscono il nostro monte Giddabam. Questi monti occupano zone limitate. Ma il monte di cui parliamo non è come questi, perché esso occupa tutta la superficie della terra; di esso si dice: E' collocato sulla cima dei monti. Esso dunque sorpassa le cime di tutti gli altri monti. E tutte le nazioni accorreranno verso di esso, dice Isaia (Is 2, 2). Chi può sbagliare sentiero su questo monte? Chi si rompe la testa cozzando contro di esso? Chi non conosce la città che sorge sulla sua cima? Non meravigliatevi se esso è ignorato da coloro che odiano i fratelli: costoro infatti camminano nelle tenebre, e non sanno dove vanno, perché le tenebre hanno accecato i loro occhi. Essi non vedono il monte: c'è motivo di meravigliarsene, dal momento che non hanno occhi? Ma perché non hanno occhi? Perché le tenebre li hanno accecati. Ne abbiamo una prova? Sì: essi odiano i loro fratelli; urtatisi coi loro fratelli d'Africa, si separano da tutti gli altri, perché non sopportano per la pace di Cristo quelli che essi infamano, e sopportano, per sostenere Donato, quelli che essi condannano.
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30/12/2011 12.57
 
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OMELIA 2

Scrivo a voi, figlioli...

La Scrittura ha predetto di Cristo e dell'universalità della Chiesa. Perché figli, padri, giovani. Amore di Dio e amore del mondo.

[La Scrittura ci parla di Cristo, ma occorre saperla intendere.]

1. Bisogna ascoltare attentamente quanto si legge nelle Sacre Scritture a nostra istruzione e salvezza. Ma è soprattutto necessario affidare alla nostra memoria quelle pagine che più valgono nella confutazione degli eretici. Costoro non cessano con insidie di ingannare i più impreparati e trascurati. Ricordate: Cristo è morto ed è risorto per noi; è morto per i nostri delitti ed è risorto per la nostra giustificazione (cf. Rm 4 25). Avete sentito poco fa come i due discepoli che il Signore incontrò sulla strada non riuscivano a riconoscerlo. Egli li sorprese sfiduciati riguardo a quella redenzione che era nel Cristo, persuasi invece che il Cristo aveva sofferto ed era morto come uomo, non credendo essi che, come figlio di Dio, egli sempre vive. Non ritenevano possibile che Cristo, morto nel corpo, ritornasse a vita, quasi fosse uno fra i Profeti. Poco fa avete potuto sentire la loro parola. Ma egli spiegò loro le Scritture, partendo da Mosè giù giù fino ai Profeti, per dimostrare loro che quanto era accaduto, compresa la sua passione e la sua morte, già era stato predetto. Il fatto che il Signore fosse risorto, li avrebbe ancor più turbati e confermati nella loro incredulità, se le cose che riguardano il Cristo, non fossero state preannunziate. La fermezza della fede sta in questo appunto, che ogni predizione riguardante il Cristo si è avverata. Perciò i discepoli lo riconobbero solo al gesto dello spezzare del pane. E veramente lo riconosce a questo gesto anche chi mangia e beve di lui, ma in modo che non gli sia a condanna. Anche gli undici pensavano, in altra occasione, di vedere uno spirito. Egli allora volle che lo palpassero, avendo prima voluto che lo crocifiggessero. Volle che lo crocifiggessero i nemici, e lo palpassero gli amici. Era però medico di tutti, dell'iniquità dei primi, dell'incredulità dei secondi. Durante la lettura degli Atti, voi avete sentito quante migliaia degli uccisori di Cristo credettero in lui (cf. At 2, 41). Se credettero in lui, quelli che lo uccisero, come pensare che non gli avrebbero creduto quelli che soltanto avevano avuto per lui qualche dubbio? Ma fate bene attenzione e tenete bene a mente che Dio volle mettere nella Scrittura la difesa contro insidiosi errori, dato che contro la Scrittura nessuno, se vuole apparire cristiano, osa parlare: quando dunque il Signore volle farsi toccare da quei suoi discepoli, non si preoccupò d'altro che di confermare con le Scritture il cuore dei credenti. Egli aveva dinanzi alla sua mente noi che saremmo venuti dopo. Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del suo corpo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di lui si dice. Quei discepoli dunque credettero, perché lo trattennero in mezzo a loro e lo palparono; ma noi che faremo? Cristo è già salito al cielo e non ritornerà che alla fine dei tempi, per giudicare i vivi e i morti. Su quali fondamenta poggeremo la nostra fede, se non partendo da quella stessa base sulla quale, facendo loro toccare con mano, egli volle che i suoi discepoli rafforzassero la loro fede? Rivelò ad essi il senso nascosto delle Scritture e mostrò che il Cristo doveva soffrire, e che le cose predette su di lui nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, dovevano avverarsi. Nessuno dei testi delle antiche Scritture fu da lui tralasciato. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchi ad ascoltare. Egli allora svelò il senso delle Scritture, così che quei discepoli le comprendessero. Dobbiamo anche noi pregare perché ci riveli lui stesso il senso delle Scritture.

[Sposalizio, nella passione e resurrezione, fra Cristo e la Chiesa, diffusa ovunque.]

2. Che cosa il Signore mostrò che c'era scritto intorno a se stesso nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi? Che cosa rivelò? Ci risponda lui stesso. L'Evangelista su questo punto è stato breve perché imparassimo da noi stessi che cosa dobbiamo capire e credere tra tanti e così estesi testi delle Scritture. Anche se molte sono le pagine e molti i libri, tutti contengono ciò che il Signore disse in poche parole ai suoi discepoli. Che cosa? Che il Cristo doveva patire e risorgere il terzo giorno (cf. Lc 9, 22; 24, 7; Mt 16, 21; 17, 21; Mc 8, 31; 9. 30). A proposito dello sposo senti dire che il Cristo doveva patire e risorgere. Eccoti dunque descritto lo sposo. Vediamo che cosa dice la Scrittura della sposa: così, conoscendo lo sposo e la sposa, verrai alle nozze ben istruito. Ogni celebrazione liturgica è infatti una festa nuziale; la festa delle nozze della Chiesa. Il figlio del re deve prendere moglie e questo figlio del re è lui stesso; la sua sposa sono quelli che assistono alle sue nozze. Coloro che nella Chiesa assistono alle celebrazioni liturgiche, se vi partecipano bene, diventano la sposa, a differenza di quanto succede nelle nozze carnali, dove quelli che assistono sono diversi da colei che si sposa. Tutta la Chiesa infatti è sposa di Cristo, dalla cui carne essa prende l'inizio e ne rappresenta la primizia: in quella carne la sposa si è congiunta allo sposo. Giustamente egli spezzò del pane, quando volle mostrare la realtà della sua carne; e giustamente gli occhi dei discepoli si aprirono al segno della frazione del pane e lo riconobbero. Che cosa dunque disse il Signore essere scritto su di lui nella Legge, nei Profeti, e nei Salmi? Che bisognava che il Cristo patisse. Se non aggiungesse anche e che risorgesse, giustamente lo piangerebbero coloro i cui occhi erano chiusi. Ma anche il risorgere fu predetto. E a che pro? Perché bisognava che il Cristo patisse e risorgesse? E' detto in quel salmo che vi abbiamo con gran cura spiegato, mercoledì, nella prima riunione della scorsa settimana. Perché occorreva che il Cristo patisse e risorgesse? Perché in tutti i confini della terra si ricorderanno del Signore e a lui si rivolgeranno e tutte le nazioni si prosterneranno al suo cospetto (Sal 21, 28). Anche qui il salmo, affinché comprendiate che Cristo doveva patire e risorgere, aggiunge dell'altro per attirare la nostra attenzione sopra la sposa, dopo averla attirata sopra lo sposo. Dice dunque: La penitenza e la remissione dei peccati saranno predicati nel suo nome fra tutte le genti, incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 47). Fratelli, sentendo queste parole, fissatele bene nella memoria. Nessuno può dubitare che la Chiesa non sia presente in tutto il mondo; nessuno può dubitare che essa ha avuto inizio da Gerusalemme ed ha raggiunto tutte le nazioni. Abbiamo conosciuto il campo dove fu piantata la vite: quando questa ormai è cresciuta, non riconosciamo più il campo, avendolo essa tutto ricoperto. Da dove ha preso l'avvio? Da Gerusalemme. Dove è giunta? A tutte le genti. Poche ne mancano, ma presto le raggiungerà tutte. Frattanto mentre giunge a tutte, l'agricoltore ha ritenuto necessario tagliare alcuni rami inutili, che produssero eresie e scismi. Ciò che è stato tagliato non abbia influsso su di voi, per non correre il rischio che anche voi siate tagliati; pregate anzi perché le parti tagliate vengano di nuovo inserite. E' manifesto a tutti che Cristo è morto, è risorto ed è asceso al cielo: anche la Chiesa si mostra a tutti chiaramente, poiché nel suo nome viene predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutti i popoli. Da dove la Chiesa ha avuto inizio? Da Gerusalemme. Colui che sentendo queste cose non vede la grande montagna e chiude gli occhi davanti alla luce che brilla sul candelabro, è uno stolto ed uno sciocco ed è senz'altro un cieco.

[Nella venuta dello Spirito fu manifestata la universalità della Chiesa.]

3. Quando diciamo a questa gente: Se siete cristiani cattolici, dovete essere in comunione con quella Chiesa dalla quale il Vangelo è diffuso in tutto il mondo; quando diciamo loro: dovete essere uniti alla vera Gerusalemme, ci rispondono: Non vogliamo avere nulla a che fare con quella città nella quale è stato ucciso il nostro re, dove è stato ucciso nostro Signore. Sembra dunque che essi odiano la città dove il Signore nostro è stato ucciso. Ma i Giudei l'hanno ucciso, quando egli era sulla terra, costoro lo uccidono quando ormai siede in cielo. Sono peggiori quelli che l'hanno disprezzato giudicandolo come un uomo o quelli che mandano in fumo i sacramenti di Colui che già ritengono Dio? Essi odiano veramente la città in cui è stato ucciso il loro Signore. Uomini pii e misericordiosi quali sono, s'addolorano grandemente perché Cristo è stato ucciso, ma poi uccidono Cristo negli uomini. Cristo amò la sua città e ne ebbe misericordia; da essa ordinò che prendesse inizio la sua predicazione: Incominciando da Gerusalemme. Lì volle che si iniziasse a parlare del suo nome e tu senti orrore ad esserne cittadino? Non c'è da meravigliarsi se tu, essendo stato reciso, hai in odio la radice. Non disse forse Cristo ai suoi discepoli: Restate qui fin quando manderò a voi colui che vi ho promesso (Lc 24, 49)? Questa è la città che essi odiano. Se la abitassero i Giudei, forse l'amerebbero perché i Giudei sono stati gli uccisori di Cristo. Tutti gli uccisori di Cristo sono stati espulsi, come ben si sa, da quella città. Se prima essa ospitava quelli che infierirono contro Cristo, ora ospita coloro che adorano Cristo. I primi la odiano, perché vi trovano i cristiani. Cristo volle che vi restassero i suoi discepoli per inviare ad essi, qui, lo Spirito Santo. La Chiesa prese le mosse appunto là dove stavano insieme centoventi persone. Il loro numero di dodici si era decuplicato. Stavano dunque insieme centoventi persone e venne lo Spirito Santo e riempì tutto il luogo dove s'udì un suono come di vento gagliardo e lingue come di fuoco andarono a posarsi sulle loro teste. Avete sentito leggere appunto questo brano degli Atti degli Apostoli: Essi incominciarono a parlare in lingue diverse, come lo Spirito dava loro di parlare (At 2, 4). Ciascuno dei presenti che erano Giudei provenienti da popoli diversi, riconosceva il proprio linguaggio e tutti si meravigliarono che persone non istruite e rozze avessero imparato non una o due lingue ma quelle addirittura di tutti i popoli. Si mostrava così che laddove tutte le lingue risuonavano, tutte avrebbero aderito alla fede. Ma costoro che amano tanto Cristo e non vogliono aver nulla a che fare con la città che l'uccise, onorano Cristo a loro modo, dicendo che egli ha dato la preferenza a due sole lingue, la latina e la punica, cioè l'africana. Cristo si sarebbe dunque legato a due sole lingue? Quelle che sono usate nel partito di Donato, dove non se ne conoscono altre? Stiamo all'erta, o fratelli, e consideriamo invece il dono dello Spirito di Dio; crediamo quanto di lui fu detto in precedenza, facendo sì di veder realizzato quanto già fu predetto nel salmo: Non c'è lingua, non ci sono parole di cui non si è sentito il suono (Sal 18, 4). E perché tu creda che non le lingue si sono mosse verso Cristo ma che il dono di Cristo ha investito tutte le lingue, ascolta ciò che segue: in ogni luogo è giunto il suono della loro voce, le loro parole hanno raggiunto gli estremi confini del mondo (Sal 18, 5). Perché è avvenuto ciò? Perché egli ha posato la sua dimora nel sole (Sal 18, 6), cioè sotto gli occhi di tutti. Questa dimora è la sua carne, cioè la sua Chiesa, ch'è posta sotto la luce del sole, non nelle tenebre della notte ma nella chiarezza del giorno. Perché allora quelli non lo riconoscono? Ritornate con la mente alla lettura, che ieri abbiamo terminato e vedete perché non lo riconoscono: Chi odia suo fratello cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi (1 Gv 2, 11). Sentiamo dunque ciò che segue, affinché non rimaniamo nelle tenebre. Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l'unità ed osserviamo la carità.

[Figli, perché nati in Cristo.]

4. Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono rimessi i peccati nel suo nome (1 Gv 2, 12). Noi siamo i figlioli, perché con la remissione dei peccati avviene in noi una nascita. Ma i peccati in nome di chi sono rimessi? Forse in nome di Agostino? no; e neppure in nome di Donato. Tu conosci Agostino e sai chi è Donato; ma neppure nel nome di Paolo e di Pietro sono rimessi i peccati. L'Apostolo infatti, pieno di quella materna carità nella quale ha generato i suoi figli, ci svela il suo cuore e in certo qual modo si strappa il seno con le sue parole, piange i figli che vede rapiti da quanti seminano divisioni nella Chiesa e cercano in tutti i modi di costituire dei partiti, per distogliere dall'unità. Egli riconduce ad un unico nome coloro che volevano assumersi molti nomi, cerca di allontanarli dall'amore verso la propria persona per volgerli all'amore di Cristo e dice loro: Forse fu crocifisso Paolo per voi? o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? (1 Cor 1, 13). Che dice dunque? Io non voglio che voi siate miei ma che siate con me, poiché tutti siamo di colui che per noi è morto, per noi fu crocifisso; perciò aggiunge: nel suo nome, non nel nome di un uomo qualsiasi, vi sono rimessi i peccati.

[Padri, perché avete conosciuto il Principio.]

5. Scrivo a voi, padri. Perché prima si è rivolto ai figli? perché a voi sono rimessi i peccati nel suo nome, così che siete generati ad una nuova vita e perciò siete figli. Ma perché ora padri? Perché voi lo avete conosciuto: Avete conosciuto lui fin dal principio (1 Gv 2, 13). Il principio è una prerogativa della paternità. Ora Cristo è nuovo nella carne, ma antico nella divinità. Quanto egli è antico? Di molti anni? E' più antico di sua madre? Certo è maggiore di sua madre. Tutte le cose infatti sono state create per mezzo di lui (Gv 1, 3). Se egli, l'antico, creò tutte le cose, creò anche sua madre dalla quale potesse nascere come nuovo. Lo crediamo anteriore soltanto a sua madre? No, poiché egli è prima ancora degli avi di sua madre. Abramo è l'avo di sua madre ed il Signore dice: Prima di Abramo io sono (Gv 8, 58). Prima di Abramo soltanto? Cielo e terra furono creati prima che esistesse l'uomo. Prima di essi c'era il Signore, anzi prima di essi egli è. Disse bene perciò: non prima di Abramo io fui; ma prima di Abramo io sono. Quando di una cosa si dice che fu, significa che non esiste più; quando si dice: sarà, significa che ancora non esiste; ma egli non conosce altra esperienza che quella dell'essere. Conosce l'essere in quanto è Dio; ma non sa che cosa significhi essere stato, né conosce l'attesa del dover essere. C'è in lui un giorno solo, ma sempiterno. Quel giorno non ha dietro di sé un ieri, né davanti a sé un domani. Il giorno di oggi fa seguito a quello di ieri ed avrà termine con l'avvento del domani. Quel suo giorno unico è invece senza tenebre, senza notte, senza divisione di ore, di minuti o di altre unità di misura. Chiamalo come vuoi, chiamalo pure giorno, se ti piace, ma puoi chiamarlo anche anno ed attribuirgli il valore di interi anni. Di Cristo infatti è stato scritto: I tuoi anni non finiranno (Sal 101, 28). E quando fu chiamato giorno? Quando al Signore fu detto: Oggi ti ho generato (Sal 2, 7). Generato da un Padre eterno, eterna è pure la sua generazione: essa è senza inizio, senza termine, senza limiti di tempo, poiché egli è l'essere ed è colui che è. Questo è il nome che disse a Mosè: Dirai loro: Colui che è mi ha mandato a voi (Es 3, 14). Che cosa esisteva dunque prima di Abramo, prima di Noè, prima di Adamo? Ce lo dice la Scrittura: Io ti ho generato prima dell'aurora (Sal 109, 3). Egli fu dunque generato prima del cielo e prima della terra. Perché? Perché tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui niente è stato fatto (Gv 1, 3). Voi che siete padri, riconoscetelo: padri si diventa riconoscendo colui che è fin dal principio.

[Giovani, perché avete vinto il mondo.]
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6. Scrivo a voi, giovani. Voi siete figli, siete padri, siete giovani; figli per effetto della nascita, padri perché riconoscete il principio. Ma perché giovani? Perché avete vinto il maligno (1 Gv 2, 13). Nei figli troviamo la nascita; nei padri l'antichità, nei giovani la fortezza. Se il maligno viene vinto dai giovani, questo significa che egli lotta contro di noi. Lotta ma non vince. Perché? Perché siamo forti ma ancor più perché in noi è forte colui che abbiamo visto inerme nelle mani dei persecutori. E' lui che ci fa forti, lui che non ha opposto resistenza ai persecutori. Crocifisso nella sua carne inferma, egli vive per virtù di Dio (cf. 2 Cor 13, 4).

7. Scrivo a voi, fanciulli. Perché fanciulli? Perché avete conosciuto il Padre (1 Gv 2, 14). Scrivo a voi, padri: lo dice con insistenza ed aggiunge; perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Ricordate: voi siete padri, ma se dimenticate colui che è fin dal principio, perdete la vostra paternità. Scrivo a voi, giovani. Considerate con attenzione e ricordate sempre che siete giovani. Combattete per poter vincere, raggiungete la vittoria per ottenere la corona; ma siate umili per non soccombere durante il combattimento. Scrivo a voi, giovani, perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e voi avete vinto il maligno (1 Gv 2, 14).

[Opposizione fra amore di Dio e amore del mondo.]

8. Tutti questi privilegi sono nostri, o fratelli, perché abbiamo conosciuto colui che è fin dal principio, siamo forti ed abbiamo conosciuto il Padre: tutte queste realtà allargano le nostre conoscenze ma devono anche sostenere la nostra carità. Se conosciamo, non possiamo anche non amare: una conoscenza senza amore non ci salva. La scienza gonfia, la carità edifica (1 Cor 8, 1). Se professate la fede ma non amate, voi incominciate ad assomigliare ai demoni. Anche i demoni davano testimonianza al Figlio di Dio e dicevano: Che abbiamo noi a che fare con te? (Mt 8, 29). Essi però erano da lui scacciati. Voi confessatelo ed abbracciatelo. Essi temevano a causa della loro iniquità; voi invece amatelo perché vi ha perdonato le iniquità commesse. Ma come ameremo Dio, se amiamo il mondo? Egli vuole farsi accogliere in noi mediante la carità. Ci sono due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l'amore del mondo, non potrà entrarvi l'amore di Dio. Si tenga lontano l'amore del mondo e resti in noi l'amore di Dio; abbia posto in noi l'amore migliore. Se prima amavi il mondo, ora non amarlo più; se saziavi il tuo cuore cogli amori terreni, dissetati ora alla fonte dell'amore di Dio, e incomincerà ad abitare in te la carità, dalla quale nulla di male può derivare. Date dunque ascolto alla voce di colui che ora vi purifica. Quasi come un campo trova i cuori degli uomini. Come trova questi cuori? Se li trova simili ad una selva, incomincia allora ad estirparla, ma se li trova come un campo già purgato, si dà subito a seminarlo. Vuole piantarvi l'albero della carità. E quale è la selva che egli vuole estirpare? L'amore del mondo. Senti come Giovanni parla della estirpazione della selva: Non vogliate amare il mondo; e prosegue: né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui (1 Gv 2, 15).

[Radice di una virtù sincera è la carità.]

9. Dunque avete sentito: Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Nessuno pensi che queste dichiarazioni siano false. E' Dio che parla, è lo Spirito Santo che ha parlato per mezzo dell'Apostolo e nulla v'è di più vero. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Vuoi avere l'amore del Padre, per poter essere coerede col Figlio? Non amare il mondo. Scaccia l'amore malvagio del mondo, per riempirti dell'amore di Dio. Sei come un vaso che è ancora pieno; butta via il suo contenuto, per accogliere ciò che ancora non possiedi. I nostri fratelli certo sono già rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo; anche noi da un po' di anni siamo rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo. E' nostro interesse non amare il mondo, affinché i sacramenti non abbiano a risolversi nella nostra dannazione, cessando così di essere sostegni della nostra salvezza. Sostegno di salvezza è possedere le radici della carità, la virtù della pietà e non soltanto la sua esteriore apparenza. Buona e santa è l'apparenza; ma che vale, se manca del suo sostegno? Il tralcio tagliato non viene forse gettato al fuoco? Mantieni pure la forma esterna, ma sia essa legata alla radice. Ma in che modo staremo uniti alla radice, onde non correre il rischio di venire da essa tagliati? Conservando la carità, come dice Paolo apostolo: Radicati e fondati nella carità (Ef 3, 17). Come potrebbe mettere le sue radici la carità, là dove l'amore del mondo tutto copre al pari di una selva? Fate scomparire questa selva. Dovete gettare nel terreno un seme prezioso ed il campo nulla deve conservare che possa soffocare quel seme. Le parole di Giovanni ci spingono ad operare questa estirpazione. Non vogliate amare il mondo, e neanche ciò che c'è nel mondo. Poiché chi ama il mondo non ha più in sé l'amore del Padre.

[Ti travolge l'amore del mondo? stringiti a Cristo.]

10. Tutto ciò che è nel mondo è desiderio carnale, cupidigia degli occhi e ambizione terrena, tre realtà affermò: e queste non provengono dal Padre, ma dal mondo. Ed il mondo passa, come passano i suoi desideri; ma chi avrà fatto la volontà di Dio, resterà in eterno, come Dio stesso rimane in eterno (1 Gv 2, 16-17). Perché non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Ebbene scegli: vuoi amare le cose temporali ed essere travolto dal tempo insieme con esse? Non preferirai forse odiare il mondo e vivere in eterno con Dio? La corrente delle cose temporali ci trascina dietro di sé: ma il Signore nostro Gesù Cristo nacque come un albero presso le acque di un fiume. Egli assunse la carne, morì, risorse, ascese al cielo. Volle in certo modo mettere le sue radici presso il fiume delle cose temporali. Tu sei trascinato con violenza dalla forza della corrente? Attaccati al legno. Ti travolge l'amore del mondo? Stringiti a Cristo. Per te egli è comparso nel tempo, proprio perché tu divenissi eterno. Anch'egli si è sottomesso al tempo, ma per restare eterno. Si è inserito nel tempo, ma senza staccarsi dall'eternità. Tu invece sei nato nel tempo, e sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato. Tu dunque sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato; egli invece si è sottomesso al tempo, per esercitare la misericordia nel perdono dei peccati. Quale differenza tra il reo e chi è venuto in carcere per visitarlo, anche se queste due persone rimangono insieme nel carcere! Uno venne un giorno a visitare l'amico ed ambedue sembravano dei carcerati. Ma grande è la differenza che passa tra di loro, che rimangono assai diversi. Il processo imminente riempie di angoscia il primo, mentre un senso di umanità ha guidato il secondo. Così nella nostra condizione mortale: noi eravamo in carcere a causa di un reato ed egli, mosso da misericordia, è sceso fino a noi; è venuto a trovare, in veste di redentore, chi era prigioniero. Non è venuto come aguzzino. Il Signore ha versato per noi il suo sangue, ci ha redento, ha rinverdito la nostra speranza. Mentre portiamo ancora con noi la carne mortale. Possiamo pensare che certamente possederemo la immortalità futura; mentre ancora siamo sballottati dai flutti del mare, già gettiamo verso terra l'ancora della speranza.

[Non le creature, ma Dio è il fine del nostro amore.]

11. Ma non dobbiamo amare il mondo e le cose del mondo. Esse sono: le cupidigie carnali, la cupidigia degli occhi, l'ambizione degli onori mondani. Sono tre realtà di fronte alle quali nessuno dica: non è opera di Dio tutto ciò che è nel mondo? non sono opera di Dio il cielo, la terra, il mare, il sole, la luna, le stelle, ornamento dei cieli? Ed i pesci non sono l'ornamento del mare? Così dicasi per la terra degli animali, degli alberi, degli uccelli. Queste realtà sono nel mondo e le ha fatte il Signore. Perché allora non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Lo Spirito del Signore ti aiuti a vedere realmente queste cose buone; ma guai a te se amerai le creature ed abbandonerai il Creatore. Queste cose ti appaiono belle ma quanto più bello sarà l'autore della loro bellezza? Cercate di comprendermi, fratelli carissimi. I paragoni possono servire ad istruirvi, onde Satana non vi tragga in inganno, mettendovi davanti questa obiezione: nelle creature di Dio non vi è altro che bene; non per altro egli le avrebbe create che per arrecarvi del bene. Molti si lasciano persuadere a loro perdizione e dimenticano il Creatore: quando delle creature si fa un uso smodato si reca offesa al creatore. Di costoro dice l'Apostolo: Onorarono e servirono le creature invece del Creatore, che è benedetto nei secoli (Rm 1, 25). No! Dio non ti proibisce di amare le sue creature, ma ti proibisce di amarle allo scopo di ottenere da esse la felicità. Non è proibito invece accettare ed ammirare le creature per amare il Creatore. Fratelli, ponete che uno sposo fabbricasse l'anello destinato alla sposa e questa amasse di più l'anello che non il suo sposo che lo costruì; forse che attraverso quel dono non risulterebbe che la sposa ha un cuore adultero anche se essa ama ciò che è dono del suo sposo? Certo essa ama ciò che ha fatto il suo sposo, ma se dicesse: a me basta il tuo anello e non mi interessa affatto di vedere lui, che sposa sarebbe mai costei? Chi non detesterebbe la sua insulsaggine? Chi non porrebbe sotto accusa quest'animo da adultera? Invece del marito, tu che sei la sua sposa, ami l'oro, ami un anello; se tali sono i tuoi sentimenti da amare un anello invece del tuo sposo e lui non vuoi neppure vederlo, significa che egli ti ha dato questo dono in caparra non per possederti ma per perderti. Lo scopo per cui un fidanzato offre un dono come caparra, è di assicurarsi l'amore della sposa, per mezzo di quel dono. Dio ti ha dunque dato le cose create ma perché tu amassi chi le ha fatte. Egli ti vuole dare assai di più, cioè vuole darti se stesso. Ma se avrai amato le cose, pur fatte da Dio, se avrai trascurato il loro Creatore per amare il mondo, il tuo non può essere giudicato altro che un amore adultero.

[Significato del termine "mondo".]

12. Col termine "mondo" vengono indicati non soltanto il cielo e la terra, le cose visibili ed invisibili, opere tutte del Signore, ma anche gli abitatori del mondo, così come il termine "casa" indica tanto l'edificio come i suoi abitanti. A volte ti capita di lodare la casa ma di vituperare i suoi abitanti. Diciamo: questa casa è bella, è ricca di marmi e di ornamenti. Ma possiamo anche dire, con altro intento: questa casa è buona, nessuno vi patisce ingiustizie, non vi avvengono rapine, né oppressioni. In questo caso, non lodiamo le pareti della casa ma i suoi abitanti; e tuttavia sia nel primo come nel secondo caso, noi usiamo lo stesso identico termine di "casa". Ora tutti coloro che coll'affetto del cuore si legano al mondo, ne divengono gli abitatori, come divengono abitatori del cielo quelli che tengono il loro cuore sollevato in alto, anche se camminano qui in terra ancora col loro corpo. Tutti coloro che amano il mondo vengono indicati col termine "mondo". Queste sono le loro tre aspirazioni: i desideri della carne, la cupidigia degli occhi, l'ambizione della gloria. Desiderano mangiare e bere, fornicare e darsi ad ogni voluttà. Ma se usiamo queste cose con misura, non è forse cosa lecita? Quando vi diciamo: Non amate queste cose, intendiamo forse dirvi che non dovete né mangiare, né bere, né procreare figli? No certamente: non è questa la nostra intenzione. Dobbiamo però usare moderazione, per rispetto al Creatore e perché queste creature non abbiano a tenerci legati col loro affetto. Non vogliate amare nel godimento le cose che vi sono state date solo in vista del loro fine che è il semplice uso. Ma si dà il caso che vi troviate di fronte a due possibilità e siate così messi alla prova; vuoi essere giusto o vuoi guadagnare? Io non ho nulla per vivere, non ho nulla da mangiare, nulla da bere e non posso avere queste cose necessarie alla vita, se non commettendo degli atti di ingiustizia! Non sarà meglio per te amare quel bene che non si perde, piuttosto che commettere una iniquità? Sai misurare il lucro che ti viene dal denaro e non t'avvedi del danno che la tua fede subisce. Questo appunto ci dice Giovanni quando accenna ai desideri della carne; cioè di tutte quelle realtà che sono in rapporto col nostro corpo, quali il cibo, gli amplessi sessuali e altre cose del genere.

[La curiosità.]

13. L'Apostolo ci parla anche della cupidigia degli occhi. Questa espressione indica la curiosità di ogni genere. E' vasto il campo cui si estende la curiosità. La ritrovi negli spettacoli, nei teatri, nei simboli diabolici, nelle arti magiche, nei malefici. Si tratta sempre di curiosità. Essa tenta a volte gli stessi servi di Dio a fare dei miracoli e provare Dio perché esaudisca il loro desiderio di poter operare un miracolo. Questa è curiosità, cioè cupidigia degli occhi, e questa curiosità non viene dal Padre. Se Dio ti ha dato il potere di fare miracoli, adoperalo pure: per questo egli te lo ha dato; ma se uno non lo avesse, non per questo resta escluso dal Regno di Dio. Allorché gli Apostoli si sentirono pieni di gioia, perché anche i demoni stavano loro soggetti, che cosa disse loro il Signore? Non vogliate gioire per questa cosa, gioite invece perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). Egli volle dunque che gli Apostoli gioissero per qualcosa di cui anche tu puoi gioire. Guai a te infatti, se il tuo nome non fosse scritto in cielo. Ti dovrei forse dire: guai a te se non avrai fatto risorgere i morti? se non avrai camminato sopra le acque del mare? se non avrai scacciato i demoni? Qualora però tu avessi ricevuto il potere di compiere queste cose miracolose, usalo con umiltà, non con sentimento di superbia. Il Signore infatti, parlando di certi falsi profeti, disse che anch'essi avrebbero compiuto segni miracolosi e prodigi (cf. Mt 24, 24). Non sia in voi dunque l'ambizione degli onori del secolo. Bramare questa gloria è segno di superbia. L'uomo vuole pavoneggiarsi con gli onori; crede di essere grande, se ha grandi ricchezze o una posizione di potere.

[Cristo tentato dal diavolo.]

14. Ecco dunque le tre concupiscenze: ogni cupidigia umana è messa in moto dai desideri della carne, dalla bramosia degli occhi e dall'ambizione degli onori. Il Signore stesso fu tentato dal diavolo su queste tre concupiscenze. Fu tentato nei desideri della carne, quando gli fu detto: Se sei il Figlio di Dio, di' a queste pietre che diventino pane (Mt 4, 3). Dopo il digiuno infatti egli sentiva fame. Ma in qual modo respinse il tentatore ed a noi suoi soldati insegnò a combattere? Fà attenzione a quanto rispose: L'uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che viene da Dio (Mt 4, 4; Deut 8, 3). Fu tentato anche nella cupidigia degli occhi e sollecitato a fare un miracolo, quando il tentatore gli disse: Buttati giù, poiché sta scritto: egli per te ha dato ordine ai suoi Angeli, affinché ti sorreggano e non batta il tuo piede contro la pietra (Mt 4, 6; cf. Ps 90, 11). Ma il Cristo si oppose al tentatore; se avesse fatto quel miracolo, sarebbe parso che avesse ceduto alla tentazione o si fosse lasciato trascinare dalla curiosità: egli operò dei miracoli ma quando volle agire come Dio e per curare degli ammalati. Se avesse compiuto il miracolo allora, avrebbe dato a vedere di avere il solo scopo di dare spettacolo. Ma perché gli uomini non avessero questa impressione, senti bene ciò che rispose al demonio, così che anche tu possa ripetere queste parole, quando ti assalisse la medesima tentazione. Rispose dunque: Via da me, o Satana; sta scritto infatti: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Cioè: se farò questo, tenterò il Signore. Egli ti ha suggerito le parole che anche tu devi ripetere. Quando il nemico ti viene a dire: Che uomo sei tu, che cristiano sei? che miracoli hai fatto, quali morti sono resuscitati in forza delle tue orazioni, quale salute hai ridato ai febbricitanti? se fossi cristiano di valore, saresti in grado anche di fare dei miracoli. Allora tu rispondi: Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo (Dt 6, 16). Non tenterò Dio, mentre quasi che soltanto facendo miracoli io potessi appartenere a Dio, mentre non facendoli, non potessi dire di appartenergli. Che significherebbero allora le parole: Godete, perché i vostri nomi sono scritti in cielo? In che modo invece il Signore fu assalito con la tentazione della gloria di questo mondo? Essa avvenne quando il diavolo lo sollevò sopra un monte altissimo e gli disse: Tutto questo ti darò se, prostrato, mi adorerai. Il diavolo volle tentare il Re dei secoli, dandogli la speranza di essere innalzato a re di tutta la terra; ma il Signore che creò il cielo e la terra, disprezzò il diavolo. C'è forse da meravigliarsi che il diavolo venga vinto dal Signore? Egli rispose al diavolo ciò che tu stesso, come egli ti insegnò, devi rispondergli: E' scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo (Mt 4, 10; Deut 6, 13). Se ricorderete queste parole e le praticherete, non avrete in voi la concupiscenza del mondo, non vi domineranno né i desideri della carne, né la cupidigia degli occhi, né la brama della gloria; allora permetterete alla carità di entrare in voi più largamente e così amerete il Signore. Se invece ci sarà in voi l'amore del mondo, non potrà esservi l'amore di Dio. Conservate l'amore di Dio affinché restiate in eterno, così come Dio è eterno. Ciascuno è tale quale l'amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? dovrei concludere: tu sarai Dio. Ma non oso dirlo io e perciò ascoltiamo la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figli tutti dell'Altissimo (Sal 81, 6). Se dunque volete essere dèi e figli tutti dell'Altissimo, non vogliate amare il mondo e ciò che si trova nel mondo. Tutto ciò che è nel mondo, è desiderio carnale, cupidigia degli occhi, ambizione di gloria; ora tutto ciò non proviene dal Padre ma dal mondo: cioè dagli uomini che amano il mondo. Il mondo passa e le sue concupiscenze; chi invece fa la volontà di Dio, rimane in eterno (1 Gv 2, 15-17).
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30/12/2011 13.04
 
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OMELIA 3

Figlioli, è l'ultima ora...

Nutrendoci della verità e della vita che è Cristo, tendiamo alla perfezione, generosi nelle opere, in unità di carità e respingendo le allettazioni del mondo. Cristo è il maestro interiore e la sua unzione dà incremento alla nostra vita spirituale.

[Nutriamoci del latte per giungere al pane.]

1. Figlioli, questa è davvero l'ultima ora (1 Gv 2, 18). Qui si rivolge ai fanciulli perché, trovandoci negli ultimi tempi, affrettino la loro crescita. L'età del nostro corpo non dipende dalla nostra volontà. Nessuno cresce nel corpo, in conseguenza di un suo atto di volontà; allo stesso modo nessuno viene alla vita, per effetto di un suo atto di volontà: dove invece la nascita dipende dalla volontà, da questa dipende anche l'accrescimento. Ora nessuno nasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, senza un suo atto di volontà. Perciò egli cresce in questa vita, se vuole, e parimenti questa vita viene a mancare, proprio per causa della volontà. Crescere significa progredire, decrescere significa venir meno. Chi è conscio di aver avuto una nascita, si lasci chiamare fanciullo e infante, si attacchi con avidità alle poppe materne e subito crescerà. La Chiesa è una madre ed i suoi Testamenti che formano le Scritture sono le poppe. Da qui si attinga il latte dei misteri che sono avvenuti nel tempo per la nostra salvezza eterna; così ciascuno di noi, nutrito e corroborato, potrà giungere a mangiare quel cibo di cui sta scritto: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo (Gv 1, 1). Cristo si è abbassato a divenire il nostro latte ed ancora lui stesso, che pure è uguale al Padre, diventa nostro cibo. Ti nutre col latte affinché giunga anche a saziarti del pane; toccare Cristo spiritualmente col cuore, significa credere che egli è uguale al Padre.

[Riconoscere la divinità di Cristo.]

2. Per questa ragione proibiva a Maria di toccarlo e le diceva: Non mi toccare, poiché ancora non sono salito al Padre (Gv 20, 17). Che significano queste parole? Come mai si fece palpare dai discepoli e volle poi evitare il contatto con Maria? Non si tratta della stessa persona che disse al discepolo dubbioso: Metti qui le tue dita e palpa le mie cicatrici (Gv 20, 27)? A quel tempo era forse già asceso al Padre? Perché dunque trattiene Maria e le dice: Non toccarmi, non sono ancora asceso al Padre? Dovremo forse dire che egli non ebbe timore alcuno di farsi toccare dagli uomini mentre temette di farsi toccare dalle donne? No! Il suo contatto rende puro ogni corpo. Perché avrebbe dovuto temere a farsi toccare da quelli ai quali volle manifestarsi per primo? La sua resurrezione non fu forse rivelata agli uomini da alcune donne, cosicché il serpente fosse sconfitto dalla sua stessa tattica ma in senso contrario? Egli aveva annunciato la morte al primo uomo servendosi di una donna, ed è appunto per mezzo delle donne che è stata annunciata agli uomini la vita. Perché dunque il Signore risorto non volle essere toccato? Per quest'unica ragione: voleva far capire che occorreva ormai toccarlo attraverso un contatto spirituale. Questo contatto si verifica quando il cuore è puro. Tocca con cuore mondo il Cristo colui che lo riconosce uguale al Padre. Chi ancora non riconosce la divinità di Cristo si arresta alla sua carne e non raggiunge la sua divinità. Non è un gran che arrivare a toccarlo come lo toccarono i persecutori che lo crocifissero. E' invece importante comprendere il Verbo, Dio presso Dio fin dal principio, per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte; egli voleva così essere conosciuto, quando disse a Filippo: Da tanto tempo, o Filippo, sono con voi e non mi avete conosciuto? Colui che vede me, vede anche il Padre (Gv 14, 9).

[Affrettiamoci a progredire perché è l'ultima ora.]

3. Chiunque intende non abbandonare il progresso verso la perfezione, ascolti ancora: Questa, o fanciulli, è l'ultima ora. Orsù progredite, incominciate a correre, crescete: questa è l'ultima ora. E' un'ora assai lunga ma è pur sempre l'ultima. Con queste parole l'Apostolo intendeva indicarci gli ultimi tempi, poiché negli ultimi tempi verrà il Signore nostro Gesù Cristo. Alcuni potrebbero osservare: Perché questi che viviamo sono gli ultimi tempi? Perché è questa l'ultima ora? Prima deve venire l'Anticristo, poi il giorno del giudizio. Giovanni previene queste obiezioni in modo che nessuno si adagi tranquillo nella persuasione che questa non è l'ultima ora, perché prima deve venire l'Anticristo. Dice dunque l'Apostolo: Avendo voi udito che verrà l'Anticristo, molti già fin d'ora sono divenuti anticristi (1 Gv 2, 18). Sarebbe mai possibile che ci siano molti anticristi senza che sia giunta anche l'ultima ora?

[Anticristo è chi non aderisce sinceramente al corpo di Cristo.]

4. Ma chi sono quelli che l'Apostolo chiama anticristi? Lo dice in seguito. Da questo noi conosciamo che è l'ultima ora. Da che cosa dunque? Dal fatto che molti sono diventati anticristi. Essi sono usciti dalle nostre file (1 Gv 2, 18-19). Eccoli gli anticristi; essi uscirono dalle nostre file. Perciò piangiamo questa perdita. Ma ascolta ciò che ci consola: Non erano dei nostri. Tutti gli eretici, tutti gli scismatici sono usciti dalle nostre file, sono usciti cioè dalla Chiesa. Non ne uscirebbero se fossero dei nostri. Non erano dunque dei nostri già prima di uscire. Ma se già prima di uscire non erano dei nostri, molti ce ne sono dentro, che pur non essendo ancora usciti, sono anticristi. Osiamo fare queste osservazioni perché ciascuno di voi, restando dentro la Chiesa, non sia un anticristo. Giovanni, come ora vedremo, ci descrive e ci indica chi sono gli anticristi. Ciascuno deve interrogare la propria coscienza e chiedersi se anche lui non sia un anticristo. Vediamo appunto chi sono gli anticristi. Anticristo in latino significa avversario di Cristo. Alcuni intendono questo termine nel senso di uno che verrà prima di Cristo e dopo del quale ci sarà il ritorno di Cristo. Ma non è questo il vero significato del termine, che non va spiegato in questo modo. Anticristo è colui che si rivela contrario a Cristo. Ma chi dobbiamo intendere come contrario di Cristo? Ammaestrati da Giovanni voi capite che soltanto gli anticristi possono uscire dalla Chiesa. Chi non è contrario a Cristo non può in nessun modo uscire dalla Chiesa. Chi non è contrario a Cristo, si trova unito al suo corpo e ne è ritenuto un membro. Le membra di un corpo non si mettono in opposizione tra di loro. Un corpo è integro quando vi si trovano tutte le membra. Che dice l'Apostolo circa la concordia delle membra? Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; se un membro è trattato con onore, tutte le membra gioiscono (1 Cor 12, 26). Se per l'onore reso ad un membro anche gli altri gioiscono, ne deriva che se un membro soffre, soffrono tutti gli altri. Questa concordia delle membra non permette che esistano gli anticristi. Ma ci sono di quelli che si trovano nel corpo di Cristo come gli umori cattivi nei corpi mortali (anche il corpo di Cristo abbisogna di cure di quando in quando, poiché esso godrà perfetta salute soltanto nel giorno della resurrezione dei morti). Il corpo trova sollievo quando vengono espulsi gli umori cattivi. Quando i cattivi si allontanano dalla Chiesa, questa ne sente sollievo. Quando il corpo evacua e rigetta gli umori cattivi, pare che dica: questi umori sono usciti da me ma non facevano parte del mio essere. Che cosa significano queste parole? Significano che umori cattivi mi opprimevano, ma non già che essi sono stati tagliati via dal mio corpo.

[La tentazione prova chi sono gli anticristi.]

5. Costoro uscirono dalle nostre file. Dovremmo rattristarci? No! perché essi non erano dei nostri. Che prova ne abbiamo? Se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi (1 Gv 2, 19). Da qui deduca la vostra carità che molti, pur non essendo dei nostri, ricevono i sacramenti insieme con noi, come il battesimo, ed insieme con noi ricevono ciò che solo i fedeli possono ricevere: le benedizioni, l'eucarestia e tutte le grazie contenute nei sacramenti; comunicano con noi nel sacramento dell'altare, ma non sono dei nostri. La prova della tentazione li rivela non dei nostri. Quando la tentazione li assale, vengono gettati lontano, come da una folata di vento; essi non erano buon grano. Tutti costoro saranno spazzati via (è cosa che spesso dobbiamo ripetere), quando l'aia del Signore incomincerà ad essere vagliata nel giorno del giudizio finale. Uscirono dalle nostre file, ma non erano dei nostri, poiché se fossero stati dei nostri sarebbero rimasti con noi. Carissimi, voi volete sapere con quale certezza si debba affermare che quanti uscirono dalla Chiesa ma poi vi sono ritornati, non sono anticristi, cioè non sono contrari a Cristo? Ebbene, coloro che non sono anticristi, non possono restare fuori dalla Chiesa. Con la volontà ciascuno di noi può essere anticristo oppure restare legato a Cristo. O siamo uno dei suoi membri oppure siamo nel novero degli umori cattivi. Chi diventa migliore fa parte del corpo; chi resta nella sua malizia, è umore cattivo e, quando verrà scacciato, ne sentiranno sollievo coloro che ne erano angustiati. Da noi uscirono ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti ancora con noi; ciò avvenne affinché risultasse chiaro che non tutti erano dei nostri (1 Gv 2, 19). Ha perciò aggiunto: affinché risultasse chiaro, perché sono dentro, eppure non sono dei nostri. Non si vedono cioè, ma uscendo si manifestano. Ma voi avete l'unzione dello Spirito, che vi aiuta a rivelarvi a voi stessi (1 Gv 2, 20). Questa unzione spirituale è lo stesso Spirito Santo, il cui sacramento consiste nell'unzione visibile. Giovanni afferma che tutti coloro i quali hanno questa unzione di Cristo, conoscono i cattivi ed i buoni e non c'è bisogno che siano ammaestrati, perché l'unzione stessa li ammaestra.

[Aderendo al Cristo umile, non si avrà timore della sua maestà.]

6. Scrivo a voi, non perché ignoriate la verità ma perché la conosciate, giacché qualsiasi menzogna non deriva dalla verità (1 Gv 2, 21). Eccoci dunque avvertiti in che modo possiamo conoscere l'Anticristo. Chi è Cristo? E' la verità; lo afferma lui stesso: Io sono la verità (Gv 14, 6). Ogni menzogna non proviene dalla verità e perciò chiunque mente, non appartiene a Cristo. Giovanni non intende dire: c'è una menzogna derivante dalla verità e c'è, d'altra parte, una menzogna non derivante dalla verità. Prestate attenzione a ciò che afferma per non adulare e blandire voi stessi, e non ingannarvi né illudervi: Ogni menzogna non proviene dalla verità. Vediamo perciò di comprendere in che modo mentono gli anticristi, dato che non esiste un tipo solo di menzogna. Chi è mendace se non colui che nega essere Gesù il Cristo? (1 Gv 2, 22). I nomi di Gesù e quello di Cristo hanno due diversi significati. Gesù Cristo, nostro Salvatore, è evidentemente una sola persona, tuttavia il nome che gli è proprio è quello di Gesù. Come Elia, Mosè ed Abramo ebbero un loro proprio nome, così il Signore nostro ha un suo nome proprio, Gesù. Invece il nome di Cristo designa una funzione di carattere sacro. Lo stesso si verifica per i nomi di profeti e di sacerdoti. Cristo significa: unto, colui per mezzo del quale si sarebbe attuata la redenzione di tutto il popolo d'Israele. Il popolo giudaico attendeva nella speranza la venuta del Cristo, ma perché egli venne in umile aspetto, non fu riconosciuto. Egli era una piccola pietra ma essi finirono per inciampare contro di essa e ne rimasero feriti. Ora la pietra si è ingrandita ed è divenuta un gran monte (cf. Dn 2, 35). Che cosa afferma la Scrittura? Chiunque inciamperà contro questa pietra, ne sarà sfracellato; essa schiaccerà qualunque persona sopra la quale cadrà (Lc 20, 18). E' necessario esaminare bene queste parole. Il testo dice che chi urterà contro di essa verrà sfracellato, ed aggiunge che sarà spezzata la persona sulla quale cadrà quella pietra. Poiché dapprincipio egli venne nella umiltà, gli uomini gli urtarono contro; poiché verrà nella grandezza al dì del giudizio, su chi egli cadrà, si sfracellerà. Ma quando Cristo verrà, non schiaccerà quelli che non ha schiacciato al momento della sua venuta. Chi non urtò contro di lui, quando si presentò umile, non avrà paura di lui, allorché si presenterà in tutta la sua grandezza. Avete dunque sentito, o miei fratelli: chi non urtò contro di lui, quando si presentò umile, non avrà paura di lui quando si presenterà in tutta la sua grandezza. Cristo è pietra di inciampo per i malvagi e quanto Cristo afferma acquista per essi un sapore amaro.

[Saremo suoi eredi, se ci terremo uniti al suo corpo diffuso ovunque.]

7. Udite allora e vedete. Tutti quelli che escono dalla Chiesa e si staccano dalla sua unità, sono senza alcun dubbio anticristi. Nessuno dubiti, perché ce lo ha indicato Giovanni stesso: Essi uscirono da noi ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, certamente sarebbero rimasti con noi. Dunque chiunque non resta con noi, ma si allontana, è evidentemente un anticristo. Ma quale prova abbiamo che egli è un anticristo? Questa: la sua falsità. Chi mai è mendace, se non colui che nega essere Gesù il Cristo? Interroghiamo gli eretici: quale è mai l'eretico che afferma che Gesù è il Cristo? Faccia attenzione la vostra Carità a questo grande mistero. Considerate che cosa ci ha ispirato nostro Signore, che cosa vorrei insinuarvi. Ecco, uscirono dalla nostra Chiesa e sono diventati Donatisti. Interroghiamoli e chiediamo loro se Gesù è il Cristo; subito risponderanno: certo Gesù è il Cristo. Se anticristo è colui che nega Gesù essere il Cristo, né essi possono dire che noi siamo anticristi, né noi lo possiamo affermare di loro, perché tutti e due professiamo la medesima verità. Se dunque essi non dicono di noi che siamo eretici né noi di loro, ne deriva che noi non ci siamo divisi da loro, né loro da noi. Noi però non siamo usciti dai nostri ranghi e restiamo nell'unità; ma se restiamo nell'unità, perché mai ci sono due altari in una stessa città? Perché abbiamo famiglie divise, matrimoni disuniti? Che significa avere in comune il letto e non credere allo stesso e identico Cristo? Per questo ci ammonisce l'Apostolo e vuole che abbiamo a confessare la verità. Una delle due: O essi hanno abbandonato le nostre file o noi abbiamo abbandonato le loro. L'idea che noi abbiamo abbandonato loro non deve neppure sfiorarci: noi possediamo il testamento dell'eredità del Signore, lo leggiamo ad alta voce e vi troviamo queste parole: Ti darò le genti come tua eredità ed il tuo regno raggiungerà i confini della terra (Sal 2, 8). Noi possediamo l'eredità di Cristo, mentre essi non l'hanno. Essi non hanno aderenti su tutta la faccia della terra, non sono in comunione con tutti gli uomini redenti dal sangue del Signore. Noi invece possediamo il Signore stesso, risorto da morte, che si offrì ai discepoli perché lo palpassero con le loro mani. E siccome ancora dubitavano disse loro: Era necessario che il Cristo soffrisse e risorgesse da morte il terzo giorno e nel suo nome si predicasse la penitenza e la remissione dei peccati. Dove? In qual modo? A chi? A tutte le genti, incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 46-47). Siamo certi che l'eredità del Signore è una sola. Chiunque non si trova in comunione con questa eredità, l'ha perduta.

[Accogliamo Cristo e con le parole e con i costumi.]

8. Ma non angustiamoci: Essi uscirono da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi. Se dunque uscirono dalle nostre file, sono essi gli anticristi e, perché tali, sono dei bugiardi e negano che Gesù sia il Cristo. Torniamo così al nodo del problema. Interrogali pure tutti; ognuno risponderà che Gesù è il Cristo. L'Epistola che stiamo esaminando mette qui alle strette la nostra intelligenza, a causa di questo passaggio difficile. Voi certamente vedete il problema ed è problema che, se non ben capito, turba noi e loro. O siamo noi gli anticristi o sono loro. Essi ci chiamano anticristi e dicono che ci siamo allontanati da loro; da parte nostra noi diciamo altrettanto di loro. Ma gli anticristi ci sono indicati chiaramente dall'Epistola stessa. E' anticristo chiunque nega che Gesù sia il Cristo. Chiediamoci allora chi di noi lo nega, e non fermiamoci alle parole ma ai fatti. Se tutti fossero interrogati, tutti a una sola voce proclamerebbero che Gesù è il Cristo. Ma tacciano le parole e si interroghi invece la vita. Se nella Scrittura saremo capaci di scoprire un solo passo in cui è detto che si può negare non solo con la bocca ma anche coi fatti, troveremo allora molti anticristi che professano Cristo con la bocca ma si sono staccati da lui a causa dei loro costumi. Dov'è questo passo della Scrittura? Senti Paolo apostolo che parla appunto di costoro e dice: Essi professano di conoscere Dio ma lo negano coi fatti (Tt 1, 16). Ecco dove sono gli anticristi: chiunque nega Cristo coi fatti, è un anticristo. Non mi fermo a sentire le sue parole ma guardo come vive. Le opere parlano da se stesse e staremo ancora a esaminare le parole? C'è forse un solo malvagio che non ci tenga a parlare bene? Sentite però che cosa dice il Signore di costoro: Ipocriti, come potete parlare bene voi che siete cattivi? (Mt 12, 34). Voi fate giungere le vostre voci fino alle mie orecchie, ma io vedo i vostri sentimenti, vedo in voi una volontà cattiva ed è qui che voi mostrate la falsità dei vostri frutti. So bene dove posso raccogliere: non colgo fichi sui rovi, non uva sulle spine. Ogni albero si riconosce dai frutti (cf. Mt 7, 16). Colui che confessa Cristo colla bocca e lo nega coi fatti è un anticristo peggiore degli altri. Egli è un menzognero, perché dice diversamente da quel che fa.

[Siamo noi gli autori del peccato, non Dio.]

9. Pertanto, o fratelli, se dobbiamo interrogare i fatti, non solo troviamo che ci sono molti anticristi usciti dalle nostre file, ma altri ce ne sono nascosti e non ancora partiti da noi. Quanti spergiuri, quanti frodatori, quanti malfattori, quanti che si dedicano alle pratiche magiche, quanti adulteri, ubriaconi, usurai, imbroglioni, quante persone del genere che neppure conviene nominare la Chiesa tiene nel suo seno! Le azioni di questa gente sono contrarie alla dottrina di Cristo, al Verbo di Dio. Cristo è il Verbo di Dio: tutto quanto è contrario al Verbo di Dio, appartiene all'Anticristo. L'Anticristo infatti è contrario a Cristo. Volete vedere come costoro resistono apertamente a Cristo? Avviene a volte che facciano del male e si tenta per una prima volta di correggerli: essi ancora non osano bestemmiare Cristo ma imprecano contro i suoi ministri, quelli appunto dai quali vengono ripresi. Se poi dimostri loro che le tue parole non sono altro che le parole di Cristo, fanno di tutto per convincerti che si tratta di parole tue, non delle parole di Cristo. Ma quando risulta evidente che tu ripeti le parole stesse di Cristo, si lanciano contro Cristo e lo criticano. Dicono allora: Perché ci ha creati quali siamo? Non è questo il linguaggio che vanno ripetendo quotidianamente gli uomini consapevoli di essere fuori strada? Nella loro perversa volontà essi lanciano accuse contro il loro Creatore. Ma il Creatore grida loro dal cielo (è lui infatti che ci ha creati, lui che ci ha redenti): Che cosa ti ho fatto? Io ho creato l'uomo, non l'avarizia dell'uomo, né il furto, né l'adulterio. Tu sai della lode che mi recano le mie opere. Era proprio questo inno, che usciva dalla bocca dei tre fanciulli, a proteggerli dalle fiamme (cf. Dn 3, 24-90). Le opere del Signore lodano il Signore; il cielo, la terra, il mare, lo lodano; lo loda tutto quanto sta in cielo; lo lodano gli angeli, le stelle, gli astri; tutte le creature viventi nelle acque lo lodano, tutti i volatili, tutti gli animali che sulla terra si muovono, tutti i rettili; tutte queste creature lodano il Signore. Avete forse udito qualche volta che l'avarizia lodi il Signore? che questo faccia l'ubriachezza, la lussuria, la frivolezza? Là dove non senti salire la lode al Signore non si trovano creature da lui fatte. Correggi ciò che tu hai fatto, affinché si salvi ciò che in te fece il Signore. Se questo non vuoi farlo, è segno che ami e resti attaccato ai tuoi peccati e sei perciò contrario a Cristo. Non importa che tu sia dentro o fuori la Chiesa: tu sei in ogni caso un anticristo: dentro o fuori che tu sia, sei paglia. Perché allora non sei fuori? Perché non hai ancora incontrato il vento.

[Esaminiamoci e purifichiamoci per appartenere a Cristo.]

10. Abbiamo dunque chiarito questi punti, fratelli miei. Nessuno di voi dica: Io non adoro Cristo ma adoro Dio suo Padre: Chiunque nega il Figlio, non possiede né il Figlio, né il Padre; chi confessa il Figlio, ha il Figlio ed il Padre (1 Gv 2, 23). Giovanni si rivolge qui a voi che siete buon grano. Quelli che un tempo erano paglia ascoltino anche essi, perché riescano a diventare grano. Ciascuno esamini la propria coscienza e si converta, se scopre che ama il mondo; diventi un amatore di Cristo, se non vuol essere un anticristo. Se si dice a qualcuno che egli è un anticristo, subito si adira e pensa che gli sia fatta ingiuria; minaccerà perfino di denunciare l'avversario che lo chiama anticristo. Ma Cristo gli dice: abbi pazienza: se si tratta di una falsità, gioisci insieme con me, perché anch'io sento dire cose false nei miei riguardi dagli anticristi; se si tratta invece di un'accusa vera, rientra in te stesso e se hai timore di udire ciò, temi ancor più di esserlo.

[Il pensiero del premio accenda il fervore delle opere.]

11. Rimanga dunque in voi ciò che avete sentito dall'inizio. Se resterà in voi ciò che avete udito dall'inizio, anche voi resterete nel Figlio e nel Padre. Questa è la promessa che Egli ci ha fatto (1 Gv 2, 24-25). Avresti intenzione di chiedere il compenso e ti verrebbe da dire: Ecco ciò che ho udito fin dall'inizio lo custodisco in me e lo osservo; per conservarmi così sostengo pericoli, fatiche, tentazioni. Con che frutto? Per quale mercede? Che cosa mi darà il Signore per il fatto che mi vedo scosso dalle tentazioni di questa vita? Qui non trovo un solo momento di quiete, la condizione mortale mi pesa sull'anima ed il corpo corruttibile mi trascina in basso; tuttavia tutto io sopporto, purché resti in me ciò che ho udito dall'inizio e possa così dire al mio Dio: A causa delle tue parole, mi sono mantenuto costantemente su strade difficili (Sal 16, 4). Ma per quale mercede? Ascolta e non venir meno. Se stavi venendo meno a causa delle tue fatiche, resisti, volgendo il tuo pensiero alla mercede promessa. Chi mai lavorando in una vigna, smette di pensare con interesse alla paga che dovrà prendere? Se si dimenticherà della paga, anche le sue mani resteranno inoperose. Il ricordo della mercede promessa rende perseveranti nel lavoro, perfino quando colui che ha fatto la promessa è un uomo che potrebbe ingannarti. Quanto più forte allora tu devi dimostrarti nel campo di Dio, dato che la promessa della mercede proviene dalla Verità stessa, cui non può succedere né di essere tolta di mezzo, né di morire, né di ingannare colui al quale è stato promesso? E che cosa è stato promesso? Vediamo. Si tratta forse di oro, amatissimo dagli uomini di quaggiù, o di argento? Si tratta di possedimenti per i quali gli uomini spendono il loro oro, che pure amano assai? Si tratta di ridenti campagne, di case grandiose, di numerosa servitù, di ricchi greggi? No! non è questa la mercede, in vista della quale il Signore ci esorta a resistere nella fatica. In che cosa consiste allora questa mercede? Nella vita eterna. Avete udito e per la gioia voi avete gridato; ciò è avvenuto perché voi amate quello che avete sentito e quando giungerà anche per voi il riposo della vita eterna, sarete liberati dalle presenti fatiche. Ecco quello che Dio promette: la vita eterna. Ecco quello che Dio minaccia: il fuoco eterno. Quali parole egli dirà a quelli che saranno messi alla sua destra? Venite, o benedetti del Padre mio, ricevete il regno che vi è stato preparato fin dall'origine del mondo. E a quelli di sinistra che dirà? Andate al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25, 34-41). Se ancora non ami il premio, temi almeno il castigo.

[Promesse di Dio e promesse del mondo.]

12. Ricordate dunque, o fratelli miei, che Cristo ci ha promesso la vita eterna. Questa è la promessa - dice l'apostolo Giovanni - che ci ha fatto: la vita eterna. Vi ho scritto queste cose a proposito di quelli che vi portano fuori strada (1 Gv 2, 26). Che nessuno vi conduca a perdizione, seducendovi; desiderate invece la promessa della vita eterna. Che cosa può promettere il mondo? Prometta ciò che vuole; la sua promessa è rivolta ad uno che forse domani deve morire. E costui come se ne partirà da questo mondo per presentarsi a Colui che resta in eterno? Ma qui c'è un prepotente che mi minaccia perché compia il male. Che cosa ti minaccia? il carcere, le catene, il fuoco, i tormenti, le bestie. Ebbene ti minaccia forse il fuoco eterno? Tu, temi ciò che minaccia l'Onnipotente, ama ciò che l'Onnipotente promette; allora tutto il mondo diventerà per te un nulla, tanto quando promette come quando minaccia. Vi ho scritto queste cose a proposito di coloro che vi seducono, affinché sappiate che voi avete l'unzione e l'unzione che abbiamo ricevuto da lui resti dentro di noi (1 Gv 2, 27). L'effetto sacramentale dell'unzione è la virtù invisibile, l'unzione invisibile, cioè lo Spirito Santo: unzione invisibile è quella carità che resta in chiunque si trova, come una radice non soggetta a disseccarsi nonostante l'ardore del sole. Tutto quanto ha profonde radici, riceve nutrimento dal calore del sole, ma non dissecca.

[Sia Cristo ad istruirti ed alimentarti interiormente.]

13. Voi non avete necessità che qualcuno vi istruisca, perché la sua unzione vi istruisce su tutto (1 Gv 2, 27). O fratelli, che cosa facciamo, quando vi diamo questi insegnamenti? Se è la sua unzione che vi istruisce su tutto, il nostro è come un lavoro inutile. Perché tanta insistenza nell'istruirvi? Non è meglio affidarvi alla sua unzione, cosicché sia essa ad istruirvi? E' una domanda che pongo a me ed all'apostolo Giovanni. Si degni l'Apostolo ascoltare questo fanciullo che gli rivolge delle domande. Io domando dunque a Giovanni: Coloro ai quali tu rivolgevi queste parole avevano già l'unzione? A loro dicesti infatti: la sua unzione vi insegnerà tutto. Perché allora hai scritto ad essi questa lettera? Perché istruirli? perché ammaestrarli? perché edificarli? C'è qui un grande mistero sul quale occorre riflettere, o fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. E' dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? E' lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.
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30/12/2011 13.05
 
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OMELIA 4

Ed è verace.

Potremo vincere il diavolo solo se, ascoltando Dio che parla in noi e conservata intatta la nostra fede, sapremo riconoscere i nostri peccati. E saremo figli di Dio se, vivendo la nostra fede e con la grazia di Cristo divenendo imitatori di Dio, aspetteremo con pazienza la vita eterna.

[Far posto nel cuore al Signore, affinché ci possa parlare.]

1. Ben ricordate, o fratelli, che la lettura di ieri è terminata alle parole: Non c'è bisogno che alcuno vi istruisca, perché la sua unzione vi istruirà su tutto (1 Gv 2, 27). Sono certo che vi ricordate di quanto vi ho spiegato: che cioè noi vi parliamo dal di fuori e siamo come agricoltori che curano l'albero dall'esterno, ma siamo incapaci di dare incremento e formare i frutti; colui invece che vi ha creato e redento, che vi ha chiamato ed abita in voi per mezzo della fede e dello Spirito Santo, vi parla nell'intimo; altrimenti invano moltiplicheremmo le nostre parole. Da che cosa risulta questa constatazione? Dal fatto che gli ascoltatori, pur essendo molti, non tutti si persuadono di quanto vien detto; ne sono persuasi soltanto quelli ai quali Dio stesso parla nell'intimo. Ma Dio parla nell'intimo a quelli che gli fanno posto; ora fanno posto a Dio quelli che non lasciano posto dentro di sé al diavolo. Il diavolo vuole abitare nel cuore degli uomini e suggerisce loro parole capaci di sedurre. Ma sentite che cosa dice il Signore Gesù: Il principe di questo mondo è stato cacciato fuori (Gv 12, 31). Da dove? Dal cielo o dalla terra? fuori dal mondo creato? No! E' stato cacciato dal cuore dei credenti. Una volta estromesso l'invasore, è il Redentore che abita nei cuori; quello stesso che vi ha creati, vi ha anche redenti. Il diavolo deve limitarsi ormai a combattere dal di fuori e non può vincere colui che regna nell'intimo. Egli combatte dal di fuori, insinuando tentazioni varie: ma colui al quale Dio parla nell'intimo e possiede quell'unzione di cui vi ho parlato, non lo ascolta.

[Fedele è il Signore.]

2. La sua unzione - dice Giovanni - è vera. Queste parole significano che lo Spirito non può mentire, quando istruisce gli uomini. Essa non è mendace. Rimanete nell'insegnamento che essa vi ha dato. O figlioli, rimanete in lui, affinché quando egli si manifesterà, possiamo avere fiducia di fronte a lui e non abbiamo a restare confusi nel giorno del suo ritorno (1 Gv 2, 27-28). Ecco, fratelli miei: noi crediamo in quel Gesù che non hanno veduto i nostri occhi. A noi Gesù lo hanno annunciato coloro che lo hanno veduto, l'hanno stretto colle loro mani, hanno udito le parole uscite dalla sua bocca. Essi, perché tutti gli uomini accettassero le sue parole, furono inviati da lui; non osarono infatti andare di loro iniziativa. Dove furono mandati? L'avete sentito dalla lettura del Vangelo: Andate, predicate il Vangelo ad ogni creatura che è sotto il cielo (Mc 16, 15). I discepoli furono dunque inviati in ogni parte del mondo, con la testimonianza di prodigi e segni miracolosi perché gli uomini credessero che essi riferivano cose da loro stessi viste. Noi abbiamo creduto in colui che non abbiamo visto coi nostri occhi, e ne aspettiamo il ritorno. Chiunque lo aspetta con fede, sarà ripieno di gioia, quando ritornerà; ma quelli che saranno senza fede, resteranno pieni di vergogna, quando ritornerà colui che essi ora non vogliono vedere. La loro vergogna non durerà un giorno solo e subito finirà, come solitamente capita quando uno prova vergogna per essere stato sorpreso in qualche colpa ed è investito dal disprezzo degli altri. Quella vergogna invece caccerà alla sinistra del giudice quelli che ne saranno colpiti, per sentire le parole: Andate al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25, 41). Restiamo dunque fedeli alla sua parola, affinché non abbiamo a provare confusione quando ritornerà. Egli infatti nel Vangelo a quelli che avevano creduto in lui dice: Se rimarrete nelle mie parole, sarete veramente i miei discepoli (Gv 8, 31). E quasi gli chiedessero: Con quale vantaggio? Voi conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8, 32). Attualmente la nostra salvezza è oggetto di speranza, perché ancora non si è realizzata; ancora non possediamo ciò che è stato promesso e tuttavia ne speriamo la futura realizzazione. Colui che ha fatto questa promessa è fedele; egli non ti inganna: tocca a te unicamente non mancargli di fiducia, ma attendere la realizzazione delle sue promesse. La verità non conosce inganni. Non voler essere tu il bugiardo, altra cosa professando ed altra facendo; conserva la fede e lui manterrà fede alla sua promessa. Se non avrai conservato la fede, sarai stato tu a defraudarti, non certo chi ti ha fatto la promessa.

[Confessare il peccato e lottare con la grazia di Dio.]

3. Se voi sapete che egli è giusto, sappiate che chiunque si diporta giustamente, è nato da lui (1 Gv 2, 29). Attualmente la nostra giustizia deriva dalla fede. La giustizia perfetta si trova solo negli angeli, ma se li mettiamo a confronto con Dio, dovremo dire che a mala pena essi sono nella giustizia. Ma se esiste una giustizia relativamente perfetta nelle anime e negli spiriti creati da Dio, questa si trova negli angeli buoni santi e giusti, che non hanno abbandonato Dio con nessun peccato, non sono caduti in atti di superbia, ma sono sempre rimasti fedeli nella contemplazione del Verbo di Dio, nulla avendo di più dolce se non la visione di colui dal quale sono stati creati. Orbene in questi angeli noi troviamo la perfetta giustizia, mentre in noi si trova quella giustizia che ha avuto inizio dalla fede secondo lo Spirito. Allorché leggevamo il salmo, avete sentito queste parole: Incominciate a lodare il Signore con la confessione (Sal 146, 7). Il salmista dunque ci dice di incominciare: ora l'inizio della nostra giustizia è la confessione dei nostri peccati. Se hai incominciato a non scusare il tuo peccato, già hai dato inizio alla tua giustificazione: essa diventerà poi perfetta, quando il tuo unico diletto sarà la giustizia, e la morte sarà assorbita nella vittoria (cf. 1 Cor 15, 54), né più ti attirerà la concupiscenza, non si avrà più in te la lotta contro la carne ed il sangue e tu avrai la corona della vittoria, il trionfo sul nemico: allora ci sarà anche in te la perfetta giustizia. Per il momento dobbiamo ancora combattere e se combattiamo significa che ancora ci troviamo nello stadio; possiamo infliggere ferite ma anche essere feriti, ed aspettiamo di vedere chi sarà il vincitore. Ora vincitore sarà colui che riesce a ferire, non facendo affidamento sulle sue forze, ma sulla spinta di Dio. Il diavolo è solo nel combatterci. Noi vinciamo il diavolo se stiamo vicini a Dio. Se pretendi di opporti da solo al diavolo, sarai sconfitto. Egli è un avversario avveduto ed esperto. Quante vittorie ha al suo attivo! Guardate da quale altezza ci ha precipitato: per farci nascere mortali, riuscì a scacciare dal paradiso i nostri progenitori. Che cosa fare dunque, dal momento che egli è tanto esperto? Si invochi l'Onnipotente contro il diavolo che è un nemico agguerrito. Abiti dentro di te colui che non può essere vinto, ed allora certamente vincerai colui che è solito vincere. Chi però il diavolo riesce sempre a vincere? Colui nel quale non abita il Signore. Adamo, infatti, mentre era nel paradiso disprezzò, come sapete, il comando del Signore e divenne superbo, desiderando essere indipendente, non più soggetto alla volontà di Dio; e così cadde dalla sua condizione di immortalità e di beatitudine (cf. Gn 3, 6). Ci fu un tempo un uomo agguerrito anche se mortale, che, sedendo nello sterco tra putridi vermi, vinse il diavolo: fu Adamo stesso che lo vinse nella persona di Giobbe, essendo questi un suo discendente; Adamo, quando era nel paradiso, subì la sconfitta; quando invece si trovò nello sterco, conseguì la vittoria. Quando era nel paradiso diede ascolto alle parole suasive della donna, che le aveva sentite suggerire dal diavolo; ma quando si trovò in mezzo allo sterco, egli disse ad Eva: Hai parlato da donnetta stolta (Gb 2, 10). Là, nel paradiso, si lasciò suggestionare, ma qui sa rispondere a tono; quando era in condizioni di felicità, si lasciò convincere; ma quando si trovò in mezzo alla disgrazia, ottenne la vittoria. Fate perciò attenzione, o fratelli, alle parole successive di questa Epistola: ci viene raccomandato di vincere il diavolo, ma non da soli. Se sapete che egli è giusto - ci dice l'apostolo Giovanni - sappiate che chi agisce con giustizia è nato da lui, cioè da Dio, da Cristo. Parlando di chi è nato da lui è a noi che si rivolge. Dunque per il fatto di essere nati da lui già siamo perfetti.

[Cristiani di nome, non di fatto.]

4. Ascoltate: Ecco quale amore ci mostrò il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà (1 Gv 3, 1). Chi di figlio ha soltanto il nome, non è vero figlio, che vantaggio ha da tal nome, se nulla significa per lui? Quanti si dicono medici ma non sanno curare i malati! Quanti hanno il nome di guardia, ma dormono tutta la notte! Allo stesso modo molti si dicono cristiani, ma in definitiva non lo sono, non sono ciò che il loro nome significa, non lo sono nella vita, non nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità. Ricordate, o fratelli, quanto avete udito: Ecco quale amore ci ha dimostrato il Padre: che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo in realtà. Per questo il mondo non ci conosce; dal momento che il mondo non ha conosciuto il Padre, non conosce neanche noi (1 Gv 3, 1). Il mondo è tutto cristiano e in pari tempo è tutto empio; gli empi infatti sono sparsi in tutto il mondo e lo stesso si verifica per le persone pie: gli uni non conoscono gli altri. Come sappiamo che non si conoscono a vicenda? Da questo: che gli empi lanciano insulti contro coloro che vivono bene. Fate bene attenzione perché costoro si trovano forse anche in mezzo a voi. Ciascuno di voi già vive religiosamente, già disprezza le cose del secolo, non va agli spettacoli, non si ubriaca come si trattasse di un rito, non si rende impuro (e la cosa è molto importante) nelle feste dei santi, col pretesto di ottenere il loro patrocinio. Perché mai, dunque, chi non compie tali azioni viene insultato da chi le compie? Ma come potrebbe essere oggetto di insulto, se fosse conosciuto? Perché allora non sono conosciuti? Perché il mondo non conosce il Padre. Chi sono coloro che formano il mondo? Evidentemente quelli che abitano il mondo, così come, dicendo casa, si intende parlare dei suoi abitatori. Queste cose già le abbiamo dette e ripetute, né ci stanchiamo di ripeterle. Quando sentite parlare del mondo in senso cattivo, dovete intendere solo gli amatori del mondo. Essi abitano nel mondo in quanto lo amano; e poiché lo abitano, hanno anche meritato di assumerne il nome. Il mondo perciò non ci conosce, perché non conosce il Padre. Gesù stesso camminava per le strade del mondo ed era Dio in carne umana, Dio nascosto nella debolezza della carne. Perché mai non fu riconosciuto? Perché rimproverava a ciascuno i suoi peccati. Gli uomini che amavano i piaceri del peccato, non potevano riconoscere Dio: amando ciò che la febbre suggeriva loro, facevano ingiuria al medico.

[Cristo è venuto per essere giudicato, tornerà per giudicare.]

5. Ma noi che faremo? Già siamo nati da lui, ma poiché restiamo ancora nella speranza, l'Apostolo ha aggiunto: Dilettissimi, ora siamo figli di Dio. Lo siamo già fin d'ora? Che cosa allora dobbiamo aspettare, se già siamo figli di Dio? Non ancora ci è stato rivelato ciò che saremo. Saremo qualcosa di diverso da ciò che sono i figli di Dio? Ascoltate le parole che seguono: Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Comprenda la vostra Carità questa grande cosa: sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è. Fate attenzione e vedete chi è qui indicato con la parola: è. Già voi sapete chi viene così chiamato. Viene detto è non soltanto chi è di nome ma chi è anche di fatto; chi ha un essere immutabile, eterno, incorruttibile; un essere che non migliora, perché già perfetto, né diminuisce perché eterno. Che cosa significa questo? In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Che cosa significano queste altre parole? Egli pur sussistendo in forma divina non giudicò un'usurpazione essere uguale a Dio (Fil 2, 6). I cattivi non possono vedere Cristo nella sua forma divina, come il Verbo di Dio, l'Unigenito del Padre, uguale al Padre. Anche i cattivi invece potevano vederlo come Verbo fatto carne: nel giorno del giudizio lo vedranno anche i cattivi; egli verrà a giudicare, così come era venuto per essere giudicato. Egli è, nella medesima forma, uomo e Dio. Dice la Scrittura: Sia maledetto l'uomo che mette la sua speranza nell'uomo (Ger 17, 5). Egli venne come uomo, per essere giudicato, e come uomo verrà a giudicare. Se fosse impossibile vederlo, perché mai è stato scritto: Guarderanno a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37)? Degli empi infatti è detto che lo vedranno e saranno confusi. In che senso allora non potranno vederlo, quando il Signore metterà alcuni alla sua destra ed altri alla sua sinistra? A quelli che metterà alla destra dirà: Venite, benedetti del Padre mio, possedete il Regno (Mt 25, 34). A quelli di sinistra dirà invece: Andate al fuoco eterno (Mt 25,.41). Essi vedranno in Cristo solo l'aspetto di servo, non vedranno la sua forma di Dio. Perché? Perché sono empi ed il Signore stesso dice: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Godremo dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia (cf. 1 Cor 2, 9): una visione che supererà tutte le bellezze terrene, quella dell'oro, dell'argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza.

[Il desiderio amplia le nostre capacità recettive.]

6. Che cosa saremo dunque, allorché potremo godere questa visione? Che cosa ci è stato promesso? Saremo simili a lui, perché lo vedremo come è. La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto immaginatelo colla mente. Che cosa sono le rivelazioni di Giovanni messe a confronto con Colui che è? Che cosa possiamo esprimere noi che siamo creature assolutamente impari alla sua grandezza? Torniamo adesso a parlare della sua unzione, di quell'unzione che insegna interiormente ciò che a parole non possiamo esprimere. Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla. La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l'otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l'attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l'animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti. Ammirate l'apostolo Paolo che dilata le capacità della sua anima, per poter accogliere ciò che avverrà. Egli dice infatti: Non che io abbia già raggiunto il fine o che io sia perfetto; non penso di avere già raggiunto la perfezione, o fratelli (Fil 3, 12-13). Ma allora che cosa fai, o Paolo, in questa vita, se non hai raggiunto la soddisfazione del tuo desiderio? Una sola cosa, inseguire con tutta l'anima la palma della vocazione celeste, dimentico di ciò che mi sta dietro, proteso invece a ciò che mi sta davanti (Fil 3, 13-14). Ha dunque affermato di essere proteso in avanti e di tendere al fine con tutto se stesso. Comprendeva bene di essere ancora incapace di accogliere ciò che occhio umano non vide, né orecchio intese, né fantasia immaginò. In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall'amore del mondo. Già l'abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo intorno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com'è.

[L'attesa paziente rafforza il desiderio.]

7. Ed ognuno che ha questa speranza in lui (1 Gv 3, 3). Vedete dunque come egli ci ha posto nella speranza. Considerate la perfetta armonia tra il pensiero dell'apostolo Paolo e quello del suo confratello nell'apostolato. Nella speranza - afferma san Paolo - noi siamo salvati. La speranza che si vede, non è speranza. Se uno vede qualcosa, come può sperarla? Se dunque speriamo ciò che non vediamo, attendiamolo nella pazienza (Rm 8, 24-25). La pazienza da parte sua mette in esercizio il desiderio. Anche a te tocca mantenerti costante, dal momento che Dio sempre resta; persevera nel cammino verso di lui, e lo raggiungerai; egli infatti, verso cui sei indirizzato, non si allontanerà. Vedete: chiunque spera in lui, si rende puro così come egli è puro (1 Gv 3, 3). Vedete come Dio non distrugge il libero arbitrio; dice infatti si rende puro. Chi ci rende puri se non Dio? Ma Dio non ti purifica, se tu non lo vuoi. Per il fatto che insieme alla volontà di Dio metti anche la tua, tu rendi puro te stesso. Questo non si verifica in forza delle tue capacità, ma per merito di Colui che viene ad abitare dentro di te. Siccome però in questi atti c'è la parte della tua volontà, anche a te ne è attribuito il merito. Ma in tal modo che tu debba dire col salmo: Sii tu il mio aiuto, non abbandonarmi (Sal 26, 9). Se dici: sii tu il mio aiuto, significa che qualche cosa stai facendo; perché se nulla fai, in che cosa Dio dovrebbe aiutarti?

[Giustificazione e fede.]

8. Chiunque fa peccato, commette anche una iniquità (1 Gv 3, 4). Nessuno dica: il peccato non è una iniquità; non si dica: io sono peccatore ma non una persona iniqua. Perché: chiunque fa peccato, commette anche una iniquità. Il peccato è una iniquità. Che faremo dunque dei nostri peccati e delle nostre iniquità? Ascolta che cosa aggiunge Giovanni: Voi sapete che Gesù si è rivelato per togliere via il peccato e che in lui non c'è peccato (1 Gv 3, 5). Proprio colui nel quale non c'è peccato, è venuto a togliere il peccato. Se il peccato si trovasse anche in lui, occorrerebbe toglierlo da lui; ed egli non sarebbe in grado di toglierlo agli altri. Chiunque rimane in lui non pecca. Nella misura in cui uno rimane in lui, non pecca. Chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce (1 Gv 3, 6). Qui sorge un grande problema. Nessuna meraviglia che Giovanni affermi: chiunque pecca, né lo vede, né lo conosce. Noi ora non lo vediamo ma lo vedremo un giorno; noi non lo conosciamo ma lo conosceremo; noi crediamo in uno che ancora non conosciamo. Forse vuol dire che lo conosciamo per fede ma non lo conosciamo ancora nella visione? No, perché nella fede noi lo vediamo e lo conosciamo. Se non lo vedessimo per mezzo della fede, perché mai siamo detti illuminati? C'è una illuminazione che si attua con la fede e c'è una illuminazione che si attua nella visione diretta. Finché dura il pellegrinaggio terreno, noi non camminiamo nella visione ma nella fede (cf. 2 Cor 5, 7). Anche la nostra giustizia si attua dunque nella fede, non già nella visione, e sarà perfetta quando raggiungeremo la visione. Non dobbiamo abbandonare la giustizia che proviene dalla fede, perché il giusto vive di fede (Rm 1, 17), ci dice l'Apostolo. Chiunque rimane in lui non pecca; infatti chi pecca, né lo vede, né lo conosce. Chi pecca è uno che non crede, perché se credesse, per quanto dipendesse dalla sua fede, egli non peccherebbe.

[Divenire simili a Dio.]

9. Figlioli, nessuno vi seduca. Chi fa la giustizia è giusto, proprio come lui è giusto (1 Gv 3, 7). Sentendo dire che noi siamo giusti come lui, ci riterremo forse uguali a Dio? Dovete capire bene il significato di quel come. Giovanni aveva detto poco prima: chi crede in lui, si rende puro, così come egli è puro. La nostra purezza viene messa alla pari con la purezza di Dio, la nostra giustizia con la giustizia di Dio? Chi potrebbe asserire ciò? In realtà non sempre il come implica una eguaglianza. Poniamo il caso che qualcuno, dopo aver ammirato questa grande basilica, volesse costruirne una più piccola e tuttavia proporzionata alle misure di questa, in modo che se la lunghezza di questa è doppia della larghezza, anche l'altra rispetti le medesime proporzioni: noi possiamo dire che egli ha inteso innalzare la seconda basilica come la prima. La prima tuttavia misura cento cubiti mentre la seconda soltanto trenta; questa, nei confronti dell'altra, è dunque uguale e disuguale ad un tempo. Vedete allora che un come non sempre implica parità ed uguaglianza. Eccovi un altro esempio. Notate anche voi quanta differenza passa tra la faccia di un uomo e la sua immagine vista nello specchio: una faccia rappresentata in immagine ed una che appartiene al corpo reale, l'immagine che è una realtà di imitazione e il corpo che è una vera sostanza. Che dire dunque? Qui come lì gli occhi, qui come lì gli orecchi. Eppure siamo di fronte a due realtà diverse e il come viene usato per indicare una similitudine. Anche noi dunque portiamo l'immagine di Dio; non è quella che possiede il Figlio, uguale al Padre, e tuttavia in nessun modo potremmo essere dichiarati a lui simili, se in qualche modo a noi proprio non gli fossimo simili. Egli ci rende puri, come lui è puro; ma egli è puro fin dall'eternità, noi lo siamo per mezzo della fede. Siamo giusti come è giusto lui: ma egli lo è nella immutabilità e perpetuità della sua natura, noi lo siamo attraverso la fede in lui che non vediamo, affinché un giorno possiamo vederlo. Quando sarà perfetta la nostra giustizia, allorché saremo diventati simili agli angeli, neppure allora questa giustizia sarà uguale alla sua. Quanto dunque sarà ora lontana dalla sua perfezione, se neppure allora potrà equipararla?

[I figli del diavolo.]

10. Chi fa il peccato, viene dal diavolo, poiché il diavolo pecca fin dall'inizio (1 Gv 3, 8). Questa frase: viene dal diavolo, voi lo sapete, significa che il peccatore imita il diavolo. Nessuno di noi è stato fatto dal diavolo; egli non ha generato nessuno; nessuno ha creato; eppure chi imita il diavolo, è come se fosse nato da lui, diventa suo figlio imitandolo, non nascendo in senso proprio da lui. In che modo tu sei figlio di Abramo? Perché forse ti ha generato? Così come i Giudei, che erano figli di Abramo, non avendone imitata la fede, sono diventati figli del diavolo: essi sono nati da Abramo secondo la carne ma non hanno imitato la sua fede. Se essi dunque, che da lui sono nati, sono stati diseredati per non averlo voluto imitare, tu diventi figlio suo, pur non essendo nato da lui, se lo imiti. E se avrai imitato il diavolo nella sua superbia e nella sua empietà contro Dio, anche se egli non ti ha creato né ti ha generato, sarai figlio del diavolo, appunto perché lo imiti.

[Adamo e Cristo.]

11. Per questo si è manifestato il Figlio di Dio (1 Gv 3, 8). Tutti i peccatori dunque, o fratelli, sono nati dal diavolo, proprio perché peccatori. Adamo fu creato da Dio: ma quando ascoltò il diavolo, fu come se in quel momento fosse nato dal diavolo; e il diavolo generò figli uguali a lui. Siamo nati con la concupiscenza e, prima ancora di aggiungere i nostri debiti, nasciamo con quella condanna. Se non fosse vero che nasciamo con addosso il peccato, perché mai corriamo a far battezzare i bambini per liberarli dal peccato? Considerate dunque con attenzione, o fratelli, queste due natività: quella di Adamo e quella di Cristo. Sono due uomini di cui l'uno è uomo soltanto, l'altro è uomo-Dio. Noi siamo peccatori, in quanto discendiamo da colui che è solo uomo, ma da colui che è uomo-Dio abbiamo la giustificazione. La prima natività ci consegnò alla morte; questa natività ci ha innalzati alla vita; la prima porta con sé il peccato, la seconda ce ne libera. Cristo-uomo è venuto infatti per distruggere i peccati degli uomini. Per questo si è manifestato il Figlio di Dio, per distruggere le opere del diavolo.

[Difficoltà intorno al peccato.]

12. Affido alla vostra Carità le parti che rimangono da spiegare, perché non voglio esservi di peso. Perché ci diciamo peccatori? Ecco la questione che ci interessa e per risolvere la quale ci stiamo affaticando. Se uno dice di essere senza peccato, è menzognero. In questa stessa Epistola di Giovanni abbiamo trovato queste parole: Se diciamo di non aver peccato, ci inganniamo. Ricordatele bene queste parole, dette dianzi: Se diremo che non abbiamo peccato, ci inganniamo e verità non è in noi (1 Gv 1, 8). Ed ecco qui lo stesso pensiero, espresso nelle seguenti parole: Chi è nato da Dio, non pecca: chi fa il peccato non vede Dio, né lo conosce: chi fa il peccato viene dal diavolo (1 Gv 3, 8-9). Il peccato non viene da Dio. Di nuovo, una questione che ci turba. Come è possibile che noi, essendo nati da Dio, ci confessiamo peccatori? Dovremmo dire che non siamo nati da Dio? Che cosa producono questi sacramenti nei bambini? Giovanni non ci ha forse detto che chi nasce da Dio, non pecca? Ma in altra occasione egli ci ha ammonito: Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi. La questione è grave e difficile. Vi ho attirato l'attenzione di vostra Carità, perché v'impegnaste a risolverla. La discuteremo domani in nome del Signore e secondo i lumi che egli ci darà.
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30/12/2011 13.06
 
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OMELIA 5

Chi è nato da Dio...

Chi è nato da Dio non offende la carità. E' perfetta se dispone a donare la propria vita; è agli inizi, se spinge a soccorrere i propri fratelli. E' il segno distintivo del vero cristiano.

[Apparente contraddizione.]

1. Vi prego di ascoltarmi attentamente, perché dobbiamo trattare un problema di non poca importanza. Dato che ieri vi siete mostrati attenti, non dubito che siate venuti anche oggi intenzionati a prestare la massima attenzione. Questo è il nostro problema non piccolo: come conciliare due dichiarazioni contenute nella nostra Epistola. La prima è: Chi è nato da Dio, non pecca (1 Gv 3, 9); la seconda, precedente a quella: Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi (1 Gv 1, 8). Che farà colui che si troverà impigliato in testi così opposti della stessa Epistola? Se uno si confesserà peccatore, deve temere che gli si dica: E' segno che non sei nato da Dio, perché sta scritto: Chi è nato da Dio, non pecca. Se uno si dichiara giusto e senza peccato, viene colpito da un'altra parte della stessa Epistola: Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi. L'uomo è dunque messo in mezzo a due realtà contrarie per cui non sa che dire, né che cosa dichiararsi, né come definirsi. E' cosa pericolosa ed anche menzognera dichiararsi senza peccato. Inganniamo noi stessi - dice l'Epistola - e la verità non è in noi, se diremo che non abbiamo peccato. Volesse il cielo che di peccati non ne avessi, e che potessi confessarlo! Saresti nella verità, e, dicendo ciò che è vero, non commetteresti la più piccola iniquità! Ma appunto fai male a dire che non hai peccati, perché dici una menzogna: Se diremo di non aver peccato, la verità non è in noi. Non dice il testo: non abbiamo avuto peccati, per non farci credere che parli solo della nostra vita passata. Si potrebbe infatti pensare che questa persona abbia commesso peccati, ma da quando è nata da Dio, non ne ha più commessi. Se le cose stessero così, sarebbe eliminato ogni problema. Potremmo dire: siamo stati peccatori, ma ora siamo stati giustificati; abbiamo avuto il peccato, ma ora non più. Giovanni non si è espresso in questi termini. Che cosa ha detto? Se diremo che non abbiamo peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi. Un poco più oltre afferma: Chi è nato da Dio, non pecca. Giovanni stesso, non si può dubitarlo, era nato da Dio. Se si dicesse che non era nato da Dio colui che posò il suo capo sul petto del Signore, chi mai potrà attendersi quel rinnovamento interiore di se stesso, che neppure riuscì a meritare chi posò il suo capo sul petto del Signore? E' mai possibile che il Signore non aveva rigenerato, per mezzo dello Spirito Santo, solo colui che più degli altri amava (cf. Gv 13, 23)?

[Chi è da Dio non offende la carità.]

2. Prestate ora attenzione a queste parole; vi ripeto ancora le mie difficoltà, perché il Signore per merito appunto della vostra attenzione, che è preghiera per noi e per voi, voglia allargarci la via e condurci all'uscita. Questo anche perché non capiti che qualcuno prenda occasione di perdersi proprio da quella parola di Dio, che viene predicata e scritta per la nostra guarigione e salvezza. Dice dunque Giovanni: Chiunque fa il peccato, commette una iniquità (1 Gv 3, 4). Non devi separare: l'iniquità è peccato. Non devi dire: io sono peccatore ma non sono iniquo. Il peccato è una iniquità. Voi sapete che egli si è manifestato per togliere il peccato e che in lui non c'è peccato (1 Gv 3, 5). Che egli sia venuto senza aver peccati sopra di sé è un vantaggio per noi? Ecco: Chi non pecca, rimane in lui; chiunque pecca, non lo vede né lo conosce. Figlioli, nessuno vi inganni. Chi fa la giustizia è giusto, al pari di lui (1 Gv 3, 6-7). Son cose che già abbiamo detto ed abbiamo anche spiegato che questo come non implica uguaglianza ma solo una certa similitudine. Chi fa il peccato, viene dal demonio; perché il demonio pecca fin dall'inizio (1 Gv 3, 8). Abbiamo anche detto che il diavolo non ha creato, né generato nessuno. Ma i suoi imitatori sono come figli che nascono da lui. Per questo si è manifestato il Figlio di Dio, per distruggere le opere del diavolo (1 Gv 3, 8). Colui che non ha peccato è venuto a distruggere i peccati. Giovanni, proseguendo, dice: Chiunque è nato da Dio, non commette peccato, perché in lui rimane il suo seme ed egli non può peccare, perché viene da Dio (1 Gv 3, 9). Queste parole non pecca, ci legano strettamente e ci fanno sorgere il dubbio che egli abbia voluto riferirsi ad un peccato particolare e non al peccato in genere. Quando egli disse: Chi è nato da Dio, non pecca, volle forse significare un determinato e preciso peccato, che l'uomo nato da Dio non può commettere: un peccato di tale natura che, commettendolo, riconferma anche tutti gli altri; non commettendolo, vengono distrutti ed eliminati anche tutti gli altri. Quale peccato dunque? Quello di agire contro il comandamento? Io vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l'un l'altro (Gv 13, 34). Comprendetemi: questo comandamento di Cristo si chiama amore ed in virtù di questo amore vengono eliminati i peccati. Non attuare questo amore è grave peccato e costituisce la radice di tutti gli altri peccati.

3. Comprendetemi, o fratelli; vi abbiamo proposto, se vi sforzate di capirla, la soluzione del nostro problema iniziale. Ma vogliamo forse percorrere la via soltanto con i più veloci? Non vogliamo abbandonare neppure quelli di voi che vanno più lenti. Perciò mi soffermerò su questo problema meglio che potrò, perché la sua soluzione sia intesa da tutti. Sono certo, fratelli, che ogni uomo pensa agli interessi della sua anima e, quando si aggrega alla Chiesa, lo fa per uno scopo ben preciso: non per ricercare le cose temporali e neppure perché vuole dedicarsi agli affari di questo mondo ma perché possa trovare la strada per giungere a possedere quel bene eterno, che gli è stato promesso. Bisogna che ognuno osservi come cammina sulla via, se si arresta, se torna indietro, se sbaglia strada, se corre il rischio di non arrivare a causa del suo passo claudicante. L'uomo sollecito del proprio bene, sia che procede lentamente, sia che corra, badi a non abbandonare la giusta via. Ho detto dunque che le parole: Chi è nato da Dio, non pecca, vanno riferite ad un determinato peccato, perché diversamente sarebbe in contraddizione con questa altra dichiarazione: Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi. La soluzione del problema può essere questa. C'è un peccato che non può essere commesso da chi è nato da Dio; astenendosene, sono tolti anche tutti gli altri peccati; ma quando lo si commette, anche tutti gli altri peccati vengono confermati. Quale peccato? Agire contro il comandamento di Cristo, contro il testamento nuovo. Ma qual è questo comandamento nuovo? Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate vicendevolmente. Non osi gloriarsi e neppure dirsi nato da Dio, chi agisce contro la carità e l'amore fraterno: chi invece è costante nell'amore fraterno, certi peccati non li può commettere e particolarmente non commetterà il peccato di odiare il proprio fratello. Che ne sarà allora degli altri peccati, dei quali fu detto: Se diremo che non abbiamo peccato ci inganniamo ed in noi non c'è verità? Ebbene c'è una rassicurazione al riguardo, contenuta in un altro passo della Scrittura: La carità copre molti peccati (1 Pt 4, 8).

[La carità perfetta.]

4. Vi raccomandiamo dunque la carità; essa costituisce la raccomandazione fondamentale di questa Epistola. Che cosa chiese il Signore, dopo la sua resurrezione, a Pietro, se non: mi ami tu? Né si limitò a chiederglielo una sola volta; ripeté l'identica richiesta una seconda e una terza volta. Anche se Pietro alla terza identica domanda si mostrò rattristato, quasi incredulo che il Signore ignorasse i suoi sentimenti, egli non pensò di mutare la sua richiesta, dopo la prima e la seconda volta. La paura aveva spinto Pietro a rinnegare tre volte, e tre volte il suo amore doveva dare testimonianza a Gesù (cf. Gv 21, 15-17). Pietro dunque ama il Signore. Che cosa dovrà dare al Signore? Non avrà anch'egli sentito il suo animo in pena, leggendo queste parole del salmo: Che cosa renderò al Signore per tutto quello che mi ha dato? (Sal 115, 12). L'autore di queste parole del salmo sentiva quanto fossero grandi i doni ricevuti da Dio; cercava che cosa restituire a Dio e non lo trovava. Qualunque cosa si scelga per ripagarlo, lo si è ricevuto da lui. Che cosa trovò il salmista per ripagare il Signore? L'abbiamo già detto: proprio ciò che aveva ricevuto da Dio stesso e perciò disse: Io prenderò il calice della salvezza ed invocherò il nome del Signore (Sal 115, 13). E chi gli aveva dato questo calice della salvezza se non lo stesso Signore a cui voleva restituirlo? Prendere il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore significa essere ricolmi di carità in tale pienezza che si sia pronti non solo a non odiare il fratello ma a morire per lui. Sta qui la perfezione della carità: essere pronti a morire per il fratello. Il Signore ha dato l'esempio di questa carità, morendo per tutti e pregando per quelli che lo crocifiggevano col dire: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Se lui solo avesse agito così, senza avere dei discepoli che lo imitassero, non sarebbe stato un vero maestro. I suoi discepoli invece, seguendo il suo esempio, fecero appunto la stessa cosa. Quando Stefano veniva lapidato, stando in ginocchio, disse: O Signore, non imputare a loro questo peccato (At 7, 60). Egli esercitava l'amore verso quelli che lo uccidevano, e per essi moriva. Hai l'esempio anche dell'apostolo Paolo, che dice: Io mi sacrificherò interamente per le vostre anime (2 Cor 12, 15). Egli era tra coloro per i quali Stefano pregava, nel momento in cui essi lo facevano morire. Questa dunque è la carità perfetta. Chi avesse una carità tanto grande da essere pronto a morire per i fratelli avrebbe raggiunto la carità perfetta. Questa carità è forse già perfetta al momento stesso in cui nasce? Essa incomincia ad esistere ma le occorre un perfezionamento; viene perciò nutrita, irrobustita e dopo di ciò raggiunge la sua perfezione. E' allora che essa esclama: Per me vivere è Cristo e la morte è un guadagno. Desideravo morire per essere con Cristo: è di gran lunga la cosa migliore: tuttavia è necessario per vostro bene che io rimanga nella carne (Fil 1, 21-24). Egli voleva vivere per quelli in favore dei quali era pronto a morire.

[Imitare la carità di Cristo.]

5. Per far sapere che questa è la perfetta carità che l'uomo nato da Dio non viola e contro la quale non pecca, il Signore disse a Pietro: Pietro, mi ami tu? Rispose: Ti amo (Gv 21, 17). Egli non gli disse: Se mi ami, obbediscimi. Il Signore, quando era in questa nostra carne mortale, sentiva la fame e la sete e in quel tempo egli accettò l'ospitalità: quelli che ne avevano la possibilità gli offrirono le loro cose, come leggiamo nel Vangelo (cf. Lc 8, 3). Zaccheo lo ricevette in casa e fu dal medico, che aveva accolto, guarito dalla malattia. Quale malattia? Quella dell'avarizia. Era una persona ricchissima, un capo dei pubblicani. Ma vedetelo risanato dalla malattia dell'avarizia. Disse: Io do ai poveri la metà dei miei beni; e se a qualcuno rubai qualcosa, gli restituisco il quadruplo (Lc 19, 8). Conservò per sé l'altra metà, non per godersela ma per pagarsi i debiti. Egli accolse il medico in casa: infatti anche il Signore era soggetto alla fragile condizione carnale, cosicché gli uomini potessero prestargli tale ossequio; e questo perché voleva il Signore ricambiare coloro che lo ossequiavano: fu lui, infatti, a giovare loro, e non loro a lui. Non è egli il Signore al quale gli Angeli prestano servizio? Aveva forse bisogno di essere assistito dagli uomini? Elia stesso, che era suo servitore, poté a volte fare a meno di una assistenza del genere, poiché Dio gli mandava pane e carne attraverso un corvo. Ma in altra occasione, per portare a una pia vedova la divina benedizione, questo servo di Dio viene mandato da lei e si fa rifocillare, lui che era nutrito segretamente dal Signore stesso (cf. 1 Sam 17, 4-9). E' vero che i soccorritori dei servi di Dio che prendono a cuore i loro bisogni, fanno il proprio interesse, perché hanno in mente il premio che il Signore promette loro nel Vangelo con chiarissime parole: Chi accoglie un giusto, perché tale, riceverà la ricompensa del giusto; e chi riceve un profeta, perché profeta, riceverà la ricompensa di un profeta; e chi darà un bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché sono miei discepoli, vi assicuro, non perderà la ricompensa (Mt 10, 41-42). E' vero dunque che si diportano in questo modo per il proprio interesse, ma, se il Signore doveva ascendere in cielo, essi non potevano più rendergli neppure questi servizi. Pietro che lo amava che cosa poteva rendergli in cambio? Questo: Pasci le mie pecore (Gv 21, 15); cerca cioè di fare per i fratelli ciò che io feci per te. Io li ho redenti tutti col mio sangue; non esitate allora a morire per confessare la verità, e gli altri vi imiteranno.

[La carità è il distintivo del cristiano.]

6. Questa, o fratelli, come abbiamo detto, è la carità perfetta; la possiede chi è nato da Dio. Cerchi la vostra carità di capire il mio pensiero. Il battezzato ha ricevuto il sacramento della sua nascita spirituale; egli riceve un sacramento, e grande, divino, santo, ineffabile. Esso è tanto grande che fa sorgere un uomo nuovo, condonandogli tutti i peccati. Ma il battezzato deve esaminare se il rito del suo battesimo eseguito sul suo corpo sia perfetto anche nella sua anima; esamini se possiede la carità e allora dica: Io sono nato da Dio. Se non la possiede, egli porta soltanto il carattere di cristiano, ma è un disertore che scappa. Gli occorre la carità perché diversamente non può definirsi nato da Dio. Il battezzato obietta: ho o non ho ricevuto il sacramento? Ascolta l'Apostolo: Se io sapessi tutti i misteri, se avessi tutta la fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, sono nulla (1 Cor 13, 2).

[La carità criterio di distinzione.]

7. Se ricordate, noi già abbiamo affermato, proprio all'inizio della lettura di questa Epistola, che nulla vi è tanto raccomandato quanto la carità. Anche se Giovanni tratta ora questo, ora quest'altro argomento, sempre poi ritorna su questo punto, volendo ricondurre al dovere della carità tutto quello che ha esposto. Vediamo se, anche qui, fa così. Fa attenzione a queste parole: Chi è nato da Dio, non pecca. Ci domandiamo di quale peccato si tratta; non certo di qualunque peccato, perché saremmo in contraddizione con l'altro passo che dice: Se diremo di non aver peccato, ci inganniamo e la verità non è in noi. Voglia allora dirci quale peccato intende, ci istruisca, perché io non venga giudicato temerario nell'asserire che esso è la violazione della carità, come si può ricavare dalle sue stesse parole precedenti: Chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre accecano i suoi occhi (1 Gv 2, 11). Forse ha dato ulteriori spiegazioni affermando esplicitamente che si tratta della carità. Vedete che tutti questi diversi modi di esprimersi portano alla medesima conclusione. Chiunque è nato da Dio, non pecca, perché in lui rimane il seme di Dio. Il seme di Dio è la parola di Dio, per cui l'Apostolo può dire: Io vi ho generato per mezzo del Vangelo (1 Cor 4, 15). Quest'uomo non può peccare, perché nato da Dio. Ma ci dica l'Apostolo in che senso non può peccare. A questo segno sono riconoscibili i figli di Dio ed i figli del diavolo. Chi non è giusto, non viene da Dio ed altrettanto chi non ama il proprio fratello (1 Gv 3, 10). E' ormai certo chiaro perché dice: Chi non ama il proprio fratello. Solo l'amore dunque distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e cantassero tutti l'Alleluja; se tutti ricevessero il battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l'hanno non sono nati da Dio. E' questo il grande criterio di discernimento. Se tu avessi tutto, ma ti mancasse quest'unica cosa, a nulla ti gioverebbe ciò che hai; se non hai le altre cose, ma possiedi questa, tu hai adempiuto la legge. Chi infatti ama il prossimo - dice l'Apostolo -, ha adempiuto la Legge; e il compimento della Legge è la carità (Rm 13, 8 10). La carità è, a mio parere, la pietra preziosa, scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale per far questo, vendette tutto ciò che aveva (cf. Mt 13, 46). La carità è quella pietra preziosa, non avendo la quale nessun giovamento verrà da qualunque cosa tu possegga; se invece possiedi soltanto la carità, ti basterebbe essa sola. Adesso vedi nella fede ma un giorno vedrai direttamente. Se noi amiamo fin da adesso il Signore che non vediamo, come l'ameremo quando lo vedremo direttamente? Ma in quale campo dobbiamo esercitare questo amore? In quello della carità fraterna. Potresti dirmi che non hai mai visto Dio; non potrai mai dirmi che non hai visto gli uomini. Ama dunque il tuo fratello. Se amerai il fratello che tu vedi, potrai contemporaneamente vedere Dio, poiché vedrai la carità stessa, e Dio abita nella carità.

[La carità non è invidiosa.]

8. Chi non è giusto, non viene da Dio, così chi non ama il fratello: perché questo è il messaggio. Vedi come insiste: questo è il messaggio che abbiamo udito fin dall'inizio: di amarci scambievolmente (1 Gv 3, 11). Ci viene qui indicata la fonte di questo suo insegnamento: chi agisce contro questo mandato, si rende colpevole di un gravissimo peccato, in cui cadono quelli che non sono nati da Dio. Non come Caino che veniva dal maligno ed uccise il proprio fratello. Perché l'uccise? Perché le sue opere erano malvagie, giuste invece quelle del fratello (1 Gv 3, 12). Se c'è invidia, non può esserci amore fraterno. Comprenda la vostra Carità. Chi è dominato dall'invidia, non è uno che ama. C'è in lui il peccato del diavolo, che fece cadere l'uomo, perché ne aveva invidia. Egli era caduto ed aveva invidia di quelli che rimanevano in piedi. Non fece cadere per potersi lui rialzare, ma per non cadere lui solo. Tenete bene in mente, conforme alle precisazioni dell'Apostolo, che nella carità non può esserci invidia. Egli te lo dice chiaramente quando fa l'elogio della carità: La carità non vive di emulazione (1 Cor 13, 4). Caino non aveva carità, e, se Abele non l'avesse avuta, Dio non avrebbe gradito il suo sacrificio. Ambedue offersero un sacrificio: il primo coi frutti della terra, il secondo coi capi del gregge; ma non dovete pensare che Dio non abbia tenuto in nessun conto i frutti della terra per preferire i capi di bestiame. Dio non badò alle mani che offrivano, ma vide nel cuore e guardò benevolo colui che volle offrirgli il sacrificio con un cuore pieno di amore; distolse invece gli occhi da chi vide offrirgli sacrifici con cuore invidioso. Dunque le opere buone di Abele non sono altro, secondo Giovanni, che la sua carità; le opere cattive di Caino altro non sono che il suo odio contro il fratello. Non è sufficiente dire che egli odiò il fratello ed ebbe invidia delle sue opere: non volle imitarlo e per questo lo uccise. Da qui apparve figlio del diavolo, mentre l'altro apparve in quella occasione il giusto di Dio. Dalla carità, o fratelli, deriva la distinzione tra gli uomini. Nessuno si soffermi sulle parole, ma badi ai fatti ed ai sentimenti del cuore. Se non si diporta bene verso i suoi fratelli, egli fa vedere che cosa porta dentro di sé. Gli uomini sono messi alla prova dalla tentazione.

[Amatori del mondo e i fedeli.]

9. Non vogliate meravigliarvi, o fratelli, se il mondo ci odia (1 Gv 3, 13). Bisogna forse ripetervi di continuo che cosa è il mondo? Non è il cielo, né la terra, né le opere fatte da Dio; sono invece gli amatori del mondo. A qualcuno sembrerò pesante nel ripetere queste cose di continuo; ma finora sono così poco inutili che se domandassi ad alcuni ciò che ho già detto, non saprebbero rispondermi. Dunque voglio che qualcosa resti, a furia di ripeterlo, nel cuore degli ascoltatori. Che cosa è il mondo? Il mondo, preso nel suo significato cattivo, sono gli amatori del mondo; nel suo significato buono esso è il cielo e la terra, sono le opere che vi si trovano; perciò si dice: Il mondo è stato fatto per mezzo di lui (Gv 1, 10). Così il mondo è tutta la terra, come lo stesso Giovanni ebbe a dire: Egli non solo è propiziatore dei nostri peccati, ma di quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 2), cioè, di tutti i fedeli sparsi sulla terra. Ma il mondo, nel suo significato cattivo sono gli amatori del mondo. Coloro che amano il mondo, non possono amare i fratelli.

[Chi ha la carità passa dalla morte alla vita.]

10. Se il mondo ci odia: lo sappiamo. Che cosa sappiamo? Che siamo passati dalla morte alla vita. Da che cosa lo sappiamo? Perché amiamo i fratelli (1 Gv 3, 14). Nessuno interroghi l'altro; ciascuno invece rientri in se stesso: se vi troverà la carità fraterna, stia sicuro: non badi se per il momento la sua gloria è ancora nascosta; quando verrà il Signore, allora apparirà nella gloria. Egli vive e cresce ma ancora nell'inverno; viva è la radice ma i rami sembrano aridi; dentro c'è il midollo vivo, dentro sono le foglie degli alberi, dentro ancora i frutti; essi attendono l'estate. Dunque noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama, rimane nella morte. Perché non pensiate, o fratelli, che sia cosa lieve odiare o non amare, ascoltate ciò che segue: Chiunque odia suo fratello, è omicida. Se uno già non dava peso all'odio fraterno, potrà ora dar poco peso nella sua coscienza ad un omicidio? Chi ancora non ha mosso le mani per uccidere, è già dal Signore considerato un omicida; la sua vittima vive ancora ed egli ne è già considerato l'uccisore. Chiunque odia suo fratello è omicida. E voi sapete che ogni omicida non ha in se stesso la vita eterna (1 Gv 3, 15).

11. Noi conosciamo il suo amore a questo segno. Qui vuole intendere la perfezione dell'amore, quella perfezione che vi abbiamo raccomandato. Noi conosciamo il suo amore a questo segno, che cioè egli ha dato la sua vita per noi: anche noi dobbiamo dar la vita per i nostri fratelli (1 Gv 3, 16). Ecco da dove veniva quella domanda: Pietro, mi ami? pasci le mie pecore (Gv 21, 15). Perché sappiate che egli voleva che Pietro pascesse le sue pecore fino a dare per esse la vita, subito gli disse: Quando eri giovane, ti cingevi e andavi dove volevi; quando invece sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti porterà dove non vorrai. Questo disse - aggiunge l'evangelista - per indicare la morte con cui avrebbe glorificato il Signore Dio (Gv 21, 18-19); così egli insegnava a dare la vita per le pecore a colui al quale aveva detto: Pasci le mie pecore.

[Soccorrere il fratello è l'inizio della carità.]

12. Come inizia la carità, o fratelli? Prestate un poco di attenzione: voi avete sentito come si raggiunge la sua perfezione; il Signore nel Vangelo ci ha presentato il suo fine ed i suoi modi: Nessuno ha una carità maggiore di colui che dà la vita per i suoi amici (Gv 15, 13). Egli dunque mostrò nel Vangelo la sua perfezione ed anche qui ci viene richiamata la sua perfezione; ma interrogate voi stessi e ditevi: Quando possiamo avere questa carità? Non voler disperare troppo presto di te stesso: la carità in te forse è appena nata, non ancora perfezionata; nutrila, perché non abbia a venir meno. Forse potrai dirmi: da dove traggo la conoscenza di ciò? Abbiamo sentito con quali mezzi essa giunge alla perfezione; sentiamo da dove trae inizio. Giovanni prosegue e dice: Chi avrà beni di questo mondo e vedesse suo fratello affamato e gli negasse la sua compassione, come l'amore di Dio potrebbe essere in lui? (1 Gv 3, 17). Ecco da dove prende avvio la carità. Se ancora non sei disposto a morire per il fratello, [sii disposto] a dare al fratello un poco dei tuoi beni. La carità scuota il tuo cuore così che tu non rechi il soccorso con iattanza d'animo ma con interiore abbondanza di misericordia; allora la tua attenzione si volgerà sopra chi si trova nel bisogno. Se non riesci infatti a dare il superfluo al fratello, come potrai dare per lui la tua vita? Hai addosso del denaro che i ladri ti possono sottrarre e, se non te lo toglieranno i ladri, lo lascerai alla tua morte, quand'anche non sia lui ad abbandonarti, quando sei ancora in vita. Che ne farai poi? Tuo fratello ha fame, vive nel bisogno, forse attende con ansietà, forse è assalito da un creditore; lui non ha nulla, tu hai: è tuo fratello, insieme redenti, unico il prezzo del vostro riscatto, ambedue redenti dal sangue di Cristo: vedi dunque di aver misericordia di lui, se possiedi beni di questo mondo. Ma forse dirai: che me ne importa? Dovrei io dare il mio denaro perché quello non soffra molestie? Se la tua coscienza ti suggerisce queste domande, l'amore del Padre non abita in te. Ma se non abita in te l'amore del Padre, tu non sei nato da Dio. Come potrai gloriarti di essere cristiano? Ne porti il nome, ma non ne possiedi i fatti. Se invece le opere avranno fatto seguito al nome, ti chiamino pure pagano: da parte tua dimostra di essere cristiano coi fatti. Se non ti mostri cristiano coi fatti, ti chiamino pure tutti cristiano; che giovamento ti reca un nome, quando ad esso non corrisponde nulla? Chi pertanto possiede beni di questo mondo, e vede suo fratello nell'indigenza ma chiude il cuore alla compassione, come manterrà in sé l'amore di Dio? E segue: Figlioli, non amiamo con le parole soltanto e con la lingua, ma con le opere e la verità (1 Gv 3, 18).

13. Credo che sia stato manifestato a voi, o miei fratelli, un grande e indispensabile e misterioso sacramento. Ogni passo della Scrittura insegna quanto vale la carità; ma non so se vi è al riguardo un insegnamento più ampio di quello che ci dà qui l'Epistola. Vi preghiamo e vi scongiuriamo nel Signore, affinché conserviate nella memoria le cose che avete udito; vi preghiamo di ritornare con volontà attenta per udire ciò che ancora resta da dire a commento di tutta l'Epistola. Aprite il vostro cuore alla buona semente: estirpate le spine, affinché quanto viene seminato non abbia ad essere soffocato, ma cresca piuttosto in messe buona; ne goda l'agricoltore e vi prepari il granaio, come si fa per il frumento, non il fuoco come si fa per la paglia.
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30/12/2011 13.07
 
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OMELIA 6

Figlioli, non amiamo...

La carità risiede innanzitutto nel cuore: è qui che scruta quel Signore che ora ci esaudisce in vista della salvezza e poi ci coronerà nella gloria. Chi è nella carità vive sicuro, ha in sé lo Spirito per la comprensione delle verità, è unito alla compagine della Chiesa; mentre l'eretico, che non ha carità, spezza la sua unità.

[Carità incipiente e carità perfetta.]

1. Ricordate, o fratelli, che ieri abbiamo chiuso la nostra predica con il seguente passo dell'Epistola, che indubbiamente deve essere rimasto e rimanere ancora nel nostro cuore, perché fu proprio l'ultimo che avete sentito: Figlioli, non amiamo soltanto con le parole e con la lingua, ma con le opere e la verità. Poi prosegue: A questo segno noi conosciamo che siamo nella verità e davanti a lui metteremo in pace il nostro cuore: poiché, se la nostra coscienza ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e tutto conosce (1 Gv 3, 18-20). L'Apostolo aveva detto: Non amiamo con le parole soltanto e con la lingua, ma con le opere e la verità. Ci domandiamo perciò attraverso quali opere ed attraverso quali verità si riconosca colui che ama Dio ed il proprio fratello. Già in precedenza aveva detto attraverso quali atti la carità raggiunge la perfezione; è ciò che anche il Signore dice nel Vangelo: Nessuno ha maggior amore di colui che dà la propria vita per i suoi amici (Gv 15, 13). Anche Giovanni aveva detto questa stessa cosa: Come egli diede la propria vita per noi, anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli (1 Gv 3, 16). Questa è veramente la perfezione della carità; e non può essercene una maggiore. Ma poiché la carità non è perfetta in tutti, colui che ancora non l'ha portata a perfezione, non deve disperare, se essa, destinata poi ad essere perfezionata, già sia nata in lui; e se è nata, va nutrita e portata alla sua perfezione con gli alimenti che le sono adatti. Ci siamo domandati da dove trae origine la carità e subito nell'Epistola abbiamo trovato questa risposta: Se uno ha dei beni in questo mondo e vedesse suo fratello nell'indigenza e chiudesse il suo cuore verso di lui, è mai possibile che resti in lui l'amore del Padre? (1 Gv 3, 17). Da qui incomincia dunque questa carità: dare all'indigente i beni superflui, quando costui si trova stretto dalle angustie; liberare il fratello dalle tribolazioni temporali, usando quei beni temporali che possiede in abbondanza. Da qui prende le mosse la carità. Se così iniziata, la nutrirai con la parola di Dio e colla speranza della vita futura, raggiungerai quella perfezione che ti renderà pronto a dare la tua vita per i fratelli.

[Testimonianza interiore.]

2. Ma considerando che tali atti sono compiuti anche da chi ha tutt'altre aspirazioni e non ama i fratelli, richiamiamoci alla testimonianza della coscienza. Come possiamo provare che molte di queste azioni vengono compiute da coloro che non amano i fratelli? Quanto numerosi sono quelli che, pur essendo tra gli eretici e gli scismatici, si dicono martiri! Sembra loro di dare la vita per i fratelli. Ma se dessero la vita per i fratelli, non si staccherebbero dalla universale comunità dei fratelli. Inoltre come sono numerosi coloro che distribuiscono in dono molti loro beni per ostentazione; essi non cercano altro che la lode degli uomini e il plauso popolare, fatto di vento, estremamente instabile! Dove sarà il banco di prova della carità fraterna, dato che esistono persone simili? Giovanni vuole che la carità sia sottoposta alla prova e perciò ammonisce: Figlioli, non amiamo soltanto con la parola e con la lingua, ma con opere sincere e verità. Noi ci domandiamo quali sono queste opere, in che consiste questa verità. Può esserci un'opera più evidentemente caritatevole del soccorrere i poveri? Molti lo fanno per essere ammirati, non per amore. Può esserci maggiore amore del morire per i fratelli? Molti vogliono far apparire che fanno questo, per l'ambizione di farsi un nome, non per viscere d'amore. Non resta che questa conclusione: ama il fratello colui che, davanti a Dio, là dove egli solo vede, rassicura il suo cuore e si chiede nell'intimo se veramente agisce così per l'amore del fratello; e quell'occhio che penetra nel cuore là dove l'uomo non può giungere, gli rende testimonianza. Così Paolo apostolo, poiché era pronto a morire per i fratelli, poteva dire: Io mi darò tutto per le vostre anime (2 Cor 12, 15), ma poiché Dio vedeva queste disposizioni del suo cuore, non già gli uomini a cui si rivolgeva, egli dice loro: Per me conta assai poco essere giudicato da voi o da un tribunale umano (1 Cor 4, 3). Egli ancora in un altro passo dimostra che queste disposizioni sogliono verificarsi a volte per vanagloria, non sul fondamento della carità: quando infatti fa l'elogio della carità afferma: Se distribuirò ai poveri tutte le mie cose e darò il mio corpo alle fiamme, ma non avessi la carità, nulla mi gioverebbe (1 Cor 13, 3). Può qualcuno fare queste cose, senza avere la carità? Sì, lo può. Quelli infatti che non hanno la carità, hanno rotto l'unità. Cercate fra essi e vedrete che molti danno tanti dei loro beni ai poveri: vedrete altri pronti ad accettare la morte così che, venendo a mancare chi li perseguita, essi stessi vi si abbandonano. E' fuori dubbio che costoro fanno questo senza carità. Ritorniamo dunque alla coscienza, della quale dice l'Apostolo: La nostra gloria è questa: la testimonianza della nostra coscienza (2 Cor 1, 12). Ritorniamo alla coscienza, della quale egli dice ancora: Ciascuno metta dunque alla prova le sue opere ed allora avrà la gloria in se stesso e non in un altro (Gal 6, 4). Ognuno di noi dunque metta alla prova le sue opere, se provengono dalla sorgente della carità, se i rami delle buone opere fioriscono dalla radice dell'amore. Ognuno metta alla prova le sue opere ed allora avrà in se stesso occasione di gloriarsi e non in altri: non quando la lingua di altri dà testimonianza, ma quando la offre la propria coscienza.

[Agire per Iddio.]

3. In questo luogo dunque Giovanni ci raccomanda queste cose. A questo segno conosciamo che siamo nati dalla verità, quando noi amiamo non soltanto con parole e con la lingua ma con le opere e nella verità: se davanti a lui noi rassicureremo il nostro cuore (1 Gv 3, 19). Che significa: davanti a lui? Là dove lui solo vede. Per cui il Signore stesso nel Vangelo dice: Guardatevi dal fare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere veduti da loro; diversamente non avrete la mercede dal Padre vostro che è nei cieli (Mt 6, 1). Che cosa significano le parole: La tua sinistra non sappia che cosa fa la tua destra (Mt 6, 3), se non questo: che la destra rappresenta la coscienza pura, la sinistra invece rappresenta la concupiscenza di questo mondo? Molti fecero cose meravigliose sotto la spinta della cupidità mondana; ma è questa l'attività della mano sinistra, non della destra. La destra deve operare all'insaputa della sinistra, perché la concupiscenza di questo mondo non riesca a entrare in azione quando noi operiamo con amore qualcosa di bene. Come conoscere questo? Sei qui davanti al Signore: ebbene interroga il tuo cuore: guarda che cosa hai fatto, che cosa hai desiderato nel tuo agire: la tua salvezza oppure la lode degli uomini che si disperde al vento. Guarda dentro la tua coscienza, poiché l'uomo non può giudicare colui che non riesce a vedere. Se vogliamo mettere in pace la nostra coscienza, facciamolo davanti a lui. Se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa - se cioè ci accusa interiormente, perché non agiamo con quella intenzione che dovevamo avere - Dio è più grande del nostro cuore e tutto conosce (1 Gv 3, 20). Tu nascondi il tuo cuore agli uomini: nascondilo a Dio, se puoi. Come potrai nasconderlo a lui, a cui un certo peccatore, timoroso, confessò: Dove troverò rifugio lontano dal tuo spirito, lontano dal tuo volto? Costui cercava un luogo ove fuggire e sottrarsi al giudizio di Dio ma non lo trovava. Dove infatti non è Dio? Se salirò fino al cielo, là tu sei; se scenderò negli abissi, tu sei presente (Sal 138, 7-8). Dove andrai, dove fuggirai? Se vuoi un consiglio, rifugiati presso di lui, quando vuoi da lui fuggire. Rifugiati presso di lui con fiducia, e non già sottrarti al suo sguardo: non lo potresti fare, mentre puoi a lui aprire con fiducia il tuo cuore. Digli dunque: Tu sei il mio rifugio (Sal 31, 7); troverà allora alimento in te quell'amore che solo porta alla vita. Sia la tua coscienza a darti la buona testimonianza che esso viene da Dio. Se viene da Dio non sbandierarlo con vanto davanti agli uomini: perché non sono le lodi degli uomini che ti portano in cielo e non sono i loro biasimi che ti fanno escludere dal cielo. Ti veda invece colui che ti darà la corona del premio; ti sia testimone quel giudice che ti darà la palma della vittoria. Dio è più grande del nostro cuore e tutto conosce.

[Esaudimento della preghiera.]

4. Carissimi, se la coscienza non ci rimorde, noi abbiamo piena fiducia in Dio (1 Gv 3, 21). Quale è il significato di queste parole: Se la coscienza non ci rimorde? Che la coscienza ci risponda in tutta verità che noi amiamo i fratelli, che in noi c'è l'amore fraterno, non finto ma sincero, quello che ricerca il bene del fratello, senza aspettare da lui nessuna ricompensa ma solo la sua salvezza. Noi abbiamo piena fiducia in Dio; qualunque cosa domanderemo, l'avremo da lui, perché ne osserviamo i comandamenti (1 Gv 3, 22). Questo facciamo noi non davanti agli uomini ma là dove Dio ci vede, cioè nel cuore. Noi abbiamo piena fiducia in Dio e qualunque cosa domanderemo, l'avremo da lui; e questo perché noi osserviamo i suoi comandamenti. Quali sono i suoi comandamenti? Bisogna sempre ripeterlo? Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate l'un l'altro (Gv 13, 34). E' la carità questo comandamento di cui si parla e che tanto è raccomandata. Chi dunque avrà la carità fraterna e ciò davanti a Dio, là dove la vede il Signore, potrà interrogare la sua coscienza e scrutarla con diligenza per sentirsi rispondere che la vera radice della carità fraterna è in lui, perché da essa escono frutti di bontà; costui ha fiducia in Dio e Dio gli accorderà tutto ciò che gli domanderà, perché osserva i suoi comandamenti.

5. Si presenta qui un problema, che non riguarda questa o quella persona, né io, né tu, perché nel caso che io chiedessi qualcosa al Signore Dio nostro e non ricevessi nulla, sarebbe facile dire di me: non fu ascoltato, perché non possiede la carità; cosa che può ripetersi di qualsiasi persona del nostro tempo. In questo caso ciascuno può pensare ciò che vuole dell'altro. Ma il problema si presenta, quando ci riferiamo a quelle persone indubbiamente sante, allorché scrivevano e che ora si trovano nella pace di Dio. Chi mai può avere la carità se pensassimo che neppure Paolo l'avesse avuta, lui che affermava: Parliamo apertamente davanti a voi, o Corinti: il nostro cuore si è allargato, non abbiate angustie per noi (2 Cor 6, 11-12); lo stesso Paolo che diceva ancora: Io mi darò tutto per le vostre anime (2 Cor 12, 15), e nel quale era tanta grazia divina da dimostrare chiaramente ch'egli aveva la carità? Abbiamo tuttavia scoperto che egli aveva chiesto e non ricevuto. Che cosa dobbiamo dire, fratelli? Qui nasce un problema. Prestate attenzione a Dio. Si tratta anche qui di un grosso problema. Come quando, parlando del peccato, incontrandoci con le parole: Chi è nato da Dio, non pecca (1 Gv 3, 9), trovammo che peccato era violare la carità e che in quelle parole era appunto designato questo peccato; così anche adesso ci chiediamo che cosa abbia voluto significare. Se fai attenzione alle parole, tutto è chiaro; ma se porti la tua attenzione sugli esempi, la cosa è oscura. Niente di più facile di queste parole: Qualunque cosa noi avremo chiesto, la riceveremo da lui; poiché noi osserviamo i suoi comandamenti e davanti a lui facciamo ciò che a lui piace (1 Gv 3, 22). Qualunque cosa chiederemo - dice - la riceveremo da lui. Queste parole ci mettono in gravi angustie. Ci avrebbe dato difficoltà anche il testo precedente, se avesse inteso parlare di qualsiasi peccato in genere: ma abbiamo trovato una spiegazione per cui sappiamo che egli ha inteso non ogni peccato in generale, ma un peccato ben definito: quel peccato che non commette chiunque da Dio è nato; ed abbiamo trovato che quel peccato appunto è la violazione della carità. Abbiamo nel Vangelo una chiara testimonianza, quando il Signore dice: Se non fossi venuto, essi non avrebbero peccato (Gv 15, 22). Che cosa vuol dire dunque? Egli era forse venuto, visto che parla così, presso Ebrei innocenti? Dunque se egli non fosse venuto, essi non avrebbero peccato? Allora la presenza del medico ha ottenuto che si divenisse malati, e non ha tolto la febbre? Neppure un demente potrebbe asserire ciò. Egli non è venuto se non per curare e sanare i malati. Perché allora disse: Se non fossi venuto, non avrebbero peccato, se non avesse voluto intendere un certo peccato definito? E' quel peccato che in realtà i Giudei non avrebbero commesso. Quale peccato? Quello per cui essi non credettero in lui, e per il quale lo trattarono con disprezzo quando era tra loro. Come dunque nell'altro passo parlò di peccato e non necessariamente dobbiamo intendere che abbia parlato di tutti i peccati, ma di un peccato ben definito; così anche in questo passo non dobbiamo pensare a qualsiasi peccato, perché non ci sia contraddizione con quel passo in cui dice: Se diremo che non abbiamo peccato, inganniamo noi stessi e non c'è in noi la verità (1 Gv 1, 8); dobbiamo invece pensare ad un peccato ben definito che è la violazione della carità. Ma qui ci ha posto una condizione più precisa: se domanderemo, se il nostro cuore non ci accuserà e ci testimonierà davanti a Dio che in noi c'è la vera carità, qualunque cosa domanderemo a lui, la riceveremo.

6. Vi ho già detto, o fratelli carissimi, che nessuno deve fare attenzione a noi. Che cosa siamo noi? E che cosa siete voi? Che cosa, se non la Chiesa di Dio, a tutti nota? A lui piacendo noi ne siamo membri; e noi che vi siamo, sorretti dalla carità, continuiamo a restarvi con perseveranza se vogliamo mostrare quella carità che abbiamo. Che cosa di male potremmo pensare dell'apostolo Paolo? Forse che non amava i fratelli? Non aveva egli la testimonianza della coscienza davanti a Dio? Non c'era in Paolo quella radice della carità da cui provengono tutti i buoni frutti? Chi potrebbe negarlo, se non è pazzo? Dove allora troviamo che l'Apostolo ha chiesto e non ha ottenuto? Lui stesso ci dice: Perché non mi glorii nella grandezza delle rivelazioni avute, mi fu dato un pungolo nella mia carne, un ministro di satana, che mi schiaffeggia; per questo ho pregato tre volte il Signore perché me lo togliesse; ed egli mi disse; ti basta la mia grazia; la mia forza infatti si rivela nella debolezza (2 Cor 12, 7-9). Così egli non fu esaudito e non gli fu tolto l'angelo di Satana. Ma perché? Perché quella richiesta non gli era di vantaggio. Fu dunque esaudito in vista della salvezza, colui che non fu esaudito secondo la propria volontà. Comprenda la vostra Carità questo grande mistero, che vi chiediamo di non perdere di vista nelle vostre prove. I santi sono esauditi in ogni cosa quando si tratta della salute dell'anima, cioè della salvezza eterna; essa desiderano; e in quest'ordine sono sempre esauditi.

7. Ma passiamo in rassegna i vari modi con cui Dio ci esaudisce. Troviamo infatti alcuni che non sono esauditi secondo la propria volontà, ma sono esauditi secondo la propria salvezza; d'altra parte troviamo alcuni esauditi nella loro volontà e non esauditi in vista della salvezza. Considerate e tenete presente questo esempio di chi è esaudito non secondo la sua volontà ma per la sua salvezza. Ascolta l'apostolo Paolo; Dio infatti gli mostrò appunto che lo esaudiva in vista della sua salvezza, dicendogli: Ti basta la mia grazia; perché nella debolezza si mostra tutta intera la mia forza. Hai chiesto, hai gridato, tre volte hai ripetuto la tua preghiera: ho udito ciò che hai chiesto la prima volta, e non ho distolto da te le mie orecchie; so che cosa devo fare: tu vuoi tolto quel medicamento da cui ti senti bruciare: ed io conosco l'infermità che ti fa soffrire. Questi dunque fu esaudito in vista della salvezza, non secondo la sua volontà. Chi sono quelli che troviamo esauditi secondo la propria volontà ma non in vista della loro salvezza? Forse crediamo di trovare qualche malvagio, qualche empio esaudito da Dio in conformità alla sua volontà, e non invece in vista della sua salvezza? Se portassi l'esempio di qualche uomo, forse tu potresti dirmi: Per te costui è uomo malvagio ed invece era un giusto; se non fosse un giusto, non sarebbe esaudito da Dio. Ma io ti porterò l'esempio di un tale della cui iniquità ed empietà nessuno potrebbe dubitare. Il diavolo in persona chiese di tentare Giobbe e ne ebbe il permesso (cf. Gb 1, 11-12). E voi non avete udito proprio qui a proposito del diavolo che chi fa il peccato, viene dal diavolo (1 Gv 3, 8)? Non già perché lo abbia creato il diavolo, ma perché costui lo imita. Non è stato detto forse del diavolo che non rimase nella verità (Gv 8, 44)? Non è lui appunto quell'antico serpente che servendosi della donna, propinò il veleno al primo uomo (cf. Gn 3, 1-6)? Fu lui che lasciò in vita la moglie di Giobbe, perché fosse non di conforto al marito, ma causa di tentazione (cf. Gb 2, 9). Ancora lo stesso diavolo chiese di tentare quel santo uomo, e ne ebbe il permesso; l'Apostolo chiese invece che gli fosse tolto il pungolo della carne, e non l'ottenne. Eppure fu esaudito più che non il diavolo. L'Apostolo infatti fu esaudito in vista della salvezza, anche se non secondo la sua volontà: il diavolo fu esaudito secondo la sua volontà, ma in vista della sua dannazione. Se Giobbe fu lasciato in balia delle tentazioni di costui, ciò avvenne perché il diavolo si sentisse tormentato dalla costanza di quello nella prova. Noi troviamo queste realtà, o fratelli, non solo nei libri del Vecchio Testamento ma anche nel Vangelo. I demoni chiesero al Signore, quando egli li scacciò da un uomo, di poter entrare nel corpo dei porci (cf. Lc 8, 32). Il Signore non avrebbe forse potuto dir loro di non avvicinarsi a quegli animali? Se egli non avesse voluto, essi non si sarebbero ribellati contro il re del cielo e della terra. Ma egli, in forza di un mistero a lui ben noto e per positiva volontà sua, lasciò che i demoni entrassero nei porci, per mostrare che il diavolo domina su coloro che conducono una vita simile a quella dei porci. I demoni furono dunque esauditi, e non fu esaudito l'Apostolo? Diciamo piuttosto con maggior verità: l'Apostolo fu esaudito ed i demoni non furono esauditi. La volontà dei demoni si è realizzata, ma nell'Apostolo si è compiuta la salvezza.

[Fiducia in Dio.]

8. In conformità a questa spiegazione, dobbiamo capire che Dio anche quando non viene incontro alla nostra volontà, ci esaudisce in vista della salvezza. Se tu chiedessi qualcosa che ti danneggia ed il medico sa che ti reca danno, che cosa succederebbe? Il medico non rifiuta di esaudirti quando chiedi dell'acqua fresca e subito te la dà, se essa ti reca vantaggio; ma se non ti fa bene, te la nega. Egli non ti ha dunque esaudito? O non piuttosto ti ha esaudito in ordine alla tua salute proprio non concedendo nulla al tuo volere? Perciò sia in voi la carità, o fratelli; resti in voi e state tranquilli quando non vi è dato ciò che chiedete, voi siete esauditi; ma non lo sapete. Molti sono lasciati a se stessi per la loro rovina: di essi dice l'Apostolo: Dio li ha consegnati ai desideri del loro cuore (Rm 1, 24). Uno ha chiesto una forte somma di denaro; l'ha ricevuta per suo danno. Quando non l'aveva, viveva senza molti timori; incominciò ad averla e divenne preda di chi è più potente di lui. Costui non fu forse esaudito a suo danno, avendo voluto avere ciò che attira la cupidigia del ladro, mentre nessuno l'avrebbe molestato se fosse rimasto povero? Imparate a domandare a Dio così come ci si affida ad un medico, ed egli faccia ciò che giudica bene. Da parte tua denuncia la tua malattia e lui applichi il rimedio. Tu soltanto mantieni la carità. Egli infatti vuole segare e bruciare; se tu gridi e non sei esaudito quando subisci il taglio, la bruciatura, la tribolazione, egli sa fin dove la cancrena si estende. Tu vuoi che egli ritragga la sua mano ed egli allarga l'apertura della ferita; ma sa bene dove deve giungere. Egli non ti esaudisce secondo la tua volontà, ma ti esaudisce in vista della tua salute. Siate dunque certi, o miei fratelli, che sono vere le parole dell'Apostolo: Noi non sappiamo che cosa chiedere nella preghiera, in modo conveniente; ma lo Spirito stesso si interpone con gemiti inenarrabili, poiché lui stesso si fa intercessore in favore dei santi (Rm 8, 26-27). Che cosa significano le parole: Lo Spirito stesso si fa intercessore in favore dei santi, se non che la carità presente in te è frutto dello Spirito Santo? Perciò lo stesso Apostolo dice: La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che fu dato a noi (Rm 5, 5). La carità stessa geme, la carità prega; di fronte ad essa colui che l'ha data non può chiudere le orecchie. Sta' sicuro: la carità stessa prega; e ad essa sono intente le orecchie di Dio. Non avviene ciò che tu vuoi, ma avviene ciò che a te è conveniente. Perciò ogni cosa che avremo chiesto, la riceveremo da lui. Ho già detto che se consideri la salvezza dell'anima, non sorge nessun problema da queste parole; se invece non consideri la salvezza dell'anima, allora il problema c'è e grande, tanto che diventi accusatore di Paolo apostolo. Ogni cosa che avremo chiesto, la riceveremo da lui; perché osserviamo i suoi comandamenti e davanti a lui facciamo ciò che a lui piace. Davanti a lui, cioè nell'intimo, dove penetra il suo occhio.

[Carità e intelligenza interiore.]

9. Quali sono poi quei comandamenti? Egli dice: Questo è il suo comandamento, che crediamo nel nome del suo Figlio Gesù Cristo e ci amiamo l'un l'altro. Vedete che è questo il comandamento: vedete come chi agisce contro questo comandamento, fa quel peccato dal quale è esente chiunque è nato da Dio. Come ci dice il comandamento: che ci amiamo a vicenda. E colui che osserva il suo comandamento: vedete che null'altro ci domanda se non di amarci a vicenda. E chiunque avrà osservato il suo comandamento resterà in Dio e Dio in lui. Da questo conosciamo che in noi resta per mezzo dello Spirito che ci diede (1 Gv 3, 23-24; Gv 13, 34; 15, 12). Non è cosa manifesta che lo Spirito Santo agisce nell'uomo in modo tale che in lui sia l'amore e la carità? Non è cosa manifesta ciò che dice l'apostolo Paolo: L'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo, che fu dato a noi? Egli parlava della carità e diceva che dobbiamo interrogare il nostro cuore davanti al Signore. Che se il nostro cuore non ci rimprovera; cioè, se ci testimonia che l'amore fraterno è la sorgente di ogni nostra opera buona. Quando parla del comandamento egli aggiunge: Questo è il suo comandamento: che crediamo al nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo a vicenda. E chiunque adempia al suo comandamento rimane in Dio e Dio in lui. Con ciò noi conosciamo che in noi egli dimora, per mezzo dello Spirito che ci ha dato. Se infatti troverai di possedere la carità, tu hai lo Spirito di Dio che ti aiuta a comprendere: ed è questa una cosa assolutamente necessaria.

[Carità e unità dei cristiani.]

10. Nei primi tempi lo Spirito Santo scendeva sopra i credenti; ed essi parlavano in varie lingue che non avevano appreso, così come lo Spirito dava loro di pronunziare. Quei segni miracolosi erano opportuni a quel tempo. Era infatti necessario che in tutte le lingue si venisse a conoscenza dello Spirito Santo, perché il Vangelo di Dio doveva raggiungere tutte le lingue esistenti nel mondo intero. Quel segno fu dato e passò e non si ripeté. Forse che oggi da coloro cui si impongono le mani perché ricevano lo Spirito Santo, ci si aspetta che parlino diverse lingue? Quando noi imponemmo le mani a questi fanciulli, ciascuno di voi si aspettava forse che parlassero in varie lingue? E quando ci si accorse che non parlavano queste varie lingue, ci fu forse qualcuno di voi tanto perverso da dire: costoro non hanno ricevuto lo Spirito Santo, perché se l'avessero ricevuto parlerebbero diverse lingue, come avvenne a suo tempo? Se dunque adesso la prova della presenza dello Spirito Santo non avviene attraverso questi segni, da che cosa ciascuno arriva a conoscere di aver ricevuto lo Spirito Santo? Interroghi il suo cuore: se egli ama il fratello, lo Spirito di Dio rimane in lui. Esamini e metta alla prova se stesso davanti a Dio; veda se c'è in lui l'amore della pace e dell'unità, l'amore alla Chiesa diffusa in tutto il mondo. Non si limiti ad amare quel fratello che gli si trova vicino; ci sono molti nostri fratelli che non vediamo, eppure siamo a loro uniti nell'unità dello Spirito. Che meraviglia se essi non si trovano accanto a noi? Siamo nello stesso corpo ed abbiamo in cielo un unico capo. Fratelli, i nostri occhi non vedono se stessi e quasi non si conoscono. Ma forse che con la carità che li unisce al corpo non si conoscono? Infatti, perché sappiate che essi si conoscono nell'unione della carità, quando ambedue stanno aperti non può avvenire che l'occhio destro fissi un punto, senza che il sinistro faccia altrettanto. Prova, se puoi, ad indirizzare l'occhio destro ad un punto senza il concorso dell'altro. Ambedue vanno insieme, ed insieme muovono nella stessa direzione; una sola la loro direzione, anche se da luoghi diversi. Se dunque tutti quelli che con te amano Dio hanno con te la stessa aspirazione, non badare se col corpo sei lontano; insieme avete puntato la prora del cuore verso la luce della verità. Se dunque vuoi conoscere se hai ricevuto lo Spirito, interroga il tuo cuore, per non correre il rischio di avere il sacramento ma non l'effetto di esso. Interroga il tuo cuore e se là c'è la carità verso il fratello, sta' tranquillo. Non può esserci l'amore senza lo Spirito di Dio, perché Paolo grida: L'amore di Dio è stato diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che fu dato a noi (Rm 5, 5).

[Chi si separa dalla Chiesa non possiede lo Spirito di Dio.]

11. Dilettissimi, non vogliate credere ad ogni spirito. Questo perché Giovanni aveva detto: A questo segno conosciamo che egli dimora in noi per mezzo dello Spirito che diede a noi. Guardate da dove riconosce lo stesso Spirito: Carissimi, non vogliate credere ad ogni spirito, ma provate gli spiriti, se vengono da Dio (1 Gv 4, 1). Chi prova gli spiriti? Giovanni ci ha presentato un problema difficile, o fratelli. E' buona cosa per noi che lui stesso ci dica in che modo possiamo discernerli. Ce lo dirà, non temete; ma dapprima fate attenzione: guardate che da queste sue parole gli eretici prendono lo spunto per lanciare le loro accuse futili. Fate attenzione e sentite che cosa dice: Dilettissimi, non vogliate credere ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, se vengono da Dio. Lo Spirito Santo è chiamato nel Vangelo col nome di acqua, quando il Signore disse a gran voce: Se uno ha sete, venga da me e beva: chi crede in me, dal suo seno fluiranno fiumi di acqua viva. Ora l'Evangelista ci spiega a che cosa il Signore fa allusione; dice infatti subito dopo: Questo diceva riferendosi allo Spirito Santo che avrebbero ricevuto quelli che avrebbero creduto in lui. Perché il Signore non battezzò molti? Ma che cosa dice? Ancora lo Spirito Santo non era stato dato, perché Gesù non era stato glorificato (Gv 7, 37-39). Poiché essi avevano il battesimo ma non ancora avevano ricevuto lo Spirito Santo, che il Signore mandò dal cielo nel giorno di Pentecoste, si era in attesa della glorificazione del Signore, affinché venisse dato lo Spirito Santo. Ma, prima che egli fosse glorificato e prima che ce lo inviasse, invitava gli uomini perché si preparassero a ricevere quell'acqua circa la quale aveva detto: Chi ha sete, venga e beva, e, Chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Che cosa significa: fiumi di acqua viva? Che cosa è quell'acqua? Nessuno mi interroghi; ma si interroghi il Vangelo. Egli diceva ciò parlando dello Spirito Santo che avrebbero ricevuto quelli che avrebbero creduto in lui. Altra cosa è l'acqua del sacramento, altra l'acqua che significa lo Spirito di Dio. L'acqua del sacramento è visibile; l'acqua dello Spirito è invisibile. Quella pulisce il corpo e significa ciò che avviene nell'anima: per mezzo di questo Spirito, l'anima stessa viene mondata e alimentata. Egli è lo Spirito di Dio che non possono avere gli eretici e chiunque si separi dalla Chiesa. Chiunque non si separa apertamente, ma si stacca a causa del peccato e si agita all'interno come paglia, non è grano e non ha lo Spirito Santo. Questo Spirito è stato indicato dal Signore col nome di acqua. Abbiamo udito in questa Epistola: Non vogliate prestar fede ad ogni spirito; ci sono anche le parole di Salomone a testimoniare ciò: Astieniti dall'acqua straniera. Cosa è quest'acqua? Lo Spirito. L'acqua significa sempre lo Spirito? Non sempre; ma in alcuni passi significa lo Spirito, in altri il battesimo, in altri i popoli, in altri la sapienza. In un certo passo trovi detto: La sapienza è una sorgente di vita per quelli che la possiedono (Prv 16, 22). Nei diversi passi delle Scritture, dunque, il termine acqua ha diversi significati. Qui però col nome di acqua avete sentito indicato lo Spirito Santo, non per una nostra interpretazione, ma per testimonianza del Vangelo, che dice: Questo diceva parlando dello Spirito che avrebbero ricevuto quelli che avrebbero creduto in lui. Se dunque col termine di acqua si indica lo Spirito Santo, questa Epistola ci dice: Non vogliate prestar fede ad ogni spirito, ma sperimentate gli spiriti se provengono da Dio; comprendiamo perché poi è stato detto: Astieniti dall'acqua straniera e non bere ad una fonte straniera (Prv 9, 18 sec. LXX). Che cosa significa: Non bere ad una fonte straniera? Non fidarti di uno spirito estraneo.

[Gli eretici riconoscono l'incarnazione di Cristo.]

12. Resta da vedere dove abbiamo le prove che si tratta dello Spirito di Dio. L'Apostolo ci ha dato un segno, ma esso probabilmente è difficile. Tuttavia vediamolo. Dovremo ritornare alla carità; essa ci istruisce, perché essa stessa è l'unzione di Dio. Tuttavia che cosa dice qui? Provate gli spiriti se vengono da Dio; poiché molti falsi profeti sono sorti in questo mondo. Sono compresi qui tutti gli eretici e gli scismatici. In che modo dunque metto alla prova uno spirito? Giovanni prosegue: A questo si conosce lo Spirito di Dio. Drizzate le orecchie del cuore. Stavamo faticando e dicevamo: Chi conosce queste cose, chi sa distinguerle? Ed ecco che egli ce ne offre il segno. A questo si conosce lo Spirito di Dio: ogni spirito che confessa che Gesù Cristo è venuto nella realtà della carne, viene da Dio. Ed ogni spirito che non confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne, non viene da Dio; e costui è un anticristo circa il quale avete sentito dire che verrà ed ora si trova in questo mondo (1 Gv 4, 1-3). Le orecchie si sono come sollevate per discernere gli spiriti; ma ciò che abbiamo sentito non ci sembra tale da favorirci tale discernimento. Che cosa dice infatti? Ogni spirito che confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne, viene da Dio. Dunque lo spirito che è negli eretici viene da Dio, dal momento che essi confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne? Essi probabilmente si levano contro di noi e dicono: Voi non avete lo spirito di Dio; ma noi confessiamo che Gesù Cristo è venuto nella carne e Giovanni nega che abbiano lo spirito di Dio coloro che non confessano che Gesù è venuto nella carne. Domanda agli Ariani: essi confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne; interroga gli Eunomiani: confessano che Cristo è venuto nella carne; interroga i Macedoniani: confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne; interroga i Catafrigi: confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne; interroga i Novaziani: confessano che Gesù Cristo è venuto nella carne. Tutte queste eresie hanno forse lo spirito di Dio? Non sono falsi profeti? Non vi è in loro nessuna seduzione, nessun inganno? Certo sono anticristo coloro che uscirono dalle nostre file ma non erano dei nostri.

[Ma a parole, non con i fatti.]

13. Che cosa dunque facciamo? Da dove deriviamo i criteri di discernimento? Cercate di capire: andiamo insieme uniti col cuore e chiediamo. Vigila la carità stessa, poiché sarà essa a picchiare, essa ad aprire: ora comprenderete, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. Già avete udito prima che fu detto: Chi nega che Gesù Cristo è venuto nella carne, costui è un anticristo (1 Gv 2, 22). Allora ci siamo chiesti chi nega; poiché noi non lo neghiamo e neppure loro. Trovammo che alcuni lo negano coi fatti; ci servimmo allora della testimonianza dell'Apostolo che dice: Confessano di conoscere Dio, ma coi fatti lo negano (Tt 1, 16). Così anche adesso investighiamo sui fatti e non sulle parole. Chi è lo spirito che non proviene da Dio? Chi nega che Gesù Cristo è venuto nella carne. E chi è lo spirito che proviene da Dio? Quello che confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne. Ma chi confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne? Orsù, o fratelli, fissiamo la nostra attenzione sulle opere, non sul suono delle parole. Cerchiamo perché Cristo è venuto nella carne e troveremo chi nega che egli è venuto nella carne. Se infatti presti attenzione alle parole, potrai udire molte eresie che asseriscono che Cristo è venuto nella carne; ma la verità le smaschera. Perché Cristo è venuto nella carne? Non era forse Dio? Non è stato scritto di lui: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio (Gv 1, 1)? Non pasceva gli angeli e non li pasce ancora? Non venne forse quaggiù senza allontanarsi da lassù? Non è asceso là in modo da non lasciarci? Perché dunque venne nella carne? Perché era necessario mostrarci la speranza della resurrezione. Era Dio e venne nella carne; Dio infatti non poteva morire, la carne poteva morire; perciò venne nella carne, a morire per noi. In che modo è morto per noi? Nessuno ha una carità maggiore di chi dà la vita per i suoi amici (Gv 15, 13). La carità dunque lo spinse ad incarnarsi. Dunque chi non ha carità, nega che Cristo è venuto nella carne. Interroga ora tutti gli eretici: Cristo venne nella carne? Sì, venne; lo credo e lo confesso. E invece lo neghi. Ma in che modo lo nego? Ascolta e te lo dico, anzi ti farò convinto che lo neghi. Tu lo affermi con la voce, ma lo neghi col cuore; lo affermi con le parole ma lo neghi coi fatti. Ma in che modo - mi chiedi - io lo nego coi fatti? Perché Cristo venne nella carne a morire per noi. Egli è morto per noi, proprio per insegnare a noi una carità immensa: Nessuno ha maggiore amore di chi dà la vita per i suoi amici. Tu non hai la carità, perché per una questione di onore rompi l'unità. Comprendete dunque da questo principio qual è lo spirito che proviene da Dio. Voi battete con le nocche i vasi di creta, per assicurarvi che non portino delle crepe e non suonino male; controllate se essi suonano bene, vedete se lì è la carità. Ti sottrai all'unità di tutta la terra, dividi la Chiesa cogli scismi, dilani il corpo di Cristo. Egli venne nella carne per radunare insieme: tu sbraiti per disperdere. E' dunque lo spirito di Dio quello che dice che Gesù è venuto nella carne e che questo afferma non con la lingua ma coi fatti, che lo dice non col suono delle parole ma con l'amore. Non è spirito di Dio quello che nega che Gesù Cristo è venuto nella carne; lo nega appunto non con le parole ma con la vita, non con le parole ma coi fatti. E' dunque chiaro il criterio di discernimento, o fratelli. Molti sono nella Chiesa soltanto in apparenza; nessuno vi è fuori, se non realmente.

[Rompono l'unità della Chiesa, per la quale Cristo è morto.]

14. Volete una prova che Giovanni fa riferimento ai fatti? Egli dice: Ogni spirito, che dissolve il Cristo negando che è venuto nella carne, non proviene da Dio. Dissolvere è un verbo che ha riferimento coi fatti. Che cosa ti mostra? Colui che nega, perché ha detto: dissolve. Egli è venuto a raccogliere, tu vieni a sciogliere. Vuoi disperdere le membra di Cristo. Puoi dire di non negare che Cristo è venuto nella carne, tu che strappi la Chiesa di Cristo che lui aveva raccolto? Tu dunque vai contro Cristo; sei un anticristo. Sia tu dentro o fuori, sei un anticristo; ma quando sei dentro, stai nascosto; quando sei fuori ti rendi manifesto. Tu distruggi Gesù e neghi che egli è venuto nella carne; tu non provieni da Dio. Perciò egli dice nel Vangelo: Chiunque avrà sciolto uno solo di questi pur piccoli comandamenti e così avrà insegnato, sarà chiamato il più piccolo del Regno dei cieli. Che significa qui sciogliere? Che significa insegnare? Si scioglie coi fatti e si insegna normalmente con le parole: Tu che predichi di non rubare, rubi (Rm 2, 21). Chi ruba, scioglie coi fatti il comandamento e per così dire insegna; egli sarà chiamato il più piccolo del Regno dei cieli, cioè nella Chiesa di questi tempi. Di lui fu detto: Fate le cose che dicono; le cose che fanno non fatele (Mt 23, 3). Chi invece avrà fatto e così avrà insegnato a fare, sarà detto grande nel Regno dei cieli (Mt 5, 19). Qui la parola "fare" il Signore la oppone a "dissolvere", cioè a "non fare e a insegnare così". Dissolve dunque chi non fa. Che cosa ci insegna se non di interrogare i fatti e di non credere alle parole? L'oscurità di queste questioni ci ha costretto a prolungare il discorso, soprattutto perché ciò che il Signore si degna di rivelare, giunga anche ai fratelli più lenti a comprendere; poiché tutti sono stati acquistati col sangue di Cristo. Ed io temo che non si possa terminare in questi giorni la spiegazione dell'Epistola stessa, come avevo promesso; ma, come piace al Signore, è meglio metter da parte il rimanente, che aggravare i cuori con troppo cibo.
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30/12/2011 13.08
 
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OMELIA 7

Voi già siete da Dio...

Sotto la guida di Cristo e disprezzando il mondo, nutriamoci della carità, perché la carità è Dio stesso e chi la possiede può vedere Dio. Sia la carità ad ispirare il nostro agire; amiamo l'uomo, non il suo errore.

[La carità ristora le nostre forze.]

1. Questo mondo è per tutti i fedeli che cercano la patria ciò che fu il deserto per il popolo d'Israele. Essi vagavano per il deserto ma cercavano la patria: tuttavia, sotto la guida del Signore, non potevano fallire la meta. La loro strada era il comando stesso del Signore. Sebbene essi andassero vagando per quarant'anni, quel loro cammino può essere compiuto in pochissime tappe, note a tutti. Si attardarono non perché abbandonati dal Signore, ma perché Dio voleva provarli. Ciò che anche a noi il Signore promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la Scrittura e come spesso vi abbiamo ricordato, che occhio umano non vide, né orecchio udì, né mai s'è presentato allo spirito dell'uomo (Is 64, 4;1 Cor 2, 9). Siamo provati dai lavori della vita temporale e le tentazioni della vita presente ci aprono gli occhi. Ma se non volete morire di sete, in questo deserto della vita presente, bevete l'acqua della carità. Essa è la fonte che il Signore ha voluto apprestarci quaggiù, affinché non venissimo meno lungo la strada: beviamone in abbondanza e quando saremo arrivati in patria, ne berremo ancor più abbondantemente. E' stato letto da poco il Vangelo; nelle stesse parole con cui si è conclusa la lettura del brano evangelico, di che cosa avete sentito parlare se non di carità? In realtà noi abbiamo stretto un patto con Dio per cui se vogliamo che egli ci condoni i peccati, anche noi dobbiamo perdonare i peccati che sono stati commessi contro di noi (cf. Mt 6, 12). Ma è appunto la carità che fa perdonare i peccati. Togli dal cuore la carità ed esso conserverà l'odio e non saprà perdonare. Là ci sia la carità ed essa sicuramente perdona, perché non si chiude in se stessa. Tutta quanta questa Epistola, che abbiamo voluto commentarvi, non fa altro, come vedete, che raccomandarci quell'unico bene che è la carità. Non bisogna neanche temere che, ripetendo sempre la stessa raccomandazione, la carità venga in odio. Che cosa si dovrà poi amare, se la carità diventa oggetto di odio? Se da questa carità noi siamo indotti ad amare tutte le altre cose, come dovremmo amare la carità stessa? Ciò che non deve mai stare lontano dal cuore, non stia lontano neppure dalla bocca.

[Facciamoci guidare dal Signore.]

2. Voi, o miei figlioli, già siete da Dio e l'avete vinto (1 Gv 4, 4): chi avete vinto se non l'anticristo? Poco prima Giovanni aveva affermato: Chiunque dissolve Gesù Cristo e afferma che egli non è venuto nella carne, non proviene da Dio (1 Gv 4, 3). Vi abbiamo spiegato, se ricordate, come tutti coloro che violano la carità negano che Gesù Cristo sia venuto nella carne. Non c'era bisogno che Gesù arrivasse in terra se non a causa della carità. Egli ci raccomanda quella carità di cui parla lui stesso nel Vangelo: Nessuno può aver maggior amore di chi dà la vita per i suoi amici (Gv 15, 13). Il figliuolo dell'uomo avrebbe mai potuto dare per noi la sua vita, senza rivestirsi della carne, nella quale potesse morire? Chi dunque viola la carità, qualunque cosa dica con la lingua, nega con la sua vita che Cristo è venuto nella carne; ed egli è un anticristo, dovunque si trovi, in qualsiasi luogo sia entrato. Che cosa dice Giovanni a quelli che sono cittadini della patria alla quale sospiriamo? Voi lo avete vinto. Come l'hanno vinto? Perché colui che sta in voi è più grande di colui che è nel mondo (1 Gv 4, 4). Perché costoro non attribuissero alle proprie forze la vittoria e non venissero vinti dall'arroganza che è frutto di superbia (il diavolo vince chi riesce a rendere superbo) ma conservassero, secondo il suo volere, l'umiltà, che cosa dice loro? Lo avete vinto. Chiunque sente dire: avete vinto, alza la testa, si pavoneggia, e vuole essere lodato. Ma non esaltarti, considerando invece chi in te ha vinto. Perché hai vinto? Perché colui che sta in voi è più grande di colui che è nel mondo. Sii umile, porta il Signore Dio tuo, sii la cavalcatura di colui che ti monta. E' un bene per te che lui ti diriga e lui stesso guidi il cammino. Se non avessi lui seduto in sella, potresti alzare la testa, potresti dar calci: ma guai a te, che resteresti senza un reggitore; perché questa libertà ti conduce alle belve per essere da loro divorato.

[L'amore del mondo si oppone alla carità.]

3. Questi sono del mondo. Chi? Gli anticristi. Avete già udito chi siano. E li riconoscete, se voi non lo siete: chi infatti lo è, non li riconosce. Essi sono nel mondo: perciò parlano delle cose del mondo ed il mondo li ascolta (1 Gv 4, 5). Chi sono quelli che parlano delle cose del mondo? Volgete pure l'attenzione a coloro che parlano contro la carità. Avete sentito le parole del Signore: Se perdonerete agli uomini i loro peccati, anche il vostro Padre dei cieli perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete, neanche il Padre perdonerà a voi (Mt 6, 14-15). E' la verità che lo afferma; che se, al contrario, non è la verità, puoi pure contraddire. Se sei cristiano e credi a Cristo, sai che lui disse: Io sono la verità (Gv 14, 6). Si tratta, dunque, di una affermazione vera e sicura. Senti invece gli uomini che parlano il linguaggio del mondo. Ti dicono: perché non ti vendichi e lasci che l'altro si glori di averti fatto questo? Orsù! fagli capire che ha a che fare con un uomo. Parole del genere si sentono dire tutti i giorni. Quelli che le dicono parlano il linguaggio del mondo; ed il mondo li ascolta. Soltanto quelli che amano il mondo pronunciano parole del genere e soltanto quelli che amano il mondo le ascoltano. Chi ama il mondo e trascura la carità nega, come avete sentito, che Gesù sia venuto nella carne. Che forse il Signore ha agito così nella carne? Quando era schiaffeggiato, volle forse vendicarsi? Quando pendeva dalla croce, non disse forse: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34)? Se lui, che ne aveva il potere, non minacciava, perché mai tu minacci, perché avvampi d'ira tu che sei sottoposto all'autorità altrui? Egli è morto perché così volle, e non minacciava; tu non sai quando morirai e minacci?

[Dio è carità.]

4. Noi veniamo da Dio. Qual'è la ragione? Vedete se c'è altra ragione che non sia la carità. Noi veniamo da Dio. Chi conosce Dio, ci ascolta: chi non è da Dio, non ci ascolta. Questo è il segno che ci fa riconoscere lo spirito di verità e lo spirito dell'errore (1 Gv 4, 6). Chi ci ascolta ha lo spirito di verità; chi non ci ascolta ha lo spirito di errore. Vediamo di che cosa ci ammonisce e ascoltiamo piuttosto lui che ammonisce in spirito di verità; non gli anticristi, non gli amatori del mondo, non il mondo. Se siamo nati da Dio, Dilettissimi... Attenzione al seguito. Ci aveva prima detto: Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio, ci ascolta; chi non viene da Dio, non ci ascolta. Questo è il segno col quale riconosciamo lo spirito di verità e quello dell'errore. E così ci aveva reso attenti al fatto che chi conosce Dio lo ascolta, chi non lo conosce non l'ascolta; e questo è il criterio di distinzione tra spirito di verità e d'errore. Vediamo dunque cos'è questa sua ammonizione, che dobbiamo sentire da lui. Dilettissimi, amiamoci a vicenda. Perché? Perché forse ci ammonisce un uomo? Perché l'amore viene da Dio. Ha posto un valido fondamento al dovere della carità dicendo che essa viene da Dio: ma ci dirà ancora di più, se ascoltiamo attentamente. Ha appena detto: L'amore viene da Dio; e chiunque ama, è nato da Dio e ha conosciuto Dio. Chi non ama, non conosce Dio. Perché? Perché Dio è amore (1 Gv 4, 7-8). Che cosa poteva dire di più, o fratelli? Se non ci fosse in tutta questa Epistola e in tutte le pagine della Scrittura nessuna lode della carità all'infuori di questa sola parola che abbiamo inteso dalla bocca dello Spirito, che cioè Dio è carità, non dovremmo chiedere di più.

[L'offesa alla carità è un'offesa a Dio stesso.]

5. Vedete dunque che agire contro l'amore, significa agire contro Dio. Nessuno dica: io pecco contro un uomo, quando non amo il fratello (sentite!); e peccare contro un uomo è cosa da poco; purché non pecchi contro Dio! Ma come non pecchi contro Dio, quando pecchi contro l'amore? Dio è amore. Lo diciamo forse noi? Se fossimo noi a dire: Dio è amore, forse qualcuno di voi si scandalizzerebbe e direbbe: che cosa ha detto? Che cosa ha voluto dire, affermando che Dio è amore? Dio ci ha dato il suo amore, ci ha donato il suo amore. L'amore proviene da Dio: Dio è amore. Eccovi, o fratelli, nelle vostre mani le Scritture di Dio: questa Epistola è una di quelle canoniche; si legge in tutte le chiese, è ammessa sull'autorità del mondo intero, essa stessa ha edificato il mondo. Senti ciò che ti vien detto da parte dello Spirito di Dio: Dio è amore. Se osi, ormai, agisci pure contro Dio e non amare il fratello.

[La carità è da Dio, perché lo Spirito è Dio da Dio.]

6. Come conciliare le due espressioni appena ricordate: L'amore proviene da Dio, e l'amore è Dio? Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo: il Figlio è Dio da Dio e lo Spirito Santo è Dio da Dio; questi tre sono un solo Dio, non tre dèi. Se il Figlio è Dio, se lo Spirito Santo è Dio e se ad amare è solo colui nel quale abita lo Spirito Santo, allora veramente l'amore è Dio; Dio, però, perché procede da Dio. L'Epistola ha le due espressioni: L'amore proviene da Dio e l'amore è Dio. La Scrittura solo del Padre non afferma che viene da Dio. Quando ti incontri nelle parole da Dio, o si intende parlare del Figlio o dello Spirito Santo. Dice l'apostolo Paolo: L'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5, 5); e da qui comprendiamo che è lo Spirito Santo l'amore. E' esso, infatti, quello Spirito Santo, che i cattivi non possono ricevere; è esso la fonte di cui la Scrittura dice: Abbi una sorgente d'acqua in tua esclusiva proprietà e nessun estraneo la usi con te (Prv 5, 16-17). Tutti quelli che non amano Dio sono estranei, anticristi. E anche se entrano nelle basiliche, non possono annoverarsi tra i figli di Dio; non appartiene loro questa fonte di vita. Anche il malvagio può avere il battesimo; può avere anche il dono della profezia. Sappiamo che il re Saul aveva il dono della profezia; egli perseguitava il santo David e tuttavia fu ripieno dello spirito di profezia e incominciò a profetare (cf. 1 Sam 19). Anche il malvagio può ricevere il sacramento del corpo e del sangue del Signore: di costoro infatti è detto: Chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11, 29). Anche il malvagio può portare il nome di Cristo, dirsi cioè cristiano ed essere malvagio; di costoro è detto: Disonoravano il nome del loro Dio (Ez 36, 20). Anche il malvagio dunque può avere tutti questi sacramenti; ma il malvagio non può possedere la carità restando malvagio. E' questo il dono proprio dei buoni; questa la sorgente ad essi esclusiva. Lo Spirito di Dio vi esorta a bere di questa fonte; lo Spirito di Dio vi esorta a bere di se stesso.

[E' l'intenzione a dar valore all'opera.]

7. In questo si è manifestata la carità di Dio per noi. Abbiamo in queste parole l'esortazione ad amare Dio. Potremmo forse amarlo, se lui per primo non ci avesse amato? Se siamo stati pigri nell'amarlo, non siamolo nel corrispondere al suo amore. Per primo egli ci ha amati; e neppure ora siamo disposti ad amarlo. Egli ci ha amati quando eravamo peccatori, ma ha distrutto la nostra iniquità; ci ha amati quando eravamo ammalati, ma è venuto a noi per guarirci. Dio dunque è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi, che egli ha mandato in questo mondo il suo Figlio Unigenito, affinché potessimo vivere per mezzo suo (1 Gv 4, 9). Il Signore stesso ha detto: Nessuno può avere maggior amore di chi dà la sua vita per i suoi amici, e l'amore di Cristo verso di noi si dimostra nel fatto che egli è morto per noi. Quale è invece la prova dell'amore del Padre verso di noi? Che egli ha mandato il suo unico Figlio a morire per noi. Così afferma l'apostolo Paolo: Egli che non risparmiò il suo proprio Figlio, ma lo diede per noi tutti, come non ci ha dato insieme con lui tutti i doni? (Rm 8, 32). Ecco, il Padre consegnò Cristo e anche Giuda lo consegnò; forse che il fatto non appare simile? Giuda è traditore; dunque anche il Padre è traditore? Non sia mai, tu dici. Non lo dico io ma l'Apostolo: Lui che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per tutti noi. Il Padre lo diede e Cristo stesso si diede. L'Apostolo infatti dice: Colui che mi amò e diede se stesso per me (Gal 2, 20). Se il Padre diede il Figlio ed il Figlio se stesso, Giuda che cosa fece? Una consegna è stata fatta dal Padre, una dal Figlio, una da Giuda: si tratta di una identica cosa: ma come si distinguono il Padre che dà il Figlio, e il Figlio che dà se stesso e Giuda il discepolo che dà il suo maestro? Il Padre ed il Figlio fecero ciò nella carità; compì la stessa azione anche Giuda, ma nel tradimento. Vedete che non bisogna considerare che cosa fa l'uomo ma con quale animo e con quale volontà lo faccia. Troviamo Dio Padre nella stessa azione in cui troviamo anche Giuda: benediciamo il Padre, detestiamo Giuda. Perché benediciamo il Padre e detestiamo Giuda? Benediciamo la carità, detestiamo l'iniquità. Quanto vantaggio infatti venne al genere umano dal fatto che Cristo fu tradito? Forse che Giuda ebbe in mente questo vantaggio nel tradire? Dio ebbe in mente la nostra salvezza per la quale siamo stati redenti; Giuda ebbe in mente il prezzo che prese per vendere il Signore. Il Figlio ebbe in mente il prezzo che diede per noi, Giuda pensò al prezzo che ricevette per venderlo. Una diversa intenzione dunque, rese i fatti diversi. Se misuriamo questo identico fatto dalle diverse intenzioni, una di esse deve essere amata, l'altra condannata; una deve essere glorificata, l'altra detestata. Tanto vale la carità! Vedete che essa sola soppesa e distingue i fatti degli uomini.

[Sia l'amore a ispirare le nostre azioni.]

8. Dicemmo questo in riferimento a fatti simili. In riferimento a fatti diversi troviamo un uomo che infierisce per motivo di carità ed uno gentile per motivo di iniquità. Un padre percuote il figlio e un mercante di schiavi invece tratta con riguardo. Se ti metti davanti queste due cose, le percosse e le carezze, chi non preferisce le carezze e fugge le percosse? Se poni mente alle persone, la carità colpisce, l'iniquità blandisce. Considerate bene quanto qui insegniamo, che cioè i fatti degli uomini non si differenziano se non partendo dalla radice della carità. Molte cose infatti possono avvenire che hanno una apparenza buona ma non procedono dalla radice della carità: anche le spine hanno i fiori; alcune cose sembrano aspre e dure; ma si fanno, per instaurare una disciplina, sotto il comando della carità. Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa' ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene.

[Dio ci ha amati per primo.]

9. In questo sta l'amore. In ciò si è manifestato l'amore di Dio in noi: che Dio mandò il Figlio suo Unigenito in questo mondo, affinché noi viviamo per mezzo suo. In questo è l'amore, non nel fatto che noi abbiamo amato, ma nel fatto che lui stesso ci ha amati. Noi non abbiamo amato lui per primi: infatti egli per questo ci ha amati, perché lo amassimo. E Dio mandò il Figlio suo quale propiziatore per i nostri peccati: propiziatore, sacrificatore. Egli immolò la vittima per i nostri peccati. Dove trovò la vittima? Dove trovò quella vittima pura che voleva offrire? Non la trovò e offrì se stesso. Carissimi, se Dio così ci amò, dobbiamo anche noi amarci vicendevolmente (1 Gv 4, 9-11). Pietro - disse - mi ami? Ed egli rispose: Ti amo. Pasci le mie pecore (Gv 21, 15-17).

[La carità ci fa vedere Dio.]

10. Nessuno mai vide Dio (1 Gv 4, 12). Dio è invisibile; non bisogna cercarlo con gli occhi ma col cuore. Se volessimo vedere il sole, toglieremmo gli impedimenti agli occhi del corpo, per poter vedere la luce; così se vogliamo vedere Dio, purghiamo quell'occhio con cui Dio può essere visto. Dove si trova questo occhio? Ascolta il Vangelo: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt 5, 8). Nessuno si faccia un'idea di Dio seguendo il giudizio degli occhi. Costui si farebbe l'idea di una forma immensa oppure prolungherebbe negli spazi una grandezza immensurabile, come questa luce che colpisce i nostri occhi e che egli stende all'infinito quanto può; oppure si farebbe di Dio l'idea di un vecchio dall'aspetto venerando. Non devi avere pensieri di questo genere. Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? nessuno lo può dire. Esso tuttavia ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno; dice il salmo: Beato colui che pensa al povero ed all'indigente (Sal 40, 2). La carità ha orecchi e ne parla il Signore: Colui che ha orecchi da intendere, intenda (Lc 8, 8). Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con la mente il tutto e allo stesso tempo. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te; resta in essa ed essa resterà in te. E' mai possibile, o fratelli, che uno ami ciò che non vede? Perché allora, quando si fa la lode della carità, vi sollevate in piedi, acclamate, date lodi? Che cosa vi ho mostrato? Vi ho forse mostrato alcuni colori? Vi ho messo innanzi oro e argento? Vi ho sottoposto delle gemme tolte da un tesoro? Che cosa di grande ho mostrato ai vostri occhi? Forse che il mio volto nel parlarvi si è mutato? Io sono qui in carne ed ossa, sono qui nella stessa forma in cui ho fatto il mio ingresso; anche voi siete qui nella stessa forma in cui siete venuti. Ma si fa la lode della carità e uscite in acclamazioni. Certamente i vostri occhi non vedono nulla. Ma come essa vi piace quando la lodate, così vi piaccia di conservarla nel cuore. Capite, o fratelli, ciò che voglio dire: io vi esorto, per quanto il Signore lo concede, a procurarvi un grande tesoro. Se si mostrasse a voi un vaso d'oro cesellato, indorato, fatto con arte, ed esso attraesse i vostri occhi e attirasse a sé la brama del vostro cuore, e la mano dell'artista vi piacesse così come il peso della materia e lo splendore del metallo, forse che ciascuno di voi non direbbe: "oh, se avessi quel vaso"? Ma lo avreste detto inutilmente, poiché non era in vostro potere averlo. Oppure, se uno volesse averlo, penserebbe di rubarlo dalla casa di un altro. A voi vien fatto l'elogio della carità; se essa vi piace, abbiatela, possedetela; non è necessario che facciate un furto a qualcuno, non è necessario che pensiate di comprarla. Essa è gratuita. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa. Se di tal pregio essa è quando viene presentata a voce, quale sarà il suo pregio quando è posseduta?

[Ama l'uomo, non il suo errore. Cristo rivendica i suoi titoli.]

11. Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell'emendare; se i costumi sono buoni, questo ti rallegri; se sono cattivi, siano emendati, siano corretti. Non voler amare l'errore nell'uomo, ma l'uomo; Dio infatti fece l'uomo, l'uomo invece fece l'errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l'uomo stesso. Amare quello significa distruggere questo: quando ami l'uno, correggi l'altro. Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore (cf. Mt 3, 16). Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo. Come ho detto, il mercante, per vendere, blandisce ma è duro nel cuore: il padre per correggere castiga ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti. Ecco, o fratelli, un grande esempio, una grande regola: ciascuno ha figli o vuole averli; oppure, se ha deciso di non avere assolutamente figli dalla carne, desidera per lo meno averne spiritualmente: chi è che non corregge il proprio figlio? Chi è quel padre che non dà castighi (cf. Eb. 12, 7)? E tuttavia sembra che egli infierisca. L'amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi. Questo mi ha ricordato, fratelli miei, di dirvi che quei violatori della carità hanno operato scisma: come odiano la carità, così odiano la colomba. Ma la colomba li accusa: essa proviene dal cielo, i cieli si aprono, resta sopra la testa del Signore. E perché? Per udire: Questi è colui che battezza (Gv 1, 33). Allontanatevi, o predoni; allontanatevi, o invasori della proprietà di Cristo. Nelle vostre proprietà, dove volete fare da padroni, avete osato affiggere i titoli del Signore. Egli conosce i suoi titoli; rivendica la sua proprietà; non distrugge i titoli, ma entra e prende possesso. Così non viene distrutto il battesimo di chi viene alla Chiesa Cattolica, affinché non venga distrutto il titolo del suo Re. Ma che cosa avviene nella Chiesa Cattolica? Il titolo viene riconosciuto; il possessore entra sotto i suoi propri titoli, là dove il predone entrava con titoli non suoi.
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30/12/2011 13.09
 
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OMELIA 8

Nessuno ha veduto Dio...

Sii umile, cerca la gloria di Dio, permani nella carità. Desidera che il nemico diventi fratello, il povero autosufficiente, l'indotto dotto. Sottomettiti a Colui che ti è superiore e che è venuto come medico a cercarti e guarirti, spinto solo dall'amore.

[Una lode che può sempre durare.]

1. Amore, parola dolce, ma realtà ancora più dolce. Non possiamo parlare sempre di essa. Noi infatti siamo occupati in molte cose e svariate attività c'impegnano ovunque, cosicché la nostra lingua non sempre ha tempo di parlare dell'amore: anche se non c'è cosa migliore che parlare di tale argomento. Ma quella carità della quale non sempre è possibile parlare, sempre è possibile custodire. Così l'Alleluia che ora cantiamo, viene forse da noi sempre cantato? Appena la durata di un'ora, anzi a mala pena per una breve frazione noi cantiamo Alleluia; poi ci occupiamo di altro. Alleluia, come già sapete, significa: Lodate Dio. Chi loda Dio con la lingua, non sempre può farlo; chi invece lo loda con la vita, può sempre farlo. Sempre bisogna attuare opere di misericordia, sentimenti di carità, pietà religiosa, castità incorrotta, sobrietà modesta; sia che siamo in pubblico, o in casa, in mezzo agli uomini, nella nostra stanza, quando parliamo e quando taciamo, quando siamo impegnati in qualche lavoro o siamo liberi da impegni; sempre bisogna osservare quei doveri; perché queste virtù che ho nominato sono dentro di noi. E potrei mai nominarle tutte? Esse sono come un esercito di un generale che ha il suo comando dentro la tua mente. Come il generale, per mezzo del suo esercito, attua ciò che più gli piace, così il Signore nostro Gesù Cristo, incominciando ad abitare nell'intimo dell'uomo, cioè nella nostra mente per mezzo della fede (cf. Ef 3, 17), usa di queste virtù come dei suoi ministri. E per mezzo di queste virtù, che non possono essere viste con gli occhi, e che tuttavia, se nominate, vengono lodate (non verrebbero lodate se non fossero amate, non sarebbero amate se non si vedessero; se non si possono amare senza che si vedano, sono però viste da un altro occhio, cioè, dallo sguardo interiore del cuore), per mezzo di queste virtù invisibili vengono mosse le membra in modo visibile: i piedi per camminare; ma dove? dove li possa muovere la buona volontà, che milita sotto un buon generale. Le mani per operare; ma che cosa? ciò che la carità avrà comandato, interiormente suscitata dallo Spirito Santo. Le membra dunque si vedono quando si muovono, ma colui che comanda al di dentro non si vede. E chi sia dentro a comandare, lo sa propriamente solo colui che comanda e colui che dentro riceve il comando.

[Sia lodato in te Colui che per tuo mezzo opera.]

2. Infatti, o fratelli, avete da poco udito leggere il Vangelo; l'avete però veramente udito solo se avete prestato non solo l'orecchio del corpo ma anche quello del cuore. Che cosa disse? Guardatevi dal fare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere veduti da loro (Mt 6, 1). Forse Cristo volle questo: che qualunque bene noi facciamo, ci nascondiamo agli occhi degli uomini e temiamo di essere visti? Se temi quelli che ti guardano, non avrai nessun imitatore: devi dunque essere visto. Ma non devi agire per questo scopo, cioè per essere visto. Non qui deve essere il fine della tua gioia, non qui il termine della tua letizia, così che tu ritenga di aver conseguito tutto il frutto della tua buona opera, una volta che sei stato visto e lodato. Tutto ciò è niente. Disprezza te stesso, quando vieni lodato: sia in te lodato colui che opera per mezzo tuo. Non voler dunque operare per la tua lode il bene che fai, ma per la lode di colui da cui hai di che fare il bene. Da te hai solo la forza di agire male, da Dio quella di agire bene. Al contrario gli uomini perversi vedete come pensano diversamente. Vogliono attribuire a sé quel bene che fanno; se fanno male vogliono accusare Dio. Capovolgi questa specie di stortura e perversione che mette, in certo qualmodo, tutto sottosopra: sotto ciò che è sopra e viceversa. Vuoi abbassare Dio e innalzare te? Allora precipiti, non ti elevi: egli infatti sta sempre in alto. Che dunque? A te forse il bene, a Dio il male? Di' questo, piuttosto, con maggiore verità: A me il male, a lui il bene; e quel bene che ho io, deriva da lui; infatti qualunque cosa io faccia da me, è male. Questa confessione rafforza il cuore e pone il fondamento dell'amore. Se infatti noi dobbiamo nascondere le nostre opere buone, affinché non vengano viste dagli uomini, che ne è della sentenza contenuta nel sermone che il Signore pronunciò sul monte? Un po' prima aveva detto: Risplendano le vostre opere davanti agli uomini. Né si fermò qui, ma aggiunse: E glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt 5, 16). E l'Apostolo che cosa dice? Io ero un volto sconosciuto alle Chiese della Giudea, che sono in Cristo; tuttavia esse erano intente ad ascoltarmi, perché chi una volta ci perseguitava, ora evangelizza quella fede che un tempo perseguitava; ed essi davano gloria a Dio a causa mia (Gal 1, 22-24). Vedete in che modo anche lui, facendosi conoscere, non si propone la sua lode ma quella di Dio. E per quanto lo riguarda, lui stesso si confessa devastatore della Chiesa, persecutore insaziabile e malvagio; non siamo noi ad incriminarlo. Paolo preferisce che i suoi peccati siano da noi detti, affinché colui che sanò tale malattia venga glorificato. La mano del medico infatti incise la vasta ferita e la risanò. Quella voce proveniente dal cielo abbatté il persecutore e fece sorgere il predicatore; uccise Saulo, diede vita a Paolo (cf. At 9). Saulo era persecutore di un uomo santo (1 Sam 19); questo il suo nome quando perseguitava i Cristiani; poi da Saulo divenne Paolo (cf. At 13, 9). Che significa Paolo? "Piccolo". Dunque quando era Saulo, era superbo ed altero; quando fu Paolo, divenne umile e piccolo. Perciò noi diciamo: ti vedrò un po' dopo (paulo post), cioè tra poco (modicum). Senti allora come si dichiara piccolo: Io infatti sono il più piccolo degli Apostoli (1 Cor 15, 9); ed ancora: A me, il più piccolo di tutti i santi (Ef 3, 8), come afferma in altro luogo. Egli era, tra gli Apostoli, come la frangia di un vestito; ma la Chiesa delle genti, come l'emorroissa, la toccò e guarì (cf. Mt 9, 20-22).

[La carità mai venga meno nel cuore.]

3. Dunque, o fratelli, questo io ho voluto dirvi, questo vi dico, questo, se potessi, non vorrei mai cessare di dire: fate l'una o l'altra opera secondo le circostanze, le ore, i tempi. Forse che si può sempre parlare? sempre tacere? sempre mangiare? sempre digiunare? sempre dare pane al povero? Sempre vestire gli ignudi? sempre visitare gli ammalati? Sempre pacificare i litiganti? Sempre seppellire i morti? Ora si fa una cosa, ed ora un'altra. Questi atti vengono iniziati e poi sospesi: ma il principe che li comanda non ha inizio né deve cessare di esistere. La carità non venga interrotta nell'animo: le opere della carità vengano invece attuate secondo l'opportunità. Rimanga, come è stato scritto, la carità fraterna (cf. Eb 13, 1).

[Amore dei nemici e dei fratelli.]

4. C'è un interrogativo che forse ha turbato qualcuno di voi, in questo tempo che abbiamo dedicato alla trattazione dell'Epistola di San Giovanni; e l'interrogativo è perché mai egli non fa altro che raccomandare la carità fraterna. Dice infatti: Chi ama il fratello (1 Gv 2, 10); e poi: A noi è stato dato un comandamento, che ci amiamo a vicenda (1 Gv 3, 23). Molto spesso egli ha nominato la carità fraterna: mentre non così spesso ha nominato l'amore di Dio, e cioè la carità con cui dobbiamo amare Dio; in realtà non l'ha del tutto tenuta sotto silenzio. Non parlò affatto invece dell'amore verso il nemico in quasi tutta l'Epistola. Mentre con tanta forza ci predica e ci raccomanda la carità, non ci dice di amare i nemici. Ci dice invece di amare i fratelli. Poco fa, nella lettura del Vangelo, abbiamo sentito: Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa avete? Non fanno questo anche i pubblicani? (Mt 5, 46). Perché dunque Giovanni ci raccomanda tanto, per acquistare la perfezione, l'amore fraterno, mentre il Signore dice che non ci basta amare i fratelli, ma dobbiamo spingere il nostro amore fino ad amare i nemici? Chi si spinge fino ad amare i nemici, non dimentica per questo di amare i fratelli. Deve anzi fare come fa il fuoco che prima si attacca alle cose vicine e poi si propaga a quelle più lontane. Il fratello ti è più vicino di qualsiasi altro uomo. A sua volta ti è più vicino colui che non conosci e tuttavia non ti è nemico, che non il nemico il quale si oppone a te. Spingi il tuo amore verso i più vicini, ma non chiamare ciò un allargamento del tuo amore. Se ami quelli che ti sono vicini, ami in pratica te stesso. Spingiti ad amare quelli che non conosci, che non ti fecero nulla di male. Ma va' anche oltre; spingiti ad amare i nemici. Questo con certezza ti comanda il Signore. Perché allora Giovanni ha taciuto sull'amore al nemico?

[E' più puro l'amore per chi non è bisognoso.]

5. Ogni dilezione, anche quella carnale, che abitualmente si chiama amore e non dilezione (dilezione si dice di solito dei sentimenti spirituali e ad essi piuttosto si estende il suo significato), tuttavia ogni dilezione, o fratelli carissimi, suppone una certa benevolenza verso quelli che amiamo. Infatti non dobbiamo provare verso gli uomini una dilezione, che del resto è impossibile, o amore [lo stesso Signore ha usato questo termine quando chiese: Pietro, mi ami tu? (Gv 21, 17)] come lo provano i golosi allorché dicono: amo i tordi; li amano infatti per ucciderli e divorarli. Egli dice di amarli e li ama perché non siano più, li ama per perderli. Tutto ciò che amiamo per cibarcene lo amiamo al fine di consumarlo e di venir ristorati. Gli uomini devono forse essere amati in questo modo, come per essere divorati? Esiste invece una amicizia di benevolenza per la quale a volte noi offriamo dei doni a quelli che amiamo. E se non ci fosse nulla da donare? A chi ama basta la sola benevolenza. Non dobbiamo certo desiderare che ci siano dei miseri, per poter così esercitare le opere di misericordia. Tu dai pani a chi ha fame; ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame, anche se in tal modo non si ha nessuno a cui dare. Tu offri vestiti all'ignudo: ma quanto sarebbe meglio se tutti avessero i vestiti e non ci fosse questa indigenza. Tu dai sepoltura a chi è morto: ma quanto sarebbe meglio che giungesse quella vita in cui nessuno morirà. Tu metti d'accordo i litiganti: voglia il cielo che si stabilisca quella eterna pace di Gerusalemme, dove nessuno potrà litigare! Sono doveri legati a particolari necessità. Elimina i miseri; cesseranno le opere di misericordia. Ma se cesseranno le opere di misericordia, si estinguerà forse l'ardore della carità? Più genuino è l'amore che porti verso un uomo di nulla bisognoso, al quale non devi dare nulla: questo amore sarà più puro e molto più sincero. Se infatti dai in prestito ad un miserabile, può capitare che tu desideri esaltarti di fronte a lui e avere lui soggetto, perché egli è stato causa di quell'atto benefico. Egli si trovò nel bisogno e tu lo hai aiutato; sembri essergli superiore, perché tu hai dato a lui. Desidera che ti sia eguale, affinché ambedue siate soggetti ad un solo Signore al quale nulla si può dare.

[Obbedisci a chi è sopra di te.]

6. L'anima orgogliosa proprio in ciò ha sorpassato la misura ed è diventata in certo qual modo avara; perché radice di tutti i mali è l'avarizia (1 Tm 6, 10). Fu anche detto che la superbia è inizio di ogni peccato (Sir 10, 15). Ci domandiamo a volte come possono accordarsi queste due proposizioni: la radice di tutti i mali è l'avarizia, e quest'altra: Il principio di ogni peccato è la superbia. Se la superbia è inizio di ogni peccato, è per ciò stesso la radice di tutti i mali. Ma è anche certo che pure l'avarizia è radice di tutti i mali: concludiamo perciò che nella stessa superbia c'è l'avarizia, in quanto l'uomo oltrepassa la misura. Che significa essere avari? Cercare al di là del sufficiente. Adamo cadde per la superbia: è detto infatti che all'inizio di ogni peccato è la superbia. Cadde forse per avarizia? Chi più avaro di colui al quale Dio non basta? Abbiamo letto, o fratelli, che l'uomo è stato fatto ad immagine e similitudine di Dio: che cosa Dio disse dell'uomo? Abbia potere sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che strisciano per terra (Gn 1, 26). Ha forse detto il Signore: l'uomo abbia potere sugli uomini? Disse soltanto: abbia potere, un potere conforme alla natura; ma potere su chi? Sui pesci del mare, sui volatili del cielo, su tutti gli animali che strisciano per terra. Perché su questi esseri è naturale che l'uomo abbia potere? Perché l'uomo deriva questo suo potere dal fatto che fu creato ad immagine di Dio. Dove fu fatto ad immagine di Dio? Nell'intelligenza, nella mente, nell'uomo interiore; nel fatto che l'uomo capisce la verità, discerne la giustizia e l'ingiustizia, sa da chi è stato fatto, può conoscere il suo creatore e lodarlo. Ha questa intelligenza chi possiede la saggezza. Poiché molti per colpa delle cattive passioni corrompono in se stessi l'immagine di Dio e spengono in certo qual modo la fiamma dell'intelligenza con la perversità della loro condotta, la Scrittura dice loro: Non diventate come un cavallo ed un mulo che non hanno intelligenza (Sal 31, 9). Questo significa: io ti ho messo al di sopra del cavallo e del mulo; ti ho fatto a mia immagine, ti ho dato potere sopra questi esseri. Perché? Perché le bestie non hanno un'anima razionale; tu invece coll'anima razionale comprendi la verità, capisci ciò che sta sopra di te; assoggettati a colui che sta sopra di te e ti staranno soggetti quegli esseri sopra i quali sei stato preposto. Avendo l'uomo con il peccato abbandonato colui sotto il quale doveva stare, viene assoggettato a quegli esseri sopra i quali egli doveva comandare.

[Liberazione spirituale.]

7. Vedete di capire ciò che voglio dire: ecco Dio, ecco l'uomo, ecco un animale: Dio, ad esempio, sta sopra di te e l'animale sta sotto di te. Riconosci colui che sta sopra di te, affinché ti riconoscano le cose che ti stanno sotto. Per questa ragione Daniele, avendo riconosciuto Dio sopra di sé, vide i leoni a lui soggetti (cf. Dn 6, 22). Se invece tu non riconosci colui che sta sopra di te, disprezzi un superiore ma ti assoggetti ad un inferiore. Che cosa contribuì a domare la superbia degli Egiziani? Le rane e le mosche (cf. Es 8). Dio poteva mandare loro anche i leoni, ma il leone è per spaventare personaggi importanti. Quanto più gli Egiziani erano superbi, tanto più la loro vanagloria fu infranta da esseri disprezzabili ed abbietti. I leoni riconobbero invece Daniele perché egli era suddito di Dio. Che cosa dunque? I martiri che combatterono contro le bestie e sono stati lacerati dai morsi delle belve, non erano sottomessi a Dio? Oppure bisognerà dire che i tre fanciulli della fornace erano servi di Dio, mentre non lo erano i fratelli Maccabei? Il fuoco mostrò che quei tre fanciulli erano servi di Dio, perché non li bruciò né consumò i loro vestiti (cf. Dn 3, 50); e non manifestò quali servi di Dio i Maccabei? Certo che li manifestò. Sì, manifestò anch'essi, o fratelli (cf. 2 Mach 7). Ma c'era bisogno di uno strumento di pena per rivelarli, secondo il permesso del Signore, come dice la Scrittura: Dio colpisce ogni uomo che accoglie nel numero dei suoi figli (Eb 12, 6). Voi, o fratelli, ritenete che la lancia avrebbe mai trapassato il petto del Signore, se lui stesso non avesse permesso ciò? Credete che egli sarebbe rimasto sospeso alla croce, senza la sua volontà? La creatura, di cui egli era il creatore, non lo riconobbe? Oppure ha voluto presentare ai suoi fedeli un esempio di pazienza? Dio ha liberato alcuni in modo visibile, altri li ha liberati ma non in modo visibile: tutti invece ha liberato nell'anima, nessuno ha abbandonato a se stesso nel campo dello spirito. Parve che egli avesse abbandonato a se stessi alcuni, dal punto di vista dell'aiuto esterno, mentre altri sono stati visibilmente sottratti alla rovina. Egli ha appunto salvato costoro perché non si credesse che non lo poteva fare. Ti ha dato una prova che può aiutare, cosicché, quando non interviene, tu capisca che questo è per un suo disegno a te nascosto e non già per qualche sua difficoltà. Ma che significa questo, o fratelli? Quando avremo sciolto tutti i nodi della nostra condizione di mortali, quando saranno ormai sorpassati i tempi della tentazione, quando il fiume di questa storia terrena avrà compiuto il suo corso e riprenderemo quella veste primitiva che è l'immortalità da noi perduta col peccato, quando questo nostro essere corruttibile, e cioè la nostra carne, avrà assunto qualità incorruttibili e questa nostra carne mortale avrà ottenuto l'immortalità (1 Cor 15, 53-54), allora ogni creatura riconoscerà in noi i perfetti figli di Dio, là dove non sarà più necessario essere tentati e flagellati; tutto sarà a noi sottomesso, se qui noi siamo sudditi di Dio.

[Non esser un maestro invidioso.]

8. Il cristiano deve essere tale da non gloriarsi sopra gli altri uomini. Dio ti ha dato di essere al di sopra delle bestie, di essere cioè migliore delle bestie. Questo lo hai dalla tua natura; sarai sempre meglio di una bestia; ma se vuoi essere migliore di un altro uomo, gli porterai invidia, se lo vedi tuo uguale. Devi invece volere che tutti gli uomini ti siano uguali. Se superi un altro in prudenza, devi desiderare che anche lui sia prudente. Fin quando egli resta meno avveduto, deve imparare da te; fin quando resta privo di cultura, egli ha bisogno di te; e tu sembri il maestro, lui lo scolaro; tu dunque superiore perché maestro, lui inferiore perché discepolo. Se non desideri che lui ti sia uguale, vorrai che egli resti sempre tuo discepolo. Ma se vuoi averlo sempre tuo discepolo, sei un maestro invidioso. E se sei tale, come puoi dirti maestro? Ti supplico, non insegnargli la tua invidia. Senti l'Apostolo che dice nella sua grande carità: Vorrei che tutti gli uomini fossero come me (1 Cor 7, 7). Come mai voleva che tutti gli fossero uguali? Egli era superiore a tutti proprio perché nella sua carità desiderava che tutti fossero uguali. L'uomo dunque ha oltrepassato la misura; volle essere troppo avaro, ponendosi sopra gli altri uomini, mentre aveva ricevuto soltanto una superiorità sopra gli animali: e ciò è superbia.

[Motivo ispiratore delle azioni buone.]

9. Vedete le opere grandi che la superbia compie: fate bene attenzione come esse siano tanto simili e quasi pari a quelle della carità. La carità offre cibo all'affamato, ma lo fa anche la superbia: la carità fa questo, perché venga lodato il Signore; la superbia lo fa per dare lode a se stessa. La carità veste un ignudo e lo fa anche la superbia; la carità digiuna, ma digiuna anche la superbia; la carità seppellisce i morti, ma li seppellisce anche la superbia. Tutte le opere buone che la carità vuole fare e fa, ne mette in moto, all'opposto, altrettante la superbia e le mena attorno come suoi cavalli. Ma la carità è nel cuore e toglie il posto alla malmossa superbia: non mal movente bensì malmossa. Guai all'uomo che tiene la superbia a proprio auriga, perché necessariamente finirà nel precipizio. Ma come sapere se sia la superbia a muovere le azioni buone? Chi la vede? Quale il segno di riconoscimento? Vediamo le opere: la misericordia offre cibo, lo fa anche la superbia; la misericordia accoglie un ospite, lo fa anche la superbia; la misericordia intercede per un povero, lo fa anche la superbia. Che significa ciò? Che non riusciremo a capire, se esaminiamo le opere. Io oso dare una qualche risposta, non proprio io, ma lo stesso Paolo: la carità muore; cioè l'uomo, che ha la carità, confessa il nome di Cristo e va al martirio; anche la superbia confessa Cristo e va al martirio. Il primo uomo ha la carità, il secondo non ha la carità. Colui che non ha la carità senta che cosa dice l'Apostolo: Se distribuirò tutti i miei beni ai poveri, e se darò il mio corpo per farlo bruciare, ma non ho la carità, nulla mi vale (1 Cor 13, 3). La divina Scrittura, dunque, da questa ostentazione esteriore c'invita a tornare in noi stessi; a tornare nel nostro intimo da questa superficialità che fa sfoggio di sé innanzi agli uomini. Torna all'intimo della tua coscienza, interrogala. Non guardare ciò che fiorisce di fuori, ma quale sia la radice che sta nascosta in terra. Ha preso radici in te la cupidità del denaro? Può darsi che ci sia un'apparenza di opere buone, ma opere veramente buone non potranno esserci. Ha preso radici dentro di te la carità? Sta' sicuro, nessun male ne può derivare. Il superbo accarezza, l'amore castiga. L'uno riveste, l'altro colpisce. Il superbo dona dei vestiti per piacere agli uomini: chi possiede l'amore invece colpisce per correggere con la disciplina. Si riceve di più dal castigo che proviene dall'amore, che dall'elemosina che proviene dalla superbia. Ritornate in voi stessi, o fratelli. In tutte le cose che voi fate, guardate a Dio come vostro testimone. Vedete con quale animo agite, dal momento che egli vi vede. Se il vostro cuore non vi accusa che agite a motivo di superbia, orbene, state sicuri. Non temete, quando agite bene, che altri vi vedano. Temi invece di agire allo scopo di essere lodato. Gli altri ti vedano ma ne lodino il Signore. Se ti nascondi agli occhi dell'uomo, ti nascondi in realtà all'imitazione dell'uomo e sottrai la lode dovuta a Dio. Due sono le persone a cui fai elemosina, poiché due sono le persone che hanno fame: l'uno di pane, l'altro di giustizia. Poiché è stato detto: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati (Mt 5, 6), tu sei stato posto come buon operaio tra questi due affamati; se la carità è il motivo del tuo atto, essa deve aver pietà di ambedue e portare aiuto ad ambedue. Il primo chiede qualcosa da mangiare, il secondo chiede qualcosa da imitare. Dai da mangiare al primo, dai te stesso come esempio all'altro. Hai dato l'elemosina ad ambedue; hai reso il primo più sollevato, per aver eliminato la sua fame; hai reso il secondo tuo imitatore, proponendogli l'esempio da imitare.

[L'amore rende fratello il nemico.]

10. Siate dunque misericordiosi, abbiate sentimenti di pietà perché amando i nemici, amate i fratelli. Non pensate che Giovanni nulla abbia detto sull'amore dei nemici, dal momento che non ha taciuto sulla carità fraterna. Voi amate i fratelli: in che modo - domanderai - io amo i fratelli? Ti chiedo perché ami un nemico: perché lo ami? Perché abbia la salute in questa vita? Che vale, se non gli serve? Perché sia ricco? Che vale, se da queste stesse ricchezze sarà accecato? Perché si sposi? Che vale, se poi soffrirà una vita di pena? Perché abbia figli? Che vale, se saranno cattivi? Tutti questi beni che, per il fatto che lo ami, ti pare di dover desiderare per il nemico sono beni incerti. Desidera invece che egli ottenga insieme con te la vita eterna; desidera che egli sia tuo fratello. Se dunque questo desideri amando il nemico, che cioè sia tuo fratello, quando lo ami, ami tuo fratello. Non ami in lui ciò che è, ma quel che desideri che divenga. Se non sbaglio, ho già ripetuto alla vostra Carità questo esempio: c'è qui davanti agli occhi legna di quercia; un buon falegname vede questo legno non ancora livellato, appena tagliato dal bosco, e se ne interessa; non so che cosa voglia farne. Certo non s'è preso interesse a quel legno perché esso rimanga sempre lo stesso. E' la sua arte che gli mostra ciò che il legno sarà, non l'interesse per il quale vede ciò che è ora; e lo ha amato per quel che ne avrebbe fatto, non per quello che è. Così Dio ci ha amato, pur essendo noi peccatori. Diciamo che Dio ha amato i peccatori. Disse infatti: Non i sani hanno bisogno del medico ma gli ammalati (Mt 9, 12). Dio ha forse amato noi peccatori perché restassimo tali? Egli ha guardato a noi come quel falegname al legno tagliato nel bosco, e pensò a ciò che avrebbe fatto e non già al legno informe che era. Così tu vedi il nemico che ti avversa, ti aggredisce e ti morde colle sue parole, ti esaspera coi suoi insulti, non ti dà pace col suo odio. Ma in lui tu vedi un uomo. Tu vedi tutte queste cose, che ti contrastano, fatte da un uomo; ma vedi in lui ciò che è stato fatto da Dio. Il fatto che egli è creatura umana, proviene da Dio. Il fatto che ti odia e ti invidia proviene da lui. Che cosa dici nel tuo animo? "Signore, sii a lui propizio, perdona i suoi peccati, incutigli terrore, cambialo". Non ami in lui ciò che è, ma ciò che vuoi che divenga. Perciò quando ami il nemico, ami il fratello. Di conseguenza il perfetto amore è l'amore del nemico: e questo perfetto amore è incluso nell'amore fraterno. Nessuno dica che l'apostolo Giovanni ci ha ammonito un po' meno su questo punto, mentre Cristo nostro Signore ci ha ammonito di più: Giovanni ci ha ammonito di amare i fratelli, Cristo ci ha ammonito di amare anche i nemici (cf. Mt 5, 44). Fa' attenzione al perché Cristo ci ha ammonito di amare i nemici. Forse perché restino sempre nemici? Se egli ti ha dato questo comando perché i tuoi nemici rimanessero nemici, tu li odi, non li ami. Guarda come egli ha amato i suoi nemici e come non volle che restassero suoi persecutori; disse: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Quelli a cui volle perdonare, volle che mutassero animo: quelli che volle mutare, si è degnato di cambiarli da nemici in fratelli, e così veramente fece. Egli fu ucciso, fu sepolto, risorse, ascese al cielo, mandò sui discepoli lo Spirito Santo; essi incominciarono a predicare fiduciosi il suo nome, fecero dei miracoli in nome di lui crocifisso e ucciso; quegli uccisori del Signore videro tutto ed essi che infierendo contro di lui avevano versato il suo sangue, convertendosi alla fede lo bevvero.

[Desidera che scompaia il male dal tuo nemico.]

11. Vi ho detto queste cose, o fratelli, tirando le cose un poco per il lungo: tuttavia poiché era necessario con insistenza raccomandare alla vostra Carità la stessa carità, così abbiamo fatto. Se in realtà la carità non è in voi, nulla noi abbiamo detto. Se essa è in voi, abbiamo per così dire aggiunto olio alla fiamma e forse, con queste parole, l'abbiamo accesa anche in chi non l'aveva. In uno s'accrebbe ciò che vi era; in un altro iniziò ad esserci ciò che non c'era. Abbiamo detto queste cose affinché non siate pigri nell'amare i nemici. C'è qualcuno che ti perseguita? Egli ti perseguita e tu prega, egli odia e tu abbi pietà. E' la febbre della sua anima che ti odia: ma diventerà sano e ti ringrazierà. I medici come amano i malati? Amano forse le persone perché ammalate? Se le amano così, vogliono che sempre restino ammalate. Essi amano i malati affinché da malati diventino sani, non perché restino ammalati. Quanti fastidi devono sopportare dalle persone frenetiche! Quanti insulti! Spesse volte vengono anche percossi. Il medico colpisce la febbre, ma perdona alle persone. E che dirò, o fratelli? Il medico ama il suo nemico? Odia anzi il suo nemico ch'è la malattia: odia la malattia ed ama la persona che lo percuote; egli odia la febbre. Da che infatti è colpito? Dalla malattia, dall'infermità, dalla febbre. Toglie di mezzo ciò che porta danno alla persona, perché rimanga ciò per cui la persona possa congratularsi con lui. Fa' così anche tu: se il nemico ti odia e ti odia ingiustamente, sappi che regna in lui la bramosia del mondo e per questo ti odia. Se anche tu lo odii, rendi male per male. Che cosa produce rendere male per male? Io compiangevo un solo malato, colpito dalla malattia dell'odio; ora ne devo compiangere due, se anche tu rispondi con l'odio. Ma quell'uomo invade il tuo patrimonio; ti sottrae non so quale tuo bene, che hai quaggiù. Per questo lo odii, appunto perché ti angustia in terra. Non soffrirne angustia, portati su in alto, nel cielo: il tuo cuore sarà dove c'è ampiezza di spazi, tanto che non soffrirai più angustie nella speranza della vita eterna. Esamina ciò che il nemico ti ha tolto; egli non potrebbe toglierti neppure questi beni, se non lo permettesse colui che colpisce chiunque accoglie nel numero dei suoi figli (Eb 12, 6). Proprio quel nemico è in certo modo il ferro che Dio adopera per sanarti. Se Dio vede utile che il nemico ti spogli, lo lascia fare; se conosce essere utile che il nemico ti colpisca, gli permette di colpirti; per mezzo di lui Dio ti cura; tu desidera che anche lui sia risanato.

[L'amore fa abitare Dio in noi.]

12. Nessuno vide Dio. Ecco, dilettissimi: Se ci amiamo vicendevolmente, Dio resterà in noi, e il suo amore in noi sarà perfetto. Incomincia ad amare e giungerai alla perfezione. Hai cominciato ad amare? Dio ha iniziato ad abitare in te; ama colui che iniziò ad abitare in te affinché, abitando in te sempre più perfettamente, ti renda perfetto. In questo conosciamo che rimaniamo in lui e lui in noi: egli ci ha dato il suo Spirito (1 Gv 4, 12-13). Bene, sia ringraziato il Signore. Ora sappiamo che egli abita in noi. E questo fatto, cioè che egli abita in noi, da dove lo conosciamo? Da ciò che Giovanni afferma, cioè che egli ci ha dato il suo Spirito. Ed ancora, da dove conosciamo che egli ci ha dato il suo Spirito? Sì, che egli ci ha dato il suo Spirito, come lo sappiamo? Interroga il tuo cuore: se esso è pieno di carità, hai lo Spirito di Dio. Da dove sappiamo che proprio a questo segno noi conosciamo che abita in noi lo Spirito di Dio? Interroga Paolo apostolo: La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che è dato a noi (Rm 5, 5).

[Cristo nostro medico.]

13. E noi abbiamo visto e siamo testimoni che il Padre ha mandato il Figlio suo, quale Salvatore del mondo. Voi che siete ammalati, state certi: è venuto un tal medico e voi ancora disperate? I malanni erano grandi, le ferite insanabili, la malattia disperata. Esamini la gravità del tuo male e non esamini l'onnipotenza del medico? Tu sei disperato, ma egli è onnipotente; ne fanno testimonianza coloro che per primi sono stati guariti e ci hanno fatto conoscere in lui il medico; essi tuttavia furono salvati più nella speranza che nella realtà. Così infatti dice l'Apostolo: Nella speranza siamo salvati (Rm 8, 24). Abbiamo incominciato ad essere risanati nella fede; la nostra salvezza perciò sarà condotta al suo termine quando questo nostro corpo corruttibile rivestirà qualità incorruttibili, e questo nostro corpo mortale rivestirà l'immortalità (cf. 1 Cor 15, 53 51). Questa è speranza, non ancora realtà. Ma chi gode nella speranza, avrà un giorno anche la realtà; chi invece non ha speranza, non può arrivare alla realtà.

[Dio ci ha cercati per puro amore.]

14. Chiunque confesserà che Gesù è Figlio di Dio, Dio rimarrà in lui e lui stesso in Dio. Possiamo ormai commentare con poche parole. Chiunque confesserà, non con le parole ma coi fatti, non con la lingua ma con la vita. Molti infatti professano il dogma con le parole e lo negano coi fatti. Noi abbiamo conosciuto e creduto quale amore Dio ha verso di noi. Ancora ti chiedo: da dove hai questa conoscenza? Dio è amore. Già ha fatto questa affermazione e qui la ripete. Non poteva Giovanni raccomandarti la carità in modo più incisivo che chiamandola Dio. Forse avresti disprezzato il dono di Dio; ma disprezzerai anche Dio? Dio è amore. E chi resta nell'amore, resta in Dio e Dio rimane in lui (1 Gv 4, 15-16). Abitano l'uno nell'altro, chi contiene e chi è contenuto. Tu abiti in Dio ma per essere contenuto da lui; Dio abita in te, ma per contenerti e non farti cadere. Non devi ritenere che tu possa diventare casa di Dio, così come la tua casa contiene il tuo corpo. Se la casa in cui abiti crolla, tu cadi; se invece tu crolli, Dio non cade. Egli resta intatto, se tu lo abbandoni. Intatto egli resta, quando ritorni a lui. Se tu diventi sano, non gli offri nulla; sei tu che ti purifichi, ti ricrei e ti correggi. Egli è una medicina per il malato, una regola per il cattivo, una luce per il cieco, per l'abbandonato una casa. Tutto dunque ti viene offerto. Cerca di capire che non sei tu a dare a Dio, allorché vieni a lui; neppure la proprietà di te stesso. Dio dunque non avrà dei servi, se tu non vorrai e se nessuno vorrà? Dio non ha bisogno di servi, ma i servi hanno bisogno di Dio; perciò un salmo dice: Dissi al Signore: tu sei il mio Dio. E' lui il vero Signore. Che cosa disse allora il salmista? Tu non hai bisogno dei miei beni (Sal 15, 2). Tu, uomo, hai bisogno dei buoni uffici del tuo servo. Il servo ha bisogno dei tuoi beni, perché tu gli offra da mangiare; anche tu hai bisogno dei suoi buoni uffici perché ti aiuti. Tu non puoi attingere acqua, non puoi cucinare, non puoi guidare il cavallo, né curare la tua cavalcatura. Ecco dunque che tu hai bisogno dei buoni uffici del tuo servo, hai bisogno dei suoi ossequi. Non sei dunque un vero signore, perché abbisogni di chi ti è inferiore. Lui è il vero Signore che non cerca nulla da noi; e guai a noi se non cerchiamo lui. Niente egli chiede a noi; ma egli ci ha cercato, mentre noi non cercavamo lui. Si era dispersa una sola pecora; egli la trovò e pieno di gaudio la riportò sulle sue spalle (cf. Lc 15, 4-5). Era forse necessaria al pastore quella pecora o non era invece più necessario il pastore alla pecora? Quanto più godo di parlare della carità, tanto meno vorrei terminare la spiegazione di questa Epistola. Nessuna è più calda nella raccomandazione della carità. Niente di più dolce vi può essere predicato, niente di più salubre può essere assorbito dalla vostra mente; purché però confermiate in voi il dono di Dio, vivendo bene. Non siate ingrati a questa sua grazia per cui non volle che il suo Unigenito restasse solo; perché egli avesse dei fratelli, adottò dei figli che potessero con lui possedere la vita eterna.
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30/12/2011 13.10
 
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OMELIA 9

In questo il nostro amore è perfetto...

La carità che ci fa rimanere in Dio, si estende ai nemici e, preparata dal timore servile, guidata da quello casto, ci rende belli agli occhi di Dio, perché la carità è Dio stesso. Con essa rimaniamo uniti a Cristo e nell'unità della Chiesa.

[Non esser pigro. Rimani in Dio, per non cadere.]

1. Ricorda la vostra Carità che dobbiamo esporre e commentare l'ultima parte dell'Epistola dell'apostolo Giovanni: lo facciamo con l'aiuto che il Signore vorrà concederci. Noi siamo ben consapevoli di questo nostro debito e voi d'altra parte dovete ricordarvi di esigerne il pagamento. Proprio quella carità, che tanto spesso e quasi esclusivamente viene raccomandata in questa Epistola, rende noi debitori fedelissimi e voi dolcissimi esattori. Vi ho definito esattori dolcissimi perché, se si toglie la carità, l'esattore è persona che procura amarezza. Ma dove c'è carità, allora anche un esattore può diventare persona dolce. A sua volta, pur andando il debitore incontro a qualche fatica, la carità rende lieve ed a volte annulla la sua fatica. Non vediamo forse negli stessi animali, che pure non parlano e non hanno la ragione, e nei quali non vige la carità spirituale bensì una carità carnale e naturale, con quanto affetto i piccoli chiedono il latte alle poppe materne? Eccolo il piccolo levarsi quasi con impeto verso di esse; ma la madre non ci bada, purché il suo piccolo venga a succhiare e ad esigere ciò che la carità impone di dare. Spesso osserviamo vitelli già divezzati percuotere con la testa le mammelle delle loro madri e sollevare i corpi di esse con impeto da terra, senza che esse li tengano lontani con le zampe; anzi, se non è presente il piccolo a succhiare, vanno muggendo per attirarli a sé. Se dunque c'è in noi quella spirituale carità cui accenna l'Apostolo quando dice: Mi son fatto come un bambino in mezzo a voi, come una nutrice che si prende cura dei figli (1 Ts 2, 7), noi vi amiamo proprio quando voi vi mostrate esigenti. Non amiamo i pigri, poiché per i tiepidi nutriamo apprensione. Abbiamo dovuto mettere da parte il testo di questa Epistola, perché nelle recenti festività abbiamo dovuto leggere altri importanti testi liturgici, che non si poteva tralasciare di leggere e spiegare. Ma adesso ritorniamo al programma interrotto e la vostra Santità presti tutta l'attenzione a quest'ultima parte. Non so come Giovanni avrebbe potuto farci l'elogio della carità con parole più sublimi di queste: Dio è carità (1 Gv 4, 8). C'è qui una lode tanto breve eppure tanto grande: breve nelle parole, grande nel significato. Si fa tanto presto a pronunciare la frase: Dio è amore! Una frase breve, di un solo periodo, ma quanto peso di significato essa contiene. Dio è amore; e Giovanni aggiunge: Chi resta nell'amore, resta in Dio e Dio resta in lui (1 Gv 4, 16). Dio sia la tua casa e tu sii la casa di Dio: resta in Dio e che Dio resti in te. Dio resta in te per contenerti; tu resti in Dio per non cadere. L'apostolo Paolo dice infatti della carità: La carità non cade mai (1 Cor 13, 8). Come è possibile che cada colui che Dio contiene?

[C'è chi sopporta la morte e chi la vita.]

2. In questo il nostro amore ha raggiunto la perfezione, che nel giorno del giudizio saremo pieni di fiducia, perché anche noi, in questo mondo, siamo così come è lui (1 Gv 4, 17). Ci dice qui in quale modo ciascuno può provare sin dove la carità è progredita in lui o meglio fin dove lui è progredito nella carità. Infatti, se è vero che Dio è carità, Dio né progredisce, né regredisce. Dicendo allora che in te progredisce la carità, si vuol intendere che tu progredisci in essa. Chiediti dunque quanto è il tuo progresso nella carità, ascolta che cosa può risponderti la coscienza, al fine di conoscere la misura dei tuoi progressi. Giovanni ci ha promesso di mostrarci il segno da cui possiamo avere la certezza di conoscere Dio, quando ci disse: In questo consiste la perfezione della carità. Chiedi pure: in che? Nel fatto di sentirci animati da fiducia nel giorno del giudizio. Chi appunto si sentirà animato da fiducia nel giorno del giudizio, ha raggiunto la perfezione della carità. Ma che significa avere fiducia nel giorno del giudizio? Significa non temerne l'arrivo. Alcuni non credono nel giorno del giudizio; essi non possono certo avere fiducia in quel giorno in cui non credono. Ma costoro lasciamoli pure da parte; Dio un giorno li susciterà alla vita; ma ora a che pro interessarci di morti, quali essi sono? Essi non credono che ci sarà un giorno del giudizio, non lo temono e naturalmente neppure lo desiderano. Tutto questo perché non credono. Ma se uno incomincia a credere che verrà il giorno del giudizio, da quel momento incomincerà anche a temerlo. Se però lo teme soltanto, non è ancora fiducioso nel giorno del giudizio, né la carità in lui è ancora perfetta. Che fare allora? Disperarsi? Ma perché non sperare che ci sarà la fine, allorché vedi che c'è stato l'inizio? Quale inizio? mi chiederai. Quello del timore. Senti cosa dice la Scrittura: Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16). Quando si incomincia a temere il giorno del giudizio, ci si incomincia anche ad emendare ed a combattere i nemici che sono i propri peccati. Si incomincia a risuscitare interiormente e a mortificare le proprie membra terrene, secondo le parole dell'Apostolo: Mortificate le vostre membra terrene (Col 3, 5). Membra terrene sono - a detta dello stesso Apostolo - la malizia spirituale, che viene poi così specificata quando ricorda: l'avarizia, l'immondezza, ed altri vizi di cui ci dà l'enumerazione. Chi ha incominciato a temere il giorno del giudizio, quanto più mortifica le membra terrene tanto più risuscita ed irrobustisce quelle celesti. Membra celesti sono tutte le opere buone. Sviluppandosi le membra celesti, si incomincia anche a desiderare ciò che prima si temeva. Chi prima temeva il ritorno di Cristo, perché pauroso che Cristo avesse trovato in lui un empio da condannare, ora desidera che egli venga, poiché potrà trovare in lui una persona pia da premiare. Dal momento in cui un'anima casta desidera il ritorno di Cristo, desiderando l'abbraccio dello sposo, lascia gli amori adulteri; diventa, interiormente, una vergine ad opera della fede, della speranza e della carità. Essa allora si sente tutta fiduciosa nel giorno del giudizio. Quando prega e dice: Venga il tuo regno (Mt 6, 10), non ripete una frase che potrebbe volgersi a suo danno. Chi teme che venga il Regno di Dio, teme che questa preghiera venga esaudita. Come pregare, se si ha il timore di essere esauditi? Chi prega nella fiducia che nasce dalla carità, brama che il Regno di Dio venga già fin d'ora. Mosso da tale desiderio, così pregava il salmista: Tu, Signore, perché tardi? Volgiti, o Signore, e chiama a te l'anima mia (Sal 6, 4-5). Gemeva perché Dio tardava a mostrarsi. Certi uomini sopportano la morte; altri, che hanno raggiunto la perfezione, sopportano la vita. Mi spiego. Chi ama ancora questa vita mortale, quando giunge la morte, la sopporta con pazienza, lotta contro se stesso, rassegnandosi alla volontà di Dio; e così agisce più per fare la volontà di Dio che non la propria: e dal desiderio della vita presente sorge una lotta tra lui e la morte; ha bisogno di pazienza e fortezza per morire in serenità d'animo. Così chi muore con sopportazione. Ma chi è attratto dal desiderio della morte e brama, come dice l'Apostolo, di andarsene per essere insieme col Cristo, non muore con sopportazione; anzi, dopo aver sopportato la vita, muore con gioia. Ecco l'esempio dell'Apostolo, che ha vissuto sopportando la vita, non amando cioè la vita presente ma tollerandola. E' molto meglio - afferma lui stesso - partire, per stare col Cristo: ma è pur necessario, a causa di voi, restare nella carne (Fil 1, 23-24). Orsù dunque, o miei fratelli, fate che sorga dentro di voi il desiderio del giorno del giudizio. Non si dà prova di perfetta carità, se non quando si incomincia a desiderare il giorno del giudizio. Ma lo desidera questo giorno chi si sente animato da fiducia al suo pensiero; e questo avviene in coloro la cui coscienza non è agitata da timore, perché confermata dalla perfetta e sincera carità.

[Simili a Dio se preghiamo per i nemici.]

3. Questo è il segno che in noi l'amore di Dio ha raggiunto la perfezione: l'aver fiducia nel giorno del giudizio. Perché abbiamo fiducia? Perché come lui è, così anche noi siamo in questo mondo (1 Gv 4, 17). Tu hai così conosciuto il motivo della tua fiducia: che cioè noi siamo, in questo mondo, così come egli è. Non pare che qui Giovanni abbia detto qualcosa di impossibile? Può l'uomo essere come Dio? Già vi ho spiegato che questo come non sempre equivale ad uguaglianza ma corrisponde ad una certa similitudine. Sarebbe come se si dicesse: questa immagine ha orecchie, come le ho io. Evidentemente questo paragone non comporta una stretta eguaglianza e tuttavia tu lo esprimi col "come". Ma se noi siamo fatti ad immagine di Dio, perché non siamo come Dio? Siamo immagine di Dio secondo il modo umano, non nell'uguaglianza perfetta. Da dove dunque ci deriva la fiducia nel giorno del giudizio? Da questo: che noi siamo, nel mondo, così come egli è. Ma questo motivo deriva dalla carità e dobbiamo comprenderlo bene. Dice il Signore nel Vangelo: Se voi amate quelli che vi amano, quale ricompensa vi meritate? Non fanno così anche i pubblicani? (Mt 5, 46). Che cosa vuole da noi il Signore? Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44; Lc 6, 27). Se comanda di amare i nemici, quale esempio ci dà su questo punto? Quello di Dio stesso. Dice ancora il Signore: Affinché siate figli del Padre vostro che sta nei cieli. In che modo Dio ci dà questo esempio? Egli ama quelli che gli sono nemici perché fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45). Se dunque Dio ci invita alla perfezione di amare i nostri nemici così come lui ha amato quelli che lo odiano, questa appunto è la nostra fiducia nel giorno del giudizio, che cioè noi siamo, in questo mondo, così come lui è; come lui ama i propri nemici, facendo sorgere il sole su buoni e cattivi, mandando la pioggia su giusti ed ingiusti, così noi, poiché ai nostri nemici non possiamo offrire il sole e la pioggia, offriamo le nostre lacrime pregando per loro.

[Il timore via alla carità.]

4. Di questa fiducia, che stiamo esaminando, vedete ora quel che ha da dirci Giovanni. Quale è il segno della carità perfetta? Ci risponde negativamente: La vera carità non consiste nel timore. Che cosa diremo di colui che incomincia a temere il giorno del giudizio? Se fosse in lui una carità perfetta, non avrebbe questo timore. La perfetta carità lo renderebbe perfetto nella giustizia e gli toglierebbe perciò ogni motivo di timore: anzi lo porterebbe a desiderare che passi l'ora dell'iniquità e venga il Regno di Dio. Nella carità dunque non c'è posto per il timore. In quale carità? Non certo in quella iniziale: in quale dunque? La perfetta carità - dice Giovanni - esclude il timore (1 Gv 4, 18). All'inizio ci sia pure il timore, perché il timore di Dio è inizio di sapienza. Il timore prepara il posto alla carità. Ma non appena la carità incomincia a prenderne possesso, ne scaccia il timore che le aveva preparato il posto. Quanto più cresce la carità, altrettanto diminuisce il timore; più la carità penetra dentro di noi, più il timore viene espulso fuori. Maggiore è la carità, minore il timore; minore è la carità, maggiore il timore. Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell'animo. Così vediamo che si introduce un filo di lino per mezzo di un filo di seta, quando si ha da cucire; si fa prima entrare la seta, ma se poi non la si fa uscire, non si può far entrare il lino: allo stesso modo dapprima il timore occupa la mente, ma non vi resta, perché vi è entrato per questo preciso scopo: far strada alla carità. Stabilita ormai nel nostro animo la sicurezza, quale sarà la gioia in questa e nella vita futura? Chi potrà nuocerci, in questo secolo, così ripieni come siamo di carità? Guardate l'esultanza dell'Apostolo, quando parla della carità: Chi ci separerà dalla carità di Cristo? la tribolazione? le angustie? la persecuzione? la fame? la nudità? il pericolo? la spada? (Rm 8, 35). E Pietro da parte sua afferma: Chi vi potrà nuocere, se sarete gli emulatori del bene? (1 Pt 3, 13). Nell'amore non esiste timore; ma l'amore perfetto esclude il timore; perché il timore procura tormento. Tormenta il cuore la coscienza dei peccati: la giustificazione non è ancora compiuta. C'è qualcosa che lo prude e lo punge. Che cosa si dice nel salmo circa la perfezione della giustizia? Tu hai cambiato in gaudio il mio lutto: hai stracciato il mio sacco di penitenza e mi hai riempito di letizia perché il mio canto ti dia lode e io non resti nell'amarezza (Sal 29, 12-13). Che significa questo "non restare nell'amarezza"? Che più nulla tormenta la mia coscienza. Il timore tormenta la coscienza; ma tu non temere; ecco la carità che subentra per risanare ciò che è ferito dal timore. Il timore di Dio arreca ferite, come fa il ferro del chirurgo; toglie il marcio e sembra quasi che allarghi la ferita. Quando era nel corpo questo marcio, la ferita era meno larga ma più pericolosa; interviene il ferro del chirurgo e la ferita incomincia a dolorare più di prima. Essa duole di più quando viene curata che non quando la si lascia come è; ma appunto, quando si applica la medicina, duole di più, affinché, conseguita la salute, più non dolga. Il timore dunque entri nel tuo cuore per preparare il posto alla carità; dopo il ferro del chirurgo non resta altro che la cicatrice. Qui si tratta poi di un medico tanto bravo da far scomparire anche le cicatrici. Da parte tua non devi far altro che affidarti alla sua mano. Se non hai il timore, impossibile per te la giustificazione. C'è un testo delle Scritture ad affermarlo: Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Bisogna dunque che il timore entri per primo ed attraverso il timore arrivi la carità. Il timore è medicina, la carità è salute. Ma chi teme non ha raggiunto la perfezione della carità (1 Gv 4, 18). Perché? Perché il timore tormenta così come la ferita aperta dal chirurgo.

[Il timore casto.]

5. C'è tuttavia un'altra affermazione che sembra contraria a questa, se non sarà convenientemente compresa. In un certo passo del salmo si dice: Il timore di Dio è casto, esso dura nei secoli dei secoli (Sal 18, 10). Il salmista ci mostra qui un timore eterno ma casto. Se il timore è eterno, tale affermazione non contraddice forse questa Epistola? Dice infatti l'Epistola: Nella carità non c'è timore, ma la perfetta carità scaccia il timore. Vediamo di penetrare a fondo queste due divine dichiarazioni. Si tratta del medesimo Spirito che parla, anche se la sua parola è riferita in due libri diversi, da due diverse bocche, da due diverse lingue. La prima affermazione è di Giovanni, la seconda di David; ma non bisogna credere che si tratti di ispirazione diversa dell'unico ed identico Spirito. Se avviene che un unico fiato vada a finire in due trombe, non potrà forse un unico Spirito riempire due cuori e muovere due lingue? Se due trombe ripiene di un unico identico fiato emettono insieme uno stesso suono, avverrà forse che due lingue, ripiene dello stesso Spirito, possano dissentire? Le due affermazioni che abbiamo ricordato hanno dunque una loro consonanza, una loro segreta concordanza che esige però un buon intenditore. Ecco dunque che lo Spirito ha soffiato e riempito due cuori, due bocche, ha mosso due lingue. Dalla prima lingua abbiamo udito queste parole: Nella carità non c'è timore, ma la perfetta carità espelle il timore. Dall'altra lingua abbiamo invece sentito queste parole: Casto è il timore di Dio; esso rimane per i secoli dei secoli. Sembra che le due affermazioni discordino tra loro. Ma non è così. Apri bene le tue orecchie, ascolta la melodia. Non è senza motivo che in una delle espressioni è definito casto il timore, perché evidentemente c'è anche un timore non casto. Vediamo di tener ben distinti questi due tipi di timore e capiremo che le due trombe suonano in perfetta armonia. Come capire, come discernere? Faccia attenzione la vostra Carità. Certi uomini temono Dio, perché non vogliono cadere nell'inferno e bruciare col diavolo in un fuoco eterno. Questo appunto è il timore che prepara il posto alla carità; ma è un timore transeunte. Se tu temi il Signore ancora a causa dei suoi castighi, non lo ami ancora. Non desideri il bene ma ti astieni unicamente dal male. Ma per il fatto che ti astieni dal male, ti correggi ed incominci a desiderare il bene. E quando incominci a desiderare il bene, il tuo timore diventa un casto timore. Quale timore è casto? Il timore di perdere gli stessi beni. Comprendetemi: altra cosa è temere Dio perché non ti mandi all'inferno, altra cosa temerlo perché egli non si allontani da te. Il primo timore che ti porta a scongiurare di essere condannato all'inferno insieme col diavolo, non è ancora un timore casto; non deriva infatti dall'amore di Dio, ma dal timore del castigo. Ma quando tu temi il Signore perché la sua presenza non si sottragga a te, allora tu l'abbracci e desideri godere di lui.

[Due generi di spose.]

6. Non è possibile spiegare meglio la differenza tra questi due timori, quello che esclude la carità e quello casto che resta per sempre, se non ricorrendo all'esempio di due donne sposate di cui una è intenzionata a commettere adulterio e trovare gioia nell'iniquità, ma timorosa delle vendette del marito. Costei teme il marito, ma lo teme precisamente perché ama ciò che è disonesto. La presenza del marito le è tutt'altro che gradita e confortevole. Se per caso la sua condotta è cattiva, essa teme di essere sorpresa dal marito. Simili a questa donna sono quelli che temono la venuta del giorno del giudizio. L'altra donna, che abbiamo preso come esempio, ama il suo sposo, lo circonda di casti amplessi, non si macchia di nessun adulterio, brama la presenza del marito. Come si distinguono questi due tipi di timore? Soggetta al timore è la prima come la seconda donna. Interrogale; ti daranno quasi la stessa risposta. Interroghiamo la prima: Temi il marito? Essa risponderà: sì, lo temo. Interroga la seconda: Temi tuo marito? Ti risponderà ugualmente: Lo temo. La risposta è identica, ma diverso lo spirito. Interroghiamole ancora, domandando loro perché temono il marito. La prima risponde: Temo che torni mio marito. La seconda invece: Temo che si allontani. La prima: temo di essere castigata; e la seconda: temo di essere abbandonata. Applica queste risposte nell'anima cristiana e scoprirai il timore che esclude la carità ed il casto timore che resta per sempre.

[L'una teme la condanna.]

7. Ci rivolgiamo dapprima a quelli che temono Dio alla maniera della donna disonesta: essa teme che il marito la condanni. Parliamo dunque a costoro. O anima, tu temi Iddio perché Dio non ti condanni, proprio come quella donna che agisce disonestamente e teme il marito per paura di essere castigata. Come a te dispiace quella donna, così dispiaciti di te stesso. Tu non vorresti una moglie che ti teme per paura del castigo e che sarebbe ben contenta di fare il male, ma se ne astiene per la grave paura che ha di te, non perché condanna il male. La vuoi casta, perché ti ami, non già perché ti tema. Anche tu offriti così a Dio, come vorresti che sia la tua sposa. Se ancora non hai moglie ma la vuoi avere, è così che la vuoi. Che cosa stiamo dicendo, o fratelli? Quella moglie che teme il marito solo per non essere ripudiata dal marito, probabilmente non commette adulterio, perché non venga scoperto dal marito e non le tolga questa luce temporale. Il marito potrebbe anche ingannarsi; è infatti una creatura umana come colei che può ingannarlo. Orbene quella donna teme un marito, ai cui sguardi potrebbe sottrarsi, e tu non temi gli sguardi del tuo sposo sempre fissi sopra di te? La faccia del Signore è sempre rivolta sopra coloro che fanno il male (Sal 33, 17). La donna adultera approfitta dell'assenza del marito ed è sollecitata forse dal piacere dell'adulterio; essa tuttavia dice a se stessa: Non mi azzarderò: egli è assente, è vero, ma la cosa non potrà non essere risaputa da lui. Essa dunque si trattiene dal male per paura che le cose siano sapute da un uomo, soggetto all'ignoranza ed all'errore, che potrebbe giudicare buona anche la donna malvagia, ritenere casta la moglie adultera. Tu invece non temi gli occhi di Dio che nessuno può ingannare? Non temi la presenza del Signore che non può mai esserti tolta? Prega il Signore che rivolga il suo sguardo sopra di te e allontani il suo volto dai tuoi peccati. Allontana la tua faccia dai miei peccati (Sal 50, 11). Come puoi meritare che egli distolga la sua faccia dai tuoi peccati? Facendo in modo che tu non distolga l'attenzione dai tuoi peccati. Sono le parole stesse del salmo che dicono: Io riconosco la mia iniquità ed il mio peccato sta sempre davanti a me (Sal 50, 5). Tu, dunque, riconosci i tuoi peccati ed egli te li condonerà.

[L'altra teme l'abbandono.]

8. Ci siamo rivolti all'anima che ancora nutre un timore non duraturo per l'eternità, ma quel timore che viene scacciato e bandito dalla carità. Ci rivolgiamo anche all'anima che già possiede il timore casto, duraturo nei secoli eterni. Pensiamo forse di trovarla da poterle parlare? Ritieni che ci sia in questo popolo? In questa sala? Su questa terra? Impossibile che non ci sia e tuttavia resta nascosta. Siamo d'inverno ed il verde delle foglie sta ancora tutto dentro la radice. Può darsi però che le nostre parole giungano alle sue orecchie. Dovunque si trovi quell'anima, possa io giungere a scoprirla, e sentire io la sua voce, non lei la mia. Essa mi istruirebbe piuttosto che imparare da me. Un'anima santa, un'anima di fuoco che desidera il regno di Dio; non io le rivolgo la parola ma Dio stesso, e la consola, finché sopporta la presente vita terrena, con queste parole: Tu vuoi che io già venga a te ed io lo so bene: so che sei tale da poter aspettare con serenità la mia venuta. So della tua pena, ma attendi ancora un poco, sopporta: ecco vengo, vengo presto. Questa venuta sembra un ritardo all'anima che ama. Odila cantare come fosse un giglio tra le spine; odila sospirare e dire: Io canterò e comprenderò sulla via dell'innocenza; quando verrai da me? (Sal 100, 1-2). A ragione essa non teme, stando sulla via dell'innocenza, perché la carità perfetta scaccia ogni timore. Quando quest'anima giungerà all'amplesso del Signore teme, ma nella sicurezza. Che cosa teme? Starà attenta a togliere da sé ogni macchia di peccato, per non peccare più: non per la paura di essere mandata al fuoco, ma per non essere abbandonata dal Signore. E che cosa ci sarà in lei se non il casto timore che resta per sempre? Abbiamo ascoltato dunque le due trombe suonare in perfetto accordo. La prima parla del timore come la seconda; ma la prima parla del timore che ha l'anima di essere condannata, l'altra del timore che ha l'anima di essere abbandonata. Il primo è quel timore che viene eliminato dalla carità, il secondo invece è quel timore che rimane per sempre.

[L'amore ci rende belli.]

9. Noi dunque amiamolo, perché egli per primo ci ha amati (1 Gv 4, 19). Quale fondamento avremmo per amare, se egli non ci avesse amati per primo? Amando, siamo diventati amici; ma egli ha amato noi, quando eravamo suoi nemici, per poterci rendere amici. Ci ha amati per primo e ci ha donato la capacità di amarlo. Ancora noi non lo amavamo; amandolo, diventiamo belli. Che cosa fa un uomo deforme, colla faccia sformata, quando ama una bella donna? Che cosa fa, a sua volta, una donna brutta, sciatta e nera, se amasse un uomo bello? Potrà diventare forse bella, amando quell'uomo? Potrà l'uomo a sua volta diventare bello, amando una donna bella? Ama costei e quando si guarda allo specchio, arrossisce di sollevare il suo volto verso di lei, la bella donna che ama. Che farà per essere bello? aspetta forse che sopraggiunga in lui la bellezza? Nell'attesa, al contrario, sopravviene la vecchiaia che lo rende più brutto. Non c'è dunque nulla da fare, non c'è possibilità di dargli altro consiglio che ritirarsi, perché, non essendo all'altezza, non osi amare una donna a lui superiore. Se per caso l'amasse veramente e desiderasse prenderla in moglie, dovrà amare la sua castità, non la forma del suo corpo. La nostra anima, o fratelli, è brutta per colpa del peccato: essa diviene bella amando Dio. Quale amore rende bella l'anima che ama? Dio sempre è bellezza, mai c'è in lui deformità o mutamento. Per primo ci ha amati lui che sempre è bello, e ci ha amati quando eravamo brutti e deformi. Non ci ha amati per congedarci brutti quali eravamo, ma per mutarci e renderci belli da brutti quali eravamo. In che modo saremo belli? Amando lui, che è sempre bello. Quanto cresce in te l'amore, tanto cresce la bellezza; la carità è appunto la bellezza dell'anima. Noi, dunque, amiamolo, perché lui per primo ci ha amati. Ascolta l'apostolo Paolo: Dio ha dimostrato il suo amore per noi, perché quando ancora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9), lui giusto per noi ingiusti, lui bello per noi brutti. Quale fonte ci afferma che Gesù è bello? Le parole del salmo: Egli è bello tra i figli degli uomini, sulle sue labbra ride la grazia (Sal 44, 3). Dove sta il fondamento di questa asserzione? Eccolo: Egli è bello tra i figli degli uomini perché in principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Assumendo un corpo, egli prese sopra di sé la tua bruttezza, cioè la tua mortalità, per adattare se stesso a te, per rendersi simile a te e spingerti ad amare la bellezza interiore. Ma quali fonti ci rivelano un Gesù brutto e deforme, come ce lo hanno rivelato bello e grazioso più dei figli degli uomini? Dove troviamo che è deforme? Interroga Isaia. Lo abbiamo visto: egli non aveva più bellezza né decoro (Is 53, 2). Queste affermazioni scritturistiche sono come due trombe che suonano in modo diverso ma uno stesso Spirito vi soffia dentro l'aria. La prima dice: Bello d'aspetto, più dei figli degli uomini; e la seconda, con Isaia, dice: Lo abbiamo visto: egli non aveva bellezza, non decoro. Le due trombe son suonate da un identico Spirito; esse dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirle, ma cercare di capirle. Interroghiamo l'apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia delle due trombe. Suoni la prima: Bello più dei figli degli uomini: essendo nella forma di Dio, non credette che fosse una preda l'essere lui eguale a Dio. Ecco in che cosa egli sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche la seconda tromba: Lo abbiamo visto e non aveva bellezza, né decoro: questo perché egli annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto per la sua maniera di essere, come uomo (Fil 2, 6-7). Egli non aveva né bellezza né decoro, per dare a te bellezza e decoro Quale bellezza? Quale decoro? L'amore della carità; affinché tu possa correre amando e possa amare correndo Già sei bello: ma non guardare te stesso, per non perdere ciò che hai preso; guarda a colui dal quale sei stato reso bello. Sii bello in modo tale che egli possa amarti. Da parte tua volgi tutto il tuo pensiero a lui, a lui corri, chiedi i suoi abbracci, temi di allontanarti da lui; affinché sia in te il timore casto che resta in eterno. Noi amiamolo, perché lui stesso ci ha amati per primo.

[Amare il prossimo è amare Dio.]

10. Se uno dirà: io amo Dio. Ma quale Dio? perché lo amiamo? Perché lui stesso per primo ci ha amati e ci ha fatto dono di amarlo. Egli ha amato noi che eravamo empi, per renderci pii; ingiusti, per renderci giusti; ammalati, per renderci sani. Dunque anche noi amiamolo perché per primo ci ha amati. Interroga ciascuno singolarmente e ti dica se ama Dio. Ciascuno grida, ciascuno confessa: io lo amo; lui lo sa. Ma c'è un'altra domanda da fare. Dice Giovanni: Se uno dirà: io amo Dio, ma poi odia suo fratello, è impostore. Quale prova si ha di ciò? Eccola: Chi non ama il suo fratello che vede, come potrà amare Dio, che non vede? (1 Gv 4, 20). Dunque, chi ama il fratello, ama anche Dio? Inevitabilmente ama Dio, inevitabilmente ama l'amore stesso. Si può forse amare il proprio fratello e non amare l'amore? E' inevitabile che ami l'amore. Ma costui ama Dio appunto perché ama l'amore stesso? Proprio così. Amando l'amore, ama Dio. Hai forse dimenticato che poco prima Giovanni ha detto: Dio è amore? Se Dio è amore, chiunque ama l'amore ama Dio. Ama dunque tuo fratello e sta' sicuro (cf. 1 Gv 4, 8-16). Tu non puoi dire: Amo il fratello ma non amo Dio. Allo stesso modo che menti quando dici: Amo Dio, se non ami il fratello; così ti inganni, quando dici: io amo il fratello, e poi ritieni di non amare Dio. Necessariamente, amando il fratello, ami l'amore stesso. L'amore infatti è Dio; e chi ama il proprio fratello, necessariamente ama Dio. Ma se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi? Perché questi non vede Dio? Perché non possiede l'amore stesso. Perciò non vede Dio, perché appunto non possiede l'amore; e non possiede l'amore perché non ama il fratello; quindi non vede Dio, proprio perché non possiede l'amore. Ma se ha l'amore, vede Dio, perché Dio è amore; ed il suo occhio viene sempre più purificato dall'amore, per essere in grado di vedere quella sostanza incommutabile che è Dio, e per poter sempre godere della sua presenza e in eterno gioirne insieme con gli angeli. Ma ora corra in tal modo che possa poi rallegrarsi, quando sarà nella patria. Non ami il pellegrinaggio, non ami la via: tutto consideri amaro, ad eccezione di colui che lo chiama, fino al momento in cui non ci congiungeremo con lui e potremo dire ciò che fu detto nel salmo: Hai mandato in perdizione tutti quelli che si sono prostituiti lontano da te. Chi sono questi fornicatori? Quelli che se ne vanno via da lui per amare il mondo. Tu in che posizione sei? Prosegue il salmo: Per me è buona cosa stare vicino al Signore (Sal 72, 27-28). Tutto il mio bene è questo: attaccarmi a Dio gratuitamente. Se tu interrogassi il salmista e gli dicessi: perché aderisci a Dio? e ti rispondesse: per avere dei doni da lui; e tu gli chiedessi: quali doni? Lui stesso ha fatto il cielo e la terra: che cosa deve ancora donarti? Già aderisci a lui: trova di meglio ed egli te lo dona.

[Rimaniamo con la carità uniti a Cristo e alla Chiesa.]

11. Chi pertanto non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Da lui abbiamo ricevuto questo comandamento, che ami anche il fratello colui che ama Dio (1 Gv 4, 20-21). Tu hai detto molto bene: Amo Dio; ma odi il fratello! O omicida, in che modo puoi amare Dio? Non hai sentito le parole precedenti dell'Epistola? Chi odia il suo fratello, è omicida (1 Gv 3, 15). Ma io continuo ad amare Dio, pur odiando il fratello. Decisamente tu non ami Dio, se odi il fratello. Adesso ve lo dimostro con un altro passo. Giovanni ha detto: Cristo ci ha dato il precetto di amarci a vicenda (1 Gv 3, 23): come puoi amare quel Dio di cui tieni in odio il comandamento? Chi mai direbbe: io amo l'imperatore, ma ne odio le leggi? L'imperatore capisce che lo si ama da questo: se le sue leggi sono osservate nelle province. Quale è la legge del nostro imperatore? Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l'un l'altro (Gv 13, 34). Tu affermi di amare Cristo: osserva il suo comandamento ed ama il tuo fratello. Se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento? O fratelli, non mi sazio di parlare della carità, nel nome di Cristo. Più voi siete avari di questo bene, più speriamo che esso cresca in voi, scacci il timore, perché rimanga quel casto timore che dura per sempre. Cerchiamo di tollerare il mondo, le tribolazioni, gli scandali delle tentazioni. Non abbandoniamo la giusta via, manteniamo l'unità della Chiesa, teniamoci uniti a Cristo, conserviamo la carità. Non separiamoci dalle membra della sua sposa, non strappiamoci dalla fede, perché possiamo gloriarci quando egli si farà presente; resteremo in lui senza turbamenti, ora con la fede, più tardi con la visione, di cui abbiamo come caparra certissima il dono dello Spirito Santo.
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30/12/2011 13.10
 
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OMELIA 10

Chiunque crede che Gesù è il Cristo...

Se uno ama veramente il Padre, ama anche il Figlio e i figli di Dio. E' un amore che non conosce fatica e genera sicurezza, perché nessuno può sottrarre l'oggetto amato. In tale amore si realizza tutta la Legge e abbraccia i membri di Cristo, cioè la Chiesa.

[Fede ed amore.]

1. Credo che ricordiate, voi qui presenti ieri, dove siamo giunti nella spiegazione dell'Epistola, cioè là dove si dice: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Questo comandamento appunto ci viene da lui, affinché chi ama Dio ami anche il suo fratello (1 Gv 4, 20-21). Eravamo giunti fin qui. Esaminiamo ora con ordine quel che segue. Chi crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio (1 Gv 5, 1). Chi è colui che non crede che Gesù è il Cristo? Chi non vive così come Cristo ha comandato. Molti dicono infatti: io credo; ma la fede senza le opere non ci salva. L'amore stesso è opera di fede, secondo le parole di Paolo apostolo: la fede che opera attraverso l'amore (Gal 5, 6). Le tue opere precedenti alla fede o non erano buone o, se tali sembravano, erano inutili. Se non avevi opere buone, tu eri come un uomo senza piedi o incapace di camminare a causa dei piedi piagati. Se invece le tue opere sembravano buone, prima che tu avessi la fede, certo correvi ma fuori strada, e dunque vagavi più che tendere alla meta. Dobbiamo dunque correre ma sulla giusta strada. Chi corre fuori strada, corre inutilmente, anzi lo fa con danno. Tanto più esce di strada, quanto più corre lontano da essa. Quale è la strada sulla quale noi dobbiamo correre? Cristo disse: Io sono la via. Quale è la patria verso la quale corriamo? Cristo disse: Io sono la verità (Gv 14, 6). Noi corriamo sulla strada che è lui e corriamo alla meta che è lui ed in lui troviamo il nostro riposo. Ma appunto perché ci servissimo di lui come della nostra strada, egli è arrivato fino a noi, che eravamo lontani da lui e andavamo errando fuori strada. E' poco dire che erravamo lontano; in realtà, a causa del nostro languore, non potevamo neppure muoverci. Egli venne a noi, quale medico agli ammalati, quale via aperta a noi pellegrini. Che ci sia dato di avere da lui la guarigione, e camminare per suo mezzo. Questo significa credere che Gesù è il Cristo, così come fanno quei cristiani che non sono cristiani solo di nome ma lo sono coi fatti e con la vita; e non già come credono i demoni. Anch'essi infatti credono e tremano (Gc 2, 19), come dice la Scrittura. Che cosa potevano credere i demoni più di quando dissero: Noi sappiamo chi sei: il Figlio di Dio? Ciò che dissero i demoni, lo disse anche Pietro. Quando il Signore domandò chi egli fosse e chi lo ritenesse la gente, quei discepoli risposero: Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia o Geremia o uno dei Profeti. E Gesù riprese: Ma voi chi dite che io sia? Rispose Pietro: Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo; e si sentì dire dal Signore: Beato sei, Simone figlio di Giona, perché non la carne o il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Vedete quale lode ottiene questa fede di Pietro: Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa (Mt 16, 14-18). Che significano le parole: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa? Significano: su questa fede che confessa: Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivo. Dice dunque il Signore: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Quale lode grandiosa! Pietro dice: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo; anche i demoni dicono: Sappiamo chi sei: il Figlio di Dio, il santo di Dio. Quello che dice Pietro, lo dicono anche i demoni; ma se le parole sono le stesse, l'animo è diverso. Dove abbiamo la prova che Pietro qui parlava con sentimento di amore? Da questo: che la fede di un cristiano è sostenuta dall'amore; quella di un demonio è priva di amore. Perché senza amore? Perché Pietro pronunciava quelle parole con lo scopo di aderire a Cristo, mentre i demoni le pronunciavano con lo scopo di allontanare Cristo da loro. Prima di dire: Sappiamo chi tu sei: il Figlio di Dio, essi avevano detto: Che c'è di comune fra te e noi? Perché sei venuto prima del tempo a perderci? (Mt 8, 29; Mc 1, 24). Altro è infatti rendere testimonianza a Cristo per aderire a lui, altro è rendergli testimonianza per allontanarlo da noi. Vedete dunque che nelle parole: colui che crede, si indica una certa fede, non una fede comune a molti. Perciò nessun eretico, o fratelli, vi dica: Anche noi crediamo. Vi ho portato l'esempio dei demoni proprio perché non vi rallegriate delle parole di quelli che credono; ma esaminiate i fatti delle persone che vivono la loro fede.

[Amare il Padre è lo stesso che amare il Figlio.]

2. Vediamo dunque che cosa significa credere in Cristo; che cosa significa credere che Gesù è il Cristo. Giovanni aggiunge: Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio. Ma che cosa significa credere ciò? Chiunque ama colui che ha generato, ama anche colui che è stato generato (1 Gv 5, 1). Giovanni ha subito collegato la fede con l'amore, perché senza l'amore la fede è vana. La fede del cristiano è accompagnata dall'amore, la fede del demonio è senza amore; quelli che però non credono sono peggiori del demonio, più tardi a capire che non il demonio. Non so chi non vuole credere in Cristo; costui non giunge neppure ad imitare i demoni. Ma, ecco, crede in Cristo, ma lo odia; fa confessione di fede per timore del castigo, non per amore del premio: anche i demoni temevano di essere puniti. Aggiungi ad una fede siffatta l'amore ed essa diventerà una fede quale ce la descrive l'apostolo Paolo: La fede che opera per mezzo dell'amore (Gal 5, 6); hai così scoperto il cristiano, hai trovato il cittadino di Gerusalemme, il concittadino degli angeli, il pellegrino che sospira lungo la via; aggregati a lui, perché è tuo compagno di viaggio; corri con lui, purché anche tu sia quello che è lui. Chiunque ama colui che ha generato, ama anche colui che è stato generato. Chi ha generato? Il Padre. Chi è stato generato? Il Figlio. Che cosa ha voluto dire con queste parole? Chiunque ama il Padre, ama anche il Figlio.

[Chi ama il Figlio, ama anche i figli di Dio.]

3. Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio (1 Gv 5, 2). Che significa questo, o fratelli? Poco prima Giovanni aveva parlato del Figlio di Dio, non dei figli di Dio. Solo Cristo ci era stato proposto da contemplare e ci fu detto: Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che lo ha generato, cioè il Padre, ama colui che è stato da lui generato, cioè il Figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Giovanni prosegue dicendo: Da questo conosciamo che noi amiamo i figli di Dio; come se volesse dire: Da questo conosciamo che amiamo il Figlio di Dio. Prima aveva detto del Figlio di Dio, ora parla dei figli di Dio; i figli di Dio infatti sono il corpo dell'unico Figlio di Dio: lui il capo, noi le membra, ma unico il Figlio di Dio. Chi dunque ama i figli di Dio, ama il Figlio di Dio; chi poi ama il Figlio di Dio, ama il Padre; nessuno può amare il Padre, se non ama il Figlio e chi ama il Figlio, ama anche i figli di Dio. Quali figli di Dio? Le membra del Figlio di Dio. E amando, anch'egli diventa un membro e per mezzo dell'amore viene ad appartenere alla unità del Corpo di Cristo; e sarà un solo Cristo, il quale ama se stesso. Poiché le membra si amano a vicenda, conseguentemente il corpo ama se stesso. Se un membro soffre, tutte quante le membra soffrono insieme. E se un membro è in onore, tutte le altre membra godono con lui. E che cosa aggiunge? Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra (1 Cor 12, 26-27). Giovanni, parlando poco prima dell'amore fraterno, diceva: Chi non ama il fratello che vede, come potrà amare Dio che non vede? (1 Gv 4, 20). Se pertanto ami il fratello, forse che nello stesso tempo non ami anche Cristo? E' mai possibile il contrario, dal momento che tu ami le membra di Cristo? Se ami le membra di Cristo, ami Cristo; e quando ami Cristo, ami il Figlio di Dio; ami perciò anche il Padre. L'amore non può dunque essere diviso. Scegli pure ciò che vuoi amare: il resto seguirà da sé. Potresti dire: io amo soltanto Dio, Dio Padre. Tu menti: se ami, non puoi amare un solo essere; se ami il Padre, ami anche il Figlio. Sì, tu dici, amo il Padre ed il Figlio, e basta: amo Dio Padre e Iddio Figlio, Gesù Cristo, Signore nostro, che ascese al cielo e siede alla destra del Padre, Verbo per mezzo del quale tutto fu fatto, Verbo fatto carne, che abitò tra noi (cf. Gv 1, 3-14): soltanto questi io amo. Tu menti: se ami il capo, ami anche le membra; se poi non ami le membra, non ami neppure il capo. Non senti spavento alla voce del capo che parla anche per le membra? Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9, 4). Quella voce ha definito suo persecutore il persecutore delle sue membra; ha invece chiamato suo amico l'amico delle sue membra. Voi già sapete quali sono sue membra, o fratelli; sono la Chiesa stessa di Dio. Da questo conosciamo che noi amiamo i figli di Dio, dal fatto che amiamo Dio (1 Gv 5, 2). In che modo? I figli di Dio non sono forse diversi da Dio? Ma chi ama Dio, ama i suoi precetti. E quali sono i precetti di Dio? Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). Nessuno si scusi in nome di un altro amore, per darsi ad un altro amore. Tanto è coesivo l'amore che, come esso è strutturato in compagine, così fonde in una sola realtà tutti coloro che da esso dipendono, come fusi dal fuoco stesso. E' oro: la massa viene fusa, formando un tutt'uno compatto; ma se non s'accende il fuoco della carità, quei molti non possono fondersi in unità. Dal fatto che conosciamo Dio, abbiamo la prova che noi amiamo anche i figli di Dio.

[Dolcezza dell'amore di Dio.]

4. Su che cosa ci fondiamo per sapere che noi amiamo i figli di Dio? Su questo: che amiamo Dio e osserviamo i suoi precetti (1 Gv 5, 2). Qui ci viene fatto di angustiarci per la difficoltà di mettere in pratica il precetto di Dio. Senti ciò che voglio dire. O uomo, perché trovi pena nell'amare? Perché tu ami l'avarizia. Non si ama che con fatica quel che tu ami; ma, amando Dio, non ci si affatica. L'avarizia ti comanderà fatiche, pericoli, rischi, tribolazioni e tu obbedirai. Per qual fine? Per avere ricchezze da riempire le tue casse e perdere la tranquillità. Prima di possederle, eri probabilmente più tranquillo di adesso che ti sei dato ad ammassare. Ecco che cosa ti ha comandato l'avarizia: hai riempito la casa ma sei in trepidazione per i ladri; hai ottenuto oro, ma hai perso il sonno. Questo ti ha comandato di fare l'avarizia. Ti ha detto: fa' questo, e tu l'hai fatto. Dio che cosa ti comanda? Amami. Se ami l'oro, cercherai l'oro e magari non lo troverai; chiunque mi ricerca, ecco che io sono con lui. Vuoi amare l'onore e forse non lo raggiungerai; chi invece ha amato me, non è forse giunto fino a me? Dio ti dice: tu vuoi avere un patrono o un amico potente; lo corteggi per mezzo di un'altra persona a lui inferiore. Ama me - dice il Signore -: Non si giunge a me per mezzo di un altro; l'amore stesso ti fa presente a me. Che cosa è più dolce di questo amore, fratelli? Fratelli, non senza motivo avete da poco udito nel salmo: Gli ingiusti mi hanno raccontato dei loro piaceri, ma non sono piacevoli come la tua legge, Signore (Sal 118, 85). Quale legge del Signore? Il comando di Dio. Qual è il comandamento di Dio? Quel comandamento nuovo, che è detto nuovo proprio perché rinnova: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda. Senti come questa viene dichiarata legge stessa di Dio, nelle parole dell'apostolo Paolo: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2). Il compimento di tutte le nostre opere è l'amore. Qui è il nostro fine: per questo noi corriamo; verso questa meta corriamo; quando saremo giunti, vi troveremo riposo.

[Non c'è altra meta che l'amore.]

5. Avete udito nel salmo: Ho visto la fine di ogni opera (Sal 118, 96). Dicendo: ho visto la fine di ogni opera, che cosa dunque ha visto il salmista? Mettiamo che sia salito sulla cima di un altissimo monte e da quel vertice abbia contemplato e visto tutta la distesa in cerchio della terra ed i cerchi dell'universo; forse per questo ha detto: Io ho visto la fine di ogni opera? Se questa è cosa lodevole, domandiamo al Signore occhi materiali tanto acuti da intravvedere qualche monte altissimo della terra, dalla cui cima possiamo vedere la fine di ogni opera. Non andare lontano; ecco, ti dico: sali sul monte e vedi questo termine. Cristo è il monte; vieni a Cristo e vedi il termine di ogni opera. Cosa è questo termine? Interroga San Paolo: Il fine del precetto è la carità che viene da un cuore puro, da una coscienza retta, da una fede non finta (1 Tm 1, 5). In un altro passo egli dice: L'amore è la perfezione della legge (Rm 13, 10). C'è qualcosa di più finito, di più completo della perfezione? A ragione dunque il salmista ha usato il termine fine. Non pensate che egli abbia inteso parlare di distruzione, ma di completamento. Diverso è il senso in cui diciamo "ho finito il pane" da quello in cui diciamo "ho finito la tunica". Ho finito il pane mangiando, ho finito la tunica tessendo. In ambedue i casi abbiamo usato il termine fine. Ma il pane finisce perché viene mangiato, la tunica è finita perché venga usata; il pane finisce e non c'è più, la tunica è finita perché completata. Intendete dunque in questo ultimo senso il termine fine usato quando si legge il salmo e voi sentite dire: in fine del salmo di Davide. Molte volte avete udito questa frase nel corso della lettura dei salmi e dovete capire le cose che sentite. Che significa dunque in fine? Fine della legge è Cristo, per offrire la giustizia a chiunque crede (Rm 10, 4). Che significa allora che Cristo è fine? Significa che Cristo è Dio e fine del precetto è la carità e che Dio è carità; Padre e Figlio e Spirito Santo sono una sola cosa. Qui è il tuo fine: fuori di qui non c'è altro che la strada. Non fermarti sulla strada perché altrimenti non giungerai al fine. In qualunque altro luogo tu sia giunto, passa oltre finché non giungerai al fine. Che cosa è il fine? Per me è buona cosa stare unito al Signore (Sal 72, 28). Hai aderito al Signore, sei giunto al termine della strada: rimarrai in patria. Cercate di comprendere! Qualcuno va in cerca del denaro: ma questo non sia il tuo fine; devi passare oltre come il pellegrino. Cerca la strada per dove passare, non il posto dove rimanere. Se tu ami il denaro, sei imbrigliato nell'avarizia; l'avarizia sarà la catena ai tuoi piedi e non puoi più avanzare. Passa dunque oltre questo ostacolo; cerca la fine del viaggio. Tu cerchi la salute del corpo ma anche qui non arrestarti. Che cosa è questa salute del corpo, che può essere distrutta dalla morte, indebolita dalla malattia? Instabile, mortale, fluida. Cercala, ma affinché una salute precaria non ti impedisca di compiere opere buone. Il tuo fine dunque non è qui; la salute infatti viene cercata in vista del fine. Tutto ciò che noi cerchiamo in vista di un altro bene, non costituisce il fine; tutto ciò che si cerca per se stesso e senza uno scopo di utilità, quello è il fine. Cerchi gli onori; li cerchi forse per mettere in opera qualche tuo progetto, forse per piacere a Dio: non amare l'onore in se stesso, per non fermarti lì. Cerchi la lode? Se cerchi quella di Dio, fai bene; se cerchi la tua lode, fai male; resti fermo per strada. Ecco, tu sei amato e lodato: non congratularti se ti lodano; lodati nel Signore, perché ti sia lecito cantare: Nel Signore alla mia anima si darà lode (Sal 33, 3). Pronunci qualche buon discorso, che viene lodato? Fa' che non venga lodato come tuo, perché non è questo il fine. Se qui poni il tuo fine, anche tu sei finito; e non sei finito perché hai raggiunto la perfezione, ma perché sei giunto alla tua distruzione. Non sia lodato dunque il tuo discorso come fosse tuo merito, cosa tua. Come deve allora essere lodato? Come dice il salmo: In Dio io loderò il mio discorso, in Dio io loderò le mie parole. E con ciò si realizza quanto segue: Io ho sperato in Dio, non temerò ciò che l'uomo potrà farmi (Sal 55, 5 11). Allorché tutte le tue opere sono lodate in Dio, la lode a te dovuta non devi temere di perderla. Dio infatti non viene mai meno. Fa' dunque di andare oltre questa lode.

[Nessuno potrà sottrarti l'oggetto del tuo amore.]

6. Vedete, o fratelli, quanti beni dobbiamo oltrepassare, che non sono il nostro fine. Di essi noi usiamo così come per strada; ce ne cibiamo come avviene nelle stazioni di ristoro per i cavalli, ma poi continuiamo il cammino. Dov'è dunque il fine? Dilettissimi, noi siamo figli di Dio e non ancora si mostra quello che saremo: sono parole che ci ha detto proprio questa Epistola. Siamo dunque ancora in cammino; dovunque giungeremo, ancora dobbiamo proseguire, finché giungeremo ad un fine. Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Questo è fine: là ci sarà perpetua lode, là un Alleluia senza fine. Nel salmo è perciò indicato questo stesso fine: Ho visto il fine di ogni operazione. E come se si domandasse al salmista: Quale è questo fine che hai visto? Assai vasto è il tuo comandamento (Sal 118, 96). Questo è il fine: l'ampiezza del comandamento. Questo comandamento ampio è la carità, perché dove c'è la carità, non ci sono ristrettezze. Proprio in questa ampiezza di carità si trovava l'Apostolo quando diceva: La nostra bocca sta aperta davanti a voi, o Corinti; il nostro cuore si è allargato; non abbiate angustie in noi (2 Cor 6, 11-12). Per questo ampio assai è il tuo comandamento. Qual è il comandamento di tanta ampiezza? Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda. La carità dunque non soffre ristrettezze. Vuoi non soffrire ristrettezze in terra? Abita dove c'è ampiezza di spazi. Qualunque cosa l'uomo ti faccia, non riesce ad angustiarti; tu infatti ami ciò che l'uomo non può danneggiare: ami Dio, ami la fratellanza, ami la legge di Dio, ami la Chiesa di Dio: un amore che sarà eterno. Soffri sulla terra, ma giungerai al premio promesso. Chi ti può togliere ciò che ami? Se nessuno ti può togliere ciò che ami, dormi tranquillo; o meglio vigili nella tranquillità, affinché, dormendo, non abbia a perdere ciò che ami. Non fu detto invano: Illumina i miei occhi perché non abbia a dormire nel sonno della morte (Sal 12, 4). Coloro che davanti alla carità chiudono gli occhi, si adagiano nelle concupiscenze dei piaceri carnali. Sta' dunque all'erta. Mangiare, bere, accontentare la carne, giocare, andare a caccia: sono attività piacevoli ma ogni male viene dietro a queste vanità fastose. Ignoriamo forse che questi sono diletti? Chi lo potrebbe negare? Ma la legge di Dio è amata più di questi diletti. Contro quelli che ti spingono a cercarli, tu devi gridare: Gli iniqui mi hanno raccontato dei loro piaceri, ma non così piacevoli quanto la tua legge, o Signore. E' un diletto, quello della tua legge, che rimane. Non solo rimane perché tu lo raggiunga, ma chiama indietro perfino chi ne fugge lontano.

[Universalità dell'amore.]

7. Questo è infatti amore di Dio: adempiere i suoi precetti (1 Gv 5, 3). Già avete sentito: La Legge e i Profeti sono in questi due precetti. Vedi come non ha voluto che ti dilungassi su molte pagine di comandamenti. In questi due precetti stanno tutta la Legge e i Profeti. In quali due precetti? Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente, e poi, amerai il prossimo tuo come te stesso. In questi due precetti sta tutta la Legge e i Profeti (Mt 22, 40 37). Ecco, di questi precetti ci parla tutta l'Epistola. Mantenete perciò l'amore e state tranquilli. Perché temi di far male a qualcuno? Chi fa del male a colui che egli ama? Ama: non può capitare se non che tu faccia del bene. Forse tu riprendi qualcuno? Questo è opera di amore, non di cattiveria. O forse lo picchi? Lo fai per disciplina. L'amore della carità non ti permette di trascurare chi è indisciplinato. Cosicché abbiamo talvolta degli effetti quasi diversi ed anzi contrari alla loro origine e cioè che l'odio, di quando in quando, blandisca e l'amore castighi. Un tale, ad esempio, odia il suo nemico e finge amicizia con lui; lo vede far qualcosa di male e lo loda; vuole che sia veloce nel male, vuole che corra ciecamente nei precipizi delle sue cupidità, da dove non ne risalga più; lo loda perché il peccatore viene lodato nelle concupiscenze della sua anima (Sal 9, 3). Adopera con lui dell'adulazione: odia, eppure lo loda. Un altro vede un amico suo fare qualcosa di simile, e lo ritrae da ciò; se non lo ascolta, pronuncia anche parole di riprensione, sgrida, litiga: a volte è costretto proprio a litigare. Ecco come in questo caso l'odio blandisce e l'amore litiga. Non badare alle parole di chi blandisce e all'apparente severità di chi rimprovera; guarda alla sorgente, cerca la radice da dove proviene quell'atteggiamento. Quello blandisce per ingannare, questo litiga per correggere. Non è necessario, o fratelli, che il vostro cuore venga da noi allargato; chiedete a Dio che vi amiate a vicenda. Amate tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono fratelli, ma perché lo diventino; e sempre siate accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con l'amore diventi fratello. Sempre, quando ami il fratello, ami un amico. Già egli sta con te, già ti è congiunto nell'unità che si estende a tutti gli uomini. Se vivi bene, tu ami il fratello che prima ti era nemico. Se ami qualcuno ancora non credente in Cristo, o credente in Cristo come fanno i demoni, rimproveri la vacuità del suo atteggiamento. Da parte tua ama ed ama con amore fraterno; quell'uomo non ancora ti è fratello, ma tu lo ami perché diventi tuo fratello. Tutto il nostro amore dunque è diretto verso i cristiani, verso tutte le membra di Cristo. La regola della carità, o miei fratelli, la sua forza, il suo fiore, il suo frutto, la sua bellezza, la sua attrattiva, il suo posto, la sua bevanda, il suo cibo, il suo abbraccio, non conoscono sazietà. Se la carità ci riempie di diletto mentre ancora siamo pellegrini, quale sarà la nostra gioia in patria?

[Non si può amare Cristo, e disprezzare le sue membra.]

8. Corriamo dunque, fratelli miei, corriamo ed amiamo Cristo. Quale Cristo? Gesù Cristo. Chi è questi? Il Verbo di Dio. In che modo egli venne presso noi malati? Il Verbo si fece carne e abitò tra noi (Gv 1, 14). Si è dunque adempiuto ciò che la Scrittura aveva predetto: Bisognava che Cristo patisse e risorgesse il terzo giorno da morte. Dove giace il suo corpo? Dove soffrono le sue membra? Dove devi trovarti per essere sotto l'influsso della testa? Occorreva che si predicasse nel suo nome la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le genti, incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 46-47). Che qui si diffonda la tua carità. Cristo ed il salmo, cioè lo Spirito di Dio, dicono: Grande assai è il tuo comandamento, ed io non so chi viene a fissare nell'Africa i confini della carità. Estendi la tua carità su tutto il mondo, se vuoi amare Cristo; perché le membra di Cristo si estendono in tutto il mondo. Se ami solo una parte, sei diviso, non ti trovi più unito al corpo; se non sei unito al corpo, non sei sottoposto alla testa. Che vale credere e poi bestemmiare? Adori Cristo nel capo e lo bestemmi nelle membra del suo corpo. Egli ama il suo corpo. Se tu ti sei separato dal suo corpo, il capo no. Esso dall'alto ti grida: tu mi onori a vuoto e senza motivo. Sarebbe come se uno ti volesse baciare il capo ma pestarti i piedi; potrebbe avvenire che ti schiacci i piedi con scarpe chiodate, mentre vuole abbracciarti e baciarti: tu gli grideresti, nel bel mezzo delle sue espressioni di onore: Che fai? Non vedi che mi schiacci? Non gli diresti: tu schiacci il mio capo; realmente egli dava onore al tuo capo; ma questo protesterebbe, più perché le altre membra vengono calpestate che non per sé, che è anzi fatto oggetto di onore. Non sarebbe il capo per primo a dire: non voglio questo tuo onore, cerca piuttosto di non calpestarmi? Provati, tu, di dirgli, se puoi: perché ti ho calpestato? E rivolgendoti alla testa, di': Io volli baciarti, volli stringerti. Ma non vedi, o stolto, che, in forza di una struttura unitaria, ciò che tu vuoi abbracciare si identifica con ciò che calpesti? Mi onori in alto, mi calpesti in basso. Sente più dolore ciò che calpesti che non gioisce quel che tu onori. Perché ciò che onori prova dolore per ciò che calpesti. Che cosa va gridando la lingua? Essa dice: sento dolore; non dice: sento dolore al piede, ma semplicemente: sento dolore. O lingua, chi ti ha mai toccato? Chi ti ha percosso? Chi ti ha punto? Chi ti ha ferito? Nessuno, ma sono unita alle membra che vengono calpestate. Come puoi volere che non senta dolore, quando non resto separata?

[Cristo ha affidato al nostro amore il suo corpo.]

9. Perciò, il Signore nostro Gesù Cristo, salendo al cielo, il quarantesimo giorno, ci ha raccomandato il suo corpo che doveva restare quaggiù, perché vide che molti avrebbero onorato lui appunto perché ascendeva al cielo, ma vide pure che l'onore reso da costoro è inutile, se calpestano le sue membra qui in terra. Affinché nessuno fosse tratto in errore, adorando il capo che sta in cielo ma calpestando i piedi che stanno in terra, ci ha detto dove si sarebbero trovate le sue membra. Mentre ascendeva al cielo, pronunciò le sue ultime parole: dopo aver pronunciato le quali non parlò più qui in terra. Il capo che doveva salire in cielo raccomandò a noi le sue membra che restavano sulla terra e partì. Ormai non puoi più sentire Cristo che parla qui in terra. Puoi sentirlo parlare, ma dal cielo. E dal cielo, perché parlò? Perché le sue membra erano calpestate qui in terra. A Saulo, suo persecutore, egli disse dal cielo: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9, 4). Sono salito al cielo, ma giaccio ancora in terra: siedo qui in cielo alla destra del Padre, ma lì in terra io ancora avverto la fame, la sete, ancora sono pellegrino. In che modo ci ha raccomandato il suo corpo in terra, allorché stava per salire al cielo? Quando i discepoli lo interrogarono: Signore, è forse venuto il momento in cui tu ristabilirai il regno di Israele? Sul punto di partire, egli rispose: Non tocca a voi sapere il tempo che il Padre ha posto in suo potere: ma riceverete la forza dello Spirito Santo che verrà in voi e mi sarete testimoni. Vedete fin dove fa giungere il suo corpo, vedete dove non vuole essere calpestato: Voi mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e in tutta la terra (At 1, 6-8). Ecco dove rimango io, che pure ascendo in alto; ascendo perché sono la testa, ma il mio corpo giace ancora quaggiù. Dove giace? Per tutta la terra. Vedi di non colpire, di non violare, di non calpestare il mio corpo: sono queste le ultime parole di Cristo, che sale al cielo. Guardate un uomo che giace ammalato nella sua casa, ed è consunto dal male, vicino alla morte, col respiro affannoso, con l'anima per così dire tra i denti; se gli viene in mente qualcosa che gli sta a cuore e che molto lo interessa, chiama i suoi eredi e dice loro: vi prego, fate questa cosa. Egli trattiene la sua anima come a forza, perché non spiri prima che quelle sue parole vengano convalidate. Dopo aver dettato quelle sue ultime parole, l'anima sua spira: il cadavere viene portato al sepolcro. In che modo i suoi eredi ricorderanno le ultime parole del morente? Se ci fosse qualcuno che dicesse loro: "Non fate le cose che vi ha detto", che cosa risponderebbero? Non farò forse ciò che il padre mio mi ha comandato di fare al momento di lasciare questa vita, ciò che risuonò alle mie orecchie come la sua ultima parola, nel momento della sua partenza? Potrei anche passar sopra a tutte le altre sue parole, ma queste sue ultime mi obbligano di più; non l'ho più sentito parlare. O fratelli, pensate con sentimenti cristiani: se per un erede sono tanto dolci, tanto gradite, tanto importanti le parole di uno che sta per andare al sepolcro, che cosa devono essere per gli eredi di Cristo le sue ultime parole, pronunciate non quando egli stava per andare al sepolcro ma per salire al cielo? L'anima di chi è vissuto ed è morto viene portata in altri luoghi, ed il suo corpo è deposto dentro la terra: a lui non interessa se le sue parole sono attuate o no; ormai egli opera altre cose, altre cose soffre; o gode nel seno di Abramo o, stando nel fuoco eterno, desidera un poco di acqua (cf. Lc 16, 22). Nel suo sepolcro giace un cadavere insensibile, e tuttavia le sue ultime parole, pronunciate quando moriva, vengono custodite gelosamente. Che cosa possono sperare quelli che non custodiscono le ultime parole di colui che siede in cielo? di colui che vede se quelle sue parole sono disprezzate o no, e che disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? di colui che riserva al suo giudizio tutto ciò che vede soffrire dalle sue membra?

[Vivere nel corpo di Cristo.]

10. Che cosa abbiamo fatto? - dicono costoro -. Abbiamo subíto persecuzioni senza averne inflitte ad altri. O miseri, voi avete fatto persecuzione anzitutto perché avete diviso la Chiesa. E' più dannosa la spada della lingua che quella del ferro. Agar, serva di Sara, fu superba e fu angustiata dalla padrona a motivo della sua superbia. Quel trattamento aveva uno scopo disciplinare, non punitivo. Quando si allontanò dalla sua padrona, che cosa le disse l'angelo di Dio? Ritorna alla tua padrona (cf. Gn 16, 4-9). Dunque, o anima carnale, se hai sofferto, come quella serva superba, qualche molestia in vista della tua correzione, perché agisci stoltamente? Torna alla tua padrona, mantieni la pace del Signore. Ecco, consultiamo i Vangeli e vi leggiamo fin dove la Chiesa è diffusa: ci vengono fatte delle contestazioni e ci vien detto: Traditori! Traditori di chi? Cristo ti raccomanda la sua Chiesa e tu non credi: io dovrei crederti mentre parli male dei miei padri? Vuoi che ti creda su questa accusa riguardante i traditori? Incomincia prima tu a credere a Cristo. Che cosa conviene fare? Cristo è Dio e tu sei uomo: a chi bisogna credere per primo? Cristo ha diffuso la sua Chiesa per tutto il mondo: lo dico io? Disprezza pure. Lo dice il Vangelo? Sta' attento. Che dice il Vangelo? Era necessario che il Cristo soffrisse, risorgesse da morte il terzo giorno e fosse predicata la penitenza nel suo nome e la remissione dei peccati. Dove c'è la remissione dei peccati, là c'è la Chiesa. Perché? Perché ad essa fu detto: A te darò le chiavi del Regno dei cieli; e tutto quello che avrai sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo; tutto quello che avrai legato sulla terra, sarà legato anche in cielo (Mt 16, 19). Fin dove giunge questa remissione dei peccati? Fino a tutti i popoli incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 47). Credi dunque a Cristo. Ma poiché comprendi che, se credi a Cristo, non potresti dir nulla contro i "traditori", pretendi che io creda a te che sparli dei miei padri piuttosto che credere tu agli insegnamenti di Cristo.
07/08/2018 18.21
 
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Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?».
31 Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?».At 8,30



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